2 Gennaio 2009
Il guastafeste - L'opposizione sono io

Riporto un brano tratto da "Il guastafeste", la mia autobiografia pubblicata da "Ponte alle Grazie" e scritta dal mio intervistatore Gianni Barbacetto, dal titolo "L'opposizione sono io" (pag. 16).
Gianni Barbacetto: Il centrodestra ha prima negato di aver voluto con i suoi interventi favorire Retequattro, e poi ha ritirato il provvedimento e rilanciato il dialogo con Veltroni.
Antonio Di Pietro: E allora è cominciato il peggio. Sono arrivate le leggi-canaglia. Dal suo punto di vista, Berlusconi è sempre stato coerente con se stesso: checché se ne dica, si è messo a fare politica per risolvere i suoi guai giudiziari e si è comportato di conseguenza. Anche questa volta, ha messo subito in cantiere le leggi che gli servivano. A Milano lo stavano processando per corruzione giudiziaria perché, secondo l’accusa, avrebbe pagato un testimone, l’avvocato inglese David Mills, per non fargli dire la verità in un paio di processi a proprio carico a Milano. Ma non c’era solo questo, c’era un caso forse perfino più imbarazzante, anche se è rimasto nell’ombra, poco raccontato dai giornali: il procedimento penale aperto a Roma a seguito della denuncia del marito di una bella e giovane nobildonna, Virginia Saint Just, per abusi e favori in cambio di sorrisi e tenerezze varie, denuncia poi in via di archiviazione. Ecco allora che il suo Consiglio dei ministri – suo nel senso letterale, perché se l’è fatto su misura, a proprio uso e consumo – approva in quattro e quattr’otto un disegno di legge, in cui dispone che tutti i processi che prevedono una determinata pena e sono stati commessi fino a un certo giorno – e il processo a suo carico per la corruzione di Mills era oramai alle battute finali e pronto per andare a sentenza – non devono essere più celebrati.
Gianni Barbacetto: È la cosiddetta legge «blocca-processi». Che però non è stata approvata.
Antonio Di Pietro: Certo. Una misura così scandalosa, che avrebbe addirittura bloccato l’intero sistema giudiziario italiano, era inaccettabile. Avrebbe fatto ribellare il Paese intero. Così Berlusconi ha optato per un’altra legge, chiamata « lodo Alfano », dal nome del suo giovane avvocato di studio fatto da lui apposta ministro della Giustizia: non sono più processabili le quattro più alte cariche dello Stato, il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio, il presidente della Camera, il presidente del Senato. Così ha ritirato la blocca-processi, che avrebbe fermato circa centomila procedimenti pur di fermare il suo. Ma con il lodo Alfano ha in cambio violentato immoralmente e incostituzionalmente lo Stato di diritto, perché, d’ora in poi, nel nostro Paese « la legge è uguale per tutti, meno che per quattro persone». Il capo dello Stato, il presidente della Camera, il presidente del Senato e il presidente del Consiglio ora possono commettere ogni tipo di reato, anche spacciare droga, rapinare banche, ammazzare le mogli, corrompere testimoni nelle aule di giustizia – che è poi proprio quello di cui doveva rispondere Berlusconi – ma i processi, durante il loro mandato, non si possono più fare. Insomma, il cittadino non può sapere subito se i suoi principali e più autorevoli rappresentanti istituzionali siano brave persone o meno. Lo potrà sapere solo dopo che hanno finito di governare e quindi quando ormai la frittata è fatta. Ma Berlusconi non si è accontentato solo del lodo Alfano. Questo gli è servito per fermare il processo di Milano. Bisognava fermare anche i giudici di Napoli. Lì, in un altro procedimento giudiziario riguardante il dirigente della RAI Agostino Saccà, stavano venendo fuori intercettazioni alquanto compromettenti per Berlusconi, che evidenziavano suoi interventi – sempre da presidente del Consiglio, nella legislatura 2001-2006 – a favore di alcune signorine e veline varie, che chiedeva di piazzare in RAI a titolo di ringraziamento per favori resi. Individuato il problema, Berlusconi ha subito trovato la soluzione: una nuova legge per impedire sia l’effettuazione che la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche. Da quel giorno, è iniziato un tam-tam da parte dei suoi giornali e delle sue televisioni per convincere gli italiani che i mali d’Italia si risolvono togliendo gli strumenti investigativi ai magistrati. Come a dire che la malattia di un ammalato la si cura eliminando il medico.
Gianni Barbacetto: Intanto, per la «grande riforma» della giustizia che Berlusconi vorrebbe realizzare in tempi stretti, si è tornati alla «bozza Boato» della Bicamerale di Massimo D’Alema: netta distinzione delle funzioni tra magistrati dell’accusa e giudici, due distinte sezioni del CSM, un organismo disciplinare per i magistrati diverso dal CSM, aumento dei membri laici (cioè politici) del CSM, azione penale non più obbligatoria, con la politica che decide quali reati perseguire e quali no… Una parte del centrosinistra ha apprezzato che sulla giustizia si torni a riforme condivise o, come si dice, bipartisan.
Antonio Di Pietro: Questa della « riforma della giustizia » è un’altra delle fisime berlusconiane che purtroppo sta prendendo piede non solo per l’innata idiosincrasia di Berlusconi verso i giudici, ma anche per una malcelata e insana condivisione di tale rancore giudiziario da parte di molti politici, sia di destra sia di sinistra. Ciò a dimostrazione che – in materia di giustizia – non esistono chiari schieramenti contrapposti. E io ne so qualcosa, avendo sperimentato sulla mia pelle, ai tempi di Mani pulite, l’ira bipartisan contro quell’inchiesta. Ora, sia chiaro: effettivamente c’è bisogno di intervenire – e anche urgentemente – sul sistema e sull’organizzazione giudiziaria, ma per renderla più efficiente e più indipendente, non per renderla più sottomessa al governo e alla politica, sottoposta al potere dei forti e dei furbi. Ciò di cui c’è bisogno per far funzionare la macchina della giustizia non sono le riforme dei massimi sistemi, bensì mirati interventi organizzativi, finanziari e procedurali: rivisitazione delle circoscrizioni giudiziarie, accorpamento di uffici periferici sottoutilizzati, riallocamento dei tanti magistrati ancora fuori ruolo, aumento del personale ausiliario, maggiori risorse economiche, ammodernamento delle strutture tecniche e informatiche di supporto, riduzione dei gradi di giudizio, snellimento delle procedure di notificazione, accorciamento dei tempi processuali, delimitazione dei mezzi e delle modalità di impugnazione e così via…
Gianni Barbacetto: I politici non stanno discutendo di queste cose…
Antonio Di Pietro: No. Non si vuole fare nulla di tutto ciò. Con la scusa della riforma della giustizia, si vuole intervenire in materie che mettono a rischio lo Stato di diritto e la stessa tenuta democratica del nostro Paese. Si vuole intervenire sulla separazione delle carriere, per mettere i pubblici ministeri sotto il controllo del potere esecutivo. Si tenta di giustificare la necessità di separare le carriere affermando che i pubblici ministeri devono essere trattati allo stesso modo degli avvocati: in realtà, gli avvocati devono battersi sempre per l’assoluzione dei propri clienti anche se colpevoli, mentre il pubblico ministero deve svolgere sempre indagini anche a favore dell’imputato e deve chiedere la sua assoluzione se si convince che è innocente. Non basta: si vuole intervenire sull’organizzazione e sul funzionamento del CSM – che è il delicato organismo costituzionale di autogoverno della magistratura, garante della sua autonomia dalla politica – prevedendo un maggior numero di componenti eletti per nomina politica (i cosiddetti componenti laici) e spezzandolo in due senza alcuna valida ragione. A che titolo? E perché? Infine, si vuole eliminare l’obbligatorietà dell’azione penale. L’Italia dovrebbe invece andare orgogliosa di questo principio, che la pone all’avanguardia rispetto ad altri Stati: tutti devono rispettare la legge, che si deve applicare a tutti, tutte le volte che vengono commessi reati. Non c’è ragione, infatti, di dire: certi fatti sono previsti come reati, ma poi si stabilisce che non sono perseguibili. La giustificazione formale di una tale proposta è davvero ridicola. Si dice che, siccome non si riescono a fare tutti i processi, allora tanto vale scegliere di farne solo alcuni. No. Se il personale, i mezzi e le strutture non sono sufficienti, devono essere aumentati e ampliati, non si deve rinunciare a intervenire. Allo stesso modo, se le carceri non sono sufficienti per contenere tutte le persone che devono stare in galera, si devono aumentare le strutture carcerarie e non mettere fuori i delinquenti. Invece, così si è fatto anche ultimamente, con « l’indulto Mastella », ancora una volta in « cooperazione colposa » tra centrosinistra e centrodestra. Ora tutti dicono che quella soluzione fu sbagliata. Ma allora perché la votarono? Perché all’epoca vi era interesse da parte di alcuni parlamentari – tipo quelli che si trovavano nella stessa posizione processuale dell’onorevole Cesare Previti, o che avevano amici o clienti che si trovavano nella stessa situazione – a fare in modo che chi doveva ancora andarci, in carcere, non ci andasse proprio. Insomma, quell’indulto non servì tanto a diminuire la popolazione carceraria, che infatti di lì a poco riempì nuovamente gli istituti penitenziari, ma piuttosto a impedire a un manipolo di impuniti di andarci, in carcere.
Gianni Barbacetto: Intanto, la Lega chiede addirittura che i PM vengano eletti dal popolo…
Antonio Di Pietro: M’immagino che cosa succederà in certe zone a forte presenza mafiosa o dove il voto di scambio è pratica di tutti i giorni… Che tipo di magistrati verrebbero eletti? E m’immagino, sotto elezioni, con quali piedi di piombo il magistrato andrà a fare indagini contro persone e gruppi a cui di lì a poco dovrà chiedere il voto! Che cosa proporrà in cambio? Suvvia, siamo seri, se non vogliamo scadere nel ridicolo!
Gianni Barbacetto: Da solo o in accordo con l’opposizione, Berlusconi riuscirà ad arrivare con i giudici a quella che un giorno ha chiamato la «soluzione finale»?
Antonio Di Pietro: Anche in altre epoche storiche è arrivata la « soluzione fi - nale » e poi si è vista la tragedia umana che ne è conseguita. Ora non siamo certo all’olio di ricino di passata memoria, ma i segni premonitori di una nuova dittatura ci sono tutti: controllo meticoloso dell’informazione, sottomissione del potere giudiziario all’esecutivo, abuso del ricorso ai decreti legge, approvazioni forzate di leggi con la mannaia del voto di fiducia, denigrazione e ghettizzazione di ogni opposizione politica non succube o compiacente, legislazione personalizzata e personalistica, impunità costruite a tavolino, uso e abuso di ruoli pubblici per fini privati, scambi di favori con cordate economiche-finanziarie finalizzate al controllo oligopolistico dell’economia pubblica e privata, e così via. Andando avanti di questo passo, non credo che bisognerà ancora aspettare molto prima che la spallata finale avvenga. Per intanto, la « soluzione finale » è vicina per i giudici. Essi rappresentano per Berlusconi ciò che gli ebrei rappresentavano per Hitler: razza infame da eliminare, anzi dementi da mandare nei manicomi. Non lo dico io: lo ha affermato lui stesso! Ma c’è ancora una possibilità di salvezza, anzi due. Innanzitutto e per fortuna, c’è la nostra Costituzione. Gli interventi che Berlusconi e i suoi sodali vogliono fare in materia di giustizia possano essere fatti solo previa modifica della Carta costituzionale. Questo significa che ci vuole il consenso di almeno i due terzi del Parlamento. Non voglio nemmeno pensare che ci sia qualcuno dell’opposizione pronto a vendersi l’anima per questo. Poi ci sono i cittadini italiani che devono essere chiamati a ratificare le modifiche costituzionali e io credo che, alla fine, la maggioranza degli italiani ci penserà due volte prima di buttare al macero le regole che i nostri padri costituenti ci hanno dato con il sangue e con la vita.
Postato da Antonio Di Pietro in il guastafeste