26 Giugno 2009
Il miraggio del Pil -5%
E' inutile che Mario Draghi e Giulio Tremonti si accapiglino. Sono pronto a scommettere che a fine anno il Pil toccherà, nella migliore delle ipotesi, un -5%, perché le riforme strutturali ci sono state sì, ma non in economia. Questi governanti hanno seviziato la giustizia, violato la Costituzione, delegittimato il Parlamento, annientato l’etica, sdoganato l’evasione fiscale, alimentato la logica del "più furbo" e spaccato la società creando un divario sociale da Paese terzomondista.
Non soddisfatti, hanno annientato l’informazione, occupato le frequenze di Stato, instillato la paura del diverso, foraggiato la criminalità organizzata. Insomma, tutto hanno fatto, in tutti i campi, tranne che in economia.
Nessuna manovra importante è stata fatta per assistere le aziende nel contenere i licenziamenti, per sostenere i disoccupati e le famiglie monoreddito, almeno per tutto il 2009, per agevolare i nuclei familiari numerosi, per abbattere le imposte e gli anticipi sull’esercizio successivo in soccorso delle aziende, per versare l’Iva all’incasso e non anticipatamente.
Ma lo sa il governo che le banche hanno circa il 50% delle aziende con problemi d’insolvenza? Che chi lavora con la Pubblica Amministrazione è destinato a fallire poiché viene pagato a sei mesi?
Tornate con i piedi per terra, uscite dai baldacchini di Palazzo Grazioli e dalle tante Ville Certosa in cui vi rinchiudete a festeggiare e scendete nelle strade, tra la gente, per avere il polso del Paese.
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"DELIRI NAZIONALI" | |
| "La decenza è ampliamente superata. Il Silvio nazionale è uscito di senno dichiarando: “Io sono fatto così e non cambio. Se mi vogliono, sono così” e ha chiosato, trattando da beoti gli italiani: “E gli italiani mi vogliono: ho il 61%. Mi vogliono perché sentono che sono buono, generoso, sincero, leale, che mantengo le promesse.” .
Signora Emma Marcegaglia, signor Mario Draghi, signori rappresentanti di sindacati e signori imprenditori e lavoratori, oggi il mio appello è tutti voi: un po’ di coraggio, scaricateli, non avete bisogno di loro.
Con questa gentaglia arrogante non si tratta, si fa la guerra, prima che ci lascino in braghe di tela mentre loro brindano a champagne, caviale ed escort." | ||
| Antonio Di Pietro | ||
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17 Giugno 2009
Risvegli

Siamo alla sceneggiatura del libro di Oliver Sacks da cui e' stato tratto il film con Robert De Niro e Robin Williams: "Awakenings", in italiano "risvegli".
Fino a un anno fa l'unico a parlare di Mister 1%, con le sue reti televisive in concessione praticamente gratuita, era soltanto il sottoscritto. Ora c'e' anche La Repubblica che, tra ieri e oggi, ha pubblicato due articoli illuminanti sugli affari d’oro di Mediaset e del suo patron: il Presidente del Consiglio.
Sul conflitto d’interessi più vistoso del mondo occidentale ho alcune riflessioni da suggerire a La Repubblica e ad altri buon intenditori.
Perché l’Antitrust non è intervenuta in occasione dell’invito-monito del Presidente del Consiglio “a non dare soldi ai media che cantano il pessimismo”, da intendersi come “ostacolo nell’attività di propaganda”? In quel caso, alla faccia della libera concorrenza, potrebbe profilarsi il reato di aggiotaggio poiché alcuni media, non di sua proprietà, appartengono a società quotate in borsa oltre che concorrenti.
Perchè nei precedenti governi nessuna maggioranza ha fatto una legge, o un decreto, per portare a un 20% del fatturato, invece dell’1% attuale, il prezzo delle concessioni per le frequenze radiotelevisive? Perché oggi dall’opposizione ne parla solo Italia dei Valori?
Perché le aziende di Stato e le maggiori imprese italiane hanno improvvisamente dirottato i loro investimenti pubblicitari sulle reti Mediaset, nonostante gli indici d’ascolto premino le reti di Stato? Quanti Callisto Tanzi (cfr articolo di oggi di La Repubblica) ci sono nel nostro tessuto industriale? Quante “Parmalat”?
Che mezzi di convincimento ha usato Silvio Berlusconi in veste di Presidente del Consiglio nei confronti di amministratori e azionisti di queste “new Parmalat”? Li ha incontrati uno ad uno come Tronchetti Provera a Portofino o in gruppo a margine di qualche apparizione in Confindustria?
E da ultimo, perché nessuno parla più, se non Italia dei Valori, del rispetto della sentenza della Corte di giustizia europea nell’assegnazione delle frequenze televisive abusivamente occupate da Emilio Fede a Europa7?
Piccoli risvegli. Meglio tardi che mai.
Leggi anche:
Berlusconi, "Mister unpercento"
Soldi italiani, regali piduisti
L'Italia ha bisogno di futuro
Beni pubblici, profitti privati dei concessionari
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30 Maggio 2009
Le responsabilita' di Draghi e Marcegaglia

Mi accusano di perseguitare un corruttore, di essere “sfascista” e antiberlusconiano. Io, invece, mi sento un partigiano della nuova resistenza. Non ho fretta, il tempo ed i cittadini mi daranno ragione.
Come posso tacere con un Presidente del Consiglio che, nonostante la sua carica, si permette di tacciare come eversivi i magistrati che hanno l'unica colpa di voler fare il proprio dovere e che definisce “grumi sovversivi” coloro che hanno condannato un corrotto, non potendo condannare anche il corruttore? Noi vorremmo occuparci della crisi del Paese, dell'occupazione, di ammortizzatori sociali, di infrastrutture, di energie rinnovabili, di controllo dei flussi migratori ma in Parlamento si mettono in discussione, quando non sono decreti, solo leggi contro le intercettazioni, contro il sistema costituzionale, contro la libera circolazione degli individui in Europa, più simili alle leggi razziali del ventennio fascista che a manovre capaci di risolvere il fenomeno.
Il dibattito politico oggi è in mano alle parti sociali, ai sindacati, alle associazioni industriali e dei consumatori, alla Banca d'Italia, a Legambiente. Il governo ha completamente tolto questo ruolo ai cittadini.
Draghi, governatore della Banca d'Italia, ieri ha dipinto un quadro economico del Paese sconcertante in un contesto in cui il prodotto interno lordo segna un -5% e lascia sperare ben poco senza interventi drastici in tutti i settori. Ha auspicato il completamento degli ammortizzatori sociali, la ripresa degli investimenti pubblici, le azioni di sostegno della domanda e del credito. Ma il governo nicchia e fa la parte dell'asino o semplicemente se ne frega, assorto a gestire il gossip della famiglia Berlusconi e l'informazione è assente, di facciata e defunta.
Quelli di Draghi sono gli stessi auspici fatti da Emma Marcegaglia nell'incontro tra Governo e Confindustria della scorsa settimana. Le risposte di Silvio Berlusconi, alle richieste degli industriali, furono chiacchiere e una vergognosa arringa contro la magistratura. Anche in quell'occasone Berlusconi volle infatti condividere con la platea i suoi problemi giudiziari più che una strategia per uscire dal tunnel della crisi. Vorrei comprendere la preoccupazione sia di Draghi che degli industriali, ma si è credibili quando si bacchetta un sistema che si risiede, solo se si include l'autocritica verso il proprio operato. Dov'era il governatore Draghi quando il crack economico ha investito le banche e la lordura finanziaria che la Banca d'Italia aveva visto crescere? Perché non si è provveduto a tutelare, oltre alle banche anche i risparmiatori, vittime di raggiri che alimentavano ed alimentano compensi da capogiro, stock option di manager e galoppini senza scrupoli?
E il presidente Marcegaglia perché non ha preso le distanze da quegli ignobili applausi che hanno riempito la sala durante l'attacco di Silvio Berlusconi alla magistratura, umiliando così quella parte sana del tessuto imprenditoriale che non si riconosce in un corruttore ed evasore fiscale? I risparmiatori, gli operai, le banche e le imprese aspettano solo un gesto di coraggio per riscattare un sistema ed un Paese in cui è sempre più difficile riconoscersi. Chi ha questa responsabilità, signor Draghi e signora Marcegaglia? Chi ha il dovere di avviare un processo di cambiamento che porti l'Italia verso un futuro migliore dell'attuale drammatica situazione?
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21 Maggio 2009
Un tappo per il Paese, un problema per la democrazia
Ieri abbiamo assistito ad un programma di propaganda: ‘Porta a Porta’. Il programma in onda sulla televisione pubblica attraverso il quale Silvio Berlusconi gestisce le sue beghe private, di famiglia e quelle giudiziarie. In studio, tra gli altri, c’erano Massimo Donadi, capogruppo dell’Italia dei Valori alla Camera e Niccolò Ghedini, avvocato di Silvio Berlusconi che, quando non è in tribunale a difendere il suo cliente, è alla Camera tra i banchi di Montecitorio per votare la fiducia al governo.
Com’era prevedibile, anche per la vicenda Mills, Berlusconi ha affermato che la colpa è dei giudici che sono di sinistra, così come è stata la sinistra ad aver manipolato la signora Veronica Lario nella richiesta di separazione. La verità è che questo signore rappresenta un tappo per lo sviluppo del Paese, un pericolo per la democrazia, un continuo indebolimento della nostra credibilità internazionale e, dunque, un danno economico.
Se oggi rappresentassi un’azienda straniera o una multinazionale e dovessi scegliere dove investire i miei capitali, non penserei mai all’Italia, un Paese dove le più elementari certezze del diritto posso venire meno da un decreto all’altro, dove si è dissolto ogni barlume d’etica delle istituzioni, assediate da un governo che esprime una moralità decadente. Un Paese nel quale il Presidente del Consiglio dichiara l’inutilità del Parlamento, lasciando sottendere la volontà di sciogliere le Camere, riportando il Paese a rivivere sensazioni vecchie di qualche decennio.
Un Paese nel quale il reato di apologia del fascismo, di evasione fiscale e di corruzione, ormai passano in prima serata nell’indifferenza dell’opinione pubblica tra un varietà e un ‘Porta a Porta’.
Italia dei Valori non si fermerà come unica opposizione e se essere tacciati di “anti-berlusconismo” significa lottare per la democrazia, allora siamo tutti “antiberlusconiani”.
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18 Maggio 2009
Scaricabarile
I salari degli italiani sono fra i più bassi d’Europa, mentre la loro tassazione ed il costo del lavoro sono tra i più alti. I nostri precari sono senza paracaduti sociali, il debito pubblico italiano è il quinto del pianeta (fonte Ocse).
Non basta legare le retribuzioni agli utili, leva, tra l’altro, ampiamente utilizzata nelle aziende per incentivare il lavoro delle persone. Liquidare il rapporto Ocse con questa finta panacea, significa spostare il problema dalle spalle dello Stato a quelle dei lavoratori e delle aziende.
Si deve stroncare l’evasione fiscale, contemporaneamente ridurre la pressione fiscale sulle piccole e medie aziende, estendere i sussidi di disoccupazione ai licenziati per tutto l’esercizio 2009, controllare le aziende che hanno impropriamente utilizzato la cassa integrazione per mettere in outsourcing i propri costi, detassare gli straordinari, agevolare le assunzioni con sgravi nei primi tre anni di lavoro, restituire i Tfr alle imprese invece di fagocitarli per sostenere una macchina burocratica fatta di enti, para enti, province e fondazioni inutili.
I cittadini e le piccole imprese hanno bisogno di soldi veri e subito, non se ne fanno nulla di soluzioni da manager della vecchia finanza, di stock option, che si sono rivelate cambiali senza copertura nella miriade di crack a cui abbiamo assistito nell’ultimo anno. Per chi afferma che i dipendenti devono condividere il “rischio di impresa”, rispondo che con i loro contratti precari e mal pagati, con una famiglia sulle spalle, molti lavoratori hanno già dato.
Non è credibile un Governo che vede serrare ogni giorno i battenti di migliaia di aziende e finire in mezzo ad una strada altrettanti lavoratori e che chiede ai cittadini, lavoratori e piccoli imprenditori, di farsi carico di risolvere un problema le cui principali responsabilità risiedono nello Stato stesso e nelle sue inefficienze.
PS: Sabato 23 maggio sarò a Napoli al Palapartenope alla manifestazione “Lotta per i diritti” per sostenere Luigi de Magistris e Sonia Alfano, candidati alle elezioni europee nelle liste di Italia dei Valori. La giornata sarà trasmessa in diretta streaming da questo blog.
I diritti violati nel nostro Paese sono molti, troppi. Dal diritto di esprimere le proprie idee in una piazza, a quello di poter lavorare ed avere una famiglia. Ogni giorno un paletto alle nostre libertà, ogni giorno un bavaglio, ogni giorno un passo più lontano dalla democrazia.
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15 Maggio 2009
La differenza tra la crisi mondiale e quella nostrana

Nei primi tre mesi del 2009 il prodotto interno lordo (Pil) dell'Italia ha subito una variazione su base annua pari a -5,9%. Per il governo non c’è problema, era tutto calcolato, e poi la crisi è mondiale e quindi “mal comune mezzo gaudio”. Qualcuno ha perfino detto “c'è un rallentamento del peggioramento”, sofismi difficili da raccontare alle migliaia di lavoratori che hanno perso il lavoro e che lo perderanno da qui a fine anno.
Il governo ha gestito male la crisi con manovre tardive, inefficaci che spesso hanno anche aggravato la situazione. Se chiedessi ad un cittadino:“mi dica cosa ha fatto questo governo per metterle dei soldi in tasca?” Più della social card non credo saprebbe rispondermi, ..ignorando tra l’altro che l’ha avuta un cittadino su tre degli aventi diritto!
Il governo non si è occupato di crisi economica ma di bavaglio alla giustizia, di intercettazioni, di lodo-salvapremier, di ronde, di Impregilo, di Eni, di Cai, di Raiset e di altre vicende private e parapubbliche che nulla hanno a che fare con il benessere dei cittadini.
E’ vero, la crisi è mondiale, ma gli altri Paesi all’uscita dal tunnel troveranno le energie rinnovabili, un’industria risanata, un sistema finanziario concorrenziale e sotto controllo, nuove relazioni internazionali, e nuove opportunità di una nuova economia. L’Italia, invece, si ritroverà il nucleare di Berlusconi, decine di inceneritori, un territorio cementificato dal partito dei costruttori, un’economia in mano ad un clan affaristico molto ristretto ed un sistema bancario pressoché monopolistico, in un Paese dove mancheranno i più basilari diritti umani e libertà democratiche. E’ qui la differenza tra la crisi mondiale e la crisi nostrana.
Questa sera, alle 21:15, dal blog trasmetterò la diretta streaming da Palermo: “Informare per resistere” , manifestazione a cui parteciperò insieme a Sonia Alfano, Beppe Grillo, Giocchino Genchi e Luigi De Magistris
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21 Aprile 2009
Iveco, la crisi si respira
Riporto il mio intervento in conferenza stampa a Brescia dove ho incontrato i sindacati, l’associazione Artigiani, Confapi, Confederazione Nazionale Artigiani e le maestranze dell'Iveco.
Tra le proposte per l'occupazione abbiamo incluso: i contratti di solidarietà, la cassa integrazione anche per i precari, l'indennità di disoccupazione elevata a 1000 euro al mese, la detassazione degli aumenti salariali, il divieto di licenziamento per le aziende che usufruiscono di aiuti statali, e ancora: sì al contratto unico europeo.
La crisi, come potrete ascoltare anche dalle parole di Maurizio Zipponi, sindacalista e candidato alle elezioni europee con l'Italia dei Valori, e dalle testimonianze dei lavoratori, nel servizio sottostante, è tutt'altro che passata, come si affrettano a rassicurare gli organi di governo.
Forse è passata per chi non l'ha nemmeno sentita sulla sua pelle, non di certo per le migliaia di operai in cassa integrazione, per i precari dell'istruzione scolastica finiti in mezzo ad una strada, per le partite iva che hanno chiuso a decine di migliaia su tutto il territorio. Per loro la crisi c'è, e chissà per quanto ancora.
Domani, 22 aprile, parteciperò al Convegno dell’Unicobas sulla scuola, presso l’Aula Magna dell’Itis “Galilei” (V. Conte Verde, 51- Roma) in cui illustrerò i due disegni di legge sulla scuola a tutela del personale docente
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24 Marzo 2009
Beni pubblici, profitti privati dei concessionari

Berlusconi dichiara dieci volte meno al fisco italiano anno su anno. Solo 14 milioni di euro. Nessuno verserà una lacrima, neanche le migliaia di disoccupati della crisi economica.
Da questa notizia balzata alla ribalta di tutti i giornali, anche quelli internazionali, se ne deduce che comunque Silvio Berlusconi continua a guadagnare ancora un sacco di soldi grazie alle concessioni ottenute dal sodale Bettino Craxi e mai rimesse in discussione dai governi successivi.
Mi domando peraltro come mai abbia dichiarato solo 14 milioni, vista la considerevole crescita di investimenti delle aziende di Stato in pubblicità sulle reti Mediaset, a scapito della RAI, come evidenziato in un articolo de L’Espresso del 12 marzo.
Mi domando come mai in una situazione dove il governo chiede sacrifici alla popolazione non vengano riviste e portate ad un congruo prezzo del 20% del fatturato, invece dell’1% attuale, le concessioni di Stato, tutte, comprese quelle per le frequenze radiotelevisive del “povero” Silvio Berlusconi. Mi domando cosa stiano facendo i colleghi in Parlamento e perché mantengano il silenzio su questa immensa regalia di Stato. Prima di proporre una patrimoniale ai redditi sopra i 100 mila euro proporrei un recupero del 19% di concessioni non versate ai cittadini negli ultimi dieci anni almeno.
Le concessioni pubbliche vanno riviste, da quelle televisive a quelle autostradali, a quelle dell’acqua, a quelle energetiche. Non sono accettabili utili da capogiro su beni di mercato in situazioni praticamente da monopolio di beni primari.
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23 Marzo 2009
Luigi de Magistris: chiarezza sui fondi europei
D.Martinelli. Lei andrà a Bruxelles, ovviamente se sarà eletto: pensa di occuparsi del destino dei fondi europei, visto che non si sa mai da chi partono, dove sono destinati e tramite chi?
L. de Magistris: Se dovessi essere eletto il tema della trasparenza, dell'onestà e della legalità sarà il filo conduttore che caratterizzerà la mia attività e quella di tutte le persone che verranno elette nella lista proposta dall’Italia dei Valori. Il tema dei finanziamenti pubblici è uno dei più importanti perché si tratta del modo con cui vengono investite le somme di tutti, non solo quelle degli italiani.
Noi dobbiamo essere attenti all'immagine del nostro Paese. Per adesso ci conoscono come una nazione che ha sperperato ingenti somme di denaro pubblico senza produrre lavoro, progresso e senza aver avuto una crescita dal punto di vista economico. Dobbiamo dare un'immagine diversa.
Basta con i politici che fanno chiacchiere e che vanno a Bruxelles solamente per fare i propri interessi e quelli dei loro amici. Dobbiamo dire, innanzitutto, che i finanziamenti pubblici non vanno necessariamente aboliti con la scusa che possono creare mera assistenza. Il problema è in che modo vengono investiti, come vengono spese le somme che sono destinate all'Italia.
Io credo che bisogna fare come in Spagna o in altri Paesi, dove il denaro pubblico è stato destinato soprattutto alle zone più disastrate dal punto di vista economico. Pensiamo all'Italia meridionale. Le somme devono essere gestite in modo corretto e devono servire soprattutto a creare impresa nel senso buono, veicolare sostanzialmente attività che non siano dannose per il territorio, ma che creino uno sviluppo sostenibile nel rispetto delle risorse naturali.
Queste somme servirebbero in zone come la Calabria, ma anche in altre zone del Sud come, ad esempio, la Campania, la Puglia e la Basilicata, dove c'è un tasso di disoccupazione enorme. Questo denaro servirebbe a migliorare la situazione economica e a creare posti di lavoro. Ovviamente non deve avvenire quello che è accaduto negli scorsi anni, quando si è potuto ricostruire con diverse inchieste giudiziarie, non solo quelle, ovviamente, da me condotte e delle quali non parlo. Attraverso una gestione illegale del denaro pubblico si sono creati una serie di comitati d'affari che hanno gestito in modo illegale questi soldi. Hanno condizionato l'intero sistema economico e hanno soffocato l'impresa privata libera creando un'economia che ruota attorno alla spesa pubblica, controllando tutti gli appalti, i progetti, gestendo tutte le assunzioni, controllando anche il voto e producendo, alla fine, quella che io chiamo una sorta di metastasi democratica e una corruzione sistemica davvero impressionante.
Adesso c'è l'occasione per voltare pagina. Non sono soltanto le elezioni europee, che sono il primo passaggio straordinariamente importante, ma anche la possibilità di costruire, tutti insieme, un cantiere che porti trasparenza e legalità, che non può che comportare sviluppo, rispetto del nostro Paese e, come io sono certo, un'immagine finalmente diversa da non doverci più vergognare di essere italiani quando andiamo in Europa.
D.Martinelli: Una domanda d'obbligo gliela devo fare per quanto concerne le critiche che le sono già giunte da diverse parti, non le chiedo di analizzarle una ad una perché potrebbero non interessarci.
L. de Magistris: Anche perché sono tante.
D.Martinelli: Esatto, ma come ci si sente quando si è criticati, da Pubblico Ministero prima e da candidato politico ora?
L.de Magistris: Guardi, sono molto abituato, ovviamente, perché io, per anni, ho svolto l'attività di Pubblico Ministero a livelli impegnativi, quindi sono stato impegnato anche da magistrato e sono stato sottoposto in modo, secondo me ingiusto, a critiche serrate alle quali non mi sono, ovviamente, sottratto. Adesso, da politico, sono ancor più contento di essere destinatario di critiche che favoriscono il dibattito e il confronto. Credo che la dialettica politica sia il sale della democrazia, poi le accuse false e infondate non mi toccano più di tanto, perché io credo che non dobbiamo far perdere tempo agli italiani con un "ping pong" di battute su ciò che "quello ha detto e tu che rispondi", ma di ciò che realmente interessa il nostro Paese: il lavoro, l'economia, l'ambiente e la giustizia.
Ripeto, ci metterò tutto l'entusiasmo e la passione per costruire un nuovo modo di fare politica insieme agli altri amici che hanno deciso di scegliere questa opportunità che ci ha dato l’Italia dei Valori.
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10 Marzo 2009
L'Italia ha bisogno di futuro

Domenica per il Presidente del Consiglio la crisi "c'era ma non era grave", fino al giorno prima "non c’era", ieri "era grave ma senza miseria". Silvio Berlusconi, come ho già scritto, è inadeguato a gestire la crisi, il suo piano di ripresa economica si ferma all’edilizia delle lobby, al nucleare dell'Enel, e alle televisioni di cui è proprietario. La sua visione del futuro per l'Italia è piuttosto semplicistica: un'elité di amici fatta di palazzinari e finanzieri, molto ricchi, il resto della popolazione divisa in carpentieri, disoccupati, e pensionati con la social card. Nessun progetto credibile per rilanciare il paese al di là di spot e scelte senza futuro come il ponte sullo stretto di Messina.
Ma Berlusconi è oltremodo ottimista. Perché?
I cittadini capirebbero meglio il suo stato d’animo dalla visione delle cifre che ha intascato, riportate in un articolo di Italia Oggi, per i dividendi delle sue società. La cifra è da capogiro: 160 milioni, il 50% più di quelli ricevuti nel 2008. I risultati delle stesse società, spiega l’articolo con una punta di sarcasmo, sono in “controtendenza” rispetto al mercato, grazie alle concessioni statali, preciserei.
In un momento di crisi come questo non è pensabile mantenere le concessioni di Stato a prezzi di “cortesia”, ovvero quasi gratuite.
Lo Stato chiede sacrifici alla popolazione e vanno quindi subito riviste, nei confronti di chi realizza enormi profitti grazie allo sfruttamento di infrastrutture pubbliche, le rendite di concessione.
Per le concessioni delle frequenze su cui trasmettono le reti Mediaset, lo Stato riceve la miseria dell’1% del fatturato di RTI, una delle tante società di famiglia Berlusconi, da cui non transitano neppure gli enormi ricavi pubblicitari ottenuti grazie ad esse. Una beffa.
Il 20 gennaio nell’articolo “Berlusconi, mister unpercento” scrissi che avrei depositato, così come poi ho fatto, un'interrogazione a risposta scritta per chiedere spiegazioni al ministro dello Sviluppo economico.
Sono in attesa di quella risposta, che non è ancora arrivata, ma che continuerò a chiedere.
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20 Gennaio 2009
Berlusconi, ''mister unpercento''

Le concessioni radiotelevisive costano al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi l’uno per cento del fatturato che ne ottiene. Avete letto bene. Lo Stato italiano regala da anni alla Mediaset, attraverso RTI, il 99% degli introiti che ne ottiene. Solo l’uno per cento rimane allo Stato.
Le frequenze su cui Mediaset trasmette sono dello Stato italiano che le può dare in concessione a qualunque società ritenga. Mediaset o altre. La logica vorrebbe che la concessione porti principalmente soldi alle casse dello Stato, non ai privati. La ricchezza del signor Berlusconi, dell’imprenditore Berlusconi, deriva da una “graziosa” concessione ottenuta prima da Craxi con un una tantum annua ridicola e poi dal Governo D’Alema nel 1999, con la legge un per cento (pagina 32: legge 488, art.27 comma 9, del 23 dicembre 1999). Legge mai messa in discussione dagli altri Governi che lo hanno seguito, tra cui ovviamente i suoi.
Il signor unpercento è ricco e continua a incrementare le sue ricchezze in virtù di una legge che gli regala letteralmente le frequenze radiotelevisive. Paga l’un per cento dei ricavi. Ma quale cittadino può avere in concessione un bene dello Stato pagando solo l’un per cento dei ricavi? Nessuno, se non Berlusconi. La legge che regolamenta le concessioni radiotelevisive va cambiata immediatamente. E’ una legge parassitaria che toglie agli italiani, a tutti gli italiani, un reddito enorme, di loro competenza, per donarlo al presidente del Consiglio. Una vera rapina a norma di legge.
Il Gruppo Mediaset vive alle spalle degli italiani. Nel 2007 ha fatturato oltre 4 miliardi di euro, di cui 2.5 miliardi derivanti da pubblicità delle Reti Mediaset. Invertiamo le percentuali: allo Stato il 99%, a Mediaset l’un per cento. L’Italia dei Valori presenterà un’interrogazione parlamentare su questo vero esproprio di reddito degli italiani da parte di Silvio Berlusconi.
P.s. Risultato Operativo 2007 del Gruppo Mediaset (EBIT): 1,49 miliardi di euro.
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12 Gennaio 2009
Il Paese affonda, Berlusconi pensa a se'

I giornali di oggi riportano due notizie : “Bot, rendimenti ai minimi. Bankitalia debito record” e “Giustizia, il diktat di Berlusconi”.
Il comportamento del governo è identico a quello de Il Giornale di Mario Giordano, manomorta del Presidente del Consiglio, che calunnia Di Pietro mentre i carri armati israeliani entrano a Gaza. Persone che vivono da parassiti e non hanno la minima idea delle priorità per i cittadini. Così come un parassita, intento a sostentarsi, non si pone il pensiero della sopravvivenza del suo ospitante.
In futuro nessuno avrà intenzione di finanziare lo Stato, perché nello Stato, in questo Stato, chi ha lungimiranza economica e finanziaria ha scarsissima fiducia. I livelli del debito pubblico italiano, salito a 1670 miliardi di euro, e la credibilità di chi governa, sono la causa della sfiducia del mercato. L’unica notizia positiva dell’articolo sembra essere l’aumento delle entrate fiscali su cui mi dispiace rattristare Tremonti, ma il merito dei maggiori introiti va attribuito a Bersani e al precedente governo Prodi che si erano impegnati a combattere l’evasione fiscale, più che giustificarla. Ricordo invece a Tremonti che nel 2009, per effetto della crisi economica, sono destinate a scendere, anche bruscamente.
In questa situazione drammatica Berlusconi pontifica su una riforma della Giustizia alla “sua maniera”, vale a dire anche senza la convergenza dell’opposizione. Dettaglio che non era necessario specificare visto il ruolo di rappresentanza a cui è stato relegato il Parlamento in questi 11 mesi.
I cittadini non vogliono il bavaglio alle intercettazioni di Saccà, né un Lodo per il processo Mills, vogliono sapere se potranno dormire tranquilli per i Bot a tre anni su cui hanno investito tutti i loro risparmi o per la pensione dei loro genitori.
Ma Berlusconi, pagato dai cittadini per affrontare i problemi del Paese, affronta solo i suoi, ovviamente giudiziari, che altri problemi può avere uno come lui?
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4 Gennaio 2009
Malpensa truffata

"Cornuti e mazziati' dal Governo Berlusconi. Così sono finiti i lavoratori di Malpensa e tutte le imprese e i cittadini della Lombardia e del Nord alla conclusione della vicenda Alitalia.
La scorsa primavera Berlusconi e la Lega, quand'erano ancora all'opposizione, bloccarono la vendita di Alitalia ad Air France perché, a loro dire, avrebbe penalizzato lo scalo di Malpensa e, quindi, tutta l'economia lombarda. Ora che sono al Governo hanno chiuso l'affare proprio con Air France, con l'aggravante però che i debiti della vecchia Alitalia (pari ad oltre 3 miliardi di euro) sono stati messi a carico dei contribuenti italiani, mentre prima se li accollava Air France, e con l'ulteriore aggravante del licenziamento in corso per oltre 12 mila dipendenti Alitalia e più del doppio che ci saranno nel mercato dell'indotto attorno allo scalo di Malpensa. Inoltre, c'è da considerare che attraverso il finanziamento ad Expo 2015 sono venuti a mancare i soldi per il potenziamento al sistema autostradale e ferroviario, fondi voluti fortemente dal governo Prodi.
Insomma, è la solita "truffa alla Berlusconi", di cui gli italiani sono tenuti all'oscuro solo perché i mezzi di informazione o sono in mano allo stesso Berlusconi o , come nel caso del servizio pubblico, sono sottoposti ai suoi veti e alla sua influenza.
L'Italia dei Valori già dal prossimo giovedì 8 gennaio parteciperà alla manifestazione pubblica di protesta e denuncia, che farà proprio a Malpensa per sollecitare l'opinione pubblica a vigilare su quest'altro misfatto a favore dei 'furbetti del CAI', a cui Berlusconi ha voluto regalare la nostra compagnia di bandiera.
E ci auguriamo che anche la Lega – sulla cui onestà intellettuale nell'avere a cuore l'economia del Nord non dubitiamo – sappia trovare la forza per opporsi al disastro economico imprenditoriale che sta per abbattersi attorno allo scalo milanese di Malpensa. E l'augurio è che la Lega questa volta voti con coraggio gli emendamenti che tendono a liberalizzare il mercato su Malpensa aprendo a tutte le compagnie aeree. Coraggio non avuto nei provvedimenti cosiddetti 'Salva Alitalia', proposti dal governo Berlusconi l'estate scorsa, lasciando così l'IdV sola in questa battaglia.
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13 Dicembre 2008
Social Card: profonda indignazione
Pubblico la lettera di un cittadino sulla Social Card (leggi anche il mio articolo "La bufala della Social Card"). La lettera termina con degli interrogativi che mi stringono il cuore e generano una rabbia ed un senso di profonda indignazione.
Quanti cittadini devono ancora prendere per i fondelli questi professionisti della menzogna al governo? Quanto devono ancora subire i cittadini per svegliarsi dal torpore delle coscienze?
Romandini Riccardo è abruzzese, qualcosa può farla lui, e subito, da domani.
Può andare a votare il futuro e spingere tutti i suoi cari ed amici a votare il cambiamento. Che non può essere rappresentato certo dal Pdl.
"Caro Antonio,
giovedì ho accompagnato i miei genitori di 75 e 78 anni e con un reddito di 450 e 480 euro ciascuno, presso l'ufficio postale di Silvi Marina, in provincia di Teramo, per ritirare i moduli della "social card" presso l'Ente Patronato.
Ma davanti al commercialista dell'Ente, la grande sorpresa, o l’immensa bufala. Secondo la legge, che stabilisce i requisiti per l’attribuzione della stessa, i miei genitori non hanno diritto alla "social card", poiché nell'abitazione di cui usufruiscono e risiedono, senza esserne proprietari, ma usufruttuari, vi è il "garage". Vien da sorridere ma è così, il garage viene considerato "immobile di lusso", quindi fa reddito. Anche se ne usufruisci, ossia anche se non lo possiedi. Questo è stato sufficiente per non avere avuto riconosciuto il diritto alla "social card". Assurdo!
Spero lei consideri il fatto sconcertante e voglia renderlo pubblico. Gli italiani non meritano di essere presi più in giro in un momento in cui la solidarietà e l’aiuto dello Stato dovrebbe rappresentare un dovere.
Nella giornata di oggi mio padre ha saputo dall'Ente Patronato, che altri pensionati non hanno ricevuto lo stesso diritto per lo stesso motivo e che sarebbero andati a protestare nelle sedi INPS interessate.
In Italia i proprietari di immobili superano 85% della popolazione e di questo il 75% ha un garage. Questo governo lo sapeva anche prima di fare la bufala della SOCIAL CARD. E allora a chi pensava di darne i benefici? Perché allora non ha spiegato prima queste cose ai cittadini, invece di illuderli, e mortificarli?
Come si può commettere un'azione così meschina nei confronti di persone anziane e deboli, che non sanno come difendersi?
Romandini Riccardo"
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6 Dicembre 2008
Energia, altro treno perso

La Finanziaria arresta lo sviluppo del nostro Paese in ambito ambientale ed energetico.
Mentre gli Stati più avanzati cercano soluzioni alternative al petrolio, all’incenerimento, al nucleare, il Governo Berlusconi punta esattamente su un modello che tra qualche anno escluderà l’Italia dal mercato dell’energia.
Il taglio per le detrazioni fiscali sul risparmio energetico contenuto in Finanziaria è infatti uno dei tanti tasselli che impedirà al nostro Paese di sviluppare l’industria legata alla produzione di impianti e tecnologie del futuro. Una volta perso questo treno l’Italia non potrà, come accade già oggi per le vecchie forme di energia, che acquistare dagli altri Paesi impianti e forniture.
Tra qualche anno cadrà la barriera artificiosa tra energia e energia rinnovabile perché l’energia utilizzata sarà prevalentemente rinnovabile, ossia non esauribile.
Il nucleare è fallito ancor prima di nascere, la Francia, il maggior sponsor in Europa dell’energia dell’atomo, la vuole dismettere e tenta di vendere ad altri Paesi una tecnologia obsoleta che gli ha generato ingenti perdite economiche.
In Europa nel 2007 l'eolico ha prodotto più elettricità del nucleare, gli impianti eolici costruiti nel periodo 2008-2012 produrranno una quantità di elettricità pari a due volte e mezza quella del nuovo nucleare. Il solare è sulla stessa strada.
La risposta del centrodestra a queste previsioni di sviluppo è l’approvazione del 1441 ter, un disegno di legge approdato al Senato dopo essere stato approvato alla Camera, che espropria le Regioni della competenza di valutare l’impatto ambientale per impianti di estrazione petrolifera e di localizzazione di siti nucleari. In sostanza, sarà Berlusconi a decidere dove costruire pozzi di estrazione petrolifera e centrali nucleari alla faccia del federalismo.
I motivi di queste scelte anacronistiche sono chiari: le lobby economiche dell’energia sono profondamente colluse con il sistema di controllo politico da cui ricevono agevolazioni.
L’Italia, grazie a queste scelte contrarie all’ambiente e allo sviluppo economico è sempre più isolata in Europa e nel mondo.
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2 Dicembre 2008
Più consumi e più tasse
Pubblico il video ed il testo di una mia breve intervista, rilasciata ieri a Montesilvano, in provincia di Pescara, sul tema del pacchetto “anti-crisi” e sul contenuto del provvedimento che colpisce gli abbonamenti Sky.
Domanda: Una battuta di politica nazionale che riguarda il pacchetto varato da Tremonti e che riguarda gli investimenti, soprattutto i risparmi delle famiglie. L'aumento dell'IVA SKY è l'ultima uscita di questa coalizione di centrodestra che a quanto pare penalizzerà soltanto SKY e in misura minore Mediaset Premium. Cos'ha da dire in merito a questo provvedimento?
Antonio Di Pietro: In realtà quel che più ci preoccupa non è tanto che penalizzi una rete televisiva e ne favorisca un'altra, che già è grave, ma preoccupa il fatto che poi alla fine chi ci rimette è sempre "pantalone". E' sempre il cittadino italiano. Qui cos'hanno fatto? Hanno aumentato l'IVA, che la paga il consumatore finale, il cittadino italiano. Bene o male SKY farà da passacarte, da partita di giro. Riceve l'IVA e paga l'IVA. Magari avrà qualche cliente in meno perché costerà di più, ma chi ci rimette è soprattutto il cliente, che se vuole un servizio deve pagare di più.
Insomma, vi ricordate cos'ha detto il Presidente del Consiglio? Dovete consumare di più. Ma se me lo fai pagare di più consumo di meno, e non consumo di più! Questo lo capisce pure mio nipote che ha cinque anni.
Ma pure Berlusconi lo capisce, per questo vi frega.
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30 Novembre 2008
Concorrenza governativa

Nel pacchetto ironicamente denominato “anti-crisi” è contenuto un provvedimento che colpisce gli abbonamenti della pay-tv, ossia Sky. Il provvedimento raddoppia l’iva dal 10 al 20%.
Silvio Berlusconi sta utilizzando, ancora una volta, lo Stato e la sua posizione in conflitto di interessi per favorire le sue televisioni. Lo fa invitando grottescamente i cittadini a consumare di più ma prelevando ulteriori soldi dalle loro tasche.
Il rilancio dei consumi millantato in comizi e apparizioni televisive si è arrestato a misure fittizie e di facciata come quelle della social card. Se Berlusconi avesse voluto rilanciare i consumi avrebbe ridotto l’iva come è accaduto in Inghilterra dove Gordon Brown ha annunciato la riduzione dell’iva dal 17,5 al 15%. La realtà è che questa manovra mira a colpire l’unico vero concorrente sul mercato di Mediaset , Sky, un’azienda che in questi anni, come afferma il suo amministratore delegato Italia Tom Mockridge, ha creato migliaia di posti di lavoro investendo continuamente per lo sviluppo dell’azienda in Italia. Non basta, colpisce anche 4,6 milioni di famiglie. L’azienda di Cologno finge in pubblico di indignarsi, ma brinda in privato nella villa di Arcore, visto che la manovra sarebbe comunque insignificante poiché colpirebbe una parte marginale del business di famiglia del Presidente del Consiglio.
Dopo la vicenda Europa 7, Silvio Berlusconi compie un'altra manovra per mettere al sicuro le sue aziende dalla crisi che investirà il Paese, le famiglie e le altre imprese, non le sue.
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29 Novembre 2008
La bufala della Social Card
Oggi vi voglio parlare di questa storia della Social Card che il governo Berlusconi ha proposto per venire incontro ai poveri.
Non ho nulla in contrario, anzi, vorrei che ai poveri si desse il più possibile, e non solo quei 40 euro al mese, ossia 1 euro e venti al giorno, che si propongono. Ben venga qualsiasi cosa, ma non sotto forma di elemosina cosi sfacciata.
Rifletteteci un attimo. L'hanno chiamata Social Card, in inglese, ossia la “tessera del pane”. Ci sono modi e modi per aiutare i poveri, ma l'ultima cosa che bisogna fare è umiliarli. La dignità del povero vale più della dignità del ricco. Il ricco se la può anche comprare, il povero la dignità non la compra, la deve avere.
Gli mandano a casa questa tessera, il povero deve prenderla e andarla ad usare nel supermercato e i prodotti che gli dicono, magari negli stessi supermercati del Presidente del Consiglio.
Non potevano mandargli 40 euro al mese direttamente a casa sua invece che mandargli la tessera? Costa pure meno, e lasci decidere a lui cosa vuole farne, se comprare medicine o il pane piuttosto che il burro. Perché umiliare cosi il povero, che si sente già umiliato? Quando sta nel bancone del supermercato deve sentire i bisbiglii degli altri che stanno dietro e che sparlano tra di loro?
Questa è l'umiliazione della dignità umana, che trasforma il cittadino in suddito, e chi ha il potere non è colui che da un servizio, ma come il padrone che da il tozzo di pane o il pezzo d'osso al suo cane. Questo è quello che mi umilia, è questo che credo sia ingiusto. E' questo il modello culturale del governo attuale che non posso accettare e che intendo contrastare.
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14 Novembre 2008
La compagnia del Cai
Pubblico il video ed il testo di un mio intervento durante la puntata di ieri, giovedi 13 novembre, ad Annozero sul tema di Alitalia.
"C'è l'arroganza di un gruppo di persone, che sotto indicazione e sponsorizzazione del Premier Berlusconi, hanno messo su una pseudo compagnia, perché di mestiere non fanno trasporto aereo, che ha umiliato compagnie aeree che invece potevano partecipare ad una gara internazionale vera.
Lo dico perché resti qui quello che ho già detto in Parlamento, a prova di chi vuole contestare un fatto del genere: primo, Alitalia è fallita, e non è stata salvata. Secondo, proprio perché è fallita, i dipendenti vanno in cassa integrazione, altrimenti, se fosse stata salvata, non ci andavano. Terzo, dato che Alitalia è fallita, gli italiani devono pagare il miliardo e settecento milioni di euro che prima non avrebbero dovuto pagare. Quarto, per quanto riguarda i trecento milioni di euro, che Berlusconi ha chiesto che fossero dati ad Alitalia, l'Unione Europea ha detto che li deve pagare la vecchia compagnia, non può pagarli per definizione perché, nel decreto legge di istituzione del commissario straordinario, è stato previsto che possono essere pagati solo dopo che sono stati pagati tutti gli altri creditori. Ciò vuol dire che gli italiani dovranno pagare questi ulteriori trecento milioni. Due miliardi di euro sono stati pagati, e solo l'attivo è stato dato a questa “compagnia del Cai”. Che cosa voglio dire? Che questa compagnia quanto l'ha pagato? L'ha pagato per un valore stabilito da un valutatore che si chiama "banca Leonardo". Chi fa parte di "banca Leonardo"? Alcuni dei soci di Cai. Allora, se le sono fatte e se le son cantate, se le son suonate, se le son contate e si son fatti il prezzo.
Che cosa chiediamo? Che a quel valore, che ha detto a Cai, si metta in gara affinché ci sia qualcuno che di mestiere fa il trasporto aereo e che ci fa andare sicuri, ad un prezzo inferiore e con più sicurezza. L'unico che fa questo lavoro è Toto, che, se non si fosse messo dentro, sarebbe fallito pure lui."
Oggi, alle ore 18:30, appuntamento in diretta streaming dal blog di Carlo Costantini (www.carlocostantini.it) per il lancio della campagna elettorale della coalizione alle prossime elezioni regionali dell'Abruzzo.
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28 Ottobre 2008
Ancora salva furbetti
Torno a riflettere con voi ancora una volta sul nuovo potere economico e finanziario italiano e sul conflitto d'interesse che affligge sempre di più Berlusconi, la sua famiglia e il suo governo. Questa volta l'occasione ce la da il nuovo assetto di Mediobanca.
Mediobanca è il cuore finanziario italiano. C'era Cuccia una volta, quello che non parlava mai e faceva tutto. Oggi non solo fanno tutto, ma parlano pure.
Oggi si sa che anche la figlia del Premier, Marina Berlusconi, entra in Mediobanca, ma soprattutto ciò è possibile perché in Mediobanca c'è Mediaset. Ma non solo, ci sono tanti personaggi: c'è Ligresti, Tarak Ben Ammar, c'è Tronchetti Provera, c'è soprattutto Geronzi, che ne è presidente, sotto processo per vicende come Parmalat.
Insomma, la mattina non si sa più se il nostro presidente del Consiglio quando decide qualcosa lo decide per questo gruppetto di imprenditori, finanzieri, e anche qualche speculatore, che sta dentro Mediobanca, o lo fa per gli italiani? Certo è che quando si è messo a dire quali azioni comprare ha detto proprio quelle che stanno presenti in Mediobanca. E' certo, quindi, che se ha fatto dei favori indicando cosa comprare, in termini di mercato azionario, ha fatto un favore ai suoi amici.
Un po di queste azione sono le stesse che ci troviamo anche in Alitalia. O meglio, visto che è fallita, in quella compagnia aerea “strana strana” nata all'ultimo momento e che si è presa la polpa di Alitalia.
In tutto questo conflitto d'interesse, che fino a quando non si risolve il nostro Paese rimarrà sempre a scartamento ridotto sul piano economico finanziario internazionale, voi mi direte “ma perché ce lo dici ancora oggi?”. C'è una novità, fresca di giornata: è stato depositato, sempre dal governo Berlusconi, un disegno di legge che è già stato messo in calendario – manco fanno in tempo a depositarlo che già lo mettono in discussione, mentre quello sulla non candidabilità dei condannati se lo scordano sempre – che prevede la riforma dei reati fallimentari.
Non è una riforma, ma una delega in bianco che si da al governo: il Parlamento deve approvare una legge che dice “caro governo, io non riesco a farla. Fai tu la legge sui reati fallimentari”. La norma si chiama “norma in bianco”, però in questa inserisce una clausola: “mi raccomando governo, quando fai il reato di bancarotta prevedi una pena che va nel massimo dagli 8 ai 10 anni”. Uno si chiede perché è stata messa. Molto semplice, perché attualmente è fino a 10 anni, se lo mette da 8 a 10 si da la possibilità al governo, cioè a Berlusconi, di decidere pure di metterla a 9 anni.
Sapete qual'è la differenza fra avere una pena a 9 anni e una a 10 anni? Se hai una pena a 10 anni, come massimo edittale, la prescrizione scade dopo 15 anni. Se hai una pena anche di un giorno meno a 10 anni, come per esempio 9 anni, allora la prescrizione scade dopo 10 anni, e non 15.
In definitiva cosa hanno fatto? Hanno previsto un nuovo reato di bancarotta con una pena ridotta in modo che la prescrizione sia minore. E allora?
E' vero o non è vero che Geronzi di Mediobanca è sotto processo per la vicenda Parmalat? Si.
E' vero o non è vero che scade nel 2011? Si.
E' vero o non è vero che siamo ancora alle fasi preliminari del dibattimento di primo grado? Si.
E' vero o non è vero che con questa giustizia che non può funzionare in tempo al 2011, che è dietro le porte, arriva in prescrizione? Si.
Berlusconi non avrà preso questa decisione sulla bancarotta per salvare il suo amico Geronzi? Ai posteri la sentenza, ma voi non aspettate i posteri: agite adesso.
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9 Ottobre 2008
La Salva Manager
In una situazione in cui l'economia mondiale è in ginocchio per le speculazioni e i comportamenti scellerati di una classe imprenditoriale, politica e finanziaria che ha agito con fini puramente speculativi, il provvedimento, legato al decreto legge "Salva Alitalia" che apre le porte all'impunità di chi ha delle responsabilità accertate su questi fatti, rappresenta un gesto che mina la credibilità e la capacità di ripresa del Paese.
Pubblico il video ed il resoconto stenografico del mio intervento alla Camera dei Deputati di questa mattina.
"Ritengo che un Presidente del Consiglio abbia il dovere di venire in Parlamento e non il diritto di andare al «Bagaglino». Quindi ritengo che sia giusto deplorare il comportamento di quel Presidente del Consiglio che invece di venire in Parlamento perde tempo ad andare al «Bagaglino» in un momento tanto delicato per la situazione italiana.
Noi dell'Italia dei Valori consideriamo questo provvedimento per quello che è. Non lo possiamo valutare perché semplicemente non c'è: chi l'ha letto, in quest'Aula, questo provvedimento? Stiamo dando fiducia ad un provvedimento di cui dobbiamo leggere sui giornali le linee essenziali. Diciamola tutta, allora: il Governo in questi mesi, per decreto-legge, ha disciplinato tutto, stabilendo anche misure che servivano a qualcuno di loro. Ancora non aveva mai fatto uno spot per decreto-legge. Infatti, ad oggi, con riferimento a questo decreto-legge, soltanto di spot si tratta. Quanti soldi ha stanziato il Governo per venire incontro a tutte le esigenze che ha enunciato? Non c'è un euro. Allora è stato detto: ripianeremo - questa è la prima garanzia che ha enunciato -, anzi rafforzeremo a livello statale, con centomila euro, la garanzia per tutti i conti correnti. Mi chiedo: con quali soldi? Se è vero come è vero che il Ministro Tremonti ha affermato che l'Italia è il terzo Paese nella classifica mondiale quanto a debito pubblico e se è vero come è vero che non può permettersi alcun euro di deficit ulteriore, con quali soldi ripiana tutto questo? È vero o non è vero che fino a ieri ci è stato detto che alle banche è stata lasciata la possibilità di operare perché contestualmente veniva istituito anche un fondo interbancario per garantire i conti correnti? Oggi scopriamo che quel fondo è talmente nominale che bisogna anche prevedere una garanzia statale. Ma la garanzia statale, con quali soldi viene data? Senza stanziare neanche un euro.
Allora si tratta, ancora una volta, di uno spot, fatto senza soldi.
La seconda garanzia che ci è stata data è la seguente: è stato detto che nel caso in cui le banche siano in difficoltà, ricapitalizza lo Stato, l'erario. Con quali soldi ricapitalizzata l'erario, se già è in deficit e non può spendere una lira? Ancora una volta si tratta di frasi al vento.
È stato detto: se per caso, poi, le imprese non hanno fondi, la Banca d'Italia si farà carico di immettere liquidità nel sistema bancario. Con quale denaro la Banca d'Italia potrebbe farlo, se non ha nemmeno quanto necessario per ripianare il deficit dello Stato? Noi crediamo che alle ipocrisie del «giorno dopo» non bisogna dar retta e bisogna guardare le cose nel concreto: per questo passiamo e vogliamo passare dalle parole ai fatti, signor Ministro, questa volta mi rivolgo a lei, che non c'è!
Lei ha detto prima che l'Ecofin ci ha raccomandato di non dare compensi - questa è la parola che ha usato lei - o emolumenti indebiti ai manager. La dobbiamo smettere di dire una cosa e di farne un'altra: se è vero, come è vero, che l'articolo 7-bis del decreto-legge su Alitalia prevede che non siano perseguibili coloro che commettano reati, qualora sia intervenuta non la dichiarazione di fallimento, ma solo quella di insolvenza, ciò vuol dire che con le parole dite che volete rispettare le raccomandazioni Ecofin, ma nei fatti adottate, con decreto-legge, misure che assicurano l'irresponsabilità ai vari manager che in questi anni hanno ridotto la situazione della società al lastrico in questo modo.
In concreto, state dicendo, oggi, che volete rafforzare, dando soldi alle banche, la garanzia per i depositi che i cittadini hanno presso le banche. A quali banche? Con l'articolo 7-bis del citato decreto-legge, voi garantite l'impunità anche a tal Geronzi, presidente di Mediobanca (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori), cioè garantite l'impunità a una di quelle persone che è sotto inchiesta per i crack Cirio, Parmalat e quant'altro. In altre parole, proprio per quei crack che sono conseguenti a quella finanza creativa degli ultimi anni. Questa è la differenza fra le parole e i fatti: voi, a parole, dite che volete venire incontro alle ripercussioni nel nostro Paese della crisi finanziaria dando stabilità, liquidità e fiducia. Magari! Vorremmo venirvi incontro anche noi, vorremmo anche noi condividere con voi questi impegni, ma il decreto-legge adottato ieri non stanzia un euro, anzi stabilisce che pagherà tutto lo Stato, ma con i soldi degli altri. L'unica cosa che ha prodotto è una bella festa al Bagaglino dell'«ora dopo», mentre in concreto nessun intervento è stato fatto per le famiglie, per le piccole e medie imprese, per ridare trasparenza a questo mercato finanziario. Anzi, l'unico intervento compiuto è volto a garantire l'impunità a quelle che sono state le cause di questi dissesti. A me pare che tra le parole e i fatti passi una grande differenza.
Allora, ribadiamo che saremmo d'accordo con quel Governo che un giorno dovesse decidersi a fare qualcosa per gli italiani. Ma ancora una volta, oggi, ancora una volta con decreto-legge, avete provveduto ad apprestare non una soluzione per gli italiani, ma uno spot per vendere soltanto voi stessi (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)".
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6 Ottobre 2008
Il governo garantisca i risparmiatori

Le banche occidentali stanno cadendo una dopo l’altra, anche le più solide e centenarie. In questa bufera finanziaria che sembra non arrestarsi alcuni governi europei stanno rassicurando i propri risparmiatori con dichiarazioni importanti e con atti concreti.
L’Irlanda è stata la prima a garantire la copertura integrale dei depositi per evitare il dilagare di una paura collettiva ed evitare l'aggravarsi della situazione finanziaria. Il governo tedesco oggi ha deciso di seguire quello irlandese e di garantire tutti i depositi al risparmio privati delle banche tedesche. La decisione dell'esecutivo di Angela Merkel è stata annunciata dal portavoce del ministro delle Finanze Tosten Albig.
Il governo Berlusconi deve rassicurare i risparmiatori e dare stabilità al nostro sistema finanziario. Il presidente del Consiglio ha l’obbligo di assicurare la copertura dei risparmi bancari senza porre alcun tetto o quello che potrà succedere da questo momento in avanti sarà scontato. Vale a dire una fuga massiccia di risparmi dall'Italia verso Paesi che offrono una totale garanzia ai risparmiatori con un conseguente tracollo del nostro sistema bancario.
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25 Settembre 2008
Isoliamo gli speculatori
Riporto il video ed il resoconto stenografico dell'interpellanza urgente che ho presentato oggi alla Camera dei Deputati, dove ho chiesto al governo quali siano le sue intenzioni per il rilancio dello stabilimento ex Videocolor, dove 1500 operai sono arrivati alla fine della cassa integrazione, e per lo sviluppo del comprensorio industriale di Anagni-Frosinone.
Antonio Di Pietro: Signor Presidente, intendiamo chiedere al Governo se si stia muovendo e che cosa possa fare - il «se si stia muovendo» non è una critica, ma vuole significare se il Governo abbia individuato se si possa fare qualcosa - con riferimento ad una vicenda che è «una delle vicende», quella della Videocolor di Anagni, che è già conosciuta - diciamo così - dagli uffici, perché è ormai dal 2005, anzi, dal 2004 che versa in una situazione delicatissima. O meglio, la società in sé sta benissimo; quelli che versano in una situazione delicatissima sono i 1500 operai che sono da quattro anni in cassa integrazione, che sono arrivati alla fine della cassa integrazione e che, quindi, sono sulla soglia della disoccupazione.
La Videocolor ad Anagni rappresenta un po' l'economia di Anagni. Togliere a una cittadina 1500 dipendenti vuole dire, semplicemente, spopolarla.
Ad Anagni non c'è una classe operaia qualunque: c'è una realtà estremamente importante in termini di qualificazione professionale, perché in quell'area era presente la società Thomson, che aveva il marchio Nordmende, e quindi tutto il sistema dei televisori, dell'elettronica degli anni trascorsi passava per Anagni. E quella classe operaia non è una classe operaia qualsiasi, perché ha una professionalità eccezionale, in un'area in cui è possibile interloquire con altre società, altre imprese fortemente preparate sul piano tecnologico.
Sembrava andare tutto bene. A un certo punto arrivano i «soliti» indiani: questa grande apertura al mercato dell'est, dove ci dicono che sono bravi e fanno tutto loro, in questa enorme nuova economia di mercato in cui arriva la multinazionale di turno e dice ghe pens mi; e dicono: lo compro se mi dai i soldi. Non è sbagliato, non ho sbagliato a parlare: la Videocon, società indiana, riesce a comprare la Videocolor dalla Thomson non dandogli, ma riscuotendo 185 milioni, perché chi la comprava si prendeva il carico di procedere a una riconversione aziendale dello stabilimento. Non è che Thomson regalava loro qualcosa: Thomson aveva già ricevuto a suo tempo tanti benefici statali, per cui meritava qualcosa. Nessuno regala niente a nessuno.
Da qui partono una serie di attività burocratiche, che coinvolgono «a cavallo» tutti e due i Governi, il Governo Berlusconi prima dell'esperienza del Governo Prodi, il nostro Governo Prodi e adesso il Governo Berlusconi. Tra un protocollo d'intesa, un CIPE, una ratifica e quant'altro, alla fine esce fuori un contratto di programma tra il Ministero dello sviluppo economico e la società Videocolor, che viene reso operativo, tutto sommato, alla fine del 2007. La Videocon si impegnava a investire 274 milioni per far ripartire questa attività di impresa.
In pratica cosa è successo? È successo che dal tubo a raggi catodici - perché questo facevano ad Anagni - il mondo è cambiato, e nell'ambito di questa necessità bisognava fare una riconversione industriale. Si è pensato di farla con una trasformazione dell'impianto per produrre televisori al plasma: questo nel 2004. Parla tu che parlo io, parla il Governo di destra che parla il Governo di centrosinistra, alla fine, quando i soldi sono arrivati, anche il plasma è diventato obsoleto: ormai si va verso la tecnologia LCD. Insomma, la tecnologia industriale corre più veloce della burocrazia italiana e ciò coinvolge - con senso di responsabilità dobbiamo dirlo - non questo o quel Governo ma tutta la burocrazia, dato che ha coinvolto trasversalmente i due Governi.
Il problema è che, quando la burocrazia ha poi a che fare con i furbi, è una fregatura, perché in realtà questi non hanno proprio intenzione di fare la riconversione industriale. Infatti, quando tutto era pronto e si diceva che partissero, non è andata così: mentre tutta la burocrazia andava avanti, il management dell'azienda non si è organizzato per far partire la macchina, ma si è organizzato, nottetempo, per spogliare l'azienda, svuotarla completamente e insomma prepararsi a quel che è un vecchio vizio dei nostri indiani della Videocon, cioè quello, fatto l'affare, di tagliare la corda. L'hanno fatto con la Necchi nel '98: perché non sono sconosciuti questi signori, che fanno capo ad una grande famiglia indiana che, nella classifica Forbes, risulta fra i tre o quattro più ricchi al mondo; certo, anche io sono capace di diventare ricco così!
Già nel 1998 avevano acquistato la Necchi, dalle parti di Piacenza; poi hanno detto che la stavano trasferendo a Bergamo e poi a Milano. Insomma, alla fine stavano portando in Cina anche questa e però, anche in quel caso, 555 unità e 25 milioni di soldi pubblici sono spariti.
Ad Anagni sono trascorsi quattro anni di cassa integrazione guadagni straordinaria (che paga il contribuente italiano), sono stati erogati 185 milioni che aveva messo la vecchia Thomson e altri 47 che grazie a Dio sono stati bloccati e quindi siamo riusciti a non darglieli. Tuttavia, questi imprenditori dopo aver preso quella somma, dopo avere creato un enorme danno al contribuente italiano, che si è dovuto far carico di pagare il costo della cassa integrazione, e dopo aver creato un'umiliazione e una mancanza di lavoro per 1.500 persone se ne vanno, perché stanno smantellando l'azienda. Ma cosa dico? Non se ne vanno! Vanno a Caserta. Al nord, al centro e al sud.
Nella provincia di Caserta, a Rocca d'Evandro, si svolge un'attività imprenditoriale per un valore di circa un miliardo 200 milioni. Anche lì si effettua una riconversione, anche lì il solito televisore nella sua innovazione tecnologica migliore, anche lì 200 milioni pubblici che si devono pagare. Le persone sono sempre quelle. Cambia l'ubicazione e cambia la società che acquistano. Disegnano un bel progetto faraonico, ti fanno vedere la luna e le stelle e poi quando è il momento di «quagliare» trovi quattro mura vuote e loro che dicono: ormai la tecnologia è troppo avanzata, non ci conviene più fare questo, ce ne andiamo!.
Riteniamo che per la vicenda Videocolor sussistono responsabilità a vari livelli. Pensiamo, pertanto, che sarebbe un errore prendersela con l'ultimo Governo. Però, è un dovere per l'ultimo Governo farsene carico, perché è anche responsabilità delle istituzioni se tutto ciò è avvenuto. Infatti, si tratta di una responsabilità delle istituzioni di controllo perché rispetto a questi finanzieri d'assalto (ce la siamo tanto presa in questi giorni con i finanzieri di casa nostra ma, come vedete, il mercato globale produce finanzieri globali) non sono state in grado di creare un filtro di garanzia per il lavoratore, per il sistema dell'impresa, per l'economia di mercato e per la qualità del prodotto.
Sicuramente, siamo di fronte a una mancanza di controlli che ha prodotto questo danno per i lavoratori e a una farraginosità burocratica perché non è possibile che dal momento in cui si firma un contratto di programma a quello in cui i soldi vengono effettivamente resi disponibili passino tre o quattro anni, specie quando si ha a che fare con produzioni tecnologicamente avanzate dove anche un solo mese fa diventare un prodotto obsoleto e chi oggi si occupa di materia computeristica sa bene che di tre mesi in tre mesi bisogna già rinnovarsi e rinnovare perché altrimenti si è fuori mercato.
Certamente si era in presenza di un difetto di piano industriale macroscopico che doveva essere scorto sia dalle istituzioni sia dai manager italiani perché ci vogliono proprio gli occhi chiusi, come il coniglio di casa mia, per mettersi - nel 2005 - a lavorare per implementare il tubo catodico. Certamente, vi è stata un'insufficienza manageriale. Allora mi chiedo, se questo stesso management, com'è vero, si sta ora occupando di Caserta e di Rocca d'Evandro, lo stesso management, cosa produrrà prossimamente?
Mi avvio alla conclusione del mio intervento perché non voglio prolungarmi quasi a fine seduta. Vogliamo affrontare questo tema nell'interesse dei lavoratori di Videocolor (oggi acquisita da Videocon) che stanno subendo le conseguenze di una pluralità di inefficienze e di cattive azioni. Sono gli unici incolpevoli. L'interpellanza che stiamo discutendo non è volta a prendersela con il Governo, ma mira a chiedere all'Esecutivo se ha in mano la situazione, se conosce il problema, se lo sta affrontando e in che modo può essere affrontato.
Viespoli Pasquale (Sottosegretario per il lavoro) : Signor Presidente, ringrazio l'onorevole Di Pietro per il contenuto, l'illustrazione e le diverse questioni poste attraverso l'interpellanza presentata. Una questione attiene ad una riflessione su alcuni strumenti di contrattazione negoziata e su come questi strumenti siano davvero di accompagnamento alle iniziative imprenditoriali nel momento in cui è difficile immaginare, in un mercato in così rapida evoluzione, come giustamente ha sottolineato l'onorevole Di Pietro, in particolare in settori di tecnologia avanzata, come sia possibile conciliare l'utilizzo di certi strumenti con i tempi dell'intervento imprenditoriale.
È però questa una questione di ordine più ampio e più complesso che, come l'onorevole Di Pietro sa meglio di me, è stata oggetto di confronto, di dibattito e anche di miglioramento e di riposizionamento, in particolare sul piano regionale, di alcuni strumenti.
Si pone una questione in relazione alla vicenda di Anagni e all'ultimo contratto di programma, quello che si è concluso sostanzialmente nel 2007. Credo sia utile precisare in risposta, come comunque ha evidenziato lo stesso interpellante in un passaggio della sua illustrazione, che si tratta di un contratto di programma sottoscritto dalla VDC Technologies Spa il 27 luglio dello scorso anno con il Ministero dello sviluppo economico e la regione Lazio per la realizzazione di un piano di investimenti che prevedeva l'erogazione di contributi per un onere globale a carico della finanza pubblica di 45.310.536 euro di cui 34.423.502,40 a carico dello Stato e 10.887.033 a carico della regione Lazio a fronte dell'impegno della società contraente di sostenere un rilevante investimento nell'ambito di un articolato piano biennale di ristrutturazione aziendale con l'obiettivo di raggiungere una posizione leader in Europa per la produzione di televisori piatti al plasma.
È opportuno evidenziare, lo ripeto, che i predetti contributi sarebbero stati erogati subordinatamente alla verifica dello stato di avanzamento raggiunto nell'attuazione del piano industriale nell'ambito della verifica del programma industriale.
Il 20 giugno scorso presso il Ministero dello sviluppo economico il legale rappresentante della società ha comunicato la decisione della controllante indiana Videocon di abbandonare il piano industriale sulla base del contratto di programma in quanto la mutata situazione del mercato TV, nonché le prospettive a livello internazionale, non avrebbero consentito alla società di sostenere l'investimento.
Ciò ha comportato, per l'appunto, il venir meno delle condizioni contrattuali, con la conseguenza di bloccare lo stanziamento relativo al primo stato di avanzamento dei lavori. Quindi, sulla base delle informazioni acquisite presso il Ministero dello sviluppo economico e la regione Lazio, è opportuno evidenziare che non c'è stata alcuna erogazione di fondi pubblici in relazione almeno al contratto di programma 2007.
Rispetto alla competenza specifica del Ministero del lavoro debbo evidenziare alcune cose in relazione all'utilizzo degli strumenti di ammortizzatori sociali da parte della società stessa. È in corso, perché è stata attivata, una procedura di proroga per un ulteriore anno di cassa integrazione straordinaria fino al mese di maggio 2009 per «complessità connessa alle ricadute occupazionali». Questa era la prima causale che accompagnava la richiesta di cassa integrazione fino al 2009; successivamente, la causale è stata modificata in «complessità dei processi produttivi».
La concessione è subordinata ai fini delle valutazioni che ci saranno all'esito della verifica ispettiva prevista dalle vigenti normative. Le risultanze e la verifica ispettiva non sono ancora pervenute e, quindi, non è stata ancora determinata una decisione in relazione alla richiesta di cassa integrazione straordinaria fino al 2009, che segue la cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione utilizzata per il biennio dal 7 maggio 2005 al 6 maggio 2007 e, successivamente, con un ulteriore anno di proroga - anche in questo caso con la causale della complessità dei processi produttivi - fino al 6 maggio 2008.
Aggiungo che è evidente - anche in relazione alla causale della richiesta - che la società si muove nella direzione indicata come ipotesi peggiorativa rispetto alla situazione occupazionale cioè quella di ridurre notevolmente (fino a 400 un'unità circa) i livelli occupazionali previsti ad Anagni. In relazione ad alcuni elementi evidenziati nell'interpellanza urgente, anche rispetto alla vicenda pregressa, il Ministero ha trasmesso l'interpellanza alla direzione provinciale del lavoro di Frosinone, che ha attivato un'ispezione presso la società in questione per la verifica delle situazioni aziendali sotto il profilo di competenza della direzione provinciale del lavoro stessa. Mi riferisco, in particolare, anche al riferimento, presente nell'interpellanza, alle vicende pregresse relative ad anni precedenti e alla verifica rispetto alla situazione attuale.
Per concludere, anche ringraziando ulteriormente l'onorevole Di Pietro, dal momento che ha posto non solo la vicenda riguardante Anagni, ma anche quella concernente i comportamenti di un gruppo sul territorio nazionale anche in relazione a prospettive di apertura in Campania. Peraltro, nel rapporto, la regione Campania nel corso delle settimane precedenti ha già evidenziato anche una grande enfasi, da una parte comprensibile in relazione alla dimensione dell'investimento e dell'area dove tale investimento dovrebbe collocarsi, dall'altra con una riflessione da fare anche alla luce dell'interpellanza e dei suoi contenuti circa le precedenti iniziative e il loro esito del gruppo, che dovrebbe eventualmente concretizzare l'investimento nel casertano.
Concludo con queste considerazioni. In primo luogo, il Ministero del lavoro è pronto ad attivarsi sul terreno proprio in relazione agli strumenti di ammortizzatori, ma non solo. Tuttavia, debbo far notare all'onorevole Di Pietro che, allo stato, il Ministero non è stato interessato della vicenda se non per la procedura cui facevo riferimento prima, nel senso che parti sociali o soggetti altri del territorio o quant'altro non hanno chiesto ancora l'attivazione di un tavolo presso il Ministero. Personalmente, esprimo la disponibilità nel caso in cui ciò si dovesse determinare o questo ci dovesse essere richiesto.
Per quanto riguarda, infine, le questioni relative alla competenza del Ministero per lo sviluppo, lo stesso Ministero ha comunicato sia che è in corso l'acquisizione dei dati relativi al progetto di Rocca d'Evandro, sia che si stanno determinando le eventuali iniziative da assumere in relazione al pregresso della società di cui all'interpellanza.
Antonio Di Pietro: Signor Presidente, replico innanzitutto per ringraziare il sottosegretario e, attraverso di lui, il Governo per una risposta onesta, perché questa è la fotografia.
Signor sottosegretario, noi - lo diciamo a lei affinché lo dica al Governo - siamo una forza politica che intende in quest'Aula fare opposizione senza sconti, ma anche senza preconcetti; vale a dire che quando possiamo essere propositivi lo vogliamo essere.
Lei, nella parte finale del suo intervento, ha detto che tutto sommato noi, ad oggi, fermo restando quel che è stato fatto in precedenza doverosamente dai vari Governi che si sono succeduti, non abbiamo fatto ancora nulla perché non ci è ancora arrivata sul tavolo un'istanza in tal senso: non ne avete colpa, ma non ne hanno colpa neanche le parti sociali, cioè gli operai.
La verità qual è? È la riconferma di quel che tutti e due sospettiamo: che c'è un management e c'è a monte una proprietà che se ne frega, che ha già fatto quello che doveva fare, che ha già raggiunto l'obiettivo e che, quindi, lascia che le cose vadano tanto peggio per andare tanto meglio, perché più si rimane fermi nel trovare una soluzione verso gli operai, prima deve crollare quella realtà e, quindi, si chiudono definitivamente i portoni.
Mi permetta allora di rilanciare, proprio per quell'opposizione propositiva che vogliamo fare: adesso lo sapete, attraverso questa interpellanza parlamentare siete stati formalmente informati di una situazione delicata. Noi, i primi giorni della settimana prossima, ci recheremo in quel posto, incontreremo tutti gli operai di quella fabbrica e diremo loro di sottoscrivere un documento comune dove tutti insieme rivolgeranno l'istanza che manca.
In questo spirito costruttivo, su una materia così delicata che vogliamo portare avanti, mi permetta allora di segnalare qualche ulteriore riflessione. Mi consenta di partire da una macro analisi. La crisi morde l'economia mondiale - non c'è niente da fare - e morde l'economia reale, non solo a livello italiano, ma a livello mondiale, e sarebbe una piccola opposizione, la nostra, se dovessimo dire che la stagnazione dell'economia in Italia dipende tutta dal fatto che è arrivato il Governo Berlusconi, così come sarebbe una grave offesa se si dovesse dire che dipende dai due anni del Governo Prodi.
La verità è molto semplice: la stagnazione coinvolge non solo il nostro Paese, ma tanta economia mondiale e quindi bisogna vedere tutti insieme, qui dentro e nel Governo, che cosa possiamo fare per - come diceva un mio vecchio maresciallo quando facevo un altro mestiere - «infrenare» il fenomeno (ma lui si riferiva allo spaccio non dei televisori al plasma, ma della droga!).
A me pare che attualmente il Governo si stia facendo carico di una cassa integrazione guadagni che la dice lunga in ordine alla situazione di stagnazione dell'economia reale nel nostro Paese; circa 850 aziende (o giù di lì) sono in cassa integrazione, alcune in cassa integrazione ordinaria, altre in cassa integrazione straordinaria. Una cosa è certa: quest'anno il 25 per cento in più di aziende rispetto all'anno scorso è in cassa integrazione; se volessimo metterci qui a fare una polemica se ciò si è verificato più nei primi sei mesi o più negli ultimi sei mesi è polemica sterile. Il fatto è che ci sono delle aziende che chiudono e nell'ambito della richiesta della cassa integrazione, sia straordinaria che ordinaria, abbiamo potuto prendere atto che la maggior parte (oltre la metà) è dovuta a crisi aziendale, cioè ad un crollo dell'azienda.
È una realtà, e rispetto a questa realtà cosa possiamo fare? Sono 53 mila gli addetti che sono in cassa integrazione. Provate a riflettere, proviamo a riflettere tutti insieme: in questi giorni i giornali sono pieni, la polemica non ha confini sui 2000, 2500, 3000, 3500 esuberi dell'Alitalia; e questi 1500 che rappresentano quasi tanto quanto che peones sono? Vedete come incredibilmente bisogna sempre urlare nel nostro Paese per farsi sentire.
Nel nostro Paese, se capiti nel treno giusto che ha un amplificatore giusto, una soluzione si trova. Noi lavoriamo affinché la soluzione Alitalia si trovi, perché non vogliamo vedere per terra nessun dipendente Alitalia, non perché tutti debbano volare, ma perché anche quelli che stanno per terra devono rimanere in piedi.
Guardate come è incredibile la situazione del nostro Paese: tutti sanno tutto ciò che avviene in riferimento ai due o tremila operai, dipendenti e maestranze di Alitalia e nessuno sa nulla della vicenda di Videocolor che riguarda millecinquecento persone. Che si sappia che millecinquecento persone si sono messe di traverso per bloccare l'autostrada A1 che collega il nord con il sud dell'Italia. Si è bloccata l'autostrada, si è bloccato il Paese e i giornali non se ne sono accorti!
Ecco la delicatezza del problema. Se la ditta interessata non fa parte di un sistema di relazioni e se le parti sono soltanto «poveri cristi» di periferia, nessuno se ne interessa. Ecco perché l'Italia dei Valori è voluta stare qui oggi, tutta insieme, per lanciare un appello costruttivo al Governo: pensiamo agli ultimi e a chi non ha voce.
Ecco perché noi siamo qui a ribadire un'attenzione particolare ad un momento particolare nei rapporti tra il patronato e le maestranze. Se è vero come è vero che un signore nei giorni scorsi a Salerno - da quelle parti la Videocolor deve fare un ultimo exploit - ha scritto una lettera agli operai in cui ha detto tante di quelle parolacce che neanche qui, dove non si risponde delle parole che si dicono, si possono dire. Li ha presi letteralmente in giro, offendendoli nell'onore, nel decoro, nelle loro famiglie, nel loro fisico dicendo cose di tutti i colori.
Questo avviene perché si sta ingenerando nel Paese una nuova cultura, ovvero quella del padronato e di un nuovo padrone spocchioso, prepotente, arraffone, speculatore, un padrone forte che può fare quello che gli pare e piace. E guai a voi, che parlate a fare? Non disturbate il manovratore.
Noi abbiamo bisogno di un Governo che difenda i lavoratori, di un'opposizione che difenda i lavoratori, anzi di un Governo e di un'opposizione che, tutti e due insieme, difendano l'imprenditoria sana, in quanto ci deve essere. Ma per esserci dobbiamo allontanare questi furbetti e furbacchioni del quartierino. Dobbiamo allontanare quelli che strumentalizzano e approfittano, soprattutto - avete già inteso dove voglio arrivare - dove annusiamo che c'è una speculazione in corso. Perché ci affidiamo in mano a queste persone? Che siano indiane o nostrane, che si chiamino cordata Alitalia o cordata e quant'altro, perché ci dobbiamo affidare a persone che hanno già in sé il germe della speculazione finanziaria e non il modello industriale?
Se una ditta nasce già con l'idea di fare tubi catodici, perché dobbiamo farci prendere in giro? Se una ditta nasce in sé con l'idea di fare una piccola compagnia aerea per andare fino all'isola d'Elba, perché gli dobbiamo dare tutto questo spazio (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)?
Se è vero come è vero che in America Lehman Brothers, Merril Linch e altri stanno tutti quanti facendo capire come sia crollato il sistema della vendita di fumo, perché in Italia dobbiamo cedere alla vendita del fumo?
Concludo proprio per darle un'immagine di un partito che non vuole mettersi contro per forza e mi consenta di dire che dobbiamo insieme isolare gli speculatori e rilanciare il modello industriale, perché abbiamo bisogno d'impresa, di libero mercato e non di padroni e nuovi padroni che si appropriano della nostra economia (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).
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22 Settembre 2008
Alitalia: dipendenti coraggiosi

Foto: IlSole24Ore
Finalmente. Il commissario straordinario Augusto Fantozzi ha deciso ieri di bandire un'asta pubblica per l'acquisizione della compagnia di bandiera italiana. Era ciò che avrebbe dovuto fare da tempo. È proprio il caso di dire: "Meglio tardi che mai".
Era una scelta dovuta, una strada obbligata che da tempo noi dall’Italia dei Valori chiedevamo. A mio giudizio la scelta di porre sul mercato Alitalia , e la responsabilità che vogliono prendersi i piloti, gli assistenti di volo e il personale di terra di entrare nella gestione della compagnia, dimostra che una soluzione si può trovare.
Ieri, dopo le ennesime dichiarazioni di chiusura da parte del Governo ad ogni altra soluzione per il salvataggio della compagnia che non fosse quella proposta dalla Cai, posizione di chiusura ribadita tramite i ministri Sacconi e Matteoli, avevo affermato che l’esecutivo Berlusconi non deve ricattare i lavoratori e comportarsi con Alitalia come fanno i mafiosi con le loro vittime.
Il persistere del Governo in questa sua linea di condotta, costituisce una turbativa d'asta grossa come una casa ed ha evidenti risvolti di responsabilità civili, contabili e penali. L’Italia dei Valori chiede formalmente al garante dell’Autorità della concorrenza e del mercato, Antonio Catricalà, di fare il suo dovere e di aprire immediatamente una pratica a tutela del mercato e della trasparenza. Il premier, infatti, non può continuare ad affermare che la compagnia si avvia al fallimento, in quanto scoraggia i passeggeri a continuare a volare con Alitalia.
Se non è turbativa di mercato questa, ditemi voi quando lo è? Comunque, in questa vertenza, Berlusconi ha grosse responsabilità: ha voluto svendere la compagnia di bandiera. L'idea del governo di voler insistere sulla proposta Cai, infatti, per me è la dimostrazione palese che Berlusconi vuole favorire quattro amici suoi, i soliti furbetti del quartierino. Ha fatto una promessa elettorale che poi si è dimostrata una truffa ai danni dei lavoratori e dell’economia del Paese.
Come ho accennato, oggi le rappresentanze sindacali dei piloti, degli assistenti di volo e del personale di terra, in una conferenza stampa alla quale ho partecipato, hanno annunciato l’intenzione di mettere a disposizione una quota parte delle retribuzioni e l’intero montante del loro TFR, pari a circa 340 milioni di euro, anche più del doppio di quanto offerto da Colaninno, per il rilancio di Alitalia. Questa iniziativa dimostra che i lavoratori Alitalia non vogliono abbandonare la compagnia, ma sono pronti a rischiare in proprio per farla continuare a volare. Io intravedo la possibilità di arrivare ad una soluzione che sia soddisfacente sia per la compagnia che per i dipendenti. A questo punto il Governo si assuma la proprie responsabilità.
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21 Settembre 2008
Economia ed infrastrutture
Pubblico una parte del mio discorso sugli 11 punti della linea programmatica dell'Italia dei Valori affrontati a Vasto: economia ed infrastrutture.
"lo abbiamo già detto e lo ripetiamo: servono meno burocrazia per le imprese e maggiore detassazione degli investimenti in ricerca.
Serve da una parte una più massiccia liberalizzazione di quei servizi pubblici che possono essere forniti in regime di concorrenzialità non essenziali e dall’altra una gestione diretta di quei servizi che – per definizione – non possono che essere effettuati in regime di monopolio. Penso, per intenderci, alla privatizzazione del trasporto ferroviario (che può essere effettuato da più vettori) ma non alla privatizzazione delle rete ferroviaria (visto che il binario su cui devono passare i treni è uno solo). Penso alla privatizzazione del servizio raccolta rifiuti (che può essere svolto da più concorrenti) ma non alla gestione dell’acqua (giacché le condutture e le adduzioni sono quelle e solo quelle). E così via.
Consentitemi ora di riassumere anche qui – seppur in modo sintetico – quanto ho avuto modo di dire, in nome e per conto di IDV, al meeting di Cernobbio di settimana scorsa: noi non vogliamo fare i “bastian contrari” in materia di sviluppo economico e di infrastrutture. Noi non vogliamo appiattirci sulle paranoie di qualche irriducibile “No Tutto” ma non possiamo nemmeno accettare che in nome della politica del fare, poi alla fine l’unica cosa che si fa, sono le scarpe agli italiani.
Fatte queste premesse, noi sappiamo che non v’è convergenza fra infrastrutture necessarie per il paese e risorse per realizzarle. Ed allora abbiamo tracciato un “quadro di priorità” con cui vogliamo confrontarci senza pregiudizi sia con gli alleati del PD che con le forze politiche della maggioranza di governo.
Innanzitutto vanno completate le opere iniziate ed in corso di realizzazione, e ciò – fra l’altro - per evitare di buttare via pure il lavoro fatto e i soldi spesi. Mi riferisco alla variante di Mestre, al raddoppio della tratta ferroviaria Napoli- Torino, ma anche ai tanti ponti, gallerie e opere varie che si trovano “ a cantiere aperto” un po’ in ogni parte del paese a volte perché a secco di soldi, a volte per difficoltà progettuali o d’esecuzione, a volte infine per estenuanti ripicche e polemiche politiche.
Va poi dipanata la “matassa” dei nodi urbani. Mi riferisco – tengo a precisarlo – non solo al sistema di trasporto urbano in sé, che pure è ugualmente prioritario – ma anche ai sistemi di accesso e di attraversamento delle grandi aree metropolitane. Così a Milano è necessario da una parte completare la rete metropolitana e dall’altra scindere il sistema delle tangenziali dal grande traffico autostradale di attraversamento, completando al più presto le procedure e passare quindi alla cantierizzazione della Pedemontana , della Brebemi, della TEM. Così a Roma, con il completamento pure qui delle linee metropolitane che si stanno realizzando ma anche con la cantierizzazione delle complanari sull’autostrada Roma-l’Aquila e la realizzazione della nuova autostrada Roma-Latina-Gaeta. Ho fatto alcuni esempi ma il DPEF Infrastrutture da me realizzato l’anno scorso può fare da guida per individuare le criticità nei vari centri metropolitani (penso a Genova, a Venezia, Torino, Napoli, Palermo).
Quindi si deve dare attuazione agli impegni europei per non perdere “l’ultimo treno” che ci collega all’Europa. Lo dico in senso metaforico ma anche tecnico: il corridoio 1 ed il corridoio 5 sono le priorità infrastrutturali europee riconosciute dalla Commissione ed esse attraversano entrambe l’Italia da Nord a Sud e da Est a Ovest. Peraltro la Commissione europea ci ha già assegnato circa un miliardo di euro e non possiamo certo permetterci di perderli. Quindi va completato il Traforo del Brennero ed a seguire il collegamento AV-AC che dal Brennero si deve necessariamente ricollegare – via Verona e Brescia – sia al Corridoio 5 (Torino-Trieste) che alla linea AV nazionale oramai in via di ultimazione (Milano-Roma-Napoli). Rinunciare a questi collegamenti vorrebbe dire rinunciare all’economia europea. Per esclusione ci rimarrebbe quella del terzo mondo
Non al terzo ma al “nuovo mondo”, dobbiamo fare riferimento nel progettare il nuovo sistema portuale italiano. L’Italia è per fortuna un paese baciato quasi dappertutto dal mare ma questo non vuol dire che bisogna disperdere soldi a pioggia aprendo cantieri in ogni città marittima. Dobbiamo mettere da parte i campanilismi (ed anche le ambizioni a carattere regionale) e indirizzare la nostra logistica ed il nostro sforzo finanziario su 4 porti - due al Sud e due al Nord - capaci di far fronte al nuovo imponente transhipment che va e viene soprattutto dall’estremo oriente e che ha bisogno di un’attrezzata logistica di terra e di adeguate profondità marine per accedere alle banchine. Servono 4 porti ben collegati soprattutto ai treni ad Alta Velocità e ad un sistema aeroportuale d’avanguardia.
Gli aeroporti rappresentano la quarta gamba – in aggiunta alle strade, alle ferrovie ed ai porti – dell’approccio intermodale con cui bisogna gioco-forza affrontare la questione dei trasporti nel nostro paese – e quindi di conseguenza la individuazione delle priorità delle infrastrutture da realizzare. Bisogna partire da una premessa: non è più tempo per discettare su dove fare l’Hub internazionale. Piaccia o non piaccia è già stato fatto a Malpensa, spendendo miliardi di euro ed altri miliardi già sono stati impegnati. Peraltro con un’economia indotta e di contorno che vale tre volte più di Alitalia. Che facciamo, ci mettiamo a ricominciare da capo?
Ed a proposito di aeroporti ed aeroplani, diciamo chiaro e tondo che quello che alcuni chiamano salvataggio Alitalia altro non è – a nostro avviso - che un’ennesima speculazione finanziaria alle spalle dei contribuenti e forse si farebbe meglio a chiamarlo “salvataggio AirOne mascherato”, anzi salvataggio dei crediti vantati dal sistema bancario verso Airone. Così, tanto per riflettere sui mille conflitti di interessi che affliggono questo paese ed anche per denunciare questo strano salvataggio con i soldi degli altri, tipico dei moderni “capitani coraggiosi”.
Noi - per Alitalia - avevamo trovato una soluzione, Air France, che limitava il numero dei cassintegrati (assicurandone comunque il completo reimpiego), accollava i debiti sulle spalle dell’acquirente (e non come ora su quelle dei contribuenti italiani) e soprattutto manteneva in vita la Compagnia di bandiera consegnandola ad un imprenditore di fama e caratura internazionale capace di raddrizzare l’azienda e di far volare gli aerei.
L’attuale raggruppamento finanziario si è assunto il compito non di rilevare Alitalia ma solo di prendersi la polpa dei suoi profitti, lasciando l’osso dei debiti e la disperazione dei piccoli azionisti ad un bad company con funzione di scarico del cesso. Ecco perché noi diciamo No alle speculazioni finanziarie di Colaninno, no al mattone a go-go di Ligresti, no al conflitto di interessi di Benetton (che all’un tempo è socio della nuova compagnia aerea ma anche della società che gestisce l’aeroporto di Roma), no alla scorciatoia del ripianamento dei debiti di Airone nei confronti di Banca Intesa.
Sappiamo anche che – ora che la frittata è fatta – non bisogna aggravarne le conseguenze. Dobbiamo trovare una soluzione. Ed una soluzione c’è. Non lo sosteniamo solo noi, che pure l’abbiamo proposto per prima dentro e fuori le aule parlamentari, ma ora anche un nutrito gruppo di professionisti e professori universitari che – prima sulle pagine del Sole 24 Ore e ieri su quelle del Corriere della Sera hanno addirittura pubblicato una lettera da loro sottoscritta (primo firmatario il prof. Piero Schlesinger dell’Università Cattolica di Milano) in cui affermano che : “…avviare dei licenziamenti o comunque mettere in moto delle procedure di liquidazione aziendale per il solo fatto che non si perfezioni l’accordo con l’unico acquirente consultato (CAI) senza che si sia proceduto ad una ricerca di acquirenti alternativi, anche se stranieri, in regime concorrenziale, costituirebbe un fatto molto grave….”. Tradotto alla dipietrese: non l’ha ordinato il medico di dover vendere proprio e solo ai furbacchioni del quartierone CAI, che – essendo solo loro gli interlocutori – vogliono dettare regole capestro per la Compagnia, per i piccoli azionisti e soprattutto per i lavoratori. Ora che è stato nominato il Commissario straordinario e sono state avviate le procedure concorsuali – si metta all’asta l’offerta in modo da riscontrare se non ci sia un partner che possa offrire di più e meglio di quanto offerto dal “nodo scorsoio” di chi sa di non avere concorrenti."
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30 Agosto 2008
Alitalia ad personam

“Missione compiuta”, ha detto l’altro giorno il Presidente del Consiglio Berlusconi a proposito di quello che lui ha definito “salvataggio Alitalia”. Alla faccia del salvataggio. Ieri il Consiglio di Amministrazione della compagnia ha dichiarato lo “stato di insolvenza” che vuol dire portare i libri in Tribunale. Un fallimento insomma. Certo, non sul piano formale del tecnicismo giuridico, ma sul piano sostanziale è proprio così.
Anzi peggio: il Governo Berlusconi ha emanato un apposito decreto legge (pomposamente chiamato “Marzano bis”) in cui ha previsto che – a differenza delle normali procedure di insolvenza – i beni, il patrimonio e le attività di Alitalia (es. aerei, strumentazione, immobili etc.) possono essere venduti subito, anche “a spezzatino”, senza nemmeno esplorare la possibilità che ci possa essere qualche acquirente – tipo fare Air France qualche mese addietro –disposto a rilevare l’azienda e, quindi, a salvaguardare sia la funzionalità della stessa sia il posto di lavoro ai dipendenti.
Anzi peggio ancora: ha espressamente previsto che il neo Commissario straordinario, l’ex Ministro del Governo Prodi Augusto Fantozzi (un altro transfuga opportunista che, come Giuliano Amato, si è messo pure lui “a disposizione del nuovo padrone”) possa, da subito, cedere, vendere, affittare (insomma farci quello che vuole) i beni, le attività ed i rami d’azienda produttivi, il tutto a “trattativa privata”, cioè nel chiuso di una stanza come se fosse roba propria. Certo, il decreto dice che il “prezzo non deve essere inferiore a quello di mercato”, ma anche questa “accortezza” è un’altra presa in giro. Di “quale mercato parliamo” se il bene da vendere è uno solo e la vendita avverrà una ed una sola volta? L’unico modo per avere un “prezzo di mercato” è fare una vendita a “gara pubblica”, in modo da sapere se ci sono due o più acquirenti disposti a gareggiare fra loro al miglior prezzo.
Ancora peggio: il decreto Berlusconi-Marzano prevede– udite, udite – “l’esonero di responsabilità degli Amministratori e dei Sindaci di Alitalia e di tutte le società controllate (una miriade) per tutti gli atti posti in essere dal 18 luglio 2007 all’entrata in vigore del decreto legge”. Insomma, Berlusconi – imparata la lezione che si possono fare le leggi ad personam – ha esteso questo concetto: non più solo per sé, come è avvenuto per il lodo Alfano, ma anche per altre specifiche persone nominativamente indicate. Chi non vorrebbe fare il manager a queste condizioni. E gli eventuali creditori (fornitori, dipendenti, piccoli azionisti etc.) che sono stati “gabbati” con chi se la devono prendere?
Peggio, peggio ancora: è stato previsto che gli unici creditori ammessi al fondo di garanzia (per quel poco che può coprire) sono gli azionisti e gli obbligazionisti di Alitalia. Il solito vizio berlusconiano di fare leggi incostituzionali. Qualcuno dovrebbe spiegargli che – così facendo - egli ha violato il principio della “par condicio creditorum” e, quindi, la normativa emanata ha pure rilevanti profili di incostituzionalità.
Il peggio del peggio: il “decreto-truffa” – perché di truffa si tratta, dapprima elettorale ed ora imprenditoriale – prevede “l’esclusione della responsabilità dell’acquirente per i debiti sorti prima del trasferimento”. Traduzione: quei furbacchioni di compratori che acquisteranno i beni aziendali, i rami di azienda attivi e gli altri “spezzatini appetitosi” rinvenienti dallo “spacchettamento” di Alitalia non dovranno preoccuparsi che qualcuno un giorno possa chiedere loro di pagare i debiti o i pegni o le ipoteche gravanti su tali beni o attività. Loro comprano già e subito “al netto”, senza alcun rischio aziendale.
Già ma chi paga tutto questo, soprattutto chi paga l’indebitamento di circa 1 miliardo e duecento milioni di euro in cui versa la compagnia e chi paga i 300 milioni di “prestito-ponte” fortemente richiesto da Berlusconi prima delle elezioni per poter trovare – così disse lui – un buon compratore nostrano di Alitalia? Nessun problema: paga “Pantalone”. Pagano cioè tutti gli italiani, in quanto questi debiti – anzi, tutti i debiti, anche quelli che ancora non si conoscono – saranno a carico delle casse dello Stato, vale a dire dei cittadini contribuenti. A carico loro saranno anche i “7 anni di cassa integrazione” previsti per il personale in esubero, ovvero circa 6-7 mila dipendenti.
E chi ci guadagna? Il fior fiore degli imprenditori italiani, anzi degli imprenditori “all’italiana”, che poi sono per lo più ben noti alle cronache: alcuni riciclati di Mani Pulite, alcuni finanzieri d’assalto a cui non frega niente di far volare gli aerei ma interessa il business che ci gravita attorno, palazzinari alla ricerca di aree intorno agli aeroporti e dietro le compagnie di bandiera. Tutti accomunati da un unico desiderio: fare affari, profittando della “cuccagna” che viene loro offerta, con la garanzia anticipata che non dovranno nemmeno rispondere alla giustizia un domani – né civilmente né penalmente - alla faccia di quella che una volta si chiamava “bancarotta preferenziale” e che ora, di fatto, nel nostro caso viene abolita “a futura memoria”.
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27 Agosto 2008
L'avaria Alitalia

Ieri ho fatto alcune dichiarazioni sul caso Alitalia alle agenzie di stampa. Ho affrontato la questione in diversi articoli di questo blog, che troverete in calce a quest’ultimo.
La questione Alitalia rappresenta una truffa colossale che a tratti durante questi tristi mesi di agonia della società ha sconfinato anche nell’illegalità, oltre che far precipitare la già poco rosea immagine internazionale di questo Paese ai minimi storici. Ricorderete che definii l’interferenza di Silvio Berlusconi sulla trattativa Air France Alitalia un vero e proprio atto di insider trading.
In campagna elettorale, Silvio Berlusconi promise di rimettere in piedi la compagnia di bandiera e di avere una cordata tutta italiana pronta e disponibile all'acquisto nel giro di quattro settimane come scrisse Il Giornale. Anche qui mentiva. Ma quella menzogna costò cara al popolo italiano, e ai dipendenti di Alitalia mal consigliati anche dai loro “protettori”, i sindacati. Dopo aver preso ai cittadini 600 miliardi delle vecchie lire per un contributo a fondo perduto alla compagnia di bandiera, oggi Berlusconi e' promotore interessato di una nuova compagnia che a costo zero sfrutta il marchio e le rotte del vettore Alitalia, scaricando i debiti sullo Stato e su una miriade di piccoli azionisti che perderanno tutto.
Grazie a Berlusconi perderanno il lavoro 7000 dipendenti, qualcuno in più di quelli previsti da Air France (si parlava di circa 2100 esuberi). Quello che accadrà è semplice, ancora una volta i debiti di Alitalia e della Bad Company ricadranno sui cittadini, allo stesso tempo nascerà una nuova compagnia utile a Berlusconi e ai suoi amici del cuore.
Ma il governo insiste e Tremonti, Ministro dell’Economia, tuona: “Ci hanno lasciato due disastri: Napoli e l’Alitalia. Il primo Berlusconi lo ha risolto a fine luglio, domani risolvera’ Alitalia”. Per Napoli non basta dire “è risolta” dopo aver spazzato due strade del centro città ed inoltre le responsabilità di quella situazione perpetrata con un decennio di governi alternati non è stata mai affrontata rimuovendo le cause politiche. La seconda, Alitalia, questo governo l’ha aggravata e l’aggraverà a spese dei cittadini.
Non sono contrario al fatto che la compagnia Alitalia rimanga "italiana", come qualcuno può pensare, a patto che lo sia nel rispetto delle regole del libero mercato e nel rispetto degli interessi dei cittadini italiani e non di una cerchia ristetta di privilegiati.
Leggi anche:
Alitalia: miracolo posticipato
La cordata menzogna
Sulla pelle del Paese
Alitalia: basta illudere i cittadini
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7 Agosto 2008
I 98 miliardi scomparsi

Lo scorso martedi cinque agosto ho presentato un'interrogazione a risposta scritta alla Presidenza del Consiglio dei Ministri in relazione ad un'evasione di 98 miliardi di euro, di cui si era appresa la notizia già nella scorsa legislatura, da parte di numerosi concessionari dei Monopoli di Stato in possesso delle autorizzazioni ad installare e gestire macchinette da gioco slot machine.
Tutte le slot machine esistenti sul territorio nazionale avrebbero dovuto essere collegate in via telematica alla Sogei, mentre secondo una inchiesta fatta dalla Guardia di Finanza si era accertato che le società concessionarie erano state inadempienti e un gran numero delle apparecchiature non erano collegate. Solo nel caso di impossibilità a collegarsi era prevista una tassa forfettaria, ma sembra che tale eccezione sia diventata quasi una regola e per arginare tale comportamento fu stabilita una multa di 50 euro per ogni ora di mancato collegamento. Purtroppo sembra che i Monopoli di Stato, che avrebbero dovuto incassare la multa, non abbiano mai applicato le sanzioni. Fonte di ulteriore preoccupazione le notizie che alludevano al fatto che alcune delle società concessionarie fossero riconducibili alla malavita organizzata.
Da tempestive azioni di recupero e da una corretta gestione di tali concessioni potrebbero emergere risorse per affrontare le numerose questioni economico-sociali che riguardano il futuro del Paese e le attuali condizioni di vita dei giovani, dei lavoratori e dei pensionati. Purtroppo il governo non ritiene di promuovere tempestivi chiarimenti né quali azioni di recupero mettere in atto per recuperare le somme evase.
Leggi anche:
98 miliardi di domande
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3 Agosto 2008
La latitanza di Consob e Banca d'Italia

Dov'erano la Consob e la Banca d'Italia quando avvenivano gli scandali finanziari? Non ci convince che non ne sapessero niente, ma ci convince la loro connivenza, se non la complicità.
Noi dell'Italia dei Valori abbiamo preparato un pacchetto di leggi che in materia di risparmio e credito mirano a trovare fondi per il rilancio dell'economia del Paese. Ma invece di prendere ai deboli per dare ai forti, toglie ai furbi per dare a tutti i cittadini.
Tra le nostre proposte di legge prevediamo l'abolizione della clausola di massimo scoperto bancario, misure per l'introduzione della ''proprietà popolare della moneta'', il divieto per i comuni di piccole dimensioni di sottoscrivere strumenti finanziari derivati, la vendita parziale delle riserve auree dello Stato a beneficio del debito pubblico, nuove norme sulla proprietà della Banca d'Italia e la trasformazione delle banche popolari in società per azioni di diritto speciale.
Proponiamo inoltre la costituzione di due nuove commissioni parlamentari di inchiesta. Una sull'operato dell'Isvap, l'Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni, per indagare sulle anomalie del sistema che continua a comportare un indiscriminato aumento delle tariffe assicurative, nonostante l'avvenuta liberalizzazione. L'altra sull'operato di Consob e Banca d'Italia relativamente agli scandali e ai dissesti finanziari e industriali, nonché alla distribuzione dei bond argentini presso i risparmiatori italiani.
Noi chiediamo che il Parlamento si interessi di cose serie piuttosto che di lodi vari. A chi ci accusa di essere eversivi rispondiamo che eversivi sono quelli che tengono nascoste queste problematiche per tenersi il malloppo. Di questo pacchetto si parlerà poco perché e' più facile sparlare dell'Italia dei valori e identificarla come il partito che si occupa di giustizia e porta avanti il giustizialismo.
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28 Luglio 2008
No alla norma ammazza precari

Noi dell'Italia dei Valori non abbiamo abboccato all'oscena "norma ammazza precari". Abbiamo votato contro e ne chiediamo a gran voce il ritiro.
E' come se ci trovassimo davanti ad una partita di calcio. Ad un certo punto, mentre si sta giocando, l'arbitro assegna la vittoria ad una delle due parti prima che la partita sia finita. E' chiaro che l'arbitro si e' mosso scorrettamente vendendosi al migliore offerente. Cio' e' accaduto con la norma antiprecari che ha l'aggravante del voto di fiducia. Uno si e' venduto alla lobby imprenditoriale di turno, in questo caso le poste, e per fare un favore a queste ha penalizzato migliaia di lavoratori.
E' l'esempio classico di come si può abusare delle istituzioni chiedendo il voto di fiducia anche per questioni che non sono d'interesse generale, ma che soddisfano solo gli appetiti di alcune lobby.
Troviamo scandaloso che si sia fatta una norma così, una disposizione che azzera il contenzioso in atto e che condanna il lavoratore al precariato a vita. E' come se un potente di turno facesse una rapina in banca e qualcuno decidesse che quell'azione non e' più reato. Una sorta di lavaggio delle regole di democrazia, che non sono più tali.
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24 Luglio 2008
A tutela dei forti e dei furbi
Riporto il video ed il testo della dichiarazione di voto dell'Italia dei Valori sul decreto-legge per lo sviluppo economico.
"Sig. Presidente del Consiglio che non c’è,
Suvvia, abbia un po’ di rispetto per il Parlamento. Si presenti almeno il giorno che chiede la fiducia!
Ma oramai l’abbiamo capito: a Lei non glie ne frega niente del Parlamento. Tanto sa che la maggioranza delle persone che sono qui – almeno fino a quando ci sarà questa legge elettorale – saranno sempre pronte a votare qualsiasi porcheria pur di assecondarLa e così riguadagnarsi il posto a tavola la prossima volta.
Lo so, fa male sentire queste parole ma purtroppo questa è la nuda e cruda verità, specie dopo l’approvazione della legge con cui la sua maggioranza le ha regalato l’impunità.
Una “impunità provvisoria”, però, se lo metta bene in mente perché il Referendum che stiamo preparando spazzerà via questa vergogna tutta italiana che ci ha costretto a subire.
Oggi, sig. Presidente del Consiglio, sistemati i suoi affari personali, ci propone un altro decreto legge, anch’esso fatto in casa, alla chetichella, tutto da sé, come se a fare le leggi ci debba pensare sempre e solo Lei e non il Parlamento, come prevede la Costituzione.
E ce lo propone chiamandolo pomposamente “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”.
Eh la miseria! – mi sono detto – sta a vedere! Andiamo subito a leggere le carte e giù subito a leggere il testo che ci ha mandato in aula.
Impresa impossibile: ci siamo trovati di fronte a 600 pagine di articoli, richiami ad altri articoli, rinvii, rimandi. Insomma, un testo che non si capisce nemmeno da dove cominciare a leggerlo.
Poi abbiamo capito: non c’era bisogno che lo leggessimo. Infatti nemmeno i suoi Ministri l’avevano letto, tanto che lo avevano approvato ad occhi chiusi – come loro solito – durante un Consiglio dei Ministri durato solo nove minuti.
Era, insomma, tutta una finta. Ed infatti, di lì a qualche giorno, il Governo ci ha inondato di una marea di emendamenti e così via, cambiando ogni giorno le carte in tavola tanto che al Parlamento non è stata data nemmeno la possibilità di discuterlo nei tempi pur ristretti che un decreto legge prevede per la conversione.
Ci avete messo di fronte al voto di fiducia.
Fiducia che noi dell’Italia dei Valori – che non abbiamo scritto “Giocondo” sulla fronte - non siamo affatto disposti a darvi.
E veniamo al merito della manovra economica di cui abbiamo ascoltato con attenzione la recensione fatta dal Ministro dell’economia Tremonti l’altro giorno in quest’aula.
Indubbiamente, si è trattato di una interessante lezione di scuola e sono stati anche forniti spunti di riflessione interessanti sul piano culturale. Anch’io, come Tremonti, mi sto convincendo che la moderna economia liberale – se lasciata solo alla “libera globalizzazione dei mercati” rischia di trasformarsi solo in un anarchico coacervo di monopoli, oligopoli, cartelli d’impresa, intricati conflitti di interesse. Insomma è vero che c’e’ necessità di ritornare ad una maggiore responsabilizzazione della mano pubblica per evitare che a guadagnarci siano solo i colossi imprenditoriali e non l’intera collettività.
Ma se questa è l’analisi politica delle mille difficoltà nazionali ed internazionali su cui la nave Italia deve navigare, le soluzioni che avete proposto sono come il cianuro per l’ammalato: invece di far soffrire ancora i cittadini italiani, li uccidete all’istante.
La manovra economica che avete proposto nel suo complesso - pur con qualche pregevole distinguo, scopiazzato qua e là da proposte altrui – è irrazionale.
Essa – per dirla in soldoni - toglie ai deboli per dare ai forti ed ai furbi.
Sappiamo bene che alle Casse dello Stato mancano soldi e che questi bisogna assolutamente trovarli sia perché dobbiamo ripianare debiti enormi sia perché dobbiamo riprogettare il futuro del nostro Paese.
La diagnosi – ripeto, anche noi dell’Italia dei Valori la conosciamo e non solo il Ministro Tremonti.
E’ la terapia che proponete che non condividiamo.
Voi avete preso atto che vi servivano i soldi e li avete presi dove era più facile prenderli: dai poveri cristi che non hanno voce, che non hanno mezzi per contrattaccare, che non possono ribellarsi, che addirittura, come le forze dell’ordine ed i Carabinieri devono “ubbidir tacendo”!
Vi servivano soldi?
Dovevate prenderli dagli evasori fiscali, dai truffatori, falsificatori di bilanci, corrotti e corruttori pubblici specie se di testimoni giudiziari.
Non siamo solo noi a dirvelo. Ve lo ha detto anche il Procuratore generale della Corte dei Conti che non più tardi di un mese addietro vi ha espressamente avvertito che “…l’area dell’evasione fiscale rappresenta la principale riserva per incrementare le pubbliche risorse…?”
Vi ha anche indicato come fare: incentivare il lavoro e l’attività di riscossione delle società pubbliche e degli Uffici finanziari addetti allo scopo.
Invece avete addirittura depotenziato l’amministrazione finanziaria con macroscopici tagli alle risorse dei lavoratori delle Agenzie Fiscali, come vi stanno ricordando i tanti lavoratori del settore che proprio oggi sono qui fuori a protestare per l’assurdità di tale decisione.
La verità e che Voi non volete combattere l’evasione fiscale ma coloro che vogliono contrastarla. Anzi Voi non volete proprio il controllo di legalità ed ogni volta che qualcuno ci prova, subito vi fate una legge per fermare gli accertamenti se non addirittura per fermare e delegittimare i controllori.
A tutti gli addetti al controllo di legalità ed alla repressione degli illeciti voi riservate lo stesso trattamento: colpirne uno per educarne cento!
Vi servivano soldi?
Dovevate toglierli dai favoritismi di cui la casta si è ingrassata in tanti anni di malaffare e non dagli stipendi di chi non riesce ad arrivare a fine mese (ammesso che lo stipendio ce l’abbiano ancora, visto come state trattando i precari)!
Vi servivano soldi?
La Corte dei Conti vi ha indicato anche un altro settore su cui intervenire per fare cassa: riprendere -con trasparenza questa volta- la graduale vendita del patrimonio pubblico inutilizzato ed il più delle volte lasciato marcire in molte parti d’Italia.
Vi servivano soldi?
Bene! Dovevate, allora, affrontare con coraggio la liquidazione totale degli Enti inutili, che ancorché dichiarati tali da anni, la Corte dei Conti ha fatto rilevare che ve ne sono ancora 110 in piedi tra cui molti carrozzoni spreca soldi.
Vi servivano soldi?
Bene! Dovevate intervenire seriamente sulla spesa sanitaria e non con tagli a pioggia come avete fatto in questa manovra.
Seguite le risultanze delle indagini giudiziarie che si susseguono - giorno dopo giorno, regione dopo regione - e scoprirete che quello che dovete tagliare non sono i fondi ma gli sprechi, le inefficienze, le ruberie nei rimborsi sanitari, nelle procedure di spesa e nelle consulenze.
Ai magistrati che stanno scoprendo tutto questo malaffare dovreste -dovremmo tutti qua dentro- mandare bigliettini di solidarietà e non a chi in galera ci sta perchè accusato di aver commesso dei reati.
Ministro Tremonti, Lei nel suo discorso ha responsabilmente riconosciuto l’importante ruolo della magistratura in questo campo. Ed allora lo dica al suo Presidente Berlusconi che anche ultimamente si è prodigato in “pizzini” inviati ai carcerati ed in denigrazioni ai magistrati che hanno scoperto le ruberie, accusandoli di insistenti teoremi.
Vi servivano soldi?
Bene! Ed allora - invece di propugnare gli appalti in house, quelli fatti in casa, senza gara e senza controlli, come vorrebbero quelli della Lega – dovevate spazzare via le 4.880 società pubbliche partecipate da Regioni, Province e Comuni, dove si annidano i più beceri sistemi di familismo con i suoi 255.000 addetti, 26.000 amministratori e 12.000 componenti dei collegi sindacali, nella maggior parte dei casi di nomina politica clientelare?
A che servono tutte queste società se l’esternalizzazione dei servizi e delle attività verso queste strutture non ha comportato alcun ridimensionamento degli apparati pubblici, sicché ora – oltre al danno economico si aggiunge anche la beffa del raddoppio delle procedure burocratiche?
Ecco: invece di combattere la casta, avete preferito prendervela con i poveri cristi.
E tra le “perle” di ingiustizia sociale che avete tirato fuori dal cappello ce ne sono alcune davvero inaccettabili. Mi riferisco, ad esempio, ai tagli alla scuola, alle forze dell’ordine, al pubblico impiego ed all’Università.
Ma lo sapete o non lo sapete che il 60% degli agenti di Polizia ricevono meno di 1.200 euro al mese? E come pensate di farli campare? Facendo fare pure a loro i delinquenti? E soprattutto, come pensate di dare più sicurezza ai cittadini, a cominciare da quelli del Nord, - a parole, ma solo a parole - tanto cari alla Lega? Forse, raccontando loro la favoletta dell’inno d’Italia?
Alla scuola decurtate oltre 8 miliardi di euro con una riduzione di oltre 100 mila insegnanti e 43 mila lavoratori tecnici ed amministrativi (ATA). Ma non fate prima a dire che volete che solo la scuola privata vada avanti e che a scuola ci vadano solo i figli di papà?
E dei precari a vita – soprattutto quelli della scuola pubblica che con questo decreto mandate a casa a decine di migliaia – che ne facciamo? Li mandiamo una volta per tutti alla rottamazione? Li cremiamo ai forni inceneritori?
No, sig. Presidente del Consiglio che non c’è, Lei ancora una volta si comporta come un Giano bifronte: con la faccia davanti vuol fare credere di stare dalla parte del popolo, con quella di dietro traffica solo per farsi gli affari suoi e quelli dei suoi amici, come sta facendo, da ultimo, anche per la vicenda Alitalia.
Noi avevamo trovato un compratore che salvava azienda e personale. Lei ha trovato una soluzione che prevede il fallimento dell’azienda ed il licenziamento di oltre 5.000 dipendenti.
Complimenti! E Lei sarebbe un grande imprenditore? Sì, ma con i soldi degli altri, dei contribuenti italiani!
l’Italia dei Valori – che ha capito bene e per tempo di che pasta Lei è fatto – per tutte queste ragioni le nega la fiducia sempre più convintamene e sempre meno pacatamente."
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17 Luglio 2008
La credibilità del governo
Il Ministro dell’economia Giulio Tremonti ha parlato oggi di “stabilizzazione triennale dei conti pubblici” in Parlamento.
Ha tracciato un quadro del Paese critico ma non drammatico, a suo avviso, in un contesto che vede questo governo scivolato in una posizione di estrema debolezza e credibilità sull’argomento. Vuoi perché il centrodestra si è occupato fin d’ora delle vicende private di Silvio Berlusconi, vuoi perché ha completamente esautorato le funzioni di un Parlamento a colpi di decreti, vuoi perché dovrà continuare a farlo per le vicende di Silvio Berlusconi anche per i prossimi mesi, come ha già dichiarato, vuoi perché la Corte europea ha bocciato il condono fiscale italiano sull’Iva per gli anni 1998-2001 contenuto nella Finanziaria 2003 e voluto da questa stessa compagine governativa. Vuoi per tutto questo, il centrodestra non è stato ancora capace di dare un segnale di ripresa e rilancio dell’economia.
Noi dell’Italia dei Valori, ribadisco a Tremonti, saremmo ben contenti di affrontare l’unica emergenza del Paese: quella economica.
Ma in Parlamento, non in altre sedi. Perché è in Parlamento che si discutono i problemi del Paese, e non quelli di una sola persona.
"PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Di Pietro. Ne ha facoltà.
ANTONIO DI PIETRO. Signor Presidente, signor Ministro che c'è, la ringrazio perché almeno lei c'è, e quindi, finalmente, possiamo confrontarci con una persona che viene in Parlamento e che, seppur per pochi minuti, ci ascolta.
Credo che del merito di questo provvedimento si poteva e si doveva discutere dal primo giorno; quindi, mi dispiace che per sessanta giorni ci siamo dovuti occupare d'altro, che non aveva nulla a che fare con l'urgenza e con l'emergenza, ma che aveva a che fare soltanto con questioni personali. Mi dispiace anche che questo provvedimento, sebbene sia urgente, deve essere affrontato non solo con un decreto-legge, ma addirittura con il voto di fiducia, proprio perché il Parlamento deve essere libero ancora di occuparsi d'altro. Me ne dispiace anche perché dobbiamo liberare il Parlamento non solo per prima delle ferie, ma lo dobbiamo liberare anche per dopo le ferie, perché allora ci dovremo occupare ancora di altro che già ciPag. 61è stato annunciato dal Presidente del Consiglio, ossia dell'immunità parlamentare, del CSM e di quant'altro. Me ne dispiace, perché credo che di questo provvedimento e di questa materia, che invece oggi ci propone, vi sia davvero bisogno.
Ora che la frittata in ordine al metodo è fatta, dobbiamo discutere in ordine al merito, per il tempo che ci è dato a disposizione. Manifestiamo tutta la nostra contrarietà al fatto che se ne debba discutere con lo strumento del decreto-legge e se ne debba addirittura non discutere, perché ciò che facciamo oggi e domani è solo un giochetto per perdere tempo e per far dire che, comunque, ne abbiamo discusso. Tanto avete già deciso e sappiamo già l'ora in cui sarà posta la fiducia e quando sarà data. Si tratta, insomma, solo di una ricreazione di un paio di giorni.
Io, invece, voglio prendere sul serio ciò che è scritto nel provvedimento in esame. Ho, soprattutto, ascoltato con attenzione le sue argomentazioni, come ascolto sempre con molta attenzione le argomentazioni dell'onorevole Tabacci. Ripeto anche in questa sede ciò che ho sempre detto fuori: quando persone come lei, o come l'onorevole Tabacci, parlano ed esprimono le loro idee, preferisco prendere appunti ed ascoltare. L'Italia dei Valori, infatti, non ha solo voglia di denigrare. Quando riteniamo che non abbiamo altra voce che gridare nel deserto non possiamo fare altro, ma quando ascoltiamo delle persone che esprimono delle idee, che possiamo condividere o non condividere, ascoltiamo con molta attenzione.
MAURIZIO LUPI... è il braccio della morte.
FABIO EVANGELISTI. Ma che c... dici, stupido!
PRESIDENTE. Onorevole Evangelisti, la prego di moderare il linguaggio, in ogni caso.
FABIO EVANGELISTI. Si offendono tutte le volte!
PRESIDENTE. Onorevole Evangelisti, stia tranquillo. Nessuno le ha dato la parola e lasci parlare l'onorevole Di Pietro.
ANTONIO DI PIETRO. L'onorevole Tabacci le ha rimproverato sia ragioni di metodologia che di merito. Sulla metodologia, come sa, anch'io non sono affatto d'accordo. QuantoPag. 62al merito, credo che nel suo discorso, al di là delle valutazioni se sia soltanto un discorso accademico o meno, vi siano aspetti che possono e debbono essere condivisi, e che noi condividiamo, e altri che non condividiamo, ed è bene che li sottolineiamo, pur nel poco tempo a disposizione. Mi limito solo ad elencare questi aspetti, non avendo avuto la possibilità di partecipare ad un dibattito parlamentare che, magari attraverso il confronto, poteva convincerci meglio, o grazie al quale anche noi potevamo fornire qualche indicazione.
Prendiamo atto e concordiamo sul fatto che responsabilmente lei ha detto che rispetterà gli impegni italiani con l'Europa presi dai precedenti Governi, compreso il Governo Prodi, ed è così che si deve fare. Uno Stato che fa parte della Comunità europea non può permettersi di non rispettare gli impegni presi soltanto perché cambia il Governo. Noi rivendichiamo ciò, in quanto siamo convinti che gli impegni che ha preso il Governo Prodi con l'Europa siano giusti e doverosi.
Forse ci distinguiamo anche da qualche alleato, quando lei dice che intende trovare un sistema per combattere alcuni cartelli e monopoli, come le banche, i petrolieri e quant'altro. Non so (perché veramente non ho capito, e perché è mancato il dibattito parlamentare) se è più giusto ciò che sostiene lei, ovvero che le tasse le pagheranno i cartelli, o se è vero ciò che sostengono i nostri alleati (cui do fiducia, fino a prova contraria), ovvero che le tasse verranno traslate sui contribuenti. Ne avrei voluto discutere maggiormente in questa sede, e avrei voluto essere più convinto delle ragioni dell'uno e dell'altro. Noi dell'Italia dei Valori, infatti, vogliamo combattere i cartelli delle banche e dei petrolieri, e siamo convinti che lì vi è una grossa sacca di malaffare e di approfittamenti.
Tuttavia, non riusciamo a capire come si fa a bloccare poi la ricaduta a valle costituita dal fatto le tasse verranno scaricate sui contribuenti. Vorremmo capirlo meglio, al di là delle affermazioni di principio. E vorremmo capire meglio le affermazioni di principio, in quanto il principio noi lo condividiamo. Vorremmo, però, capire tecnicamente come ciò avverrà.
Riteniamo che lei abbia affermato una cosa giustissima - che però la mette fuori dall'azione del suo Governo - quando ha detto che, per avere una sanità migliore, più efficiente e con minori sprechi è necessaria un'azione moralizzatrice della magistratura. Ma viva Iddio che fosse così! Allora, ciò che svolge la magistratura non è un teorema, ma un'azione dovuta e necessaria, di cui dovreste essere felici. Il suo Governo, però, non ha tale orientamento e vuole fare tutt'altro!
PRESIDENTE. La prego di concludere.
ANTONIO DI PIETRO. Signor Presidente, abbia pazienza...
PRESIDENTE. Onorevole Di Pietro, io ho pazienza, ma ho anche il dovere di far rispettare il Regolamento, come lei sa. Lei ha superato da due minuti il tempo assegnato al suo gruppo, così come agli altri.
ANTONIO DI PIETRO. Anzitutto, Presidente, anche gli altri hanno parlato di più. Inoltre, mi perdoni...
PRESIDENTE. Non perdiamo tempo in questo inutile battibecco. Continui e cerchi di concludere.
ANTONIO DI PIETRO. È possibile che solo quando parlo io lei si ricorda di stare con l'orologio in mano? Abbia pazienza (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)!
PRESIDENTE. Non me ne ricordo soltanto quando parla lei. Onorevole Di Pietro, l'orologio non ha colori.
ANTONIO DI PIETRO. Invece per lei sì! Per lei sì!
PRESIDENTE. Onorevole Di Pietro, la prego di proseguire.
ANTONIO DI PIETRO. Per lei non solo l'orologio ha colori...
PRESIDENTE. Onorevole Di Pietro, concluda.
ANTONIO DI PIETRO. Io, però, non riesco a capire - fra il dire e il fare - come oggi lei possa dire di volere combattere l'evasione fiscale se proprio oggi - lei lo sa meglio di me - la Corte di giustizia europea ha condannato il Governo per la legge finanziaria per il 2003, nella quale era contenuto il famoso condono fiscale, sul quale noi gridammo allo scandalo perché esso permetteva agli evasori fiscali di farla franca. Se lo ricorda tutto questo? Anche allora lei ci disse che quello era un modo per recuperare le tasse. In realtà, si trattò di un modo per legittimare l'evasione delle tasse e per farci anche subire, ora, la sanzione europea perché non abbiamo svolto il nostro dovere.
Infine, per concludere...
PRESIDENTE. Onorevole, concluda.
ANTONIO DI PIETRO. Noi non condividiamo il fatto che in questa manovra finanziaria, per fare cassa, lei abbia dovuto ridurre i fondi per le forze dell'ordine mentre ha eliminato l'ICI indistintamente: oggi, quindi, non abbiamo quelle risorse necessarie per far fronte alle esigenze delle forze dell'ordine. Non condividiamo soprattutto - su questo vorremmo e avremmo voluto confrontarci - la sua idea sulla banca del sud...
PRESIDENTE. Onorevole Di Pietro, la prego di concludere. Non mi costringa a toglierle la parola. Lei ha superato da quattro minuti il tempo a sua disposizione...
ANTONIO DI PIETRO. Signor Presidente, mi tolga pure la parola. Non sarebbe né la prima né l'ultima volta.
PRESIDENTE. Onorevole Di Pietro, lei effettua sempre giusti riferimenti ai Regolamenti e al rispetto delle regole. Sta parlando da quattro minuti oltre il tempo fissato per lei come per ogni altro gruppo.
ANTONIO DI PIETRO. Io continuo a parlare e quando lei ritiene di togliermi la parola me la tolga (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).
PRESIDENTE. Il suo tempo è scaduto, onorevole Di Pietro
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28 Maggio 2008
Il dovere delle Istituzioni
Pubblico il video ed il resoconto stenografico del mio intervento alla Camera dei Deputati sull'emendamento presentato dal Governo che prevede l'approvazione della convenzione fra Autostrade per l'Italia e Anas, alla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto legge sugli obblighi comunitari, senza passare dal Cipe, in contrasto con il dovere delle istituzioni di fare in modo che la concessione serva ai cittadini e non invece soltanto a qualche società concessionaria.
"Signor Presidente, anch'io intervengo sull'ordine dei lavori perché ritengo che prima di votare questo articolo aggiuntivo, è bene che tutti noi parlamentari sappiamo fino a che data l'Anas può approvare gli schemi di concessione, con la certezza che diventano validi subito dopo, senza bisogno che vi sia ciò che è previsto ora, vale a dire il decreto del Ministro delle Infrastrutture, la controfirma del Ministro dell'Economia e delle Finanze, il parere delle Commissioni parlamentari di Camera e Senato, il parere degli organi di controllo.
Insomma, si affidano a una società di capitali le sorti del bilancio dello Stato, senza operare alcun controllo, senza che lo Stato intervenga! Alcun organo dello Stato: né il Parlamento, né il Governo, né gli organi di controllo come la Corte dei conti o la Ragioneria dello Stato, che pure dovrebbero apporre il visto; nulla di tutto ciò viene fatto e una società di capitali non fa altro che decidere a chi dare in concessione un bene non suo, ma dello Stato, di cui essa è concessionaria! (Applausi dei deputati dei gruppi Italia dei Valori e Partito Democratico)
Per questa ragione, a proposito dell'ordine dei lavori, sollecito soprattutto la Presidenza della Camera per ottenere una risposta prima del voto.
In secondo luogo, chiedo al Governo di ritirare la proposta emendativa in esame (Commenti dei deputati del gruppo Unione di Centro) perché spossessa le istituzioni di un diritto-dovere: quello di verificare se vi sono le condizioni per concedere a un terzo tale beneficio, tale concessione.
Da ultimo, noi dell'Italia dei Valori non possiamo accettare una formulazione siffatta, perché è in contrasto con il dovere delle istituzioni di fare in modo che la concessione serva ai cittadini e non invece soltanto a qualche società concessionaria, la quale, senza controllo, pensa a gestire le proprie risorse (Applausi dei deputati dei gruppi Italia dei Valori, Partito Democratico e Unione di Centro)."
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30 Aprile 2008
Il cappio dell’IVA anticipata

Il rilancio delle imprese ha bisogno di azioni immediate e incisive. Uno dei problemi, in particolare per le piccole e medie aziende, è la cassa, il poter disporre di liquidità per investimenti, o anche per la gestione corrente, senza dover ricorrere al credito, e quindi senza indebitarsi e dover pagare interessi sempre più onerosi per l’aumento del costo del denaro.
L’Italia dei Valori come primo atto della sua attività parlamentare proporrà l’abolizione del regime di Iva anticipata sulle fatture emesse. La riscossione dell’Iva dovrà avvenire solo all’avvenuto pagamento della fattura. Questa misura se approvata dal Parlamento consentirà alle aziende di togliersi un cappio finanziario al collo e di evitare lunghe attese per rimborsi d’Iva e conguagli a favore. L’anticipo dell’Iva ad oggi favorisce il sistema bancario e non quello industriale, in quanto le società sono costrette spesso a indebitarsi per continuare la loro attività.
Questa iniziativa è solo la prima da parte dell’Italia dei Valori per consentire lo sviluppo delle imprese e metterle in condizione di competere sul mercato italiano e internazionale.
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26 Aprile 2008
La cordata menzogna

Riporto le mie dichiarazioni in un intervista, rilasciata ieri ad un giornalista del quotidiano La Stampa, sul prestito ponte ad Alitalia.
"Personalmente in consiglio dei ministri ho ripetuto che nessuno deve potersi permettere di prendere dei provvedimenti che sono illegittimi ed io ritengo che la forzatura che ancora una volta ha voluto Berlusconi sarà punita dall’Unione Europea perchè è un aiuto di Stato.
Sono testimone, in Consiglio dei ministri Berlusconi ha fatto arrivare un ultimatum: voglio trecento milioni perchè voglio avere il tempo di trovare una cordata. A chi gli faceva presente che era un aiuto di Stato, lui ha replicato che non gli interessava e di volere un prestito ponte. Tutti sono capaci di comprare qualcosa con i soldi degli italiani.
Sono contro all’utilizzo delle istituzioni per fare operazioni illegittime. Credo che l’Unione Europea ci sanzionerà, che la cordata non ci sia e che alla fine avremo il danno e la beffa. Il danno di avere perso Alitalia per non avere aperto al dialogo con Air France, e la beffa di perdere ulteriori trecento milioni a danno dei contribuenti italiani."
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22 Marzo 2008
Alitalia: basta illudere i cittadini!
Ritengo che la vicenda Berlusconi-Alitalia sia un bluff pazzesco, soprattutto illegittimo sul piano europeo perchè l’Unione Europea non permette aiuti di Stato. Inoltre, l’Unione Europea ha già detto che considera aiuto di Stato un’eventuale compensazione che si dà alla Sea per la gestione di Malpensa e, in questo senso, illegittimo. A me pare già un bluff pazzesco utilizzare la campagna elettorale in questa vicenda.
È una vicenda troppo delicata, anzi, sono due le vicende troppo delicate: Malpensa, che non deve seguire la vicenda di Alitalia perché, altrimenti, si butta via il bambino con l’acqua sporca. Per quanto riguarda Alitalia, non c’è niente da fare: è necessario che ci sia un governo in carica che prenda le decisioni da prendere e qualsiasi decisione non può prescindere da una moratoria di due o tre anni per salvare almeno Malpensa perché, altrimenti, non avremmo soltanto qualche migliaio di persone senza lavoro, ma qualche decina di migliaia di persone senza lavoro!
Come Italia dei Valori riteniamo improprio che l’imprenditore che si propone di acquistare la compagnia Alitalia attraverso i suoi figli sia lo stesso imprenditore che vuole fare anche il presidente del Consiglio. Questo vizio d’origine, per cui egli pensa di lavorare in conflitto d’interessi, anzi, di utilizzare la sua funzione pubblica per i suoi interessi privati, addirittura usufruendo degli aiuti di Stato, ci sembra inconcepibile. Egli ha già detto, in questa occasione come anche in altre occasioni a proposito di campagna elettorale, di voler togliere la legge sulla par condicio appena va al governo, proprio perché vuole utilizzare le sue televisioni per vendere fumo invece che arrosto. Questa volontà ci rende ancora più determinati, a noi dell’Italia dei Valori, ad andare in Parlamento ed approvare nei primi passi del governo, se riusciamo a vincere le elezioni, due leggi fondamentali: quella sul conflitto d’interessi e quella sulla riforma radiotelevisiva. Sono due baluardi di democrazia che un eventuale governo Berlusconi potrebbe minare.
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21 Marzo 2008
Pagheremo noi per lui

In seguito alla sentenza della Corte di Giustizia europea, il nostro Paese rischia a breve di dover pagare una multa salatissima se le leggi italiane in materia televisiva non si adegueranno alle norme comunitarie. Riporto sull'argomento una mia intervista rilasciata all'Unita'.
L'Unità: Per i fedelissimi di Silvio oggi è lui, Antonio Di Pietro, l’Uomo nero. Anzi, «un uomo che fa orrore», come ha detto Sandro Bondi l’altra sera a Ballarò. Il leader dell’Italia dei Valori non pare preoccuparsene troppo, anzi. Lì, negli studi di Rai3, non ha usato giri di parole: lui Mediaset la vuole «smembrare».
Dica ministro: era un minaccia da campagna elettorale, o è davvero realistico uno scenario in cui Rete4 toglie il disturbo a favore di Europa7?
Antonio Di Pietro: «Che bisogna togliere una rete a Mediaset sanando un’illegalità lo hanno sancito la Corte di Giustizia europea e anche la Corte costituzionale italiana. Ed il fatto che quest’illegalità non sia stata ancora sanata è una cosa che fa vergogna al nostro Paese, perché sta lì a dimostrare che le istituzioni italiane non sono in grado di far rispettare la legge. Che bisogna agire al più presto lo impone anche il fatto che vi sarà una sanzione durissima nei confronti dell’Italia se non ci adeguiamo, e per pagarla ci vorrebbe una finanziaria all’anno».
L'Unità: E cosa risponde a quelli che dicono che così si mettono a rischio delle aziende con tanti posti di lavoro?
Antonio Di Pietro: «L’argomentazione del personale che ci lavora non ha senso: sarebbe come dire che può violare la legge ogni azienda che non paga le tasse, o che non rispetta la sicurezza, o che non paga i contratti, solo perché ha i suoi dipendenti. E poi nessun vuole chiudere quell’azienda. Si vuole solo che una delle sue reti vada sul satellite perché la frequenza è stata vinta da qualcun altro. Ricordiamoci che la rete che c’è oggi trasmette rubando il diritto di trasmettere ad un’altra».
L'Unità: Lei dice che «soffierà sul collo» di Berlusconi anche sul conflitto d’interessi. Ma lei ritiene anche che il centrosinistra sia stato troppo ‘timido’ al riguardo…
Antonio Di Pietro: «Il centrosinistra non è stato timido, è stato latitante. Ed è una colpa: rimuovere il problema mentre sei maggioranza costituisce un vulnus che va riparato. Noi dell’IdV adempiremo lealmente al programma, ed il programma prevede il rispetto della legalità. Non intendiamo fare sconti… Il fatto è che Berlusconi ha governato essendo concessionario di servizi pubblici: non si mai se decide per lui o per noi: anzi, le leggi ad personam dimostrano che decide solo per se stesso».
L'Unità: Il Cavaliere dice che lei è un “pensionato” come Veltroni…
Antonio Di Pietro: «Macchè, vado verso i 60 anni e dal Parlamento pensione non ne ricevo, devo lavorare ancora molto».
L'Unità: C’è chi potrebbe affermare che l’alleanza con il Pd sia strumentale alle elezioni…
Antonio Di Pietro: «No, è un patto di ferro, per quanto mi riguarda. L’IdV ha le sue ragioni di vita nella credibilità delle sue azioni. La riforma delle telecomunicazioni e il conflitto d’interessi debbono essere affrontate necessariamente perché lo dicono la normativa, la giustizia italiana e l’Europa. Affrontando di petto questi temi rilanciamo al credibilità del programma e all’azione di Veltroni presidente del consiglio, dimostrando determinazione e coerenza».
L'Unità: Nel momento in cui viene resa esecutiva la sentenza europea cosa cambierebbe nello scenario italiano? Qualcosa che assomiglia un po’ a una rivoluzione…
Antonio Di Pietro: «L’affermazione della legalità non è mai rivoluzione, ma restaurazione della legalità rispetto a una illegalità preesistente e recidiva. Ormai veniamo derisi e irrisi dalla comunità internazionale perché non siamo in grado di far rispettare la legge. Era già inaccettabile finchè c’era Berlusconi, ma era anche una naturale conseguenza del conflitto d’interessi. Però dico anche un’altra cosa: se, stando al governo noi, avessimo provveduto nei primi cento giorni, abrogando le leggi vergogna ed il conflitto interessi e approvando la riforma radio-tv tante cose sarebbero andate in modo diverso. Ora basta tergiversare finiramo cornuti e razziati. Cornuti perché la mancanza di pluralità colpisce tutti noi, mazziati perché dovremo pure pagare una multa salatissima».
L'Unità: G8 di Genova. Veltroni ha usato parole molto dure. Lei oggi voterebbe ancora contro l’istituzione di una commissione d’inchiesta?
Antonio Di Pietro: «Votammo contro quella proposta di commissione perché si voleva giudicare solo il comportamento illecito della polizia e non chi si era reso protagonista di atti violenti contro la polizia. Grazie alle investigazioni dell’autorità giudiziaria oggi abbiamo un quadro più chiaro: ci sono due gravissimi atti criminali. Il primo è quello di facinorosi e violenti inseriti in una civile manifestazione di protesta. Gente che è arrivata con mazze e bombe incendiarie, che ha devastato mezza città e aggredito gli agenti. Poi c’è un fatto successivo, che non è più legittima difesa, ma un vero atto di ritorsione e di violenza da parte di alcune forze dell’ordine: questo è ancora più gravo perché i responsabili portano le stellette e rappresentano lo Stato. Preciso che in uno e l’altro i casi i fatti si sanno non grazie a una commissione d’inchiesta, ma grazie alla magistratura. Quello di una commissione è un compito di valutazione politica di fatti accertati: altrimenti, responsabilizzando solo una parte o l’altra, si distorce la verità».
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19 Marzo 2008
Alitalia: un problema anche sociale
Come Ministro, e presidente dell’Italia dei Valori, ho espresso tutta la mia contrarietà.
Le vicende di Alitalia coinvolgono ulteriori vicende che sono diverse dalla società e dalla bontà della contabilità della stessa. Noi riteniamo che questa materia, così delicata, non possa essere affrontata né decisa da un governo in scadenza, soprattutto non può essere lasciato il mandato agli amministratori di Alitalia, i quali hanno solo interesse di piazzare il prodotto per motivi di convenienza finanziaria.
Credo che un governo debba mettere al primo posto, oltre al piano industriale, anche la tutela delle maestranze, lo sviluppo della compagnia di bandiera, il futuro del sistema aeroportuale italiano. Per questo ho detto, fin dal primo giorno, che era sbagliato affidare ad un solo partner la trattativa e confrontarsi con un solo partner, così come ho detto che non bisogna trascinare con la vicenda Alitalia anche la vicenda di Malpensa, che è un’altra struttura importante e fondamentale per lo sviluppo del territorio.
Ribadisco che per la vicenda Alitalia, il problema vero e reale non è tanto il prezzo a cui si vende questa società, che essendo in deficit ha poco valore commerciale, quanto il piano industriale che deve essere presentato da chi la compra. Deve essere un piano industriale che rilanci i servizi e garantisca il futuro a chi finora ne ha fatto parte.
Ricevo e pubblico la lettera di Stefano Leonini, dipendente Alitalia.
"Onorevole Di Pietro,
chi le scrive è un dipendente di terra di Alitalia Servizi. Mi ha fatto molto piacere leggere le Sue parole in difesa non del valore economico dell'azienda ormai al collasso, ma dei posti di lavoro. Purtroppo faccio parte di quei 3000/5000 esuberi, perchè di tali si tratta che rimarranno in Alitalia Servizi e che Fintecna rileverà per poi disfarsene il prima possibile. Dopo vent'anni di lavoro nella mia azienda, vederla ridotta in questo stato mi provoca una grande amarezza e la cosa che mi preoccupa di più è il mio futuro e soprattutto della mia famiglia che vede me come unico sostentamento. Purtroppo le Sue parole arrivano un po' tardi, diciamo che arrivano quando i buoi sono scappati dal recinto e penso sia vergognoso per un paese non possedere una compagnia di bandiera. Mi chiedo cosa sarebbe successo in Francia se fosse accaduto il contrario, se un'azienda straniera avesse acquisito una loro azienda a due soldi e poi avesse lasciato per strada migliaia di persone, penso sia facile immaginare visto l'orgoglio nazionalista che è presente in quel paese. Ci sarebbe stata una sommossa popolare ed invece qui da noi lo si ritiene un peso da togliersi di torno, l'impressione è un pò della sgualdrina, usata a proprio piacere da tutti e poi abbandonata soltanto che la poveretta in cambio dei soldi li riceve, ma noi? Io comunque per quanto possibile lotterò per difendere il mio posto di lavoro a qualunque costo. Spero solo che le sue parole non siano soltanto di circostanza in vista dei prossimi impegni elettorali, al quale io, la mia famiglia e molti amici non parteciperemo ma , che sia un Suo reale sentimento e che magari possano servire a qualcosa. Distintamente la saluto.
Stefano Leonini"
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4 Marzo 2008
Il valore delle infrastrutture
L’Italia dei Valori, dal primo giorno, non ha voluto partecipare alla giunta Bassolino. Come sapete hanno fatto a gara per chi voleva far l’assessore, e adesso non so quanti stanno a Poggio Reale invece che alla sede della Regione.
Abbiamo sempre voluto marcare il segno ed il senso della discontinuità, perché riteniamo che in quella realtà ci sia bisogno innanzi tutto di ridare trasparenza nelle istituzioni con un ricambio generazionale.
Piaccia o non piaccia Bassolino, che sul piano personale risolverà le sue vicende davanti ai giudici, sul piano politico, dopo aver fatto per tanti anni il Sindaco ed il Presidente della Regione, la sua responsabilità politica è oggettivamente tale per cui c’è necessità che si faccia da parte, perché è venuto a cadere un rapporto di fiducia. Dice che bisogna occuparsi della spazzatura, ma è da venti anni che se ne doveva occupare, non se lo deve ricordare adesso che è sotto processo. Se lo faceva prima era meglio.
Credo che in Italia ci sia la questione meridionale, ma anche quella settentrionale. Come ministro delle infrastrutture l’ho affrontata e voglio continuare a farlo, perché se andiamo nel meridione ci sono tanti problemi legati soprattutto al lavoro, all’occupazione e al futuro dei giovani, ma se andiamo nel settentrione ci sono grandi problemi legati innanzi tutto alla difesa del mondo economico e del sistema delle imprese che fanno grande l’Italia.
Credo che la questione settentrionale riguarda le infrastrutture e la logistica di cui tutto questo sistema imprenditoriale ha bisogno. Ecco perché mi sono impegnato, ricevendo un sacco di critiche dalla sinistra massimalista e quanto altro, sul corridoio 1, sul corridoio 5 e la Trieste-Divaccia.
Le infrastrutture non sono un danno per il Paese. Sono un danno se fatte male, quando non servono e a costi esorbitanti, ma le infrastrutture fatte bene aiutano l’ambiente, aumentano l’economia e la potenzialità del Paese. La TAV non è altro che un sistema ferroviario che permette di trasportare le merci che adesso vanno sui camion dentro un treno, attraversando l’Europa e l’Italia in modo veloce, sicuro e con meno inquinamento: quest’infrastruttura aiuta l’ambiente. C’è un danno all’ambiente e alle finanze dello Stato dieci volte maggiore con la politica del non fare che con la politica del non fare.
Noi dell’Italia dei Valori vogliamo, e lo vogliamo fortemente, vincere le elezioni insieme al Partito Democratico e a Veltroni. Noi dell’Italia dei Valori ci sentiamo come quelli che stanno sopra una barca che sta remando per portare il modello riformista di gestione della cosa pubblica verso l’altra riva. E’ inutile che ci si dica “ma ce la fai o non ce la fai ad andare all’altra riva?”. A tutti rispondo “pensa a remare, e non guardare se non ce la fai o meno, altrimenti non ce la fai di certo”.
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13 Gennaio 2008
L'Italia dei Valori taglia 890 milioni
Anno nuovo, appuntamento di sempre.
Oggi, 11 gennaio, primo Consiglio dei Ministri e primo incontro con voi. Quindi buon anno. Ne abbiamo davvero bisogno, inteso come cittadini, ma anche noi, Ministri precari che vogliamo cercare di fare il nostro dovere, ma nello stesso tempo di non essere succubi del sistema per cui bisogna dire sempre “si” quando parlano quelli di una coalizione e bisogna sempre dire “no” quando parlano quelli dell’altra coalizione.
Per quanto riguarda noi dell’Italia dei Valori questo anno ci impegneremo ancora di più sui nostri temi, che sono il ricambio generazionale di coloro che fanno politica, che se non cambi un po’ di persone non cambi mai niente, la lotta agli sprechi e ai costi della politica abnormi, che sono la funzionalità della pubblica amministrazione, la lotta alla burocrazia, la trasparenza e la legalità di sempre.
Cosa abbiamo fatto in questo primo Consiglio dei Ministri? Abbiamo fatto molto poco in termini di decisioni istituzionali, nel senso che avevamo un decreto legge portato da Padoa-Schioppa che riguardava alcuni controlli della Banca d’Italia, e l’abbiamo rinviato perché se lo facevamo con un decreto legge affollavamo il Parlamento, che già si deve occupare di altre cose, e finiva che poi andava a tarallucci e vino.
Dovevamo fare la riforma dei giudici onorari, un progetto di legge del collega Mastella, ma c’è ancora troppa tensione su una questione di fondo: è giusto che coloro che si sono ritrovati a fare senza concorso un ruolo giudicante e finiscono di diventare giudici come quelli che fanno anche i concorsi? Ecco, l’ho detto in dipietrese, ma il concetto è quello. Ci sono pro e contro, perché da una parte hanno professionalità, hanno un lavoro, dall’altra non hanno superato il concorso. Se ne deve ancora discutere ed è stato rinviato ad un altro Consiglio dei Ministri.
Questa giornata di Consiglio dei Ministri è stata caratterizzata più da quel che non è stato deciso o quel che è stato deciso fuori dal Consiglio dei Ministri. E’ stata decisa anche qualche nomina, ma di questo ve ne parlerò a tempo debito, perché ogni cosa va a tempo debito. Segnalo.
Sono state fatte tante cose fuori dal Consiglio dei Ministri. E’ stata fatta una riunione di maggioranza, il giorno prima, per vedere qual è la politica economica di questo Paese, una riunione importante che oserei definire, in poche battute, come “una gioiosa e calorosa riunione di condominio” in cui tutti quanti ci siamo trovati d’accordo in tanti buoni propositi.
Mi è rimasta l’amarezza di capire se eravamo cosi buoni perché l’avevamo detto al bimbo Gesù o perché avevamo paura di andare a casa per carnevale? E’ la paura di lasciare la poltrona o una improvvisa esplosione di maturità politica?
Non lo so perché eravamo 38-39 persone. C’è una cosa carina in queste riunioni di maggioranza: ogni volta che ci riuniamo scopriamo di avere qualche condomino in più. Eravamo in 9 all’inizio di questa legislatura, oggi ho trovato tante persone che sicuramente rappresentavano se stessi, almeno con il voto non rappresentavano, ero presente.
All’unanimità tutto ciò che abbiamo deciso in materia di salari, che è una cosa importante per i lavoratori in materia di tassazione o meno dei BOT e quanto altro, è stato deciso a parole. Adesso vediamo se nei fatti tutto questo andrà bene.
Un’altra cosa è stata fatta, da parte dell’Italia dei Valori: abbiamo illustrato tutte le cose che siamo riusciti ad ottenere grazie ai nostri interventi in questa finanziaria. Siccome sono tante, vi invito a cliccare sul nostro sito per vedere come abbiamo tagliato il grasso della politica.
In questa finanziaria l’Italia dei Valori ha fatto risparmiare quasi un miliardo di euro, 890 milioni di euro, tagliando alcune spese inutili, come per esempio eliminando le circoscrizioni in tanti comuni. Pensate che a Nuoro ci sono 13 circoscrizioni per una trentina di migliaia di persone.
Siamo riusciti ad ottenere la riduzioni di 20 milioni di finanziamenti ai partiti per farci un po’ di carceri. Forse è meglio farci qualche struttura carceraria invece che darli ai politici, magari servono pure a loro.
Leggete sul sito, dove troverete il grasso della politica, come può essere tagliato, come lo sta tagliando l’Italia dei Valori e come siamo riusciti ad ottenere alcune importanti vittorie in questa finanziaria di cui siamo orgogliosi. Leggete, diteci cosa ne pensate e cosa possiamo fare di più.
I tagli ai costi della politica
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10 Gennaio 2008
Malpensa, un nodo da risolvere

Pubblico un'intervista rilasciata a il Giornale di oggi.
Martedì 15 gennaio discuteremo in un mini esecutivo il problema della riduzione dei voli sull'areoporto di Malpensa. Una cosa è certa, non possiamo buttare al vento venti miliardi di investimenti in una regione che rappresenta oggi il motore dell'economia di questo Paese.
Il Giornale: In molti sostengono che Malpensa è mal collegata e che questo è il suo principale handicap. Che cosa risponde?
Antonio Di Pietro: Molte infrastrutture le abbiamo realizzate, molte le stiamo realizzando insieme alla Regione con cui abbiamo fatto incontri e passi concreti come per la Pedemontana, la bretella di connessione con la Torino-Milano, i collegamenti con la Fiera. Abbiamo messo tanti soldi e ormai Malpensa è lì. Chiedersi adesso se fosse giusto mettere l’hub nel cuore della pianura padana è come chiedersi se fosse giusto costruire un ospedale che ormai esiste ed è una struttura di eccellenza. Non avrebbe senso chiudere né uno né l’altro.
Il Giornale: Ha intenzione di affrontare la questione in Consiglio dei ministri per ottenere clausole di salvaguardia per Malpensa?
Antonio Di Pietro: In Consiglio dei ministri vedremo, ma il tavolo Milano è ancora più importante. La sua funzione in questo momento è più delicata, perché è un luogo di impegni vincolanti. Lì ribadirò ufficialmente gli impegni presi da ministro delle Infrastrutture.
Il Giornale: Il tavolo Milano nelle ultime riunioni è sembrato poco di sostanza. Chiederà impegni vincolanti?
Antonio Di Pietro: Ribadirò che intendo mantenere il completamento dei collegamenti infrastrutturali utili per Malpensa. Ciò premesso, andrò a chiedere che cosa intendono fare gli altri perché non intendiamo costruire cattedrali nel deserto. Chiederò quali garanzie intendano dare. Discuteremo la questione Malpensa prescindendo dalla situazione di Alitalia o comunque valutando quel che c’è da fare a prescindere.
Il Giornale: L’incontro tra Bossi e Prodi non ha portato grandi risultati. Le sembra realistico aspettarsi dal governo una difesa di Malpensa?
Antonio Di Pietro: Che cosa sia realistico sono abituato a valutarlo il giorno dopo. Le azioni per Malpensa sono in difesa del sistema Italia. L’aeroporto intercontinentale serve non solo alla Lombardia ma a tutto il Paese e va inquadrato con riferimento a ciò che può essere in futuro, soprattutto con l’inserimento nel corridoio cinque. Il mio impegno è fare in modo che il traffico aereo su Malpensa possa crescere ancora.
Il Giornale: C’è chi propone di accogliere i rifiuti della Campania in cambio di garanzie sugli slot.
Antonio Di Pietro: Le due cose devono prescindere una dall’altra. Mi batterò affinché la funzionalità di Malpensa rimanga comunque. Un progetto del genere mi sembra offensivo per la Campania e per la Lombardia. Sarebbe un mercato dei buoi.
Il Giornale: Come si può riuscire a mantenere le rotte intercontinentali?
Antonio Di Pietro: Immaginare la sorte di Malpensa legata agli slot è riduttivo. Quattro slot non si negano a nessuno, ma il problema è l’intermodalità perché dobbiamo evitare che l’eventuale dipartita comporti l’inutilizzazione di tutto il comporto. Serve l’interporto, un potenziamento delle Ferrovie Nord e dei collegamenti con la Svizzera, la Pedemontana. Gli slot poi vengono da soli. Già adesso ce ne sono in più, inutilizzati, che ci avanzano. Magari il problema si risolvesse così. Se fossi nella Regione Lombardia non mi accontenterei. L’aereo viene se trova un’economia che rende
Il Giornale: Come valuta il progetto Formigoni di una compagnia del Nord?
Antonio Di Pietro: Non lo so. Quando lo vedo funzionare vedo. Anche Volare era una compagnia del Nord ed è volata diritta dal giudice fallimentare. Di per sé non è né male né bene.
Il Giornale: E una società mista Stato-Regione sul modello della Cal per le Autostrade lombarde?
Antonio Di Pietro: Non compete a me dirlo.
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30 Dicembre 2007
Disagio del Nord Italia

Pubblico una mia intervista rilasciata al quotidiano "Il Giornale" di oggi.
Il Giornale: Ministro Antonio Di Pietro lei è molisano, ma un pezzetto di cuore l’ha lasciato anche a Milano?
Antonio Di Pietro: Molto più di un pezzetto di cuore. Io sono molisano-lombardo».
Il Giornale: Quindi, anche lei ha sentore del disagio che avverte tutto il Nord, amplificato dalla vicenda Malpensa-Alitalia?
Antonio Di Pietro: Innanzitutto distinguerei i due fenomeni. Sul disagio del Nord, certo che lo avverto. Ma un conto è avvertire un problema, un conto è amplificarlo in chiave strumentale. Perchè è proprio questo quello che penso. Di fronte ad un disagio realmente sentito si sovrappone una strumentalizzazione che certo non agevola la soluzione dei problemi, e punta sulla piazza per amplificare il fenomeno. Invece, di fronte a problemi seri, ci vuole una maggiore responsabilità. Non cercare la piazza.
Il Giornale: E sull’Alitalia? Non pensa che le scelte fatte, che coinvolgono anche Malpensa, finiscano per amplificare il disagio?
Antonio Di Pietro: L’altro giorno ho partecipato al consiglio dei ministri. Lì ci è stata fatta un’informativa su tutta la vicenda. Poi, come ministro delle Infrastrutture, ho ricevuto documentazione aggiuntiva. Sulla quale c’è stato chiesto l’obbligo della riservatezza. Ne consegue che su Alitalia ho un obbligo giuridico alla riservatezza. Quindi, non parlo.
Il Giornale: Lei fa parte di un governo che, sulla carta, non ha più la maggioranza al Senato...
Antonio Di Pietro: Si riferisce alle mosse di Dini?
Il Giornale: Si.
Antonio Di Pietro: Le posso risponde in dipietrese?
Il Giornale: Certo.
Antonio Di Pietro: Dini sta cercando di fottere, alla fine sarà fottuto.
Il Giornale: Prego?
Antonio Di Pietro: Sta approfittando della situazione per avere un ritorno politico personale, alle spalle di altri. Ma non credo che gli riuscirà. Anche perchè non è corretto.
Il Giornale: Eppure le critiche di Lamberto Dini alla Finanziaria sono condivise da organismi internazionali e non solo...
Antonio Di Pietro: Sarà pure. Ma lui fa un discorso del tipo: hai Ursula Andress e dici che volevi Carla Bruni. Non si fa mica così! In più, non credo che i suoi siano giudizi disinteressati. Credo abbia intenzione di trovare un proprio spazio politico.
Il Giornale: Operazione legittima. In più, non sarebbe la prima volta. Già in questa legislatura ci sono casi analoghi di cambi di schieramento...
Antonio Di Pietro: Sulla legittimità non sono d’accordo. Personalmente non condivido quel che sta facendo. Non lo trovo corretto. Secondo me, ci sta marciando.
Il Giornale: In che senso?
Antonio Di Pietro: Lui vuole scomporre e ricomporre maggioranze. Ma se questo può e deve avvenire, potrà e dovrà avvenire dopo le elezioni. Non prima.
Il Giornale: E quando ci saranno le elezioni?
Antonio Di Pietro: Mi impegno a dirglielo subito dopo la proclamazione dei comizi elettorali.
Il Giornale: Così sono bravi tutti...
Antonio Di Pietro: E cosa vuole che le dico. Che ne so? Ci vorrebbe la palla per saperlo. Ed io la palla non ce l’ho.
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23 Dicembre 2007
Consiglio dei Ministri. Regole per gli appalti
Venerdì 21 dicembre, penultimo Consiglio dei Ministri, perché il 28 dicembre avremo l’ultimo per approvare quello che viene chiamato “decreto mille proroghe”. A fine anno si fa una cernita di tutti quegli adempimenti che non si sono riusciti a concludere entro l’anno, a cui si fa una proroga, con un decreto legge finale, per cercare di fare l’anno prossimo quel che non si è riusciti a fare questo anno.
Nel CIPE abbiamo deciso due cose fondamentali. Una serie di opere pubbliche da realizzare con tutti i soldi a disposizione che ancora avevamo. E’ importante far sapere che per la prima volta al Ministero delle Infrastrutture non è avanzata una lira, e ciò vuol dire che ha speso tutto per le opere previste. Non ci sono i residui passivi e non sono rimasti lavori a metà, vale a dire che noi nel decreto mille proroghe non avremo da prorogare lavori che dovevamo fare in questo anno, perché i lavori per cui ci erano stati dati i soldi li abbiamo avviati tutti quanti.
E’ una cosa molto soddisfacente, mentre gli ultimi 200 milioni circa li abbiamo assegnati, attraverso il CIPE, per una serie di interventi importanti, soprattutto per il completamento di quei interventi in corso in cui c’era bisogno di ulteriori risorse.
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13 Dicembre 2007
Consiglio dei Ministri. Nuovi fondi per sicurezza e informazione
Martedi 11 dicembre 2007, Consiglio dei Ministri.
Si e' discusso molto e si e' approvato poco, nel senso che non abbiamo fatto alcun disegno di legge. Abbiamo invece discusso di alcuni temi importanti, innanzitutto di legge finanziaria, approvata dal Senato, entro domenica sara' approvata alla Camera, e bisogna decidere quale testo deve essere approvato. Le commissioni parlamentari della Camera hanno fatto ulteriori emendamenti, ed entro domani ci sara' un nuovo emendamento governativo che terra' conto delle varie osservazioni e su cui poi verrà messa la fiducia.
Com’è la nuova legge finanziaria di questo anno? Presenta luci e ombre, ma sicuramente molte luci, perché ridistribuisce le risorse con particolare riferimento ai soggetti più deboli e allo sviluppo. Qualche ombra dovuta al fatto che, essendo una legge finanziaria che deve essere votata in Parlamento con una risicata maggioranza in favore di questo Governo, si è dovuto pagare qualche “obolo” di troppo.
Mi farò carico di indicare quali sono a mio avviso sono “oboli”. Troverete in seguito nel mio Blog una lettera che ho scritto al Presidente del Consiglio nella quale ho detto che d’ora in poi dobbiamo evitare di sperperare risorse per accontentare uno o l’altro. E’ una buona legge finanziaria, peccato che queste smagliature di sottomissione a qualche ricatto di qualche parlamentare, che altrimenti non votava.
Ne cito qualcuno, come i fondi a favore di canili e gattili sanitari, i fondi per il patrimonio storico della Prima Guerra Mondiale (credevo fosse già passata da tempo), le spese per il finanziamento per il centro del libro, il fondo per la dolcificazione delle acque da rubinetto (ma deve essere di rubinetto), i fondi per il museo dell’immigrazione italiana, fondo per l’organismo italiano di contabilità (fondazione di diritto privato). Addirittura, i fondi per il patrimonio storico della Prima Guerra Mondiale sono state tolte da un capitolo che riguardava le infrastrutture strategiche, quelle della legge obiettivo che riguardava autostrade e ferrovie.
Abbiamo fatto tanto, potevamo fare 31. Se è vero come vero che le spese e gli sprechi dello Stato sono tanti, avrebbe giovato darci un bel taglio, e a proposito di tagli volevo segnalarvi cosa noi dell’Italia dei Valori siamo riusciti ad ottenere. Non abbiamo chiesto alcun fondo per qualche congregazione qualsiasi, abbiamo invece chiesto di tagliare le spese. Ve ne elenco alcune che siamo riusciti ad ottenere.
Abbiamo abrogato la cosi detta legge Mancia, fatta ai tempi di Berlusconi, dove erano previsti 3 milioni di euro in cui a fine anno ogni parlamentare poteva chiedere per il suo collegio parte del fondo.
Abbiamo richiesto e ottenuto la riduzione del numero delle comunità montane, la riduzione del numero degli amministratori dei consorsi, la riduzione del numero delle circoscrizioni.
Abbiamo chiesto e ottenuto che tutti questi soldi vengano destinati a favore dei mezzi delle forze dell’ordine, a cominciare del pagamento degli straordinari dei poliziotti e dei carabinieri che vanno tutti i giorni a fare il loro dovere. Abbiamo inoltre ottenuto che un'altra parte di questi soldi vengano destinati per aumentare i fondi destinati alle televisioni locali, quelle che assicurano un po di pluralità oltre a Rai e Mediaset.
Questo è il contributo dell’Italia dei Valori: riduzioni degli sprechi e utilizzo dei soldi per la sicurezza e l’informazione. Ecco perché avrei preferito che i soldi per quell’altra ventina di capitoli, fatti a vanvera, fossero stati utilizzati per la sicurezza e lo sviluppo.
Comunque sia, siccome alla fine bisogna tirare la somma, questa è una Finanziaria che meglio di cosi non si poteva fare. La prossima volta sarà bene però che il taglio agli sprechi sia ancora più netto per riportare il bilancio a pareggio.
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28 Novembre 2007
Ingiustizia è fatta

Nulla da eccepire sul piano formale alla decisione del Procuratore generale della Corte di Cassazione di mettere sotto indagine disciplinare il giudice di Milano Clementina Forleo, pubblico ministero nell’indagine Unipol-Bnl.
Tutto formalmente corretto…e tutto come da copione.
Resta, però, l’amaro in bocca nel constatare ancora una volta che a farne le spese è sempre, e solo, chi tenta di fare il proprio dovere, senza aver "un occhio di riguardo" e timore riverenziale per alcuno.
Allora, in questi rari casi, accade che un folto numero di personalità, organi ed istituzioni si muovano all’unisono per spulciare, tagliuzzare ogni frase detta e scritta, analizzare con la lente d’ingrandimento ogni comportamento alla ricerca della pagliuzza, del cavillo per muovere una critica nei confronti di chi, alla fine, “deve” risultare incapace ed inaffidabile.
Il punto di arrivo, indipendentemente dalla reale volontà di chi, anche in buona fede, si attiva in quest’opera di demolizione personale, è altrettanto scontato: per logica conseguenza e per proprietà transitiva, tutto ciò che fa o ha fatto quel giudice coraggioso ( e perciò contestato ) è poco credibile e quindi va archiviato.
Non tutti i mali vengono per nuocere. Al giudice Forleo, come al P.M. De Magistris, rimane ancora la possibilità di far sentire alta la voce nelle sedi istituzionali (a cominciare dal CSM) e difendere il proprio operato. L’obiettivo è riaffermare il diritto-dovere che ogni giudice ha di motivare i propri provvedimenti secondo coscienza e libera convinzione, e non in base alle convenienze o alle persone coinvolte.
Per intenderci, se si spulciassero migliaia di provvedimenti giudiziari riguardanti cittadini comuni, troveremmo un’infinità di espressioni o affermazioni usate dai giudici su cui si potrebbero sollevare le medesime critiche mosse al caso Forleo. A nessuno, nel caso di cittadini comuni, verrebbe in mente di mettere sotto accusa i giudici per le espressioni utilizzate nel motivare i loro provvedimenti. Invece, in questo caso, come in ogni altro caso riguardante il Palazzo e la casta, si sono mossi i più alti poteri dello Stato ( a cominciare dal Parlamento). L’attenzione, con la complicità dei media, è stata astutamente distolta dall’oggetto delle indagini, la colpa di tutti gli intrecci emersi dalle intercettazioni è del giudice che le voleva leggere e valutare, non dei furbetti del quartierino che cercavano sponsor e protezione per le loro scalate finanziarie.
Gli altri miei post sul caso Forleo:
-I giudici diventano imputati
-Si alla richiesta della Forleo
-1994 - 2007: lo stesso film
-L'Italia dei Valori favorevole alla richiesta della Forleo
-La legge è uguale per tutti
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27 Novembre 2007
I tagli alle Ferrovie dello Stato

Ieri è apparso un articolo sul Corriere della Sera con mie dichiarazioni sul blocco di fondi alle FS. Ho dichiarato di essere stufo di uno Stato che dà soldi al buio e poi altri decidono cosa farne.
Ho ricevuto molte lettere in Rete sull'argomento. Ne riporto una. E' di un cittadino come tanti, che vorrebbe veder cambiare le cose, che conta su questo governo e che non va deluso:
“Caro Di Pietro,
sono un dipendente del gruppo FS presso la società Trenitalia s.p.a . Ho appreso la notizia del suo blocco dei fondi, per un totale di un miliardo e 35 milioni di euro, destinati alle Ferrovie dello Stato, poichè stanco che i soldi della collettività vengano elargiti alla cieca. Visti i fatti, penso che abbia pienamente ragione. Tuttavia, per noi dipendenti, questo suona come un campanello d’allarme. Che fine faremo? Qual è il nostro futuro? Faremo la fine di Alitalia o di Autostrade s.p.a?
Per quanto riguarda i finanziamenti, è giusto sapere come vengono fatti in maniera trasparente, ed utilizzarli per spese utili come ad esempio la manutenzione dei rotabili e delle linee ferroviarie. In questo modo si potrebbero ridurre i ritardi, dolorosa piaga dei pendolari che ogni giorno si muovono per lavoro.
I cittadini devono dimostrare senso civico e rispettare i beni della collettività, i treni, le stazioni ,... Purtroppo non è sempre così, ci sono numerosi atti vandalici, causati da teppisti incivili, che si prestano anche a rapine e furti.
Personalmente, ogni mattina, quando lascio la bicicletta presso la pensilina vicino alla stazione di Bologna Centrale, mi ritrovo davanti ad una situazione a dir poco penosa. Ci sono escrementi lasciati da senzatetto e tossico dipendenti, siringhe, puzzo di urina, una situazione insopportabile. Vengono spesi molti soldi per tenere puliti gli spazi comuni, ma inutilmente, ogni giorno si ripresenta lo stesso schifo.
I soldi vengono spesi male, acquistando materiale inutile, con sprechi, consumi inutili, e addetti pagati senza che svolgano il proprio dovere. Questi sono solo alcuni problemi che causano gli enormi danni e inefficienze che tutti conosciamo quando si parla delle FS.
I finanziamenti, sentiamo dalle televisioni, sono utilizzati per pareggiare bilanci fantasma o incentivare il personale con pre-pensionamenti associati a “buoni uscita d’oro". Si dovrebbero utilizzare i finanziamenti solo ed esclusivamente per migliorare la situazione dell’azienda. Con rammarico devo dire che le cose in FS funzionavano meglio quando c’era il controllo diretto dello Stato, senza intermediari, senza Confindustria e senza Sindacati, ma pensando alla privatizzazione non vedo per niente un bel futuro.
Lei come magistrato queste cose le ha vissute in prima persona, e può capire di cosa sto parlando.
E' una delle poche persone in Italia in cui val la pena ancora aver stima e fiducia.
Purtroppo viviamo nel mondo della precarietà, e non so se fra qualche anno esisterà ancora la liquidazione, la previdenza sociale le pensioni, ma soprattutto non so se ci sarà ancora il mio posto di lavoro e se riuscirò a farmi una famiglia.
Più si va avanti, più diventa difficile arrivare a fine mese, fra mutui, spese varie e il costo della vita. Viviamo in un mondo sempre più incerto, senza una prospettiva per il futuro.
Distinti saluti.
A.M.”
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23 Novembre 2007
Consiglio dei Ministri. Finanziaria:avanti spediti
Venerdi 23 novembre, Consiglio dei Ministri. Ecco il resoconto, sia del Consiglio dei Ministri, sia del Cipe, il comitato che si occupa di approvare le opere pubbliche, sia del cosìddetto Comitato dei Centocinquant'anni per le opere da fare in relazione ai 150 anni dalla data dell’unità d’Italia. Bisogna occuparsi anche di questo, ma invece di comprare fiori, faremo opere di bene, mettendo a posto delle opere infrastrutturali o degli immobili che ricordano quella data, ma almeno facciamo una cosa che resta, perché se usiamo fiori il giorno dopo appassiscono.
Per quanto riguarda il Cipe, avevamo da definire la spesa dei soldi provenienti dal tesoretto, quello del decreto legge che avevamo approvato la settimana scorsa, e abbiamo utilizzato tutti i soldi in modo da dimostrare che questa volta, spendendo i soldi, questi non andranno in residuo passivo, ossia in casse ferme, e soprattutto spendendoli prima non aumenta la spesa e si va a fare la spesa esattamente per quelle cose che il Parlamento ha approvato, senza poi usare un domani i soldi di una cosa per farne un’altra.
Consiglio dei Ministri importante, non tanto per ciò che presentava l’ordine del giorno, quanto per alcune questioni metodologiche che abbiamo affrontato.
All’ordine del giorno abbiamo approvato il codice ambientale, che era in seconda lettura e bisognerà lavorarci ancora, poi abbiamo rettificato alcuni trattati internazionali, e abbiamo anche approvato il regolamento per gli autotrasportatori, che è una questione molto delicata di cui ci sono degli scioperi in corso, ma abbiamo trovato il quadro.
Un Consiglio dei Ministri che sta funzionando e sta funzionando bene, alla contrario di tutte le polemiche che tutti i giorni stanno riempiendo i giornali sul piano dei partiti. Ogni giorno ne nasce uno nuovo, Veltroni tutto sommato se ne è fatto uno, anche se poi dice che c’è tutto un processo costituente, ma se lo sta facendo a sua immagine e somiglianza. Berlusconi se lo sta facendo un altro a sua immagine e somiglianza, lo chiama in un modo di verso, ma invertendo l’ordine degli addendi la somma non cambia. Tutti noi altri partiti stiamo cercando di trovare un quadro d’insieme per non farci fagocitare allo stesso tempo, cercando di portare avanti la nostra azione politica.
Mentre avviene tutto questo però abbiamo da una parte un paese reale, con le sue necessità, le sue preoccupazioni, le sue priorità, e dall’altro un Consiglio dei Ministri, come per esempio quello di stamattina, che fa il suo dovere, che sta governando, perchè ha ricevuto la fiducia dei cittadini e anche del Parlamento, ultimamente, e quindi ha il dovere di governare. Ultimamente nel senso che la finanziaria approvata dal senato e il decreto legge approvato da entrambi i rami del Parlamento dice “questi sono gli strumenti, vai avanti, lavora e stai zitto”, ed è quello che stiamo facendo: lavorare senza stare appresso alla polemica politica quotidiana.
Che cosa abbiamo deciso di fare? Abbiamo deciso di prendere in mano il prodotto che ci ha consegnato il Senato nella finanziaria, vedere se è stato stravolto in qualche modo o se deve essere affrontato serenamente dal Consiglio dei Ministri nella sua azione, e abbiamo deciso di non presentare centinaia di emendamenti, ma di presentarli, previo un analisi e uno studio tutti insieme in modo unitario. L’impegno nostro è di dire ai nostri partiti di non riempire il Parlamento di emendamenti, se no la finanziaria viene stravolta, mentre quelli principali li facciamo direttamente noi come proposta, come per esempio la Class Action, che dovrà essere confermata, perché ci vuole un azione giudiziaria collettiva da parte anche dei piccoli per potersi difendere dai grandi, perché a uno a uno i piccoli vengono sempre sconfitti dai grandi colossi dell’industria e dell’economia. Un altro esempio riguarda gli stipendi dei dirigenti statali, cosi come confermata in Parlamento, va confermata questa idea che non possono avere stipendi alle stelle, a volte di milioni di euro anche per essere liquidati, ma nello stesso tempo abbiamo bisogno di ridare più equità ma anche più dignità alla meritocrazia, perché ci sono dirigenti che lavorano bene e dirigenti che dovrebbero essere mandati a casa al più presto.
Abbiamo deciso quindi di fare un setaccio dei vari emendamenti possibili per assumerci responsabilmente, con un solo grande emendamento, quelle questioni che è opportuno aggiungere per migliorare questa finanziaria durante la discussione alla Camera.
Tutto questo sta avvenendo come azione concreta del Governo, mentre sotto l’aspetto della situazione generale ci auguriamo che al più presto si chiarisca questo quadro politico, a cominciare dal quadro elettorale possibile, affinché si passi a discutere meno di parole o di formule, ma più di fatti e contenuti. E’ in questo senso il mio impegno, qui dove mi trovo anche oggi, e spero per molto ancora, e il mio impegno come rappresentante di un partito come l’Italia dei Valori, che non ha paura delle asticelle del quorum elettorale, ma vuole avere e meritare la vostra fiducia.
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20 Novembre 2007
Consiglio dei Ministri. I conti delle Ferrovie dello Stato
Consiglio dei Ministri di venerdi 16 novembre. Un Consiglio dei Ministri un po’ sottotono, quello del giorno dopo la legge finanziaria approvata al Senato. C’era la calma di chi aveva portato a casa un risultato importante.
Un anno e mezzo fa l’elettorato ci ha consegnato un parlamento dove al Senato abbiamo due o tre voti in più. Tanti ne avevamo allora, tanti ne abbiamo adesso, quindi non è che la situazione al senato è precipitata drammaticamente, è esattamente quello che era all’inizio della legislatura. All’inizio della legislatura, invece di dire “Non potremo mai governare”, ci siamo assunti la responsabilità di governare.
Diciamo la verità, al di là delle chiacchiere: approvare una legge finanziaria, senza ricorrere al voto di fiducia, ma votando emendamento per emendamento, e approvandolo con questa maggioranza, è un atto di responsabilità e maturità. Piaccia o non piaccia, il Governo e la coalizione del centrosinistra ha segnato un punto importante a favore.
Lo dico anche con orgoglio, perché noi dell’Italia dei Valori certo avremmo voluto qualcosa in più, fare di più, però quando si è in coalizione, poi, alla fine, si deve fare sintesi e assumersi la responsabilità di governare invece di mettere sempre i bastoni tra le ruote di chi viole governare. Quindi grande gesto di responsabilità di tutta la coalizione, e abbiamo trovato la quadratura del cerchio di una legge finanziaria che rilancia lo sviluppo e rilancia la solidarietà.
C’è sempre qualcuno che si lamenta, certamente, vorremmo avere tutti la botte piena e la moglie ubriaca, ma con una situazione di bilancio pubblico cosi sfasciato da decenni e decenni di Prima Repubblica che lo ha ridotto un colabrodo, più di cosi non si poteva fare.
Oggi abbiamo rimesso a posto la contabilità pubblica e abbiamo rilanciato lo sviluppo.
Ovviamente abbiamo fatto anche approvazioni di disegni di legge importanti. Il più importante è sicuramente il disegno di legge portato avanti dal Ministro Turco in materia di riforma del sistema sanitario. E’ un disegno di legge del passato parlamento, ma rivedere complessivamente il modello di assistenza sanitaria secondo una regola per cui l’assistenza sanitaria diventa un diritto universale a cui tutti ne hanno diritto, sia di chi ne ha le capacità e chi non ne ha le capacità economiche, chiarisce un passaggio importante.
Diciamo al verità anche qui: da un po’ di anni a sta parte la sanità privata sta vincendo sulla sanità pubblica. Quindi chi ha i soldi e va alla privata è più avvantaggiato di chi non li ha e deve andare alla sanità pubblica. E’ avvantaggiato perché arriva prima al servizio d’assistenza (magari anche per qualche operazione importante) e chi invece non ha i soldi non fa parte di quel sistema che può accedere alla sanità privata e viene invitato ad attendere anche mesi per fare una risonanza magnetica.
Abbiamo fatto un disegno di legge che passerà in Parlamento, che speriamo possa affrontare con serenità, con cui stabiliamo davvero e in modo organico questo diritto universale all’assistenza.
Abbiamo anche discusso di come distribuire le risorse del decreto legge, quello del famoso tesoretto, per le politiche abitative. Abbiamo fatto anche delle riunioni e degli accordi con le regioni. Insomma, ci sono i 550 milioni che bisogna distribuire tra i comuni che hanno problemi di sfratti di persone che non hanno le capacità economiche per poter trovare un'altra casa, e abbiamo già stanziato la ripartizione regione per regione, comune per comune, a chi dare tutti questi soldi.
Me ne sono occupato direttamente, e ho insistito molto nel Consiglio dei Ministri, che mi ha dato delega su questo affinché non vi sia una distribuzione dei soldi a pioggia, ma che ci sia una verifica in corso d’opera.
Abbiamo discusso di altre questioni importanti, per esempio sul regolamento dei trasporti. A riferimento a questo abbiamo discusso su come quadrare i conti di Ferrovie, perchè questo è un altro problema.
Le Ferrovie sono in deficit, e c’è un modo molto semplice per non farla mandare in deficit, come qualcuno ha detto, aumentando le tariffe. Certo, facile a dirsi, ma il problema è che davvero il sistema ferroviario è tale per cui spende al meglio i soldi che prende dallo Stato e i soldi che prende dalle tariffe? C’è forse bisogno di una razionalizzazione e di una revisione completa del sistema della spesa?
In questa ottica abbiamo deciso di intervenire su due fronti. Uno è quello del servizio pubblico di trasporto, di necessità di chi va a lavorare la mattina, i pendolari, che non devono essere toccati nella tariffazione. Può essere e deve essere toccato nella tariffazione il servizio di qualità ed elite. Una prima classe in linea transnazionale la paghi com’è giusto che si paga, ma se devi prendere un treno da pendolare per andare a lavorare anche questo deve essere un servizio universale.
Certo, dite che facciamo demagogia, ma non è demagogia: è applicare soluzioni diverse a situazioni diverse.
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6 Novembre 2007
I soldi dei milanesi
Ieri il consigliere comunale Raffaele Grassi dell'Italia dei Valori è intervenuto in sede di consiglio a Milano per chiedere che si faccia luce su un'operazione finanziaria della giunta Albertini.
Alla Moratti è stato chiesto, vista la continuità politica delle due giunte, di dissociarsi e di procedere con i dovuti accertamenti su manovre finanziarie molto rischiose che potrebbero esporre i bilanci ad un buco di oltre 400 milioni di euro.
L'amministrazione dei soldi pubblici non può essere condotta in modo speculativo e poco trasparente da parte di coloro che devono garantire e tutelare gli interessi dei veri proprietari di quei soldi: i cittadini.
Testo:
"In questi giorni ho preso atto di una vicenda nata nel 2005, quando l’allora amministrazione comunale dell’ex Sindaco Albertini si trovò di fronte alla necessità di reperire 100 milioni di euro per affrontare la spesa corrente, trasformando dei debiti che la stessa amministrazione aveva già in essere con alcune banche, ricontrattando i mutui facendoli passare da tassi allora favorevoli, fissi e molto bassi, a tassi variabili. Questi hanno portato negli ultimi due anni ad una crescita dei tassi a livello mondiale, e stanno portando un esposizione da parte di tutte le famiglie. E’ possibile che questa conseguenza, molto forte, possa avvenire nei confronti dell’amministrazione comunale, anche perché i mutui ricontrattati hanno una scadenza trentennale.
E’ un esposizione a mio avviso dei cosiddetti “derivati”, che l’amministrazione Albertini ha sempre fatto nel suo compito di amministratore pubblico. Dato che l’ex Sindaco Albertini ha sempre lamentato il fatto di essere un “amministratore di condominio”, dico che l’amministratore di condominio non ha fatto quello che doveva fare, che come un buon padre di famiglia doveva fare investimenti in modo oculato e chiaro.
Ieri 5 novembre, al Consiglio Comunale, sono intervenuto per denunciare questo fatto, dove di fatto lamentiamo, da parte del Consiglio Comunale e dei consiglieri, una sottrazione del potere di controllo. Noi riteniamo che i consiglieri debbano attuare una forma di controllo, siano essi di maggioranza e soprattutto di opposizione, cosi da avere la possibilità di controllare la gestione di quanto fa la giunta rispetto agli atti amministrativi.
Purtroppo la giunta Albertini, i consiglieri di maggioranza, ma soprattutto quelli di opposizione, non ebbero neanche questa possibilità, siccome gli atti di questa operazione furono secretati dallo stesso Albertini per un mese, il tempo naturale per fare l’operazione con le banche.
Ritengo però che non bisogna biasimare i comportamenti più o meno legittimi della passata gestione, ma dobbiamo chiederci quali sono le finalità dell’amministrazione comunale, se gli amministratori pubblici sono deputati a mettere in gioco i denari della collettività piuttosto che realizzare tutta una serie di interventi e restituire la ricchezza raccolta dai contributi in servizi per i cittadini. Questo è il compito primario del pubblico amministratore.
Se poi ci addentriamo nel campo minato delle operazioni finanziarie, un eloquente esempio è quello accaduto qualche anno fa tra ATM e i bond Del Monte, dove perse di fatto 10 milioni di euro in un momento in cui si metteva a rischio il rinnovo del contratto di lavoro dei lavoratori dell’azienda di trasporto, mentre i suoi dirigenti facevano operazioni finanziarie che poi diedero risultati negativi.
Rimane a mio avviso che nel prossimo futuro il Sindaco Moratti deve venire a dirci in Consiglio Comunale come sono andate le cose, visto anche il fatto che l’attuale maggioranza è organica a quella passata, dov’è cambiato il sindaco, ma è rimasto lo stesso vicesindaco, assessori e parte dei consiglieri di maggioranza.
Pertanto ci sono persone sulle quali andare a chiedere conto di quanto è accaduto, e il Sindaco a mio avviso deve venire a riferire in Consiglio Comunale. Se ciò non dovesse accadere, io come Italia dei Valori mi sono impegnato formalmente a reclamare una commissione d’inchiesta per non perdere tempo prezioso, perché mai come in questo momento perdere tempo significa anche perdere denaro.
Formalizzerò questa richiesta quanto prima agli organi deputati, ma ho l’impressione che ci si svincolerà da questa mia richiesta tornando a dibattere in Commissione Bilancio. E’ anche questo un organo importante dove poter discutere, e a mio avviso c’è la necessità che in queste sessioni, dove magari discuteremo questa partita, ci sia la presenza del Sindaco Moratti, che detiene la delega in assenza di un assessore al bilancio.
Quello è sicuramente il posto più deputato per discutere e poi riferire in Consiglio Comunale, dove tutti i consiglieri possono acquisire tutte le informazioni che fino ad oggi sono state negate. Se tutto questo non accade, la responsabilità politica di questa amministrazione comunale è da considerare identica a quella passata.
La Commissione d’inchiesta, attraverso le indagini, dovrà verificare i danni economici eventualmente procurati, come sono stati scelti gli operatori finanziari, quali compensi sono stati riconosciuti e perché ancora ad oggi l’informazione scarseggia.
Gli stessi amministratori di maggioranza hanno chiaramente dichiarato in Consiglio Comunale che c’è bisogno di trasparenza, in Sindaco oggi si dichiara disponibile a fare chiarezza. Lo aspettiamo e soprattutto personalmente lo aspetto a riferire in Consiglio Comunale rispetto alle osservazioni che abbiamo posto con questo mio intervento."
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5 Novembre 2007
L'onorabilita' degli amministratori

Il 26 agosto 2007 scrissi su questo blog un articolo (Geronzi: un passo indietro) in cui chiedevo la sospensione dagli incarichi di Cesare Geronzi in attesa di sentenze definitive per salvaguardare la reputazione internazionale della finanza italiana. L’appello è caduto nel vuoto.
Pubblico una lettera di Antonio Borghesi, deputato dell'Italia dei Valori. Questa lettera è un ulteriore tentativo per sollecitare gli organi di informazione e i politici ad occuparsi dell’argomento.
Nell’assordante silenzio generale l’Italia dei Valori il 10 ottobre ha presentato una proposta di legge in materia.
“E’ inaccettabile che ai vertici di importanti istituzioni finanziarie si trovino personaggi che hanno perso i requisiti di onorabilità per essere stati condannati per bancarotta fraudolenta. Ne va della credibilità internazionale del nostro sistema finanziario e bancario, ma ora abbiamo deciso di passare all’azione.
Non è la prima volta che intervengo su questa scandalosa vicenda che ha già superato i confini del nostro paese, tanto che la notizia è stata riportata dalla CNN.
Ai vertici di due importanti istituzioni finanziarie, quali Capitalia e Mediobanca, c’è un personaggio che ha perso i requisiti di onorabilità. Mi riferisco a Cesare Geronzi, condannato in primo grado e otto mesi per bancarotta fraudolenta, alla luce soprattutto delle ultime vicende che lo vedono rinviato a giudizio per frode nell’ambito della vicenda del dissesto Parmalat.
Attualmente gli amministratori di banche e istituzioni finanziarie che hanno perso i requisiti di onorabilità devono essere sospesi dalla carica, tuttavia l’assemblea ha il potere di reintegrarli, sostenendo il fatto che se continuano a riscuotere la fiducia degli azionisti non vi possa essere alcun ostacolo.
Ma io mi chiedo: contano di più gli azionisti di una banca o la tutela del risparmio e dei risparmiatori?
Appare evidente, anche a seguito delle gravi vicende finanziarie verificatesi in questi anni, l’esigenza di un comportamento più rigoroso da parte delle società di investimento e delle banche nei confronti degli amministratori, dei direttori generali e dei sindaci che riportano una condanna, ancorché non definitiva, per reati bancari e finanziari, per il reato di falso in bilancio, per reati contro la pubblica amministrazione (peculato, abuso di ufficio), della fede pubblica (falsità delle monete), contro il patrimonio (furto, rapina), contro l’ordine pubblico (associazione a delinquere), contro l’economia pubblica e per materia tributaria.
Ho deciso di passare all’azione, presentando una Proposta di Legge (Proposta di legge 3135) di due soli articoli con i quali si modifica il TUB (Testo Unico Bancario) e il TUF (Testo Unico della Finanza) allo scopo di prevedere che le assemblee dei soci non possano deliberare il reintegro degli esponenti aziendali sospesi temporaneamente a seguito di condanna non definitiva, fino a quando il procedimento penale non e giunto a sentenza definitiva.
Si tratta di una misura cautelare del tutto legittima. Ne va della credibilità internazionale del nostro sistema finanziario e bancario.”
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5 Settembre 2007
98 miliardi di domande

Ho ricevuto molte lettere sulla notizia riportata dal Secolo XIX di Genova dell’evasione fiscale di 98 miliardi di euro da parte delle società concessionarie ai danni dell’Agenzia dei Monopoli di Stato, struttura preposta al controllo.
Ne pubblico una delle tante che le riassume.
“Salve Ministro,
volevo chiederLe perchè non dedica un post alla mega evasione da 98 miliardi dei Monopoli di Stato? Ormai è passato un po' di tempo da quando la notizia è apparsa sul blog di Beppe Grillo, 98 miliardi sono un'enormità: sono tre volte le riserve auree del nostro paese, proprio quelle che il Presidente del consiglio voleva vendere per ridurre il debito pubblico, se si facesse pagare questa evasione con tanto di interessi e adeguate multe si arriverebbe ad avere una cifra di almeno 150 miliardi di euro, che sono molto ma molto di più di tutte le riserve auree del paese, e con questa cifra si potrebbe ridurre decisamente il debito pubblico italiano che è il più alto d'Europa, o ridurre la pressione fiscale che strozza il paese e il progresso economico!!
Le porgo distinti saluti e le auguro un buon lavoro nell'interessi di tutti i cittadini.”
Francesco
Ho inviato ai diretti interessati: Romano Prodi, Tommaso Padoa Schioppa e Vincenzo Visco, e per conoscenza a tutti i ministri, una lettera per discuterne in Consiglio dei ministri. Riporterò sul blog le loro risposte. Ricordo che, come scritto dal Secolo XIX, la Corte dei Conti ha chiesto alle società concessionarie alcune decine di miliardi di euro per il risarcimento del danno patito dallo Stato e il direttore dei Monopoli ha un procedimento in corso per 1,2 miliardi di euro di danni.
Non si può chiedere ai cittadini di pagare le tasse e, allo stesso tempo, non dare risposte su 98 miliardi di euro di evasione fiscale.
Proprio oggi è stata data una prima risposta su questo argomento sul sito del Governo.
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4 Settembre 2007
Tagli alla spesa pubblica

Riporto l'intervista rilasciata a Repubblica e pubblicata in prima pagina:
ADP: «Lo scorso anno il mio ministero ha ridotto la spesa corrente di ben dieci volte, se si escludono quelle per il personale. Detto questo ben venga qualcuno che mi aiuti a trovare una soluzione per migliorare ancora».
Repubblica: Eppure il suo dicastero è tra quelli cui potrebbero essere chiesti sacrifici.
ADP: «Mi metto a disposizione del ministero dell’Economia, ma vorrei ricordare che da quando mi sono insediato ho ridotto tutte le consulenze esterne, che erano tantissime, riportando il lavoro all’interno. Mi sono trovato di fronte pacchi interi di studi sul “sesso degli angeli”, molti non li ho nemmeno pagati e ho inviato tutto alla Corte dei Conti. C’era anche un nucleo di persone i cosiddetti commissari straordinari, li ho mandati tutti a casa. Ne era stato nominato uno per ogni opera prevista dalla legge obiettivo, una follia. Le faccio poi un altro esempio: per la posta e-mail il ministero pagava 23 euro ogni mese per ogni dipendente. Oggi è gratuita».
Repubblica: Quindi sono gli altri dicasteri a dover tagliare?
ADP: «Come ho già spiegato mi metto a disposizione. Detto questo penso che il governo debba dare il buon esempio su tre temi fondamentali: è necessario tagliare la spesa corrente e fermare quelle fuori controllo; eliminare sprechi e favoritismi legati alla politica iniziando dal Parlamento per finire al consiglio circoscrizionale e io abolirei anche le Province e le Comunità montane: infine è necessario rendere più efficiente la burocrazia eliminando le procedure inutili. Per capirsi: dopo la mia firma un atto del ministero ha “bisogno” di altre 42 firme, che senso ha? Questi sono i tre passaggi necessari a recuperare credibilità. Fatto questo va continuata la lotta all’evasione spiegando però ai cittadini che se non paga le tasse va in galera. E ogni euro recuperato all’evasione fiscale deve andare alla riduzione delle imposte».
Repubblica: Quindi è d’accordo con Veltroni che chiede una diminuzione della pressione fiscale già da quest’ anno?
ADP: «Io dico che se quest’anno recuperiamo tre miliardi di evasione ogni euro recuperato deve andare alla diminuzione delle tasse. Tagli alla spesa e riduzione delle imposte devono marciare insieme perché sono due facce della stessa medaglia, ma soprattutto non possono attendere un minuto di più».
Repubblica: Teme tagli agli investimenti previsti dal suo ministero?
ADP: «Quando sono arrivato ho trovato 270 miliardi di euro per investimenti previsti dalla legge obiettivo. Soltanto che erano soldi solo approvati, in realtà non c’era una lira. Io ho fatto un programma di spesa di 5-6 miliardi l’anno. Questa è la cifra che ho richiesto. Attenzione però a tagliare sugli investimenti in infrastrutture perché questi sono soldi che guardano al futuro, sono guadagni, non perdite».
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28 Agosto 2007
Equità fiscale

Nelle prossime settimane inizierà la discussione per la messa a punto della legge finanziaria.
I temi della discussione sono, a mio avviso, evidenti: riduzione del debito pubblico, consolidamento degli investimenti in infrastrutture e abbassamento della pressione fiscale, affiancati ad una serrata lotta all’evasione.
Come Ministro di questo Governo e rappresentante dell’Italia dei Valori chiederò che l’esecutivo e il Parlamento mettano al centro della legge di bilancio per il 2008 la riduzione della pressione fiscale, obiettivo possibile se continueremo nella lotta all’evasione. Proseguendo con decisione su questa strada si può procedere alla riduzione delle imposte per i contribuenti.
Bisogna far in modo che tutti paghino, affinché tutti paghino meno.Questo deve essere il nostro impegno principale.
Al tempo stesso parte delle risorse dovrà essere impiegata anche per ridurre il debito pubblico e per investimenti a sostegno dello sviluppo. Ridurre il debito significa anche tagliare la spesa per interessi, cosa particolarmente importante in una fase di tassi crescenti, liberando così risorse da destinare agli investimenti. In particolar modo gli investimenti in infrastrutture non devono essere percepiti unicamente come una spesa, ma come un impiego produttivo che può dar vita a un volano di risorse e creare migliori condizioni per lo sviluppo economico del Paese.
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1 Agosto 2007
Geronzi: un passo indietro

foto corriere.it
Non può sfuggire a nessuno il differente peso politico e mediatico che è stato dato a due fatti.
Il primo, le intercettazioni di sei parlamentari di cui è stata chiesta l’autorizzazione per l’utilizzo in un procedimento giudiziario da Clementina Forleo, ha avuto prime pagine di giornali e servizi di telegiornali per settimane.
Il secondo, il rinvio a giudizio di Cesare Geronzi per il crack della Parmalat, è stato ignorato dai media nazionali e dai partiti, ma invece ripreso dalle testate finanziarie internazionali.
Cesare Geronzi, va ricordato, è stato anche condannato in primo grado a un anno e otto mesi per bancarotta preferenziale per Italcase. Cesare Geronzi è attualmente presidente di Capitalia e del consiglio di sorveglianza di Mediobanca. Una posizione di grande potere e responsabilità. Un ruolo dal quale dipendono gli equilibri della finanza italiana. Io non credo che la politica possa fare finta di nulla, e guardare da un’altra parte, e i media minimizzare, come avviene ora per motivi che non conosco, ma che nascondono probabilmente delle contiguità tra il banchiere, alcuni partiti e alcuni editori.
Ce la prendiamo con dei politici la cui eventuale colpevolezza è ancora tutta da dimostrare, per i quali è comunque corretto autorizzare l’uso delle intercettazioni, e ignoriamo un fatto ben più grave.
Cesare Geronzi deve fare un passo indietro in attesa delle sentenze definitive, sia per la reputazione internazionale della finanza italiana, sia per rispetto dell’opinione pubblica.
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31 Maggio 2007
Draghi e le scatole cinesi

Il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, nella sua relazione odierna ha puntato il dito contro le strutture organizzative complesse a cui spesso ricorrono le aziende italiane quotate, indicando le strutture a piramide come causa di scarsa trasparenza. È una situazione cui occorre porre rimedio, modificando sia le norme relative alle società che il funzionamento delle authority che regolano e controllano il mercato.
Come Ministro e come rappresentante dell’Italia dei Valori ho sottolineato in diverse circostanze l’esigenza di modificare il meccanismo delle scatole cinesi, di risolvere i conflitti di interesse in campo economico che, come il Governatore, vedo sempre presenti nei meccanismi degli intrecci azionari. Lo ripeto per l'ennesima volta, sono interventi da fare subito, per evitare di chiudere la stalla dopo che i furbetti sono scappati e fornire le giuste tutele al mercato e ai consumatori.
E proprio il costante riferimento alla tutela dei consumatori è una nota qualificante delle valutazioni di Draghi.
Le fusioni bancarie non saranno operazioni utili al Paese se le famiglie, i clienti e i piccoli azionisti non ne avranno dei benefici.
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18 Maggio 2007
La Parmalat e i colpi di spugna
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Oggi ero in Parmalat, ospite del dottor Bondi, ecco il testo del mio intervento.
"Parmalat è un’azienda che sta crescendo in termini di utili, di ricavi e della stessa posizione finanziaria netta tornata in utile per 87,4 milioni di euro come riportato nell’ultima, ottima, trimestrale di bilancio.
Lo stesso titolo azionario è stato apprezzato dagli investitori ed ha raggiunto i 3,3 euro dai 2 euro di fine 2005, quasi raddoppiando il suo valore. Di questi risultati va dato merito al commissario dottor Enrico Bondi e al management e a tutti coloro che hanno creduto nel futuro di un’azienda che sembrava spacciata. Vorrei ricordare che Parmalat è stato il più grosso crack finanziario di un’azienda in Italia, un crack annunciato dai bilanci, bastava leggerli per sapere.Le responsabilità sono di tutto il sistema. Dov’erano i controlli delle banche che collocavano bond Parmalat ai loro clienti fino a pochi giorni prima del collasso? Dov’era la Consob, la Banca d’Italia? Era sufficiente che facessero una denuncia pubblica, circostanziata, in quanto disponevano di tutti gli elementi di analisi, per fermare in tempo la distruzione di valore di decine di migliaia di risparmiatori.
Lo scandalo Parmalat, insieme ad altri che lo hanno seguito, ha avuto anche effetti rilevanti nella perdita di credibilità del Paese verso all’estero. L’Italia è agli ultimi posti per investimenti esteri e il motivo non è la presunta ingerenza del Governo, come si sono affrettati a dichiarare i nostri monopolisti senza soldi, ma la mancanza di regole, di controlli, di attenzione della politica, di informazione finanziaria cristallina e comprensibile al cittadino.
L’Italia dei Valori ha nella sua agenda la riforma della Borsa e della Consob con l’introduzione di vere regole di governance a tutela del mercato. Voglio solo accennare a una serie di situazioni che determinano sfiducia degli investitori, fallimenti, rendite di posizione, distruzione di valore.
Il meccanismo delle scatole cinesi con la possibilità di controllare una società senza disporre della maggioranza azionaria e spesso con quote irrisorie con il trasferimento dei dividendi del 90/100%, dividendi che vengono sottratti agli investimenti, all’occupazione.
Il conflitto di interessi palese e diffuso in cui il controllato e il controllore hanno le stesse persone nei consigli di amministrazione delle aziende, presenti persino come manager. Di chi fanno gli interessi questi consiglieri? Sempre della controllante. E i piccoli azionisti della controllata possono solo registrare le loro perdite.
Le stock option, vera e propria spoliazione dell’azienda a favore di pochi e non di tutti coloro che partecipano alla creazione di valore.
La mancanza di regole di governance a tutela dei piccoli azionisti e la sostanziale impossibilità da parte loro di raggrupparsi a causa delle regole attuali.
La politica è responsabile di questa situazione con indulti, falsi in bilancio, depenalizzazioni, prescrizioni. Devo dirlo con rammarico, ma la politica è più spesso dalla parte dei ladri istituzionalizzati che dei cittadini.
L’ultimo esempio è la bozza di legge che prevede una riduzione delle pene massime per i reati di bancarotta fraudolenta da 12 a 6 anni. Una legge che manderebbe assolti i vari Tanzi e Cragnotti grazie alla riduzione dei tempi di prescrizione introdotti dalla ex-Cirielli. L’Italia dei Valori è riuscita, per il momento, a bloccarne l’iter. Ma siamo soli.
Parmalat non ha ancora concluso i suoi processi ma voglio rassicurare personalmente il dottor Bondi e i cittadini che si sono costituiti in parte civile circa la mia totale e completa disponibilità."
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24 Aprile 2007
Mario Monti risponde

Mario Monti ha risposto sul Corriere della Sera al mio commento sull'articolo "Controriforma di struttura".
"Condivido in larga parte quanto scrive il ministro Di Pietro: l'ansia di riforme volte a "mettere l'economia al servizio dei cittadini", l'affermazione che "l'Italia ha bisogno di riforme economiche, di nuove regole a tutela di piccoli azionisti, risparmiatori e consumatori, di entrare nel capitalismo vero", l'elenco dei temi da affrontare. Confido che il ministro, il quale sa unire veemenza ed efficacia, riesca a far prevalere concretamente questa linea nel governo e nella maggioranza. E' una linea sulla quale anzi - i lettori ricorderanno - ho sollecitato da tempo un accordo bipartisan. Ed è la linea alla quale ho cercato di dare un contributo, sul piano europeo.
Non condivido invece due punti.
Primo, che finora in Italia non vi sia stata proprio nessuna riforma mi sembra una tesi (come direbbero i politici) "ingenerosa", in particolare nei confronti dell'attuale e di precedenti governi dei quali Antonio Di Pietro ha fatto parte. Certo, è necessaria una forte accelerazione.
Secondo, credo legittimo invocare riforme per un'economia di mercato più rigorosa e, al tempo stesso, esprimere perplessità su cambiamenti di regole in corso d'opera. Spero infine che il governo, evitando di introdurre tali cambiamenti (golden shakes), promuova invece iniziative, come suggerito da Di Pietro, contro le mega buonuscite (golden hand-shake)."
Mario Monti
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22 Aprile 2007
Riforma e Controriforma

Lettera inviata al Corriere della Sera:
Caro direttore,
Le invio il mio commento relativamente all’articolo: “Controriforma di struttura” di Mario Monti pubblicato il 22 aprile.
“In Italia in campo economico vige lo status quo. Un immobilismo su cui vigilano molto attentamente coloro che, per posizione ed autorevolezza, dovrebbero promuovere le riforme, il liberismo, regole di mercato autentiche, il rafforzamento delle autorità di controllo. Costoro invece contestano al sottoscritto, che vuole mettere l’economia al servizio dei cittadini, di interferire con un supposto mondo ideale che si autoregola per magia. Si scrive di una Controriforma strutturale in atto da parte dello Stato, di un pericolo oscuro. Una valutazione partigiana e in sé impossibile perchè, prima della Controriforma, deve esserci una Riforma.
La “grande confusione mentale”, “l’assenza di guida del governo” e “lo spregiudicato disegno” li respingo al mittente. Si citano i casi di Abertis e di Telecom come prevaricazione dello Stato sul mercato, sulle sacre regole dell’economia. Ma di che regole si sta parlando? Forse delle scatole cinesi, delle stock option, dei megastipendi, delle mega buone uscite, dei conflitti palesi di interessi con consiglieri presenti in sei/sette consigli di amministrazione, della impossibilità da parte dei piccoli azionisti di avere rappresentanza, degli investimenti non effettuati a fronte dell’aumento dei pedaggi, degli acquisti di aziende fatti indebitandole?
Ci si dimentica di sottolineare che nei casi di Autostrade e di Telecom sono in gioco due reti fondamentali per il Paese: le autostrade e la dorsale telefonica. Lo Stato non dovrebbe esprimere un’opinione? E allora a cosa serve lo Stato?
Il tanto invocato mercato è la solita foglia di fico di interessi privati. Autostrade e Telecom sono di fatto due monopoli, settori protetti dei quali lo Stato è concessionario, il mercato è un’altra cosa.
L’Italia ha bisogno di riforme economiche, di nuove regole a tutela dei piccoli azionisti e dei consumatori, di entrare nel capitalismo vero. Quello che premia il capitale di rischio e spedisce in galera i dirigenti disonesti, come è successo negli Stati Uniti per Enron. Il Financial Times ha pubblicato di recente un articolo di una pagina sulla cronica mancanza di investimenti esteri in Italia in cui evidenzia che la principale ragione è la mancanza di regole certe. L’Italia è il Paese in cui non si punisce il falso in bilancio, in cui gli amministratori condannati per bancarotta rimangono al loro posto. Questo, caro direttore, è il vero pericolo oscuro.”
Antonio Di Pietro
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20 Aprile 2007
Telecom non è in vendita
Testo:
"Oggi vi propongo la mia consueta relazione, ma non sul Consiglio dei Ministri: in questi giorni sono in corso i Congressi di DS e Margherita e tanti altri incontri politici. Sono i giorni della politica parlata, dunque non si può fare il Consiglio dei Ministri. Però accadono ugualmente tante cose e tante decisioni sono da prendere.
Permettetemi di tornare sulla questione Telecom: da tempo sostengo che la rete telefonica, quella dell'acqua, delle autostrade, delle ferrovie, cioè le più importanti per il Paese, non possono essere trattate come mele e pere. Se una rete è in mano a un privato, questo la gestisce in funzione dei propri interessi, investendo solo dove gli è più conveniente: se non ha introiti sufficienti dalle bollette non porta l'acqua in un certo paese, se non frutta sufficienti profitti non porta la banda larga e così via.
Capite che quando si parla di servizi che servono a tutti le regole del mercato, spesso evocate, non sono sufficienti se non garantiscono ogni cittadino.
Stabilito il principio che Telecom gestisce una rete fondamentale, perchè senza rete delle comunicazioni non si possono passare le informazioni dunque manca la democrazia, come mai se ne discute tanto in questi giorni? Perchè si dice che Tronchetti Provera sta vendendo Telecom Italia. Non è vero! Non è Telecom che si vende.
Telecom è una società costituita dal 100% delle azioni: Tronchetti Provera vende solo il controllo del 15%.
Non sussisterebbe il problema se avessimo una legge normale, ma attualmente è previsto che chi ha la maggioranza relativa delle azioni può controllare la società, in quanto la maggioranza dell'azionariato diffuso non può essere presente alle assemblee.
Quindi, in realtà, attraverso il controllo di una piccola percentuale, il 15%, si controlla il 100% decidendo quali investimenti fare, come distribuire gli utili, chi eleggere nel Consiglio di Amministrazione, quando e come vendere la propria quota e, in questo caso, dove portare o meno la banda larga.
Avete mai visto controllare una società col 15%? In Italia succede. Non per tutte le società, però: solo per quelle che gestiscono servizi per tutti i cittadini.
Si dice ai cittadini ‘comprate le azioni e fate il parco buoi, noi gestiamo i soldi che entrano dalle bollette, dalle tariffe’.
Come dicevo, in questo caso è solo il 15% che viene ceduto. Dov'è la furbata? Perchè dico che ci troviamo di fronte a un'altra "furbizia del quartierino"? Perchè Tronchetti Provera vende il suo 15% al "messicano strano strano" a 3 euro per azione, mentre il valore di mercato è 2,2 euro per azione. Vi chiederete: ‘come mai c'è chi compra qualcosa che costa 2,2 euro a 3?’. Proprio perchè, come ho avuto modo di dire più e più volte, Tronchetti vendendo la sua quota conferisce all'acquirente il controllo su tutta Telecom.
E' vero che viene sborsato quasi un euro in più per azione, ma è anche vero che basta comprare una piccola percentuale dell'azienda per controllarla tutta. Se la comprasse sul mercato dovrebbe lanciare un'OPA ad almeno 2,6 - 2,7 euro per azione, ma su più del 50% delle azioni. Immaginate quanti soldi dovrebbe spendere.
Invece la paga un po' di più, ne compra solo il 15% e controlla tutta l'azienda.
Chi ci rimette? Pantalone, ovvero i cittadini italiani. Innanzitutto i piccoli risparmiatori: se fosse lanciata un'OPA
sulle azioni Telecom questi potrebbero vendere le proprie a 2,6 - 2,7 euro.
In secondo luogo tutti gli utenti: mettendo la rete in mano a chi la vuole controllare solo per interessi personali sarà sviluppata solo dove rende economicamente.
Questo è un affare privato portato avanti con grande spregiudicatezza, soltanto per fini finanziari, dove c'è qualcuno che vende a beneficio proprio senza dare al mercato la possibilità di stabilire il giusto prezzo.
Tutti quelli che mi vengono a raccontare che il mio comportamento, il comportamento di uno che vuole solo applicare le regole, vìola in corso di trattativa il libero mercato sono fuori strada. Sono loro che vìolano il libero mercato. Il mercato vorrebbe che le azioni fluttuassero grazie a un'OPA aperta a tutti, mentre questo è un affare nelle mani di pochi.
Chi vìola le regole del mercato, sul piano sostanziale anche se non su quello formale, è questa furbizia e non le regole che io come Ministro e noi di Italia dei Valori vogliamo difendere nell'interesse dei cittadini."
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15 Aprile 2007
Rozzano-Telecom Italia: un punto di partenza

Domani a Rozzano si terrà l’assemblea di Telecom Italia. Saranno presenti migliaia di piccoli azionisti che potranno, per una volta, far sentire la loro voce. Centinaia di persone prenderanno la parola ed è prevedibile che una sola giornata non sarà sufficiente per tutti gli interventi.
Domani, nei fatti, si farà un processo alla mancanza di regole che affligge il capitalismo italiano e che impedisce sia gli investimenti delle famiglie, ormai scottate da una serie di scandali e di perdite, sia degli investitori stranieri. Infatti l’Italia si trova, tra le nazioni occidentali, agli ultimi posti per gli investimenti dall'estero. I pochi che arrivano cercano spesso rendite di posizione, spezzatini.
Un’economia che di fatto protegge unicamente i soliti noti non permette all'Italia di decollare. In questi anni abbiamo perso molti treni dall’alimentare all’informatica, dalla chimica alla grande distribuzione, ora rischiamo di perdere anche la telefonia, la connettività. Il Paese è sempre più povero e i capitalisti senza capitali di una volta sempre più ricchi: è un cerchio che bisogna spezzare.
Non posso delegare ufficialmente Beppe Grillo in assemblea per le regole attuali della Consob, ma idealmente sì. Forza Grillo e forza a tutti i piccoli azionisti.
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11 Aprile 2007
Diamo voce ai piccoli azionisti
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