30 Giugno 2006

I Centri di Prima Accoglienza

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I Centri di Prima Accoglienza (CPT) sono stati istituiti per chi si introduce clandestinamente nel nostro Paese.
I clandestini che vi sono ospitati possono in seguito rimanere in Italia, ad esempio per ragioni politiche o umanitarie, o essere espulsi.
I CPT sono necessari.
Una situazione in cui migliaia di extracomunitari entrino illegalmente in Italia e circolino per le strade senza documenti, senza lavoro, senza mezzi di sussistenza non è possibile. Questa valutazione non è di sinistra o di destra, è solo di buon senso.
Smantellare i CPT non risolverebbe nulla ed anzi aumenterebbe il traffico di clandestini.
Ma le condizioni di vita delle persone che vi sono rinchiuse devono essere assolutamente migliorate. Si parla infatti di assistenza, non di lager o di prigioni.
L’Italia dei Valori visiterà nelle prossime settimane alcuni CPT e riporterà le sue impressioni su questo sito.

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29 Giugno 2006

E' finito il tempo delle lobby

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Ho ricevuto molte mail che mi chiedono i motivi per cui il presidente di Abertis Isidre Fainè Casas e l’amministratore Salvador Alemany Mas si sono recati dal presidente del Consiglio Romano Prodi e dal sottosegretario Enrico Letta. Non è la prima volta che i vertici di Abertis chiedono ed ottengono udienza a Palazzo Chigi.
Posso rispondere che sarò lieto in futuro di riceverli, insieme alla società Autostrade, anche al ministero delle Infrastrutture per discutere le loro istanze che dovranno però tradursi in posizioni concrete, in atti amministrativi, in precise risposte ai punti sollevati dal Consiglio di Stato in merito ai due miliardi di euro non spesi e da rendere disponibili per investimenti ed alla rinegoziazione della concessione attuale.
Il tempo delle relazioni pubbliche come strumento primario della politica è finito con il governo Berlusconi.
I componenti di questo Governo operano in piena sintonia, ma con un principio di piena delega verso i responsabili dei diversi dicasteri. E’ finito il tempo delle lobby, è finito il tempo delle mele.
Il mio indirizzo Abertis lo conosce, le scorciatoie non servono.

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28 Giugno 2006

I conti dell'Anas

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Oggi ho inviato alla Procura della Repubblica di Roma e alla Corte dei Conti le informazioni in mio possesso perchè venga valutata la posizione dell’Anas.
L’Anas dipende dal ministero delle Infrastrutture, il mio è quindi un atto dovuto.

Ci sono due aspetti che dovranno essere attentamente esaminati: se vi sono gli estremi per il falso in bilancio e per le false comunicazioni sociali e se sussiste l’ipotesi di reato per circa tre milioni di euro versati ai componenti del precedente consiglio di amministrazione in occasione del passaggio da ente pubblico a spa nel 2002.
Posso affermare fin da ora che la gestione della contabilità dell’Anas è stata superficiale e poco chiara.
La differenza tra quanto messo in bilancio per investimenti e quanto in realtà effettuato risulta pari a cinque miliardi di euro, con una situazione finanziaria che, in mancanza di interventi dello Stato, porterebbe l’Anas al fallimento.

La situazione è purtroppo seria, servono 11,6 miliardi di euro per non fermare i cantieri dell’Anas e delle Ferrovie dello Stato. Mio preciso dovere di ministro è sia di reperire i fondi necessari, che di determinare le cause di questo enorme buco di bilancio. In sostanza, di capire come sono stati spesi i soldi dei cittadini.

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26 Giugno 2006

19 - Addio alla magistratura/2

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Proseguo la pubblicazione di alcune domande e risposte tratte dal libro: "Intervista su Tangentopoli" della Laterza a cura di Giovanni Valentini.

GV: E che cosa poteva mai accadere in pochi mesi per farla tornare sui suoi passi?
ADP: Mentre ero ancora fuori ruolo, senza neppure interpellarmi, l'ispettorato del ministero di Grazia e Giustizia chiese l'archiviazione dell'inchiesta su Di Pietro, cioè quello che avevo chiesto io fin dall'inizio, quello che mi aspettavo. Le accuse contro di me apparivano all'evidenza non credibili (infatti, dopo una gogna di un paio d'anni, tutto è finito in una bolla di sapone). E qui mi capita d'incontrare per la seconda e ultima volta Silvio Berlusconi. Fu nella primavera del '95, se non ricordo male tra febbraio e marzo: lui non era più presidente del Consiglio, c'era il governo Dini. Allora Berlusconi mi fa sapere che vuole vedermi, perchè tanto io sono fuori dalla magistratura e possiamo riprendere il discorso interrotto un anno prima. In quel momento, ormai, eravamo due persone che potevano incontrarsi da normali cittadini, senza problemi d'incompatibilità fra loro. Né qualcuno può rimproverami perché da magistrato avevo emesso nei suoi confronti un invito a comparire...
L'incontro durò giusto il tempo per renderci conto entrambi che non eravamo fatti l'uno per l'altro...
Scoprii poi dalle carte di Brescia che, mentre cercava di catturarmi con queste proposte, Berlusconi stava lavorando in parallelo per convincere D'Adamo ad accusarmi, per fargli dire che avevo favorito Pacini Battaglia per un bel pacco di miliardi...Circa un paio di mesi dopo comunque, e precisamente il primo aprile '95, scattano le inchieste di Brescia sul mio conto: per me comincia un lungo calvario negli uffici giudiziari e soprattutto uno squallido killeraggio sui giornali e sulle televisioni, specie di area berlusconiana.
GV: Quanti processi in totale ha subito?
ADP: Ventisette capi di accusa mi sono stati contestati, dico ventisette nell'ambito di dieci processi. e sono sempre stato assolto con la stessa formula: perchè il fatto non sussiste...

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25 Giugno 2006

La tragedia della Catania-Siracusa

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foto ansa.it

Sulla tragedia legata al crollo di un ponte sull'autostrada Catania-Siracusa ho rilasciato un'intervista a Umberto Rosso di Repubblica.

UR:Ministro Di Pietro, nel giorno dell'annuncio della chiusura dei cantieri Anas un drammatico incidente del lavoro.
ADP:E' il sistema del general contractor che non va. La corsa contro il tempo per consegnare l'opera finisce per trascurare la sicurezza sul lavoro. E piangiamo poi i morti. Quanto alla chiusura, è troppo facile dire che siano finiti i soldi.
UR:Che vuol dire?
ADP:Che voglio sapere perchè e come sono finiti i soldi.
UR:E lo ha saputo?
ADP:Avevo lanciato io stesso l'allarme, qualche settimana fa, sulle casse dell'Anas a secco, dopo di che non sono certo rimasto con le mani in mano. Questa prima fase da ministro delle Infrastrutture l'ho passata perciò a studiare quel che mi hanno lasciato, ancora prima che a fare.
UR:Ha scoperto allora perchè non sono rimasti più quattrini?
ADP:Per molteplici fattori. Ivi compresi utilizzi impropri di denaro, per ragioni diverse da quelle per cui era stato concesso.
UR:Accuse gravi, se per giunta vengono da un ministro che si chiama Antonio Di Pietro.
ADP:Io riscontro risvolti e profili di responsabilità di vario tipo. Penali, civili, amministrativi e contabili.
UR:Ha già informato chi di dovere?
ADP:Ne parlerò martedì nella riunione della commissione Lavori pubblici già convocata, prima alla Camera e poi al Senato. Chiederò ai presidenti di segretare eventualmente questa parte della mia audizione. Decidano loro, se è il caso.
UR:E' avvenuto sotto la gestione del governo Berlusconi questo "utilizzo improprio" di denaro Anas che lei denuncia?
ADP:Non posso dire di più. Si tratta certamente di fatti molto gravi, ne parlerò compiutamente davanti alle commissioni parlamentari. Sembra quasi che il centrosinistra non voglia più completare i lavori nei cantieri, ma quegli altri lì si sono mangiati pure il Colosseo...
UR:In Parlamento riferirà anche dell'incidente sulla Catania-Siracusa?
ADP:Ho subito disposto un'ispezione ministeriale. Attendo entro oggi il dossier sulle cause. Più in generale, secondo me è questo nuovo modello di appalti che non funziona, basato com'è solo sulla logica della deregulation selvaggia.
UR:General contractor uguale sicurezza sul lavoro a rischio?
ADP:Il sistema prevede di affidare ad un unico soggetto tutti i passaggi per la realizzazione di un'opera, comprese le somme per la sicurezza e per la viglilanza sull'applicazione delle norme sugli infortuni. Ma il general contractor si ritrova, quasi sempre, in pieno conflitto di interessi.
UR:Vale a dire?
ADP:La corsa sfrenata a far presto, a consegnare l'opera. Si lascia colpevolmente in secondo piano la sicurezza dei lavoratori.
UR:Come pensa di cambiare, ministro?
ADP:Affidando a una figura diversa, diciamo un terzo soggetto tra l'ente appaltante e il general contractor, la gestione dei finanziamenti e della vigilanza sulla sicurezza. Oggi è come nelle società per azioni, dove è il socio di maggioranza che sceglie i revisori dei conti. I quali naturalmente non vanno contro i bilanci dei "padroni" della spa. E nei cantieri, purtroppo, contano solo gli interessi di chi vince l'appalto. Chiavi in mano.

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24 Giugno 2006

La Tav e la Comunità Europea

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foto da IlGiorno.it

Nelle scorse settimane ho incontrato il presidente della Comunità Montana Bassa Valle di Susa Antonio Ferrentino, il presidente dell’Osservatorio Mario Virano ed il commissario europeo Loyola De Palacio in merito alla Tav in Val di Susa.
Io ritengo quest’opera importante, ma considero legittime le richieste da parte dei valligiani di far parte del processo decisionale. Un no aprioristico ed ideologico alla Tav non può ovviamente far parte di un vero confronto e la valutazione delle diverse ipotesi va considerata con oggettività da parte di tutti.

La Tav è considerata prioritaria dal Governo e dalla Comunità Europea e quest’ultima stanzierà un miliardo di euro per l’avvio dei lavori. E’ importante sottolineare che questi fondi sono erogati dall’Europa in modo specifico per l’alta velocità. Quindi vengono assegnati all’Italia solo se farà il progetto. Altro discorso è la mancanza di fondi per i cantieri dell’Anas, fondi che non ci sono e che dovremo reperire attraverso manovre finanziarie nel più breve tempo possibile per non bloccare i lavori sine die.

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22 Giugno 2006

18 - Addio alla magistratura/1

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Proseguo la pubblicazione di alcune domande e risposte tratte dal libro: "Intervista su Tangentopoli" della Laterza a cura di Giovanni Valentini.

GV:...Ma in definitiva qual'è la ragione per cui si dimette da magistrato?
ADP: Decido di lasciare il ruolo di accusatore per difendermi meglio. Con le mani libere e senza la responsabilità delle indagini, avrei avuto maggiori possibilità di controbattere - come poi sono riuscito a fare - alle calunnie e alle diffamazioni che si stavano addensando su di me. Volevo portare a casa l'onore a tutti i costi. Era l'unica cosa che mi interessava. In cuor mio mi sono detto: appena concludo l'inchiesta su Enimont, vado via, devo assolutamente salvare Mani Pulite, ne va della mia storia di uomo e di magistrato. Che cosa sarebbe rimasto del valore simbolico di quell'inchiesta se anch'io alla fine fossi stato condannato? A chi ha orchestrato la mia delegittimazione, non interessava nulla della mia posizione personale. Interessava il fatto che così avrebbe potuto dire: 'Lo vedete, siamo tutti uguali. E allora, tutti colpevoli, nessun colpevole; mettiamoci una bella pietra sopra e rassegniamoci, così va il mondo'.
GV: Per questo il 6 dicembre del '94, alla fine della requisitoria contro Cusani, lei si sfila la toga in aula e lascia la magistratura...
ADP: Attenzione, attenzione. Non confondiamo, Il 6 dicembre del '94 io non mi dimetto dalla magistratura, vado fuori ruolo: le dimissioni sono del giugno '95, sei mesi dopo. Il mio scopo iniziale non era quello di lasciare la magistratura, ma piuttosto di farmi i miei processi e poi rientrare in magistratura. Perciò chiedo ufficialmente al Csm di essere messo fuori ruolo come tanti altri colleghi che lavorano al ministero della Giustizia o in Parlamento, che hanno incarichi ministeriali o istituzionali. Fu il senatore Francesco Cossiga a consigliarmi di fare il consulente perla Commissione parlamentare stragi. Su suo suggerimento, mi misi in contatto con il presidente Giovanni Pellegrino, e così iniziai il nuovo lavoro. Rimasi in stand by per qualche mese al Senato, occupandomi soprattutto di redigere una corposa relazione sulla vicenda della Uno bianca, quella delle rapine e omicidi commessi da poliziotti. Nel frattempo volevo vedere cosa succedeva...

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21 Giugno 2006

Il decreto contro le intercettazioni

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Il ministro della Giustizia sta valutando un decreto legge per limitare lo scopo e la diffusione delle intercettazioni dopo l’ennesimo scandalo italiano svelato dalle intercettazioni su Vittorio Emanuele e su Salvatore Sottile. In questa sua posizione è supportato da parte del centro destra e dal suo primo esponente che ha dichiarato: “Basta con la barbarie”.
Il ministro della Giustizia ha dichiarato, di fronte alle mie perplessità sull’aiuto chiesto al centro destra per limitare l’azione della magistratura: “Se Di Pietro vuole fare il ministro al mio posto si accomodi, ma la smetta di fare il giudice in modo permanente”.
L’ho già scritto e lo ripeto: il centro sinistra NON è stato eletto dai cittadini per fare l’amnistia, ma per rendere più efficiente la macchina della giustizia. NON è stato eletto per mettere la mordacchia alle investigazioni, ma per abolire le leggi approvate a colpi di maggioranza nella precedente legislatura.
Ci vogliamo ricordare cosa abbiamo detto ai cittadini in campagna elettorale, vogliamo rileggerci il programma dell’Unione?

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20 Giugno 2006

La riduzione dei costi del ministero delle Infrastrutture

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L’efficienza e la riduzione dei costi della pubblica amministrazione centrale sono due obiettivi che l’Italia dei Valori si è posta in questa legislatura. Nell’ambito della mia responsabilità di ministro delle Infrastrutture ho iniziato a valutare le aree di potenziale risparmio. In questo senso la mia prima decisione è stata di internalizzare il servizio di controllo delle opere pubbliche che il precedente ministro aveva affidato ad otto consulenti esterni, raddoppiando di fatto competenze già presenti nel ministero e demotivando il personale interno.
Il costo di ogni consulente è pari a 200.000 euro per la sua attività, 250.000 euro di variabile e 187.000 euro di rimborso spese. I consulenti occupano degli uffici all’interno del ministero e dispongono di una segretaria.
Alcuni di loro operavano precedentemente al ministero e sono stati messi fuori ruolo per continuare la stessa attività con una spesa per l’amministrazione molto superiore.
637.000 euro moltiplicati per 8 consulenti producono un risparmio per lo Stato superiore ai cinque milioni di euro!
Dal 30 giugno le attività oggi attribuite ai consulenti saranno gestite dai provveditori competenti con l’interruzione degli incarichi esterni.

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17 Giugno 2006

17 - L'impero di Berlusconi

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Proseguo la pubblicazione di alcune domande e risposte tratte dal libro: "Intervista su Tangentopoli" della Laterza a cura di Giovanni Valentini.

GV: E' certo, comunque, che Berlusconi ha subito un numero incredibile di sequestri e di perquisizioni.
ADP: Ma è certo pure che ha una costellazione di circa mille aziende operative che sostanzialmente fanno tutte capo a lui. Lo dice il fratello Paolo in un interrogatorio dell'agosto '94: 'Noi siamo una holding composta da tutte queste aziende, ma sono tutte riferibili alla nostra famiglia e chi prende le decisioni alla fine è sempre Silvio'. Allora non è colpa dei giudici di Milano o di quelli di Palermo se, ogni volta che s'indaga su una di queste aziende, si finisce per indagare anche su colui che di fatto ne è il dominus. Non è colpa dei giudici se loro hanno mille aziende. Quanti italiani hanno mille aziende che fanno capo a un'unica famiglia?
GV: Non saranno mille 'buchi neri', mille oggetti misteriosi...
ADP: Tutto l'impero di Berlusconi nasce in modo davvero singolare. Per avere un'idea dell'evoluzione societaria del gruppo, bisognerebbe leggersi per intero la consulenza tecnica depositata alla Procura di Palermo dal funzionario della Banca d'Italia Francesco Giuffrida, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di quel capoluogo nell'ambito del procedimento penale n.6031/94. Ma ai fini delle valutazioni che ciascuno di noi può e vuole fare in ordine alle origini vastano le prime righe: "...il 19 giugno '78 veniva costituita in Milano la 'Holding Italiana 1' così come le ulteriori società con medesima denominazione ma contraddistinte da numerazione successiva (n.2; n.23)... Il capitale sociale sottoscritto era pari a 20 milioni cadauna (quindi oltre 400 milioni dell'epoca che risultano versati per contanti); soci fondatori erano i signori Minna Armando (commercialista, quota posseduta per società singola lire 2 milioni) e Crocitto Nicla (casalinga, quota posseduta per singola società lire 18 milioni). La Crocitto veniva nominata amministratore unico in sede di costituzione delle società, peraltro così come si deduce dai mandanti fiduciari l'effettivo unico proprietario delle società era Silvio Berlusconi...".
Allora io mi chiedo: perchè fin dall'inizio un imprenditore ha bisogno di utilizzare questi sistemi di copertura? E poi, perchè Berlusconi ha fatto un ricorso così massiccio alle società off-shore? Certo, la legge te lo permette, ma se poi vuoi fare il politico di primo livello è d'obbligo spiegare agli italiani a che cosa servono tutte queste società. Anzi, non basta che lo spieghi, devi anche esibire la documentazione e non puoi più comportarti come invece hai fatto quando ti sei opposto alle rogatorie estere disposte dai magistrati. Altrimenti, ne va della tua credibilità.

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16 Giugno 2006

Il Partito Democratico

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foto Adnkronos

Sul tema del nuovo Partito Democratico ho inviato una lettera, di cui riporto alcuni passi, ai leader di Ds e Margherita Piero Fassino e Francesco Rutelli e al Premier Romano Prodi, in qualità di leader dell’Italia dei Valori.

“In questi giorni tra le priorità politiche in agenda dei vostri partiti state riproponendo la fondamentale questione del Partito Democratico. Una notizia molto apprezzata da me e dall’Italia dei Valori. Il mio partito auspica la costituzione, anche in tempi brevi, di un unico soggetto tra le diverse forze politiche all’interno della nostra coalizione, sia per superare l’individualismo dei partiti, sia per la costruzione di un percorso politico comune e di lungo termine.
In virtù dell’attuale legge elettorale ogni partito può condizionare gli altri. Una situazione da modificare perchè gli italiani richiedono ormai il bipolarismo, la stabilità ed una politica dell’alternanza.
Il dialogo per la costituzione del nuovo Partito Democratico deve coinvolgere tutte le forze politiche della coalizione con l’importante partecipazione della società civile. Il Partito Democratico deve partire da questo, per non diventare una semplice sommatoria di due segreterie di partito.
Credo che il Partito Democratico debba considerare le diverse culture cattolico-democratica, socialista, liberale e riformista in ugual misura nel processo di aggregazione.
Sono lieto che tra le urgenze politiche abbiate inserito la questione della creazione del nuovo soggetto e per questo, per la serietà che contraddistingue la nostra coalizione, sottolineo la disponibilità dell’Italia dei Valori a partecipare all’avvio di questo importante percorso, in particolare nella prima fase, la più importante e delicata”.

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15 Giugno 2006

No agli sprechi

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Oggi mi sono recato a Bruxelles da Roma con un volo di linea per partecipare all’assemblea del partito liberaldemocratico. Per risparmiare i soldi dei contribuenti ho volato in classe economica. Alcuni giornali on line ne hanno fatto una notizia. Non deve essere una notizia, dovrebbe invece rappresentare la normalità. Aggiungo che il biglietto lo ha pagato l’Italia dei Valori e che non ho utilizzato alcuna agevolazione in qualità di ministro.
Infatti, credo che l’utilizzo di soldi dello Stato per fare attività politica per il proprio partito sia da considerarsi peculato.

L’Italia ha bisogno di risparmiare, il precedente governo ha lasciato dietro di sé solo buchi di bilancio e finanza creativa, con buona pace dell’ex ministro Tremonti che nelle trasmissioni in cui viene ospitato è palesemente sempre più in difficoltà a spiegare le ragioni di un deficit pubblico che sta per raggiungere il 5% e di un avanzo primario arrivato a un risibile 0,4%.

L’Italia ha la necessità di destinare le sue poche risorse all’innovazione ed alle opere più urgenti. Ognuno deve fare la sua parte. L’Italia dei Valori, come ha enunciato chiaramente in campagna elettorale, si batterà per una struttura dello Stato efficiente e senza sprechi a partire dalle piccole cose, come la riduzione delle auto blu e delle scorte.

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14 Giugno 2006

La nuova Convenzione per Autostrade

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Oggi si è svolto il secondo incontro tra Autostrade e Anas ai fini della verifica di un accordo. Spero che questo accordo si trovi. Se Autostrade non accettasse una rinegoziazione della Convenzione, o un atto dello stesso valore, il fatto costituirebbe una scorrettezza istituzionale di cui si assumerà la responsabilità.
La riscrittura della Convenzione, suggerita anche dal comitato indipendente incaricato dall’Anas, ha sicuramente bisogno di tempo, e data la sua importanza è corretto che venga valutata in tutti i suoi aspetti senza porsi limiti temporali.
Se la fusione avvenisse entro il 30 giugno senza una nuova Convenzione approvata dal ministero sarebbe un’operazione a rischio, e credo che Abertis ed Autostrade non possano non tenerne conto.

Nel corso dell’audizione di ieri alla Camera ho ribadito alcuni punti in merito ad Autostrade, che riassumo brevemente:
- le società di costruzione non possono far parte del pacchetto stabile della società per evidenti conflitti di interessi, decreto ministeriale 16/5/1997;
- le politiche di investimento derivanti dalla fusione non devono essere penalizzanti in relazione agli obblighi di investimento previsti nella Convenzione;
- l’utilizzo sollecito della liquidità pari a due miliardi di euro di Autostrade destinati a lavori autostradali e gestiti attualmente dalla società come finanza pura (l’Authority ha riscontrato che Autostrade ha effettuato solo 2,1 miliardi di investimento contro i 4,1 previsti);
- la necessità di un riesame delle percentuali autostradali a carico della concessionaria e sui ricavi da pubblicità e sub concessioni;
- inserimento di adeguate e proporzionate misure sanzionatorie, oggi carenti, in caso di inadempimento degli obblighi di Autostrade.
E’ comunque allo studio una rete più efficace di controlli per poter gestire in modo tempestivo ed efficace il rapporto con le concessionarie.

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12 Giugno 2006

16 - Berlusconi

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Proseguo la pubblicazione di alcune domande e risposte tratte dal libro: "Intervista su Tangentopoli" della Laterza a cura di Giovanni Valentini.

GV: Anche Silvio Berlusconi ha lamentato più volte di essere stato perseguitato, sostenendo che le sue aziende hanno subito perquisizioni più di qualsiasi altra. L'avete preso di mira perchè era amico di Craxi e per questo avete indagato a senso unico su di lui?
ADP: A senso unico? Nei confronti di altri personaggi abbiamo proceduto molto, molto di più; non è vero che abbiamo indagato nei confronti di una sola impresa e non di altre. Berlusconi è stato inquisito da me per tre o quattro casi di corruzione, per i quali è stato dapprima condannato e poi in Appello l'ha scampata grazie alla prescrizione. Noi abbiamo arrestato o inquisito alcune decine di funzionari e dirigenti della Fiat, anche ai massimi livelli come Romiti, Mattioli e tanti altri. Alla Fiat abbiamo scoperto una qurantina di miliardi di tangenti, il cosiddetto 'tesoretto', mentre nel caso di Berlusconi ho proceduto inizilamente soltanto per 300 milioni di tangenti. Poi, a forza di indagare si sono scoperte tante altre cose, a cominciare dalle transazioni finanziarie sul conto Iberian per finire alle sue 'holding off-shore'. Lui però si è messo subito a urlare e non ha mai voluto accettare il confronto processuale. Quelli della Fiat, invece, e tanti altri imprenditori hanno fatto valere le loro ragioni e quelle delle loro aziende all'interno dei singoli processi, come peraltro ho fatto anch'io quando a mia volta sono stato inquisito. L'ex amministratore delegato della Fiat Cesare Romiti, per esempio, è finito davanti alla Cassazione per il falso in bilancio, ma ha sempre tenuto un comportamento leale con la magistratura, e le vicende processuali che lo riguardavano non hanno mai avuto un rilievo particolare sulla stampa.
GV: Lei sostiene, insomma, che Berlusconi ha messo in atto una precisa strategia di comunicazione?
ADP: Beh, mi pare chiaro che abbia scelto una diversa linea processuale, rispetto a tanti altri nella sua medesima posizione. Di fatto, è ricorso allo stesso stratagemma utilizzato dal suo amico Craxi: 'Nessuno mi può giudicare e chi lo fa è un comunista e un complottardo'. Berlusconi - come Craxi - ha deciso di rilanciare, sostenendo la tesi che quella della magistratura era un'azione politica contro di lui e non l'esercizio obbligatorio dell'azione penale da parte di magistrati decisi a fare il proprio dovere. La sua è stata una vera campagna mediatica, condotta con grande dispendio di mezzi e di uomini che, forti delle televisioni e dei giornali di cui è proprietario, sono riusciti ad inculcare nell'opinione pubblica il tarlo del dubbio, trasformando nell'immaginario collettivo gli imputati in vittime e i giudici nei loro carnefici. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: s'è persa la memoria di ciò che è avvenuto negli anni della Prima Repubblica e addirittura c'è già chi dice che 'si stava meglio quando si stava peggio'. Bella educazione per le future generazioni! E questo sarebbe lo statista che ci dovrebbe guidare alla Seconda Repubblica? Ma mi faccia il piacere!

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10 Giugno 2006

Il referendum

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Il 25 e il 26 giugno si terrà il referendum.
La posizione dell’Italia dei Valori è contraria alle modifiche costituzionali proposte come spiegato in dettaglio nel box a destra contrassegnato da un NO.
Detto questo sono stupefatto dalle dichiarazioni di noti esponenti politici di entrambi gli schieramenti sul dopo referendum. Dalle loro dichiarazioni su modifiche al testo proposto a conferma, che sarebbero attuate di concerto dai partiti qualunque sia l’esito della votazione del referendum.
Che vinca il si oppure il no.
Questo atteggiamento è espressione di una politica separata dai cittadini, indifferente ai cittadini, al loro voto, alla loro volontà. Il referendum è la massima espressione del voto popolare e a questo devono attenersi i politici. In caso contrario perchè gli italiani dovrebbero recarsi a votare, se comunque le loro decisioni saranno cambiate senza il loro consenso?
Ritengo, per rispetto della volontà popolare, che l'esito di ogni referendum debba essere adottato senza se e senza ma.
E credo inoltre che debba essere reso impossibile cambiare il risultato di un referendum, come invece è avvenuto nella scorsa legislatura da parte della Cdl con la legge elettorale.

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15 - Craxi

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Proseguo la pubblicazione di alcune domande e risposte tratte dal libro: "Intervista su Tangentopoli" della Laterza a cura di Giovanni Valentini.

GV: Quante volte aveva incontrato Craxi prima del processo? E’ vero che tra voi s’era stabilito un certo feeling?
ADP: Con Craxi ebbi quattro o cinque colloqui investigativi: chiamiamoli però interrogatori, perchè furono tutti verbalizzati e si svolsero in presenza dei suoi avvocati. All’inizio avvennero in casa di Amato, non il presidente Amato, ma Nicolò Amato, l’ex direttore delle carceri, che essendo diventato avvocato, aveva assunto la sua difesa; poi proseguirono in una palazzina dei Servizi segreti a Roma. E’ lì che Craxi mi rende note le sue informative sui finanziamenti dell’Unione Sovietica al Pci ed è lì che mi parla di una registrazione effettuata non molto tempo prima nel suo studio di Milano nei confronti dell’avvocato Pezzi, ora deceduto, all’epoca difensore di Luigi Carnevale (esponente del Pci milanese, membro del consiglio di amministrazione della Metropolitana Milanese e reo confesso per diverse mazzette girate in quell’ambito). Io utilizzo le informazioni di Craxi per procedere contro gli esponenti del Partito comunista, ma la documentazione ‘sovietica’ faceva riferimento a finanziamenti lontani nel tempo e ormai tutti irreversibilmente prescritti. A proposito sarebbe interessante capire perchè Craxi, quand’era presidente del Consiglio, e quindi pubblico ufficiale, non consegnò quei documenti ai magistrati: all’epoca i fatti erano ancora perseguibili. Ah, beata Prima Repubblica! Anche la registrazione del colloquio con l’avvocato Pezzi non conteneva comunque informazioni di rilievo contro persone specifiche. Risultava che Pezzi aveva riferito a Craxi confidenze generiche ricevute dal proprio assistito Carnevale, secondo cui anche il Pci era coinvolto nelle tangenti. Ma questo lo sapevamo pure noi, tant’è che avevamo pure arrestato Carnevale ed avevamo inquisito diversi suoi compagni di partito. E poi non potevamo certo utilizzare il nastro che conteneva le dichiarazioni di un legale su un proprio assistito, carpite di nascosto.
GV: Sul piano più personale come ricorda quegli incontri con il leader socialista?
ADP: Me lo ricordo ancora questo Craxi che fuma, fuma, fuma: ore e ore di dialogo, di confronto, di discussione sul tema dei fondi sovietici al Partito comunista italiano e sul coinvolgimento di quest’ultimo nel sistema delle tangenti. Girava e rigirava intorno a questi argomenti come un falco sulla preda, senza però mai abbassarsi per catturarla; senza mai scendere sul concreto; senza mai riferire nomi, date, circostanze; senza mai fornire prove, salvo che non riguardassero questioni tanto lontane nel tempo da non poter essere più considerate come reati. Più che parlare a me, insomma, ebbi la sensazione che intendesse mandare qualche messaggio al mondo politico. E io non potevo certo prestarmi al gioco dei sospetti. Dopo un po’ il minuetto terminò. Craxi si rese conto che non ero funzionale alla sua tattica e non lo avrei seguito nelle sue elucubrazioni. E allora cominciò a dire che nemmeno io volevo indagare sui comunisti e che la Procura di Milano applicava due pesi e due misure. Ma benedetto ( di nome e di fatto) Craxi: se sapevi qualcosa sui fatti penalmente ancora rilevanti, perchè non l’hai detto chiaro e tondo e ti facevo vedere io, accidenti, se e come avrei indagato!

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8 Giugno 2006

De Gregorio

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Oggi sono in imbarazzo a scrivere questa lettera. Il senatore De Gregorio si è fatto eleggere Presidente della Commissione Difesa del Senato con i voti della Cdl. Lo ha fatto, lui dice, per motivi patriottici. Io non lo credo. Lo ha fatto perchè gli è convenuto. Qualcuno ha scritto che dovrei scegliermi meglio i compagni di viaggio. Può essere che abbia ragione, ma voglio sottolineare che l’Italia dei Valori è l’unico, unico partito che al suo interno non accetta deputati e senatori con condanne definitive e che si batte perchè questa sia la prassi nei due rami del Parlamento.
Per quanto concerne De Gregorio, ha sbagliato, ha ammesso di aver sbagliato, ma la maggioranza dell’Unione al Senato è di due voti.
Si vuole paralizzare il Paese, ritornare alle urne, per una presidenza di commissione espellendo De Gregorio dal partito e quindi dalla coalizione?
Io non me la sento, per rispetto delle emergenze che questo Paese deve gestire in questo momento.
De Gregorio mi ha dato ampie rassicurazioni, che spero vorrà mantenere, di una condotta futura leale come senatore e come presidente della commissione Difesa nei confronti dell’Unione e a questo, per il momento, voglio attenermi.

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6 Giugno 2006

14 - Il Psi

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Proseguo la pubblicazione di alcune domande e risposte tratte dal libro: "Intervista su Tangentopoli" della Laterza a cura di Giovanni Valentini.

GV: Cambiamo fronte, se da una parte siete stati accusati di aver avuto un occhio di riguardo per il Pci-Pds, dall’altra vi hanno addebitato una persecuzione politica contro il Psi.
ADP: Anche questa storia del Psi va chiarita una volta per tutte. Non è stata una nostra scelta se nelle vicende su cui indagavamo il Psi è stato colpito più degli altri. E’ semplicemente una questione di competenza territoriale: sono convinto che nelle stesse condizioni di tempo e di luogo – il famoso concorso di circostanze di cui parlavamo all’inizio – se il pool invece che a Milano si fosse trovato a lavorare a Napoli, sarebbe stato nelle condizioni di fare un mare di indagini sulla nomenclatura che spadroneggiava in quella zona, magari su Pomicino o De Lorenzo, su De Mita o Di Donato. Noi abbiamo indagato molto su Craxi non per idiosincrasia personale, ma per il semplice fatto che il nostro lavoro di magistrati era radicato a Milano, in una realtà in cui lui era fortemente presente. Lo sanno tutti: Milano era la roccaforte del potere craxiano. Noi non potevamo mica far finta di non vedere.
GV: Da Milano, però, siete arrivati fino a Roma...
ADP: Certo, è vero che abbiamo indagato anche sugli altri partiti e sui leader degli altri partiti. Ma li abbiamo sempre indagati incidentalmente, perchè risultavano coinvolti in inchieste che partivano da una competenza territoriale milanese. Non è colpa mia se Craxi aveva i suoi uffici in piazza del Duomo, non è colpa mia se Milano era il centro dei suoi interessi, non è colpa mia se venne coinvolto nell’affare della Metropolitana Milanese, né tantomeno è colpa mia se molti imprenditori venivano a Milano a pagare le tangenti al segretario amministrativo del Psi Balsamo, proprio negli uffici craxiani di piazza del Duomo. Non invertiamo i termini della questione. Craxi la chiamava ‘la Milano da bere’: non è colpa mia se poi lui se l’è bevuta più degli altri.

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5 Giugno 2006

Il conflitto di interessi

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Molti commenti e molte lettere mi hanno ricordato che nel periodo pre elettorale ho affermato che l’eliminazione del conflitto di interessi doveva essere una delle priorità del governo di centro sinistra.
Non me ne sono dimenticato.

I cittadini possono avere l’impressione che il problema non sia prioritario per il governo e forse neppure un problema in sé perchè nelle tante (troppe) dichiarazioni di ministri e sottosegretari l’argomento non è stato affrontato.
Si vuole invece l’amnistia, ma i cittadini ci hanno votato perchè il primo atto del governo sia l’amnistia?
Non prendiamoci in giro.
Se il centro sinistra avesse dichiarato PRIMA del 9 aprile di volere l’amnistia avrebbe perso sonoramente le elezioni.
Ma noi, noi politici, a chi rispondiamo se non ai nostri elettori? Basta con gli inciuci e i tatticismi.
Il Paese ha bisogno di rinnovamento, di coraggio, di un taglio netto con il passato.
L’Italia dei Valori presenterà nelle prossime settimane una proposta di legge per risolvere il problema del conflitto di interessi. Lo farà perchè nessuno possa più governare, influenzare, ingannare gli italiani utilizzando i media con finalità di propaganda politica.
Vi terrò aggiornati su questo sito sull’iter della proposta di legge, su chi la sosterrà, su chi la ostacolerà.

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4 Giugno 2006

13 - Le Cooperative rosse

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Proseguo la pubblicazione di alcune domande e risposte tratte dal libro: "Intervista su Tangentopoli" della Laterza a cura di Giovanni Valentini.

GV: Al di là delle storie e delle tragedie personali, nella vostra inchiesta avete accertato in che modo i partiti si spartivano le tangenti? C’era una regola, un criterio? Gli oppositori di Mani Pulite sostengono che non avete indagato sul Pci con lo stesso accanimento con cui avete indagato sulla Dc e sul Psi.
ADP: E’ un’autentica falsità, e chi ha avuto la spudoratezza di sostenere un’idiozia del genere o è un’ignorante(nel senso tecnico del termine di colui che ignora le carte processuali), oppure è stato fuorviato dal bombardamento psicologico dei soliti mass media e televisioni padronali. O ancora e più esplicitamente, è lui in malafede e parla così per proprio tornaconto individuale e di fazione.
Diciamo subito che il sistema politico divideva le tangenti in quattro parti: una andava alla Dc; una la Psi; una alle altre forze del pentapartito che governavano in una determinata zona (e si sarebbero dovute spartire al loro interno, a seconda del peso politico specifico di ciascuna formazione), e infine una parte al Pci, di regola sotto forma di lavoro alle Cooperative che gravitavano nell’orbita del partito. E alcune volte con versamento di vere e proprie bustarelle, per le quali abbiamo sempre proceduto ogni volta che le abbiamo scoperte, alla faccia di un presunto favoritismo.
GV: Che cosa significa esattamente “sotto forma di lavoro”?
ADP: Le Cooperative rosse non prendevano soldi, tangenti. Anzi, semmai le pagavano: e infatti i loro legali rappresentanti, quando furono incriminati, vennero considerati corruttori e non corrotti. A loro veniva garantita una certa attività imprenditoriale: vale a dire, commesse, appalti. E’ questa la differenza sostanziale. Ecco perchè per alcuni appalti le Coop non sono state perseguite allo stesso modo: dal punto di vista formale mancava il reato, per il semplice fatto che ricevevano solo commesse di lavoro in subappalto o in associazione di imprese e il lavoro veniva svolto effettivamente. C’era quindi una controprestazione autentica e l’interesse del partito era quello di far lavorare la classe operaia. L’accusa al pool di aver favorito il Pci non sta né in cielo né in terra: laddove abbiamo scoperto bustarelle vere e proprie non abbiamo esitato un attimo a incriminare i responsabili. Non è colpa nostra se il Pci ha usato spesso un metodo diverso, che produceva ugualmente consenso; un metodo che potrà essere moralmente discutibile ma è penalmente irrilevante. E noi dovevamo attenerci al codice, mica al Vangelo!

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3 Giugno 2006

No all'amnistia

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La mia posizione sull’amnistia l’ho già espressa in questo sito con chiarezza nei giorni scorsi.
Oggi l’ho ribadita in un’intervista alla Repubblica che riporto.

ADP: Il ministro della Giustizia affronta il problema prendendolo dalla coda anziché dalla testa. Il problema carceri – un problema serio – non si risolve andando in giro tra i detenuti in un giorno di festa annunciando amnistie...
CF: Ministro, perché non è d’accordo con un atto di clemenza per i detenuti?
ADP: Perchè un provvedimento di amnistia non è una soluzione del problema, ma un’abdicazione dello Stato di diritto. Una resa della legalità, una resa alla logica che l’Italia dei Valori non ha mai condiviso. Semmai è meglio l’indulto.
CF: Quale “la testa” da dove il Guardasigilli dovrebbe cominciare per affrontare il sovraffollamento delle carceri?
ADP: Prima di tutto è sbagliato fare annunci su una cosa di cui il Governo non ha discusso e il Parlamento non è stato informato. Di proposte se ne possono fare una al giorno, sull’amnistia ci saranno già trenta disegni di legge depositati. Poi però quelle proposte vanno approvate...
CF: Fin qui è una questione di metodo. Nel merito lei come lo risolverebbe il problema carcere che con 62.000 detenuti stipati in 209 istituti di pena è un’emergenza?
ADP: Con un provvedimento di amnistia vengono messi fuori 20.000 poveracci che tra pochi mesi sono di nuovo tutti dentro. E’ un palliativo, non una soluzione. Quello che serve invece è un piano di ridefinizione del sistema carcerario, la riqualificazione dei quelli che ci sono e il ripensamento della stessa funzione del carcere che ora è solo punitiva e non socializzante. Servono poi misure applicative della pena e alternative al carcere, penso ad esempio ai lavori socialmente utili che alcune fasce di detenuti potrebbero svolgere.
CF: Un progetto complesso. Alcune risposte invece servono subito.
ADP: Occorre però iniziare in maniera organica e da qua per quello che riguarda il carcere. Il ministro della Giustizia, poi, dovrebbe occuparsi prima di tutto di far funzionare la giustizia.
CF: I detenuti sono un altro problema...
ADP: Il sovraffollamento nasce anche dal fatto che circa il 40 per cento dei detenuti sono in attesa di giudizio. Allora, il ministro della Giustizia prima deve far funzionare i tribunali e le procure dando i soldi per la carta, i mezzi e il personale. Poi dovrebbe realizzare la riforma del processo civile e penale per abbreviare i tempi dei processi che sono per lo più a rischio prescrizione.
CF: L’ultimo pacchetto amnistia-indulto risale al 1990. Sono passati sedici anni...
ADP: Perchè allora fu detto mai più con questo provvedimenti abnormi. Ed è stata introdotta la maggioranza dei due terzi. Non capisco perchè dovremmo replicare adesso.
CF: Nel Governo avete mai parlato di amnistia?
ADP: Non ne abbiamo mai discusso. E questa è la posizione, credo molto chiara, dell’Italia dei Valori. Noi diciamo “poco carcere perchè pochi reati”. Non serve fare uscire le persone dal carcere quando poi la società li mette in condizione di delinquere di nuovo, senza una casa e senza un lavoro.

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2 Giugno 2006

Una lettera dalla Sicilia

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Pubblico la lettera di un ragazzo siciliano rivolta al Presidente della Regione Sicilia Cuffaro.

Egr. Presidente Cuffaro,
le scrivo ora che è stato rieletto alla guida della nostra regione per approfondire una messaggio che precedentemente le avevo postato. Io sono Benny Calasanzio, residente a S.Margherita Belice ma studente fuorisede a Padova. Le scrivo per esprimere, tutelato dell’art. 21, il mio più totale dissenso, e ancor di più il mio disgusto largamente giustificato per quanto riguarda il suo “avviso ai diffamatori” presente sul sito internet www.totocuffaro.it
Lei, egr. Presidente, avvisa che è in corso una ricerca approfondita su internet finalizzata a trovare e a perseguire penalmente e civilmente tutti coloro che la diffameranno. E su questo punto, nonostante rimanga io fermamente convinto che la libertà sia un bene inequivocabile e incensurabile, e nonostante creda che un uomo politico debba accettare critiche, seppur dure e di dubbia continenza, potrei anche accettare le sue parole, senza condividerle. Ciò che davvero mi lascia sbigottito e indignato, è il punto seguente del suo “manifesto programmatico contro i diffamatori”. Quando dice che il denaro proveniente dalle cause per diffamazione che lei prevede di vincere (le ricordo che la risposta ad una causa per diffamazione persa potrebbe essere una querela per calunnia) sarà devoluto alle famiglie delle vittime di mafia, lei sta offendendo quelle famiglie e nessuno le da il diritto di elevarsi a benefattore dell’antimafia soprattutto visti i suoi problemi con la giustizia. Chi le scrive, Presidente, ha avuto uno zio e un nonno crivellati di colpi dalla mafia per non aver ceduto alla richiesta di vendita di una piccola industria di calcestruzzi a Lucca Sicula, più di dieci anni fa e riconosciuti immediatamente “vittime innocenti della mafia”. Sono morti per non aver ceduto ad una logica mafiosa, per essersi ribellati e aver recriminato la loro libertà, il loro rifiuto di ogni compromesso, per la loro voglia di continuare a respirare il profumo della libertà, non il puzzo del patto mafioso. Chi le scrive, Presidente, ha parlato di legalità e di fiducia nella giustizia da un palco, di fronte a delle scuole, a dei bambini, assieme a Rita Borsellino durante una tappa della Carovana Antimafia, e sono e rimango fermamente convinto che chi le scrive, egr. Presidente abbia senza dubbio più diritto di lei a dire che la mafia fa schifo, o almeno abbia la reputazione e l’onore per farlo. La mia indignazione nasce dalle sue parole e ancor di più dalle sue azioni. Lei è sotto processo per favoreggiamento alla mafia, la stessa mafia che ha ucciso dei Borsellino molto meno importanti del giudice, i miei parenti. Giorno dopo giorno si depositano fascicoli dell’inchiesta che aggravano la sua posizione (ultimo quello che accerterebbe l’esistenza di una sua talpa in procura per quanto riguarda le indagini sul pentito Campanella, favoreggiatore di Bernardo Provenzano) e giorno dopo giorno lei diventa sempre più moralmente inadatto ad essere titolare di quella frase. Mi chiedo come, razionalmente e senza polemiche, lei possa rivolgersi alle famiglie vittime di lutti mafiosi quando, riferendosi alle indagini in corso, lei è indagato per reati che avrebbero favorito la mafia. Ciò è incoerente e ingiusto per quelle famiglie e legale solo secondo la legge, non certo per quanto riguarda l’etica e la morale.
Io le chiedo, egr. Presidente, per quanto riguarda la mia famiglia, di non renderci beneficiari di quelle donazioni che lei ha intenzione di fare a quelle famiglie che ancora piangono i loro parenti uccisi da una associazione criminale dalla quale le istituzioni dovrebbero stare lontane e dovrebbero combattere con ogni mezzo e in ogni momento. Le chiedo di lasciarci da soli con il nostro dolore, soli con chi davvero e giorno dopo giorno fa qualcosa contro la mafia. Inviterò altresì le altre famiglie che con la nostra condividono lo stesso dolore a rifiutare qualunque aiuto proveniente da un presidente che prima di rivolgersi a noi dovrà chiarire la sua posizione in sede processuale per accertare se sia coinvolto o no in reati di favoreggiamento alla mafia.
Augurandole un buon lavoro, Benny Calasanzio”.

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1 Giugno 2006

La TAV in Val di Susa

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Prima delle elezioni mi sono già espresso sulla TAV in Val di Susa su questo sito.
Non credo che i giornalisti abbiano letto quanto ho scritto a suo tempo e ne è prova ad esempio il titolo di oggi sul Corriere della Sera: “Di Pietro e la Tav: Farò io l’opera” che non esprime il mio pensiero.
La TAV in Val di Susa si potrà fare solo se alcune condizioni saranno soddisfatte: la sicurezza dei valligiani, la possibilità di spesa per un’opera che potrebbe costare 12 miliardi di euro, il potenziamento delle linee di trasporto ferroviario esistenti come alternativa al tunnel.

L’opera non riguarda principalmente l’alta velocità, ma soprattutto il potenziamento del trasporto di merci con la costruzione di un tunnel di 53 chilometri per la cui realizzazione sono previsti fino a 15 anni.
Per avere un’idea precisa sulla situazione mercoledì prossimo ho fissato un incontro al ministero con il presidente della Comunità Montana Ferrentino, mentre ho già incontrato il presidente dell’Osservatorio Mario Virano.

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