1 Febbraio 2012
Rivoluzioniamo il fisco
Presentiamo oggi una proposta che l’Italia dei Valori ha sottoposto al governo per combattere meglio l’evasione e l’elusione fiscale.
Voglio fare una premessa: l’IdV non fa parte della strana maggioranza che appoggia questo governo, però con questo governo intende confrontarsi nel merito dei problemi. Laddove il merito è inaccettabile noi respingiamo i provvedimenti del governo. Laddove le proposte sono accettabili, siamo ben lieti di approvarle. Laddove vanno rimodulate ce ne facciamo carico, così come ci stiamo facendo carico di proporre una serie di emendamenti strutturali al decreto sulle liberalizzazioni, che riteniamo essere un buon punto di partenza ma che contiene errori tecnici e strutturali che devono essere corretti prima che venga approvato.
Sappiamo bene che ormai va di moda il ricorso ai decreti legge, però attraverso una dialettica preliminare, in sede di commissione, con il governo, anche in questo caso si può intervenire nel merito.
Soprattutto si può intervenire nel merito attraverso impegni concreti, che si possono chiedere al governo e che il governo può assumersi su alcuni temi fondamentali, e tra questi c’è l’evasione fiscale. Non v’è dubbio che la principale ragione che determina il debito pubblico è l’enorme quantità di evasione e di elusione fiscale e la difficoltà di combatterla.
La nostra proposta deve avere attirato l’interesse del governo, perché abbiamo visto che già ieri è uscita sulle agenzie una anticipazione secondo cui il governo sta studiando in maniera approfondita questa proposta. Oggi verificheremo se sono decisi a passare dalle parole, non dico ai fatti, ma all’impegno.
In seguito all’eventuale approvazione di questa mozione, noi abbiamo già pronto un disegno di legge strutturato da discutere in Parlamento. E siccome questo Parlamento non lo farebbe mai, se non stimolato “spintaneamente”, ci auguriamo che il governo possa prenderlo in mano e, visto che fa tanti decreti legge, ne possa fare uno che serve per recuperare soldi, tanti soldi.
La nostra proposta si basa su una rivoluzione culturale nel rincorrere l’evasore fiscale. Sinora tutto il sistema dei controlli si è basato e si basa sulla ricerca di quanto reddito il contribuente produce effettivamente per verificare se la dichiarazione dei redditi corrisponde a quanto ha ricevuto. Si capisce dov’è la debolezza di questo sistema: devi andare a scoprire l’ago nel pagliaio. Devi andare a cercare quel che l’interessato ha nascosto, il più delle volte non sapendo dove cercarlo.
La nostra proposta rivoluziona tutto il sistema: non si va più a cercare quanto reddito un contribuente ha prodotto ma, rispetto a ciascun codice fiscale, quante spese ha effettuato nell’anno. Quanto ha consumato, quanti soldi sono usciti dalla sua disponibilità. La nostra proposta è dunque considerare d’ufficio ulteriore produzione del reddito tutte quelle spese che superano quanto dichiarato.
C’è una miriade di realtà in cui si spende più di quanto risulta incassato durante l’anno, ma le spese sono più facili da rincorrere perché non c’è bisogno di chiedere all’interessato. Lo si può fare a monte, perché ormai, attraverso l’informatica e le tecnologie, attraverso la codificazione di ciascun contribuente, c’è la possibilità di aggregare i dati e quindi di poter dare un’indicazione precisa sui risultati. Ovviamente il nostro impegno è anche finalizzato a che, nel maggior numero di casi possibile, si deve ricorrere a un sistema trasparente di spesa, riducendo al minimo il contante.
E’ chiaro che una delle principali ragioni per cui si ricorre all’evasione fiscale è che obiettivamente la pressione fiscale è elevata. Si deve ridurre. Più si riduce la pressione fiscale, più aumentano i consumi, più aumenta il tenore di vita dei cittadini, più si produce una fonte d’introito per lo Stato perché gira di più l’economia. Allora, secondo noi, per ogni euro di tassazione recuperata vi deve essere un corrispondente euro di pressione fiscale ridotta. Così si crea a nostro avviso un circuito virtuoso che dovrebbe aiutare l’economia del Paese, aumentare il gettito fiscale e ridurre la pressione fiscale.
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30 Gennaio 2012
Il furto delle opere pubbliche interrotte

In Italia ci sono 320 opere pubbliche interrotte. Le hanno iniziate, ci hanno speso una montagna di soldi e poi le hanno lasciate a metà. Sono monumenti allo spreco, al malgoverno, alla corruzione e alla clientela.
In tutta Italia ci sono tantissimi lavori rimasti incompiuti: ospedali, ponti, strade e dighe, asili, case di riposo per anziani, impianti sportivi per i giovani, linee ferroviarie, teatri e case popolari. Opere che dovevano servire a migliorare la vita dei cittadini e invece sono servite solo ad arricchire qualche amico degli amici. Gli hanno dato l’appalto pur sapendo che i soldi non sarebbero bastati. Uno spreco per la comunità, ma un regalo per il cliente.
Il ponte sullo Stretto è il simbolo di questo immenso furto ai danni dei cittadini, perché sono loro a dover pagare, con le tasse, opere incomplete iniziate solo per ingrassare la clientela dei clan politici locali e nazionali. Se vogliamo voltare pagina, a partire da ora, e dopo le elezioni, col nuovo governo che dovrà ricostruire l’Italia una volta usciti dall’emergenza, sanare questo scempio e impedire che si ripeta dovrà essere uno dei nostri primi doveri.
Bisogna fissare regole chiare, semplici e tassative per l’avvio di opere pubbliche. Una delle quali, a mio parere, deve essere l’accordo con le comunità locali. Tante volte, in Italia, si realizzano opere che i cittadini non vogliono, ma che servono per fare un favore a qualcuno, e non si costruiscono dove i cittadini vorrebbero, solo perché lì non ci sono interessi da curare. In questo modo non si portano a termine i lavori dove, invece, sarebbero necessarie e urgenti nell’interesse della cominità.
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22 Gennaio 2012
Monti e il libro dei sogni

Speriamo che, tra un’intervista e l’altra, il presidente Monti trovi anche il tempo di passare dalle parole ai fatti. Soprattutto si ricordi la ragione per la quale è stato mandato a governare con un incarico ben preciso e limitato negli obiettivi e nel tempo: far quadrare i conti per poi ridare la parola agli elettori.
Invece, questo esecutivo, sembra piuttosto legato tra pastoie e rinvii, come succedeva nella prima Repubblica, quando ogni giorno si diceva quello che si doveva fare domani.
Tutto questo, condito con interventi di facciata come quello sui tassisti.
Insomma non vendiamo per oro il provvedimento varato sulle liberalizzazioni.
E’ ben poca cosa e solo nel libro dei sogni si può dire che, cosi com’è, serve al recupero del 10 per cento del Pil. Infatti, più che rilanciare l’economia, sembra mortificarla.
Certo, è ancora un canovaccio e occorre modificarlo profondamente in Parlamento e noi dell’Italia dei Valori faremo la nostra parte, sempre a favore dei cittadini e della fasce sociali più deboli.
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21 Gennaio 2012
Occhi ben aperti sulle liberalizzazioni
Noi dell'Italia dei Valori siamo da sempre favorevoli alle liberalizzazioni, non per ideologia ma perché siamo dalla parte dei cittadini. Quando non c'è concorrenza chi ci rimette è sempre il cittadino. Al mercato deve sborsare quello che decide il monopolio. Nei servizi deve accontentarsi di quello che passa il convento.
Quindi se il governo decide di fare quello che noi chiediamo da sempre non possiamo che essere d'accordo. Ma prima di farlo io voglio studiare bene le misure contenute nel decreto di ieri perché ho la sensazione che il fumo sia molto e l'arrosto poco. Cioè che manchi proprio la cosa più importante: quelle liberalizzazioni che vanno a vantaggio dei consumatori di beni e servizi.
Tenere aperti i negozi e aumentare il numero delle farmacie va bene ma a incidere davvero sulle tasche della gente comune sono altri capitoli. Mi sembra che su quelli Monti abbia ceduto ancora una volta alla resistenza di interessi potenti e ben rappresentati, sia in Parlamento che nello stesso governo.
Si poteva, anzi si doveva, essere molto men timidi in materia di banche, assicurazioni ed energia, perché sono quelle le voci che fanno la differenza tra il fumo e l'arrosto.
E' importante invece il passo indietro sulla norma che avrebbe fatto rientrare dalla finestra quello che col referendum era uscito dalla porta: la privatizzazione delle rete idrica. L'articolo è stato ritirato all'ultimo momento e noi ce ne felicitiamo perché mantenerlo sarebbe stato un insulto al popolo e alla Costituzione. Però ci pare grave anche solo che sia potuto venire in mente di ignorare il risultato di un referendum così importante. A maggior ragione, quindi, d'ora in poi terremo gli occhi ben aperti su tutto quel che questo governo farà.
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20 Gennaio 2012
Beauty Contest: in tre mesi può accadere tutto

Noi dell'Italia dei Valori esamineremo con attenzione il merito dei singoli provvedimenti sulle liberalizzazioni, appena ci perverranno i relativi testi.
Perche' una cosa e' vendere un prodotto, un altro e' assaggiarlo e forse serviva po' piu' di coraggio.
Io sono convinto che piu' c'e' libera concorrenza, piu' c'e' la possibilita' di avere il miglior prodotto a minor prezzo. Sulle ferrovie c'e' stato un rinvio, mi e' sembrato un 'vorrei ma non posso'.
Delle banche non se ne e' parlato un granche', aspettiamo per vedere.
Il problema e' che le cose piu' incisive sono state rinviate. Le omissioni hanno riguardato ferrovie, energia e settore bancario assicurativo, leggeremo il testo del decreto e poi giudicheremo.
Ma di una cosa sono sicuro: ha fatto bene il ministro Passera a bloccare il beauty contest, che era solo un regalo corruttivo alla Rai e a Mediaset.
Certo, sarebbe stato meglio se Passera lo avesse bloccato definitivamente perché, in tre mesi, tutto può succedere.
Il Governo potrebbe cadere, Passera potrebbe essere messo fuori gioco e le lobby e i poteri forti potrebbero far tornare il Governo tecnico sui propri passi.
Ora mi aspetto che il ministro Passera, al più presto, intervenga con un provvedimento risolutivo che metta la parola fine alla sconcia auto-assegnazione gratuita delle frequenze che Berlusconi si era fatto.
Io penso che quelle stesse frequenze possano essere messe in gara, non tanto per assegnarle a questa o quella televisione, visto che ormai il mercato è saturo, ma per attribuirle alle future generazioni di sistemi wireless, le 5G.
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9 Gennaio 2012
Monti, la Svizzera e quei capitali da riprendere

Nell'intervista pubblicata oggi su La Stampa analizzo la situazione economica italiana e le possibili soluzioni.
Il rientro dei capitali dalla Svizzera, sono 160 miliardi di euro illegalmente esportati, una cifra che permetterebbe all’Italia di risolvere gran parte dei suoi problemi. Quando Fabio Fazio ha chiesto al presidente del Consiglio se si stava lavorando ad un accordo con la Svizzera, Monti ha sorriso e ha lanciato una delle sue usuali frecciate. «In Italia l’hanno chiesto alcuni che dicono mai più condoni». Il riferimento era abbastanza chiaro. Ce l’aveva, ad esempio, con l’Italia dei Valori che sulla tassa sui capitali all’estero sta combattendo una battaglia in Parlamento. Ma che al tempo stesso ha avvertito tutti di essere contrario ai condoni.
Antonio Di Pietro, che ne pensa: Ce l’aveva con voi il presidente Monti?
«Il presidente del Consiglio non riesce ad essere ancora preciso né sulla questione dei capitali all’estero né sul contributo di solidarietà che ne dovrebbe derivare. A noi dell’Italia dei Valori dispiace che per parlarne nell’intervista abbia fatto ricorso ad un paragone che non ha alcuna ragione di esistere, invece, a nostro avviso. Anzi, è il contrario: perché è verissimo che noi non vogliamo condoni ma è vero anche che non vogliamo nemmeno lo scudo fiscale: noi chiediamo il sequestro dei beni. Visto che invece il governo precedente li ha scudati allora chiediamo almeno un contributo. Ci sembra il minimo che si possa chiedere».
E che cosa ne pensate di un accordo con la Svizzera per far rientrare i capitali all’estero?
«Abbiamo presentato un emendamento molto chiaro. Da un lato chiediamo un aumento della sovrattassa sui capitali scudati dall’1,5% vergognoso chiesto dal governo Monti al 15%: così si rimedia alla vergogna dello scudo fiscale, incassando almeno altri 10 miliardi di euro. Ma al tempo stesso chiediamo che chi non ha aderito allo scudo fiscale e quindi abbia capitali all’estero debba essere sottoposto all’inversione della prova: se vengono trovati spetta a chi ne è in possesso di dimostrare la provenienza lecita altrimenti debbono essere sequestrati».
L’Idv e il governo Monti insomma hanno posizioni diverse sul tema dei capitali all’estero: andrà a finire che non darete il vostro sostegno al governo nella fase 2?
«Non vorrei che un aspetto particolare come quello dei capitali all’estero faccia dire a tutti che l’Italia dei Valori non aiuterà Monti. La verità è che è difficile rispondere a questa domanda perché finora sappiamo che cosa dice il governo Monti, non quello che fa. Siamo in attesa. Possiamo dire che se anche dovesse rispettare quello che ha detto, di sicuro alcune posizioni sarebbero condivisibili altre meno».
Che cosa condividete?
«Sì alla Tobin Tax, sì a non approvare nuove manovre sulla tassazione, sì a interventi sulla concorrenza e sulle liberalizzazioni. Lo aiuteremo di sicuro su questi temi».
E quando si tratterà di approvare le misure sui capitali all’estero?
«Spero che per quella data Monti abbia le idee più chiare. Per il momento a me sembra solo che sia molto incerto, che non sappia davvero che cosa fare. Forse lui non vuole ma ha capito che si deve e nell’attesa non sa che fare, come salvare capra e cavoli».
E quindi?
«E quindi aspettiamo. L’importante è sapere che noi dell’Idv, al contrario di Monti, le idee le abbiamo ben chiare».
intervista di Flavia Amabile.
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12 Dicembre 2011
Uno sciopero sacrosanto

In tutta Italia oggi si stanno svolgendo manifestazioni unitarie dei lavoratori e noi saremo con loro. I tre principali sindacati hanno proclamato insieme lo sciopero generale, ma anche dove una proclamazione unitaria non c’è stata, come nelle manifestazioni dei metalmeccanici contro le imposizioni della Fiat, i lavoratori di tutte le confederazioni hanno aderito spontaneamente e trasformato anche quelle in mobilitazioni unitarie. E’ una buona notizia.
Noi dell’Italia dei Valori abbiamo partecipato con la massima convinzione alle varie mobilitazioni per lo sciopero, e siamo stati accolti ovunque con grande calore ed entusiasmo. Non per la nostra bella faccia, ma perché la contromanovra che abbiamo presentato ha saputo intercettare la domanda di giustizia e di equità che è la vera anima di questo sciopero, e i lavoratori, i pensionati, i cittadini italiani lo hanno capito.
Ieri notte, nell’incontro con i sindacati, il governo Monti ha perso un’occasione importante per ritrovare quella sintonia con i cittadini che sta perdendo, non per il rigore della manovra ma per la sua iniquità.
Proprio ieri, mentre diceva di no ai rappresentanti dei lavoratori e alle loro sacrosante richieste, il governo si arrendeva al diktat di Berlusconi che ha messo il veto per evitare l’asta sulle frequenze televisive. Così pagheranno i pensionati, ma non l’ex presidente del consiglio, e nemmeno gli evasori fiscali che a forza di non essere mai puniti hanno quadruplicato in trent’anni i loro furti.
Monti ha ancora il tempo e la possibilità per ascoltare quello che gli italiani chiedono e modificare la manovra accogliendo i nostri emendamenti. Possiamo solo sperare che capisca la situazione e faccia quello che gli italiani onesti si aspettano dal suo governo.
P.S.: Bersani ancora stamattina si lamenta perchè ho definito frutto dell’inciucio il fatto che il governo Monti non ha intenzione di far svolgere l’asta sulle frequenze televisive, accettando il veto di Berlusconi. Se non gli piace il termine “inciucio” lo chiami pure “Giuseppa” ma di fatto se non è un accordo è un ricatto. Piuttosto che soffermarsi sui termini e offendersi, Bersani dica se condivide l’arrendevolezza di Monti o se contesta l’episodio ed è disposto ad una battaglia comune in Parlamento.
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11 Dicembre 2011
Monti ascolti i lavoratori

E' importante che stasera Mario Monti incontri i sindacati, proprio per mantenere il suo impegno a difendere prima di tutto la coesione sociale.
Mi auguro che ascolti le istanze dei lavoratori e dei rappresentanti sindacali con attenzione. C’è la possibilità di evitare questo sciopero ma, per farlo, il governo deve dimostrarsi responsabile e riuscire a far quadrare i conti in un modo diverso. Non ci voleva un esecutivo di professori per aumentare la benzina, mettere l’Ici sulla prima casa e diminuire le pensioni alle fasce sociali più deboli: per fare questo bastava un governo Berlusconi qualsiasi .
Certo che il tempo fino alla presentazione della manovra sembra essere stretto per metterci mano davvero e spero che la decisione di Monti non sia un gesto solo formale.
Il luogo per cambiare la manovra rendendola equa e anche più efficace c'è ed è il Parlamento.
Questo è il suo compito e, se non può discutere e decidere in casi importanti come questo, tanto varrebbe chiuderlo.
Noi dell'Italia dei Valori abbiamo presentato alcuni emendamenti per dimostrare che si può arrivare agli stessi risultati in termini di bilancio senza commettere gravi ingiustizie e senza offendere i lavoratori, i pensionati e la povera gente di questo Paese.
Il nostro impegno non è quello di bocciare questa manovra, ma di farne un’altra più equa e più giusta.
Per questo se al termine dell'incontro di stasera i sindacati confermeranno il loro sciopero di domani, noi parteciperemo con convinzione.
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8 Dicembre 2011
Recuperiamo le tasse dai ladroni come Germania e Inghilterra
Ieri il capogruppo dell'Italia dei Valori alla camera, Massimo Donadi, ha rivolto un'interrogazione al governo per sapere se, oltre a mandare in pensione i lavoratori cinque o sei anni più tardi e a tagliare i servizi sociali essenziali, pensava di recuperare, grazie a un accordo con la Svizzera, le tasse dai ladroni che portano lì i loro capitali. Come hanno già fatto Germania e Gran Bretagna.
E' un accordo semplice. Entro maggio del 2013 chi ha nascosto i soldi nelle banche svizzere dovrà pagare una tassa tra il 19 e il 35% della cifra media tenuta in quelle banche tra il 2003 e il 2010 e in più un'aliquota del 25% su tutte le rendite procurate da quei capitali. Soldi che la Svizzera riconsegnerà poi ai due Paesi con cui ha firmato l'accordo.
Il medesimo trattato potrebbe sottoscriverlo anche l'Italia. Ci porterebbe in cassa 14 o 15 miliardi di euro, grazie ai quali si potrebbero modificare tante delle misure inique di cui la manovra purtroppo è strapiena.
Ci ha risposto il ministro per i Rapporti col parlamento Giarda, leggendo una dichiarazione non sua ma del presidente del consiglio Mario Monti, nelle vesti di ministro dell'Economia. Papale papale, il professore ci ha detto che di fare come la Germania e la Gran Bretagna non se ne parla nemmeno, perché questi accordi starebbero “sollevando le critiche e le perplessità della Ue per incompatibilità con la direttiva sul risparmio”.
Ma che risposta è?
Primo: una cosa sono le perplessità e un'altra un divieto ufficiale. Per ora non solo la Ue non ha aperto nessuna procedura d'infrazione ma Germania e Gran Bretagna hanno incassato miliardi di euro utili a non far pesare sui cittadini le loro manovre economiche. Quindi, critiche o non critiche, quegli accordi sono del tutto validi e leciti.
Secondo: è ovvio che più sono i Paesi della Ue che chiedono di risolvere questo scandalo più è facile che l'Unione capisca che quella direttiva non può diventare una licenza di furto e quindi, se non le piace la strada individuata, ne deve trovare subito un'altra che raggiunga lo stesso obiettivo.
E' assurdo che proprio l'Italia, cioè il Paese che più di tutti è flagellato dall'evasione fiscale e dalla fuga dei capitali all'estero, invece di essere il primo a firmare quegli accordi guardi da un'altra parte proprio come faceva Berlusconi.
Di questo passo, caro professor Monti, di soluzione ne resta una sola: evasione impunita e ogni tanto un bel condono. Grazie tante, la conosciamo già.
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4 Dicembre 2011
Equità
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Ieri l'Italia dei Valori non ha voluto partecipare alle consultazioni organizzate dal presidente del consiglio Monti. Abbiamo fatto questa scelta per un questione di serietà e coerenza. Abbiamo votato la fiducia al governo Monti solo perché il Paese non può restare senza governo in un momento come questo e perché prima delle elezioni bisogna che ci sia una legge elettorale democratica. Ma non siamo entrati a far parte della maggioranza.
Ieri Monti ha visto invece proprio la sua maggioranza, che è politica e non tecnica perché non si può certo raccontare che scelte così importanti non siano politiche. Quella coalizione politica è composta dal Pdl, dal Pd e dal Terzo polo ma non dall'IdV. Noi aspettiamo quindi che la manovra sia presentata ufficialmente e poi discussa in Parlamento. In quella sede faremo le nostre proposte e le nostre valutazioni, perché una manovra di questo livello non può essere "prendere o lasciare". Deve essere discussa, emendata e se del caso pure cambiata.
Le nostre proposte andranno tutte in una direzione chiara: quella della massima discontinuità con il governo dei malfattori che c'era fino a poche settimane fa. E ciò che mi preoccupa è che tutte le ipotesi che girano in questi giorni sonoin stretta continuità con gli interventi di Berlusconi, anzi, quasi li completano.
Quello mandava le donne in pensione a 63 anni e adesso si dice di arrivare a 66. Aveva alzato di un anno la soglia delle pensioni di anzianità e ora se ne vorrebbe aggiungere un altro. Aveva fatto a meno, senza dirlo apertamente, di adeguare le pensioni all'inflazione e adesso pensano di farlo di nuovo e ancora più di prima, sottraendo alla mannaia solo le pensioni minimissime.
Noi proponiamo di andare in una direzione molto diversa, quella dell'equità. Pensiamo che non si possano chiedere sacrifici ai poveri senza toccare i privilegiati, inclusi per esempio quelli che in pensione ci sono già andati e con cifre da capogiro. In questo paese di Guarguaglini ce ne stanno tanti. E crediamo che senza interventi strutturali, come per esempio l'unificazione di tutti gli enti previdenziali, anche questo salasso sarà a fondo perduto e l'anno prossimo staremo da capo a dodici.
Ma perché tutte le proposte valide possano essere esaminate e valutate c'è un primo passo necessario che deve fare il governo: essere disposto a discutere, ascoltare e accogliere le proposte serie e costruttive. Come si fa in democrazia, e al contrario di come faceva Berlusconi. E' quella la prima discontinuità necessaria.
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27 Novembre 2011
Nessun festeggiamento per i lavoratori FIAT
Non c'è proprio niente da festeggiare nell'accordo raggiunto ieri sulla chiusura di Termini Imerese. Stiamo parlando di un funerale, non di un lieto evento. Bisognerebbe piangere e chiedere conto di questo disastro, non brindare.
Capisco che i sindacati, anche la Fiom, abbiano dovuto firmare l'accordo perché i lavoratori, abbandonati da tutti, possano almeno essere accompagnati alla pensione. Ma non possiamo fare finta che questo risultato sia positivo per qualcuno, a parte Marchionne e gli azionisti Fiat.
Certo non possono festeggiare i 640 lavoratori che di qui alla pensione, tra sei anni, dovranno cavarsela con solo 460 euro al mese, in aggiunta alla giá misera cassa integrazione. Poteva andargli pure peggio, ma questa non è una grande consolazione né un modello innovativo di politica sociale e industriale.
Temo che avranno poco da fare festa anche gli operai che resteranno in fabbrica, assunti dalla Dr Motor della famiglia Di Risio, quella presentata dal ministro dello Sviluppo economico che dovrebbe rilevare lo stabilimento. De Risio, che io come molisano conosco bene, non sta pagando da mesi i suoi dipendenti e non vorremmo che fosse di nuovo una di quelle fregature ai danni dei lavoratori che tante volte abbiamo visto in questi ultimi anni.
Meno di tutti può festeggiare l'Italia, che vede la sua principale azienda privata sganciarsi e alzare i tacchi dopo aver spremuto come un limone lo Stato, senza che nessun governo, né quello precedente né questo, abbiamo mosso o muovano un dito per impedirlo.
La Fiat sta chiudendo stabilimenti uno dopo l'altro per spostarli dove gli conviene: in Polonia la Ypsilon che doveva essere prodotta a Termini Imerese, in Canada la Thema che il governo italiano dovrà comprare, la Irisbus di Avellino e la CNH di Imola hanno già chiuso, la Maserati di Modena seguirà prestissimo. Di nuovi modelli non se ne vedono. Marchionne riesce a riempire le tasche sue e degli azionisti in tutti i modi tranne quello giusto: produrre macchine che funzionano e riuscire a venderle.
Noi dell'Italia dei Valori rispetteremo il voto dei lavoratori di Termini Imerese, ma insisteremo per sapere quali inconfessabili accordi ci siano stati ieri.
Da questo governo ci aspettiamo che rialzi la testa, difenda gli asset produttivi italiani, impedisca la prosecuzione di questa macelleria sociale, restituisca dignità e demcorazia al lavoro e ai lavoratori. Non che prosegua sulla china di Berlusconi e dell'ex ministro Romani
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31 Ottobre 2011
L'Italia malata è in mano a un segaossi

Non c'è bisogno di essere un economista per sapere che se la cura ammazza il malato è sbagliata. La cura che Berlusconi ha proposto nella sua lettera, se applicata, ammazzerebbe il malato, cioè l'Italia.
Non lo dico io. Lo dicono i dati, che hanno la testa dura e non si lasciano abbindolare dai trucchi del nostro presidente del consiglio. Dicono che da noi la disoccupazione è salita fino all'8,3%, ma se si guarda la situazione dei giovani e delle donne il quadro è anche più nero. Il 29,3% dei giovani è senza lavoro. Tra le donne una su due, secondo l'Istat, non ha un'occupazione e nemmeno la cerca. Una catastrofe.
Se proveremo a curare questo malato con il veleno dei licenziamenti facili la disoccupazione farà un altro balzo in avanti, i giovani e le donne saranno di nuovo quelli che pagano di più. La povertà e la disperazione aumenteranno ancora, quindi i consumi scenderanno perché la gente senza lavoro e senza soldi certo non può comprare. Così invece che la crescita avremo una nuova recessione.
Tutto questo macello, dicono, serve a frenare l'inflazione. Che però, sempre secondo i dati di oggi, ha raggiunto il livello massimo dal 2008.
Se la cura non va bene, col medico è peggio che andare di notte. Il Paese è in mano non a un chirurgo ma a un segaossi e purtroppo i mercati lo sanno benissimo. Infatti dopo che ha illustrato la sua terapia il tasso d'interesse dei nostri titoli di Stato è schizzato oltre il 6% e lo spread oggi ha superato i 400 punti. Come se un termometro segnasse la febbre a 42.
Di questo io intendo parlare all'Europa, possibilmente insieme a Bersani e Vendola, nella lettera alternativa a quella di Berlusconi che sto preparando. Ma di questo dovrebbe iniziare a preoccuparsi anche chi di di dovere, perché qui o se ne va di corsa il medico ciarlatano o muore il paziente, cioè il nostro Paese.
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26 Ottobre 2011
Il governo sotto, l'Irisbus salva

Oggi alla Camera la maggioranza è stata battuta per la novantatreesima e la novantaquattresima volta. Con 275 voti a favore e 272 contrari è stata approvata una mozione presentata dall'Italia dei Valori, di cui io ero il primo firmatario, che impegna il Governo a stanziare 700 milioni di euro per i prossimi due anni e altri 600 per il 2014 per il rinnovo del parco autobus delle aziende che operano nel settore del trasporto pubblico in Campania.
Quello stanziamento serve a bloccare la chiusura dello stabilimento Irisbus di Avellino, deciso dalla Fiat a settembre con la scusa della diminuzione delle immatricolazioni degli autobus urbani in seguito alla crisi.
La Fiat vuole in realtà far costruire gli autobus al suo stabilimento francese per aumentare i profitti, e il governo, come sempre, non ha saputo muovere un dito per difendere i mille lavoratori della fabbrica e i trecento dell'indotto.
Questo voto dimostra che la maggioranza non esiste e la seconda clamorosa bocciatura del Governo in un giorno, avvenuta mezz’ora dopo la prima, ne è la dimostrazione. I deputati della maggioranza votano solo la fiducia per difendere il proprio “posto di lavoro”, perché alla loro poltrona stanno molto più attenti che non alla condizione dei lavoratori, ma subito dopo si dissolvono.
Ma la cosa più importante, per me, è che il voto sull’Irisbus può salvare dalla disperazione decine di famiglie e impedire che peggiori ancora la situazione di un territorio già devastato dalla crisi e dalla insipienza del governo.
Per questo è però fondamentale che il governo dia immediatamente seguito concreto a quanto deciso oggi dalla Camera senza svicolare come sua abitudine.
Noi dell'Italia dei Valori ci impegniamo a vigilare e a garantire il rispetto di questo voto, proprio come ci siamo sin qui impegnati a difendere i lavoratori di Irisbus dal cinismo attento solo al profitto immediato, dalla Fiat e dalla complicità di questo governo.
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25 Ottobre 2011
Pensioni: no al diktat europeo
Ha fatto male anche a me vedere il nostro Paese strapazzato con molta arroganza da Sarkozy.
Ma il modo di rispondere a quegli insulti dovrebbe essere quello di presentarsi domani a Bruxelles con una proposta seria e non cercare, per l’ennesima volta, di vendere fumo come pensa di fare Berlusconi.
Quello sarebbe proprio il modo per dare ragione a Sarkozy e alla sua maleducazione, oltre che a far crollare definitivamente il Paese.
Una proposta seria è anche la strada giusta per rifiutare il diktat europeo sulle pensioni, che è sbagliato perché va a colpire per l’ennesima volta i cittadini che hanno già dato in abbondanza.
La mia non è demagogia. In Italia si va in pensione alla stessa età degli altri Paesi europei, non prima, come sembra da tanti discorsi campati per aria. Su 15 milioni di pensioni erogate, 10 milioni sono sotto i 750 euro al mese e altre 2 milioni e 600mila sono tra i 750 e i 1250 euro al mese. L’età pensionabile delle donne è già stata aumentata di ben cinque anni.
Nel 2010 sono state introdotte le ‘finestre lunghe’ di un anno, che sono state aumentate nel 2011 di altri tre mesi. Significa che tra il momento in cui si matura la pensione e quello in cui la si percepisce, passano quindici mesi. Nei quali per campare, bisogna continuare a lavorare. Mi pare che possa bastare. Purtroppo il governo non ha una proposta alternativa seria e credibile, e allora gliela suggeriamo noi dell’IdV.
Prima di tutto bisogna fare una seria lotta all’evasione contributiva, che ogni anno si intasca 25 miliardi di euro. Quello non è un illecito amministrativo: è furto aggravato e deve essere considerato reato penale.
Si conoscono i nomi e cognomi e gli importi di chi ha trattenuto gli oneri sociali dalle buste paga e poi non li ha versati. In secondo luogo, bisogna unificare Inps, Inail e Inpdap: il risparmio ammonterebbe a 3 miliardi di euro, abolendo centinaia di CdA e di sovrapposizioni burocratiche. Occorre poi separare l’assistenza, cioè la spesa per gli assegni sociali, la disoccupazione, dalla previdenza vera e propria. In tutti i Paesi, tranne che nel nostro, la prima voce è a carico della fiscalità generale. Se si facesse così anche in Italia, si scoprirebbe che la nostra spesa previdenziale è del tutto in linea con quella del resto d’Europa. Le varie categorie e i dirigenti devono smettere di far pesare il mancato pareggio di bilancio delle loro casse previdenziali sull’Inps. Non è più possibile far pagare ai lavoratori, con pensioni da fame, le pensioni d’oro dei loro dirigenti. Un'uscita flessibile verso la pensione sarebbe ciò di cui ha bisogno il sistema delle imprese e una libera scelta dei lavoratori, visto che il calcolo è fatto sui contributi versati. Infine, proponiamo di portare le pensioni dei giovani, quando avranno maturato quarant’anni di contributi, al 60% e non al 40% dello stipendio, com’è previsto oggi. Per farcela, bisogna prevedere per i precari una copertura contributiva dei periodi in cui non lavorano, ma questo è reso possibile dal fatto che, da 10 anni almeno, sia l’Inail che l’Inps sono in forte attivo.
Se il governo avesse l’umiltà e l’onestà per accogliere questi nostri suggerimenti potrebbe non presentarsi domani a Bruxelles a mani vuote, né accettare un diktat ingiusto che colpirebbe ancora una volta i soliti cittadini onesti e laboriosi
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23 Ottobre 2011
Le bugie di B. non salveranno l'Italia

Oggi è una giornata importante per il nostro Paese. A Bruxelles i capi di Stato e le istituzioni europee devono decidere come giudicano le misure prese dal governo italiano per fronteggiare la crisi e risanare i conti pubblici.
Il presidente del Consiglio l’ha cominciata malissimo, con un bugia subito scoperta. Ha raccontato di aver “quasi convinto” la Merkel in un incontro bilaterale che non c'è mai stato. Del resto la cancelliera tedesca si tiene ben lontana da lui, dopo le affermazioni del nostro gaffeur nei suoi confronti.
E' umiliante per l'Italia doversi presentare dai nostri partner come uno scolaretto a cui i professori devono controllare i compiti e mettere il voto. E pensare che appena pochi mesi fa il furbastro che fa finta di governare l'Italia raccontava che grazie a lui eravamo diventati il Paese più autorevole nel mondo. Come si vede oggi.
Ma se ci trattano come alleati di serie B e sorvegliati speciali a sovranità limitata non possiamo lamentarci. Le poche e pure sbagliate misure che abbiamo preso non ci sarebbero state senza la tirata d'orecchie della Bce. Il presidente del consiglio preferiva tirare a campare.
Una nostra strategia per tirarci fuori dai guai non ce l'abbiamo: il decreto sviluppo è la solita bufala e figurarsi se non l'hanno capito anche a Bruxelles. Tutto quello che questo governo sa fare è presentarsi col cappello in mano e così viene trattato chi sa solo mendicare.
E' una grandissima responsabilità quella che aspetta noi che vogliamo cambiare l'Italia. Erediteremo un Paese devastato e considerato ridicolo e inaffidabile nel mondo. Spetterà a noi restituirgli la dignità che il governo Berlusconi ha cancellato. Non sarà facile ma ce la faremo se cominciamo a darci da fare subito, preparando l'alternativa senza perdere altro tempo.
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21 Ottobre 2011
Con la FIOM e i lavoratori FIAT
L'Italia dei Valori appoggia e sostiene lo sciopero dei lavoratori della Fiat, dell'indotto e di Fincantieri. Una nostra delegazione, guidata dal responsabile Lavoro e Welfare del partito Maurizio Zipponi, parteciperà alla manifestazione di Roma, in piazza del Popolo: quella manifestazione che il sindaco Alemanno, con una ordinanza anticostituzionale e antidemocratica, ha cercato inutilmente di impedire.
Al contrario di Sergio Marchionne, noi pensiamo che scioperare e manifestare sia non solo utile ma necessario.
Marchionne è come uno che si siede al tavolo delle trattative con una pistola in mano e avverte: “Se non siete d'accordo con me, sparo”. La pistola è la minaccia di portare la Fiat via dall'Italia. Con questa minaccia ha cancellato i diritti dei lavoratori e demolito la democrazia nei luoghi di lavoro, e in cambio non sta nemmeno mantenendo la promessa di lasciare la Fiat in Italia.
Tre stabilimenti sono già stati chiusi: Termini Imerese, Irisbus di Valle Ufita, Cnh di Imola. Per un quarto, Maserati di Modena, la chiusura è già certa. A Mirafiori non verranno prodotti i modelli promessi. A Pomigliano la cassa integrazione è stata prolungata e solo il 30% dei lavoratori torneranno in produzione.
Per quanto riguarda la parte più importante della produzione, la testa e il cervello, cioè la ricerca, la progettazione, la brevettazione, è peggio che andare di notte: saranno spostate negli Usa.
Tutti gli altri governi europei hanno usato i molti strumenti a loro disposizione per difendere asset strategici come l'industria dell'auto. Il governo italiano ha fatto l'opposto. Ha spalancato le porte per rendere a Marchionne più facile l'uscita. Gli ha dato, gratuitamente, tutto quello che concedeva fino a quell'art. 8 dell'ultima manovra che è un insulto per la civiltà del lavoro e per la democrazia. Perché questo non è solo un governo corrotto e impegnato esclusivamente a farsi gli affari suoi. E' anche inetto e incapace.
Scioperare e manifestare contro una simile politica aziendale e un simile governo è sacrosanto.
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20 Ottobre 2011
E' come l'asino di buridano

Se la situazione non fosse tanto drammatica ci sarebbe persino da ridere. Passano le ore e ancora il presidente del consiglio non si decide a indicare il nome del nuovo governatore della Banca d'Italia. La realtà è che non sa più come fare a tirarsi fuori dal vicolo cieco in cui si è cacciato da solo per non avere il coraggio di fare il suo lavoro, cioè di governare il Paese. E' come se nella fase più delicata e rischiosa di una guerra l'esercito si trovasse senza nessuno a comandarlo e a prendere le decisioni.
Alla fine quel nome verrà fuori, perché non si può lasciare Bankitalia senza una guida e perché altrimenti tanto varrebbe chiedere a Sarkozy di indicare direttamente lui il governatore della Banca centrale italiana. Ma la frittata ormai è fatta. Quando si arriva a una nomina così importante con queste modalità da comica finale ci si lascia per forza dietro un codazzo di malumori e rancori, forse persino di seri incidenti istituzionali.
Per non parlare dell'ennesimo, gravissimo danno all'immagine internazionale del nostro Paese, che si è già tradotto nel ritorno dello spread tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi poco sotto i 400 punti: una Caporetto. Sarebbe stato facile evitare questo disastro. Bastava non fare marcire la situazione per mesi.
Questo sfascio nasce da responsabilità precise. In primis di quei parlamentari venduti che pochi giorni fa hanno votato la fiducia a un governo che sapevano perfettamente non essere degno di nessuna fiducia. Per quattro soldi di vitalizio o per una nomina, hanno venduto il loro Paese e tradito i cittadini che avevano promesso di difendere e rappresentare.
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7 Ottobre 2011
Il condono è la tomba della democrazia
Perfino qualche ministro di questo governo, come Frattini, che non conosce la vergogna di un nuovo condono si vergogna e prova a dire che non ci ha mai pensato nessuno. Si vede che non lo avevano avvertito, perché invece il presidente del consiglio ci sta pensando eccome. Infatti i più zelanti tra i suoi maggiordomi sono arrivati di corsa a confermare che il condono è una possibilità reale.
La verità è come sempre chiara. Oltre che antidemocratici e con la coscienza sporca questi sono pure degli incapaci. Hanno parlato molto e sempre a vanvera del decreto sviluppo. Adesso che bisogna passare dalle parole ai fatti non sanno più cosa metterci dentro. Quindi ecco che rispunta la sola strada che conoscono: la più facile, la più ingiusta, la più odiosa e in prospettiva la più controproducente: il condono.
Stavolta sarebbe un condono tombale davvero. In un momento come questo seppellirebbe ogni idea di giustizia e di democrazia in Italia. Sarebbe un atto di eversione antidemocratica e porterebbe il Paese al punto di esplosione.
Prima la legge fascista contro la libertà di stampa, adesso l’ipotesi di un nuovo premio ai malfattori e agli evasori. Cosa aspettano coloro che si definiscono i dissidenti della maggioranza ad uscire da questa situazione e fermare la corsa verso il precipizio?
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30 Agosto 2011
121 emendamenti per raddrizzare la manovra
Con senso di responsabilità, così come chiesto dal capo dello Stato, ci siamo fatti carico di presentare una contromanovra di 121 emendamenti che è l’esatto contrario di quella presentata dagli “amici del quartierino” di Arcore. Colpisce fortemente gli evasori fiscali e gli “scudati”, per esempio chiede il 20% a coloro che hanno approfittato dello scudo fiscale facendo rientrare i capitali illecitamente tenuti all’estero. Interviene molto sulle privatizzazioni ma soprattutto sulle liberalizzazioni. Trasporti, autotrasporti ma anche le professioni. Mette all’asta le frequenze televisive, aumenta le concessioni per le frequenze televisive per chi già le ha ottenute, e credo che sappiamo tutti i nomi e i cognomi di queste persone.
Insomma, la nostra è una proposta che toglie qualcosa a quelli che finora non hanno dato niente ed evita invece di togliere ai soliti poveri cristi che hanno dato tutto.
Noi riteniamo che la manovra governativa, così com'è, è meglio non votarla, perché sarebbe un ennesimo colpo alle tasche dei cittadini.
Per il resto, quelle del governo sono proposte a chiacchiere. Per far credere che vogliono intervenire sulla Casta e sui costi della politica hanno detto che elimineranno le Province e ridurranno il numero dei parlamentari. Ma con una successiva legge da discutere in commissione: in Italia, quando vuoi che una cosa non si faccia, fai un “gruppo di studio” per studiare il problema.
Nella manovra mancano quattro miliardi, e i modi per trovarli ci sono. Noi ne abbiamo elencati 121. Il contribuito di solidarietà, per esempio, indistintamente per tutti, è bene se viene tolto, ma a una categoria, invece, bisogna farlo pagare: a coloro che pagando solo il 4% hanno fatto rientrare i capitali all’estero. Altro esempio: il finanziamento pubblico ai partiti va eliminato subito, come vanno eliminati subito i vitalizi a quei parlamentari che sono stati due giorni e mezzo in Parlamento e per i prossimi cinquant’anni prenderanno la pensione. Si può anche evitare di comprare una marea di caccia bombardieri. Ma chi dobbiamo cacciare e bombardare spendendo 15 miliardi? Quei soldi vanno dati ai Comuni per i servizi essenziali.
Dei nostri 121 emendamenti, il primo potrebbe entrare in funzione già fra 15 giorni. Si vota in Molise. Bene: riduciamo il numero dei consiglieri regionali in tutte le Regioni, a partire dalle prossime scadenze, almeno di un terzo. In Molise si vota il mese prossimo: cominciamo da lì.
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23 Agosto 2011
Le nostre proposte: il governo finge di non vederle

In Parlamento, nei prossimi giorni, continueremo a rispondere positivamente al giusto appello del Presidente della Repubblica. Ci siamo già assunti la responsabilità di mettere a punto e di presentare una contromanovra che permetterebbe di raccogliere ben 70 miliardi senza penalizzare ancora una volta la povera gente, che è già stata troppo penalizzata, e il tessuto vitale della nostra economia, rappresentato dalla piccola e media industria e dall’artigianato.
Ora sta alla maggioranza mostrare a sua volta un po’ di senso di responsabilità: accettando di discutere le nostre proposte invece di fingere di non vederle perché colpiscono proprio quegli interessi che il governo vuole difendere. Gli interessi degli evasori fiscali, i cui furti ai danni di tutti i cittadini onesti sono la prima causa del dissesto. Gli interessi degli speculatori, che nella crisi si arricchiscono alle spalle del resto del Paese. Gli interessi della Casta, che anche in questa occasione ha difeso i suoi insopportabili privilegi senza toccarne davvero nemmeno uno.
Noi dell’Italia dei Valori ci accingiamo a esaminare e cercare di modificare radicalmente questa manovra, varata dal governo meno di dieci giorni fa e già figlia di nessuno, con questo spirito costruttivo. Vedremo se la maggioranza saprà mostrare lo stesso spirito o se, come al solito, si limiterà a fare muro in difesa delle sue scelte inique e controproducenti.
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13 Agosto 2011
Non ingoieremo polpette avvelenate

Dopo una giornata di risse all'interno della maggioranza il governo ha partorito una manovra che per il 90% pesa sulle spalle dei cittadini e della povera gente, dei ceti medi e medio bassi.
Ci sono alcuni segnali positivi, e anche se sono timidissimi voglio per carità di patria indicarli per primi. La razionalizzazione delle Province e dei Comuni è un passettino nella direzione giusta, anche se non è certo quello di cui ci sarebbe bisogno e che noi avevamo proposto, l'abolizione secca della Province. Dovremo conquistarcela da soli con la legge d'iniziativa popolare per cui stiamo raccogliendo le firme.
L'aumento della tassazione delle rendite è una misura che noi dell'Italia dei Valori chiedevamo da tempo, anche se, per come stanno oggi le Borse, ce ne vorrà di tempo perché inizi a fruttare cifre significative.
Si fa fatica a trovare quegli interventi spiegati ieri da Berlusconi enfaticamente come “eccessivi rispetto a ciò che sarebbe giusto” sui tagli ai costi della politica. Fanno capolino, tra le pieghe della manovra, ma con queste misure si intacca solo la punta dell'iceberg mentre la parte più grossa dei costi della casta rimane intonsa. Su questo i cittadini giustamente si ribellano e si ribelleranno e noi con loro. Sarà un caso ma tanto per cambiare quando si tratta di colpire i cittadini viene subito messo nero su bianco quando e quanto pagheranno, mentre quando si parla dei politici tutto diventa molto più vago e incerto. E' il solito giochetto per annunciare che “fra un po'” cambierà tutto e poi quel “fra un po'” non arriva mai, e passata la festa gabbato lo santo non si cambia niente.
Quanto al fare cassa, a pagare sono i soliti noti e da questo punto di vista la manovra è di insopportabile iniquità. Da dove vengono i soldi veri, gli incassi significativi? Dall'innalzamento dell'età pensionabile delle donne, dalla quadruplicazione dei tempi di pagamento dei Tfr per i lavoratori della pubblica amministrazione. Verranno soprattutto dai tagli agli enti locali che sono né più né meno che tagli alla spesa sociale, al welfare e ai servizi essenziali. Ci vuole la faccia tosta di questi governanti per dire che non hanno toccato istruzione e sanità. Cosa credono che affonderà grazie ai loro tagli? Chi pensano di poter prendere in giro?
La gravità della situazione la conosciamo tutti e noi dell'Italia dei Valori non siamo degli irresponsabili come chi ci governa. In Parlamento discuteremo di questa manovra senza alcun atteggiamento pregiudiziale, ma neppure ingoieremo in nome dell'emergenza qualsiasi polpetta avvelenata. Faremo il nostro dovere, ma daremo anche battaglia strenua per modificare radicalmente la manovra in modo che colpisca sul serio i costi e gli sprechi della politica e quelli della triste propaganda delle guerre in Afghanistan e in Libia e lasci in pace chi ha già pagato sin troppo. E ci confronteremo in questi giorni con i cittadini per avere la forza necessaria a portare avanti le nostre priorità comuni.
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12 Agosto 2011
Carta canta, fateci vedere la lettera BCE, fateci vedere il decreto
Ieri in Parlamento abbiamo partecipato a un’ennesima passerella fatta di parole e non di fatti. Voglio spiegare cosa è successo e riflettere insieme a voi su cosa sta succedendo. La settimana scorsa è venuto alla Camera il presidente del Consiglio dicendo che tutto andava bene madama la marchesa, che le famiglie stavano bene, le imprese erano solide, le banche erano capienti e insomma il sistema Italia funzionava. Dopo tre giorni è arrivato il monito della Banca centrale europea che ci dice: “Se non rimettete a posto i coti vi dichiariamo in fallimento”, come dei normali imprenditori, siete una banda di falliti.
A questo punto Berlusconi e Tremonti hanno detto una cosa importante che fa capire quanto siano fuori dalla realtà. Hanno detto: “Bisogna ristrutturare la manovra che abbiamo fatto”. Quella manovra che un paio di settimane fa avevano realizzato chiedendo lacrime e sangue ai cittadini, ma solo a quelli più deboli, entro il 2014 non è sufficiente ai fini europei e non solo: è iniqua per le tasche degli italiani perché prende ai deboli e lascia ai prepotenti e agli evasori fiscali.
Adesso bisogna “ristrutturare la manovra”. Questa casa, la manovra, l’hanno approvata due settimane fa. Chi la ha fatta, dopo due settimane, viene a dirci che bisogna ristrutturarla: ma allora vuol dire che l’hai fatta male, l’hai progettata male ed è una schifezza di casa che ci sta crollando addosso.
Allora prendiamo atto prima di tutto che sei un progettista e un esecutore dei lavori non in grado di fare il proprio lavoro. Vai a casa! E’ questa la prima cosa che chiediamo. Non possiamo continuare ad affidare il Paese a delle persone, tipo il presidente del Consiglio, tipo il ministro dell’Economia, che progettano e ristrutturano i conti economici e dopo due settimane devono rifare tutto perché è sbagliato.
Nel merito, ieri a questi signori abbiamo chiesto due cose: se è vero come è vero, perché ce lo avete detto proprio voi, che la Bce vi ha detto di rifare i coti perché avete sbagliato il calcolo dei conti economici e della stabilità economica del nostro Paese, la vogliamo vedere questa lettera. Non ci potete dire che è una lettera confidenziale. Mica è la vostra fidanzata la Bce! Mica vi ha scritto quanto ti voglio bene o se sei cornuto o meno! Tirate fuori questa lettera perché vogliamo sapere esattamente cosa la Bce vi ha imputato.
Secondo: continuate a chiamarci, noi e le parti sociali, e continuate a dirci “dobbiamo fare questo”, “faremo questo”. E’ inutile chiamarci per parlare e basta. Carta canta. Producete un disegno di legge, in modo che leggiamo esattamente quello che volete fare.
Sia chiaro: noi dell’Italia dei Valori non abbiamo preconcetti rispetto alla necessità di ristrutturare la casa. Quella l’avete fatta male voi, dalle fondamenta. Noi siamo disponibili a rimetterci mano, a rinforzare queste fondamenta e a rendere la casa più abitabile. Siamo disponibili, ma delle due l’una: o ci lasciate fare a noi o ci dite qual è il materiale che ci volete mettere, perché questa casa non possiamo continuare a farla di cartapesta.
Vogliamo la bozza del disegno di legge su cui discutere. Stasera c’è il Consiglio dei ministri e voi questo disegno di legge ancora non ce l’avete perché non riuscite a mettervi d’accordo nemmeno sull’orlo dell’abisso. Ve lo diamo noi, perché l’Italia dei Valori (e chi ci legge può leggerlo QUI) ha preparato un disegno di legge di manovra economica, circa 170 pagine ma ben strutturate, in cui si vede dove tagliare: i costi della politica, gli sprechi della politica, le inefficienze della pubblica amministrazione; in cui si vede come intervenire per rilanciare il mercato del lavoro: dalle infrastrutture ai contratti di solidarietà e quant’altro; in cui vedete dover andare a prendere i soldi: i 138 aerei caccia bombardieri a 15 miliardi di euro, i soldi che si tanno sprecando in Afghanistan piuttosto che in Libia e potrei continuare all’infinito.
La proposta ve la abbiamo data noi. In Parlamento, ieri, io ho consegnato il progetto di legge di come farei io la manovra, se fossi al governo al posto loro. Prima di dire che la nostra non va bene, ci facciano vedere le loro carte. Altrimenti sono solo parole al vento.
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11 Agosto 2011
Basta vendere fumo: le nostre proposte

Il mio intervento di oggi, alla Bicamerale sulla manovra economica, dopo la relazione del Ministro Tremonti.
Ministro Tremonti, io credo che sia innanzitutto necessario fare una cernita fra quel che ci ha detto di nuovo e quel che già sapevamo, quel che io non avrei voluto chiamare “aria fritta” sennò poi dicono che uso termini troppo forti. Ma lei forse non sa cosa pensano persone a lei politicamente molto vicine del sio discorso di poco fa. Il ministro Bossi, che fa parte del suo stesso governo, dopo averla ascoltata ha detto: “L’intervento del ministro Tremonti è fumoso”. Tra “aria fritta” e “fumoso” mi pare che ci passi molto poco, forse solo qualche arrosticino di ferragosto.
Vorrei anche dirle cosa ha detto un ministro del suo governo quando gli hanno chiesto come era andato l’incontro con Berlusconi per trovare una soluzione, una quadratura del cerchio per i problemi che lei ci ha raccontato. Mi spiace parlare così in quest’aula, ma sono parole usate dal ministro Bossi che ha detto “Sì con Berlusconi si è incontrato in queste ore ma ha parlato di rottura di coglioni”. Questa è la realtà di questo governo. Un governo che si è rotto e rompe i cosiddetti. Un governo che fa proposte fumose.
Io proprio da questo vorrei partire, perché tra il dire e il fare c’è di mezzo un documento. Lei oggi non può tornare da noi, dopo pochi giorni, e dire “vogliamo fare”, “faremo”. Vogliamo un documento. Vogliamo leggere quali sono le sue proposte. Oggi di nuovo ci ha detto una sola cosa: che è stato commissariato dalla Bce. Allora tiri fuori questa lettera di commissariamento. Non ci venga a dire che è un documento confidenziale. Lei non c’è mica andato a letto con la Bce, per averci la “confidenza”!
So bene cosa vuol dire “confidenziale”, ma ci vuole anche rispetto delle istituzioni! Questo è un Parlamento, e la lettera della Bce non è stata mandata a lei in quanto amico ma in quanto esponente del governo, e lei, come esponente del governo, deve dare al Parlamento il documento della Bce. Perché vogliamo sapere fino a che punto l’Italia è un paese ancora sovrano e da che punto questo Paese è stato definitivamente commissariato.
La seconda cosa che le chiediamo è che lei depositi qui in parlamento un documento, un disegno di legge. Ha fatto tanti decreti legge, anche ad personam: ne vuol fare un altro? Lo faccia il 15 agosto, e noi saremo qui a discuterne. La situazione è gravissima e abbiamo tutti il dovere di essere responsabili, e appunto perché responsabili noi dell’Italia dei Valori intendiamo fare la nostra parte. Lo sa che giace da oltre un mese nella sua scrivania un nostro disegno di legge che delinea una manovra da 70 miliardi? Lei non mi ha degnato di una risposta. Oggi ho sentito dire proprio da lei che ci sarebbe bisogno di fare cose che erano già scritte in quel nostro disegno di legge!
Lei dice: “Abbiamo bisogno della vostra collaborazione”. Ma noi glielo abbiamo mandato questo disegno di legge. Adesso glielo mando un’altra volta, ma lo legga e lo faccia leggere. Non è che lei può avere una collaborazione a prescindere, la collaborazione di un servo sciocco che le dica solo che quel che fa lei va bene.
Anche perché lei è venuto un paio di settimane fa in Parlamento e ci ha detto, con sufficienza e con falsa superiorità, che la sua manovra economica era l’optimum, il massimo. Poi un ministro del suo governo ha detto ieri che quella manovra ha bisogno di essere ristrutturata. Non è il ministro Tremonti, è il ministro Giulio Tremonti: lei stesso ha detto ieri che è necessario ristrutturare la manovra che proprio lei ha fatto 15 giorni fa.
Così lei ha confessato di essere un cattivo progettista e un cattivo esecutore dei lavori. Ha fatto una casa e dopo due settimane dice che deve ristrutturarla. Prendiamo atto che non siete capaci di fare né un progetto di manovra né un’esecuzione dei lavori di questa manovra. Ecco perché la precondizione dell’Italia dei valori è molto chiara: ve ne dovete andare a casa, perché la mancanza di credibilità della vostra azione politica e governativa è un handicap per la credibilità di tutto il Paese agli occhi del mondo intero. Ecco perché noi insistiamo che, come è stato fatto in altri Paesi, i governi incapaci, i governi che si rompono i coglioni, come ha detto il suo collega, se ne vadano.
Se il governo si decide a portare un disegno di legge in questo Parlamento, noi siamo disponibili a discuterne, ma è ora di passare dalle parole ai fatti. A oggi non c’è ancora nulla di concreto se non un insieme di parole. Non so se ha notato, ministro, che in molte delle proposte fatte dal Pd, dall’Udc, dal Pdl, dalla Lega c’è un fattore comune. Potremmo partire da questo, però da subito. Due settimane fa, in Parlamento, abbiamo cercato di dire che bisogna eliminare le Province. Oggi tutti dicono che bisogna eliminarle, però due settimane fa avete bocciato la nostra proposta. Riportatela in Parlamento. Casini ha proposto di non rinnovarle più man mano che scadono. Ottimo. Facciamolo. L’IdV lo aveva proposto già due settimane fa.
Se si degna di leggere il nostro disegno di legge, troverà un’ottantina di proposte che intervengono sui costi della politica. Perché non le mette in pratica? Perché ancora oggi ci chiama per dirci che c’è necessità di intervenire? Quel che le manca è l’azione. Lei ha capito che ci sono dei problemi, ma è incapace di proporre una soluzione. Allora o ci propone una soluzione, e io le posso assicurare che la guarderemo senza preconcetti, oppure non può continuare a dirci “dobbiamo fare, dobbiamo fare”. Ciò vuol dire che all’interno del suo governo e della sua maggioranza non avete le condizioni ottimali per procedere, e allora vi chiediamo di farvi da parte. Non potete accusare noi dell’opposizione di non collaborare. Vogliamo collaborare, ma su che cosa? Quel che manca è il documento su cui collaborare.
Non posso mettermi qui a fare l’elenco delle nostre proposte. Lo ho già fatto mille volte. Lo ho fatto in Parlamento. Le riconsegno oggi il nostro disegno di legge già depositato in Parlamento. Ma la prossima volta che viene, ci porti un documento scritto su cui poter dire cosa condividiamo e cosa no. Non ci potete chiedere al buio di appoggiarvi, anche perché ogni volta che fate una cosa avete bisogno una settimana dopo di ristrutturarla! Ecco perché non siete credibili, e io personalmente ritengo che cambiare il governo sia una precondizione per poter stare meglio. Prima si cambia il governo, prima si cambia questo Parlamento fatto solo di nominati e non di gente che rappresenta qualcuno e qualcosa, meglio è per il Paese.
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10 Agosto 2011
Manovra: svaligiano chi è già stato svaligiato

Siamo pronti a fare il nostro dovere per ridare fiducia ai mercati e agli investitori, ma non ad accettare un’ennesima stangata iniqua e anche inutile.
Domani, in Parlamento, illustrerò le proposte dell’Italia dei Valori per arrivare a dei risparmi anche maggiori di quelli previsti dal governo, senza però impoverire ulteriormente le famiglie e i lavoratori.
Ancora una volta l'esecutivo Berlusconi si prepara a fare cassa nel modo più facile: mettendo le mani nelle tasche delle fasce più deboli, svaligiando chi è già stato svaligiato.
L’incapacità di progettare innovazione e di avviare, non inutili grandi opere, ma tante opere necessarie, dalle autostrade del mare alla banda larga, ci condanna ad ubbidire all’Europa che ci chiede solo tagli.
Ma non è affatto vero che, per risparmiare sulla previdenza, è obbligatorio lasciare senza pensioni d’anzianità quei cittadini che hanno lavorato duramente per trentasette o quarant’anni.
Si possono raggiungere risultati anche migliori con una drastica razionalizzazione del sistema. Non è nemmeno vero, inoltre, che l’unico modo per salvare l’Italia è quello di fare a pezzi il sistema sanitario; si possono raggiungere, infatti, gli stessi risultati con il coraggio dell’intervento sulle spese inutili, a partire da quelle delle missioni militari e mettendo mano agli sprechi.
Quanto all’ossessione del ministro Sacconi che vuole eliminare i diritti dei lavoratori , ormai non si tratta più di ideologia, ma di patologia paranoica. Ma cosa gli avranno mai fatto i lavoratori?
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9 Agosto 2011
Manovra bis: pagheranno i soliti noti

Diciamo le cose come stanno: il governo sta preparando proprio in queste ore quella manovra bis che sino all’altro ieri escludeva di dover fare. Se si fosse mosso per tempo, invece di fare finta di niente e dire che tutto andava bene, il colpo sarebbe stato molto meno duro. L’inerzia colpevole di Berlusconi e Tremonti ha fatto precipitare la situazione e ci ha reso un Paese commissariato a cui l’Europa delle banche ordina cosa deve fare.
Noi dell’Italia dei Valori sappiamo che oggi si tratta di salvare il paese dal disastro in cui questo governo lo ha cacciato. Siamo pronti a fare la nostra parte e ad assumerci le nostre responsabilità, ma è ora che anche il presidente del consiglio si assuma le sue responsabilità, dimettendosi. Deve capire che è diventato un problema enorme per il suo Paese, agendo di conseguenza .
La manovra è necessaria ma non può colpire di nuovo i soliti noti, i poveracci già tartassati, i pensionati, il lavoro dipendente, il ceto medio e medio-basso. Stavolta a pagare devono essere tutti e i sacrifici devono essere distribuiti con equità e giustizia. Anche perché se l’effetto di questi tagli sarà quello di lasciare i cittadini senza nemmeno un soldo in tasca e di deprimere ulteriormente l’economia sarà un rimedio peggiore del male.
E’ chiaro a tutti il dovere comune di salvare il Paese. Tutt’altra cosa è usare l’emergenza economica per strappare deleghe in bianco o per coprire una marcia di avvicinamento al governo.
E se c’è qualcuno che, dopo aver denunciato a lungo l’iniquità della manovra, progetta ora di votarla in cambio di qualche poltrona o di qualche promessa per le prossime elezioni, deve sapere che sarebbe un gioco cinico di cui tutti si accorgerebbero e gli elettori non gliela farebbero passare liscia
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5 Agosto 2011
Ben venga la riapertura del Parlamento, ma deve essere nel merito.
Abbiamo assistito all'annuncio dei fichi secchi. Berlusconi non può prendere in giro i mercati e le istituzioni europee come sta prendendo in giro gli italiani. L'unica cosa importante che ha detto, ma anche quella in maniera monca, è l'anticipo della manovra al 2013.
Per il resto a che serve dire che in Costituzione bisogna scrivere che è libero tutto ciò che non è vietato? Ma perché, adesso c'è qualcosa che è libera e anche vietata? Anche questo è un fico secco.
Così come scrivere che in Costituzione bisogna inserire il pareggio di bilancio. Certo che bisogna farlo, ma intanto mentre tutto l'iter di riforma costituzionale procede, bisogna avviarsi al pareggio di bilancio.
Dire che vogliono una delega per intervenire sul mercato del lavoro senza dire di cosa si tratta vuol dire semplicemente chiiudere gli occhi e lasciar fare a chi fonora ha pensato solo ai fatti propri.
Io allora ribadisco e rilancio: l'Italia dei Valori ha presentato una contromanovra di quasi 70 miliardi intervenendo nel merito. E allora ben venga l'essere lunedì presenti in Parlamento, ma non per una conferenza, per un annuncio, per la solita fotografia di famiglia. Si cominci a lavorare nel merito per portare riforme che servono: eliminazione delle Province, eliminazione delle comunità montane, eliminazione delle consulenze e degli incarichi, intervento sul sistema pensionistico.
Invece di spendere 15 miliardi per comprare 38 caccia bombardieri non è meglio spenderli ad esempio per rilanciare le infrastrutture?
E' il merito che noi vogliano sentire! Persone che all'inizio di agosto convocano una conferenza stampa per dire che che vogliono modificare la Costituzione ma senza dire cosa vogliono fare ai mercati, che riapriranno domani come le borse, vuol dire semplicemente fare ancora una volta gli annunci dei fichi secchi.
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15 Luglio 2011
Tre volte no. Alla manovra, al governo, alla Casta
L’Italia dei Valori si è assunta la responsabilità di permettere che questa manovra economica venisse al più presto in discussione alla Camera. Una responsabilità che tutte le opposizioni si sono assunte, ma che non si è assunto il governo, perché oggi dov’era il governo, dov'era il presidente del Consiglio, il ministro dell’economia – dov’erano? Qual è il rispetto che si deve al Parlamento e al Paese da parte di un governo che è latitante prima ancora che qualcuno ne certifichi la latitanza. In senso tecnico, intendo dire.
Ci siamo assunti questa responsabilità per rimanere nei parametri finanziari fissati dall’Unione europea, per ridare credibilità al nostro Paese, per rassicurare i mercati finanziari. E soprattutto per aderire all'appello del Presidente della Repubblica, l’invito all’unità. Voglio però dire al Presidente della Repubblica, però, che è la prima e l’ultima volta che lo facciamo, perché questo governo e questo Parlamento sono ormai screditati.
Sono screditati nel momento in cui, invece di decidere presto e bene, come reagire ai fatti della seconda tangentopoli, tergiversa; si aggiusta le cose per fare in modo che non si decida o per fare in modo che nel segreto dell’urna ci si salvi a vicenda.
Ma la stabilità di questo governo dipende dal mercimonio dei parlamentari. Anche le ‘ndrine calabresi, anche le cosche mafiose sono stabili. Questo governo è inaffidabile e pericoloso perché non ci dà credibilità all’esterno, perché pensa solo ai fatti suoi. Perché dopo che 27 milioni di cittadini gli hanno detto basta con le leggi ad personam, l’unica cosa cui sa pensare è quella di fare altre leggi ad personam, a cominciare da una legge per non pagare quello che deve pagare dopo che è stato condannato e, da ultimo, per ridurre i termini e le modalità del 41bis.
E’ un governo stabile solo per mantenere le poltrone e si serve di una maggioranza parlamentare che solo per mantenere le poltrone gli dà la fiducia. Perché altrimenti vorrei capire dal signor-presidente-del-Consiglio-che-non-c'è come mai ha nominato ministro una persona che era già al vaglio della magistratura in ordine a fatti mafiosi: ci avete fatto diventare lo zimbello d’Europa e del mondo. I mercati finanziari non ci danno credibilità non perché ci sono i comunisti, come dice Berlusconi, ma perché ci sono persone che ci governano che invece di andare prima dal giudice a giustificare i propri comportamenti, vanno in Parlamento per assicurarsi lì’immunità.
Per queste ragioni abbiamo chiesto che, finita questa manovra, il presidente della Camera Gianfranco Fini metta all’ordine del giorno il voto sulla sfiducia che oggi gli amici del Pd hanno formalizzato con 120 firme, che noi già ieri abbiamo indicato come Italia dei Valori e con esponenti di Futuro e libertà. Insomma l’opposizione le chiede di dare una risposta alla credibilità di questo Parlamento, decidendo noi come ci vogliamo comportare rispetto a questi comportamenti criminogeni del governo.
E allora noi abbiamo dato un voto contrario a questa manovra. E l'abbiamo fatto per un motivo molto semplice: perché è iniqua, è ingiusta. Toglie ai poveri e dà agli evasori fiscali. Toglie ai poveri cristi e alle famiglie e dà alle lobby, alle corporazioni. Questa manovra è innanzitutto una truffa metodologica, perché dice che tutti i suoi effetti sono posticipati a dopo il 2014, perché fino alle elezioni vogliono far vedere che non hanno fatto male agli italiani: "ma dopo sono cavoli vostri!"
E’ una manovra che cancella il fondo per la non autosufficienza, che riduce i diritti ai disabili, ripristina i ticket sulla salute, taglia nove miliardi agli enti locali mettendoli in condizione di non poter fare le cose necessarie per la sopravvivenza delle comunità locali. Che aumenta le tasse!
Signor-presidente-del-Consiglio-che-non-c’è, lei dice che non aumenterà mai le tasse, ma questa manovra le aumenta di quasi 30 miliardi in termini reali: aumenta le tariffe dei servizi, il prezzo della benzina, l’età pensionabile delle donne, tassa i risparmi, abbandona a se stessi cittadini inermi, che avete illuso con il gioco delle tre carte.
Gli abitanti di Napoli stanno in mezzo ai rifiuti perché il governo gioca con i rifiuti.
I terremotati dell’Aquila, che ieri sono andato a trovare, e che avete preso in giro i primi giorni con le luminarie, girando con gli elicotteri sulle macerie, adesso stanno ancora lì, senza interventi seri, mentre i vostri amici e complici se la ridono ancora dopo che si sono messi a ridere mentre il terremoto c’era ancora: ve le ricordate quelle intercettazioni telefoniche?
E le forze dell’ordine che voi tanto declamate a parole, non hanno nemmeno la benzina per correre dietro ai ladri, e gli uffici giudiziari non hanno nemmeno la carta per scrivere le sentenze.
Potrei continuare all’infinito a elencare le malefatte di un governo... latitante. Mi basta ricordare che fuori da Montecitorio nei giorni scorsi c’era una protesta di comunisti che più comunisti non si può: l’associazione degli imprenditori. Pure loro si sono messi a protestare. E allora mi rivolgo direttamente al governo latitante: guardatevi allo specchio. Ma non è per caso che state sbagliando e state rovinando il Paese? Mica ve lo ha ordinato il medico di stare li a scaldare la poltrona. Se non siete capaci, andate a casa!
Perché sapete chi ci guadagna dalla manovra che hanno fatto? Ci guadagnano innanzi tutto gli evasori fiscali (300 miliardi di euro di evasione ogni anno), ci guadagna tutto quel mondo dell’economia sommersa (oltre 500 miliardi l’anno), ci guadagna soprattutto la classe politica, diciamo la verità, quella P2, P3, P4, insomma tutte quelle P che iniziano come prostituzione politica, compravendita di voti, scambi di favori, impunità garantita. E’ una realtà e dobbiamo dirlo forte e chiaro, perché non possiamo accettare che ogni volta che c’è da fare sacrifici, tocca sempre ai più poveri, ai più disperati.
Noi l'abbiamo detto: eliminate le Province, abolite i rimborsi elettorali ai partiti, i contributi all’editoria, togliete le auto blu e non riducete soltanto le cilindrate. Sopprimete le comunità montane, i consorzi di bonifica, le circoscrizioni, bloccate le consulenze, togliete 25mila consiglieri di amministrazioni nelle 7mila società partecipate dagli enti locali e metteteci un amministratore unico, sopprimete le rappresentanze delle Regioni all’estero, fate pagare un contributo di solidarietà almeno del 7% a quegli evasori fiscali che avevano nascosto i soldi all’estero e che con appena il 4% per oltre 100 miliardi li hanno riportati in Italia.
Riducete le spese militari: perché avere comprato, spendendo 15 miliardi di euro, 135 bombardieri? A che ci servono 135 bombardieri? Li facciamo mangiare a un milione di famiglie italiane che oggi, come l’Istat ha detto, sono sotto la soglia di povertà? Che ci facciamo, se non arricchire i mercanti di armi, i mercanti di morte? Che ci facciamo in Afghanistan, che ci facciamo in Libia? Stiamo facendo una guerra mentre qui si muore di fame.
Un'altra cosa che dobbiamo dire forte e chiaro. La tassazione delle rendite finanziarie, in tutta Europa è al 20%, perché qui è al 12,5%? Lasciando pure in pace i titoli pubblici, certo.
Insomma, ci sono delle urgenze che vanno risolte subito: bisogna prendere atto che abbiamo un governo bancarottiere, e come tutti i bancarottieri quanto meno a casa, non dico altrove, bisogna mandarlo. E bisogna farlo al più presto. Per questa ragione noi diciamo tre volte no: no a questa manovra economica iniqua e ingiusta. No a questo governo screditato, incapace e truffaldino. No, infine, e lasciatemelo dire, al tentativo che si vuole fare, attraverso finti governi tecnici o di emergenza, di salvaguardare le poltrone rimanendo qui a scaldare la sedia mentre il Paese brucia.
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4 Luglio 2011
Una manovra pataccara e macellaia

Nemmeno stavolta il presidente del consiglio/tappetaro ha smentito se stesso. La manovra economica è prima di tutto una classica patacca rifilata agli italiani. Tante parole ma nella sostanza tutto è rinviato al 2013-14.
In particolare non c’è nessunissimo intervento sui costi della politica, o meglio sui costi dell’inefficienza della politica. Tutti gli enti inutili ma costosissimi resteranno al loro posto e così i consigli d’amministrazione che servono solo a piazzare clienti su clienti a spese dello Stato o le istituzioni necessarie solo a foraggiare il sistema politico e le sue conventicole clientelari.
La logica del governo è semplice: nessun interesse, specialmente quelli più potenti, può essere toccato, soprattutto quando mancano al massimo 18 mesi alle prossime elezioni. Meglio sospendere e rinviare tutto. Così se nel 2013 al governo ci sarà il centrosinistra saremo noi a dover sbrogliare la matassa e se invece sarà stata confermata la destra di sforbiciare l’inefficienza della politica non se ne parlerà più: passata la festa, gabbato lo santo.
Infatti, da questa manovra una sola cosa emerge chiara chiara: quali saranno, tra due anni, le vittime dei tagli. Saranno le stesse di sempre: i malati, i giovani e gli studenti, i pensionati. I tagli indicati sono la solita macelleria sociale. Colpiranno sanità scuola e previdenza senza toccare nemmeno un privilegio o un costo inutile della politica.
Ma a pagare la propaganda di Berlusconi, in realtà, saranno tutti i cittadini. Saremo tutti noi. In un momento così delicato sospendere e rinviare vuol dir affossare. Sul piano della ricerca e dell’innovazione un anno e mezzo è un tempo infinito, che costerà all’Italia un ritardo forse irrecuperabile nella competitività internazionale. Anche questo si chiama conflitto di interessi. Da una parte ci sono quelli del presidente del consiglio e del governo. Dall’altro quelli del popolo italiano.
La strada alternativa c’è: l’Italia dei Valori l’ha indicata presentando la sua contromanovra nella quale ha proposto misure precise partendo dall’abolizione degli ingenti privilegi della Casta e dalla lotta all’evasione. Se il governo ha realmente la volontà di collaborare con l’opposizione faccia un passo indietro, accolga le nostre proposte e garantisca che non porrà la fiducia.
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28 Giugno 2011
La nostra manovra: tagli alla spesa dello Stato senza toccare il welfare
Riteniamo necessario rendere note la posizione e l’azione dell’Idv in relazione alla manovra economica che il governo si accinge a presentare, e più in generale in relazione a una necessità generale del nostro Paese.
Vogliamo partire da un’esigenza reale: servono 40 mld per riportare i conti dello Stato, non dico in regola, ma almeno in una situazione tale da poter essere accettati dagli organismi della comunità europea a ciò preposti. Servono questi 40 mld, e allora un’opposizione seria e concreta non può limitarsi a dire tutto il male possibile di ciò che questo governo ha fatto di sbagliato o non ha fatto, oppure a esprimere tutte le critiche possibile rispetto alla manovra di questo governo, se questa dovesse andare in una direzione opposta rispetto alla doppia esigenza di far quadrare i conti e rilanciare lo sviluppo.
L’Idv vuole farsi carico di fare proposte, condividere preoccupazioni e anche aiutare a risolvere i problemi, cosa che fa storcere il naso a coloro che avrebbero preferito vedere in noi soltanto dei pierini della politica capaci di contestare ma non di proporre soluzioni. Abbiamo voluto presentare oggi questo documento di sintesi, perché è con questo quadro di riferimento che andremo a valutare le proposte governative. Nei giorni scorsi abbiamo assistito a una crocefissione continua del ministro dell’Economia Tremonti, sia a destra che a sinistra, senza che nessuno abbia ancora letto la sua proposta. Noi, se necessario, lo crocefiggeremo, ma prima vogliamo leggere la proposta. Vogliamo vedere se la proposta del ministro Tremonti, che mi pare sia in questo momento una realtà esterna al governo, possa trovare qualche punto in comune con la nostra, e laddove i punti in comune ci fossero, noi non diremo che abbiamo aderito alla proposta di Tremonti, ma prenderemo atto del fatto che Tremonti in qualche caso ha aderito alla proposta dell’Idv. Sarebbe assurdo che per far dispetto a lui noi dicessimo no a tutto, anche alle nostre proposte.
Stabilita questa filosofia d’azione e d’opposizione della nuova Idv. Passo sinteticamente a illustrare le nostre proposte: ovviamente dietro ogni rigo c’è un progetto esecutivo, fatto di disegni di legge, di interventi emendativi e di tutta una serie di emendamenti che proporremo al testo del governo.
Quando arriverà in Parlamento, la proposta del governo sarà per noi solo uno scheletro sul quale innestare con i nostri emendamenti la nostra controproposta. Salvo che ci siano corrispondenze, nel qual caso la voteremo.
Tre sono le linee sulle quali intendiamo sviluppare la nostra azione: riduzione dei costi della politica, riduzione delle spese ordinarie della pubblica amministrazione e misure fiscali.
Intendiamo intervenire sui costi della politica in modo drastico: eliminazione dei vitalizi ai parlamentari nazionali e regionali, dimezzamento del numero dei parlamentari, eliminazione dei rimborsi elettorali ai partiti, eliminazione delle Province, rivisitazione dei bilanci delle authority, che prendono i soldi da quelli che controllano ma li utilizzano solo per le casse dello Stato. Vanno rivisitate anche talune authority che producono più carta che controlli. Siamo per l’abolizione del credito. Ovviamente abbiamo sentito dire che nella manovra ci deve essere una forte riduzione delle auto e dei voli blu. Abbiamo sposato in pieno questa linea mettendo le stesse cifre della relazione Brunetta. Anzi, qualcosa in meno.
Nella nostra proposta c’è la riduzione dei livelli istituzionali: per intendersi comunità montane e consorzi vari, come anche la soppressione di diversi enti inutili.
Per quanto riguarda il blocco delle consulenze, noi vogliamo riportare l’attività della pubblica amministrazione all’interno della pubblica amministrazione, perché abbiamo scoperto che nel ‘99% dei casi le consulenze servono solo a sistemare qualche trombato e qualche trombone, o per fare uscire in modo formalmente lecito denaro dalla pubblica amministrazione e dall’erario.
Noi crediamo che la pubblica amministrazione abbia al proprio interno le competenze e le capacità per poter decidere cosa fare. E se non ce le ha, cambia le persone, trovando chi queste capacità ce le ha. Ma sempre al proprio interno. Noi, ad esempio, riproponiamo una cosa che io avevo proposto in modo forte e duro quando ero ministro delle Infrastrutture: l’eliminazione degli arbitrati.
Ho letto oggi che forse il ministro Tremonti oltre a ridurre le spese elettorali, che noi vogliamo eliminare e quindi certo non voteremo contro la riduzione, vuole stabilire anche un’altra incompatibilità, quella dei professionisti a fare i giudici tributari. La voteremo senz’altro. E’ nel nostro progetto. Non vogliamo che ci siano conflitti d’interesse a qualsiasi livello. Non vogliamo che ci siano più consulenze e incarichi esterni.
Per quegli enti territoriali che resteranno, dato che noi vogliamo eliminarne molti, invece dei 25mila addetti ai consigli d’amministrazione attuali, sicché in molti casi gli enti servono per produrre consigli d’amministrazione e degli attuali 4500 membri dei consigli sindacali, noi vogliamo fare l’amministratore unico. Almeno invece di 25mila ne abbiamo 1500.
L’idea che ogni Regione si fa il suo palazzetto di rappresentanza in giro per il mondo mi sembra un giochino allo sperpero. Quando mancano i soldi, bisogna pensare prima a sistemare le cose fondamentali. Quel che viene rappresentato come una promozione molte volte promozione non è. Domani sera a Bruxelles ci sarà una manifestazione al parlamento europeo per evidenziare la qualità degli ulivi della Puglia. E’ bello se ci va il presidente. Spero di poterci andare pure io. Se però questo si trasforma in 100 ulivi da portare in giro, io vorrei che di tutto questo ci fosse una forte riduzione. Non vogliamo eliminare la promozione, ma facciamola dentro al parlamento, come domani la si fa al parlamento europeo, non comprando un immobile e assumendo 50 persone come in altri casi è avvenuto.
Da questo impegno sulla riduzione dei costi della politica contiamo di risparmiare oltre 6 mld di euro. Abbiamo un forte impegno sulla riduzione della spesa della pubblica amministrazione che, piaccia o non piaccia, va fatta. Ora io non so come si comporterà questo governo. Però l’unica cosa che non accetteremmo sarebbe l’ipocrisia di dire “facciamo una manovra da 40 mld con impegni che partiranno nella legislatura prossima, quando o non ci saremo più noi, o se ci saremo non dovremo più rendere conto dopo pochi mesi agli elettori”. Questa furbata di non prendere impegni adeso per rinviarli a dopo le prossime elezioni è una furbata vetero-democristiana, da prima repubblica, che non possiamo accettare.
Abbiamo previsto anche la riduzione delle spese militari, delle spese per le missioni, perché abbiamo pensato di eliminare alcune missione e di ridurne altre. Anche questa idea che noi ancora oggi paghiamo per poter accedere alla Rete mi pare del tutto fuori dalla realtà.
Un grosso impegno dovrà esserci anche per le spese correnti della pubblica amministrazione. Noi vogliamo riportare il budget di palazzo Chigi al Tesoro. So che è una riforma fatta dal governo Prodi, ma non è una buona ragione per tenersela. E’ bene che quel budget lo controlli il Tesoro con la sua ragioneria dello stato e non sia fuori di ogni controllo come oggi.
Abbiamo intenzione di ampliare e anche obbligare l’unione tra comuni fino ai 20mila abitanti per tutto quel che riguarda i servizi.
Per quanto riguarda le misure fiscali, è possibile un grosso contrasto per l’evasine e l’elusione, che può essere fatto anche prevedendo un nuovo livello di redditometro come anche interventi sulla sanatoria per gli immigrati. Noi siamo certamente favorevoli a portare dal 12,5% al 20% la tassazione delle rendite finanziarie. Se il governo lo farà, noi saremo d’accordo. Anche per quanto riguarda il gioco va aumentata la tassazione. Tutto questo deve produrre anche un intervento sulle agevolazioni fiscali: vogliamo tenere indenni solo casa, famiglia, lavoro e pensioni.
Oltre a questa manovra economica che porta complessivamente circa 40 mld, noi abbiamo intenzione di intervenire a monte, sullo stock del debito. Fino a quando questo rimane a una misura tale per cui quel che incassa lo Stato non basta per pagare gli interessi passivi, è chiaro che non riusciremo mai a rilanciare lo sviluppo. Prevediamo un grosso intervento sulla cartolarizzazione dei ruoli esattoriali, circa 400 mld di euro di cartelle esattoriali non riscosse. Crediamo che la cartolarizzazione sia ormai ineludibile.
Vogliamo poi tornare alle dismissioni sia della partecipazioni statali, sia delle partecipazioni territoriali, sia di tutto quel che arriva agli immobili. Vogliamo tornare alle dismissioni anche rilanciando un grande piano per le liberalizzazioni. Il governo delle libertà di Berlusconi non le ha fatte. Alcune le avevamo fatte noi con Bersani e io vorrei continuare su quella via con interventi molto specifici: la privatizzazione delle camere di commercio, degli ordini professionali, la liberalizzazione dei servizi postali, tutta una serie di riforme sull’autotrasporto, un piano generale completo per quanto riguarda l’approvvigionamento delle energie, le gestioni stradali e aereoportuali.
Voglio fare una riflessione finale: 40 mld bisogna trovarli, non condividiamo l’idea di trovarli soltanto per finta e sulla carta e non possiamo accettare l’idea che a pagare siano le fasce sociali più deboli. Per questo abbiamo previsto un grosso impegno contro l’evasione fiscale, sulla speculazione finanziaria, sugli sprechi e sulla spesa pubblica corrente. Sappiamo che presto questo governo non ci sarà più. Tra 18 mesi o tra 18 giorni ci sarà un nuovo governo che dovrà assumersi la responsabilità di far quadrare i conti. Chi oggi sta all’opposizione deve sapere che può andare al governo da un momento all’altro e quindi non può illudere i cittadini soltanto con i no a tutto. Deve dire la verità: che per l’irrazionalità, per la schizofrenia, la irresponsabilità dei governi che si sono succeduti in questi anni oggi siamo in una situazione di pre-Grecia. Prima di cadere nel dramma della Grecia, chi ha il coraggio di assumersi la responsabiltià di governare deve avere anche il coraggio di tagliare le spese improduttive e di fare tutti quegli interventi che possono risanare il bilancio.
Questa è la posizione dell’Idv e con questa posizione ci accingiamo, nei prossimi giorni a valutare il provvedimento del governo. Senza sconti e senza preconcetti, men che meno nei confronti del ministro Tremonti che invitiamo fortissimamente a fare il suo dovere: far quadrare i conti senza fare sconti.
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26 Giugno 2011
Scuola, sanitá e pensioni nei tagli del governo
Pubblico qui sotto una riflessione interessante del responsabile lavoro e welfare dell’IdV, Maurizio Zipponi, sulla manovra economica del Governo.
Per l’IdV gli obiettivi europei di riduzione del debito e del deficit pubblico sono compatibili con una tenuta sociale del Paese a condizione che la manovra tolga alla speculazione finanziaria e ai grandi patrimoni individuali, per dare risorse alle piccole e medie imprese, a quanti assumono a tempo indeterminato e ai redditi minimi di pensionati e dei precari.
Il governo intende reperire 45 miliardi in tre anni, con tagli orizzontali, penalizzando ancora una volta la sanità, la scuola e le pensioni. Questo genererà gravissime tensioni sociali e un blocco della crescita economica di cui, invece, l’Italia ha estremo bisogno. Nell’ultimo intervento alla Camera, il presidente IdV, Di Pietro, ha sfidato il governo a portare in Parlamento le proposte sulla tassazione delle rendite finanziarie e delle stock option, sul taglio dei costi alla politica,cominciando dall’abolizione delle province e dalla riduzione delle auto blu da 90 mila a 900.
Ma soprattutto proposte tese a stabilizzare i precari della ricerca, delle università e della scuola, dando un segnale di ripresa proprio attraverso l’investimento sulle nuove generazioni. E’ molto probabile che il governo rifiuti la sfida coma ha fatto sinora, perché altrimenti dovrebbe smentire tre anni di politiche economica e sociale che hanno generato il disastro sociale in cui ci troviamo. Con migliaia di lavoratori in cassaintegrazione, con quattro milioni di giovani precari e un numero di fallimenti d’impresa da record. In quel caso l’Idv darà battaglia dentro e fuori il Parlamento, portando sempre un sua proposta alternativa, perché si sta preparando una fase molto difficile per il Paese.
Maurizio Zipponi, responsabile lavoro e welfare dell’Italia dei Valori
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20 Giugno 2011
Noi, al fianco dei giovani precari
Lo voglio dire senza mezzi termini e senza cercare di dare un colpo al cerchio e uno alla botte: l’Italia dei Valori è al fianco dei giovani precari che manifestano in queste ore di fronte a Montecitorio.
Si tratta dei ragazzi che il ministro Brunetta ha insultato definendoli “l’Italia peggiore” e invece sono le vittime dell’Italia peggiore: quella che se ne frega e non ha mai mosso un dito per intervenire sulla loro situazione come sarebbe dovere di qualsiasi governo, non importa se di destra, di centro o di sinistra.
Questi giovani devono stare sempre col fiato sospeso perché non sanno mai se alla scadenza del contratto avranno un reddito e devono accontentarsi di stipendi molto bassi. Ma si trovano anche in una situazione di completo abbandono: non possono accedere ai mutui e mettere su casa, incontrano difficoltà di ogni sorta nella vita quotidiana.
Invece di insultare sarebbe ora che il governo si decidesse a risolvere il problema, prima di tutto varando un sistema di garanzie tale da poter affrontare la flessibilità d'impresa senza che questa diventi una nuova forma di schiavismo. Il governo di Berlusconi non lo ha fatto in passato e non lo farà certo oggi che è debolissimo. Dovremo quindi essere noi del centrosinistra a mettere questo problema in testa alla lista delle urgenze quando inizieremo a ricostruire il Paese occupandoci finalmente dei suoi giovani e dei suoi lavoratori.
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18 Giugno 2011
I cittadini non hanno più un becco di quattrino

L'economia del nostro Paese non va male. Va malissimo. Dalla crisi non siamo affatto usciti meglio degli altri e anzi rischiamo di ritrovarci fra qualche mese nella stessa disastrosa condizione della Grecia.
Non lo diciamo noi dell'opposizione per fare un po' di propaganda antigovernativa. Lo dicono le grandi agenzie di rating internazionale come Moody's, che minaccia di “declassare” il nostro Paese, e lo dice il Fondo monetario internazionale. Sui giornali di tutto il mondo oggi si parla di un possibile “effetto domino”. Vuol dire che quel che è già successo in Grecia potrebbe succedere adesso in Spagna e in Italia.
La spiegazione di questa possibile catastrofe tradotta in dipietrese, è semplice. Siccome per anni questo governo ha affrontato la crisi solo con i pannicelli caldi senza mai mettere in cantiere una vera politica economica lo sviluppo non è ripartito. Quindi i cittadini, già tartassati, non hanno più il becco di un quattrino e non possono reggere il rigore necessario per rimettere a posto i conti.
Il rischio è quello che noi dell'Idv denunciamo inascoltati già a molti mesi, e cioè che queste politiche invece di aiutare il risanamento creino una tensione sociale tale da renderlo ancora più difficile.
Insomma questo governo ha fatto un vero capolavoro: ha saputo mettere insieme il massimo di ingiustizia sociale e il massimo di inefficienza, e adesso questi due mali si intrecciano e si potenziano a vicenda.
Ma che il governo Berlusconi stesse combinano disastri noi lo sapevamo da un pezzo senza bisogno che ce lo ripetessero Moody's e l'Fmi. Ormai lo sa bene anche la maggioranza degli italiani come si è visto alle elezioni.
Il problema non è continuare a ripetercelo ma iniziare da subito a pensare come cambiare le cose e risolvere questa situazione disastrosa. Di questo deve parlare il centrosinistra di qui alle elezioni. Questo significa mettere a punto un programma serio e preparare l'alternativa.
Noi dell'Idv abbiamo le nostre proposte e vogliamo discuterle con le altre forze del centrosinistra. Pensiamo che ripristinare una maggiore giustizia sociale sia una condizione essenziale e non un ostacolo per il risanamento. Crediamo che, come la partecipazione diretta dei cittadini è la chiave per risanare la democrazia malata del nostro Paese, così la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende può essere la chiave per guarire la sua economia.
Per questo insistiamo tanto perché venga infine applicato quell'art. 46 della Costituzione che garantisce “il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende” e che finora è rimasto lettera morta.
Questo è quello che dirò questa sera alla celebrazione dei 110 anni della Fiom, che si sta svolgendo in questi giorni a Bologna. Sarò alle 20.30 in Piazza XX Settembre per prendere parte al dibattito dal titolo: ‘Politica e rappresentanza del lavoro'. Per chi non potrà essere a Bologna, qui sul blog manderemo la diretta streaming dell'evento.
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23 Maggio 2011
Il caimano ha portato solo povertà e miseria

Un quarto degli italiani vive in condizioni di povertà o sul confine con la povertà. Lo dice il Rapporto annuale dell’Istat diffuso questa mattina: “Il 24,7% della popolazione sperimenta il rischio di povertà o di esclusione sociale”. Sono circa 15 milioni di cittadini che non ce la fanno a tirare avanti, e rischiano in futuro di stare anche peggio.
La crisi non c’entra, anche questo chiarisce il Rapporto dell’Istat. E’ l’alibi che usa Berlusconi per giustificare il suo fallimento scaricando come sempre le sue colpe. Il vero problema è che la nostra è “l’economia cresciuta meno tra tutte quelle europee nell’intero decennio 2001-2011. Il ritmo di espansione della nostra economia è stato inferiore di circa la metà a quello medio europeo nel periodo 2001-2007 e il divario si è allargato nel corso della crisi e della ripresa attuale”.
Con la crisi, insomma, ha piovuto sul bagnato, ma il disastro si era già prodotto negli anni del governo Berlusconi, tra il 2001 e il 2006. Ancora oggi, l’assenza totale di qualsiasi politica economica da parte del suo governo fa sì che anche la ripresa abbia pochissimi effetti benefici sull’economia italiana. Il tasso di crescita, prosegue infatti il Rapporto “è del tutto insoddisfacente e anche i segnali di recupero congiunturale dei livelli di attività e della domanda di lavoro non sembrano abbastanza forti e diffusi per riassorbire la disoccupazione e l’inattività”.
La traduzione terra terra di questi discorsi tecnici è semplice: l’Italia è vicinissima al disastro e il suo governo non ha fatto e non fa nulla per impedirlo. Fa sempre e solo propaganda, sia quando ciancia di “sferzate all’economia” che restano sempre lettera morta, sia quando il premier fa promesse folli e costosissime come quella del trasferimento dei ministeri a Milano.
Stamattina a Roma hanno manifestato i lavoratori dei call center, che rischiano di essere messi in mezzo a una strada perché le aziende hanno deciso di localizzare. Sono loro gli italiani di cui parla l’Istat, quelli sulla soglia della povertà o peggio. Sono spesso giovani a cui l’avidità delle aziende e l’inerzia colpevole di questo governo sta rubando non solo il presente ma anche il futuro.
Il caimano, ormai lo hanno capito tutti, se ne sta per andare, ma quanto durerà il declino? L’Italia non può permettersi di continuare a vegetare per altri due anni, altrimenti le conseguenze saranno terribili. Non bisogna solo cambiare strada, ma bisogna cambiarla prima che sia tardi. Per questo con il voto nei ballottaggi, con quello del 12 e 13 giungo ai referendum e con ogni mezzo pacifico dobbiamo riuscire a mandare a casa il governo che ha ridotto in miseria il Paese. Non fra due anni ma subito.
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6 Maggio 2011
Hanno ragione a scioperare
Oggi milioni di lavoratori aderiscono allo sciopero generale indetto dalla Cgil. Manifesteranno in tutte le città d’Italia e anche io manifesterò con loro, a Milano, nel corteo che parte dai Bastioni di Porta Venezia. Molti criticheranno questo sciopero, accuseranno la Cgil che lo ha organizzato i lavoratori che aderiscono di essere rimasti al secolo scorso e di non capire la modernità. Ma la verità è che hanno capito anche troppo bene cosa s’intende per “modernità” e scioperano perché rispetto al Novecento vogliono andare avanti, non tornare indietro fino all’Ottocento, quando i lavoratori erano schiavi senza diritti.
Poi ci saranno tanti politici e commentatori che daranno un colpo al cerchio e uno alla botte. Spiegheranno che i lavoratori hanno ragione però hanno pure torto, che hanno tanti buoni motivi per protestare però non dovevano scioperare lo stesso. Noi dell’Italia dei valori a questa ipocrisia non ci stiamo. Diciamo, senza pendere un po’ da una parte e un po’ dall’altra, che i lavoratori che scioperano hanno non una ma mille ragioni, e anzi bisogna ringraziarli perché la loro mobilitazione aiuta tutto il Paese ma a pagarla sono solo loro, perdendo un giorno di salario che in questo momento non è uno scherzo.
Hanno ragione a scioperare perché da anni sono stati lasciati soli a reggere il peso della crisi, mentre il governo che aveva il dovere di fronteggiarla e di aiutarli era troppo occupato a salvare il presidente del consiglio dai processi per pensare ai cittadini messi in ginocchio dalla crisi.
Hanno ragione di scioperare perché vivono in un Paese in cui una piccola parte dei cittadini, il 10%, è molto ricca e diventa sempre più ricca mentre il resto, il 90% è sempre più impoverito.
Hanno ragione a scioperare perché vivono in un Paese in cui i salari sono i più bassi d’Europa, ma la disoccupazione, specialmente tra i giovani, è la più alta.
Hanno ragione a scioperare perché in cambio del proprio lavoro e della propria fatica non si ottiene più alcuna sicurezza, non si può pensare a mettere su casa, a sposarsi, a fare figli e progetti di vita perché il lavoro è precario: oggi c’è, domani chissà.
Ma hanno ragione a scioperare anche perché capiscono che un governo che ammazza la ricerca, distrugge la scuola e non è capace di immaginarsi politiche economiche nuove condanna al declino l’intero Paese, gli toglie anche la speranza, lo deruba del futuro.

Noi dell’Idv non siamo a fianco dei lavoratori oggi per poi dimenticarcene domani. Da mesi siamo in campo: nelle piazze per manifestare e protestare, nei luoghi del lavoro e della crisi per cercare soluzioni positive, in Parlamento per avanzare proposte di legge concrete e utili. Le nostre battaglie sono le stesse per cui scioperano oggi i lavoratori: combattere il precariato, investire in politiche industriali serie e strategiche, restituire spazio e finanziamenti alla ricerca, difendere i diritti dei lavoratori e sostenere le imprese che vogliono restare a produrre in Italia.
Questo governo, corrotto e incapace, è il tappo che impedisce al Paese e all’economia di ripartire. Per questo il miglior augurio che posso fare ai lavoratori in sciopero e a noi tutti è che la protesta e la mobilitazione di oggi siano l’inizio della fine per questo governo.
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26 Febbraio 2011
Se l'Italia va giù, il suo impero va su

Leggendo i giornali di questi giorni, si capisce perché Silvio Berlusconi continua a ripetere che la crisi è finita e che in Italia, grazie a lui, quasi non c'è stata per niente. A prima vista sembra la solita balla, casomai un po' più fragorosa delle altre. Nel 2010 infatti la disoccupazione nelle grandi industrie e nei servizi, secondo i dati comunicati negli ultimi giorni dall'Istat, non è affatto migliorata rispetto all'anno prcedente. Al contrario: le cose sono andate peggio.
L'occupazione, in un anno, è diminuita dell'1,6% sommando disoccupati e cassintegrati, ma anche se non si tiene conto della cassa integrazione nelle aziende con più di 500 dipendenti l'aumento della disoccupazione raggiunge l'1% in più rispetto al 2009. Nei servizi la musica è la stessa. Dal dicembre 2009 a quello del 2010, la disoccupazione è cresciuta dell'1,3%. Nel complesso, scopriamo che quelli del 2010 sono i dati più negativi dal 2006, dunque da ancora prima che iniziasse la crisi
Ma allora perché mai Berlusconi insiste nel dire che la crisi non c'è mai stata e se c'è stata è già finita? Semplice: perché nelle sue aziende è proprio così. Ma quale crisi! Tutt'al contrario. Lui personalmente in quello stesso 2010 ha incassato 118 milioni di euro di dividendi, Marina 12 milioni, Piersilvio 5, gli altri tre figli una decina.
Non sono proprio spiccioli ma nemmeno il grosso della fortuna del caimano. Il tesoro di famiglia, messo insieme negli anni in cui Berlusconi ufficialmente si dedicava solo alla politica, è molto più grande. Le società del capostipite hanno in cassa 544 milioni di euro, quella della primogenita 98, il primo maschio ha ben 213. milioni Sono stati anni fortunati anche per i figli di Veronica: 359 milioni di euro fra tutti e tre.
Si capisce che Berlusconi di crisi non voglia neppure sentirne parlare. Per lui e per la sua famiglia questi ultimi anni sono stati la gallina dalle uova d'oro e per Berlusconi l'importante è sempre e solo quello che succede a lui. Del resto del paese, delle centinaia di migliaia di disoccupati e di cassintegrati quasi non se ne accorge nemmeno.
Sedici anni fa, quando è entrato in politica, Berlusconi si trovava con l'acqua alla gola, sull'orlo del fallimento e con la paura di finire presto sotto processo. Ha fondato il suo partito per dare una mano non al paese ma a se stesso, e sinora bisogna dire ce l'ha fatta. Non solo ha salvato le sua aziende ma ha ricominciato ad arricchirsi come nessun altro e si è inventato tutte le leggi che gli hanno permesso di non essere mai condannato, non perché innocente ma perché prescritto.
Purtroppo questa brillante operazione qualcuno doveva pur pagarla, e basta andare a guardare le tabelle della crisi e della disoccupazione per capire a chi negli anni dei governi Berlusconi è andata male. Ai cittadini e ai lavoratori, alle aziende, all'economia del paese. A tutti gli italiani, ma non a quelli che di cognome fanno Berlusconi.
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20 Febbraio 2011
Quale energia costa di più
Scommetto che il governo e la maggioranza combatteranno la campagna elettorale per i referendum a colpi non di argomentazioni ma di bugie. Chiederanno agli elettori di non andare a votare, perché solo sommando i loro voti a quelli degli astensionisti cronici possono sperare di vincere. Per convincerli racconteranno un sacco di balle, specialmente sulle ragioni per cui secondo loto conviene puntare sul nucleare invece che sulle energie alternative.
La campagna di disinformazione è già cominciata, e siccome per la gente, specialmente in tempo di crisi, i conti sono importantissimi la bugia più diffusa e sfacciata è quella secondo cui le energie pulite costerebbero infinitamente più di quella nucleare.
Quelle bugie sarebbero molto meno temibili se a raccontarle non fossero un leader e un governo che controllano la maggior parte dell'informazione in Italia. Di qui al giorno del referendum bisogna trovare tutti i modi possibili per contrastare, nonostante la disparità di mezzi, quelle menzogne.
Un'azienda ha comprato oggi sull' “Unità” una pagina per spiegare quale energia costa di più e quale di meno, anche senza contare i costi in termini di sicurezza e salute, e io voglio pubblicarla anche sul mio blog perché impedire che quelle bugie passino per verità è il solo modo per vincere i referendum e quindi deve essere l'impegno di tutti nei prossimi mesi.
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10 Gennaio 2011
La protesta del pane nel Paese Dei Balocchi

Bisogna seguire con attenzione la protesta del pane contro il carovita e la disoccupazione che è esplosa in Algeria e Tunisia perché potrebbe presto arrivare anche nel nostro Paese.
Da noi, come da loro, un neonato può morire di freddo durante l’Epifania senza che la propria madre possa fare nulla per evitarlo. Era uno di quel 17% di minori che vivono in condizioni di povertà, anche estrema. Significa 1 milione e 756mila minorenni, e abbiamo visto come possono morire di freddo senza che i servizi assistenziali si siano accorti di nulla. Se la vicenda non fosse drammaticamente vera bisognerebbe domandarsi che fine ha fatto il “poliziotto di quartiere” annunciato ripetutamente dal governo e mai attivato.
Anche da noi, come nei paesi nordafricani, la disoccupazione è uno dei problemi più grandi da affrontare, con 2 milioni e 577mila persone in cerca di lavoro e il 28,9% dei giovani italiani disoccupato. Alla faccia delle “Linee guida per la tutela attiva della disoccupazione” che il gatto Tremonti e la volpe Berlusconi avevano annunciato in maniera roboante nel 2009 ma – visti i risultati ottenuti – non hanno mai applicato.
Nel nostro Paese, rispetto al 2008, il numero delle famiglie che ha avuto difficoltà a pagare con regolarità i debiti diversi dal mutuo è cresciuto dal 10,5 al 14%, alla faccia della bufala del bonus famiglia, una delle prime iniziative lanciate da gatto e volpe e che si è concluso con la distribuzione di social-truffa-card: dopo ore di fila alla Posta i pensionati e le famiglie disagiate si sono ritrovate tra la mani un pezzo di plastica senza valore.
Nessuna meraviglia quindi che i consumi in Italia siano tornati a prima del 1999, seguendo di pari passo il calo del potere d’acquisto degli stipendi.
Nel nostro Paese Dei Balocchi non succederà come in Algeria e in Tunisia solo perché, in Italia, anche le forze dell’ordine manifestano insieme ai cittadini: anche i loro stipendi sono stati tagliati, anche le loro risorse sono più scarse e mal organizzate. Il governo del fare ha fatto un bel po’ di promesse che non ha mantenuto. Un po’ come un abile truffatore può far credere a Pinocchio che dall’albero nasceranno monete. Ma Pinocchio scoprì la truffa, anche se tardi, il gatto divenne cieco e la volpe alla fine dovette rivendersi la coda, quando fu trombata alle elezioni. Un epilogo che tutti ci auguriamo.
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28 Novembre 2010
Tra corruzione e fondi neri, su Finmeccanica si torna alla prima Repubblica

L'inchiesta in corso su Finmeccanica dimostra che le cose sono cambiate ben poco dai tempi della prima Repubblica e casomai sono peggiorate. E' stato cancellato quel tanto che c'era di buono, come la centralità del Parlamento, senza modificare quel che c'era di marcio, la corruzione. Abbiamo buttato il bambino e ci siamo tenuti l'acqua sporca.
Non so cosa accerteranno le indagini in corso, ma da quel che sta emergendo direi che non c'è niente di nuovo sotto il sole: fondi neri accumulati grazie a sovrafatturazioni e falsi in bilancio e poi adoperati per corrompere manager e politici disinvolti. I fondi neri vengono dirottati off shore, così le manovre sporche possono essere nascoste facilmente e in Italia tutto sembra limpidissimo.
Il presidente del Consiglio ha definito “suicida” cercare di far luce sui comportamenti delle “forze produttive” e ha accusato i magistrati che indagano di danneggiare l'economia. Ancora, niente di nuovo: è una litania che abbiamo già sentito, anche questa volta il caimano dimostra di non sapere nemmeno dove stanno di casa il senso dello Stato e quello delle istituzioni. Per lui gli interessi nazionali si difendono sempre con lo stesso metodo: l'impunità dei potenti a partire da lui stesso.
La verità è opposta. L'interesse nazionale lo si difende chiedendo che la verità sia accertata senza guardare in faccia a nessuno, tanto più che si tratta di un'azienda di Stato e quelle eventuali malversazioni sono un danno enorme per i cittadini tutti e per la credibilità del Paese.
Perché sia fatta chiarezza e perché le indagini possano arrivare sino in fondo è necessario che i vertici di Finmeccanica si dimettano immediatamente, e questo avrebbe dovuto chiedere Berlusconi.
Lorenzo Cola, il consulente esterno che era vicinissimo al presidente di Finmeccanica Pier Francesco Guaraglini e che, in carcere da luglio, sta collaborando con la giustizia, ha raccontato ai PM che il perno del sistema di sovraffatturazioni, costituzione di fondi neri, corruzione e distribuzione di appalti miliardari era la società Selex, di cui è amministratore delegato Marina Grossi, moglie di Guaraglini, oggi indagata. Era la Selex che “gestiva” gli appalti dell'Enav, l'Ente nazionale di assistenza di controllo al volo, il cui presidente, Luigi Martini, e l'amministratore delegato, Guido Pugliesi, sono a loro volta indagati.
Cola racconta anche che Marina Grossi era “assistita” molto assiduamente nel suo operato da Lorenzo Borgogni, capo delle relazioni esterne di Finmeccanica e braccio destro di Guaraglini, tanto da essere comunemente definito il suo “alter ego”.
Saranno gli inquirenti a stabilire se il presidente Guaraglini sia o no coinvolto direttamente nella vicenda, ma certo la sua presenza ai vertici di Finmeccanica non può che rendere più torbide le acque e più difficili le indagini. Per questo deve dimettersi subito, e con lui deve andarsene di corsa un presidente del consiglio che, invece di indignarsi per la corruzione che infesta un'importantissima azienda di Stato, si indigna perché i magistrati cercano di combatterla.
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14 Novembre 2010
Stanno uccidendo l'Italia
Si avvicina Natale e quest’anno non sarà tanto allegro per un sacco di gente. Soprattutto per i lavoratori che hanno perso il posto di lavoro o che sono in cassa integrazione e che a fine mese portano a casa uno stipendio decurtato.
Ma se la passeranno male anche quelli che il posto di lavoro ancora ce l’hanno. Quest’anno riceveranno una tredicesima identica a quella dell’anno scorso: 8 euro in più per gli operai, 10 per gli impiegati. Una bella presa in giro.
Sarebbe ora di detassare almeno le tredicesime, come chiedono i consumatori e come chiediamo da un pezzo noi dell’Italia dei valori a un Governo che fa finta di non sentire. C'è chi sta pagando sulla propria pelle questa crisi. La cassa integrazione ha sfondato il tetto di un miliardo di ore: rispetto all’anno scorso è cresciuta del 44%. Vuol dire che 600mila lavoratori devono vivere con quasi 7mila euro in meno rispetto all’anno scorso. E, in futuro, rischiano che vada anche peggio: le casse integrazione in scadenza sono 400mila, dopo di che resta solo la disoccupazione.
In situazioni drammatiche come queste ci si chiede: ma il Governo che fa? Racconta frottole affermando che la crisi è quasi passata, ma non è vero per niente. La crescita non cresce. I dati Istat ci dicono che negli ultimi tre mesi, mentre Berlusconi si occupava come sempre degli affari suoi, il Pil è passato da un più 0,5% del trimestre precedente ad un aumento di appena lo 0,2 per cento. In tutto il resto del mondo occidentale,
nello stesso periodo, si è registrata una crescita netta. Il debito delle amministrazioni pubbliche era già da record e adesso è aumentato ancora: da 1842,9 miliardi agosto ai 1844,8 di oggi.
Cosa fa la cricca che ci governa, oltre a preoccuparsi di far liberare le finte nipoti di Mubarak e raccontare bugie al Parlamento? Lo scopriamo leggendo i dati della finanziaria appena approvata alla Camera che taglia orizzontalmente, senza curarsi cioè di dove si abbatte la mannaia. Senza un’idea di sviluppo. Senza una strategia. Restituisce 800 milioni di euro all’università, dopo averle tolto 1,4 miliardi, con una destinazione però tanto confusa che non si capisce più dove questi soldi andranno a finire. Si capisce bene, invece, dove andranno i 245 milioni di euro in più che sono stati regalati alle scuole paritarie mentre 140mila insegnanti, quelli che la scuola pubblica l'hanno tenuta in vita fino ad oggi e che, a 40 o 50 anni d'età, se ne dovranno tornare a casa.
Si potrebbe dire che da un esecutivo che in passato si era impegnato a regalare un condono fiscale a tutti quelli che si erano portati i capitali all’estero derubando lo Stato non ci si poteva aspettare nulla di meglio. Però quei tagli ciechi e quei regali alle scuole private li hanno votati anche l’Udc e Fli: quelli del “terzo polo” sono complici di chi sta uccidendo l'Italia. La verità, quindi, viene fuori.
L’Italia dei valori lo ha sempre detto, ed ora si vede quanta ragione avevamo e abbiamo. Dalla crisi non usciremo finché questo governo non se ne tornerà a casa una volta per tutte. E non ne usciremo neppure se, invece di pensare a una politica economica diversa, il centrosinistra cercherà di allearsi con chi magari non vuole più Berlusconi, però vuole continuare a fare senza di lui le stesse identiche cose.
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24 Ottobre 2010
Mondadori-Telecom, altro conflitto di interessi

Dello scandalo della Telecom e dei suoi dossieraggi abbiamo già parlato in passato.
Adesso siamo davanti ad un altro grande tentativo di stravolgere le regole della libera competizione in Italia: l'ex monopolista delle telecomunicazioni italiane ha siglato un accordo con la casa editrice della famiglia Berlusconi per la distribuzione attraverso Biblet (una delle principali piattaforme di vendita di libri elettronici) di un catalogo di libri messo a disposizione del gruppo Mondadori.
L'accordo prevede che già da oggi sarà possibile acquistare con biblet store i libri digitali da PC con carta di credito. Ma “a breve – come si legge pomposamente sul sito Telecom - saranno lanciati gli ebook reader TIM con i quali si potrà accedere in modo semplice e diretto, con la connettività 3G alla libreria digitale: la navigazione sarà gratuita e il cliente pagherà soltanto il prezzo dei libri che acquista. In questo caso il pagamento potrà avvenire con carta di credito o utilizzando il credito della SIM card.“
Qui si parla di un possibile mercato di 3 milioni di euro che, alla solita maniera italiana, rischiano di diventare appannaggio di un accordo chiuso tra il gigante delle telecomunicazioni con il gruppo editoriale del Presidente del Consiglio. Perchè anche se Bernabè si è affrettato a dichiarare che “Telecom è pronta a siglare accordi con altri editori” la verità è che nel frattempo la casa editrice di Segrate godrà di una posizione di privilegio nei confronti degli altri editori. Anche un bambino capirebbe che comprare un e-book Mondadori semplicemente con il credito della SIM (senza intermediazioni delle carte di credito) è un vantaggio enorme, anzi un abuso di posizione dominante della casa editrice del premier.
Niente di nuovo sotto il sole: la stessa strategia che Berlusconi ha messo in atto in tutti i settori nei quali è intervenuto come imprenditore, da quello televisivo, a quello assicurativo fino – appunto – a quello editoriale. Altro che liberale, lui si comporta sempre come monopolista assoluto. Lui la concorrenza non sa neanche cosa sia, perchè la elimina in partenza. E tutto questo accade anche ora che come presidente del Consiglio si dovrebbe astenere dall'intervenire in questioni che riguardano il suo impero economico.
Chissà cosa avrà promesso il suo ex sodale – e ora ministro dello sviluppo economico – Paolo Romani alla Telecom, in cambio di questo accordo privilegiato.
E gli autori Mondadori, che dicono? La cosa paradossale è che mentre la Rete dovrebbe permettere di eliminare le intermediazioni, consentendo agli autori di abbattere tutti i filtri e instaurando un rapporto informale e più proficuo con i loro lettori tramite Twitter, Facebook e tutti i social network e i blog, questi debbano ancora mettersi nelle mani del colosso editoriale di Segrate, versando gran parte dei loro guadagni nelle tasche della famiglia Berlusconi.
Ecco perchè invito gli autori Mondadori a ribellarsi a questa ennesima dimostrazione del conflitto di interessi di Berlusconi, impedendo alla casa editrice del premier di inserire i loro titoli nel catalogo privilegiato Telecom e decidendo di rivolgersi per le loro edizioni alle case editrici rimaste fuori dall'accordo Mondadori-Telecom.
Quanto a Romani – che in passato è stato il braccio armato di Mediaset nelle istituzioni - direi da oggi di nominarlo Ministro dello Sviluppo Economico Unilaterale, poiché si occupa solo dell'espansione dell'impero del capo.
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27 Settembre 2010
Gli effetti della malapolitica

Negli ultimi 10 anni, secondo il rapporto Cgil sulla crisi del salari, i lavoratori dipendenti italiani hanno perso 5.453 mila euro di potere d'acquisto.
E' un dato preoccupante. L'ennesimo degli ultimi mesi. Gli italiani sono più poveri. Perdere quasi 5.500 euro in dieci anni aggrava la già deprimente condizione dei lavoratori dipendenti italiani, al 23° posto nell'area Ocse in quanto a salari, peggio di Irlanda e Grecia.
La disoccupazione galoppante colpisce un giovane italiano su tre e i contratti nazionali del lavoro di molte categorie non vengono rinnovati con puntualità. E se dall'economia reale emerge un dato così negativo sul potere d'acquisto, significa che non solo i Ccnl non vengono aggiornati e rinnovati, ma è come se i salari fossero stati oggetto di downgrade.
In una situazione così grave, alle porte di un autunno caldissimo per l'economia italiana a causa della scadenza degli ammortizzatori sociali, il Governo si prende il lusso di fare a meno di un ministro dello Sviluppo Economico da ben 146 giorni. Certo, non sono affatto convinto che un ministro nominato da Berlusconi possa risolvere le cose. Anche perché al momento gli unici provvedimenti varati da quel ministero sono serviti ad agevolare Mediaset. Insomma, altro che interessi del Paese, il premier si fa le leggi ad uso e consumo personale. Per questo sono convinto che l’unica speranza è mandare a casa tutto il governo. E in fretta.
L'economia italiana deve cambiare passo, perché glielo chiede quella globale. Il sistema produttivo va ridisegnato, perché è ormai impossibile pensare di competere con i Paesi in forte espansione come India e Cina. Il debito pubblico italiano presto raggiungerà quota 200 miliardi di euro. Viviamo in una Nazione che non è più nostra.
Per salvare la vita ad un paziente disperato come il Paese Italia, è necessario allontanare "dracula-Berlusconi" dal pronto soccorso. Questo Governo, alle prese con un enorme conflitto d’interessi, ha ingessato la Nazione su 4-5 leggi. Nessuno si occupa più dei lavoratori, dei ceti medi sempre più a rischio povertà, dei giovani che non hanno un futuro.
Dopodomani, alla Camera, c'è un'occasione unica: possiamo mandare a casa questo Governo. Sono alla canna del gas e lo si evince dal loro comportamento e dal ricorso alla solita tecnica: la confusione mediatica, cioè alzare i toni sul nulla per spostare l'attenzione. Così siamo costretti a sorbirci gli insulti di Bossi, quando il vero insulto è lui, biologicamente parlando, o i dossieraggi su Fini.
Chi dopodomani gli voterà ancora la fiducia sarà solo un suo complice. E tanto basta per appartenere a quella cerchia di politici che se ne infischiano del Paese.
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9 Settembre 2010
G7 addio

L'Italia, nel terzo trimestre di quest'anno, registrerà un calo del prodotto interno lordo dello 0,3% su base trimestrale annualizzata: lo scrive l'Ocse nell'Interim Assessment diffuso poco fa.
L'Italia è l'unico Paese del G7 ad aver registrato un Pil in retrocessione per il periodo luglio-settembre 2010.
Un disastro insomma. Ma prima di chiudere, ecco una ‘buona’ ma improbabile notizia: nel quarto trimestre l'Ocse vede per l'Italia, sempre su base trimestrale annualizzata, un ritorno alla crescita dello 0,1%. Magari!
Forse Tremonti tirerà un respiro di sollievo per questo aumento minimo del Pil dello 0,1% ma il resto della popolazione si sta già facendo il segno della croce. L’Italia si trova in una situazione di stallo, anzi è in piena recessione, da oltre tre anni. La crisi, dopo essere stata occultata dal Governo e da alcuni media pilotati da palazzo Grazioli, ora è stata accertata anche dal presidente del Consiglio, che finora ne ha negato l’esistenza. L’Italia, fanalino di coda dell’Europa, sarà esclusa dal G7, dal G8 e, se continuiamo così, rientrerà nel G20 dalla porta di servizio. L’economia è allo sbando. Il debito pubblico continua a salire, il Pil è in contrazione inesorabile, così come i consumi, e il potere d’acquisto dei salari è sotto la suola delle scarpe, ma nessuno ne parla. Inoltre, ogni lavoratore versa contributi per altri cinque individui che non lavorano (tra pensionati, disoccupati, studenti e lavoro nero). La disoccupazione è del 10% ma in realtà, analizzando i criteri secondo cui è calcolata, equivale al 15%. Le uniche industrie che continuano a macinare utili sono quelle di proprietà della famiglia Berlusconi (chissà perché), quelle intubate dallo Stato (e dunque dai cittadini) e quella della criminalità organizzata che può sfruttare il lavoro di coloro che per sopravvivere sono disposti a fare il grande salto dall’onestà all’illegalità. Il centrodestra ha fallito.
Gli italiani, secondo i sondaggi (su cui non faccio mai affidamento), sarebbero stati disposti a chiudere un occhio sui comportamenti discutibili del proprio leader ma in cambio si sarebbero aspettati almeno il risanamento dei conti, la tutela dell’occupazione, nuove strategie di sviluppo, l’apertura di nuovi mercati, la riduzione delle tasse, l’ingresso di investimenti e capitali esteri che, invece, se la sono data a gambe levate. Le risposte del governo sono andate esattamente nella direzione opposta: il debito pubblico è lievitato a livelli di craxiana memoria, molte imprese sono state costrette a chiudere e a licenziare migliaia di dipendenti, i lavoratori precari sono aumentati vertiginosamente e diverse multinazionali (Glaxo, Alcoa, Fiat, Yamaha, Motorola e Nokia) hanno optato per la delocalizzazione del made in Italy in Romania, Cina e Polonia. La già fragile stabilità economica del Paese sarà esposta a nuove e pericolose scosse con le possibili elezioni politiche. Elezioni che rappresentano l’estremo tentativo di salvare l’Italia dal crack economico e sociale che appare ogni giorno più vicino a causa della mancanza di una politica industriale da parte del governo e di un ministero essenziale come quello dello Sviluppo Economico, vacante ormai da 128 giorni.
Certo, presentarsi alle elezioni senza un leader, senza una coalizione e un programma politico chiaro sarebbe come riconsegnare il Paese alla stessa maggioranza, sarebbe dunque un suicidio politico.
L’Italia dei Valori sta lavorando per costruire un’alternativa seria, per rimettere in moto l’economia e liberare il Paese da un governo che lo ha messo in ginocchio.
Vogliamo che a questo progetto contribuisca solo chi ha fatto opposizione in questi anni, e non chi cavalca strumentalmente l’attuale rottura all’interno della maggioranza perché scorge il cadavere del proprio sodale passare sotto il ponte.
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1 Settembre 2010
Serve una rivoluzione politica
"La politica si concentri sull'economia", non sono io a dirlo, nonostante sia un concetto che ribadisco da tempo, è il Presidente della Repubblica a lanciare un appello per salvare il Paese. Forse anche Napolitano ha letto il Financial Times, proprio come ho fatto io. Le previsioni di uno dei più autorevoli quotidiani al mondo non sono buone: l’economia italiana è attesa da un autunno molto caldo. Il giornale britannico lo scrive nella sua "Lex Column", in un editoriale intitolato "Italy's fading bella figura" dedicato alle sventure finanziare del nostro Paese. (scarica l'articolo in Pdf - 172 kb)
Negli ultimi dieci anni, dal 1999 al 2009, Berlusconi è sempre stato al Governo, tranne che nelle brevi parentesi D'Alema-Amato-Prodi. In questo periodo, il prodotto interno lordo in Italia è cresciuto di 10 punti percentuali in meno rispetto alla media della zona Euro. Nello stesso tempo le azioni di Piazza Affari hanno reso in media undici punti in meno rispetto all'FTSE Eurofirst 300, l'indice che misura l'andamento dei 30 titoli più importanti. I dati a cui fa riferimento il Financial Times sono quelli di Capital Economics.
Ma c'è di più: il vero problema italiano è l'economia reale con un livello di competitività per costo dell’unità del lavoro che, rispetto alla Germania, è sceso del 26% dal 1999, e con una produttività che è calata del 6%, al cospetto di una crescita del 7% nella zona Euro. Tutto ciò mentre le aziende di casa Berlusconi godono di ottima salute grazie ai provvedimenti e alle mosse di un Governo ad aziendam.
Il quotidiano britannico parla anche di una coalizione, quella al governo, che si sta auto-distruggendo, di una crisi interna al centrodestra che porterà solo stagnazione economica e del modello economico italiano che sopravvive nonostante le catastrofiche scelte governative.
L'editoriale del Financial Times è la fotografia di come gli investitori esteri guardino al nostro Paese. Un Paese dove il debito pubblico è ormai oltre il 120% del Pil, dove il default finanziario potrebbe essere questione di mesi, se non di settimane. In questo contesto si inserisce un Governo di figurine, gestite dal rais Berlusconi che ha tenuto per sé il Ministero dello Sviluppo Economico e che per tutelare le sue aziende e finire sui passaporti libici ha svenduto la dignità del Paese a un dittatore come Gheddafi. Oggi voglio dirlo con le parole del Financial Times: per riscoprire la crescita economica all'Italia serve una rivoluzione politica, non una politica per superare la crisi.
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24 Agosto 2010
Delirio estivo
In questa estate la politica ha offerto un triste spettacolo, un balletto sul cadavere dell’economia di un Paese di cui si stanno contendendo le spoglie come sciacalli.
E’ da più di un mese che nell’arena partitocratica si studiano equilibri, alleanze “incestuose” e surreali: Pdl con Casini, Rutelli, e doppiogiochisti del Pd, piuttosto che Pd, Idv, Sel e Udc, e poi senza Udc ma con Rutelli, anzi senza Rutelli, con e senza Bocchino, e con chi ci sta, ma anche con chi è in vacanza, con l’Acli, con l’Aci o con qualsiasi sigla voglia partecipare alla grande ammucchiata. C’è perfino chi scrive “al Paese”.
In questo clima di delirio i cittadini assistono attoniti e inermi. A mio avviso, se si chiedesse loro, con un sondaggio, cosa stia succedendo nel quadro politico italiano il 90% delle risposte sarebbe “sono confuso” e l’altro 10% insulti, o viceversa.
Mentre chi dovrebbe governare pensa alle poltrone, al legittimo impedimento e alle grandi manovre a bordo degli yacht e di lussuose residenze estive, il mondo va avanti anche senza di noi. La Germania compie un balzo record del 2,2% del prodotto interno lordo nel II trimestre dell'anno, rispetto al trimestre precedente. L’Italia, invece, deve accontentarsi di una stima che la vedrebbe (sottolineo il condizionale) crescere nel 2010 del 0,7% e nel 2011 dell’1%.
L’OCSE ci ha teneramente e preoccupantemente bollato come il fanalino di coda della ripresa europea. Ma di questo ai milionari al governo, con i loro lauti e decennali stipendi, importa poco o nulla.
In un contesto drammatico di totale irresponsabilità politica le elezioni rischiano di far precipitare la situazione economica e di far esplodere la povertà nel Paese. Qualora si andasse al voto l’opposizione dovrà compiere un gesto di responsabilità facendo subito chiarezza sul programma e su alcuni aspetti cruciali. Bisogna evitare gli errori clamorosi già compiuti in passato. L'opposizione da una parte ha l’obbligo di assicurare la stabilità dell’esecutivo, nell’ipotesi dovesse governare, evitando alleanze con partiti nella storia notoriamente doppiogiochisti, mi riferisco in particolare all’Udc. Meglio perdere le elezioni che la faccia al successivo ribaltone.
Dall’altra, ha il dovere di presentarsi compatta, con un leader e con una cura ricostituente per l’economia che rilanci i consumi delle piccole e medie imprese, riduca la pressione fiscale, incentivi l’ingresso di investimenti stranieri, e che riequilibri l’esodo industriale in atto verso Paesi a basso costo fiscale e di mano d’opera.
L'Italia dei Valori in questa direzione ha già messo a punto una contro-manovra alternativa a quella del governo, semplice, chiara, che mette mano agli sprechi e non alle tasche dei cittadini e delle imprese. Manovra ad oggi sciaguratamente ignorata dal governo e che ribadiamo essere a disposizione come programma per la ripresa economica in caso di un governo di centrosinistra.
Messo in sicurezza il sistema economico e ricostruita una visione per il futuro, oggi completamente scomparsa dal cuore degli italiani e dagli obiettivi di chi governa, bisognerà contemporaneamente mettere mano una volta per tutte al conflitto di interessi, alle leggi porcata sdoganate in questi due lunghi anni di governo Berlusconi, e togliere uno ad uno i tanti sassolini nella scarpa che rendono l’Italia il Paese delle eccezioni rispetto al resto del pianeta.
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14 Agosto 2010
Il Ferragosto ai tempi della crisi
Nell'anno del crollo finanziario il Ferragosto ha tutto un altro significato. C'è poco da riposare e festeggiare per chi da mesi ha perso il lavoro o sopravvive con gli spiccioli della Cassa integrazione.
Chi ha il coraggio di augurare un buon Ferragosto ai pastori sardi che occupano l'aeroporto di Olbia, ai dipendenti Tirrenia (azienda prossima alla chiusura), ai precari della scuola che sognano un incarico annuale, agli informatici mandati a casa dalle società fallite, ai cassintegrati con contratto a scadenza?
In questo quadro allarmante c'è un Governo in grado di peggiorare il dato sulle entrate fiscali. Tremonti e Berlusconi da quindici anni prendono in giro gli italiani pubblicizzando una finta lotta agli evasori, salvo poi promuovere strumenti come lo Scudo Fiscale. Tutelando gli evasori salvaguardano il loro elettorato.
Il Dipartimento delle Finanze del Ministero dell'Economia ha rilevato una flessione del 2,8% delle entrate fiscali nei primi sei mesi del 2010 rispetto allo stesso periodo del 2009. Così, mentre le casse accumulano debito a spron battuto e anche pagare i Bot diventa un punto interrogativo, lo Stato incassa sempre di meno.
Il Ferragosto ai tempi della crisi deve diventare un momento di riflessione. Una volta di più bisogna analizzare gli sfaceli prodotti da questo Governo e farne tesoro in attesa delle prossime elezioni.
Bisogna mandare a casa Berlusconi e la sua claque. Per questo la priorità rimane il voto. Tuttavia, visto che da più parti vi è la richiesta di un Governo tecnico, ribadisco che l'Italia dei Valori è pronta a valutare l'ipotesi purché si tratti di un esecutivo garantito dal Capo dello Stato. Un esecutivo a scadenza prefissata che serva per fare una nuova legge elettorale e a garantire il pluralismo dell'informazione.
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8 Agosto 2010
C'erano una volta le vacanze

Sei italiani su dieci non possono permettersi le vacanze. Lo dice l'ultimo rapporto del Censis. Circa il 58% dei cittadini ha deciso di rinunciare alla villeggiatura o è stato costretto a farlo.
La disoccupazione dilagante e gli ammortizzatori sociali che tengono a galla migliaia di italiani hanno prodotto nuovi effetti sull'economia reale. A pagarne il prezzo più alto, questa volta, è l'industria Turismo.
Le previsioni del Governo erano del tutto errate. E c'era da attenderselo: dopo 12 mesi difficili, fra fabbriche chiuse e imprenditori scappati all'estero, aspettarsi una stagione estiva rosea sotto il profilo delle presenze era da ingenui.
Il Ministro Brambilla, ultimamente impegnata fra vacanze francesi e nel trovare il modo per abolire il Palio di Siena, qualche mese fa aveva illuso gli italiani. «Ne partiranno 5 milioni in più rispetto allo scorso anno» aveva annunciato soddisfatta.
Ora Federconsumatori le chiede spiegazioni e per la prima volta nella storia gli esercenti degli stabilimenti balneari scioperano.
La promozione all'estero svolta dal Governo, tanto acclamata dalla Brambilla, non pare aver dato grossi risultati.
La caduta libera del settore turistico è solo lo specchio di un Paese economicamente in ginocchio. "Magic Italy", lo spot con la voce di Berlusconi promosso dal ministero della Brambilla, invitava gli italiani a conoscere meglio «la tua magica Italia». Uno spot beffardo e controproducente. Beffardo perché è proprio il Presidente del Consiglio, improvvisato keynesiano, a non conoscere il Paese, a non avvertirne i malesseri, probabilmente accecato dai conti economici delle sue aziende tutelate dallo Stato. Controproducente perché, come dicevo un mese fa, proveniente dal soggetto meno indicato a promuovere l'immagine del Paese.
La Brambilla si è dimostrata un ministro ad personam.
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20 Luglio 2010
Vigliaccata di Governo
Tremonti ha liquidato la manovra dell'Italia dei Valori, alternativa a quella presentata dal governo, con un lapidario “non c’è tempo”. Mi domando cosa significhi non c’è tempo, per questi signori. Si trova il tempo per affossare con 15 miliardi al mese il debito pubblico e, invece, non ce n'è per capire come tappare questa mastodontica falla da oltre 1800 miliardi che affonderà la nave Italia entro un semestre.
Non c’è tempo per capire come tagliare le inefficienze ed i costi insostenibili della politica e del carrozzone pubblico, ma ce n'è per deprimere i consumi e far chiudere migliaia di partite Iva, aumentando le tasse. Non c’è tempo per discutere dell’abolizione delle Province, ma ce n'è per togliere fondi per l’accompagnamento dei disabili.
L'Italia dei Valori, in un quadro economico finanziario disastroso per il Paese, propone una manovra da 64 miliardi di euro in due anni contro la pagliacciata dei 24 miliardi del governo, ed il ministro dell’Economia la archivia con un "non c’è tempo"? Il governo ha l’obbligo di valutare tutte le opportunità per salvare l’Italia dal rischio default, un'emergenza di cui si discute molto negli ambienti economici internazionali.
Il non c'è tempo di Tremonti, in realtà, è una banale e mal riuscita scusa per evitare al governo di entrare nel merito di una manovra valida, proposta da un partito politico che gli fa paura.
L'esame della nostra contromanovra avrebbe messo in difficoltà una classe dirigente già nell'occhio del ciclone, smascherata dalle inchieste sulla P3.
L'Italia dei Valori ha depositato un progetto che smentisce, nei contenuti, quello dell’esecutivo. Abbiamo dimostrato che è possibile recuperare 64 miliardi di euro in due anni senza soffocare i ceti più fragili. E' possibile recuperare quasi il triplo di quanto proposto da Tremonti e Berlusconi senza vessare le famiglie, senza tagliare i fondi pubblici alle forze di Polizia, senza abbattere il sostegno alla scuola pubblica (e nel frattempo gonfiare i finanziamenti a quelle private, come nel caso di "Libera scuola dei popoli padani", guardacaso fondata dalla moglie di Umberto Bossi).
E' possibile curare la finanza del Paese senza fare sciacallaggio sui disabili.
E' possibile pensare contemporaneamente a sanare la voragine delle casse statali senza dimenticare le difficoltà dei precari.
La nostra contromanovra, liquidata dal “non c'è tempo” di Tremonti, propone risultati più importanti e sacrifici che non acuiscono le differenze sociali già esistenti, poiché punta alla riduzione degli sprechi e delle poltrone inutili.
Non crediamo di essere più bravi degli altri o di avere l'antidoto magico. Semplicemente partiamo da un presupposto che è alla base dello stato sociale: quando c'è da mettere le mani in tasca ai cittadini, si deve partire dalle tasche degli evasori e di chi ha depredato il sistema economico e sociale, politici inclusi.
La realtà è che questa contromanovra il governo non può permettersela poiché scardina il sistema clientelare e di potere con cui i partiti si spartiscono soldi e poltrone.
Il “non c'è tempo” di Tremonti non è una porta in faccia all'Italia dei Valori, ma alle speranze dei cittadini. Il “non c'è tempo” di Tremonti è una vigliaccata.
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6 Luglio 2010
Contromanovra per rilanciare il Paese
Il presidente del Consiglio vuole mettere la fiducia su una manovra che vuole scrivere solo lui, mettendo da parte il Parlamento come se fosse una succursale solo a suo uso e consumo. Non sappiamo se e cosa è stato cambiato del testo. Sappiamo solo che la manovra non va bene alle imprese e ai lavoratori. Tutti dicono che è una manovra sbagliata perché crea nuovo disagio sociale, lasciando franchi gli evasori e tartassando i poveri.
Proprio mentre Berlusconi si accorge della crisi e per la prima volta da quando è al governo parla di "Paese in pezzi", l'Italia dei Valori presenta la sua contromanovra (Scarica il Pdf (893 kb).
Una manovra alternativa a quella presentata dal Governo che si prefigge un obiettivo importante: recuperare oltre 60 miliardi di euro e non mettere le mani in tasca agli italiani.
Di seguito riporto il testo del mio intervento durante la conferenza di presentazione:
Credo fermamente che si possa e si debba intervenire per affrontare la grave crisi economia che attanaglia l’Italia e per questo, occorre puntare su tre principi fondamentali: crescita, risanamento ed equità. Aspetti che la manovra del governo, invece, ha completamente accantonato.
Sono questi i tre obiettivi alla base della manovra alternativa che l’Italia dei Valori propone, alla Camera e al Senato, per venire incontro alle emergenze del nostro Paese e che il Governo fa finta di non vedere.
In Italia i tassi di variazione del Pil degli ultimi cinque anni indicano che siamo di fronte a una vera emergenza e i dati registrati sono al di sotto della media delle altre nazioni industrializzate. Contrariamente a quanto ha sostenuto finora il governo, la crisi incide terribilmente sul Pil che ha perso, nell'ultimo biennio, oltre il 6% e si attesta in misura superiore al 3 - 3,5 %. Il debito è in aumento e, nello stesso tempo, si assiste a un crollo generale dell'economia e poiché non si può vivere continuando a puntare il dito contro un governo che ha fallito, bisogna trovare una proposta concreta. Anche perché a pagarne le conseguenze sono tutti i cittadini.
Per questi motivi, abbiamo realizzato una contromanovra coordinata dal dipartimento economia dell'Italia dei Valori guidato dal professor Trento, e dal responsabile IdV dell'economia all'interno del Parlamento, onorevole Antonio Borghesi.
La nostra è una manovra che prevede minori tasse e una forte riduzione del debito pubblico. E' una manovra che si attesta sui 60 miliardi, che mette al primo posto la riduzione delle tasse, l’equità e la solidarietà, per puntare alla crescita e al risanamento. La nostra contromanovra è stata realizzata anche grazie a un lavoro di interscambio con il territorio e con la Rete. Per la prima volta, abbiamo un lavoro frutto di una grande interazione con gli internauti.
In un momento in cui il Governo punta a trovare degli escamotage per sfuggire dalle indagini della magistratura e a garantirsi privilegi, l'Italia dei Valori ha trovato una soluzione che mettiamo a disposizione dell'informazione pubblica, del Parlamento e delle istituzioni. Questa è la dimostrazione che noi vogliamo creare una vera alternativa a questa maggioranza, che passa attraverso una chiara opposizione. La nostra, infatti, non è una proposta che rivolgiamo al governo delle larghe intese. Ma la rivolgiamo al Paese, anche attraverso elezioni anticipate, qualora questo esecutivo (come sta dimostrando) non fosse in grado di garantire la giusta serenità.
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28 Giugno 2010
Lui porta iella

Berlusconi ha un record di primati negativi nella gestione “imprenditoriale dell’azienda-Italia”, come direbbe lui. I governi Berlusconi sono stati caratterizzati dalla stagnazione economica, sia che incontrino un periodo di crescita, sia che incontrino un periodo di crisi.
Berlusconi ha promesso che non avrebbe aumentato le tasse anzi, le avrebbe diminuite, salvo poi fare esattamente il contrario nei suoi tre precedenti governi. Il quarto, e speriamo ultimo governo Berlusconi, non fa eccezione. Infatti, anche nella XVI legislatura, secondo l'Istat, la pressione fiscale è lievitata dal 42,9 % del 2008 al 43,2%.
Per riscontrare simili livelli di pressione fiscale bisognerebbe tornare al 1997, l'anno dell'Eurotassa, dove comunque fu toccato il picco del 43,1%, ma per il raggiungimento di uno scopo egregio. Invece lui, l’imprenditùr “dei soldi nostri per le aziende sue”, tira dritto spalleggiato dall’alter ego in Confindustria, convinti entrambi che l’Italia sia fuori dalla recessione. Forse le loro aziende la recessione non l’hanno mai vista anche se per farlo basterebbe che uscissero dai palazzi d’oro in cui sono rintanati e scendessero in strada per toccarla con mano.
Le tasse aumentano, i contribuenti diminuiscono, vuoi per il flagello della disoccupazione, vuoi perché l’evasione fiscale è ormai prassi semi-legalizzata dopo il pessimo esempio offerto dall’amnistia fiscale di Tremonti e il costante malcostume offerto da chi governa.
L’oppressione fiscale, la definirei tale, innescata dal governo è pericolosissima poiché non mira a produrre gettito, risollevando il sistema economico, ma ad aumentare l’imposizione fiscale.
Sempre meno contribuenti, sempre più tasse, meno contribuenti, più tasse perché per Tremonti, come direbbe Totò, “è la somma che fa il totale”. Ma se la disoccupazione aumenta, l’evasione pure, e le tasse anche, il sistema prima o poi imploderà. E lo farà nel momento in cui a pagare rimarrà una minoranza, che si farà carico di mantenere una macchina mastodontica fatta di pensionati, di pubblici dipendenti, studenti, e disoccupati. Mi chiedo cosa si inventerà poi Tremonti se non una grottesca tassa patrimoniale.
Nel frattempo, però, le rendite finanziarie sono tassate al 12%, qualcuno acquista yacht di 60 metri con società fantoccio delle isole Vergini Britanniche. Per qualcun altro, alla faccia dei costi della politica (gli unici che crescono in controtendenza rispetto la crisi), viene creato un dicastero ad hoc come copertura per il legittimo impedimento.
Inoltre, comincio a pensare che il Presidente del Consiglio, oltre che essere un corruttore, porti anche iella all’Italia e fortuna solo a se stesso. In politica è sceso in campo nel ’94 quando le sue aziende erano sull’orlo del fallimento e le ha salvate attraverso il poderoso strumento del conflitto d’interessi da lui ampliamente e sfacciatamente utilizzato. In compenso nel Paese si passava al governo tecnico Dini, dopo appena 7 mesi. Sempre nel ’94, l’Italia perdeva i mondiali di calcio in finale, ai rigori, con il Brasile.
Nella sua seconda legislatura, nel 2001, e per ben due anni, nel 2003 e 2005, non c’è stata alcuna crescita del Pil che è rimasto invariato. Sempre sotto la sua seconda legislatura, nel 2002, la nazionale di calcio usciva dal mondiale agli ottavi sconfitta dalla Corea del Sud.
Nel 2006, per fortuna, al governo c’era Prodi, il Pil era +2.0 e vincevamo per la quarta volta i mondiali di calcio, in finale contro la Francia, dopo ben 24 anni.
La storia del 2010, sia economica sia calcistica, purtroppo la conosciamo bene.
Curiosando e facendo un po’ di analisi storica, oltre ad una serie interminabile di buoni motivi per mandare a casa questo governo, da oggi ne abbiamo uno in più. Assistiamo all’aumento della pressione fiscale per gli onesti, mentre lo scudo salva gli evasori, al tasso di disoccupazione in decollo verticale, al ritorno del nucleare, ignorando la volontà dei cittadini espressa da un referendum, ai numerosi provvedimenti canaglia del legittimo impedimento e del anti-intercettazioni, che danno ossigeno ai farabutti, alla norma per la privatizzazione dell’acqua. Sono tutte scelte strategicamente fallimentari per il futuro dell’Italia fatte da un uomo che, oggi, ci accorgiamo che porta pure iella. Questo è troppo.
Ps. L’Italia dei Valori parteciperà, a Roma e in tutte le altre città d’Italia, alle manifestazioni promosse dalla Fnsi, dall’associazione Art. 21 e dal Popolo Viola, contro il vergognoso ddl sulle intercettazioni e in difesa della democrazia. Giovedì 1 luglio saremo a Roma, a piazza Navona, luogo dal quale trasmetteremo la diretta Twitter proprio da questo blog, corredata da video, immagini e pensieri.
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23 Giugno 2010
Finanziamenti pubblici, azienda privata
Oggi pomeriggio, durante il Question Time alla Camera dei Deputati, ho chiesto spiegazioni al presidente del Consiglio (che non c'era neanche questa volta) circa la sentenza del tribunale di Lussemburgo che rigetta il ricorso Mediaset sul digitale terrestre. La "non risposta" è stata affidata al Ministro Vito, che ha dimenticato di citare Mediaset.
Il conflitto di interessi rimane una piaga dolorosissima di questo Paese.
Di seguito e in video pubblico la mia interrogazione
L'INTERROGAZIONE (guarda il video)
ANTONIO DI PIETRO
Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio che non c'è - perché anche da lei vorremmo avere una risposta -, l'Italia dei Valori vuole sapere alcune cose molto precise su una questione molto semplice.
Il tribunale di primo grado dell'Unione europea, il 15 giugno scorso, ha sentenziato che i contributi pagati dal Governo italiano per la diffusione del digitale terrestre per il biennio 2004-2005 sono stati un aiuto di Stato distorsivo della concorrenza, cioè sono stati dati dei soldi ai fornitori di decoder per invogliare a comprarli e tra tali fornitori c'è anche l'azienda del fratello del Presidente del Consiglio. Comunque, il beneficio del decoder del digitale terrestre è, come dice la stessa sentenza, a vantaggio principalmente proprio di Mediaset, il soggetto addetto alle comunicazioni di proprietà del Presidente del Consiglio.
Vorremmo sapere, concludendo, quanti soldi ha speso lo Stato, quanti soldi ha guadagnato Mediaset, quando vi decidete a riprendere i soldi che sono dello Stato e dei cittadini italiani.
LA RISPOSTA (guarda il video)
ELIO VITO - Ministro per i rapporti con il Parlamento
Signor Presidente, come le è noto, onorevole Di Pietro, la materia del conflitto di interessi è disciplinata dalla legge n. 215 del 2004 e, sul caso specifico, sulla base degli elementi forniti dal Ministero dello sviluppo economico, fornisco la seguente risposta. Per quanto attiene alla sentenza del tribunale di prima istanza dell'Unione europea da lei citata è da rilevare, in primo luogo, che la stessa si è limitata a respingere un ricorso proposto da una parte interessata confermando la legittimità della decisione della Commissione. Di tale sentenza, peraltro appellabile, il Governo italiano non è in alcun modo destinatario avendo, invece, condiviso con la Commissione europea il recupero dell'importo già introitato nelle casse dello Stato nei termini che verranno di seguito specificati. Un importo, peraltro, quantificato dalla stessa Commissione in misura contenuta in ragione di una evidente valutazione circa la non gravità della violazione contestata. La legge 24 dicembre 2003, n. 350, legge finanziaria 2004, aveva previsto un contributo per l'acquisto di decoder interattivi in grado di ricevere il segnale digitale terrestre in chiaro e senza costi per l'utente e per il fornitore di contenuti. Con la legge finanziaria per il 2005 la misura fu ripetuta per l'anno successivo. Detta misura è stata ritenuta necessaria al fine di supportare il passaggio alla tecnologia trasmissiva digitale, previsto quale obbligo a livello comunitario, fornendo un contributo diretto ai cittadini per l'acquisto di un apparecchio atto a ricevere gratuitamente il segnale televisivo terrestre in digitale. La limitazione trovava la sua giustificazione nel fatto che la televisione via satellite avrebbe richiesto al consumatore costi aggiuntivi per l'acquisto dell'antenna parabolica e per l'abbonamento al servizio. Inoltre, nel giugno 2005, la tecnologia analogica terrestre, la cui naturale evoluzione sarebbe stata il digitale terrestre, era utilizzata da 19 milioni di utenti sui 22 complessivi. Le due previsioni per il 2004-2005 su denuncia di operatori televisivi sono state oggetto di una procedura di infrazione comunitaria che ha considerato aiuto di Stato il suddetto contributo.
Fin dal settembre 2005 lo Stato italiano aveva comunque comunicato alla Commissione di sospendere l'erogazione del contributo sulla base dei suddetti requisiti e, con la legge finanziaria 2006, sono stati previsti ulteriori requisiti di neutralità tecnologica. Su questa base e con la possibilità di ricevere il contributo per l'acquisto di decoder digitali terrestri via cavo e satellitari free, con la decisione n. 270 del 2006, la Commissione ha approvato la misura di cui trattasi.
In base alla decisione della Commissione sull'aiuto di Stato relativo al contributo per l'acquisto di decoder digitali concesso dalla legge finanziaria 2004-2005 e a seguito della richiesta inoltrata il 17 novembre 2009 dalla direzione generale concorrenza, in data 4 febbraio 2009, la società RTI ha adempiuto a tale richiesta versando allo Stato italiano un importo di più di sei milioni di euro.
LA REPLICA (guarda il video)
ANTONIO DI PIETRO
Adesso capisco perché è dovuto intervenire lei, signor Ministro, e non il Presidente del Consiglio. Infatti, lei ci ha detto che lo Stato italiano non c'entra nulla con la sentenza della Corte di Giustizia europea che ha condannato il partner privato che si era opposto alla decisione della Commissione europea di considerare aiuto di Stato questo intervento che nel 2004-2005 era stato realizzato dal Governo italiano.
Si è dimenticato di dire chi era il partner italiano: Mediaset! Ed è questo il problema dei problemi! Noi abbiamo come Presidente del Consiglio un signore che la mattina prende le decisioni con cui favorisce nel pomeriggio la sua azienda. È questo il problema politico che poniamo.
Il problema politico sta in questo: abbiamo una persona che prende decisioni, anzi utilizza i soldi dei cittadini italiani, per 220 milioni di euro nel 2004-2005, che è la stessa persona che di fatto ne beneficia. Lei ci ha raccontato che questa problematica è stata superata nel 2006 perché sono state introdotte questioni di neutralità tecnologica ed è stato dato seguito alle indicazioni della Commissione, ma io le ho chiesto esattamente il contrario: che cosa avete fatto per riprendere i soldi del 2004-2005 ? Lei ci ha detto: abbiamo preso atto che RTI ci ha restituito 6 milioni di euro. E chi ha deciso che solo 6 milioni bastano? Lo ha deciso sempre il Presidente del Consiglio, che se la canta e se la suona: ne prende 220 con una mano e ne restituisce 6 con l'altra, questo è il problema dei problemi.
Allora, le chiedo ancora una volta: quando vi decidete a risolvere il problema del conflitto di interessi, che è il vero problema dei problemi? Quando vi decidete a far pagare alle concessionarie televisive il 20 per cento degli utili, come fanno in tutti gli Stati, e non l'1 per cento? Questo sì che è un aiuto di Stato, irriguardoso sia della legge sia del buonsenso! Quando vi decidete, soprattutto, a modificare quella legge che lei ha citato sul conflitto di interessi, prevedendo che chi è proprietario o chi gestisce servizi in concessione, siano essi televisivi o servizi diversi, non possa candidarsi? Dal 1957 una legge lo prevede e ancora oggi non rispettate questa legge.

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19 Giugno 2010
Pomigliano, la farsa del referendum

"Vuoi che la Fiat chiuda e ti licenzi, oppure rinunci ai tuoi diritti, compreso quello allo sciopero? Rispondi!''. Sarà questo il vero quesito del Referendum al quale dovranno rispondere i lavoratori della Fiat di Pomigliano il 22 giugno.
Siamo certi che questi, per smentire la teoria dell’assenteismo, saranno tutti presenti alla votazione. Per quanto riguarda i risultati, non è difficile immaginare quali saranno: presenti 100%, votanti 99%, a favore 83,2% schede bianche o nulle 3,8%, contrari 13%. A questo punto, esclusi i contrari, che non potranno cavarsela così facilmente e verranno impiegati a fare sempre il turno di notte, l'accordo sarà approvato a larga maggioranza e, soprattutto, 'convintamente'.
Per l'Italia dei Valori da questa vicenda emergono tre evidenti problemi: il primo riguarda le reali intenzioni che ha la Fiat per la fabbrica di Pomigliano. Infatti, l'attacco ai diritti dei lavoratori rispetto agli obiettivi dell'azienda è talmente sproporzionato da far temere che ci sia semplicemente la ricerca di un capro espiatorio nel caso in cui la Fiat non riuscisse a mantenere gli impegni; il secondo problema riguarda la situazione dello stabilimento di Termini Imerese, in Sicilia, per il quale la Fiat ha annunciato la chiusura senza presentare un'alternativa credibile; il terzo e più importante problema è rappresentato dalla totale assenza del Governo sulla politica industriale.
Infatti, nel momento più critico della crisi, mentre tutti gli Stati più avanzati sono concentrati nel risolvere i problemi legati all'economia reale, in Italia, il ministro dello Sviluppo Economico -non ci crederete- è ancora lui: Silvio Berlusconi. Sì, perché Claudio Scajola è impegnato a cercare chi gli abbia pagato la casa, a sua insaputa, per poterlo finalmente denunciare.
Il nostro Paese avrebbe bisogno di un Governo serio che chiedesse conto alla Fiat dei soldi pubblici che ha ricevuto negli ultimi anni, attraverso le più svariate forme, e magari di come intenda restituirli agli italiani, in termini di produzione e occupazione. E, soprattutto, come intenda sviluppare le nuove filiere della Green Economy volte a migliorare l'ambiente.
Queste sono domande che il Governo italiano non può rivolgere alla Fiat.
Il motivo è semplice: al Ministero dello Sviluppo Economico non c'è nessuno, pardon, c'è sempre lui: Silvio Berlusconi, in altre faccende affaccendato.
A questo punto ci auguriamo che dopo il 23 giugno, chiusa la farsa del referendum di Pomigliano, la Fiat e i sindacati ricomincino a fare sul serio, togliendo di mezzo le questioni ideologiche poste dai dirigenti dell’azienda, e che si possa discutere finalmente di come far funzionare meglio la fabbrica, rispettando i diritti di chi lavora.
Antonio Di Pietro
Maurizio Zipponi
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18 Giugno 2010
L'Antitrust dov'era?

Oggi in Italia non è la libertà di impresa a mancare. Ma la libertà di concorrenza, piuttosto. Nel 2004 Berlusconi, in veste di Presidente del Consiglio, utilizzava il debito pubblico per offrire un contributo di 150 euro a chi volesse acquistare o locare un decoder per fruire del digitale terrestre, tecnologia (fallimentare nel mondo) su cui puntava Mediaset per eliminare la concorrenza satellitare di Sky. Il contributo fu addirittura rifinanziato nel 2005 con 70 euro.
Europa 7 e Sky presentarono denunce alla Commissione Ue che aprì un'indagine stabilendo, nel 2007, che il contributo offerto per l'acquisto del decoder era da considerarsi "aiuto di Stato a favore delle emittenti digitali terrestri che offrivano servizi di televisione a pagamento”, ossia di Mediaset. Mediaset, colpita nei suoi interessi economici e nel tentativo di trasformare il sistema radiotelevisivo in un monopolio, fece ricorso.
Martedì 15 giugno è passata inosservata una notizia importante, perché schiacciata dagli eventi dell’economia e dall’assalto finale alla giustizia di Berlusconi. Il Tribunale europeo di Lussemburgo ha respinto il ricorso presentato da Mediaset e ha chiesto il recupero del contributo concesso in quanto costituisce un aiuto di Stato e ostacola la libera concorrenza sul mercato.
Nella stessa giornata Antonio Catricalà, presidente dell’Antitrust, ha espresso soddisfazione per la volontà del Governo di aprire alle liberalizzazioni, dicendosi d’accordo sulla necessità di modificare gli articoli 41 e 118 della Costituzione, per favorire una maggiore “libertà d'impresa”.
In quell’occasione scrissi sul blog che parlare di “libertà d’impresa”, in Italia, è solo chiacchiericcio inutile con un Presidente del Consiglio che, da una parte, è proprietario delle principali emittenti private e, dall'altra, controlla indirettamente il sistema di informazione pubblico del Paese.
La nostra Costituzione prevede la libera iniziativa economica e d’impresa. Ciò che manca è l’attuazione concreta di questa norma e l’eliminazione di lacci e lacciuoli, ossia di tutto ciò che in questi anni è stato costruito per imbavagliare l’impresa. Non si risolve il problema con la modifica della Carta, bisogna semplicemente attuarla, cambiando il sistema e intervenendo sulle leggi ordinarie. Ma per far questo si devono toccare gli altarini, le cricche, le lobby e la burocrazia
Ieri ho presentato un’interrogazione a risposta scritta (guarda il video) che leggerò anche nel Question Time alla Camera di mercoledì 23 giugno, rivolta alla Presidente del Consiglio per chiedergli di venire in Parlamento a riferire sul suo scandaloso conflitto di interessi, ribadito da questa ennesima sentenza della Corte di Giustizia Europea. Lui non verrà mai in Parlamento né risponderà perché non può fare altrimenti. Non si può mentire oltre certi limiti, ma se lo facesse se ne andrebbe tra i fischi dei suoi e i pomodori dell’opposizione.
E allora chiudo anche oggi con una domanda al signor Catricalà affinché capisca che il dialogo e le aperture con questa persona e con questa maggioranza nascondono sempre una fregatura: lei è davvero convinto, anche alla luce della sentenza del tribunale di Lussemburgo, che esista “libertà d’impresa” in Italia?
E soprattutto, non avendo letto nessun suo commento alla sentenza, né al finanziamento oggetto della sentenza, le chiederei di commentarla ora anche se tardivamente. Dopo tutto, l’Antitrust è l’organo garante della concorrenza e del mercato che avrebbe dovuto sostituirsi a Sky ed Europa 7 nel denunciare la violazione delle regole.
Dell’inutilità dell’Agcom e della Commissione di Vigilanza Rai i cittadini hanno già preso coscienza. Vorrei far sapere loro se, all'elenco degli inutili, devono aggiungerci anche l’organo che Lei presiede.
PS: Nel rispondere sul conflitto di interessi riguardo la vicenda Le fornisco, signor Catricalà, anche un’informazione a contorno, che conoscerà sicuramente. Il signor Paolo Berlusconi, fratello del Presidente del Consiglio, avente anch’egli con un trascorso di “tutto rispetto” in ambito processuale, sembra fosse socio dell’unica società in Sardegna (regione pilota dell’ingresso del digitale terrestre) in grado di produrre, ai tempi, il decoder oggetto del finanziamento... Sarà un caso?
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16 Giugno 2010
Pomigliano: l'eccidio dei diritti

Agli operai della Fiat di Pomigliano è stata posta una domanda che suona così: preferite essere licenziati subito oppure rinunciate ai vostri diritti contrattuali e costituzionali? Si capisce che c’è qualcosa di stonato, che non funziona. E’ per questo che il referendum non corrisponde ad un atto di libertà, in quanto indetto dagli stessi che, solo alcuni mesi fa, hanno negato ad un milione e mezzo di metalmeccanici il rinnovo del loro contratto nazionale. Che libertà c’è, infatti, nel decidere sotto ricatto? Nessuna: i lavoratori subiranno il ricatto e si ricorderanno tutto quando, tra qualche giorno, quando si spegneranno i riflettori su di loro e dovranno lavorare privi dell’elementare diritto costituzionale che è il diritto allo sciopero.
Questa vicenda rischia di diventare un pericoloso precedente, che potrebbe essere usato da altre realtà di crisi aziendali. E’ un vero e proprio apripista per una deregulation nel mondo dei diritti dei lavoratori. Abbiamo imparato che, per uscire da questa crisi, bisogna tornare ai principi fondamentali dell’economia e del lavoro. Quindi basta speculazioni finanziarie, più risorse all’economia reale, basta precarietà, più valore alle professionalità e al merito, basta ad un governo che propone centrali nucleari e il ponte di Messina, ma servono proposte serie come le nuove filiere di green-economy per un lavoro che rappresenti un nuovo modello di sviluppo.
Quindi il rilancio del lavoro, in particolare quello dei giovani, è l’unica leva importante per far sì che l’investimento, anche quello di Pomigliano, porti ad una fabbrica che duri nel tempo. Ciò che fornirà certezza sarà, infatti, la capacità di produrre con qualità e questo si può ottenere solo se i lavoratori non saranno mortificati, ricattati e oppressi.
Ed è per questo che saremo il 25 giugno in piazza a Napoli al fianco dei lavoratori. Anche su questa vicenda il Governo, tramite il ministro della Disoccupazione e della Precarietà, Maurizio Sacconi, ha pensato bene di attaccare i lavoratori e la Fiom. E’ come se l’arbitro di una partita giocasse con una delle due squadre in campo. A questo punto non è più un arbitro ma un truffatore.
Un Governo serio avrebbe gentilmente fatto presente alla Fiat quanti soldi ha preso in questi anni dallo Stato, togliendoli in molti casi alle piccole imprese ed agli artigiani, e avrebbe convocato la trattativa cercando una soluzione per rendere compatibili la fabbrica che funziona con i diritti fondamentali di chi lavora.
Comunque la strada sarà la ripresa di un dialogo rispettoso tra azienda e lavoratori. Non c’è alternativa se vogliamo che a Napoli e nel Mezzogiorno il lavoro serio e dignitoso sia un argine alla criminalità organizzata.
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15 Giugno 2010
Le Regioni per commissariare il Governo

Dopo un anno, il Parlamento è ancora invischiato nel ddl intercettazioni.
Ma cosa c’entrano le intercettazioni con la crisi economica che sta cambiando il Paese? Nulla. Ci sono 170 aziende che chiuderanno a breve, tra cui molte multinazionali, con i loro oltre 200 mila lavoratori a rischio. Questo, sia chiaro, in aggiunta al milione di posti persi nello scorso anno.
Tra le multinazionali sotto la lente d’ingrandimento c’è lo stabilimento Fiat di Pomigliano che, attualmente, è sotto ricatto: si vogliono scardinare i diritti della Costituzione e stravolgere l’assetto dei contratti nazionali del lavoro, frutto di un percorso democratico durato decenni. (guarda i video sull'argomento 1 - 2)
Dopo il casus belli di Pomigliano, si procederà con le altre realtà. Mentre tutto questo avviene, il Tg1 ha aperto l'edizione di lunedì 14 giugno con Berlusconi che “risolve” il problema tra Tripoli e Berna (guarda il video). Una cialtronata ampliamente smentita dalla stampa estera e dai telegiornali svizzeri. La questione di Pomigliano, la ricerca sfrenata di uno stato d’impunità certa attraverso l’eliminazione delle intercettazioni, gli insulti all’inno nazionale del Presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, sono segnali visibili di come la nostra democrazia si stia trasformando in qualcos'altro. Un cambiamento che tutti percepiscono come inevitabile.
Nei Paesi europei la crisi porterà a un ripensamento dei modelli capitalistici e sociali. Tale ripensamento sarà a favore dei cittadini, sono pronto a scommetterci.
Di quello che succederà in Italia ho un’altra impressione: si vuole sfruttare la situazione per acuire i divari sociali, accentrare i poteri nelle mani della politica, e soggiogare l’informazione già moribonda.
Poche ore fa l’Antitrust, attraverso Catricalà, ha parlato di soddisfazione per la volontà del governo di aprire alle liberalizzazioni e si dice d’accordo sulla necessità di modificare gli articoli 41 e 118 della Costituzione per favorire una maggiore “libertà d'impresa”.
Anche in questo caso, sono pronto a scommettere che il governo stia preparando una mossa “sporca”.
Come si può parlare di “libertà d’impresa” con un Presidente del Consiglio che, da una parte, è proprietario delle principali emittenti private e, dall'altra, controlla indirettamente il sistema di informazione pubblico del Paese?
Come si può parlare di “libertà d’impresa” in un Paese dove un’azienda come la Telecom è responsabile dell’incolmabile digital-divide tra Italia ed Europa nella diffusione della banda larga?
Come si può parlare di “libertà d’impresa” in un Paese dove una decina di imprese di Confindustria e un paio di gruppi bancari controllano l’intero sistema economico e finanziario?
Come si può parlare di “libertà d’impresa” in un Paese dove gli appalti pubblici sono in mano alle cricche della politica i cui loschi affari, a breve, non potranno più essere scoperti attraverso l'utilizzo delle intercettazioni?
Come si può parlare di “libertà d’impresa” in un Paese dove l'Agcom e la Presidenza del Consiglio decidono il palinsesto delle televisioni pubbliche?
Il Paese vuole cambiare, ripeto. Il problema è che coloro che vogliono cambiarlo sono gli stessi che lo hanno messo in ginocchio.
Nella migliore delle ipotesi ho l’impressione che si voglia “cambiare tutto per lasciare tutto com’è”. In quella peggiore, invece, credo si voglia utilizzare la crisi per accelerare un progetto di rinascita piduista.
L’Italia dei Valori non si accetterà né la prima né la seconda ipotesi. In tal senso, la Conferenza delle regioni sembra essere in sintonia con l’Italia dei Valori. Infatti, ha approvato un documento all’unanimità che rigetta la manovra economica del governo al mittente. E’ dal territorio e nel territorio, dove la crisi economica viene vissuta in contraddizione con le menzogne e la propaganda del governo, che può innescarsi quel cambiamento per un rinnovo completo della classe politica attuale.
Italia dei Valori sarà con i cittadini e al fianco delle Regioni per aiutare questa rivoluzione dal basso.
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14 Giugno 2010
A tutta forza verso il default
Il bollettino sul debito pubblico diramato da Bankitalia è inquietante. In Italia il debito registrato nell’aprile del 2010 segna un nuovo record, toccando quota 1812,79 miliardi di euro. Circa 16 miliardi di euro in più rispetto al mese precedente, quando il debito ammontava a 1797,7 miliardi. Questo governo ci sta portando alla sua meta, di certo non quella desiderata dai cittadini: il default.
Nel 2009 il debito pubblico è cresciuto di 10 miliardi al mese ma, visto che la situazione economica del Paese peggiora, che le entrate fiscali sono in costante calo e che il governo non ha fatto nulla per ridurre gli sprechi, il debito pubblico sta facendo il suo corso e continua a crescere. E, infatti, ad aprile ha toccato quota 16 miliardi di euro. Immaginando una progressione lineare, l’Italia potrebbe chiudere l'anno con un debito pubblico pari a 1941 miliardi di euro. Il debito pro-capite, dal neonato al più anziano, alla vigilia del 2011, sforerà la soglia dei 30 mila euro. La situazione è insostenibile, anche agli occhi dell’Europa. La manovra “lacrime e sangue” per i cittadini, e non per i membri del governo, che Tremonti e Berlusconi hanno impacchettato nelle scorse settimane, appare ridicola alla luce dei dati diffusi oggi da Bankitalia. Una manovra che toglie gli ultimi spiccioli dalle tasche degli italiani (mentre continuano gli immensi sprechi della macchina burocratica) e che non eviterà il fallimento del Paese, almeno che non sia triplicata o quadruplicata. Non si possono togliere 24 miliardi di euro, nell’arco di due anni, fiaccando l’economia, la gestione del territorio e la capacità di spesa delle famiglie, salvo bruciarne 16 in un mese per tenere in piedi la macchina dello Stato con tutti i suoi sprechi. E’ come se una nave imbarcasse acqua da tutte le parti e si tentasse di tenerla a galla svuotandola con un bicchiere.
Questo è lo scenario nel quale si muove un governo di incoscienti. Un governo che continua a far crescere la spesa pubblica indebitando i cittadini, proteggendo gli evasori fiscali e proponendo leggi, come quella sulle intercettazioni (video), che favoriranno appunto evasori, criminali, imbavaglieranno la stampa e limiteranno gravemente l’azione investigativa della magistratura.
Non è un caso che Bankitalia parli di una diminuzione considerevole delle entrate fiscali.
Invito le Regioni a rispedire al mittente i tagli che lo Stato impone e che deprimono la ripresa dell’economica locale. Le invito a ribellarsi contro questo scaricabarile finché non sarà avviato un piano di recupero importante dell'evasione fiscale che, in Italia, ammonta a circa 156 miliardi di euro annui. E' impensabile oltre che offensivo nei confronti dei contribuenti, cercare di recuperare solo 6 miliardi di euro dagli evasori così come propone il governo. E’ impensabile bloccare il pensionamento a un lavoratore, dopo che questi, per una vita, ha versato i propri contributi, senza che la politica riduca (lei per prima) i suoi costi, intervenendo, ad esempio, sui rimborsi elettorali per i partiti, sul numero dei parlamentari e sui loro stipendi, ed eliminando le pensioni maturate dopo appena trenta mesi di legislatura.
L’Italia può uscire dalla crisi senza tagli eliminando gli sprechi che sono tanti e tali da non poterli più permettere ai politici. E’ la politica ad aver vissuto per decenni al di sopra delle proprie possibilità e non i cittadini, come sostiene, invece, il Presidente del Consiglio. Ma è vero che sono i cittadini che gliel’hanno permesso, così come è vero che ora i cittadini non devono più permetterlo. L’Italia dei Valori ha proposto una manovra di 65 miliardi (video) di euro senza dover mettere le mani nelle tasche dei pochi contribuenti onesti rimasti in Italia. Certo, non è una manovra che punta a recuperare solo il 3,8% dell’evasione fiscale.
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12 Giugno 2010
In piazza per voi e con voi
Oggi manifestiamo al fianco della Cgil e dei lavoratori del settore pubblico. Lo facciamo perché siamo convinti che la manovra economica partorita dal duo Tremonti-Berlusconi sia iniqua e dolorosa. E l'Italia dei Valori non può che schierarsi con i ceti più a rischio, quelli che vivono con difficoltà la quarta settimana del mese e che patiranno più degli altri le mosse di questo Governo.
La famigerata manovra da 24 miliardi in due anni (a partire dal prossimo, però, poiché le priorità di questo Governo sono le leggi salva premier) è fatta di tagli indiscriminati al settore pubblico e agli enti locali. Abbiamo già espresso il nostro dissenso, proponendo una contromanovra (in questo caso sì "senza mettere le mani in tasca agli italiani") che consentirebbe all'Italia un recupero di oltre 60 miliardi di euro in due anni. La manifestazione odierna rafforza la nostra convinzione.
La manovra del Governo non ci convince perché parte da un presupposto errato: quello dei tagli. L'Italia non ha bisogno di tagli ma di eliminare gli sprechi. Il taglio, anche nel senso più stretto del termine, è qualcosa di doloroso. Che fa male. Il nostro Paese può resistere alla crisi semplicemente azzerando gli sprechi.
Il centrodestra non ha questa intenzione. Il Governo non tocca gli evasori, cioè non pensa a recuperare quel che spetta alle casse dello Stato. Eppure in Italia l'evasione fiscale si aggira sui 156 miliardi di euro all'anno. E' evidente che gli evasori appartengano a una delle categorie protette dalla premiata ditta Berlusconi & Co., insieme ai criminali non più intercettabili. Lo scudo fiscale e i condoni edilizi ne sono la prova più lampante.
Le vittime predestinate di questa manovra sono le persone comuni. L'Italia che lavora. I dipendenti pubblici che guadagnano 1.000/1.300 euro al mese. Quelli che possono permettersi un'utilitaria a stento e una casa con trent'anni di mutuo. Quelli che il Presidente del Consiglio, in uno dei suoi sempre più frequenti deliri, ha definito "categoria agevolata, che di recente s'è vista raddoppiare gli stipendi".
Il taglio di 14 miliardi di euro agli enti locali avrà come effetto automatico il taglio dei servizi e l'aumento delle tasse regionali e comunali. Mantenere la già precaria qualità dei servizi sarà compito improbo. I cittadini vivranno in città peggiori, pagheranno più tasse e avranno gli stipendi bloccati.
Questo è riuscito a disegnare Berlusconi per il Paese, fra un legittimo impedimento e un ddl bavaglio. Questo è il motivo che ci spinge a manifestare e a lavorare per un'alternativa di Governo concreta. Un Governo che curi gli interessi degli italiani, non quelli della casta.
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1 Giugno 2010
Manovra economica: l'alternativa
Stamattina, nella sala Mappamondo della Camera, abbiamo presentato la "Contromanovra". Un'alternativa al decreto governativo firmato ieri dal Capo dello Stato. La proporremo in Parlamento, convinti che l'Italia possa recuperare molto più di 24 miliardi di euro in due anni. E senza mettere le mani in tasca agli italiani.
Le nostre proposte intendono non solo contribuire alla riduzione del debito ma soprattutto promuovere lo sviluppo e sostenere le fasce più deboli. Proponiamo una manovra biennale di più di 65 miliardi di euro di cui 33 miliardi dedicati alla riduzione del deficit e 32 miliardi allo sviluppo, in particolare attraverso la riduzione del carico fiscale a lavoratori e piccole e medie imprese.
Il rischio vero è che le manovre contemporanee dei paesi dell’eurogruppo per centinaia di miliardi di tagli e di aumenti di imposte abbino un forte impatto depressivo, inducendo una deflazione delle economie europee che renderebbe vano ogni intervento di riduzione ragionieristica dei deficit dei bilanci pubblici nazionali.
Proponiamo di intervenire con misure su scala continentale e sul piano nazionale.
I tagli devono essere, inoltre, accompagnati da riforme strutturali, dal fisco al welfare, per rilanciare la crescita, ridurre stabilmente il deficit dei conti pubblici ed ottenere il consenso delle popolazioni, consenso senza il quale ogni manovra rischierebbe di essere vanificata dalle resistenze di ampi settori di cittadini.
Emerge l’esigenza di una diversa politica economica che risponda alla crisi attuale rilanciando la domanda interna, la nostra capacità di competere sui nuovi mercati internazionali dei paesi emergenti con la qualità dei nostri prodotti, che accompagni il nostro sistema produttivo verso la green economy, o per meglio dire verso una riconversione ecologica del nostro modello di sviluppo e della nostra società.
Siamo per la modernizzazione ecologica dell'economia tramite la riconversione dell'insieme delle attività produttive e dei servizi, riconversione che può essere l’occasione per centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro qualificati nelle energie rinnovabili, nell'edilizia, nei trasporti, in agricoltura, nella manutenzione, nel rifornimento dei materiali, nella riparazione, nel riciclaggio, nel commercio locale, nella ricerca e nell'innovazione o nella protezione degli ecosistemi.
Proponiamo una manovra anticiclica pari a quasi quattro punti di Pil (circa 65 miliardi di euro) per il biennio 2011-2012 che riduca anche la pressione fiscale trasferendola almeno in parte dal lavoro, dalle famiglie e dalle imprese, alla rendita speculativa.
La manovra Tremonti non va in questa direzione ed è recessiva, anche se condividiamo alcune delle misure proposte.
L’attuale manovra è in buona parte dovuta al timore di attacchi speculativi da parte di quegli stessi mercati finanziari che sono responsabili dell’attuale crisi economica mondiale. Riteniamo urgente che le azioni dei mercati vengano regolamentate, che la speculazione finanziaria sia fortemente ridimensionata e che gli operatori finanziari paghino il loro contributo in quanto beneficiari di ingenti profitti.
Una politica restrittiva è l’esatto opposto di ciò che servirebbe all’Europa. D’altronde, le difficoltà della finanza pubblica sono l’effetto e non la causa della crisi. I tagli messi in cantiere in tutta Europa assicurano solo stagnazione e disoccupazione crescente; e, soprattutto, rendono sempre più esplosivi i divari territoriali. Di questo passo, è prevedibile che alcuni paesi saranno costretto ad uscire dall’euro. La stessa Italia è a rischio. L’Europa ha bisogno di una politica espansiva concertata, che tenga a freno la speculazione e generi una crescita equilibrata.
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31 Maggio 2010
Prossimo taglio? Le pensioni

Il capo dello Stato ha firmato il decreto legge del Governo sulla manovra economica e finanziaria. Il testo, che prevede una correzione dei conti pubblici, costerà agli italiani 24 miliardi di euro in due anni.
La strada individuata dal Governo non convince, anzi, deve preoccupare i cittadini.
Il Presidente del Consiglio ha ripetuto a più riprese che “le tasse non aumenteranno”. Il Ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, si è addirittura detto convinto che la manovra sarebbe piaciuta anche a Karl Marx.
Questo decreto legge, in realtà, aumenta le tasse, affossa a tempo indefinito il federalismo fiscale ed è un preludio al taglio delle pensioni che arriverà nel giro di pochi mesi. Le tasse aumenteranno, nonostante le rassicurazioni di Berlusconi.
Questo aumento avverrà ad opera degli enti locali.
Comuni e regioni verranno travolti da un drastico taglio dei finanziamenti pubblici, 14 miliardi in due anni, e saranno costretti a scegliere fra due alternative: peggiorare la già scarsa qualità dei servizi fino a non poterli più garantire o aumentare le tasse per poterli assicurare. Lieviteranno i costi per la sanità e i cittadini pagheranno ciò che prima il sistema sanitario nazionale offriva loro a costi ridotti o in via gratuita per le fasce sociali più disagiate. Cresceranno le imposte annuali sullo smaltimento dei rifiuti e sul servizio idrico. Lo stesso accadrà per i costi del trasporto pubblico. Pagheranno le famiglie, i lavoratori, la gente comune. E questo, senza considerare i costi del nucleare e degli investimenti senza futuro avviati dal Governo durante questa legislatura.
Cos’è questa manovra se non mettere le mani nelle tasche, anzi, al collo degli italiani?
Allo stesso tempo, la manovra non tocca gli evasori. Tremonti conta di recuperare (ma non lo farà) 6 miliardi dall'evasione fiscale. Sarebbero comunque briciole rispetto alla cifra complessiva che, nel nostro Paese, ammonta a oltre 370 miliardi di euro l'anno.
In questo quadro apocalittico la politica non taglia le proprie poltrone e non abolisce le Province, intervento che frutterebbe alle casse dello Stato 10,6 miliardi all'anno. Una cifra enorme in una manovra da 24 miliardi in due anni.
L'idea di eliminare le province più piccole si è nebulizzata, sotto la minaccia di una rappresaglia da parte della Lega che riesploderà appena Bossi si renderà conto che il federalismo è morto e sepolto sotto il peso di un budget improponibile.
Il nostro Paese, infatti, non potrà permettersi, per i prossimi dieci anni, i 100 miliardi di costo previsti per l’attuazione del federalismo che l’Italia dei Valori ha in parte condiviso.
Infine, è certo che la scure del Governo si abbatterà, prima o poi, sulle pensioni con un taglio importante. Il blocco degli stipendi e l'aumento dell'età pensionabile sono due soluzioni estreme che evidenziano il medesimo segnale: i soldi sono finiti e le entrate fiscali sono ai minimi per via della crisi.
Senza contribuenti e con una manovra che mira a diminuirne il numero, pensare di mantenere invariate le pensioni è pura utopia. Berlusconi sa anche questo, ma scopre una carta per volta, sperando che il suo castello di sabbia rimanga in piedi e che gli italiani continuino a vederlo come il salvatore della patria. E dell'Europa.
Un atto gravissimo
L’attacco delle forze israeliane nelle acque internazionali di fronte a Gaza ad un convoglio umanitario è un atto gravissimo che va condannato da tutta la comunità internazionale. Italia dei Valori ha chiesto al Governo italiano di venire a riferire nelle Aule parlamentari. Davanti a un drammatico evento di questo genere, le Nazioni Unite, l’Unione europea e i singoli Stati devono intervenire condannando fermamente questo deplorevole attacco che attenta alle norme più elementari del diritto internazionale. E’ un episodio gravissimo su cui occorre far luce, che rischia di cancellare irreversibilmente le pur minime speranze di un percorso di pace in Medio Oriente.
Urge chiarezza su quanto è avvenuto e occorre che la comunità internazionale intervenga immediatamente per chiedere al governo israeliano il rispetto delle norme umanitarie e delle risoluzioni internazionali. Siamo vicini ai pacifisti, agli operatori delle ong presenti su quelle navi ed esprimiamo cordoglio alle famiglie delle vittime.
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29 Maggio 2010
Crisi: il Premier cerca complici
Il presidente del Consiglio, questa mattina, ha insultato la Costituzione. Dopo la decisione dei giorni scorsi sulla crisi finanziaria, presa dal Consiglio dei Ministri, il Premier stamattina aveva espresso l'intenzione di non firmare il provvedimento se prima non lo avesse firmato il capo dello Stato. Solo qualche ora dopo, e probabilmente dietro consiglio, ci ha ripensato.
Berlusconi, in preda ai suoi deliri, forse non si rende più conto che è lui il Presidente del Consiglio ed è lui che deve assumersi determinate responsabilità.
Il Capo dello Stato è l'arbitro della situazione, mentre la gestione della cosa pubblica spetta al Premier e al suo Governo. Una differenza sostanziale dei ruoli che tra l'altro Berlusconi ha già dato prova di conoscere molto bene.
Probabilmente il Presidente del Consiglio cercava un complice, qualcuno che potesse metterlo a riparo da un futuro che comincia a temere.
A Napolitano toccherà dare un voto: dirà se reputa la manovra corretta o sbagliata. Ma le responsabilità del provvedimento saranno tutte del Governo che l'ha disegnato.
Mi auguro, sinceramente, che adesso Napolitano riprenda formalmente Berlusconi. Il premier aveva cercato, ancora una volta, di stravolgere totalmente la Costituzione. Voleva che il Capo dello Stato diventasse responsabile delle azioni del Governo.
Un Governo, quello targato Berlusconi, che ancora una volta "piange e fotte" alle spalle degli italiani. Questa manovra economica pesa esclusivamente sulle fasce più deboli e sulle zone più povere del Paese, che saranno costrette a stringere la cinghia e a trainare l'Italia fuori dalla crisi.
Una crisi che per il Premier è caduta dal cielo qualche giorno fa, dopo oltre un anno di bugie e ottimismo insensato.
Noi crediamo che questo Governo debba far pagare le tasse a coloro che con o senza lo scudo fiscale hanno rubato tanti soldi agli italiani, cominciando dallo stesso Presidente del Consiglio che ne ha fatte tante, come col conto All Iberian.
Ma d'altronde stiamo parlando di una classe dirigente che, mentre il sistema euro rischia il collasso, trova il tempo per una legge vergogna come quella sulle intercettazioni. Una legge alla quale ci opponiamo senza scampo e per la quale raccoglieremo le firme affinché venga abrogata.
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28 Maggio 2010
Lui dov'era?
E’ il caso di dirlo, dopo le dichiarazioni in conferenza stampa per la presentazione della manovra finanziaria possiamo parlare di “governo ladro” nel senso stretto del termine.
Berlusconi trova anche il tempo di sfottere gli italiani dicendo che a Mediaset era “bravissimo a tagliare i costi”. Ma se avesse pagato allo Stato, per le concessioni delle frequenze televisive, un equo 20% del fatturato di Publitalia, invece dell’1% di RTI, oggi sarebbe ancora su una cassetta di legno a vendere pubblicità a Milano 2, come raccontò Mike Bongiorno.
In tredici anni dal, 1996 al 2009, l’Italia ha avuto il Pil positivo ad eccezione dei quattro governi Berlusconi. Se ne torni, quindi, ad amministrare le sue aziende, che sarebbero fallite (come scrisse Montanelli) se non fosse entrato in politica
Il Fondo Monetario Internazionale e Barroso approvano con soddisfazione la manovra, è così che si veste di credibilità il governo, ora che non ne ha più.
L’Europa ormai vede l’Italia come un caso senza speranze ed è completamente disinteressata a come questa voglia rientrare dall’immenso debito pubblico accumulato. L'importante è che paghi.
Saranno gli italiani a “vedersela con Berlusconi”, avrà pensato Barroso. Nei suoi panni la penserei alla stessa maniera.
Ora, però, tocca a noi italiani vedercela con queste piattole sociali che ci stanno succhiando pure l’ultima stilla di sangue.
“Abbiamo vissuto per anni oltre le nostre possibilità” - detto da un uomo immerso nei processi fino al collo per corruzione ed evasione, detto dall’uomo più ricco d’Italia e divenuto tale navigando nel mare magnum del conflitto di interessi, detto dall’uomo che ha governato per quattro legislature - è un insulto all’intelligenza degli italiani.
Berlusconi ha mentito sulla crisi per anni. Le sue parole di mercoledì, raffrontate a quelle dei mesi passati, sembrano il frutto di una demenza senile.
Ha già dimenticato che per ben due anni, a reti unificate, ha colpevolizzato i cittadini di vittimismo e le opposizioni di disfattismo, occultando la crisi e impedendo così che l’Italia si preparasse all’onda d’urto che ora la sta travolgendo.
Lui parlava di lodo Alfano mentre le fabbriche chiudevano, e gli imprenditori onesti espatriavano.
Berlusconi e Tremonti, adesso, chiedono sacrifici con un piano privo di prospettive per il rilancio dell’economia e dell’occupazione. Tagliano le province (eccetto quelle padane) ma non le eliminano. Pensano ad una leggera riduzione degli stipendi, ma non dimezzano i parlamentari. Non toccano le pensioni ma non ti mandano in pensione, anche se loro la maturano dopo 2 anni. Riducono l’Irap per chi investe al meridione pur sapendo che i soldi non ci sono e che nessuno dall’estero verrà ad investire in Italia se non la criminalità organizzata.
Il piano del governo taglia e non rilancia, è una spirale che trascinerà il Paese verso il fallimento. Gli italiani, gli imprenditori, i lavoratori (quelli rimasti), i pensionati devono diffidare di questo trasformismo del Presidente del Consiglio, frutto della disperazione di chi, ormai braccato, vuol giocare l’ultima carta.
Il governo non può gestire la crisi poiché è parte fondamentale della crisi stessa, avendo creato un buco di 100 miliardi di debito pubblico nel solo 2009. Soldi spesi proprio da chi oggi colpevolizza gli italiani di aver vissuto oltre le proprie possibilità.
E’ come se il titolare di un’azienda accusasse i propri dipendenti di essere la causa di una gestione spregiudicata delle proprie risorse.
Il 12 giugno saremo a Roma per lo sciopero del pubblico impiego indetto dalla Cgil. Ci saremo per protestare contro questa manovra, in larga parte iniqua, ma anche per diffondere una proposta concreta e alternativa con un piano di austerity e di rilancio dell’economia.
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23 Maggio 2010
Siamo già alla macelleria sociale

Le dichiarazioni del Presidente del Consiglio sul fatto che non verranno toccate pensioni, sanità, Università e scuola, lasciano di stucco. Su tutta la linea, infatti, Berlusconi si è già contraddetto nei fatti ma sarà smentito ancor di più a breve, quando dovrà attuare una manovra ben più dura dei 26 miliardi annunciati in questi giorni. Per quanto riguarda le pensioni e la sanità mi auguro, invece, che nessuno creda alle parole del Presidente del Consiglio e del Governo, poiché sono dichiarazioni di chi "tira a campare".
Per l’istruzione, vorrei ricordare che l’intervento in stile “macelleria culturale” è già avvenuto attraverso tutti i tagli possibili, compresi quelli effettuati al comparto della ricerca.
Anche sulle pensioni sono già stati effettuati tagli nel modo peggiore. Infatti, chi ne aveva il diritto non ha potuto usufruirne: un diritto negato proprio quando il contribuente era in dirittura di arrivo.
L’Italia, dopo la Grecia che è fallita, è il Paese con il tasso di evasione più alto d’Europa. In Eurolandia la percentuale media di evasione rispetto al Pil è del 14%, noi siamo al 22%, otto punti percentuali sopra: una cifra imbarazzante.
Grazie allo scudo fiscale di Tremonti sono stati rimpatriati i capitali dei mafiosi e degli evasori, garantendo loro l’anonimato per proteggerli da controlli e lenti di ingrandimento non tanto di questo governo, filo-evasore, ma di quelli futuri.
Ora il governo sta pensando a una sanatoria sull’abusivismo edilizio, la terza di Berlusconi in 16 anni, salvo poi dichiarare pubblicamente il rilancio della lotta all’evasione.
Il gettito fiscale è crollato perché l’economia è prosciugata. Non c’è occupazione e l’evasione rappresenta ha ancora un’altissima incidenza, vuoi perché se non hai più soldi per mangiare la tentazione è quella di tenerteli, vuoi perché lo scudo fiscale ha dimostrato agli italiani onesti che se evadi paghi il 5% di tasse, se sei onesto ne paghi il 50%.
La spesa sanitaria deve essere toccata, altro che. Non per ridurla, ma per liberarla dagli snodi politico amministrativi che ne consentono la gestione dissennata, così come emerso per regioni come l’Abruzzo, la Campania, il Lazio, la Calabria.
In campo sanitario, in Italia c’è bisogno di mettere sotto controllo la spesa e le destinazioni illecite del fiume di denaro che ogni regione amministra per alimentare la rete clientelare e il malaffare.
Quello che il governo farà è tagliare la sanità a “modo suo”, facendo arrivare alle regioni gli stessi soldi ma magicamente i cittadini pagheranno il Welfare sempre di più.
Manderanno a casa migliaia di dipendenti pubblici.
Aumenteranno le tasse anche per le imprese che hanno resistito alla stretta delle banche.
Ma di abolizione delle province, di riduzione del 50% dei Parlamentari, di eliminazione dei doppi incarichi, di eliminazione del diritto alla pensione dopo due anni e mezzo per un politico e degli efficentamenti da intraprendere ora, e non dal 2011, non sentirete mai parlare. Almeno finchè la Merkel non deciderà di buttarci fuori dall’Unione Europea.
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21 Maggio 2010
Game Over
Il ministro dell’Economia Tremonti si è preoccupato all'improvviso. È sembrato quasi caduto dal pero quando ha affermato che la crisi "è peggiore del previsto". È stato perfino disposto a fare la figura dell’incompetente dichiarando la necessità di una manovra da 24 miliardi. Come se la notizia fosse inaspettata anche per lui che ha avuto i numeri sotto il naso in questi due anni.
Questa crisi si è sviluppata nell’indifferenza del governo. Se l’esecutivo non avesse passato il tempo a negare l’esistenza della crisi ora forse ne saremmo già fuori e non saremmo qui a subirne le conseguenze. A partire dal 2008 l’Italia ha visto aumentare di dieci punti il proprio debito pubblico.
Ora Tremonti parla a mezza bocca di una sospetta volontà della Germania di uscire dall’euro. Anche questa non è una sorpresa: è ovvio che uno Stato sano, anche se in difficoltà, punti a liberarsi di “paesi zavorra” che non vogliono uscire dalla crisi. Ancor più ovvio che non vogliano più condividere le risorse con chi le gestisce in modo sconsiderato e corrotto come l’Italia.
Ma dov’era il ministro dell’Economia quando Berlusconi negava la crisi in nome di un bieco e personalissimo tornaconto? Dov’era il suo “cartellino rosso” quando il debito pubblico sprofondava mese dopo mese? E quando la cricca costruiva cattedrali nel deserto per il G8 sardo e per il Salaria Sport Village? Era a scrivere lo scudo fiscale a quattro mani con la cricca al fine di “sbiancare” i capitali degli evasori e dei malviventi, garantendo loro perfino l’anonimato. Questo governo non è affidabile, non lo è mai stato.
La Germania non uscirà dall’euro, chiederà semmai agli Stati non virtuosi di andarsene e di tornare una volta sanati i propri conti. E il giorno dopo questa richiesta la quotazione dell’euro tornerà a volare riconquistando la fiducia dei mercati internazionali. Il litigio di Berlusconi con Tremonti durante il Consiglio dei Ministri è solo un teatrino per convincere gli italiani che tutto è arrivato troppo in fretta. Tanto in fretta da giustificare il fatto che verranno sfilati dalle tasche dei cittadini anche gli ultimi spiccioli, le pensioni e le tredicesime.
Non mi stupirei nemmeno se il Governo avanzasse la proposta di una dolorosissima tassa patrimoniale del 20%, dopo aver diminuito di un misero 5% lo stipendio dei ministri.
Ma chi è parte del problema non può essere chiamato a risolverlo: è una vecchia regola, signori del governo. L’unica strada è quella di nuove elezioni lampo cambiando la legge elettorale.
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18 Maggio 2010
Non c'è tempo da perdere
Un sondaggio curato da Ipr Marketing e pubblicato nelle scorse ore ci regala una piccola rivincita sull'oscuramento dei media: Italia dei Valori è l'unico partito in Italia a non aver perso consensi. Mentre la fiducia degli elettori negli altri partiti crolla, quella nei nostri confronti rimane stabile.
La fiducia nella classe politica attuale si sta sgretolando giorno dopo giorno, è questo, oggi, uno dei problemi più gravi al quale occorre trovare una soluzione.
Elezioni dopo elezioni i votanti diminuiscono. Questo non pare preoccupare più di tanto i partiti. Perché chi fa politica per potere non guarda i dati dell'affluenza alle urne, ma solo quelli che determinano un'elezione o una bocciatura, e il potere viene assegnato anche se a votare si reca solo una manciata di persone.
La Politica fa solo, o quasi, i suoi interessi.
L'Italia deve ripartire prima che sia troppo tardi con due obiettivi prioritari: i tagli alla spesa pubblica e il rilancio dell'economia.
La spesa pubblica, che questo Governo continua a gonfiare, va ridimensionata partendo dai costi della politica: eliminare le Province, ridurre il numero dei parlamentari, adeguare (e quindi ridimensionare) lo stipendio dei politici a quello della media europea.
Alcuni investimenti inutili (come il ponte sullo Stretto e le centrali nucleari) vanno riallocati. Le missioni "di guerra" (come quella in Afghanistan) che costano al nostro paese 28 milioni di euro al giorno, vanno sospese immediatamente.
Occorre rilanciare il sistema economico-produttivo, incentivando le piccole e medie imprese. Bisogna promuovere le energie rinnovabili, e non il nucleare (pericoloso e dispendioso) come ha deciso di fare questo Governo.
E' necessario puntare sulla riduzione della pressione fiscale, sui modelli di Svizzera e Lussemburgo, per attirare investitori internazionali, oggi scoraggiati dalla corruzione. Vanno inoltre seguiti passo passo i finanziamenti che eroga l'Unione Europea e che finiscono nelle tasche delle organizzazioni criminali e dei politici corrotti.
Occorre un piano immediato fatto di tagli e di rilancio. Non c'è tempo da perdere.
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11 Maggio 2010
Chi paga gli aiuti alla Grecia?
Clicca su play per vedere il video
Stamattina sono stato ospite del videoforum di Repubblica Tv. Si e' parlato di crisi economica, intercettazioni, disegno di legge anticorruzione, inchieste sul G8, rapporti con il Pd e futuro del governo. Di seguito pubblico alcuni stralci del mio intervento.
La crisi in Grecia
(1:14 - 5:13)
L'Italia dei Valori è una formazione politica europeista. Per questo il piano di salvataggio per la Grecia non può che farci piacere. Il punto, tuttavia, è un altro. Come ha affermato l'ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, forse al momento del suo ingresso in Europa, era necessario controllare i conti della Grecia, come oggi sarebbe opportuno controllare i conti dell'Italia. Detto ciò, L’Italia dei Valori vuole vedere le carte: quanti soldi ci mette l'Italia e soprattutto da dove li prende. Perché, se con la scusa di dover aiutare la Grecia, ci vanno di mezzo ancora una volta le tasche della gente onesta e non quelle degli evasori fiscali, non ci va bene. Se intendono trovare questi soldi tagliando gli ammortizzatori sociali, tassando i pensionati, le piccole e medie imprese e il cittadino onesto, diremo di no. Ricordo che Berlusconi tempo fa disse: "Eliminiamo le Province". Ecco, eliminiamo le Province e troviamo così i cinque miliardi per salvare la Grecia. Il Governo venga in Parlamento a riferire cosa vuole fare. Non vogliamo ritrovarci con un altro caso simile alla Libia, nazione alla quale Berlusconi ha dato cinque miliardi di euro che poi hanno pagato gli italiani. Per quanto riguarda le parole di Napolitano, ancora una volta Berlusconi cambia le carte in tavola. Il Presidente della Repubblica, infatti, ha detto che l'Italia fa bene a partecipare al risanamento delle casse greche. Ed è un concetto che condivido. Perché credo sia opportuno fare squadra. Il Presidente del Consiglio, però, anche in questo caso, ci ha messo il suo "cappello" dicendo: "Sono garantito dal capo dello Stato". E invece no, tu sei garantito dal rispetto dei conti e delle risorse che prendi per andare a fare questo lavoro. Perché, se utilizzi una soluzione che crea danno alle fasce più deboli, all'economia reale, alle imprese che rispettano le regole, allora non hai alcuna garanzia. A queste condizioni, anziché fare il ponte di Messina, aiutasse la Grecia con i soldi previsti per quest’opera. Poi, sui meriti che s'è attribuito rispetto al piano salva euro, lui è molto bravo a tirare per la giacchetta gli altri. Ma bisognerebbe fargli capire che questi soldi non li prende da casa sua. Il Presidente del Consiglio nasconde una realtà preoccupante. Tutti affermano che l’Italia può fare la fine della Grecia. Io, invece, ho paura che sia la Grecia a poter fare la fine dell'Italia. Perché il deficit italiano non è secondo a nessuno. Ed è un deficit strutturale che deve essere abbattuto con una serie di interventi ah hoc. La colpa di questa situazione, è giusto dirlo, non è solo del governo in carica, ma di tutti i governi che da cinquant’anni ad oggi hanno solo saputo aumentare la spesa pubblica.
Udc
(5:30 - 6:47)
L'Udc non fa parte dell'opposizione. L'Udc sta lì, e si ferma di qua o di là. Dipende dallo spazio che trova. E' difficile definire l'Udc come un partito di opposizione, è già "faticoso" classificare in questo modo il Pd. Adesso, l’Udc ha addirittura avanzato l'ipotesi di governare. Quasi come se avesse ottenuto il consenso dei cittadini. Dicono che in questo momento non si possa votare. E perché non si può votare? Il Paese deve avere un governo voluto dai cittadini e non da un gioco di poltrone teso solo a mantenere il potere...
Riforme economiche e sistema pensionistico
(7:13 - 11:05)
Ci si riempie la bocca con la parola riforme. Ma in Parlamento, all'ordine del giorno, non c'è alcuna riforma delle pensioni, delle province o del sistema fiscale. Ci sono soltanto: le intercettazioni telefoniche, il legittimo impedimento, la riduzione dei fondi per la giustizia. Per questo governo ecco cosa sono le riforme...
Lodo Alfano
(17:00 - 18:20)
Il Lodo Alfano non è ancora stato approvato perché c'è qualcuno nella maggioranza che ha ritrovato la sua dignità. Mi riferisco all'area dei finiani che ha avvertito l'immoralità di questa legge. Una legge che la maggioranza ha già fatto approvare in via definitiva ma che è incostituzionale. E adesso, dunque, modificano la Costituzione. Per questo, invito i cittadini a votare il referendum promosso dall’Italia dei Valori...
Le ultime accuse del Giornale e il caso Mastella
(19:00 - 22:38)
Vedete trovo del tutto normale che due persone, in un bar, dicano: "i politici sono tutti uguali". Lo sento dire tutti i giorni. Ed è colpa di questo sistema politico. La realtà dei fatti è una sola: io con quella cricca non ho mai avuto a che fare.
Anche con riferimento ai fatti che sono in discussione, sto informando la magistratura di quanto è a mia conoscenza, nelle mie qualità di ministro delle Infrastrutture prima e di parlamentare ora. Come dovrebbe fare ogni onesto cittadino. Caro Feltri, hai preso una cantonata pazzesca, soprattutto su “Il Giornale” di questa mattina. Infatti, mi accusi di aver sostenuto due cose diverse: di aver presentato un esposto e poi, nel corso della stessa giornata, di aver smentito. Non è così. La verità è una: ho presentato un esposto con riferimento ai fatti pubblicati su ‘Il Giornale’ che si può trovare anche nel fascicolo 630/2002 della Procura della Repubblica di Larino. Ma quest’esposto non riguarda assolutamente Clemente Mastella. Quindi non c’è proprio nulla da chiarire. Così facendo, semplicemente per creare un caso, si uniscono capra e cavoli. Nel caso specifico, poiché ho appreso che potevano esserci fatti illeciti, è stata mia premura segnalarli alla Procura. Ma tra i personaggi coinvolti non c’é Mastella”.
Ddl anticorruzione
(25:23 - 28:30)
"Il ddl anticorruzione è un pannicello caldo. E' un testo che noi cercheremo di raddrizzare prima al Senato e poi alla Camera. Altrimenti denunceremo il solito giochetto del governo. Infatti, loro dicono di volere combattere la corruzione: ma sono solo chiacchiere. C'e' un solo modo per fermare questo dilagante malaffare e questa commistione fra la politica e gli appalti. Io lo vado ripetendo dal '94. Per prima cosa, i condannati non possono essere candidati. In secondo luogo, i rinviati a giudizio non devono assumere incarichi di governo né a livello centrale né a livello locale. Infine, tutti gli imprenditori che, direttamente e indirettamente, si sono macchiati di reati nei confronti della pubblica amministrazione, non devono più partecipare alle gare d'appalto pubbliche. Queste tre regole, se applicate, permetterebbero di avere un Parlamento pulito, una miriade di amministrazioni locali migliori e una classe imprenditoriale più efficiente e più onesta.
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6 Maggio 2010
Soldi nostri, decisioni loro
Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, a Berlino, interviene sulla crisi greca. Preferisce parlarne Oltralpe invece di venire in Parlamento e riferire sui provvedimenti che l'Italia adottera' per arginare gli effetti della crisi greca. Effetti gia' visibili sui mercati internazionali che, due giorni fa, hanno bruciato oltre 144 miliardi di euro.
Tremonti e' lo specchio del suo padrone: uno nega la crisi italiana, l’altro le ricadute di quella greca.
In conferenza stampa, al convegno dell'Aspen Institute Italia, il ministro dell’Economia rilascia sull’argomento vaghe dichiarazioni. Le risposte inevase riguardano il coinvolgimento delle banche italiane nel progetto di salvataggio della Grecia messo a punto da UE e FMI e sulla possibilità che l’Italia possa o meno essere a rischio contagio.
Il massimo che il ministro dell’Economia è riuscito a dire, lasciando intendere una risposta affermativa a entrambe le domande, è stato: "Sono qui per parlare dell'Ocse non delle magnifiche sorti dell'umanità".
Il ministro del Debito Pubblico, come vorrei ribattezzare Tremonti, sa benissimo che l’Italia ha un debito pubblico che, nel solo 2009 a suon di oltre 10 miliardi al mese, è esploso da 1625 miliardi fino a sfiorare i 1800, performance di indebitamento che non vedevamo dai tempi di "Bottino Craxi".
Tremonti, visti i continui ritocchi al ribasso per le stime del nostro Pil, deve invertire la rotta al debito pubblico, così come fece il governo Prodi, smettendo di finanziare la crisi con titoli di Stato di cui gli italiani pagheranno un prezzo salatissimo.
Vorremmo che Tremonti venisse in Parlamento a spiegare come intende gestire questo enorme buco nero da cui, è giusto precisarlo, è iniziato il tracollo della Grecia (ricordo che la Grecia è in questa situazione per un debito pubblico pari a un sesto del nostro).
La Grecia riceverà 110 miliardi di euro di aiuti. Il primo ministro tedesco, Angela Merkel, per decidere un anticipo di 8,5 miliardi ha dovuto spiegare in più sedi, istituzionali e non, al popolo tedesco perché era opportuno contribuire.
Noi, con estrema nonchalance, ne abbiamo in quota per ora 5,5 miliardi.
Domani il Consiglio dei Ministri delibererà con decreto il versamento di 5,5 miliardi, nessuna condivisione delle modalità e dei tempi, né con il Parlamento, né con gli italiani.
Questo vuol dire che se l’Italia sarà come la Grecia (o peggio), le responsabilità saranno da addossare a chi, intorno ad un tavolo, ha deciso per tutti gli italiani ignorando loro e larga parte della loro rappresentanza all’opposizione.
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26 Aprile 2010
L'economia delle concessioni

Oggi a Villa Gernetto, a Lesmo, in una delle tante ville di Berlusconi, Maria Stella Gelmini, Paolo Bonaiuti, Guido Bertolaso, l'Amministratore delegato dell'Eni, Paolo Scaroni, l'Ad dell'Enel, Fulvio Conti, Marco Tronchetti Provera della Pirelli e una folta delegazione al seguito di Putin hanno parlato di come far fare soldi ad una manciata di aziende.
Quelle che vivono di concessioni statali e di cui non mi stupirei se qualche sodale di Berlusconi detenesse consistenti pacchetti azionari.
Sul tavolo del negoziato gasdotti, accordi tra Eni, Enel, Gazprom, sinergie nucleari e perfino la costruzione in Russia di centrali atomiche, a firma tricolore. Noi che di tecnologia nucleare ne sappiamo quanto delle abitudini degli orsi polari durante le aurore boreali parliamo di questo.
L’imprenditoria italiana non è quella rappresentata da questo comitato d’affari privati. Il tessuto economico portante del Paese non è fatto da poche decine di realtà che vivono intubate alle concessioni di Stato e che plaudono in Confindustria a chiunque garantisca loro la sopravvivenza di tali privilegi. L’ossatura del nostro sistema economico è fatta soprattutto da medie, piccole e piccolissime realtà imprenditoriali strette oggi nella morsa della crisi che in questo primo quarto del 2010 non accenna ad allentare la presa. Gli imprenditori chiedono alla politica coerenza e senso di responsabilità per affrontare problemi urgenti delle aziende.
Le istanze raccolte sul territorio dovrebbero suggerire alle istituzioni l’urgenza di spezzare il binomio di Stato-ladrone che questo governo ha contribuito a consolidare nell’immaginario collettivo soffiando pericolosamente sul fuoco dell’evasione fiscale.
L’Italia dei Valori nel 2008 ha iniziato un costruttivo dialogo con i lavoratori, i precari, i cassintegrati, ma ritiene indispensabile aprire un canale di ascolto e di proposta sul territorio anche nei confronti degli imprenditori per comprendere i problemi dell’occupazione e proporre soluzioni concrete che uniscano più che dividere lavoratori e imprenditori.
La disoccupazione è il manifestarsi di una malattia conclamata. Comprendere come aiutare gli imprenditori a produrre nel Paese, come supportarli in periodi di crisi significa prevenirne il manifestarsi e l’insorgere del cancro del sistema produttivo.
Le aziende oggi chiudono in Italia e riaprono in Cina e Romania, e se è vero che molte lo fanno inseguendo semplicemente la logica del maggior profitto altrettante sono costrette a delocalizzare perché in alternativa chiuderebbero i battenti e basta.
La partita politica dei prossimi tre anni si giocherà esclusivamente sul rilancio dell’economia reale, delle piccole e medie aziende e non sull’aumento esponenziale di profitti per pseudo-colossi statali e parastatali che erogano beni di prima necessità come energia, acqua, telecomunicazioni, infrastrutture. L’urgenza è il rilancio della struttura sana fondamento del Pil e non l’aumento dei profitti, già da capogiro, ottenuti con bollette, pedaggi e canoni in incessante aumento che deprimono la capacità di spesa degli italiani.
Gli imprenditori che hanno delocalizzato la produzione all’estero dovrebbero comprendere che la causa della loro fuga (nei casi in cui non sia avvenuta per meri vantaggi economici) è questo governo.
Il governo del centrodestra favorisce il clientelismo contro la libera concorrenza, offre vantaggi ai criminali che evadono le tasse (e dunque supporta minori costi d’impresa) porgendo loro lo scudo fiscale. Questo esecutivo investe capitali e risorse in opere inutili e in regate marittime, invece di incentivare la ricerca nelle aziende e la produzione locale, promuove senza sosta il presidenzialismo per garantire una nuova poltrona a Berlusconi. Mentre il Governo invece di ridurre la pressione fiscale che strangola l’imprenditoria onesta, pensa ad una riforma della giustizia per consentire l’impunità alla Casta
L’Italia del Pdl è un'Italia a zero imprenditoria, con pochi amici immensamente ricchi, una moltitudine di affaristi che vivono intorno a loro e una popolazione di indigenti. Insomma è il tipico modello dei Paesi con governi illiberali e sull’orlo della dittatura.
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18 Aprile 2010
Amici a gonfie vele, cittadini a picco

I tre ostaggi italiani sono stati finalmente liberati. Di questa triste storia rimane un boccone amaro da digerire: il fango gettato in questi giorni su Emergency e' vergognoso. La nostra indignazione nei confronti del governo afgano non arretra di un millimetro. Eravamo, siamo e saremo al fianco di chi spende la propria vita per rendere meno faticosa quella degli altri, come Emergency. E anche se questo capitolo buio si chiude positivamente per i problemi d'oltralpe in casa c'è poco da rilassarsi.
Sulla crisi e sulle riforme il governo ha messo il silenziatore. L'economia nazionale è in ginocchio. Se da un lato i salari sono fermi al palo e ci classificano fra i peggiori Paesi dell'Ocse (23esimi su 30, peggio anche della Grecia), dall'altro si registrano aumenti vertiginosi nelle spese quotidiane. La conseguenza è un risultato amaro: gli equilibri economici delle famiglie italiane precipitano ed anche arrivare alla terza settimana del mese è ormai un problema. Un problema che non riguarda il Governo in carica, troppo impegnato con le beghe interne al Pdl e alle leggi salva premier.
L'ultima stima elaborata dall'osservatorio prezzi e mercati di Unioncamere ha regalato un'altra analisi dolente: le tariffe pubbliche negli ultimi cinque anni sono aumentate del 15%. Il rincaro riguarda ogni settore: da quello postale a quello ferroviario (+26%), dalle autostrade ai trasporti marittimi (+38%). A pagarne le conseguenze, ancora una volta, sono le famiglie italiane.
Cosa dire delle Rca: il campo assicurativo, liberalizzato nel 1996, è quello che ha subito l'impennata più brusca se si pensa che il rincaro negli ultimi anni è stato del 131,3%, rispetto al +35,3 della zona euro. Per un giovane neo-patentato italiano, oggi, il problema non è soltanto acquistare l'automobile, ma gestirne le spese fra caro petrolio e assicurazioni galoppanti. Il tutto, in un Paese dove l'inflazione continua a salire (+1,4 su base annua, secondo l'Istat), il debito pubblico aumenta di 5 punti percentuali in un solo anno e le entrate fiscali diminuiscono a vista d'occhio.
Come se non bastasse anche la perdita di posti di lavoro non si arresta. Secondo i dati provvisori forniti dal bollettino della Banca d'Italia il tasso di disoccupazione ha raggiunto l'8,5% a febbraio, facendo registrare un +1,2 rispetto allo stesso mese del 2009. In Italia un giovane su tre non riesce a trovare lavoro. A peggiorare le prospettive di occupazione il fenomeno della delocalizzazione del made in Italy, le aziende preferiscono l'outsourcing, spostando la produzione verso Romania, Cina e India. E mentre l'Italia guarda all'estero, l'estero fugge dall'Italia e le multinazionali, come la Glaxo, chiudono bottega in Veneto e lasciano a spasso 500 lavoratori.
Serve uno scatto d'orgoglio, il Paese deve reagire ad un Governo incapace che limita perfino il compito dell'opposizione. Italia dei Valori vorrebbe collaborare alle riforme economiche ma è impegnata a bloccare la deriva antidemocratica portata avanti dal centro destra. Occuparsi del dramma economico dovrebbe essere una priorità, in un Paese sull'orlo della bancarotta, ed invece siamo impegnati su altri fronti per recuperare gli errori di questa maggioranza con manifestazioni, interrogazioni parlamentari, sit-in e referendum contro la privatizzazione dell'acqua, contro il nucleare e l'incostituzionalità del legittimo impedimento.
Purtroppo, signori del governo, la crisi economica in Italia esiste ancora, anche se le aziende del Premier e dei vostri amici vanno a gonfie vele.
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10 Aprile 2010
Ci e' o ci fa?

In questo sabato d’aprile post-elettorale gli italiani saranno stati colti da un dubbio insistente sul Premier e sul fatto che possa essere stato colto da delirio senile o di onnipotenza. In entrambi i casi c’e' poco da star tranquilli. Le sue parole, “sparate” nelle case degli italiani qualche ora fa da tutte le tv nazionali, mi preoccupano e devono preoccupare tutto il Paese. Tralascio le solite farneticanti dichiarazioni sulla giustizia, a quelle sull'economia toccano il fondo ed insultano l'intelligenza degli italiani, anche di quelli che lo hanno votato.
La crisi che si è abbattuta sull’economia, a partire dallo scorso anno, è ancora nel pieno della sua forza. Negli ultimi mesi abbiamo assistito, e stiamo assistendo, a un crollo verticale del numero di partite Iva aperte. I lavoratori italiani protestano dai tetti delle loro aziende in crisi, alcuni imprenditori si suicidano sotto il peso dei debiti. I precari campano di speranze spesso amare. L’Istat ha diramato dati allarmanti: “Crollano nettamente i redditi delle famiglie. Siamo tutti più poveri”. La crisi più violenta degli ultimi quaranta anni.
E mentre il presidente degli Stati Uniti d’America parla di timidissima ripresa, il nostro Presidente del Consiglio se ne esce con una dichiarazione fuori da ogni logica: «L’Italia non è in declino». Un’affermazione che solo lui poteva fare.
Già analizzando la frase per come è stata espressa, gli appassionati di Freud direbbero che l’errore è palese: "dire che l’Italia non è in declino significa l’esatto contrario". Perché altrimenti il Premier avrebbe semplicemente detto "l’Italia è in ripresa". Se non lo ha fatto è perché la realtà dice altro: dice che la nostra è una nazione in ginocchio, più vicina alla Grecia nonostante lui si sforzi di farla apparire come la Francia, e che ha bisogno di uomini capaci e di scelte coraggiose per riprendersi il proprio futuro. Questo Governo, però, non dispone di qualità simili.
Penso anche che il Premier, probabilmente, più che agli italiani abbia parlato alle sue aziende. Come Mediaset, che grazie anche allo spostamento degli investimenti pubblicitari di aziende statali (Eni e Poste ad esempio) o alla guerra di governo a Sky, non può avvertire alcuna crisi e si avvantaggia del conflitto di interessi del suo proprietario e Premier.
Del resto il Presidente del Consiglio è sceso in politica proprio con questo obiettivo: la salvaguardia del suo patrimonio. Ci sta riuscendo, infischiandosene dei cittadini. Questo stesso obiettivo lo confidò anche a Montanelli, comunicandogli la sua volontà di scendere in campo. Indro Montanelli gli chiuse la porta in faccia e lasciò i suoi giornali. Aveva previsto il futuro.
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6 Aprile 2010
6 aprile 2010: la dignità degli abruzzesi
Dopo un anno da quel tragico 6 aprile del 2009, L'Aquila trema ancora. Un anno fa persero la vita, rimanendo sotto le macerie, 308 persone. La situazione oggi, in quei luoghi, non e' assolutamente risolta. I politici che hanno governato quest’anno sono gli unici responsabili del fatto che la popolazione della città si senta ancora abbandonata, che alcune famiglie vivano ancora in albergo, oppure ospiti da parenti e amici o, peggio ancora, in ripari di fortuna.
Il governatore della Regione, dopo la manifestazione delle carriole, organizzata dagli abitanti della città per chiedere la rimozione delle macerie del centro e la ricostruzione delle loro abitazioni, ha promesso lo sgombero dai detriti entro 15 giorni. Mi chiedo perché abbia aspettato 365 di giorni per dare una risposta a chi lo aveva eletto in un giorno.
A L’Aquila, i familiari delle vittime ed i semplici cittadini, hanno visto sfilare i potenti della Terra, durante il G8, mentre loro mangiavano lenticchie nelle tendopoli. Alcuni fortunati hanno ricevuto abitazioni prefabbricate e provvisorie, ad altri è stata avanzata l’indecente offerta di una vacanza in crociera per consolarsi di un lutto in famiglia, o di aver perso tutti i ricordi di una vita in un sol colpo.
Dopo aver sopportato tutto questo, è arrivato anche il fardello inaccettabile delle conversazioni intercettate e delle risate degli sciacalli della ricostruzione, che abbiamo letto e ascoltato appena un mese fa.
Credo che gli aquilani meritino molto di più.
Hanno avuto sempre un grande coraggio e una grande dignità che riemergono a distanza di un anno con manifestazioni e sit-in davanti al Parlamento.
Non avrei mai immaginato che dopo il terremoto abruzzese si continuasse a parlare nelle stanze del governo di investimenti inutili e di cattedrali nel deserto, quando a migliaia di cittadini non è stato restituito un tetto sotto cui dormire, eppure il progetto del Ponte di Messina e molte altre inutilità sono ancora lì e non verranno accantonati. Ma i cittadini, messi di fronte alla realtà e quando sono nelle condizioni di essere informati, sanno scegliere e distinguere il bene dal male.
Lo dimostrano le elezioni di marzo nella provincia de L’Aquila. Se è vero, infatti, che il centrodestra ha vinto con uno scarto di +8% sul centrosinistra nelle aree non colpite dal terremoto, è altrettanto innegabile che a L’Aquila Berlusconi ha perso con oltre 14 punti di scarto rispetto al centrosinistra.
Questo risultato non è stato solo una valutazione sull’operato locale, ma è anche una bocciatura del governo nazionale e della gestione Bertolaso. E da questi numeri si evince anche che coloro che hanno visto e toccato con mano le conseguenze del terremoto, sono consapevoli di come il governo abbia affrontato la tragedia abruzzese. Coloro, invece, che il terremoto lo hanno visto e ascoltato dagli spot di Fede e Minzolini, giacciono ancora sotto l’ipnosi del 'Pifferaio magico’.
Un augurio a tutti i cittadini colpiti dalla sciagura di quel 6 aprile 2009, affinché possano tornare nelle loro case e loro antica città, e non in una new town, affinché venga restituita loro una normale quotidianità, affinché possano recuperare al più presto i propri ricordi rimasti sotto cumuli di macerie, dai quali hanno salvato la cosa più importante: la dignità.
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17 Marzo 2010
Tremonti: un pittore astrattista
Riporto il testo del mio intervento di oggi, alla Camera dei Deputati, per la dichiarazione di voto finale dell'Italia dei Valori sulle mozioni concernenti le "misure urgenti per contrastare la crisi economica in atto".
Testo dell'intervento
Signor Ministro dell'economia, immaginavo che lei svolgesse tante attività, ma non sapevo che fosse anche un pittore astrattista. Lei ha dipinto un'Italia che non c'è, se l'è inventata lei quest'Italia. Lei ha detto al collega Bersani che non sa se un'altra Italia è possibile, ma che non è preferibile: per chi non è preferibile? Per i suoi amici evasori fiscali a cui ha dato lo scudo fiscale?
Per la cricca delle imprese che si assicurano gli appalti con la scusa dei grandi eventi o con la scusa delle emergenze? O per tutti quelli che attraverso le intercettazioni telefoniche riusciamo a scoprire cosa stanno commettendo (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà)?
Signor Ministro dell'economia, mi riferisco a lei e al suo Presidente del Consiglio che non c'è mai e che fa sempre il latitante, sia nelle aule di giustizia che nel Parlamento (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà). Quello che invita sempre gli italiani ad essere ottimisti e che la colpa di ciò che accade è sempre nostra che denunciamo i mali e non del Governo che non fa nulla. Bene, vorrei fare un altro quadro della situazione che forse lei non sa, chiuso nel suo torrione insieme al suo Presidente del Consiglio. Forse lei non lo sa, ma raccontando di un'Italia bella e prosperosa, di un Governo che va a gonfie vele e degli italiani che sono tutti contenti di ciò che lei sta facendo, lei ha raccontato una balla spaziale. Provi a raccontarla ai milioni di lavoratori e alle migliaia di aziende stanno chiudendo e vedrà cosa le rispondono. Il 2009 è stato in assoluto uno dei peggiori anni dell'ultimo dopoguerra, in quanto il prodotto interno lordo dell'Italia è crollato del 5 per cento: solo nel 1945 abbiamo avuto una caduta della ricchezza di simili proporzioni, ma il 1945 era stato un anno di guerra e oggi è solo un anno di approfittatori. Mai in un anno di pace il nostro Paese ha conosciuto una crisi economica e sociale delle dimensioni di quella dello scorso anno. Lei dice che va tutto bene, ma lo scorso anno le ricordo e ricordo al suo Presidente del Consiglio che non c'è (quello che fa sempre il latitante) che la produzione industriale è precipitata del 17,4 per cento rispetto all'anno precedente (produzione industriale precipitata del 17 per cento); che le esportazioni italiane, contrariamente a quanto lei affermato, sono tracollate del 21 per cento rispetto al 2008 e che si è trattato del peggior risultato degli ultimi quarant'anni e al Governo ci siete voi. Forse lei non lo sa nella sua descrizione idilliaca che ha fatto, ma migliaia di piccole imprese sono state costrette a chiudere; migliaia di lavoratori autonomi e piccoli commercianti con le loro partite IVA si sono trovati improvvisamente senza clienti e, quindi, anch'essi costretti a chiudere (Commenti dei deputati del gruppo Lega Nord Padania). Forse lei non lo sa, ma il tasso di disoccupazione è cresciuto dal 6,8 all'8,6 per cento dall'anno scorso a quest'anno. Forse lei non lo sa, ma dalla metà del 2008 alla fine dello scorso anno 600 mila lavoratori si sono trovati senza lavoro e le piccole e medie imprese hanno ridotto in media del 30-40 per cento il loro fatturato. Lei dice che va tutto bene e che siamo felicissimi in questo Paese, ma in quale Paese vive: in quello di bengodi di casa sua o in quello di Arcore del suo amico Presidente (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori e di deputati del gruppo Partito Democratico)? Forse lei non lo sa, ma Confindustria stessa stima che i disoccupati, tenendo conto dei lavoratori in cassa integrazione, abbiano ormai raggiunto la quota del 10 per cento della popolazione attiva. Forse lei non lo sa, ma la cassa integrazione ha coinvolto quest'anno circa 1 milione e 200 mila lavoratori. Forse lei non lo sa, ma l'Italia rappresenta il fanalino di coda sugli stipendi (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà). A parità di acquisto il nostro Paese occupa il ventitreesimo posto sui trenta Paesi dell'OCSE con un salario medio netto annuo che ammonta a poco più di 14.700 euro (Commenti dei deputati del gruppo Lega Nord Padania).
Il lavoratore italiano percepisce un compenso salariale che è inferiore del 44 per cento rispetto al dipendente inglese; guadagna il 32 per cento in meno di quello irlandese; il 28 per cento in meno di un tedesco; il 19 per cento in meno di un greco; il 18 per cento in meno di un francese; il 14 per cento in meno di uno spagnolo. D'altronde lei lo dovrebbe sapere, in quanto ha guadagnato solamente 70 mila euro quest'anno, o 30 mila euro.
Che dire della situazione disastrata in cui si trova il nostro Mezzogiorno? Il Mezzogiorno è già chiuso in una grande gabbia, signor Ministro e signor Presidente che non c'è. Infatti, a parità di lavoro i salari sono ridotti del 25 per cento rispetto al nord, mentre il costo della vita è inferiore al 16 per cento. La disoccupazione è doppia in molte regioni rispetto al nord, ma il problema non riguarda solo il meridione: è tutto il Paese al collasso a cominciare dal profondo nord abbandonato a se stesso da quelli che dicono che vogliono pensare al nord e che, invece, sono diventati più centralisti di quelli che stanno a Roma, e mi riferisco alla Lega ovviamente (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).
Nel 2009 - forse lei non lo sa, signor Ministro, né lo sa il suo Presidente del Consiglio, che pensa soltanto ad usare il telefonino per gli affari suoi - 110 mila attività commerciali hanno chiuso per la principale ragione del calo drastico dei consumi delle famiglie, perché non c'è più lo stesso potere d'acquisto da parte delle famiglie. Forse lei non lo sa, ma nel 2010 altri 600 euro per ogni famiglia verranno erosi dall'aumento delle tariffe di luce, acqua, gas e trasporti. Insomma, siamo di fronte ad un dramma economico e sociale per centinaia di migliaia di famiglie, per cui la gestione della crisi deve diventare la priorità nazionale del Governo e del Parlamento. Voi, invece, signor Presidente del Consiglio, signor Ministro, tutto il Governo, ve la cantate, ve la suonate e ve la ridete da soli. Sprizzate ottimismo, ridete, fate i galambour, accusate noi che vi sproniamo ad assumervi le vostre responsabilità di essere dei piantagrane. Lei vorrebbe essere lasciato in pace, signor Presidente del Consiglio che non c'è. Lei signor Ministro e voi del Governo vorreste essere lasciati in pace, mentre come novelli Nerone nostrani ve la godete vedendo il nostro Paese bruciare. Ma noi non ve lo permetteremo, perché noi vi incalzeremo tutti i giorni e vi inchioderemo alle vostre responsabilità di satrapi e irresponsabili uomini di Governo. È da quindici anni che sentiamo il Presidente Berlusconi promettere un nuovo miracolo economico italiano. Ma non ci ha detto a favore di chi: degli speculatori, degli evasori fiscali, di se stesso, perché finora non abbiamo visto alcun miracolo italiano per le famiglie, per le imprese sane, per coloro che pagano le tasse, per coloro che rispettano le regole del gioco. Poi vi siete accorti in che dramma di povertà state portando il nostro Paese. Secondo la recente indagine della Banca d'Italia la quota di poveri nel nostro Paese è pari al 13 per cento. Siamo un Paese con una distribuzione del reddito ed una ricchezza disuguale, ineguale, perché voi state facendo un'attività e una politica economica che crea disuguaglianza sociale e creerà rivolta sociale. Poi si dice che è colpa di quelli che fomentano la rivolta. Siete voi che fomentate la rivolta sociale. Voi non lo sapete, ma fuori, nelle fabbriche e nel Paese, ci sono cittadini che soffrono, che non arrivano a fine mese, famiglie che non ce la fanno più (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà). È per questa ragione che voi siete gli autori di questa rivolta sociale che sta per arrivare, di questa disperazione sociale. Voi non vi rendete conto che il rischio povertà in Italia è molto elevato, soprattutto tra i giovani. Tra i minorenni nel 2006 il 19,3 per cento è in stato di povertà. Si tratta di un valore che non ha uguali tra i Paesi avanzati. Voi non potete pensare soltanto al sistema bancario e al sistema delle grandi imprese. Dovete pensare a un'economia diffusa, ad un'economia uguale per tutti, che porti benefici a tutti e non privilegi a pochi.
Insomma, voi, Ministro dell'economia e delle finanze e Presidente del Consiglio, non lo sapete, ma siamo di fronte ad un Paese che non cresce, che è sempre più caratterizzato da disparità e disuguaglianza sociale. I divari di reddito e di ricchezza stanno creando vaste aree di esclusione sociale. Ci sono decine di migliaia di giovani che non completano il ciclo di istruzione secondaria, che non sono in grado di affrontare le sfide dell'economia moderna. Un Paese così ineguale, che rinuncia a coinvolgere nello sviluppo fette importanti di popolazione è un Paese nel quale viene meno la nozione di cittadinanza. Lei sta trasformando i cittadini in sudditi in questo Paese. Voi e questo Governo, che assume sempre più i connotati di un regime. Anche questo bisogna dire: voi non volete far sapere nulla di ciò che state combinando. È per questo che, a partire dal Presidente del Consiglio, telefonate al direttore del TG1, Minzolini, e al commissario dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, per fare in modo che ci sia un'informazione accomodante e asservita al vostro potere (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori - Commenti dei deputati del gruppo Lega Nord Padania). Voi siete l'espressione del moderno regime, ma noi vi contrasteremo dentro e fuori dall'Aula, perché noi facciamo parte della resistenza (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori - Congratulazioni - Commenti dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania).
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2 Marzo 2010
Debito pubblico: Tremonti risponda

In questi giorni stiamo sentendo dichiarazioni a reti unificate sulla grave crisi economica della Grecia. Dichiarazioni che suonano all’incirca così: "L’Italia non farà la fine della Grecia", oppure "L’Italia sta meglio di Grecia, Spagna e Portogallo", o peggio "L’Italia non è la Grecia". Tutti parlano ma Tremonti è scomparso dalla scena, un po’ come avviene quando è in arrivo uno tsunami, prima del quale alcune specie animali, avvertendo il pericolo, abbandonano l’habitat.
Non mi conforta sapere che l’Italia sia l’ultima o la penultima in una lista di Paesi con prospettive disastrose per il proprio futuro, in odor di default insomma. Certo peggio di noi magari stanno la Turchia, o il Tagikistan ma un governo dovrebbe pensare, e gli italiani lo chiedono, a come portare il Paese in vetta a primati edificanti e non traguardarlo ad una sterile discussione di quanto vicino o lontano sia dal peggiore esempio in circolazione sulla piazza. E’ chiaro che se il Paese non vuol fare la fine della Grecia, gli italiani hanno bisogno di qualcuno che gli dica la verità e li inviti a rimboccarsi le maniche.
L’Italia dei Valori intende capire quale sia lo stato di salute del Belpaese e sta proponendo in tutte le sedi opportune delle proposte per poter affrontare la stretta economica che sta sgretolando l’economia reale e che sta cominciando ad erodere il risparmio ed il benessere accumulato in oltre cinquant’anni di prosperità. Ma quest’attività oggi è ostacolata dal governo che non vuole affrontare l’argomento nelle sedi preposte, intento a portare avanti i propri tornaconti nazionali ed ora anche locali. Ma per capire se la nostra cura, fatta di punti programmatici, è efficace o meno dobbiamo visitare il paziente.
Guardando i numeri la diagnosi non fa ben sperare, l’Italia ha un debito pubblico di un ordine di grandezza superiore a quello della Grecia (1.800 contro i 298 miliardi greci), un rapporto debito pubblico/PIL senza uguali (115%) e nuvole nere che si addensano all’orizzonte, come segnalato da un articolo del New York Times del 23 febbraio. L’articolo, a triplice firma, non ha riscosso successo negli editoriali di Minzolini, né negli esilaranti Tg di Fede, il governo ha reagito con un rumorosissimo silenzio anche se la notizia non è passata inosservata nel resto d’Europa e molti, infatti, hanno espresso preoccupazione.
Secondo l’inchiesta giornalistica del quotidiano statunitense, una parte del debito pubblico della Grecia è stato occultato tramite l’utilizzo di derivati, il che significherebbe che il suo ammontare è più alto di quanto noto all’Europa. Nell’articolo del New York Times viene citata anche l’Italia: essa è tra i Paesi che sarebbero stati aiutati dalle banche corse in aiuto di politici per imbastire questa “copertura”. L’Italia dei Valori ha depositato il 25 febbraio, in Senato, un’interrogazione scritta rivolta al ministro dell’Economia (leggi il documento), che ultimamente è desaparecidos (come il suo capo), e che non ha ancora dato risposta. Gli italiani informati, anche a nome di quelli volutamente tenuti nel brodo dell’ignoranza, vorrebbero una risposta dal loro dipendente Tremonti, anche dal profondo della macchia alla quale si è dato.
Mi sembra sia opportuno e doveroso da parte del governo smentire immediatamente, anche sul New York Times, questa indagine giornalistica, sempre che sia possibile farlo, esibendo le prove che rassicurino il sistema economico internazionale. Una cosa è certa: se l’Italia non vuol fare la fine della Grecia per uscire dalla crisi non dovrà affidarsi a questo governo né ai suoi signori del debito pubblico.
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11 Gennaio 2010
Magari fossi prevenuto
Ce la sto mettendo tutta, quando leggo le agenzie faccio lunghi respiri e mi rivolgo a quella parte di me che conosce questa maggioranza, che non cambierà mai natura, e penso: "magari sono prevenuto?".
Magari fossi prevenuto quando penso che Berlusconi non può permettersi una riforma tributaria "reale" visti i 10 miliardi di debito pubblico mensili del 2009.
Magari fossi prevenuto quando penso che di riforme tributarie, di aliquote semplificate, ridotte, leggere, semplici, eque, larghe, strette, alte e magre ne ha dichiarate in tutte le salse dal ’94 senza averle mai realizzate.
Magari fossi prevenuto quando penso che la riforma tributaria è il miele sul cucchiaino per l'olio di ricino del processo breve e del legittimo impedimento.
Magari fossi prevenuto quando associo lo squillar di trombe riformiste alle elezioni regionali, salvo poi sentire il tamburellare del boia a urne chiuse per annunciare nuovi tagli alle pensioni, gli innalzamenti di aliquote, nuovi bolli, bollini, imposticelle dettate da un rigore doveroso per il perdurare della crisi.
Magari fossi prevenuto, ma sono pronto a scommettere che mi troverò quanto prima in Parlamento a votare l’ennesima fiducia di una legge “ad personas ”, ossia utile al club degli impuniti di governo e poi, semmai, in mezzo ad una selva di “se e forse”, la riforma tributaria.
E purtroppo ho il presentimento (o la certezza) che sarà la cruda realtà a deludere chi una riforma tributaria reale se l’aspettava nel 2010.
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2 Gennaio 2010
Cominciamo male il 2010

Il 2009 lo avevo chiuso con l'augurio che l'Italia tornasse ad essere una Repubblica fondata sul lavoro. Neanche il tempo di augurare un buon 2010 a oltre un milione di disoccupati che arriva la nuova provocazione del governo, quella di cancellare proprio l'articolo 1 della Costituzione, quello che recita, per l'appunto, che l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Dal punto di vista politico il 2010 costringe già a disseppellire l'ascia di guerra contro il solito manipolo golpista che vuole stravolgere la Costituzione cavalcando le dichiarazioni del Capo dello Stato, forse incaute visti gli interlocutori. L'Italia ha bisogno di riforme che devono essere discusse in Parlamento e in nessun altro posto, con i tempi che queste richiedono per essere approvate, tempi sicuramente diversi dalle scadenze processuali di Silvio Berlusconi. Rimane il fatto che la giustizia non è certamente tra le priorità dell'agenda politica. Quello che manca alla giustizia, torno a ripetere, sono mezzi e strumenti per velocizzare i processi e per migliorarne l'efficienza e non il controllo e l'assoggettamento alla classe politica. Ritengo invece che siano prioritarie riforme per rilanciare l'economia e l'occupazione, e vorrei che queste siano affrontate non soltanto con il confronto politico ma anche sociale. Tradotto, per chi governa, significherebbe chiedere a Brunetta di riformare l'amministrazione pubblica insieme a coloro che definisce "fannulloni", o alla Gelmini di metter mano all'istruzione ascoltando gli addetti ai lavori e discutendo le riforme in tutti gli atenei. Ma come si può chiedere ad un branco di elefanti di attraversare un negozio di cristalli senza rompere nemmeno un bicchiere? Il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica ha messo "il vento in poppa alla barca dei pirati" che utilizzerà strumentalmente le dichiarazioni di chi rappresenta le istituzioni per distruggere e mortificare le stesse. La riprova l'abbiamo già perchè, al di là di insistenti richieste di dialogo con l'opposizione, questa maggioranza non ha fatto, né farà, un solo passo indietro dal proposito di ottenere, nel più breve tempo possibile, l'approvazione di leggi ad personam che assicurino l'impunità del Presidente del Consiglio.
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28 Dicembre 2009
La terza industria del Paese
Il gioco d’azzardo è illegale. E comunque anche quello considerato 'non d’azzardo', attraverso il quale lo Stato percepisce entrate fiscali da capogiro, è un’indecenza.
Con oltre 53 miliardi di euro di raccolta, questo business costituisce una percentuale vicina al 4% del Pil nazionale: rappresenta la terza industria del Paese.
Le entrate dello Stato derivanti dalla raccolta sono lievitate dai 3,5 miliardi di euro del 2003 ai 7,7 miliardi del 2008, con un tasso di crescita complessivo del 121,1%. A giocare di più sono individui tra i 25 ed i 44 anni e oltre i 65, questi ultimi pensionati. In Italia il gioco d'azzardo si sta diffondendo e sta avendo un impatto fortemente negativo su numerose fasce sociali: da quella degli studenti, che compromettono la riuscita dei propri studi, ai pensionati che finiscono in mezzo ad una strada, alle unioni familiari distrutte per il 'vizietto' di mamma e papà. Il profilo è quello del sognatore con un reddito modesto che tenta la fortuna ma scivola poi nella nullatenenza.
E' stato riconosciuto dal CNR e diversi studi che il gioco-scommesse è un’attività che crea dipendenza come le droghe, il fumo, l'alcol.
Non voglio con questo precludere la libertà di un cittadino di poter scommettere o meno. Sto dicendo che al cittadino non può essere venduto il gioco come miraggio di vincite milionarie (in realtà dalle probabilità infinitesimali) e come alternativa ad una vita basata sul lavoro e sulle proprie capacità.
Le norme in materia di gioco e scommesse vanno equiparate a quelle sul fumo in termini pubblicitari, ossia ne dovrebbe essere proibita la promozione.
I controlli sull’età di chi gioca devono essere stringenti per impedire a minorenni e persone senza un proprio reddito di accedervi.
Le licenze e gli apparecchi installati nei punti di accesso al gioco, che con una normativa più permissiva dal 2003 hanno proliferato a dismisura, devono essere ridotti e la diffusione legata alla demografia.
Lo Stato dovrebbe farsi promotore di campagne progresso contro il gioco-scommesse poiché può provocare danni alla salute e alla psiche dei cittadini favorendo, nella maggior parte dei casi, il dissesto economico individuale e familiare.
Qual è la differenza agli occhi dello Stato tra chi si gioca un appartamento a poker tra mura domestiche e chi spende la sua pensione euro su euro al SuperEnalotto? Il fatto che uno non ne versi una parte all’erario e l’altro si?
E’ solo nell’erario?
Ma perché non applicare allora lo schema “legalizziamo-incassiamo” anche per la prostituzione, riaprendo le case chiuse, oppure anche per le droghe?
Evidentemente dietro al gioco-scommessa ci sono dei valori sociali che ora mi sfuggono: ma quali?
I governi non possono anteporre gli interessi economici a quelli dei cittadini, così come hanno dimostrato con la progressiva legalizzazione delle scommesse adducendo come alibi la necessità di sottrarne semplicemente il controllo alla criminalità organizzata.
Non è il controllo economico il driver delle decisioni dello Stato ma la tutela della comunità e della sua salute.
Se da una parte si normano gli aspetti fiscali, dall’altra bisogna curarsi anche di eventuali effetti sociali.
L'Italia dei Valori, nei prossimi giorni, presenterà un disegno di legge per offrire una regolamentazione delle scommesse e della comunicazione ad essa associata a tutti i livelli per la tutela del cittadino.
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17 Dicembre 2009
Stato riciclatore, Stato ricettatore
Pubblico il video ed il testo del mio intervento di oggi alla Camera dei Deputati sul voto di fiducia alla Finanziaria:
"Signor Presidente, il gruppo dell'Italia dei Valori esprime la più ferma contrarietà alla legge finanziaria 2010. Lo facciamo sia per ragioni di merito, sia per ragioni di metodo. Per ragioni di merito a sua volta lo facciamo sia perché riteniamo che questa legge sia iniqua, sia perché la riteniamo criminogena. La riteniamo criminogena perché le fonti delle entrate previste per far quadrare i conti pubblici sono pressoché esclusivamente quelle previste con il famigerato scudo fiscale.
Vale a dire, con una tangente di Stato, perché di tangente si tratta, al 4 per cento, come si usava una volta, nella prima Repubblica. Tangente che questo Governo percepisce dagli evasori fiscali, ma non solo dagli evasori fiscali: anche dai corrotti, dai corruttori, dai mercanti di droga, dai rapinatori, dai truffatori, perché il colore del denaro è sempre quello, perché il denaro non ha odore, perché anche quando torna dall'estero, sempre di denaro di provenienza illecita si tratta, perché quella lecita poteva già tornare tranquillamente. È denaro di provenienza illecita, di qualsiasi provenienza illecita, anche di quella dell'evasione fiscale. Denaro, insomma, nascosto come bottino all'estero e nei paradisi fiscali, un po' come ha fatto anche il Presidente del Consiglio che, quanto ad evasione fiscale, ad occultamento di fondi illeciti all'estero, non è stato e non è secondo a nessuno.
In un Paese normale, in uno Stato di diritto, i proventi dei reati dovrebbero essere perseguiti e confiscati e non rimessi nelle mani dei delinquenti che non li immettono in circuito in un'operazione legale, se li terranno sempre nei loro forzieri; pagando la tangente, hanno fatto un riciclaggio di Stato. Anzi, di più, hanno ricattato lo Stato, che ora deve sottostare a tale immorale compromesso per fare cassa in modo spicciolo e senza rispetto per quelli che, invece, le tasse le hanno pagate sempre e comunque. Insomma, lo Stato riciclatore, lo Stato ricettatore: questo è lo Stato del Governo Berlusconi.
Mi riferisco, invece, a tutte quelle persone che, come i lavoratori e i pensionati che le tasse le pagano, adesso si vedono trattati, appunto, in modo iniquo, ma mi riferisco anche ai tanti professionisti, ai commercianti, agli imprenditori perbene che ora, proprio per colpa di questo binario, di questo doppio binario instaurato dal Governo Berlusconi, si trovano a combattere ad armi impari perché ci sono concorrenti che non rispettano le regole del gioco, non rispettano le regole del mercato e quindi vincono sempre.
Insomma, questa legge finanziaria è criminogena perché mette voglia di violare la legge perché così si fa prima e si fa meglio. Oltre che criminogena, questa legge finanziaria è anche iniqua, perché prevede un uso ingiusto ed improprio delle risorse rispetto ai bisogni dei cittadini e delle priorità del Paese: una volta fatto il riciclaggio di Stato, queste risorse vengono buttate via, ad esempio, per finanziare il Ponte sullo Stretto di Messina, come è accaduto anche questa mattina, in Consiglio dei ministri, dove si sono stati stanziati altri 330 milioni di euro aggiuntivi rispetto a quelli già previsti dalla finanziaria. E poi la gran cassa mediatica di questo Governo dice che per il Ponte sullo Stretto di Messina non si mettono soldi: allora, cosa sono questi, bruscolini?
Altri miliardi li avete buttati via con l'insensata modalità di vendita all'Alitalia, con le autostrade da fare in Libia a Gheddafi, e così via. Insomma, un sacco di soldi usati in modo iniquo nel mentre le piazze, le fabbriche, le scuole, le chiese, i campanili, i tetti sono pieni di gente disoccupata che protesta perché non arriva a fine mese e non vede alcun spiraglio per il proprio futuro. Addirittura c'è una miriade di piccoli imprenditori che nel nord-est, come riferiscono i mass media e i giornali di oggi, si stanno suicidando, a trenta-quaranta la volta. Di più, stanno scioperando anche coloro che dovrebbero essere addetti ai controlli e alla sicurezza del nostro Paese. Mi riferisco, ad esempio, alle tante manifestazioni di protesta degli agenti di polizia, dei dipendenti del Ministero dell'interno, del Ministero della difesa, del Ministero dell'economia e delle finanze, dei vigili del fuoco, della Polizia penitenziaria, ieri anche dei dipendenti del Ministero della giustizia, che hanno manifestato qui fuori. E poi vi domandate perché c'è disagio sociale!
Mi riferisco, ma solo per ricordarli in via esemplificativa in questa sede e per dare loro un attestato di solidarietà, ai dipendenti di Agile-ex Eutelia, ai dipendenti del gruppo Omega, ai lavoratori che stanno finendo la cassa integrazione, ai posti di lavoro in pericolo reale come quelli della FIAT di Termini Imerese, della FIAT di Pomigliano D'arco, ai lavoratori della Dalmine, sia quelli di Livorno che di Bergamo, ai cantieri navali di Castellammare di Stabia e non solo, anche a quelli di Palermo. Mi riferisco al settore chimico di Porto Marghera e di Porto Torres, alla Mac-Iveco di Brescia, ai dipendenti della Merloni di Fabriano, a quelli della Manuli di Ascoli, a quelli dell'Alcoa, ossia circa duemila dipendenti in Sardegna, ai lavoratori della Selfin di Caserta, ai lavoratori della Lasme di Melfi, a quelli della Ferretti di Forlì.
Inoltre, mi riferisco ai ricercatori dell'Ispra che non sono personale qualsiasi, ma altamente qualificato che non hanno più alcuno spazio e alcuna possibilità; ai lavoratori della Lares di Paderno Dugnano; a quelli della Nokia Siemens di Cinisello; ai lavoratori della Val di Sangro dell'Abruzzo; ai cassaintegrati dell'Ilva di Taranto. Potrei continuare all'infinito. Anche in questo momento, mentre sto parlando e il Governo non ascolta, anche in questo momento, ci sono fuori da Montecitorio addirittura i giudici di pace che stanno manifestando, proprio perché non hanno alcuna risposta alle loro esigenze.
Insomma, la morale della favola è che voi dite che c'è disagio sociale e protesta del Paese. Certo che c'è protesta del Paese, certo che c'è disagio sociale, certo che c'è il rischio di una rivolta! Ma accusate noi dell'opposizione che denunciamo tutto questo? Di chi è la colpa se tutto questo sta avvenendo? Nostra che la denunciamo o voi che commettete questa assoluta ingiustizia ed iniquità?. Guardatevi allo specchio, voi del Governo e della maggioranza, guardatevi allo specchio! Perché siete voi che, con il vostro menefreghismo verso i bisogni dei più deboli e dei più bisognosi, voi, che state portando avanti leggi e provvedimenti che interessano solo la casta, ma che dico, solo qualcuno di voi, ma che dico, solo uno di voi, il vostro Presidente del Consiglio, create allarme e protesta civile! Allora, di chi è la colpa di tutto quello che sta avvenendo? Di chi è la colpa di questo disagio? Ecco le ragioni di merito per cui noi protestiamo contro questo disegno di legge finanziaria, perché è iniquo e criminogeno.
Protestiamo anche per ragioni di metodo, perché questo disegno di legge finanziaria non è una legge, ma un'ennesima imposizione che questo Governo sta imponendo a questo Parlamento. Non solo alla minoranza, perché noi non stiamo facendo ostruzionismo e, se lo facessimo, già impedirlo sarebbe una mancanza di democrazia. È un'imposizione contro la vostra stessa maggioranza, perché egli emendamenti proposti erano quelli della vostra maggioranza. Siccome non trovate un accordo, mettete il voto di fiducia perché così ricattate i vostri stessi parlamentari che devono accettare di votare questo provvedimento, altrimenti si torna alle urne e chi fa le liste non terrà più conto di quelli che non si sono adeguati .
Questo metodo impositivo, prevaricatorio, provocatorio, fascista e piduista è il metodo di sempre e che adottate. Anche in questa occasione, cosa sapete fare? Sapete negare ogni ruolo al Parlamento, tant'è vero che in questi anni tutto è stato deciso con decreti-legge, ma che dico, con voti di fiducia. Voi del Governo rifiutate la validità delle decisioni della Corte costituzionale, ogni volta che questa si permette di cancellare qualche provvedimento incostituzionale.Per voi la Corte costituzionale va abolita semplicemente perché si permette di dire che state violando la Costituzione. Voi contestate le funzioni di garante degli ultimi Capi dello Stato, tutti e tre: da Scalfaro, a Ciampi e a Napolitano. Voi delegittimate la magistratura ogni giorno, anzi delegittimate ogni organo di controllo. Accusate di eversione coloro che chiedono spiegazioni all'operato del vostro Presidente del Consiglio. Voi denigrate gli avversari politici con dossieraggi e spioni al soldo del Presidente del Consiglio per costringerli con il ricatto alla resa. Voi imbavagliate quegli organi di informazione che non vogliono ridursi solo a fare da grancassa delle sue folli decisioni. Voi criminalizzate come terroristi coloro che, come Marco Travaglio, cercano di aprire gli occhi all'opinione pubblica e ai cittadini prima che sia troppo tardi! Voi state mettendo a rischio della vita queste persone, perché state mettendo in condizione di armare la mano assassina! Voi siete i mandanti morali della libera espressione. Voi e solo voi...
Qualcuno fa come Ponzio Pilato, il quale per natura e per professione sostiene che tutto questo non sarebbe espressione di un modello fascista, ma solo del diritto della maggioranza di governare. Ma va là, ma va là, ma va là, come direbbe qualcuno. Signori del Governo e della maggioranza, voi avete diritto sì di governare, ma in uno Stato di diritto e democratico il voto popolare non può distruggere l'imperio della legge: anche chi viene votato dal popolo deve rispettare la legge e voi non la rispettate."
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9 Dicembre 2009
La finanziaria della disparita' sociale

Questa e' la finanziaria della vergogna e della canna del gas. Il governo non ha piu' un centesimo e decide di rubare nel piatto delle pensioni.
Il Tfr fu scippato dal governo Prodi alle imprese che lo utilizzavano come bacino di investimento per lo sviluppo, ora Berlusconi lo scippa all’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale.
Si fregano i soldi del Tfr dei lavoratori per sistemare gli speculatori e gli intrallazzatori a cui va lo scudo fiscale.
Il debito pubblico ha raggiunto quota 1.800 mld di euro, crescendo a colpi di 10 miliardi di euro al mese: un triste primato di questo governo.
Le entrate sono crollate sotto i colpi della crisi, mai riconosciuta e assistita.
Sul fronte delle uscite non è stato fatto alcun taglio consistente alle inefficienze della macchina pubblica i partiti non hanno rinunciato ad alcun privilegio. Le province e le loro macchine amministrative ridondanti sono ancora lì, la norma per sopprimerle, presentata da Italia dei Valori, è stata affossata dal governo e dal Pd.
Il 2009 ha prodotto nel mondo del lavoro miseria e disuguaglianza sociale: oltre 100 mila precari della scuola sono stati mandati a casa, insieme a un milione di senza lavoro e a un numero imprecisato di aziende che hanno chiuso i battenti. Per loro nessuna menzione nella finanziaria della disparità sociale.
Sono stati perfino cancellati 30 mln di euro per la ricostruzione delle case distrutte a Viareggio a seguito della catastrofe ferroviaria del 29 giugno che provocò oltre 20 morti.
In compenso spuntano le norme finalizzate a condonare gli abusivismi edilizi attraverso il sequestro dei locali da parte dell’amministrazione pubblica e la loro locazione agli abusivi stessi in una sorta di subaffitto di Stato. Idem con i beni confiscati alla mafia, che potranno essere ricomprati avvalendosi di banali prestanome.
Con questa finanziaria lo Stato arraffa nelle tasche dei pensionati, tira un calcio nel posteriore a chi è o sta per cadere in disgrazia e si butta nella competizione con la camorra, la mafia e la n’drangheta varando una serie di norme che puntano a inserirlo stabilmente nella catena del valore delle mafie.
Insomma, il governo chiude gli occhi di fronte al business della malavita senza accorgersi che il Paese sta scivolando verso il default.
Una situazione, quella della bancarotta, che giungerebbe come un fulmine a ciel sereno nelle case degli italiani distratti con l’informazione di regime con il processo per l’omicidio di Meredith Kercher e le prodezze del Presidente del Consiglio. Ma i numeri non sono opinabili, come le dichiarazioni di un pentito, e puntano dritto verso le nere previsioni fatte dalla società finanziaria JP Morgan in un articolo del 6 marzo scorso, dove l’Italia compariva come il Paese più esposto al rischio fallimento, subito dopo la Grecia e l’Irlanda.
Cosa aspetta il governo ad invertire la rotta? Invece di pensare al nucleare, al ponte di Messina e a tutti quegli investimenti a interesse ristretto, se non privatistico, comincino a occuparsi dei cittadini!
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24 Novembre 2009
Agricoltura in estinzione
Senza immediati e concreti interventi, che devono essere inseriti nella finanziaria attualmente in discussione alla Camera, il prossimo anno più di 100 mila imprese agricole saranno costrette a cessare l’attivita'.
Gia' quest’anno piu' di 30 mila aziende hanno chiuso i battenti. Sarebbe un tracollo senza precedenti con un danno economico: oltre 10 miliardi di euro” sono le parole miste a rabbia e disperazione presidente della Cia-Confederazione italiana agricoltori, Giuseppe Politi.
Oggi una delegazione Cia ha manifestato a Montecitorio, io c'ero.
Testo del video intervento
L'Italia dei Valori è dalla parte dei lavoratori, dalla parte di chi non ha più il lavoro e dalla parte di chi non riesce a trovarlo. Siamo dalla parte dei soggetti più deboli: si tratta di giustizia sociale. Dicono che io mi occupo solo di giustizia e che sono giustizialista. No, io mi occupo della giustizia sociale. Dietro di me ci sono gli agricoltori, che lavorano ‘a perdere’ senza contare il tempo che impiegano per il loro lavoro, agricoltori ai quali questa finanziaria non dà un euro di sostegno e di incentivi. Una finanziaria che pensa al ponte sullo stretto di Messina e ai soldi per fare autostrade in Libia, una finanziaria che non pensa a dare la possibilità agli agricoltori di arrivare almeno in pareggio.
I soldi che spendono i consumatori per riempire la tavola di prodotti, sono inversamente proporzionali ai soldi che spendono gli agricoltori per produrre. Per ogni prodotto che trovate a due euro sul vostro tavolo, all'agricoltore vengono dati 15 centesimi, a volte anche 12 centesimi. Per fare un esempio, un quintale d'uva costa venti euro dall'agricoltore, mentre voi lo pagate 2 o 3 euro al chilo sul balcone. Cosa voglio dire con questo? Quando pagate 2 euro pagate una somma esagerata rispetto alla somma che gli agricoltori percepiscono per produrre.
Noi dell'Italia dei Valori diamo la nostra solidarietà a questa manifestazione e in Parlamento stiamo facendo il possibile per modificare questa legge finanziaria, affinché dia maggior spazio agli agricoltori e all'agricoltura nel suo complesso.
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15 Ottobre 2009
L'indebitamento selvaggio
Il Capo dello Stato, il 12 ottobre, ha lanciato l'allarme sul debito pubblico fuori controllo. Lo stesso allarme è stato ribadito ieri da Bankitalia che lo ha definito “da record” con una dimensione di 1.757 mld di euro: 100 mld in più rispetto allo stesso periodo del 2008. Il mare del debito pubblico è in secca, si sta asciugando anche il principale affluente: il gettito fiscale nei primi mesi del 2009 è crollato del 2,5% rispetto allo stesso periodo del 2008 e continuerà a crollare per due motivi.
Il primo: le imprese chiudono e riducono i fatturati, le strade si riempiono di disoccupati e quindi il gettito diminuisce.
Il secondo: lo scudo fiscale, quello italiano, è stato il più colossale incentivo all’evasione e produrrà effetti devastanti sui contribuenti. Chi pagava le tasse e non pensava all’evasione, dal 2 ottobre sta studiando a tavolino, con il proprio commercialista, come adeguarsi ai tempi. Rimarrebbero solo i dipendenti pubblici e privati a pagare fino all’ultimo cent.
Ma se si interrompe il gettito, anche chi amministra il valore esaurirà l’ossigeno e la macchina dello Stato si fermerà.
Non è complessa l’economia di un Paese, anche se ve lo vogliono far credere.
Se colleghiamo questi segnali all'appello di Draghi sull’età pensionabile e al giudizio degli industriali e dei rappresentanti dei lavoratori, che etichettano come “insufficienti” per la ripresa dell'economia i provvedimenti adottati dal Governo, possiamo arrivare ad un’unica conclusione: i soldi stanno finendo e per tenere a galla il Governo si stanno indebitando selvaggiamente i cittadini. Perché siamo arrivati a questa situazione? Perché i politici stanno discutendo dei problemi personali di Silvio Berlusconi, “buono” ad evadere e “giusto” con i furbi.
Gli effetti di questa negligenza saranno devastanti lasciando in mezzo ad una strada molti ignari cittadini, anche quelli che ora stanno sognando ‘l’Italia dei berluscones’.
Nel Paese, tre milioni di persone sono sotto la soglia di povertà ma questo è un dato parziale: quanti sono i cittadini sul filo del rasoio a fine mese ? E quanti, se dovesse accadere un minimo imprevisto nella loro vita, scivolerebbero sotto un ponte o si vedrebbero costretti a recarsi presso la mensa della Caritas?
5,6,7,10 milioni? Qui parliamo un il 10-15% della popolazione a serio rischio di sostentamento, un numero da far impallidire Obama, come direbbe Berlusconi. Un rischio che il governo ha affrontato con la Social Card e con i manganelli davanti i cancelli delle fabbriche in chiusura.
Il ministro dell'Economia conosce questi numeri e sa che sono anche prudenziali, ma getta "bicchieri d’acqua su una foresta in fiamme" invece di "chiamare i pompieri" e sarà complice di questo silenzio se la situazione precipiterà nei prossimi mesi.
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12 Ottobre 2009
Abolizione province: chi ha tradito e tradira'

Il numero complessivo degli amministratori e degli eletti dell’ente territoriale Provincia conta oltre 4.000 addetti con 2900 consiglieri, circa 50 tra Presidenti e vicepresidenti, circa 100 presidenti della Giunta, oltre 900 assessori. Il costo annuale dei soli compensi di questo “esercito” di eletti è superiore a 50mln di euro mentre le sole spese correnti delle oltre cento province italiane si aggirano attorno ai 10mld di euro all’anno.
I leader di partito, del centrodestrasinistra (come li definisco), in campagna elettorale e nelle successive trasmissioni televisive, hanno dichiarato di voler abolire le province.
Loro sanno che gli italiani le vedono come una sovrastruttura clientelare e di intralcio alla già capillare amministrazione comunale, un’enorme stratificazione di burocrazia che serve a mantenere se stessa ma non aiuta la celerità delle pratiche.
L’Italia dei Valori porta in Aula, oggi, un disegno di legge per l’abolizione delle province, presentato nonostante il parere contrario della I Commissione Affari Costituzionali, a cui era affidata la discussione e di cui sotto riporto la composizione.
L’Italia dei Valori si è espressa per l’abolizione delle province, trovandosi contro Pdl e Lega, e persino il Pd con 16 nomi della vergogna che si sono nascosti dietro “il distinguo dei tempi e dei metodi” della proposta. Pd e Pdl sono, ormai, la diversa espressione del medesimo atteggiamento politico che rincorre il potere, locale e centrale, fatto da inciuci e di poltrone da occupare. Le province, secondo loro, sono parte di questo potere e di questo clientelismo e vanno difese a costo di mentire agli elettori.
Una chicca per i lettori: in Commissione, tra le fila del Pdl, si legge, ironia della sorte, il nome dell’onorevole Calabria Annagrazia che sostituisce proprio lui, il clown Silvio, quello che a Porta a Porta chiosa: “via le province”, ma in commissione ne affossa la legge.
Dov’è la stampa, dove sono i Tg? I cittadini non sanno nulla di questo colossale inganno bipartisan alle loro spalle. Dov’è l’informazione libera del 3 ottobre per smascherare questi bugiardi che infangano la politica?
Dove siete informazione libera? Siete voi il palo che copre questi politici, mentre rapinano il Paese ed ingannano i cittadini e a voi va tutta la mia condanna in quanto gli altri si comportano secondo la loro natura truffaldina.
Non importa, facciamo da soli, come abbiamo sempre fatto con la Rete: oggi (dalle 17:00 circa) e domani (dalle 15:00) manderò in diretta streaming, gli interventi gli emendamenti e le votazioni sul disegno di legge per l’abolizione delle province. Sempre che domani, per tagliar corto, non intervenga una sospensiva, ossia la richiesta di archiviare la proposta senza neanche parlarne.
Voi cittadini, che vi informate in rete, avrete l’opportunità di ascoltare e valutare, nome per nome, le contraddizioni e la falsità di chi si esprimerà contro questo disegno di legge, magari tergiversando con un bel “politichese”, a dispetto delle promesse elettorali che quelle stesse facce vi hanno fatto negli ultimi due anni.
Riporto l'elenco di tutti i membri della I Commissione Affari Costituzionali della Camera:
ITALIA DEI VALORI (2 componenti): FAVIA David (capogruppo), PISICCHIO Pino.
LEGA NORD PADANIA (5 componenti): DAL LAGO Manuela, DUSSIN Luciano (capogruppo), PASTORE Maria Piera, VANALLI Pierguido, VOLPI Raffaele.
MISTO (1 componente): ZELLER Karl (MINORANZE LINGUISTICHE) (capogruppo).
PARTITO DEMOCRATICO (16 componenti): AMICI Sesa (capogruppo), BORDO Michele, BRESSA Gianclaudio, D'ANTONA Olga, FERRARI Pierangelo, FONTANELLI Paolo, GIOVANELLI Oriano, LANZILLOTTA Linda, LO MORO Doris, MINNITI Marco, NACCARATO Alessandro, PICCOLO Salvatore, POLLASTRINI Barbara, TURCO Maurizio, VASSALLO Salvatore, ZACCARIA Roberto (Vice Presidente).
POPOLO DELLA LIBERTA' (20 componenti): BERNINI BOVICELLI Anna Maria, BERTOLINI Isabella, BIANCONI Maurizio, BOCCHINO Italo, BRUNO Donato (Presidente), CALABRIA Annagrazia (in sostituzione del presidente del Consiglio BERLUSCONI Silvio), CALDERISI Giuseppe (capogruppo), CICCHITTO Fabrizio, CRISTALDI Nicolo', DE GIROLAMO Nunzia, DISTASO Antonio, LA LOGGIA Enrico, LAFFRANCO Pietro, LORENZIN Beatrice, ORSINI Andrea, PECORELLA Gaetano, SANTELLI Jole (Vice Presidente), SBAI Souad, STASI Maria Elena, STRACQUADANIO Giorgio Clelio.
UNIONE DI CENTRO (3 componenti): MANNINO Calogero, MANTINI Pierluigi, TASSONE Mario (capogruppo).
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17 Agosto 2009
Pil: un crollo al mese

Il prodotto interno lordo del Paese crollerà a -4,8%: è questa la nuova previsione per il 2009.
In realtà è l’ennesima previsione di crollo che viene rivista oramai a cadenza mensile, se non giornaliera, e che denota l’incompetenza di chi effettua le stime o l’incapacità di chi è al governo e dispone delle leve per gestire le variabili.
Mi domando con che attendibilità si parli, nel 2010, di una bava di vento in poppa al Pil del +0,6% oppure di “ripresa”, nel 2011, con un incremento dello 0,8%. L’impressione è che si stiano tirando i dadi e che chi li ha in mano sia un baro.
Chiuderemo nel 2009 con un Pil reale vicino al -8%: è questa la verità.
L’Italia, ad oggi, dicono abbia sentito meno la crisi rispetto agli altri Paesi occidentali. Pura illusione riconducibile a tre motivi principali: da una parte non sono stati diffusi i numeri della crisi e della disoccupazione, che ad oggi continuano ad essere trattati come un’estrazione del Lotto; dall’altra sono state salvate le banche che però non hanno salvato le aziende; ed, infine, l’amministrazione pubblica italiana, macchina imponente con qualche milione di dipendenti, ha riversato sul debito pubblico, sui servizi e su qualche migliaio di precari il costo della crisi.
Ad aver pagato il prezzo più alto della recessione sono stati i lavoratori, soprattutto i precari, delle imprese private e dei colossi industriali, in cassa integrazione o semplicemente sbattuti per strada.
L’arresto dell’emorragia del debito pubblico, un Golem da 1,8 mld di euro fuori controllo, è la cartina tornasole della ripresa economica oltre che condizione necessaria per restare in Europa.
E’ stato stimato che per mantenere la capacità di sostenere il livello pensionistico italiano la crescita “reale” dell’economia, il Pil quindi, debba segnare un +1.8%. Se oggi siamo ad un Pil di -4,8% (con un valore medio invece, tra il 2008 ed il 2010, del -1,6%), qualcuno si è chiesto come stiamo pagando le pensioni con un differenziale sull’anno di -6,6% (e medio nel triennio di -3,4%)? Semplice, attingendo al Golem del debito pubblico.
Ma il gioco finirà in autunno, quando l’alchimia di governo non riuscirà a spiegare ai cittadini come mai le aziende continueranno a chiudere copiose e prive di ammortizzatori sociali per i propri dipendenti, o come mai i pensionati vedranno ritoccare a ribasso le pensioni mentre loro, i governanti, a Palazzo Grazioli sorseggiano champagne serviti da escort vestite di nero e pensano ai dialetti, a Mediaset e a come fottere il Tricolore.
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10 Agosto 2009
Una maggioranza da zoo

Berlusconi ha deciso di affrontare il problema dell'occupazione con le ''gabbie salariali'', una soluzione ad effetto che fa esclusivamente appello al senso comune di chi, vivendo al Centro-Nord ed essendo stato almeno una volta nel Meridione, ha constatato che un piatto di lenticchie costa tre euro invece di cinque. Una soluzione demenziale ad un problema importante, quello salariale, che vede l’Italia agli ultimi posti per livelli retributivi in Europa.
Abbiamo gli stipendi più bassi del Continente e mettiamo sul tavolo la discussione di come ridurli invece che aumentarli: direi che è il modo più demenziale per risolvere il problema. Se parlassimo di gabbie salariali all’Europa ci prenderebbero per scimmie da zoo ed è forse lì, dietro una gabbia, che dovrebbero finire coloro che le hanno proposte e coloro che le hanno accettate.
Berlusconi confonde la causa e l’effetto e trova soluzioni per il secondo, dobbiamo chiederci invece: perché al Meridione il costo della vita è minore rispetto al Nord, dato e non concesso che luce, acqua, gas e le tasse statali sono quelle del resto d’Italia?
La realtà è che al Sud il costo della vita è inferiore perché c’è un sommerso enorme e perché l’evasione fiscale è un fenomeno che ci costa quanto una finanziaria e quindi, se non hai aggravi nella tua attività, puoi vendere a costi minori per poi al limite pagare il pizzo alla camorra. A questa spiegazione si aggiunge poi l’enorme tasso di disoccupazione ed una miriade di persone che vivono con un solo stipendio in famiglia o con l’aiuto dei genitori: fenomeni questi che tendono a ridurre anch’essi il costo della vita per una minor capacità di spesa dei cittadini.
In queste terre va ripristinata la legalità, conducendo una guerra serrata all’evasione fiscale. Parallelamente si dovrebbe favorire il ritorno degli investimenti stranieri, in fuga da sempre per mancanza delle dovute garanzie da parte dello Stato. E per farlo bisognerebbe creare un modello di sviluppo con una fiscalità agevolata simile a quello dell’Irlanda e di altri Paesi occidentali, da non confondere con i paradisi dell’evasione cari alle aziende del Premier.
Al Sud gli stipendi sono già più bassi di quelli del Nord, perché si viene assunti in nero, questo lo sanno tutti, e non è istigando al dualismo Nord contro Sud che questa banda di incompetenti al Governo metterà a tacere il problema dell’occupazione, che in autunno li travolgerà.
Alle migliaia di INNSE autunnali lombarde non basterà la magra consolazione che ai loro colleghi al Sud hanno ridotto, sulla carta, lo stipendio. Anzi, sarà questo il motivo che compatterà l’intera Penisola contro questa maggioranza da zoo.
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28 Luglio 2009
Decreto anti-crisi: la maxi bufala
Riporto il mio discorso sulla dichiarazione di voto sul decreto anti-crisi presentato oggi alla Camera. Anche questa volta il governo non ha avuto la nostra fiducia.
Sommario:
- Quello che manca nella manovra: il sostegno ai più deboli e alle aree più sottosviluppate
- Il mancato sostegno alle imprese
- La politica dei condoni
- L’intervento sulla Corte dei Conti
- La politica energetica
- Problemi “procedurali” e costituzionali
- La sanatoria per le badanti e la riforma delle pensioni
- Terremotati Abruzzo
- Class action
- Conclusioni
Testo dell'intervento
Sig. Presidente del Consiglio che non c’è,
Noi no.
Noi dell’Italia dei Valori esprimiamo tutta la nostra contrarietà al decreto legge che ci avete proposto, anzi, imposto con il voto di fiducia.
Le ragioni della nostra contrarietà sono molteplici ma tutte unite dallo stesso filo logico: la nostra avversione al Suo modo di governare fatto di furbizie, scorciatoie, doppi pesi e doppie misure, inconsistenza di contenuti, vendita di fumo, gioco delle tre carte con gli stessi fondi a disposizione. Fondi che una volta vengono messi in un capitolo e un’altra in un capitolo diverso, solo per far credere che ci si occupa di tutto ed invece non risolvete mai nulla.
Quello che manca nella manovra: il sostegno ai più deboli e alle aree più sottosviluppate
Ci si attendeva un ampliamento delle misure a sostegno del reddito dei soggetti più deboli e poveri. Non è arrivato niente.
Ci si attendeva l’individuazione di qualche misura di sostegno a favore dei lavoratori dipendenti o parasubordinati, dei precari che non hanno diritto a nessun tipo di ammortizzatore sociale in caso di sospensione o cessazione del lavoro. Nulla!
La Banca d’Italia stima che ci siano circa 1.600.000 lavoratori precari e ci ricorda inoltre che, nelle famiglie in cui sono presenti solo lavoratori “atipici”, l’incidenza della povertà è stimata al 47 per cento.
È evidente che il lavoro flessibile è una necessità delle imprese, ma tra un lavoro flessibile e un altro, deve essere previsto il diritto ad essere sostenuti, così come avviene per ogni altro tipo di lavoratore.
Ci si attendeva l’individuazione di nuove risorse e invece sono sempre le stesse che vengono usate come “partita di giro” tra un capitolo e l’altro, con l’aggravante che spesso sono state tolte risorse ai fondi per gli investimenti per darle a quelle per spese correnti.
Un esempio lampante è lo sperpero, anzi la malversazione, delle risorse FAS 2007-2013 (Fondo Aree Sottoutilizzate) che sono state spostate su altri obiettivi, quali il pagamento dei debiti di Alitalia, le faraoniche opere pubbliche inutili, come il Ponte sullo Stretto di Messina, la cassa integrazione, lo smaltimento dei rifiuti e così via.
Un altro esempio è il tanto sbandierato “piano casa”. I soldi – 550 milioni – sono sempre e solo quelli messi a disposizione dal passato Governo, (di cui avevo l’onore di far parte), e che ora sono stati tolti dall’edilizia pubblica, (quella che serve per le persone più bisognose), per incentivare quella privata degli speculatori e degli affaristi.
Un altro esempio ancora è la tuttora irrisolta “questione meridionale”, che dimostra lo scarso interesse del Governo per il Sud del Paese, non solo per quanto riguarda l’assegnazione e la distribuzione dei fondi, ma soprattutto per quel che concerne il sistema dei controlli.
Un esempio di cattivi controlli e compiacenti connivenze? Il caso Molise, ove a fronte di un buco finanziario vertiginoso e insostenibile del sistema sanitario provocato dal Presidente della Regione Michele Iorio, il Governo ne dichiara sì il dissesto e nomina un Commissario, ma lo individua nello stesso Michele Iorio come a dire: affidare a un ladro la cassaforte della banca.
Queste sono solo alcune delle miriadi di manchevolezze che si possono fare per delineare la prima ragione del nostro voto contrario al provvedimento anticrisi: il provvedimento è monco, senza strategia, senza veri interventi di sostegno all’economia. E’ un provvedimento senz’anima, senza volontà di “svolta” per il Paese, totalmente incapace di fronteggiare i problemi che si sono accentuati in questi difficili anni: il debito pubblico e l’evasione fiscale.
La Sua politica, Sig. Presidente del Consiglio, del resto non si smentisce, se c'é un politico coerente è Lei. La sua politica è sempre stata quella di far pagare i poveri e far guadagnare i disonesti.
Fece così nella legislatura 2001-2006, quando impiantò la sua azione di Governo sui condoni, sulle operazioni di "swap", sulla cartolarizzazione di una parte del patrimonio pubblico immobiliare. Il risultato fu la caduta verticale dell'avanzo di bilancio, l'aumento altrettanto verticale della spesa e la flessione delle entrate tributarie.
Il mancato sostegno alle imprese
Altra ragione per cui noi di IdV diciamo NO a questa legge è il mancato sostegno alle imprese.
Lei, Sig. Presidente del Consiglio che non c’è, ogni giorno millanta che sta dalle parti delle imprese. Sì, ma quali? O meglio: quali altre, oltre quelle di famiglia o quelle della ristretta cerchia di imprenditori amici suoi?
Solo così si spiega il continuo ricorso all’assegnazione di commesse e lavori in deroga alla legge sugli appalti, come è avvenuto per la vicenda TAV, ove ha eliminato la previsione di mettere i lavori in gara per evitare il raddoppio dei costi come avvenuto finora.
E che dire della famigerata join venture ‘RAI MEDIASET’ per eliminare un Suo agguerrito concorrente dalla scena dell’informazione, come SKY di Murdoch?
E che dire, infine, della fatwa da Lei lanciata per spingere gli imprenditori a non affidare la propria pubblicità aziendale a quegli organi di informazione che si permettono di criticarla?
Ma soprattutto, proprio per quel che riguarda il merito dell’attuale decreto anticrisi, Lei, Berlusconi, fa anche qui, ancora una volta, due pesi e due misure: la previsione delle esenzioni fiscali è riservata solo alle grandi imprese mentre sono totalmente escluse le piccole imprese, vale a dire il cuore dell’economia italiana! Ma tanto si sa: a Lei stanno a cuore le saccocce delle aziende Sue e degli amici e compari Suoi, non quelle degli italiani!
L’unico strumento che Lei, Presidente Berlusconi, sa immaginare per affrontare la crisi economica è la politica dei condoni.
Anche questa volta, infatti, Lei, con la scusa che allo Stato servono soldi, ne approfitta per aiutare i criminali a “lavare” il denaro sporco e ad assicurare loro l’impunità (anche per Lei, visto che di fondi neri occultati in banche compiacenti e paesi offshore se ne intende benissimo, come dimostra la sentenza Mills e il conto All Iberian a Lei facente capo).
Né si venga a dire che sono esclusi dal condono i proventi di reato!
Come si fanno a scoprire i reati se, ogni volta che una persona viene presa con le mani nel sacco, basta che questa faccia vedere una “ricevutina bancaria” in cui si dice che ha fatto il “condono” e che quindi nei suoi confronti non si può procedere?
I reati di riciclaggio sono scoperti e provati dopo che vengono trovati i soldi illeciti ma, se prima li si passa nella “lavatrice dello scudo fiscale”, i reati non potranno mai essere scoperti.
Un esempio? La norma sul condono prevede che non è necessario dimostrare come sono stati portati i soldi all'estero e, contestualmente, non si precisano i limiti del reddito sul quale è calcolato il 5 per cento d’imposta da pagare per il rientro del denaro occultato.
E allora accade che chiunque compia un intervento, anche minimale, di rientro di capitali si cauteli -insomma si faccia un “autocertificato di buona condotta- in modo che non possa avere più accertamenti né gli possa essere contestata alcuna dichiarazione infedele, né qualsiasi altro reato, nemmeno quello di riciclaggio (che presuppone, appunto, la prova della provenienza criminale, prova che è inibita accertare dalla norma che state approvando).
Insomma di fatto, Sig. Presidente del Consiglio che non c’è, Lei sta facendo un’altra amnistia, un condono totale e tombale per molti, moltissimi contribuenti che hanno conti aperti o che, in questo momento, hanno evasioni rilevanti in essere. Il tutto mentre anche Lei e molti amici e sodali suoi siete tutt’ora sotto processo per reati simili!
L’intervento sulla Corte dei Conti
E che dire dello “scherzetto” che Lei, Berlusconi, ha riservato alla Corte dei Conti?
Nel decreto viene stabilito che l'azione è esercitabile dal Pubblico ministero contabile solo in presenza di una “specifica e precisa notizia di reato” e solo qualora il danno stesso sia stato cagionato per dolo o colpa grave.
Insomma, i comportamenti che non causano un danno erariale in termini di nocumento diretto al bilancio dell'amministrazione o dell'ente non sono perseguibili.
Ma come si fa a sapere se ci sia “dolo o colpa grave” o se ci sia o meno un “danno erariale” se prima non si indaga?
E perché mai i “danni morali e di immagine” alla Pubblica amministrazione commessi da un funzionario o tramite una dichiarazione infedele non devono essere perseguiti?
Ma soprattutto: perché mai la norma dovrebbe valere anche per i comportamenti passati e per i processi già in corso? Oddio, a questa domanda è più facile rispondere: per coprire, come al solito, con la solita leggina ad personam, qualche azienda di famiglia o qualche Suo sodale di affari, sig. Presidente del Consiglio.
La Corte dei Conti, come sancito dalla nostra Costituzione, è un “organo di autogoverno” che non può e non deve in alcun modo subire le interferenze dell’Esecutivo. Lei, invece, Presidente Berlusconi, vuole sottometterla ai Suoi poteri e ai Suoi bisogni, così come ha fatto e sta continuamente tentando di fare con la magistratura ordinaria.
Ma questo è contro la Costituzione e a noi di IdV non resta che appellarci, ancora una volta, al Presidente della Repubblica affinché fermi questo continuo scempio della legalità con un’azione forte e decisa (e non più solo con un messaggio che a Lei, Presidente Berlusconi, entra da un orecchio ed esce da un altro, senza lasciare traccia).
Per noi dell’IdV, un’altra “nota dolente” del decreto anti-crisi riguarda le norme in materia di energia.
Contestiamo innanzitutto il ritorno alle famigerate centrali nucleari che riteniamo pericolose per la salute e per l’ambiente, in quanto hanno una tecnologia obsoleta, sono costose e di difficile realizzazione sul nostro accidentato e disastrato territorio. Insomma il gioco non vale la candela!
Consideriamo poi inaccettabile che il ministero dell’Ambiente venga del tutto esautorato dal suo ruolo di controllo e prevenzione.
Lo stesso ministro Prestigiacomo ha dichiarato: "Sono incredula, vivo quello che e' successo come una prepotenza e un'arroganza. C’è la chiara volontà di violare e spostare i centri decisionali". Il ministro ha inoltre dichiarato di aver parlato con i propri colleghi e di non aver avuto “risposte convincenti”.
Problemi “procedurali” e costituzionali
Siamo in presenza di un decreto-legge che il Presidente della Repubblica ha inizialmente emanato, esercitando, dal suo punto di vista, il vaglio di legittimità costituzionale.
Ma oggi il Presidente della Repubblica si troverà di fronte un provvedimento che è totalmente stravolto rispetto a quello che ha sottoscritto.
Si introducono una sanatoria che riguarda le badanti (e quindi la legge sull'immigrazione appena varata), una sanatoria che riguarda il rientro dei capitali dall'estero (dove si trovano a seguito di evasione conclamata) e una riforma delle pensioni.
Il Presidente della Repubblica si è espresso in un certo modo con una lettera dello scorso 15 luglio e il Presidente del Consiglio ha fatto una dichiarazione di acquiescenza rispetto alle dichiarazioni del Presidente della Repubblica.
Oggi siamo di fronte ad un atto che è in totale contrasto con quelle dichiarazioni.
Allora, a mio avviso, i casi sono due. Posto che questo provvedimento sarà sottoposto al vaglio del Presidente della Repubblica, qualcuna delle due istituzioni ne uscirà con le ossa rotte: se il Presidente della Repubblica lo promulgherà, lo farà in contrasto con una lettera che ha scritto quindici giorni fa; viceversa, se lo rinvierà alle Camere, sarà il Governo che dovrà rispondere al Parlamento e al Paese per le macroscopiche violazioni costituzionali.
La sanatoria per le badanti e la riforma delle pensioni
Con un emendamento del Governo in Commissione è stata introdotta la sanatoria per colf e badanti.
Ci sta bene.
O meglio: ci sarebbe andato bene se il provvedimento non avesse previsto due pesi e due misure. Infatti, per regolarizzare le colf, il datore di lavoro dovrà dimostrare di avere un reddito imponibile non inferiore a 20mila euro se single o 25mila euro in caso di nucleo familiare.
Così, però, si dà la possibilità di avere assistenza solo alle persone e alle famiglie che hanno un reddito decente. E coloro che guadagnano meno? E i poveri? Perché queste persone non devono avere assistenza?
Dal primo gennaio del 2010 i terremotati abruzzesi dovranno ricominciare a pagare, in rate di 24 mesi, i tributi e i contributi non versati dal 6 aprile al 30 novembre.
C’é un evidente discriminazione ai danni dei terremotati abruzzesi, e una diversa tipologia di trattamento rispetto a chi, nel passato, ha conosciuto la stessa disgrazia come le popolazioni delle Marche, dell’Umbria e del Molise. Infatti, i terremotati d'Abruzzo saranno chiamati subito a pagare le imposte e le tasse non versate.
Abbiamo appreso stamattina che il ministro Tremonti si sarebbe convinto a disporre il rinvio anche per l’Abruzzo. Si, ma da quando? Come? E dove?
E’ assurdo approvare una legge mentre si dice che è sbagliata e che bisogna cambiarla. O meglio, non è assurdo: è solo l’ennesima truffa!
L'entrata in vigore della nuova disciplina sulla class action è stata rinviata al primo gennaio 2010. Si tratta dell’ennesima proroga di un istituto che avvantaggerebbe i cittadini, ma che, evidentemente, va contro una serie di “poteri forti” che lo Stato intende tutelare.
Queste e non solo queste sono le ragioni per cui noi di IdV voteremo contro questa legge.
Voteremo contro anche per ribadire la nostra contrarietà al Suo modo settario e piduista di governare, Sig. Presidente del Consiglio, e anche al Suo modo di essere, che riteniamo lesivo dell’onore e del decoro del nostro Paese e della credibilità delle nostre Istituzioni.
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"Quota 1.000 su Twitter" | |
| Oggi il Corriere in uno dei suoi spot filogovernativi (di maggioranza e "opposizione") ha citato i più virtuosi in Twitter tentando un accostamento a comportamenti innovativi del governo inglese, dal quale i politici nostrani sono anni luce lontani, riguardo l'utilizzo della Rete, e scrive "Tra i politici di casa nostra, a comunicare con disinvoltura tramite i cinguettii della rete vi sono Franco Frattini, già assiduo utilizzatore di Facebook, Sandro Bondi, Massimo D'Alema, Pierferdinando Casini e Renato Brunetta, che con poco più di 570 follower è al momento il più popolare dei cinque, perlomeno su Twitter"...il mio profilo in appena due settimane ha superato quota 1.000 sostenitori, nel caso la giornalista del Corriere non se ne fosse accorta! | ||
| Antonio Di Pietro | ||
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24 Luglio 2009
Differenza tra un ultimatum e un condono
Ci risiamo. Una nuova fiducia sul maxi emendamento per il pacchetto anti-crisi, che definirei il condono per mafia, camorra e famiglie straricche d'Italia che hanno evaso miliardi e miliardi depositandoli tra Svizzera, Kaiman e Lussemburgo. Il riciclaggio sarà utilizzato dallo Stato per ricostruire L'Aquila e per finanziare con titoli società filo-governative. I soldi saranno “prestati” allo Stato che pagherà per averli, quindi non solo verranno condonati mafiosi ed evasori, ma verranno anche remunerati dagli interessi sul capitale. A remunerarli saranno i cittadini con il debito pubblico, non il governo.
Per sedare gli ignari elettori il governo ha giustificato il condono facendosi scudo di aver emulato una manovra compiuta da altri Paesi e per essere più credibile, visto che l'Italia non lo è, ha speso il nome di Barak Obama dicendo: “anche Obama lo ha fatto”. Falso. Obama non ha fatto un condono, è andato da UBS e gli ha chiesto la lista degli evasori. A chi farà rientrare capitali esteri farà pagare tasse e interessi arretrati, ed il rimpatrio delle somme non sarà anonimo come in Italia, ma con tanto di nome e cognome dell'evasore per poterlo controllare negli anni futuri.
La manovra di Obama è un “ultimatum”, quella di Berlusconi è la truffa di chi da una parte deve incassare qualche spicciolo perché le casse dello Stato sono alla canna del gas, dall'altra deve far rientrare soldi sporchi. Quando hai davanti professionisti della truffa e sei onesto non puoi sederti al tavolo da gioco perché sarai fregato.
Mi sto rivolgendo al Capo dello Stato perché questa maggioranza ha già fatto capire che delle regole della democrazia e del Parlamento, se ne frega altamente.
Pensare di fermare un manipolo di incoscienti in un'aula parlamentare oggi significa mancare di senso politico e della realtà. Se la decisione dipendesse dalla maggioranza, il Parlamento sarebbe sciolto domani, sostituito da un collegio di servi al servizio del Re.
Appellarsi al Capo dello Stato significa tentare l'ultima chance per fermare lo sciagurato operato di questo manipolo, nella speranza, ovviamente, che il Capo dello Stato non resti indifferente.

- Compila il seguente form.
- Riceverai una mail da parte del Segretario Generale della Presidenza della Repubblica con la richiesta di conferma del messaggio.
- Conferma il messaggio cliccando il link contenuto nell'email.
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12 Luglio 2009
Riciclaggio di Stato

E’ in arrivo una nuova “legge porcata”, ammantata anche questa volta da un velo di umanità, come avvenne in occasione dell’indulto, formalmente per sovraffollamento delle carceri, in verità per evitarlo ai soliti noti. Ora la nuova porcata viene giustificata con la necessità di trovare i fondi per la ricostruzione dell’Abruzzo.
Anche questa volta il Governo ha fatto ricorso al solito collaudato escamotage: far filtrare la notizia per vedere “che effetto fa”, salvo poi smentire quando ancora una volta si viene presi con le “mani nella marmellata”.
Ci riferiamo alla bozza di un emendamento che il solito “deputato-sherpa” avrebbe dovuto presentare – se quelli di “Repubblica” non se ne fossero accorti e non l’avessero denunciato in tempo – in coda al decreto anti-crisi attualmente in discussione in Parlamento.
L’emendamento – nella sua attuale bozza, che esiste davvero, che proviene dagli Uffici del ministero dell’Economia e di cui “Repubblica” ha copia - prevede una sanatoria con “esclusione di punibilità” per coloro che, avendo denaro all’estero, provvedono a farlo rientrare in Italia acquistando titoli di Stato (Bot e Cct).
La norma a prima vista potrebbe trarre in inganno per il suo dichiarato “buon fine” ma se solo si riflette un istante ci si può subito rendere conto che ci troviamo – semplicemente e terribilmente - di fronte ad un ennesimo riciclaggio di Stato, un reato che finora è (era) punito ai sensi dell’art. 648 bis del codice penale, sostituzione di denaro di provenienza illecita con altro denaro, ovvero ai sensi dell’art. 648 ter: impiego di denaro di provenienza illecita in attività economiche e finanziarie.
Già, perché l’unico denaro depositato all’estero che finora non poteva e non può essere fatto rientrare in Italia è quello di provenienza illecita, giacché tutti coloro che hanno acquisito o depositato legalmente utili all’estero possono tranquillamente farli rientrare in Italia.
Invece il denaro di cui parliamo è solo ed esclusivamente quello proveniente da evasioni fiscali, falsi in bilancio, bancarotte fraudolente, emissione di fatture false, o ancor peggio traffico di droga, traffico di armi, di organi, di sfruttamento della prostituzione e simili.
Insomma stanno consentendo ai mafiosi, ai camorristi, ed ai potenti della ‘ndrangheta di riportare proventi criminali in casa e di “sbiancarne” la provenienza. Non solo: stanno consentendo anche ai tanti “furbetti” del quartierino come Tanzi, come Cragnotti, come Fiorani di fare altrettanto.
Qualche ingenuo dirà: ma che ci guadagna il Governo a fare ciò?
Semplice: tra i possibili “beneficiari” della decisione c’è anche la più potente nomenclatura economica finanziaria italiana, come la famiglia Agnelli, la famiglia Marcegaglia, lo stesso Silvio Berlusconi (basta leggere la sentenza Mills o le dichiarazioni di questi giorni di Mariella Agnelli o i resoconti giudiziari del gruppo Marcegaglia, quello a cui appartiene l’attuale Presidente di Confindustria, per rendersene conto). Bastano nomi come questi per comprendere il perché la maggior parte degli organi di informazione, la cui proprietà spesso appartiene proprio a evasori fiscali conclamati, tacciono.
Il risultato sarà ancora una volta un danno ed una beffa per gli onesti cittadini italiani. In barba alle migliaia di cittadini che pagano le tasse e non arrivano a fine mese, ci ritroviamo con uno Stato che patteggia con i delinquenti e usa il pugno di ferro con gli onesti imprenditori. Chi ha guadagnato legalmente, pagando le relative tasse fino all’ultimo cent, passerà ancora una volta da fesso e la prossima volta si riprometterà anche lui di adeguarsi al mal-costume di governo: quello dell’evasore e del “riciclatore” di proventi illeciti.
D’altronde le sanatorie sono una costante dei governi Berlusconi: ne ha già fatta una nel 2001 ed una nel 2003. Ora vuole riprovarci nel 2009. Insomma egli, ogni volta che è al Governo, per far fronte alle necessità economiche e finanziarie di cui ha bisogno – invece di ridurre gli sprechi e far pagare il fisco a tutti – favorisce gli speculatori e gli evasori fiscali in cambio di una “tangente di Stato” del 5%, tanto sarebbe il contributo che verrebbe richiesto a chi fa rientrare i capitali dall’estero per avere il famigerato “certificato di esclusione di responsabilità”.
Non volendo affrontare lotte all’evasione, per DNA del proprio padrone, la maggioranza preferisce optare per il riciclaggio di Stato, chiedendo una “mazzetta pubblica” ai delinquenti, da investire in Bot, Cct. e aziende pubbliche.
Questi sporchi soldi in un uno Stato di diritto non dovrebbero essere condonati, bensì sequestrati e confiscati e quindi assegnati per la ricostruzione de l’Aquila.
Faccio appello alla dignità degli aquilani affinché rifiutino questi soldi sporchi, proventi illeciti di evasori, truffatori, ma anche venditori di morte, con droga ed armi, e di magnaccia senza scrupolo e pretendano che il Governo ci metta soldi veri e puliti per la ricostruzione.
Fatte queste premesse, mi dispiace, sig. Presidente della Repubblica, Napolitano, ma noi dell’Italia dei Valori sentiamo il dovere di declinare il suo nuovo appello “dopo la tregua per il G8, ora serve, nell’interesse del Paese, un clima più civile, corretto e costruttivo tra Governo ed opposizione”. Non so cosa ci trovi Lei, ma noi non ci troviamo nulla di “civile, corretto e costruttivo” in questi comportamenti del Governo e della sua maggioranza parlamentare e per questa ragione continueremo a fare opposizione senza sconti alcuno, dentro e fuori del Parlamento.
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"BEPPE GRILLO: BELLA CANDIDATURA" | |
| Apprendiamo con favore la notizia della candidatura di Beppe Grillo alla presidenza del Partito Democratico. Finalmente un volto nuovo con cui potremo dialogare e che non avrebbe, nei confronti dell’Italia dei Valori, un comportamento opportunistico, come sommatoria di voti di coalizione in prossimità di appuntamenti elettorali, ma di alleato coerente con cui condividere un programma politico. Una bella candidatura che metterà alla prova lo spirito riformista e democratico di un partito, oppure porterà alla luce, attraverso il ricorso a mille scuse e cavilli statutari dei suoi governanti, l’atteggiamento di chiusura di una casta dirigenziale. Timore che, come temo, non verrà smentito. | ||
| Antonio Di Pietro | ||
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26 Giugno 2009
Il miraggio del Pil -5%
E' inutile che Mario Draghi e Giulio Tremonti si accapiglino. Sono pronto a scommettere che a fine anno il Pil toccherà, nella migliore delle ipotesi, un -5%, perché le riforme strutturali ci sono state sì, ma non in economia. Questi governanti hanno seviziato la giustizia, violato la Costituzione, delegittimato il Parlamento, annientato l’etica, sdoganato l’evasione fiscale, alimentato la logica del "più furbo" e spaccato la società creando un divario sociale da Paese terzomondista.
Non soddisfatti, hanno annientato l’informazione, occupato le frequenze di Stato, instillato la paura del diverso, foraggiato la criminalità organizzata. Insomma, tutto hanno fatto, in tutti i campi, tranne che in economia.
Nessuna manovra importante è stata fatta per assistere le aziende nel contenere i licenziamenti, per sostenere i disoccupati e le famiglie monoreddito, almeno per tutto il 2009, per agevolare i nuclei familiari numerosi, per abbattere le imposte e gli anticipi sull’esercizio successivo in soccorso delle aziende, per versare l’Iva all’incasso e non anticipatamente.
Ma lo sa il governo che le banche hanno circa il 50% delle aziende con problemi d’insolvenza? Che chi lavora con la Pubblica Amministrazione è destinato a fallire poiché viene pagato a sei mesi?
Tornate con i piedi per terra, uscite dai baldacchini di Palazzo Grazioli e dalle tante Ville Certosa in cui vi rinchiudete a festeggiare e scendete nelle strade, tra la gente, per avere il polso del Paese.
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"DELIRI NAZIONALI" | |
| "La decenza è ampliamente superata. Il Silvio nazionale è uscito di senno dichiarando: “Io sono fatto così e non cambio. Se mi vogliono, sono così” e ha chiosato, trattando da beoti gli italiani: “E gli italiani mi vogliono: ho il 61%. Mi vogliono perché sentono che sono buono, generoso, sincero, leale, che mantengo le promesse.” .
Signora Emma Marcegaglia, signor Mario Draghi, signori rappresentanti di sindacati e signori imprenditori e lavoratori, oggi il mio appello è tutti voi: un po’ di coraggio, scaricateli, non avete bisogno di loro.
Con questa gentaglia arrogante non si tratta, si fa la guerra, prima che ci lascino in braghe di tela mentre loro brindano a champagne, caviale ed escort." | ||
| Antonio Di Pietro | ||
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17 Giugno 2009
Risvegli

Siamo alla sceneggiatura del libro di Oliver Sacks da cui e' stato tratto il film con Robert De Niro e Robin Williams: "Awakenings", in italiano "risvegli".
Fino a un anno fa l'unico a parlare di Mister 1%, con le sue reti televisive in concessione praticamente gratuita, era soltanto il sottoscritto. Ora c'e' anche La Repubblica che, tra ieri e oggi, ha pubblicato due articoli illuminanti sugli affari d’oro di Mediaset e del suo patron: il Presidente del Consiglio.
Sul conflitto d’interessi più vistoso del mondo occidentale ho alcune riflessioni da suggerire a La Repubblica e ad altri buon intenditori.
Perché l’Antitrust non è intervenuta in occasione dell’invito-monito del Presidente del Consiglio “a non dare soldi ai media che cantano il pessimismo”, da intendersi come “ostacolo nell’attività di propaganda”? In quel caso, alla faccia della libera concorrenza, potrebbe profilarsi il reato di aggiotaggio poiché alcuni media, non di sua proprietà, appartengono a società quotate in borsa oltre che concorrenti.
Perchè nei precedenti governi nessuna maggioranza ha fatto una legge, o un decreto, per portare a un 20% del fatturato, invece dell’1% attuale, il prezzo delle concessioni per le frequenze radiotelevisive? Perché oggi dall’opposizione ne parla solo Italia dei Valori?
Perché le aziende di Stato e le maggiori imprese italiane hanno improvvisamente dirottato i loro investimenti pubblicitari sulle reti Mediaset, nonostante gli indici d’ascolto premino le reti di Stato? Quanti Callisto Tanzi (cfr articolo di oggi di La Repubblica) ci sono nel nostro tessuto industriale? Quante “Parmalat”?
Che mezzi di convincimento ha usato Silvio Berlusconi in veste di Presidente del Consiglio nei confronti di amministratori e azionisti di queste “new Parmalat”? Li ha incontrati uno ad uno come Tronchetti Provera a Portofino o in gruppo a margine di qualche apparizione in Confindustria?
E da ultimo, perché nessuno parla più, se non Italia dei Valori, del rispetto della sentenza della Corte di giustizia europea nell’assegnazione delle frequenze televisive abusivamente occupate da Emilio Fede a Europa7?
Piccoli risvegli. Meglio tardi che mai.
Leggi anche:
Berlusconi, "Mister unpercento"
Soldi italiani, regali piduisti
L'Italia ha bisogno di futuro
Beni pubblici, profitti privati dei concessionari
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30 Maggio 2009
Le responsabilita' di Draghi e Marcegaglia

Mi accusano di perseguitare un corruttore, di essere “sfascista” e antiberlusconiano. Io, invece, mi sento un partigiano della nuova resistenza. Non ho fretta, il tempo ed i cittadini mi daranno ragione.
Come posso tacere con un Presidente del Consiglio che, nonostante la sua carica, si permette di tacciare come eversivi i magistrati che hanno l'unica colpa di voler fare il proprio dovere e che definisce “grumi sovversivi” coloro che hanno condannato un corrotto, non potendo condannare anche il corruttore? Noi vorremmo occuparci della crisi del Paese, dell'occupazione, di ammortizzatori sociali, di infrastrutture, di energie rinnovabili, di controllo dei flussi migratori ma in Parlamento si mettono in discussione, quando non sono decreti, solo leggi contro le intercettazioni, contro il sistema costituzionale, contro la libera circolazione degli individui in Europa, più simili alle leggi razziali del ventennio fascista che a manovre capaci di risolvere il fenomeno.
Il dibattito politico oggi è in mano alle parti sociali, ai sindacati, alle associazioni industriali e dei consumatori, alla Banca d'Italia, a Legambiente. Il governo ha completamente tolto questo ruolo ai cittadini.
Draghi, governatore della Banca d'Italia, ieri ha dipinto un quadro economico del Paese sconcertante in un contesto in cui il prodotto interno lordo segna un -5% e lascia sperare ben poco senza interventi drastici in tutti i settori. Ha auspicato il completamento degli ammortizzatori sociali, la ripresa degli investimenti pubblici, le azioni di sostegno della domanda e del credito. Ma il governo nicchia e fa la parte dell'asino o semplicemente se ne frega, assorto a gestire il gossip della famiglia Berlusconi e l'informazione è assente, di facciata e defunta.
Quelli di Draghi sono gli stessi auspici fatti da Emma Marcegaglia nell'incontro tra Governo e Confindustria della scorsa settimana. Le risposte di Silvio Berlusconi, alle richieste degli industriali, furono chiacchiere e una vergognosa arringa contro la magistratura. Anche in quell'occasone Berlusconi volle infatti condividere con la platea i suoi problemi giudiziari più che una strategia per uscire dal tunnel della crisi. Vorrei comprendere la preoccupazione sia di Draghi che degli industriali, ma si è credibili quando si bacchetta un sistema che si risiede, solo se si include l'autocritica verso il proprio operato. Dov'era il governatore Draghi quando il crack economico ha investito le banche e la lordura finanziaria che la Banca d'Italia aveva visto crescere? Perché non si è provveduto a tutelare, oltre alle banche anche i risparmiatori, vittime di raggiri che alimentavano ed alimentano compensi da capogiro, stock option di manager e galoppini senza scrupoli?
E il presidente Marcegaglia perché non ha preso le distanze da quegli ignobili applausi che hanno riempito la sala durante l'attacco di Silvio Berlusconi alla magistratura, umiliando così quella parte sana del tessuto imprenditoriale che non si riconosce in un corruttore ed evasore fiscale? I risparmiatori, gli operai, le banche e le imprese aspettano solo un gesto di coraggio per riscattare un sistema ed un Paese in cui è sempre più difficile riconoscersi. Chi ha questa responsabilità, signor Draghi e signora Marcegaglia? Chi ha il dovere di avviare un processo di cambiamento che porti l'Italia verso un futuro migliore dell'attuale drammatica situazione?
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21 Maggio 2009
Un tappo per il Paese, un problema per la democrazia
Ieri abbiamo assistito ad un programma di propaganda: ‘Porta a Porta’. Il programma in onda sulla televisione pubblica attraverso il quale Silvio Berlusconi gestisce le sue beghe private, di famiglia e quelle giudiziarie. In studio, tra gli altri, c’erano Massimo Donadi, capogruppo dell’Italia dei Valori alla Camera e Niccolò Ghedini, avvocato di Silvio Berlusconi che, quando non è in tribunale a difendere il suo cliente, è alla Camera tra i banchi di Montecitorio per votare la fiducia al governo.
Com’era prevedibile, anche per la vicenda Mills, Berlusconi ha affermato che la colpa è dei giudici che sono di sinistra, così come è stata la sinistra ad aver manipolato la signora Veronica Lario nella richiesta di separazione. La verità è che questo signore rappresenta un tappo per lo sviluppo del Paese, un pericolo per la democrazia, un continuo indebolimento della nostra credibilità internazionale e, dunque, un danno economico.
Se oggi rappresentassi un’azienda straniera o una multinazionale e dovessi scegliere dove investire i miei capitali, non penserei mai all’Italia, un Paese dove le più elementari certezze del diritto posso venire meno da un decreto all’altro, dove si è dissolto ogni barlume d’etica delle istituzioni, assediate da un governo che esprime una moralità decadente. Un Paese nel quale il Presidente del Consiglio dichiara l’inutilità del Parlamento, lasciando sottendere la volontà di sciogliere le Camere, riportando il Paese a rivivere sensazioni vecchie di qualche decennio.
Un Paese nel quale il reato di apologia del fascismo, di evasione fiscale e di corruzione, ormai passano in prima serata nell’indifferenza dell’opinione pubblica tra un varietà e un ‘Porta a Porta’.
Italia dei Valori non si fermerà come unica opposizione e se essere tacciati di “anti-berlusconismo” significa lottare per la democrazia, allora siamo tutti “antiberlusconiani”.
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18 Maggio 2009
Scaricabarile
I salari degli italiani sono fra i più bassi d’Europa, mentre la loro tassazione ed il costo del lavoro sono tra i più alti. I nostri precari sono senza paracaduti sociali, il debito pubblico italiano è il quinto del pianeta (fonte Ocse).
Non basta legare le retribuzioni agli utili, leva, tra l’altro, ampiamente utilizzata nelle aziende per incentivare il lavoro delle persone. Liquidare il rapporto Ocse con questa finta panacea, significa spostare il problema dalle spalle dello Stato a quelle dei lavoratori e delle aziende.
Si deve stroncare l’evasione fiscale, contemporaneamente ridurre la pressione fiscale sulle piccole e medie aziende, estendere i sussidi di disoccupazione ai licenziati per tutto l’esercizio 2009, controllare le aziende che hanno impropriamente utilizzato la cassa integrazione per mettere in outsourcing i propri costi, detassare gli straordinari, agevolare le assunzioni con sgravi nei primi tre anni di lavoro, restituire i Tfr alle imprese invece di fagocitarli per sostenere una macchina burocratica fatta di enti, para enti, province e fondazioni inutili.
I cittadini e le piccole imprese hanno bisogno di soldi veri e subito, non se ne fanno nulla di soluzioni da manager della vecchia finanza, di stock option, che si sono rivelate cambiali senza copertura nella miriade di crack a cui abbiamo assistito nell’ultimo anno. Per chi afferma che i dipendenti devono condividere il “rischio di impresa”, rispondo che con i loro contratti precari e mal pagati, con una famiglia sulle spalle, molti lavoratori hanno già dato.
Non è credibile un Governo che vede serrare ogni giorno i battenti di migliaia di aziende e finire in mezzo ad una strada altrettanti lavoratori e che chiede ai cittadini, lavoratori e piccoli imprenditori, di farsi carico di risolvere un problema le cui principali responsabilità risiedono nello Stato stesso e nelle sue inefficienze.
PS: Sabato 23 maggio sarò a Napoli al Palapartenope alla manifestazione “Lotta per i diritti” per sostenere Luigi de Magistris e Sonia Alfano, candidati alle elezioni europee nelle liste di Italia dei Valori. La giornata sarà trasmessa in diretta streaming da questo blog.
I diritti violati nel nostro Paese sono molti, troppi. Dal diritto di esprimere le proprie idee in una piazza, a quello di poter lavorare ed avere una famiglia. Ogni giorno un paletto alle nostre libertà, ogni giorno un bavaglio, ogni giorno un passo più lontano dalla democrazia.
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15 Maggio 2009
La differenza tra la crisi mondiale e quella nostrana

Nei primi tre mesi del 2009 il prodotto interno lordo (Pil) dell'Italia ha subito una variazione su base annua pari a -5,9%. Per il governo non c’è problema, era tutto calcolato, e poi la crisi è mondiale e quindi “mal comune mezzo gaudio”. Qualcuno ha perfino detto “c'è un rallentamento del peggioramento”, sofismi difficili da raccontare alle migliaia di lavoratori che hanno perso il lavoro e che lo perderanno da qui a fine anno.
Il governo ha gestito male la crisi con manovre tardive, inefficaci che spesso hanno anche aggravato la situazione. Se chiedessi ad un cittadino:“mi dica cosa ha fatto questo governo per metterle dei soldi in tasca?” Più della social card non credo saprebbe rispondermi, ..ignorando tra l’altro che l’ha avuta un cittadino su tre degli aventi diritto!
Il governo non si è occupato di crisi economica ma di bavaglio alla giustizia, di intercettazioni, di lodo-salvapremier, di ronde, di Impregilo, di Eni, di Cai, di Raiset e di altre vicende private e parapubbliche che nulla hanno a che fare con il benessere dei cittadini.
E’ vero, la crisi è mondiale, ma gli altri Paesi all’uscita dal tunnel troveranno le energie rinnovabili, un’industria risanata, un sistema finanziario concorrenziale e sotto controllo, nuove relazioni internazionali, e nuove opportunità di una nuova economia. L’Italia, invece, si ritroverà il nucleare di Berlusconi, decine di inceneritori, un territorio cementificato dal partito dei costruttori, un’economia in mano ad un clan affaristico molto ristretto ed un sistema bancario pressoché monopolistico, in un Paese dove mancheranno i più basilari diritti umani e libertà democratiche. E’ qui la differenza tra la crisi mondiale e la crisi nostrana.
Questa sera, alle 21:15, dal blog trasmetterò la diretta streaming da Palermo: “Informare per resistere” , manifestazione a cui parteciperò insieme a Sonia Alfano, Beppe Grillo, Giocchino Genchi e Luigi De Magistris
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21 Aprile 2009
Iveco, la crisi si respira
Riporto il mio intervento in conferenza stampa a Brescia dove ho incontrato i sindacati, l’associazione Artigiani, Confapi, Confederazione Nazionale Artigiani e le maestranze dell'Iveco.
Tra le proposte per l'occupazione abbiamo incluso: i contratti di solidarietà, la cassa integrazione anche per i precari, l'indennità di disoccupazione elevata a 1000 euro al mese, la detassazione degli aumenti salariali, il divieto di licenziamento per le aziende che usufruiscono di aiuti statali, e ancora: sì al contratto unico europeo.
La crisi, come potrete ascoltare anche dalle parole di Maurizio Zipponi, sindacalista e candidato alle elezioni europee con l'Italia dei Valori, e dalle testimonianze dei lavoratori, nel servizio sottostante, è tutt'altro che passata, come si affrettano a rassicurare gli organi di governo.
Forse è passata per chi non l'ha nemmeno sentita sulla sua pelle, non di certo per le migliaia di operai in cassa integrazione, per i precari dell'istruzione scolastica finiti in mezzo ad una strada, per le partite iva che hanno chiuso a decine di migliaia su tutto il territorio. Per loro la crisi c'è, e chissà per quanto ancora.
Domani, 22 aprile, parteciperò al Convegno dell’Unicobas sulla scuola, presso l’Aula Magna dell’Itis “Galilei” (V. Conte Verde, 51- Roma) in cui illustrerò i due disegni di legge sulla scuola a tutela del personale docente
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24 Marzo 2009
Beni pubblici, profitti privati dei concessionari

Berlusconi dichiara dieci volte meno al fisco italiano anno su anno. Solo 14 milioni di euro. Nessuno verserà una lacrima, neanche le migliaia di disoccupati della crisi economica.
Da questa notizia balzata alla ribalta di tutti i giornali, anche quelli internazionali, se ne deduce che comunque Silvio Berlusconi continua a guadagnare ancora un sacco di soldi grazie alle concessioni ottenute dal sodale Bettino Craxi e mai rimesse in discussione dai governi successivi.
Mi domando peraltro come mai abbia dichiarato solo 14 milioni, vista la considerevole crescita di investimenti delle aziende di Stato in pubblicità sulle reti Mediaset, a scapito della RAI, come evidenziato in un articolo de L’Espresso del 12 marzo.
Mi domando come mai in una situazione dove il governo chiede sacrifici alla popolazione non vengano riviste e portate ad un congruo prezzo del 20% del fatturato, invece dell’1% attuale, le concessioni di Stato, tutte, comprese quelle per le frequenze radiotelevisive del “povero” Silvio Berlusconi. Mi domando cosa stiano facendo i colleghi in Parlamento e perché mantengano il silenzio su questa immensa regalia di Stato. Prima di proporre una patrimoniale ai redditi sopra i 100 mila euro proporrei un recupero del 19% di concessioni non versate ai cittadini negli ultimi dieci anni almeno.
Le concessioni pubbliche vanno riviste, da quelle televisive a quelle autostradali, a quelle dell’acqua, a quelle energetiche. Non sono accettabili utili da capogiro su beni di mercato in situazioni praticamente da monopolio di beni primari.
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23 Marzo 2009
Luigi de Magistris: chiarezza sui fondi europei
D.Martinelli. Lei andrà a Bruxelles, ovviamente se sarà eletto: pensa di occuparsi del destino dei fondi europei, visto che non si sa mai da chi partono, dove sono destinati e tramite chi?
L. de Magistris: Se dovessi essere eletto il tema della trasparenza, dell'onestà e della legalità sarà il filo conduttore che caratterizzerà la mia attività e quella di tutte le persone che verranno elette nella lista proposta dall’Italia dei Valori. Il tema dei finanziamenti pubblici è uno dei più importanti perché si tratta del modo con cui vengono investite le somme di tutti, non solo quelle degli italiani.
Noi dobbiamo essere attenti all'immagine del nostro Paese. Per adesso ci conoscono come una nazione che ha sperperato ingenti somme di denaro pubblico senza produrre lavoro, progresso e senza aver avuto una crescita dal punto di vista economico. Dobbiamo dare un'immagine diversa.
Basta con i politici che fanno chiacchiere e che vanno a Bruxelles solamente per fare i propri interessi e quelli dei loro amici. Dobbiamo dire, innanzitutto, che i finanziamenti pubblici non vanno necessariamente aboliti con la scusa che possono creare mera assistenza. Il problema è in che modo vengono investiti, come vengono spese le somme che sono destinate all'Italia.
Io credo che bisogna fare come in Spagna o in altri Paesi, dove il denaro pubblico è stato destinato soprattutto alle zone più disastrate dal punto di vista economico. Pensiamo all'Italia meridionale. Le somme devono essere gestite in modo corretto e devono servire soprattutto a creare impresa nel senso buono, veicolare sostanzialmente attività che non siano dannose per il territorio, ma che creino uno sviluppo sostenibile nel rispetto delle risorse naturali.
Queste somme servirebbero in zone come la Calabria, ma anche in altre zone del Sud come, ad esempio, la Campania, la Puglia e la Basilicata, dove c'è un tasso di disoccupazione enorme. Questo denaro servirebbe a migliorare la situazione economica e a creare posti di lavoro. Ovviamente non deve avvenire quello che è accaduto negli scorsi anni, quando si è potuto ricostruire con diverse inchieste giudiziarie, non solo quelle, ovviamente, da me condotte e delle quali non parlo. Attraverso una gestione illegale del denaro pubblico si sono creati una serie di comitati d'affari che hanno gestito in modo illegale questi soldi. Hanno condizionato l'intero sistema economico e hanno soffocato l'impresa privata libera creando un'economia che ruota attorno alla spesa pubblica, controllando tutti gli appalti, i progetti, gestendo tutte le assunzioni, controllando anche il voto e producendo, alla fine, quella che io chiamo una sorta di metastasi democratica e una corruzione sistemica davvero impressionante.
Adesso c'è l'occasione per voltare pagina. Non sono soltanto le elezioni europee, che sono il primo passaggio straordinariamente importante, ma anche la possibilità di costruire, tutti insieme, un cantiere che porti trasparenza e legalità, che non può che comportare sviluppo, rispetto del nostro Paese e, come io sono certo, un'immagine finalmente diversa da non doverci più vergognare di essere italiani quando andiamo in Europa.
D.Martinelli: Una domanda d'obbligo gliela devo fare per quanto concerne le critiche che le sono già giunte da diverse parti, non le chiedo di analizzarle una ad una perché potrebbero non interessarci.
L. de Magistris: Anche perché sono tante.
D.Martinelli: Esatto, ma come ci si sente quando si è criticati, da Pubblico Ministero prima e da candidato politico ora?
L.de Magistris: Guardi, sono molto abituato, ovviamente, perché io, per anni, ho svolto l'attività di Pubblico Ministero a livelli impegnativi, quindi sono stato impegnato anche da magistrato e sono stato sottoposto in modo, secondo me ingiusto, a critiche serrate alle quali non mi sono, ovviamente, sottratto. Adesso, da politico, sono ancor più contento di essere destinatario di critiche che favoriscono il dibattito e il confronto. Credo che la dialettica politica sia il sale della democrazia, poi le accuse false e infondate non mi toccano più di tanto, perché io credo che non dobbiamo far perdere tempo agli italiani con un "ping pong" di battute su ciò che "quello ha detto e tu che rispondi", ma di ciò che realmente interessa il nostro Paese: il lavoro, l'economia, l'ambiente e la giustizia.
Ripeto, ci metterò tutto l'entusiasmo e la passione per costruire un nuovo modo di fare politica insieme agli altri amici che hanno deciso di scegliere questa opportunità che ci ha dato l’Italia dei Valori.
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10 Marzo 2009
L'Italia ha bisogno di futuro

Domenica per il Presidente del Consiglio la crisi "c'era ma non era grave", fino al giorno prima "non c’era", ieri "era grave ma senza miseria". Silvio Berlusconi, come ho già scritto, è inadeguato a gestire la crisi, il suo piano di ripresa economica si ferma all’edilizia delle lobby, al nucleare dell'Enel, e alle televisioni di cui è proprietario. La sua visione del futuro per l'Italia è piuttosto semplicistica: un'elité di amici fatta di palazzinari e finanzieri, molto ricchi, il resto della popolazione divisa in carpentieri, disoccupati, e pensionati con la social card. Nessun progetto credibile per rilanciare il paese al di là di spot e scelte senza futuro come il ponte sullo stretto di Messina.
Ma Berlusconi è oltremodo ottimista. Perché?
I cittadini capirebbero meglio il suo stato d’animo dalla visione delle cifre che ha intascato, riportate in un articolo di Italia Oggi, per i dividendi delle sue società. La cifra è da capogiro: 160 milioni, il 50% più di quelli ricevuti nel 2008. I risultati delle stesse società, spiega l’articolo con una punta di sarcasmo, sono in “controtendenza” rispetto al mercato, grazie alle concessioni statali, preciserei.
In un momento di crisi come questo non è pensabile mantenere le concessioni di Stato a prezzi di “cortesia”, ovvero quasi gratuite.
Lo Stato chiede sacrifici alla popolazione e vanno quindi subito riviste, nei confronti di chi realizza enormi profitti grazie allo sfruttamento di infrastrutture pubbliche, le rendite di concessione.
Per le concessioni delle frequenze su cui trasmettono le reti Mediaset, lo Stato riceve la miseria dell’1% del fatturato di RTI, una delle tante società di famiglia Berlusconi, da cui non transitano neppure gli enormi ricavi pubblicitari ottenuti grazie ad esse. Una beffa.
Il 20 gennaio nell’articolo “Berlusconi, mister unpercento” scrissi che avrei depositato, così come poi ho fatto, un'interrogazione a risposta scritta per chiedere spiegazioni al ministro dello Sviluppo economico.
Sono in attesa di quella risposta, che non è ancora arrivata, ma che continuerò a chiedere.
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20 Gennaio 2009
Berlusconi, ''mister unpercento''

Le concessioni radiotelevisive costano al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi l’uno per cento del fatturato che ne ottiene. Avete letto bene. Lo Stato italiano regala da anni alla Mediaset, attraverso RTI, il 99% degli introiti che ne ottiene. Solo l’uno per cento rimane allo Stato.
Le frequenze su cui Mediaset trasmette sono dello Stato italiano che le può dare in concessione a qualunque società ritenga. Mediaset o altre. La logica vorrebbe che la concessione porti principalmente soldi alle casse dello Stato, non ai privati. La ricchezza del signor Berlusconi, dell’imprenditore Berlusconi, deriva da una “graziosa” concessione ottenuta prima da Craxi con un una tantum annua ridicola e poi dal Governo D’Alema nel 1999, con la legge un per cento (pagina 32: legge 488, art.27 comma 9, del 23 dicembre 1999). Legge mai messa in discussione dagli altri Governi che lo hanno seguito, tra cui ovviamente i suoi.
Il signor unpercento è ricco e continua a incrementare le sue ricchezze in virtù di una legge che gli regala letteralmente le frequenze radiotelevisive. Paga l’un per cento dei ricavi. Ma quale cittadino può avere in concessione un bene dello Stato pagando solo l’un per cento dei ricavi? Nessuno, se non Berlusconi. La legge che regolamenta le concessioni radiotelevisive va cambiata immediatamente. E’ una legge parassitaria che toglie agli italiani, a tutti gli italiani, un reddito enorme, di loro competenza, per donarlo al presidente del Consiglio. Una vera rapina a norma di legge.
Il Gruppo Mediaset vive alle spalle degli italiani. Nel 2007 ha fatturato oltre 4 miliardi di euro, di cui 2.5 miliardi derivanti da pubblicità delle Reti Mediaset. Invertiamo le percentuali: allo Stato il 99%, a Mediaset l’un per cento. L’Italia dei Valori presenterà un’interrogazione parlamentare su questo vero esproprio di reddito degli italiani da parte di Silvio Berlusconi.
P.s. Risultato Operativo 2007 del Gruppo Mediaset (EBIT): 1,49 miliardi di euro.
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12 Gennaio 2009
Il Paese affonda, Berlusconi pensa a se'

I giornali di oggi riportano due notizie : “Bot, rendimenti ai minimi. Bankitalia debito record” e “Giustizia, il diktat di Berlusconi”.
Il comportamento del governo è identico a quello de Il Giornale di Mario Giordano, manomorta del Presidente del Consiglio, che calunnia Di Pietro mentre i carri armati israeliani entrano a Gaza. Persone che vivono da parassiti e non hanno la minima idea delle priorità per i cittadini. Così come un parassita, intento a sostentarsi, non si pone il pensiero della sopravvivenza del suo ospitante.
In futuro nessuno avrà intenzione di finanziare lo Stato, perché nello Stato, in questo Stato, chi ha lungimiranza economica e finanziaria ha scarsissima fiducia. I livelli del debito pubblico italiano, salito a 1670 miliardi di euro, e la credibilità di chi governa, sono la causa della sfiducia del mercato. L’unica notizia positiva dell’articolo sembra essere l’aumento delle entrate fiscali su cui mi dispiace rattristare Tremonti, ma il merito dei maggiori introiti va attribuito a Bersani e al precedente governo Prodi che si erano impegnati a combattere l’evasione fiscale, più che giustificarla. Ricordo invece a Tremonti che nel 2009, per effetto della crisi economica, sono destinate a scendere, anche bruscamente.
In questa situazione drammatica Berlusconi pontifica su una riforma della Giustizia alla “sua maniera”, vale a dire anche senza la convergenza dell’opposizione. Dettaglio che non era necessario specificare visto il ruolo di rappresentanza a cui è stato relegato il Parlamento in questi 11 mesi.
I cittadini non vogliono il bavaglio alle intercettazioni di Saccà, né un Lodo per il processo Mills, vogliono sapere se potranno dormire tranquilli per i Bot a tre anni su cui hanno investito tutti i loro risparmi o per la pensione dei loro genitori.
Ma Berlusconi, pagato dai cittadini per affrontare i problemi del Paese, affronta solo i suoi, ovviamente giudiziari, che altri problemi può avere uno come lui?
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4 Gennaio 2009
Malpensa truffata

"Cornuti e mazziati' dal Governo Berlusconi. Così sono finiti i lavoratori di Malpensa e tutte le imprese e i cittadini della Lombardia e del Nord alla conclusione della vicenda Alitalia.
La scorsa primavera Berlusconi e la Lega, quand'erano ancora all'opposizione, bloccarono la vendita di Alitalia ad Air France perché, a loro dire, avrebbe penalizzato lo scalo di Malpensa e, quindi, tutta l'economia lombarda. Ora che sono al Governo hanno chiuso l'affare proprio con Air France, con l'aggravante però che i debiti della vecchia Alitalia (pari ad oltre 3 miliardi di euro) sono stati messi a carico dei contribuenti italiani, mentre prima se li accollava Air France, e con l'ulteriore aggravante del licenziamento in corso per oltre 12 mila dipendenti Alitalia e più del doppio che ci saranno nel mercato dell'indotto attorno allo scalo di Malpensa. Inoltre, c'è da considerare che attraverso il finanziamento ad Expo 2015 sono venuti a mancare i soldi per il potenziamento al sistema autostradale e ferroviario, fondi voluti fortemente dal governo Prodi.
Insomma, è la solita "truffa alla Berlusconi", di cui gli italiani sono tenuti all'oscuro solo perché i mezzi di informazione o sono in mano allo stesso Berlusconi o , come nel caso del servizio pubblico, sono sottoposti ai suoi veti e alla sua influenza.
L'Italia dei Valori già dal prossimo giovedì 8 gennaio parteciperà alla manifestazione pubblica di protesta e denuncia, che farà proprio a Malpensa per sollecitare l'opinione pubblica a vigilare su quest'altro misfatto a favore dei 'furbetti del CAI', a cui Berlusconi ha voluto regalare la nostra compagnia di bandiera.
E ci auguriamo che anche la Lega – sulla cui onestà intellettuale nell'avere a cuore l'economia del Nord non dubitiamo – sappia trovare la forza per opporsi al disastro economico imprenditoriale che sta per abbattersi attorno allo scalo milanese di Malpensa. E l'augurio è che la Lega questa volta voti con coraggio gli emendamenti che tendono a liberalizzare il mercato su Malpensa aprendo a tutte le compagnie aeree. Coraggio non avuto nei provvedimenti cosiddetti 'Salva Alitalia', proposti dal governo Berlusconi l'estate scorsa, lasciando così l'IdV sola in questa battaglia.
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13 Dicembre 2008
Social Card: profonda indignazione
Pubblico la lettera di un cittadino sulla Social Card (leggi anche il mio articolo "La bufala della Social Card"). La lettera termina con degli interrogativi che mi stringono il cuore e generano una rabbia ed un senso di profonda indignazione.
Quanti cittadini devono ancora prendere per i fondelli questi professionisti della menzogna al governo? Quanto devono ancora subire i cittadini per svegliarsi dal torpore delle coscienze?
Romandini Riccardo è abruzzese, qualcosa può farla lui, e subito, da domani.
Può andare a votare il futuro e spingere tutti i suoi cari ed amici a votare il cambiamento. Che non può essere rappresentato certo dal Pdl.
"Caro Antonio,
giovedì ho accompagnato i miei genitori di 75 e 78 anni e con un reddito di 450 e 480 euro ciascuno, presso l'ufficio postale di Silvi Marina, in provincia di Teramo, per ritirare i moduli della "social card" presso l'Ente Patronato.
Ma davanti al commercialista dell'Ente, la grande sorpresa, o l’immensa bufala. Secondo la legge, che stabilisce i requisiti per l’attribuzione della stessa, i miei genitori non hanno diritto alla "social card", poiché nell'abitazione di cui usufruiscono e risiedono, senza esserne proprietari, ma usufruttuari, vi è il "garage". Vien da sorridere ma è così, il garage viene considerato "immobile di lusso", quindi fa reddito. Anche se ne usufruisci, ossia anche se non lo possiedi. Questo è stato sufficiente per non avere avuto riconosciuto il diritto alla "social card". Assurdo!
Spero lei consideri il fatto sconcertante e voglia renderlo pubblico. Gli italiani non meritano di essere presi più in giro in un momento in cui la solidarietà e l’aiuto dello Stato dovrebbe rappresentare un dovere.
Nella giornata di oggi mio padre ha saputo dall'Ente Patronato, che altri pensionati non hanno ricevuto lo stesso diritto per lo stesso motivo e che sarebbero andati a protestare nelle sedi INPS interessate.
In Italia i proprietari di immobili superano 85% della popolazione e di questo il 75% ha un garage. Questo governo lo sapeva anche prima di fare la bufala della SOCIAL CARD. E allora a chi pensava di darne i benefici? Perché allora non ha spiegato prima queste cose ai cittadini, invece di illuderli, e mortificarli?
Come si può commettere un'azione così meschina nei confronti di persone anziane e deboli, che non sanno come difendersi?
Romandini Riccardo"
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6 Dicembre 2008
Energia, altro treno perso

La Finanziaria arresta lo sviluppo del nostro Paese in ambito ambientale ed energetico.
Mentre gli Stati più avanzati cercano soluzioni alternative al petrolio, all’incenerimento, al nucleare, il Governo Berlusconi punta esattamente su un modello che tra qualche anno escluderà l’Italia dal mercato dell’energia.
Il taglio per le detrazioni fiscali sul risparmio energetico contenuto in Finanziaria è infatti uno dei tanti tasselli che impedirà al nostro Paese di sviluppare l’industria legata alla produzione di impianti e tecnologie del futuro. Una volta perso questo treno l’Italia non potrà, come accade già oggi per le vecchie forme di energia, che acquistare dagli altri Paesi impianti e forniture.
Tra qualche anno cadrà la barriera artificiosa tra energia e energia rinnovabile perché l’energia utilizzata sarà prevalentemente rinnovabile, ossia non esauribile.
Il nucleare è fallito ancor prima di nascere, la Francia, il maggior sponsor in Europa dell’energia dell’atomo, la vuole dismettere e tenta di vendere ad altri Paesi una tecnologia obsoleta che gli ha generato ingenti perdite economiche.
In Europa nel 2007 l'eolico ha prodotto più elettricità del nucleare, gli impianti eolici costruiti nel periodo 2008-2012 produrranno una quantità di elettricità pari a due volte e mezza quella del nuovo nucleare. Il solare è sulla stessa strada.
La risposta del centrodestra a queste previsioni di sviluppo è l’approvazione del 1441 ter, un disegno di legge approdato al Senato dopo essere stato approvato alla Camera, che espropria le Regioni della competenza di valutare l’impatto ambientale per impianti di estrazione petrolifera e di localizzazione di siti nucleari. In sostanza, sarà Berlusconi a decidere dove costruire pozzi di estrazione petrolifera e centrali nucleari alla faccia del federalismo.
I motivi di queste scelte anacronistiche sono chiari: le lobby economiche dell’energia sono profondamente colluse con il sistema di controllo politico da cui ricevono agevolazioni.
L’Italia, grazie a queste scelte contrarie all’ambiente e allo sviluppo economico è sempre più isolata in Europa e nel mondo.
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2 Dicembre 2008
Più consumi e più tasse
Pubblico il video ed il testo di una mia breve intervista, rilasciata ieri a Montesilvano, in provincia di Pescara, sul tema del pacchetto “anti-crisi” e sul contenuto del provvedimento che colpisce gli abbonamenti Sky.
Domanda: Una battuta di politica nazionale che riguarda il pacchetto varato da Tremonti e che riguarda gli investimenti, soprattutto i risparmi delle famiglie. L'aumento dell'IVA SKY è l'ultima uscita di questa coalizione di centrodestra che a quanto pare penalizzerà soltanto SKY e in misura minore Mediaset Premium. Cos'ha da dire in merito a questo provvedimento?
Antonio Di Pietro: In realtà quel che più ci preoccupa non è tanto che penalizzi una rete televisiva e ne favorisca un'altra, che già è grave, ma preoccupa il fatto che poi alla fine chi ci rimette è sempre "pantalone". E' sempre il cittadino italiano. Qui cos'hanno fatto? Hanno aumentato l'IVA, che la paga il consumatore finale, il cittadino italiano. Bene o male SKY farà da passacarte, da partita di giro. Riceve l'IVA e paga l'IVA. Magari avrà qualche cliente in meno perché costerà di più, ma chi ci rimette è soprattutto il cliente, che se vuole un servizio deve pagare di più.
Insomma, vi ricordate cos'ha detto il Presidente del Consiglio? Dovete consumare di più. Ma se me lo fai pagare di più consumo di meno, e non consumo di più! Questo lo capisce pure mio nipote che ha cinque anni.
Ma pure Berlusconi lo capisce, per questo vi frega.
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30 Novembre 2008
Concorrenza governativa

Nel pacchetto ironicamente denominato “anti-crisi” è contenuto un provvedimento che colpisce gli abbonamenti della pay-tv, ossia Sky. Il provvedimento raddoppia l’iva dal 10 al 20%.
Silvio Berlusconi sta utilizzando, ancora una volta, lo Stato e la sua posizione in conflitto di interessi per favorire le sue televisioni. Lo fa invitando grottescamente i cittadini a consumare di più ma prelevando ulteriori soldi dalle loro tasche.
Il rilancio dei consumi millantato in comizi e apparizioni televisive si è arrestato a misure fittizie e di facciata come quelle della social card. Se Berlusconi avesse voluto rilanciare i consumi avrebbe ridotto l’iva come è accaduto in Inghilterra dove Gordon Brown ha annunciato la riduzione dell’iva dal 17,5 al 15%. La realtà è che questa manovra mira a colpire l’unico vero concorrente sul mercato di Mediaset , Sky, un’azienda che in questi anni, come afferma il suo amministratore delegato Italia Tom Mockridge, ha creato migliaia di posti di lavoro investendo continuamente per lo sviluppo dell’azienda in Italia. Non basta, colpisce anche 4,6 milioni di famiglie. L’azienda di Cologno finge in pubblico di indignarsi, ma brinda in privato nella villa di Arcore, visto che la manovra sarebbe comunque insignificante poiché colpirebbe una parte marginale del business di famiglia del Presidente del Consiglio.
Dopo la vicenda Europa 7, Silvio Berlusconi compie un'altra manovra per mettere al sicuro le sue aziende dalla crisi che investirà il Paese, le famiglie e le altre imprese, non le sue.
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29 Novembre 2008
La bufala della Social Card
Oggi vi voglio parlare di questa storia della Social Card che il governo Berlusconi ha proposto per venire incontro ai poveri.
Non ho nulla in contrario, anzi, vorrei che ai poveri si desse il più possibile, e non solo quei 40 euro al mese, ossia 1 euro e venti al giorno, che si propongono. Ben venga qualsiasi cosa, ma non sotto forma di elemosina cosi sfacciata.
Rifletteteci un attimo. L'hanno chiamata Social Card, in inglese, ossia la “tessera del pane”. Ci sono modi e modi per aiutare i poveri, ma l'ultima cosa che bisogna fare è umiliarli. La dignità del povero vale più della dignità del ricco. Il ricco se la può anche comprare, il povero la dignità non la compra, la deve avere.
Gli mandano a casa questa tessera, il povero deve prenderla e andarla ad usare nel supermercato e i prodotti che gli dicono, magari negli stessi supermercati del Presidente del Consiglio.
Non potevano mandargli 40 euro al mese direttamente a casa sua invece che mandargli la tessera? Costa pure meno, e lasci decidere a lui cosa vuole farne, se comprare medicine o il pane piuttosto che il burro. Perché umiliare cosi il povero, che si sente già umiliato? Quando sta nel bancone del supermercato deve sentire i bisbiglii degli altri che stanno dietro e che sparlano tra di loro?
Questa è l'umiliazione della dignità umana, che trasforma il cittadino in suddito, e chi ha il potere non è colui che da un servizio, ma come il padrone che da il tozzo di pane o il pezzo d'osso al suo cane. Questo è quello che mi umilia, è questo che credo sia ingiusto. E' questo il modello culturale del governo attuale che non posso accettare e che intendo contrastare.
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14 Novembre 2008
La compagnia del Cai
Pubblico il video ed il testo di un mio intervento durante la puntata di ieri, giovedi 13 novembre, ad Annozero sul tema di Alitalia.
"C'è l'arroganza di un gruppo di persone, che sotto indicazione e sponsorizzazione del Premier Berlusconi, hanno messo su una pseudo compagnia, perché di mestiere non fanno trasporto aereo, che ha umiliato compagnie aeree che invece potevano partecipare ad una gara internazionale vera.
Lo dico perché resti qui quello che ho già detto in Parlamento, a prova di chi vuole contestare un fatto del genere: primo, Alitalia è fallita, e non è stata salvata. Secondo, proprio perché è fallita, i dipendenti vanno in cassa integrazione, altrimenti, se fosse stata salvata, non ci andavano. Terzo, dato che Alitalia è fallita, gli italiani devono pagare il miliardo e settecento milioni di euro che prima non avrebbero dovuto pagare. Quarto, per quanto riguarda i trecento milioni di euro, che Berlusconi ha chiesto che fossero dati ad Alitalia, l'Unione Europea ha detto che li deve pagare la vecchia compagnia, non può pagarli per definizione perché, nel decreto legge di istituzione del commissario straordinario, è stato previsto che possono essere pagati solo dopo che sono stati pagati tutti gli altri creditori. Ciò vuol dire che gli italiani dovranno pagare questi ulteriori trecento milioni. Due miliardi di euro sono stati pagati, e solo l'attivo è stato dato a questa “compagnia del Cai”. Che cosa voglio dire? Che questa compagnia quanto l'ha pagato? L'ha pagato per un valore stabilito da un valutatore che si chiama "banca Leonardo". Chi fa parte di "banca Leonardo"? Alcuni dei soci di Cai. Allora, se le sono fatte e se le son cantate, se le son suonate, se le son contate e si son fatti il prezzo.
Che cosa chiediamo? Che a quel valore, che ha detto a Cai, si metta in gara affinché ci sia qualcuno che di mestiere fa il trasporto aereo e che ci fa andare sicuri, ad un prezzo inferiore e con più sicurezza. L'unico che fa questo lavoro è Toto, che, se non si fosse messo dentro, sarebbe fallito pure lui."
Oggi, alle ore 18:30, appuntamento in diretta streaming dal blog di Carlo Costantini (www.carlocostantini.it) per il lancio della campagna elettorale della coalizione alle prossime elezioni regionali dell'Abruzzo.
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28 Ottobre 2008
Ancora salva furbetti
Torno a riflettere con voi ancora una volta sul nuovo potere economico e finanziario italiano e sul conflitto d'interesse che affligge sempre di più Berlusconi, la sua famiglia e il suo governo. Questa volta l'occasione ce la da il nuovo assetto di Mediobanca.
Mediobanca è il cuore finanziario italiano. C'era Cuccia una volta, quello che non parlava mai e faceva tutto. Oggi non solo fanno tutto, ma parlano pure.
Oggi si sa che anche la figlia del Premier, Marina Berlusconi, entra in Mediobanca, ma soprattutto ciò è possibile perché in Mediobanca c'è Mediaset. Ma non solo, ci sono tanti personaggi: c'è Ligresti, Tarak Ben Ammar, c'è Tronchetti Provera, c'è soprattutto Geronzi, che ne è presidente, sotto processo per vicende come Parmalat.
Insomma, la mattina non si sa più se il nostro presidente del Consiglio quando decide qualcosa lo decide per questo gruppetto di imprenditori, finanzieri, e anche qualche speculatore, che sta dentro Mediobanca, o lo fa per gli italiani? Certo è che quando si è messo a dire quali azioni comprare ha detto proprio quelle che stanno presenti in Mediobanca. E' certo, quindi, che se ha fatto dei favori indicando cosa comprare, in termini di mercato azionario, ha fatto un favore ai suoi amici.
Un po di queste azione sono le stesse che ci troviamo anche in Alitalia. O meglio, visto che è fallita, in quella compagnia aerea “strana strana” nata all'ultimo momento e che si è presa la polpa di Alitalia.
In tutto questo conflitto d'interesse, che fino a quando non si risolve il nostro Paese rimarrà sempre a scartamento ridotto sul piano economico finanziario internazionale, voi mi direte “ma perché ce lo dici ancora oggi?”. C'è una novità, fresca di giornata: è stato depositato, sempre dal governo Berlusconi, un disegno di legge che è già stato messo in calendario – manco fanno in tempo a depositarlo che già lo mettono in discussione, mentre quello sulla non candidabilità dei condannati se lo scordano sempre – che prevede la riforma dei reati fallimentari.
Non è una riforma, ma una delega in bianco che si da al governo: il Parlamento deve approvare una legge che dice “caro governo, io non riesco a farla. Fai tu la legge sui reati fallimentari”. La norma si chiama “norma in bianco”, però in questa inserisce una clausola: “mi raccomando governo, quando fai il reato di bancarotta prevedi una pena che va nel massimo dagli 8 ai 10 anni”. Uno si chiede perché è stata messa. Molto semplice, perché attualmente è fino a 10 anni, se lo mette da 8 a 10 si da la possibilità al governo, cioè a Berlusconi, di decidere pure di metterla a 9 anni.
Sapete qual'è la differenza fra avere una pena a 9 anni e una a 10 anni? Se hai una pena a 10 anni, come massimo edittale, la prescrizione scade dopo 15 anni. Se hai una pena anche di un giorno meno a 10 anni, come per esempio 9 anni, allora la prescrizione scade dopo 10 anni, e non 15.
In definitiva cosa hanno fatto? Hanno previsto un nuovo reato di bancarotta con una pena ridotta in modo che la prescrizione sia minore. E allora?
E' vero o non è vero che Geronzi di Mediobanca è sotto processo per la vicenda Parmalat? Si.
E' vero o non è vero che scade nel 2011? Si.
E' vero o non è vero che siamo ancora alle fasi preliminari del dibattimento di primo grado? Si.
E' vero o non è vero che con questa giustizia che non può funzionare in tempo al 2011, che è dietro le porte, arriva in prescrizione? Si.
Berlusconi non avrà preso questa decisione sulla bancarotta per salvare il suo amico Geronzi? Ai posteri la sentenza, ma voi non aspettate i posteri: agite adesso.
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9 Ottobre 2008
La Salva Manager
In una situazione in cui l'economia mondiale è in ginocchio per le speculazioni e i comportamenti scellerati di una classe imprenditoriale, politica e finanziaria che ha agito con fini puramente speculativi, il provvedimento, legato al decreto legge "Salva Alitalia" che apre le porte all'impunità di chi ha delle responsabilità accertate su questi fatti, rappresenta un gesto che mina la credibilità e la capacità di ripresa del Paese.
Pubblico il video ed il resoconto stenografico del mio intervento alla Camera dei Deputati di questa mattina.
"Ritengo che un Presidente del Consiglio abbia il dovere di venire in Parlamento e non il diritto di andare al «Bagaglino». Quindi ritengo che sia giusto deplorare il comportamento di quel Presidente del Consiglio che invece di venire in Parlamento perde tempo ad andare al «Bagaglino» in un momento tanto delicato per la situazione italiana.
Noi dell'Italia dei Valori consideriamo questo provvedimento per quello che è. Non lo possiamo valutare perché semplicemente non c'è: chi l'ha letto, in quest'Aula, questo provvedimento? Stiamo dando fiducia ad un provvedimento di cui dobbiamo leggere sui giornali le linee essenziali. Diciamola tutta, allora: il Governo in questi mesi, per decreto-legge, ha disciplinato tutto, stabilendo anche misure che servivano a qualcuno di loro. Ancora non aveva mai fatto uno spot per decreto-legge. Infatti, ad oggi, con riferimento a questo decreto-legge, soltanto di spot si tratta. Quanti soldi ha stanziato il Governo per venire incontro a tutte le esigenze che ha enunciato? Non c'è un euro. Allora è stato detto: ripianeremo - questa è la prima garanzia che ha enunciato -, anzi rafforzeremo a livello statale, con centomila euro, la garanzia per tutti i conti correnti. Mi chiedo: con quali soldi? Se è vero come è vero che il Ministro Tremonti ha affermato che l'Italia è il terzo Paese nella classifica mondiale quanto a debito pubblico e se è vero come è vero che non può permettersi alcun euro di deficit ulteriore, con quali soldi ripiana tutto questo? È vero o non è vero che fino a ieri ci è stato detto che alle banche è stata lasciata la possibilità di operare perché contestualmente veniva istituito anche un fondo interbancario per garantire i conti correnti? Oggi scopriamo che quel fondo è talmente nominale che bisogna anche prevedere una garanzia statale. Ma la garanzia statale, con quali soldi viene data? Senza stanziare neanche un euro.
Allora si tratta, ancora una volta, di uno spot, fatto senza soldi.
La seconda garanzia che ci è stata data è la seguente: è stato detto che nel caso in cui le banche siano in difficoltà, ricapitalizza lo Stato, l'erario. Con quali soldi ricapitalizzata l'erario, se già è in deficit e non può spendere una lira? Ancora una volta si tratta di frasi al vento.
È stato detto: se per caso, poi, le imprese non hanno fondi, la Banca d'Italia si farà carico di immettere liquidità nel sistema bancario. Con quale denaro la Banca d'Italia potrebbe farlo, se non ha nemmeno quanto necessario per ripianare il deficit dello Stato? Noi crediamo che alle ipocrisie del «giorno dopo» non bisogna dar retta e bisogna guardare le cose nel concreto: per questo passiamo e vogliamo passare dalle parole ai fatti, signor Ministro, questa volta mi rivolgo a lei, che non c'è!
Lei ha detto prima che l'Ecofin ci ha raccomandato di non dare compensi - questa è la parola che ha usato lei - o emolumenti indebiti ai manager. La dobbiamo smettere di dire una cosa e di farne un'altra: se è vero, come è vero, che l'articolo 7-bis del decreto-legge su Alitalia prevede che non siano perseguibili coloro che commettano reati, qualora sia intervenuta non la dichiarazione di fallimento, ma solo quella di insolvenza, ciò vuol dire che con le parole dite che volete rispettare le raccomandazioni Ecofin, ma nei fatti adottate, con decreto-legge, misure che assicurano l'irresponsabilità ai vari manager che in questi anni hanno ridotto la situazione della società al lastrico in questo modo.
In concreto, state dicendo, oggi, che volete rafforzare, dando soldi alle banche, la garanzia per i depositi che i cittadini hanno presso le banche. A quali banche? Con l'articolo 7-bis del citato decreto-legge, voi garantite l'impunità anche a tal Geronzi, presidente di Mediobanca (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori), cioè garantite l'impunità a una di quelle persone che è sotto inchiesta per i crack Cirio, Parmalat e quant'altro. In altre parole, proprio per quei crack che sono conseguenti a quella finanza creativa degli ultimi anni. Questa è la differenza fra le parole e i fatti: voi, a parole, dite che volete venire incontro alle ripercussioni nel nostro Paese della crisi finanziaria dando stabilità, liquidità e fiducia. Magari! Vorremmo venirvi incontro anche noi, vorremmo anche noi condividere con voi questi impegni, ma il decreto-legge adottato ieri non stanzia un euro, anzi stabilisce che pagherà tutto lo Stato, ma con i soldi degli altri. L'unica cosa che ha prodotto è una bella festa al Bagaglino dell'«ora dopo», mentre in concreto nessun intervento è stato fatto per le famiglie, per le piccole e medie imprese, per ridare trasparenza a questo mercato finanziario. Anzi, l'unico intervento compiuto è volto a garantire l'impunità a quelle che sono state le cause di questi dissesti. A me pare che tra le parole e i fatti passi una grande differenza.
Allora, ribadiamo che saremmo d'accordo con quel Governo che un giorno dovesse decidersi a fare qualcosa per gli italiani. Ma ancora una volta, oggi, ancora una volta con decreto-legge, avete provveduto ad apprestare non una soluzione per gli italiani, ma uno spot per vendere soltanto voi stessi (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)".
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6 Ottobre 2008
Il governo garantisca i risparmiatori

Le banche occidentali stanno cadendo una dopo l’altra, anche le più solide e centenarie. In questa bufera finanziaria che sembra non arrestarsi alcuni governi europei stanno rassicurando i propri risparmiatori con dichiarazioni importanti e con atti concreti.
L’Irlanda è stata la prima a garantire la copertura integrale dei depositi per evitare il dilagare di una paura collettiva ed evitare l'aggravarsi della situazione finanziaria. Il governo tedesco oggi ha deciso di seguire quello irlandese e di garantire tutti i depositi al risparmio privati delle banche tedesche. La decisione dell'esecutivo di Angela Merkel è stata annunciata dal portavoce del ministro delle Finanze Tosten Albig.
Il governo Berlusconi deve rassicurare i risparmiatori e dare stabilità al nostro sistema finanziario. Il presidente del Consiglio ha l’obbligo di assicurare la copertura dei risparmi bancari senza porre alcun tetto o quello che potrà succedere da questo momento in avanti sarà scontato. Vale a dire una fuga massiccia di risparmi dall'Italia verso Paesi che offrono una totale garanzia ai risparmiatori con un conseguente tracollo del nostro sistema bancario.
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25 Settembre 2008
Isoliamo gli speculatori
Riporto il video ed il resoconto stenografico dell'interpellanza urgente che ho presentato oggi alla Camera dei Deputati, dove ho chiesto al governo quali siano le sue intenzioni per il rilancio dello stabilimento ex Videocolor, dove 1500 operai sono arrivati alla fine della cassa integrazione, e per lo sviluppo del comprensorio industriale di Anagni-Frosinone.
Antonio Di Pietro: Signor Presidente, intendiamo chiedere al Governo se si stia muovendo e che cosa possa fare - il «se si stia muovendo» non è una critica, ma vuole significare se il Governo abbia individuato se si possa fare qualcosa - con riferimento ad una vicenda che è «una delle vicende», quella della Videocolor di Anagni, che è già conosciuta - diciamo così - dagli uffici, perché è ormai dal 2005, anzi, dal 2004 che versa in una situazione delicatissima. O meglio, la società in sé sta benissimo; quelli che versano in una situazione delicatissima sono i 1500 operai che sono da quattro anni in cassa integrazione, che sono arrivati alla fine della cassa integrazione e che, quindi, sono sulla soglia della disoccupazione.
La Videocolor ad Anagni rappresenta un po' l'economia di Anagni. Togliere a una cittadina 1500 dipendenti vuole dire, semplicemente, spopolarla.
Ad Anagni non c'è una classe operaia qualunque: c'è una realtà estremamente importante in termini di qualificazione professionale, perché in quell'area era presente la società Thomson, che aveva il marchio Nordmende, e quindi tutto il sistema dei televisori, dell'elettronica degli anni trascorsi passava per Anagni. E quella classe operaia non è una classe operaia qualsiasi, perché ha una professionalità eccezionale, in un'area in cui è possibile interloquire con altre società, altre imprese fortemente preparate sul piano tecnologico.
Sembrava andare tutto bene. A un certo punto arrivano i «soliti» indiani: questa grande apertura al mercato dell'est, dove ci dicono che sono bravi e fanno tutto loro, in questa enorme nuova economia di mercato in cui arriva la multinazionale di turno e dice ghe pens mi; e dicono: lo compro se mi dai i soldi. Non è sbagliato, non ho sbagliato a parlare: la Videocon, società indiana, riesce a comprare la Videocolor dalla Thomson non dandogli, ma riscuotendo 185 milioni, perché chi la comprava si prendeva il carico di procedere a una riconversione aziendale dello stabilimento. Non è che Thomson regalava loro qualcosa: Thomson aveva già ricevuto a suo tempo tanti benefici statali, per cui meritava qualcosa. Nessuno regala niente a nessuno.
Da qui partono una serie di attività burocratiche, che coinvolgono «a cavallo» tutti e due i Governi, il Governo Berlusconi prima dell'esperienza del Governo Prodi, il nostro Governo Prodi e adesso il Governo Berlusconi. Tra un protocollo d'intesa, un CIPE, una ratifica e quant'altro, alla fine esce fuori un contratto di programma tra il Ministero dello sviluppo economico e la società Videocolor, che viene reso operativo, tutto sommato, alla fine del 2007. La Videocon si impegnava a investire 274 milioni per far ripartire questa attività di impresa.
In pratica cosa è successo? È successo che dal tubo a raggi catodici - perché questo facevano ad Anagni - il mondo è cambiato, e nell'ambito di questa necessità bisognava fare una riconversione industriale. Si è pensato di farla con una trasformazione dell'impianto per produrre televisori al plasma: questo nel 2004. Parla tu che parlo io, parla il Governo di destra che parla il Governo di centrosinistra, alla fine, quando i soldi sono arrivati, anche il plasma è diventato obsoleto: ormai si va verso la tecnologia LCD. Insomma, la tecnologia industriale corre più veloce della burocrazia italiana e ciò coinvolge - con senso di responsabilità dobbiamo dirlo - non questo o quel Governo ma tutta la burocrazia, dato che ha coinvolto trasversalmente i due Governi.
Il problema è che, quando la burocrazia ha poi a che fare con i furbi, è una fregatura, perché in realtà questi non hanno proprio intenzione di fare la riconversione industriale. Infatti, quando tutto era pronto e si diceva che partissero, non è andata così: mentre tutta la burocrazia andava avanti, il management dell'azienda non si è organizzato per far partire la macchina, ma si è organizzato, nottetempo, per spogliare l'azienda, svuotarla completamente e insomma prepararsi a quel che è un vecchio vizio dei nostri indiani della Videocon, cioè quello, fatto l'affare, di tagliare la corda. L'hanno fatto con la Necchi nel '98: perché non sono sconosciuti questi signori, che fanno capo ad una grande famiglia indiana che, nella classifica Forbes, risulta fra i tre o quattro più ricchi al mondo; certo, anche io sono capace di diventare ricco così!
Già nel 1998 avevano acquistato la Necchi, dalle parti di Piacenza; poi hanno detto che la stavano trasferendo a Bergamo e poi a Milano. Insomma, alla fine stavano portando in Cina anche questa e però, anche in quel caso, 555 unità e 25 milioni di soldi pubblici sono spariti.
Ad Anagni sono trascorsi quattro anni di cassa integrazione guadagni straordinaria (che paga il contribuente italiano), sono stati erogati 185 milioni che aveva messo la vecchia Thomson e altri 47 che grazie a Dio sono stati bloccati e quindi siamo riusciti a non darglieli. Tuttavia, questi imprenditori dopo aver preso quella somma, dopo avere creato un enorme danno al contribuente italiano, che si è dovuto far carico di pagare il costo della cassa integrazione, e dopo aver creato un'umiliazione e una mancanza di lavoro per 1.500 persone se ne vanno, perché stanno smantellando l'azienda. Ma cosa dico? Non se ne vanno! Vanno a Caserta. Al nord, al centro e al sud.
Nella provincia di Caserta, a Rocca d'Evandro, si svolge un'attività imprenditoriale per un valore di circa un miliardo 200 milioni. Anche lì si effettua una riconversione, anche lì il solito televisore nella sua innovazione tecnologica migliore, anche lì 200 milioni pubblici che si devono pagare. Le persone sono sempre quelle. Cambia l'ubicazione e cambia la società che acquistano. Disegnano un bel progetto faraonico, ti fanno vedere la luna e le stelle e poi quando è il momento di «quagliare» trovi quattro mura vuote e loro che dicono: ormai la tecnologia è troppo avanzata, non ci conviene più fare questo, ce ne andiamo!.
Riteniamo che per la vicenda Videocolor sussistono responsabilità a vari livelli. Pensiamo, pertanto, che sarebbe un errore prendersela con l'ultimo Governo. Però, è un dovere per l'ultimo Governo farsene carico, perché è anche responsabilità delle istituzioni se tutto ciò è avvenuto. Infatti, si tratta di una responsabilità delle istituzioni di controllo perché rispetto a questi finanzieri d'assalto (ce la siamo tanto presa in questi giorni con i finanzieri di casa nostra ma, come vedete, il mercato globale produce finanzieri globali) non sono state in grado di creare un filtro di garanzia per il lavoratore, per il sistema dell'impresa, per l'economia di mercato e per la qualità del prodotto.
Sicuramente, siamo di fronte a una mancanza di controlli che ha prodotto questo danno per i lavoratori e a una farraginosità burocratica perché non è possibile che dal momento in cui si firma un contratto di programma a quello in cui i soldi vengono effettivamente resi disponibili passino tre o quattro anni, specie quando si ha a che fare con produzioni tecnologicamente avanzate dove anche un solo mese fa diventare un prodotto obsoleto e chi oggi si occupa di materia computeristica sa bene che di tre mesi in tre mesi bisogna già rinnovarsi e rinnovare perché altrimenti si è fuori mercato.
Certamente si era in presenza di un difetto di piano industriale macroscopico che doveva essere scorto sia dalle istituzioni sia dai manager italiani perché ci vogliono proprio gli occhi chiusi, come il coniglio di casa mia, per mettersi - nel 2005 - a lavorare per implementare il tubo catodico. Certamente, vi è stata un'insufficienza manageriale. Allora mi chiedo, se questo stesso management, com'è vero, si sta ora occupando di Caserta e di Rocca d'Evandro, lo stesso management, cosa produrrà prossimamente?
Mi avvio alla conclusione del mio intervento perché non voglio prolungarmi quasi a fine seduta. Vogliamo affrontare questo tema nell'interesse dei lavoratori di Videocolor (oggi acquisita da Videocon) che stanno subendo le conseguenze di una pluralità di inefficienze e di cattive azioni. Sono gli unici incolpevoli. L'interpellanza che stiamo discutendo non è volta a prendersela con il Governo, ma mira a chiedere all'Esecutivo se ha in mano la situazione, se conosce il problema, se lo sta affrontando e in che modo può essere affrontato.
Viespoli Pasquale (Sottosegretario per il lavoro) : Signor Presidente, ringrazio l'onorevole Di Pietro per il contenuto, l'illustrazione e le diverse questioni poste attraverso l'interpellanza presentata. Una questione attiene ad una riflessione su alcuni strumenti di contrattazione negoziata e su come questi strumenti siano davvero di accompagnamento alle iniziative imprenditoriali nel momento in cui è difficile immaginare, in un mercato in così rapida evoluzione, come giustamente ha sottolineato l'onorevole Di Pietro, in particolare in settori di tecnologia avanzata, come sia possibile conciliare l'utilizzo di certi strumenti con i tempi dell'intervento imprenditoriale.
È però questa una questione di ordine più ampio e più complesso che, come l'onorevole Di Pietro sa meglio di me, è stata oggetto di confronto, di dibattito e anche di miglioramento e di riposizionamento, in particolare sul piano regionale, di alcuni strumenti.
Si pone una questione in relazione alla vicenda di Anagni e all'ultimo contratto di programma, quello che si è concluso sostanzialmente nel 2007. Credo sia utile precisare in risposta, come comunque ha evidenziato lo stesso interpellante in un passaggio della sua illustrazione, che si tratta di un contratto di programma sottoscritto dalla VDC Technologies Spa il 27 luglio dello scorso anno con il Ministero dello sviluppo economico e la regione Lazio per la realizzazione di un piano di investimenti che prevedeva l'erogazione di contributi per un onere globale a carico della finanza pubblica di 45.310.536 euro di cui 34.423.502,40 a carico dello Stato e 10.887.033 a carico della regione Lazio a fronte dell'impegno della società contraente di sostenere un rilevante investimento nell'ambito di un articolato piano biennale di ristrutturazione aziendale con l'obiettivo di raggiungere una posizione leader in Europa per la produzione di televisori piatti al plasma.
È opportuno evidenziare, lo ripeto, che i predetti contributi sarebbero stati erogati subordinatamente alla verifica dello stato di avanzamento raggiunto nell'attuazione del piano industriale nell'ambito della verifica del programma industriale.
Il 20 giugno scorso presso il Ministero dello sviluppo economico il legale rappresentante della società ha comunicato la decisione della controllante indiana Videocon di abbandonare il piano industriale sulla base del contratto di programma in quanto la mutata situazione del mercato TV, nonché le prospettive a livello internazionale, non avrebbero consentito alla società di sostenere l'investimento.
Ciò ha comportato, per l'appunto, il venir meno delle condizioni contrattuali, con la conseguenza di bloccare lo stanziamento relativo al primo stato di avanzamento dei lavori. Quindi, sulla base delle informazioni acquisite presso il Ministero dello sviluppo economico e la regione Lazio, è opportuno evidenziare che non c'è stata alcuna erogazione di fondi pubblici in relazione almeno al contratto di programma 2007.
Rispetto alla competenza specifica del Ministero del lavoro debbo evidenziare alcune cose in relazione all'utilizzo degli strumenti di ammortizzatori sociali da parte della società stessa. È in corso, perché è stata attivata, una procedura di proroga per un ulteriore anno di cassa integrazione straordinaria fino al mese di maggio 2009 per «complessità connessa alle ricadute occupazionali». Questa era la prima causale che accompagnava la richiesta di cassa integrazione fino al 2009; successivamente, la causale è stata modificata in «complessità dei processi produttivi».
La concessione è subordinata ai fini delle valutazioni che ci saranno all'esito della verifica ispettiva prevista dalle vigenti normative. Le risultanze e la verifica ispettiva non sono ancora pervenute e, quindi, non è stata ancora determinata una decisione in relazione alla richiesta di cassa integrazione straordinaria fino al 2009, che segue la cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione utilizzata per il biennio dal 7 maggio 2005 al 6 maggio 2007 e, successivamente, con un ulteriore anno di proroga - anche in questo caso con la causale della complessità dei processi produttivi - fino al 6 maggio 2008.
Aggiungo che è evidente - anche in relazione alla causale della richiesta - che la società si muove nella direzione indicata come ipotesi peggiorativa rispetto alla situazione occupazionale cioè quella di ridurre notevolmente (fino a 400 un'unità circa) i livelli occupazionali previsti ad Anagni. In relazione ad alcuni elementi evidenziati nell'interpellanza urgente, anche rispetto alla vicenda pregressa, il Ministero ha trasmesso l'interpellanza alla direzione provinciale del lavoro di Frosinone, che ha attivato un'ispezione presso la società in questione per la verifica delle situazioni aziendali sotto il profilo di competenza della direzione provinciale del lavoro stessa. Mi riferisco, in particolare, anche al riferimento, presente nell'interpellanza, alle vicende pregresse relative ad anni precedenti e alla verifica rispetto alla situazione attuale.
Per concludere, anche ringraziando ulteriormente l'onorevole Di Pietro, dal momento che ha posto non solo la vicenda riguardante Anagni, ma anche quella concernente i comportamenti di un gruppo sul territorio nazionale anche in relazione a prospettive di apertura in Campania. Peraltro, nel rapporto, la regione Campania nel corso delle settimane precedenti ha già evidenziato anche una grande enfasi, da una parte comprensibile in relazione alla dimensione dell'investimento e dell'area dove tale investimento dovrebbe collocarsi, dall'altra con una riflessione da fare anche alla luce dell'interpellanza e dei suoi contenuti circa le precedenti iniziative e il loro esito del gruppo, che dovrebbe eventualmente concretizzare l'investimento nel casertano.
Concludo con queste considerazioni. In primo luogo, il Ministero del lavoro è pronto ad attivarsi sul terreno proprio in relazione agli strumenti di ammortizzatori, ma non solo. Tuttavia, debbo far notare all'onorevole Di Pietro che, allo stato, il Ministero non è stato interessato della vicenda se non per la procedura cui facevo riferimento prima, nel senso che parti sociali o soggetti altri del territorio o quant'altro non hanno chiesto ancora l'attivazione di un tavolo presso il Ministero. Personalmente, esprimo la disponibilità nel caso in cui ciò si dovesse determinare o questo ci dovesse essere richiesto.
Per quanto riguarda, infine, le questioni relative alla competenza del Ministero per lo sviluppo, lo stesso Ministero ha comunicato sia che è in corso l'acquisizione dei dati relativi al progetto di Rocca d'Evandro, sia che si stanno determinando le eventuali iniziative da assumere in relazione al pregresso della società di cui all'interpellanza.
Antonio Di Pietro: Signor Presidente, replico innanzitutto per ringraziare il sottosegretario e, attraverso di lui, il Governo per una risposta onesta, perché questa è la fotografia.
Signor sottosegretario, noi - lo diciamo a lei affinché lo dica al Governo - siamo una forza politica che intende in quest'Aula fare opposizione senza sconti, ma anche senza preconcetti; vale a dire che quando possiamo essere propositivi lo vogliamo essere.
Lei, nella parte finale del suo intervento, ha detto che tutto sommato noi, ad oggi, fermo restando quel che è stato fatto in precedenza doverosamente dai vari Governi che si sono succeduti, non abbiamo fatto ancora nulla perché non ci è ancora arrivata sul tavolo un'istanza in tal senso: non ne avete colpa, ma non ne hanno colpa neanche le parti sociali, cioè gli operai.
La verità qual è? È la riconferma di quel che tutti e due sospettiamo: che c'è un management e c'è a monte una proprietà che se ne frega, che ha già fatto quello che doveva fare, che ha già raggiunto l'obiettivo e che, quindi, lascia che le cose vadano tanto peggio per andare tanto meglio, perché più si rimane fermi nel trovare una soluzione verso gli operai, prima deve crollare quella realtà e, quindi, si chiudono definitivamente i portoni.
Mi permetta allora di rilanciare, proprio per quell'opposizione propositiva che vogliamo fare: adesso lo sapete, attraverso questa interpellanza parlamentare siete stati formalmente informati di una situazione delicata. Noi, i primi giorni della settimana prossima, ci recheremo in quel posto, incontreremo tutti gli operai di quella fabbrica e diremo loro di sottoscrivere un documento comune dove tutti insieme rivolgeranno l'istanza che manca.
In questo spirito costruttivo, su una materia così delicata che vogliamo portare avanti, mi permetta allora di segnalare qualche ulteriore riflessione. Mi consenta di partire da una macro analisi. La crisi morde l'economia mondiale - non c'è niente da fare - e morde l'economia reale, non solo a livello italiano, ma a livello mondiale, e sarebbe una piccola opposizione, la nostra, se dovessimo dire che la stagnazione dell'economia in Italia dipende tutta dal fatto che è arrivato il Governo Berlusconi, così come sarebbe una grave offesa se si dovesse dire che dipende dai due anni del Governo Prodi.
La verità è molto semplice: la stagnazione coinvolge non solo il nostro Paese, ma tanta economia mondiale e quindi bisogna vedere tutti insieme, qui dentro e nel Governo, che cosa possiamo fare per - come diceva un mio vecchio maresciallo quando facevo un altro mestiere - «infrenare» il fenomeno (ma lui si riferiva allo spaccio non dei televisori al plasma, ma della droga!).
A me pare che attualmente il Governo si stia facendo carico di una cassa integrazione guadagni che la dice lunga in ordine alla situazione di stagnazione dell'economia reale nel nostro Paese; circa 850 aziende (o giù di lì) sono in cassa integrazione, alcune in cassa integrazione ordinaria, altre in cassa integrazione straordinaria. Una cosa è certa: quest'anno il 25 per cento in più di aziende rispetto all'anno scorso è in cassa integrazione; se volessimo metterci qui a fare una polemica se ciò si è verificato più nei primi sei mesi o più negli ultimi sei mesi è polemica sterile. Il fatto è che ci sono delle aziende che chiudono e nell'ambito della richiesta della cassa integrazione, sia straordinaria che ordinaria, abbiamo potuto prendere atto che la maggior parte (oltre la metà) è dovuta a crisi aziendale, cioè ad un crollo dell'azienda.
È una realtà, e rispetto a questa realtà cosa possiamo fare? Sono 53 mila gli addetti che sono in cassa integrazione. Provate a riflettere, proviamo a riflettere tutti insieme: in questi giorni i giornali sono pieni, la polemica non ha confini sui 2000, 2500, 3000, 3500 esuberi dell'Alitalia; e questi 1500 che rappresentano quasi tanto quanto che peones sono? Vedete come incredibilmente bisogna sempre urlare nel nostro Paese per farsi sentire.
Nel nostro Paese, se capiti nel treno giusto che ha un amplificatore giusto, una soluzione si trova. Noi lavoriamo affinché la soluzione Alitalia si trovi, perché non vogliamo vedere per terra nessun dipendente Alitalia, non perché tutti debbano volare, ma perché anche quelli che stanno per terra devono rimanere in piedi.
Guardate come è incredibile la situazione del nostro Paese: tutti sanno tutto ciò che avviene in riferimento ai due o tremila operai, dipendenti e maestranze di Alitalia e nessuno sa nulla della vicenda di Videocolor che riguarda millecinquecento persone. Che si sappia che millecinquecento persone si sono messe di traverso per bloccare l'autostrada A1 che collega il nord con il sud dell'Italia. Si è bloccata l'autostrada, si è bloccato il Paese e i giornali non se ne sono accorti!
Ecco la delicatezza del problema. Se la ditta interessata non fa parte di un sistema di relazioni e se le parti sono soltanto «poveri cristi» di periferia, nessuno se ne interessa. Ecco perché l'Italia dei Valori è voluta stare qui oggi, tutta insieme, per lanciare un appello costruttivo al Governo: pensiamo agli ultimi e a chi non ha voce.
Ecco perché noi siamo qui a ribadire un'attenzione particolare ad un momento particolare nei rapporti tra il patronato e le maestranze. Se è vero come è vero che un signore nei giorni scorsi a Salerno - da quelle parti la Videocolor deve fare un ultimo exploit - ha scritto una lettera agli operai in cui ha detto tante di quelle parolacce che neanche qui, dove non si risponde delle parole che si dicono, si possono dire. Li ha presi letteralmente in giro, offendendoli nell'onore, nel decoro, nelle loro famiglie, nel loro fisico dicendo cose di tutti i colori.
Questo avviene perché si sta ingenerando nel Paese una nuova cultura, ovvero quella del padronato e di un nuovo padrone spocchioso, prepotente, arraffone, speculatore, un padrone forte che può fare quello che gli pare e piace. E guai a voi, che parlate a fare? Non disturbate il manovratore.
Noi abbiamo bisogno di un Governo che difenda i lavoratori, di un'opposizione che difenda i lavoratori, anzi di un Governo e di un'opposizione che, tutti e due insieme, difendano l'imprenditoria sana, in quanto ci deve essere. Ma per esserci dobbiamo allontanare questi furbetti e furbacchioni del quartierino. Dobbiamo allontanare quelli che strumentalizzano e approfittano, soprattutto - avete già inteso dove voglio arrivare - dove annusiamo che c'è una speculazione in corso. Perché ci affidiamo in mano a queste persone? Che siano indiane o nostrane, che si chiamino cordata Alitalia o cordata e quant'altro, perché ci dobbiamo affidare a persone che hanno già in sé il germe della speculazione finanziaria e non il modello industriale?
Se una ditta nasce già con l'idea di fare tubi catodici, perché dobbiamo farci prendere in giro? Se una ditta nasce in sé con l'idea di fare una piccola compagnia aerea per andare fino all'isola d'Elba, perché gli dobbiamo dare tutto questo spazio (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)?
Se è vero come è vero che in America Lehman Brothers, Merril Linch e altri stanno tutti quanti facendo capire come sia crollato il sistema della vendita di fumo, perché in Italia dobbiamo cedere alla vendita del fumo?
Concludo proprio per darle un'immagine di un partito che non vuole mettersi contro per forza e mi consenta di dire che dobbiamo insieme isolare gli speculatori e rilanciare il modello industriale, perché abbiamo bisogno d'impresa, di libero mercato e non di padroni e nuovi padroni che si appropriano della nostra economia (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).
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22 Settembre 2008
Alitalia: dipendenti coraggiosi

Foto: IlSole24Ore
Finalmente. Il commissario straordinario Augusto Fantozzi ha deciso ieri di bandire un'asta pubblica per l'acquisizione della compagnia di bandiera italiana. Era ciò che avrebbe dovuto fare da tempo. È proprio il caso di dire: "Meglio tardi che mai".
Era una scelta dovuta, una strada obbligata che da tempo noi dall’Italia dei Valori chiedevamo. A mio giudizio la scelta di porre sul mercato Alitalia , e la responsabilità che vogliono prendersi i piloti, gli assistenti di volo e il personale di terra di entrare nella gestione della compagnia, dimostra che una soluzione si può trovare.
Ieri, dopo le ennesime dichiarazioni di chiusura da parte del Governo ad ogni altra soluzione per il salvataggio della compagnia che non fosse quella proposta dalla Cai, posizione di chiusura ribadita tramite i ministri Sacconi e Matteoli, avevo affermato che l’esecutivo Berlusconi non deve ricattare i lavoratori e comportarsi con Alitalia come fanno i mafiosi con le loro vittime.
Il persistere del Governo in questa sua linea di condotta, costituisce una turbativa d'asta grossa come una casa ed ha evidenti risvolti di responsabilità civili, contabili e penali. L’Italia dei Valori chiede formalmente al garante dell’Autorità della concorrenza e del mercato, Antonio Catricalà, di fare il suo dovere e di aprire immediatamente una pratica a tutela del mercato e della trasparenza. Il premier, infatti, non può continuare ad affermare che la compagnia si avvia al fallimento, in quanto scoraggia i passeggeri a continuare a volare con Alitalia.
Se non è turbativa di mercato questa, ditemi voi quando lo è? Comunque, in questa vertenza, Berlusconi ha grosse responsabilità: ha voluto svendere la compagnia di bandiera. L'idea del governo di voler insistere sulla proposta Cai, infatti, per me è la dimostrazione palese che Berlusconi vuole favorire quattro amici suoi, i soliti furbetti del quartierino. Ha fatto una promessa elettorale che poi si è dimostrata una truffa ai danni dei lavoratori e dell’economia del Paese.
Come ho accennato, oggi le rappresentanze sindacali dei piloti, degli assistenti di volo e del personale di terra, in una conferenza stampa alla quale ho partecipato, hanno annunciato l’intenzione di mettere a disposizione una quota parte delle retribuzioni e l’intero montante del loro TFR, pari a circa 340 milioni di euro, anche più del doppio di quanto offerto da Colaninno, per il rilancio di Alitalia. Questa iniziativa dimostra che i lavoratori Alitalia non vogliono abbandonare la compagnia, ma sono pronti a rischiare in proprio per farla continuare a volare. Io intravedo la possibilità di arrivare ad una soluzione che sia soddisfacente sia per la compagnia che per i dipendenti. A questo punto il Governo si assuma la proprie responsabilità.
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21 Settembre 2008
Economia ed infrastrutture
Pubblico una parte del mio discorso sugli 11 punti della linea programmatica dell'Italia dei Valori affrontati a Vasto: economia ed infrastrutture.
"lo abbiamo già detto e lo ripetiamo: servono meno burocrazia per le imprese e maggiore detassazione degli investimenti in ricerca.
Serve da una parte una più massiccia liberalizzazione di quei servizi pubblici che possono essere forniti in regime di concorrenzialità non essenziali e dall’altra una gestione diretta di quei servizi che – per definizione – non possono che essere effettuati in regime di monopolio. Penso, per intenderci, alla privatizzazione del trasporto ferroviario (che può essere effettuato da più vettori) ma non alla privatizzazione delle rete ferroviaria (visto che il binario su cui devono passare i treni è uno solo). Penso alla privatizzazione del servizio raccolta rifiuti (che può essere svolto da più concorrenti) ma non alla gestione dell’acqua (giacché le condutture e le adduzioni sono quelle e solo quelle). E così via.
Consentitemi ora di riassumere anche qui – seppur in modo sintetico – quanto ho avuto modo di dire, in nome e per conto di IDV, al meeting di Cernobbio di settimana scorsa: noi non vogliamo fare i “bastian contrari” in materia di sviluppo economico e di infrastrutture. Noi non vogliamo appiattirci sulle paranoie di qualche irriducibile “No Tutto” ma non possiamo nemmeno accettare che in nome della politica del fare, poi alla fine l’unica cosa che si fa, sono le scarpe agli italiani.
Fatte queste premesse, noi sappiamo che non v’è convergenza fra infrastrutture necessarie per il paese e risorse per realizzarle. Ed allora abbiamo tracciato un “quadro di priorità” con cui vogliamo confrontarci senza pregiudizi sia con gli alleati del PD che con le forze politiche della maggioranza di governo.
Innanzitutto vanno completate le opere iniziate ed in corso di realizzazione, e ciò – fra l’altro - per evitare di buttare via pure il lavoro fatto e i soldi spesi. Mi riferisco alla variante di Mestre, al raddoppio della tratta ferroviaria Napoli- Torino, ma anche ai tanti ponti, gallerie e opere varie che si trovano “ a cantiere aperto” un po’ in ogni parte del paese a volte perché a secco di soldi, a volte per difficoltà progettuali o d’esecuzione, a volte infine per estenuanti ripicche e polemiche politiche.
Va poi dipanata la “matassa” dei nodi urbani. Mi riferisco – tengo a precisarlo – non solo al sistema di trasporto urbano in sé, che pure è ugualmente prioritario – ma anche ai sistemi di accesso e di attraversamento delle grandi aree metropolitane. Così a Milano è necessario da una parte completare la rete metropolitana e dall’altra scindere il sistema delle tangenziali dal grande traffico autostradale di attraversamento, completando al più presto le procedure e passare quindi alla cantierizzazione della Pedemontana , della Brebemi, della TEM. Così a Roma, con il completamento pure qui delle linee metropolitane che si stanno realizzando ma anche con la cantierizzazione delle complanari sull’autostrada Roma-l’Aquila e la realizzazione della nuova autostrada Roma-Latina-Gaeta. Ho fatto alcuni esempi ma il DPEF Infrastrutture da me realizzato l’anno scorso può fare da guida per individuare le criticità nei vari centri metropolitani (penso a Genova, a Venezia, Torino, Napoli, Palermo).
Quindi si deve dare attuazione agli impegni europei per non perdere “l’ultimo treno” che ci collega all’Europa. Lo dico in senso metaforico ma anche tecnico: il corridoio 1 ed il corridoio 5 sono le priorità infrastrutturali europee riconosciute dalla Commissione ed esse attraversano entrambe l’Italia da Nord a Sud e da Est a Ovest. Peraltro la Commissione europea ci ha già assegnato circa un miliardo di euro e non possiamo certo permetterci di perderli. Quindi va completato il Traforo del Brennero ed a seguire il collegamento AV-AC che dal Brennero si deve necessariamente ricollegare – via Verona e Brescia – sia al Corridoio 5 (Torino-Trieste) che alla linea AV nazionale oramai in via di ultimazione (Milano-Roma-Napoli). Rinunciare a questi collegamenti vorrebbe dire rinunciare all’economia europea. Per esclusione ci rimarrebbe quella del terzo mondo
Non al terzo ma al “nuovo mondo”, dobbiamo fare riferimento nel progettare il nuovo sistema portuale italiano. L’Italia è per fortuna un paese baciato quasi dappertutto dal mare ma questo non vuol dire che bisogna disperdere soldi a pioggia aprendo cantieri in ogni città marittima. Dobbiamo mettere da parte i campanilismi (ed anche le ambizioni a carattere regionale) e indirizzare la nostra logistica ed il nostro sforzo finanziario su 4 porti - due al Sud e due al Nord - capaci di far fronte al nuovo imponente transhipment che va e viene soprattutto dall’estremo oriente e che ha bisogno di un’attrezzata logistica di terra e di adeguate profondità marine per accedere alle banchine. Servono 4 porti ben collegati soprattutto ai treni ad Alta Velocità e ad un sistema aeroportuale d’avanguardia.
Gli aeroporti rappresentano la quarta gamba – in aggiunta alle strade, alle ferrovie ed ai porti – dell’approccio intermodale con cui bisogna gioco-forza affrontare la questione dei trasporti nel nostro paese – e quindi di conseguenza la individuazione delle priorità delle infrastrutture da realizzare. Bisogna partire da una premessa: non è più tempo per discettare su dove fare l’Hub internazionale. Piaccia o non piaccia è già stato fatto a Malpensa, spendendo miliardi di euro ed altri miliardi già sono stati impegnati. Peraltro con un’economia indotta e di contorno che vale tre volte più di Alitalia. Che facciamo, ci mettiamo a ricominciare da capo?
Ed a proposito di aeroporti ed aeroplani, diciamo chiaro e tondo che quello che alcuni chiamano salvataggio Alitalia altro non è – a nostro avviso - che un’ennesima speculazione finanziaria alle spalle dei contribuenti e forse si farebbe meglio a chiamarlo “salvataggio AirOne mascherato”, anzi salvataggio dei crediti vantati dal sistema bancario verso Airone. Così, tanto per riflettere sui mille conflitti di interessi che affliggono questo paese ed anche per denunciare questo strano salvataggio con i soldi degli altri, tipico dei moderni “capitani coraggiosi”.
Noi - per Alitalia - avevamo trovato una soluzione, Air France, che limitava il numero dei cassintegrati (assicurandone comunque il completo reimpiego), accollava i debiti sulle spalle dell’acquirente (e non come ora su quelle dei contribuenti italiani) e soprattutto manteneva in vita la Compagnia di bandiera consegnandola ad un imprenditore di fama e caratura internazionale capace di raddrizzare l’azienda e di far volare gli aerei.
L’attuale raggruppamento finanziario si è assunto il compito non di rilevare Alitalia ma solo di prendersi la polpa dei suoi profitti, lasciando l’osso dei debiti e la disperazione dei piccoli azionisti ad un bad company con funzione di scarico del cesso. Ecco perché noi diciamo No alle speculazioni finanziarie di Colaninno, no al mattone a go-go di Ligresti, no al conflitto di interessi di Benetton (che all’un tempo è socio della nuova compagnia aerea ma anche della società che gestisce l’aeroporto di Roma), no alla scorciatoia del ripianamento dei debiti di Airone nei confronti di Banca Intesa.
Sappiamo anche che – ora che la frittata è fatta – non bisogna aggravarne le conseguenze. Dobbiamo trovare una soluzione. Ed una soluzione c’è. Non lo sosteniamo solo noi, che pure l’abbiamo proposto per prima dentro e fuori le aule parlamentari, ma ora anche un nutrito gruppo di professionisti e professori universitari che – prima sulle pagine del Sole 24 Ore e ieri su quelle del Corriere della Sera hanno addirittura pubblicato una lettera da loro sottoscritta (primo firmatario il prof. Piero Schlesinger dell’Università Cattolica di Milano) in cui affermano che : “…avviare dei licenziamenti o comunque mettere in moto delle procedure di liquidazione aziendale per il solo fatto che non si perfezioni l’accordo con l’unico acquirente consultato (CAI) senza che si sia proceduto ad una ricerca di acquirenti alternativi, anche se stranieri, in regime concorrenziale, costituirebbe un fatto molto grave….”. Tradotto alla dipietrese: non l’ha ordinato il medico di dover vendere proprio e solo ai furbacchioni del quartierone CAI, che – essendo solo loro gli interlocutori – vogliono dettare regole capestro per la Compagnia, per i piccoli azionisti e soprattutto per i lavoratori. Ora che è stato nominato il Commissario straordinario e sono state avviate le procedure concorsuali – si metta all’asta l’offerta in modo da riscontrare se non ci sia un partner che possa offrire di più e meglio di quanto offerto dal “nodo scorsoio” di chi sa di non avere concorrenti."
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30 Agosto 2008
Alitalia ad personam

“Missione compiuta”, ha detto l’altro giorno il Presidente del Consiglio Berlusconi a proposito di quello che lui ha definito “salvataggio Alitalia”. Alla faccia del salvataggio. Ieri il Consiglio di Amministrazione della compagnia ha dichiarato lo “stato di insolvenza” che vuol dire portare i libri in Tribunale. Un fallimento insomma. Certo, non sul piano formale del tecnicismo giuridico, ma sul piano sostanziale è proprio così.
Anzi peggio: il Governo Berlusconi ha emanato un apposito decreto legge (pomposamente chiamato “Marzano bis”) in cui ha previsto che – a differenza delle normali procedure di insolvenza – i beni, il patrimonio e le attività di Alitalia (es. aerei, strumentazione, immobili etc.) possono essere venduti subito, anche “a spezzatino”, senza nemmeno esplorare la possibilità che ci possa essere qualche acquirente – tipo fare Air France qualche mese addietro –disposto a rilevare l’azienda e, quindi, a salvaguardare sia la funzionalità della stessa sia il posto di lavoro ai dipendenti.
Anzi peggio ancora: ha espressamente previsto che il neo Commissario straordinario, l’ex Ministro del Governo Prodi Augusto Fantozzi (un altro transfuga opportunista che, come Giuliano Amato, si è messo pure lui “a disposizione del nuovo padrone”) possa, da subito, cedere, vendere, affittare (insomma farci quello che vuole) i beni, le attività ed i rami d’azienda produttivi, il tutto a “trattativa privata”, cioè nel chiuso di una stanza come se fosse roba propria. Certo, il decreto dice che il “prezzo non deve essere inferiore a quello di mercato”, ma anche questa “accortezza” è un’altra presa in giro. Di “quale mercato parliamo” se il bene da vendere è uno solo e la vendita avverrà una ed una sola volta? L’unico modo per avere un “prezzo di mercato” è fare una vendita a “gara pubblica”, in modo da sapere se ci sono due o più acquirenti disposti a gareggiare fra loro al miglior prezzo.
Ancora peggio: il decreto Berlusconi-Marzano prevede– udite, udite – “l’esonero di responsabilità degli Amministratori e dei Sindaci di Alitalia e di tutte le società controllate (una miriade) per tutti gli atti posti in essere dal 18 luglio 2007 all’entrata in vigore del decreto legge”. Insomma, Berlusconi – imparata la lezione che si possono fare le leggi ad personam – ha esteso questo concetto: non più solo per sé, come è avvenuto per il lodo Alfano, ma anche per altre specifiche persone nominativamente indicate. Chi non vorrebbe fare il manager a queste condizioni. E gli eventuali creditori (fornitori, dipendenti, piccoli azionisti etc.) che sono stati “gabbati” con chi se la devono prendere?
Peggio, peggio ancora: è stato previsto che gli unici creditori ammessi al fondo di garanzia (per quel poco che può coprire) sono gli azionisti e gli obbligazionisti di Alitalia. Il solito vizio berlusconiano di fare leggi incostituzionali. Qualcuno dovrebbe spiegargli che – così facendo - egli ha violato il principio della “par condicio creditorum” e, quindi, la normativa emanata ha pure rilevanti profili di incostituzionalità.
Il peggio del peggio: il “decreto-truffa” – perché di truffa si tratta, dapprima elettorale ed ora imprenditoriale – prevede “l’esclusione della responsabilità dell’acquirente per i debiti sorti prima del trasferimento”. Traduzione: quei furbacchioni di compratori che acquisteranno i beni aziendali, i rami di azienda attivi e gli altri “spezzatini appetitosi” rinvenienti dallo “spacchettamento” di Alitalia non dovranno preoccuparsi che qualcuno un giorno possa chiedere loro di pagare i debiti o i pegni o le ipoteche gravanti su tali beni o attività. Loro comprano già e subito “al netto”, senza alcun rischio aziendale.
Già ma chi paga tutto questo, soprattutto chi paga l’indebitamento di circa 1 miliardo e duecento milioni di euro in cui versa la compagnia e chi paga i 300 milioni di “prestito-ponte” fortemente richiesto da Berlusconi prima delle elezioni per poter trovare – così disse lui – un buon compratore nostrano di Alitalia? Nessun problema: paga “Pantalone”. Pagano cioè tutti gli italiani, in quanto questi debiti – anzi, tutti i debiti, anche quelli che ancora non si conoscono – saranno a carico delle casse dello Stato, vale a dire dei cittadini contribuenti. A carico loro saranno anche i “7 anni di cassa integrazione” previsti per il personale in esubero, ovvero circa 6-7 mila dipendenti.
E chi ci guadagna? Il fior fiore degli imprenditori italiani, anzi degli imprenditori “all’italiana”, che poi sono per lo più ben noti alle cronache: alcuni riciclati di Mani Pulite, alcuni finanzieri d’assalto a cui non frega niente di far volare gli aerei ma interessa il business che ci gravita attorno, palazzinari alla ricerca di aree intorno agli aeroporti e dietro le compagnie di bandiera. Tutti accomunati da un unico desiderio: fare affari, profittando della “cuccagna” che viene loro offerta, con la garanzia anticipata che non dovranno nemmeno rispondere alla giustizia un domani – né civilmente né penalmente - alla faccia di quella che una volta si chiamava “bancarotta preferenziale” e che ora, di fatto, nel nostro caso viene abolita “a futura memoria”.
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27 Agosto 2008
L'avaria Alitalia

Ieri ho fatto alcune dichiarazioni sul caso Alitalia alle agenzie di stampa. Ho affrontato la questione in diversi articoli di questo blog, che troverete in calce a quest’ultimo.
La questione Alitalia rappresenta una truffa colossale che a tratti durante questi tristi mesi di agonia della società ha sconfinato anche nell’illegalità, oltre che far precipitare la già poco rosea immagine internazionale di questo Paese ai minimi storici. Ricorderete che definii l’interferenza di Silvio Berlusconi sulla trattativa Air France Alitalia un vero e proprio atto di insider trading.
In campagna elettorale, Silvio Berlusconi promise di rimettere in piedi la compagnia di bandiera e di avere una cordata tutta italiana pronta e disponibile all'acquisto nel giro di quattro settimane come scrisse Il Giornale. Anche qui mentiva. Ma quella menzogna costò cara al popolo italiano, e ai dipendenti di Alitalia mal consigliati anche dai loro “protettori”, i sindacati. Dopo aver preso ai cittadini 600 miliardi delle vecchie lire per un contributo a fondo perduto alla compagnia di bandiera, oggi Berlusconi e' promotore interessato di una nuova compagnia che a costo zero sfrutta il marchio e le rotte del vettore Alitalia, scaricando i debiti sullo Stato e su una miriade di piccoli azionisti che perderanno tutto.
Grazie a Berlusconi perderanno il lavoro 7000 dipendenti, qualcuno in più di quelli previsti da Air France (si parlava di circa 2100 esuberi). Quello che accadrà è semplice, ancora una volta i debiti di Alitalia e della Bad Company ricadranno sui cittadini, allo stesso tempo nascerà una nuova compagnia utile a Berlusconi e ai suoi amici del cuore.
Ma il governo insiste e Tremonti, Ministro dell’Economia, tuona: “Ci hanno lasciato due disastri: Napoli e l’Alitalia. Il primo Berlusconi lo ha risolto a fine luglio, domani risolvera’ Alitalia”. Per Napoli non basta dire “è risolta” dopo aver spazzato due strade del centro città ed inoltre le responsabilità di quella situazione perpetrata con un decennio di governi alternati non è stata mai affrontata rimuovendo le cause politiche. La seconda, Alitalia, questo governo l’ha aggravata e l’aggraverà a spese dei cittadini.
Non sono contrario al fatto che la compagnia Alitalia rimanga "italiana", come qualcuno può pensare, a patto che lo sia nel rispetto delle regole del libero mercato e nel rispetto degli interessi dei cittadini italiani e non di una cerchia ristetta di privilegiati.
Leggi anche:
Alitalia: miracolo posticipato
La cordata menzogna
Sulla pelle del Paese
Alitalia: basta illudere i cittadini
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7 Agosto 2008
I 98 miliardi scomparsi

Lo scorso martedi cinque agosto ho presentato un'interrogazione a risposta scritta alla Presidenza del Consiglio dei Ministri in relazione ad un'evasione di 98 miliardi di euro, di cui si era appresa la notizia già nella scorsa legislatura, da parte di numerosi concessionari dei Monopoli di Stato in possesso delle autorizzazioni ad installare e gestire macchinette da gioco slot machine.
Tutte le slot machine esistenti sul territorio nazionale avrebbero dovuto essere collegate in via telematica alla Sogei, mentre secondo una inchiesta fatta dalla Guardia di Finanza si era accertato che le società concessionarie erano state inadempienti e un gran numero delle apparecchiature non erano collegate. Solo nel caso di impossibilità a collegarsi era prevista una tassa forfettaria, ma sembra che tale eccezione sia diventata quasi una regola e per arginare tale comportamento fu stabilita una multa di 50 euro per ogni ora di mancato collegamento. Purtroppo sembra che i Monopoli di Stato, che avrebbero dovuto incassare la multa, non abbiano mai applicato le sanzioni. Fonte di ulteriore preoccupazione le notizie che alludevano al fatto che alcune delle società concessionarie fossero riconducibili alla malavita organizzata.
Da tempestive azioni di recupero e da una corretta gestione di tali concessioni potrebbero emergere risorse per affrontare le numerose questioni economico-sociali che riguardano il futuro del Paese e le attuali condizioni di vita dei giovani, dei lavoratori e dei pensionati. Purtroppo il governo non ritiene di promuovere tempestivi chiarimenti né quali azioni di recupero mettere in atto per recuperare le somme evase.
Leggi anche:
98 miliardi di domande
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3 Agosto 2008
La latitanza di Consob e Banca d'Italia

Dov'erano la Consob e la Banca d'Italia quando avvenivano gli scandali finanziari? Non ci convince che non ne sapessero niente, ma ci convince la loro connivenza, se non la complicità.
Noi dell'Italia dei Valori abbiamo preparato un pacchetto di leggi che in materia di risparmio e credito mirano a trovare fondi per il rilancio dell'economia del Paese. Ma invece di prendere ai deboli per dare ai forti, toglie ai furbi per dare a tutti i cittadini.
Tra le nostre proposte di legge prevediamo l'abolizione della clausola di massimo scoperto bancario, misure per l'introduzione della ''proprietà popolare della moneta'', il divieto per i comuni di piccole dimensioni di sottoscrivere strumenti finanziari derivati, la vendita parziale delle riserve auree dello Stato a beneficio del debito pubblico, nuove norme sulla proprietà della Banca d'Italia e la trasformazione delle banche popolari in società per azioni di diritto speciale.
Proponiamo inoltre la costituzione di due nuove commissioni parlamentari di inchiesta. Una sull'operato dell'Isvap, l'Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni, per indagare sulle anomalie del sistema che continua a comportare un indiscriminato aumento delle tariffe assicurative, nonostante l'avvenuta liberalizzazione. L'altra sull'operato di Consob e Banca d'Italia relativamente agli scandali e ai dissesti finanziari e industriali, nonché alla distribuzione dei bond argentini presso i risparmiatori italiani.
Noi chiediamo che il Parlamento si interessi di cose serie piuttosto che di lodi vari. A chi ci accusa di essere eversivi rispondiamo che eversivi sono quelli che tengono nascoste queste problematiche per tenersi il malloppo. Di questo pacchetto si parlerà poco perché e' più facile sparlare dell'Italia dei valori e identificarla come il partito che si occupa di giustizia e porta avanti il giustizialismo.
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28 Luglio 2008
No alla norma ammazza precari

Noi dell'Italia dei Valori non abbiamo abboccato all'oscena "norma ammazza precari". Abbiamo votato contro e ne chiediamo a gran voce il ritiro.
E' come se ci trovassimo davanti ad una partita di calcio. Ad un certo punto, mentre si sta giocando, l'arbitro assegna la vittoria ad una delle due parti prima che la partita sia finita. E' chiaro che l'arbitro si e' mosso scorrettamente vendendosi al migliore offerente. Cio' e' accaduto con la norma antiprecari che ha l'aggravante del voto di fiducia. Uno si e' venduto alla lobby imprenditoriale di turno, in questo caso le poste, e per fare un favore a queste ha penalizzato migliaia di lavoratori.
E' l'esempio classico di come si può abusare delle istituzioni chiedendo il voto di fiducia anche per questioni che non sono d'interesse generale, ma che soddisfano solo gli appetiti di alcune lobby.
Troviamo scandaloso che si sia fatta una norma così, una disposizione che azzera il contenzioso in atto e che condanna il lavoratore al precariato a vita. E' come se un potente di turno facesse una rapina in banca e qualcuno decidesse che quell'azione non e' più reato. Una sorta di lavaggio delle regole di democrazia, che non sono più tali.
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24 Luglio 2008
A tutela dei forti e dei furbi
Riporto il video ed il testo della dichiarazione di voto dell'Italia dei Valori sul decreto-legge per lo sviluppo economico.
"Sig. Presidente del Consiglio che non c’è,
Suvvia, abbia un po’ di rispetto per il Parlamento. Si presenti almeno il giorno che chiede la fiducia!
Ma oramai l’abbiamo capito: a Lei non glie ne frega niente del Parlamento. Tanto sa che la maggioranza delle persone che sono qui – almeno fino a quando ci sarà questa legge elettorale – saranno sempre pronte a votare qualsiasi porcheria pur di assecondarLa e così riguadagnarsi il posto a tavola la prossima volta.
Lo so, fa male sentire queste parole ma purtroppo questa è la nuda e cruda verità, specie dopo l’approvazione della legge con cui la sua maggioranza le ha regalato l’impunità.
Una “impunità provvisoria”, però, se lo metta bene in mente perché il Referendum che stiamo preparando spazzerà via questa vergogna tutta italiana che ci ha costretto a subire.
Oggi, sig. Presidente del Consiglio, sistemati i suoi affari personali, ci propone un altro decreto legge, anch’esso fatto in casa, alla chetichella, tutto da sé, come se a fare le leggi ci debba pensare sempre e solo Lei e non il Parlamento, come prevede la Costituzione.
E ce lo propone chiamandolo pomposamente “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”.
Eh la miseria! – mi sono detto – sta a vedere! Andiamo subito a leggere le carte e giù subito a leggere il testo che ci ha mandato in aula.
Impresa impossibile: ci siamo trovati di fronte a 600 pagine di articoli, richiami ad altri articoli, rinvii, rimandi. Insomma, un testo che non si capisce nemmeno da dove cominciare a leggerlo.
Poi abbiamo capito: non c’era bisogno che lo leggessimo. Infatti nemmeno i suoi Ministri l’avevano letto, tanto che lo avevano approvato ad occhi chiusi – come loro solito – durante un Consiglio dei Ministri durato solo nove minuti.
Era, insomma, tutta una finta. Ed infatti, di lì a qualche giorno, il Governo ci ha inondato di una marea di emendamenti e così via, cambiando ogni giorno le carte in tavola tanto che al Parlamento non è stata data nemmeno la possibilità di discuterlo nei tempi pur ristretti che un decreto legge prevede per la conversione.
Ci avete messo di fronte al voto di fiducia.
Fiducia che noi dell’Italia dei Valori – che non abbiamo scritto “Giocondo” sulla fronte - non siamo affatto disposti a darvi.
E veniamo al merito della manovra economica di cui abbiamo ascoltato con attenzione la recensione fatta dal Ministro dell’economia Tremonti l’altro giorno in quest’aula.
Indubbiamente, si è trattato di una interessante lezione di scuola e sono stati anche forniti spunti di riflessione interessanti sul piano culturale. Anch’io, come Tremonti, mi sto convincendo che la moderna economia liberale – se lasciata solo alla “libera globalizzazione dei mercati” rischia di trasformarsi solo in un anarchico coacervo di monopoli, oligopoli, cartelli d’impresa, intricati conflitti di interesse. Insomma è vero che c’e’ necessità di ritornare ad una maggiore responsabilizzazione della mano pubblica per evitare che a guadagnarci siano solo i colossi imprenditoriali e non l’intera collettività.
Ma se questa è l’analisi politica delle mille difficoltà nazionali ed internazionali su cui la nave Italia deve navigare, le soluzioni che avete proposto sono come il cianuro per l’ammalato: invece di far soffrire ancora i cittadini italiani, li uccidete all’istante.
La manovra economica che avete proposto nel suo complesso - pur con qualche pregevole distinguo, scopiazzato qua e là da proposte altrui – è irrazionale.
Essa – per dirla in soldoni - toglie ai deboli per dare ai forti ed ai furbi.
Sappiamo bene che alle Casse dello Stato mancano soldi e che questi bisogna assolutamente trovarli sia perché dobbiamo ripianare debiti enormi sia perché dobbiamo riprogettare il futuro del nostro Paese.
La diagnosi – ripeto, anche noi dell’Italia dei Valori la conosciamo e non solo il Ministro Tremonti.
E’ la terapia che proponete che non condividiamo.
Voi avete preso atto che vi servivano i soldi e li avete presi dove era più facile prenderli: dai poveri cristi che non hanno voce, che non hanno mezzi per contrattaccare, che non possono ribellarsi, che addirittura, come le forze dell’ordine ed i Carabinieri devono “ubbidir tacendo”!
Vi servivano soldi?
Dovevate prenderli dagli evasori fiscali, dai truffatori, falsificatori di bilanci, corrotti e corruttori pubblici specie se di testimoni giudiziari.
Non siamo solo noi a dirvelo. Ve lo ha detto anche il Procuratore generale della Corte dei Conti che non più tardi di un mese addietro vi ha espressamente avvertito che “…l’area dell’evasione fiscale rappresenta la principale riserva per incrementare le pubbliche risorse…?”
Vi ha anche indicato come fare: incentivare il lavoro e l’attività di riscossione delle società pubbliche e degli Uffici finanziari addetti allo scopo.
Invece avete addirittura depotenziato l’amministrazione finanziaria con macroscopici tagli alle risorse dei lavoratori delle Agenzie Fiscali, come vi stanno ricordando i tanti lavoratori del settore che proprio oggi sono qui fuori a protestare per l’assurdità di tale decisione.
La verità e che Voi non volete combattere l’evasione fiscale ma coloro che vogliono contrastarla. Anzi Voi non volete proprio il controllo di legalità ed ogni volta che qualcuno ci prova, subito vi fate una legge per fermare gli accertamenti se non addirittura per fermare e delegittimare i controllori.
A tutti gli addetti al controllo di legalità ed alla repressione degli illeciti voi riservate lo stesso trattamento: colpirne uno per educarne cento!
Vi servivano soldi?
Dovevate toglierli dai favoritismi di cui la casta si è ingrassata in tanti anni di malaffare e non dagli stipendi di chi non riesce ad arrivare a fine mese (ammesso che lo stipendio ce l’abbiano ancora, visto come state trattando i precari)!
Vi servivano soldi?
La Corte dei Conti vi ha indicato anche un altro settore su cui intervenire per fare cassa: riprendere -con trasparenza questa volta- la graduale vendita del patrimonio pubblico inutilizzato ed il più delle volte lasciato marcire in molte parti d’Italia.
Vi servivano soldi?
Bene! Dovevate, allora, affrontare con coraggio la liquidazione totale degli Enti inutili, che ancorché dichiarati tali da anni, la Corte dei Conti ha fatto rilevare che ve ne sono ancora 110 in piedi tra cui molti carrozzoni spreca soldi.
Vi servivano soldi?
Bene! Dovevate intervenire seriamente sulla spesa sanitaria e non con tagli a pioggia come avete fatto in questa manovra.
Seguite le risultanze delle indagini giudiziarie che si susseguono - giorno dopo giorno, regione dopo regione - e scoprirete che quello che dovete tagliare non sono i fondi ma gli sprechi, le inefficienze, le ruberie nei rimborsi sanitari, nelle procedure di spesa e nelle consulenze.
Ai magistrati che stanno scoprendo tutto questo malaffare dovreste -dovremmo tutti qua dentro- mandare bigliettini di solidarietà e non a chi in galera ci sta perchè accusato di aver commesso dei reati.
Ministro Tremonti, Lei nel suo discorso ha responsabilmente riconosciuto l’importante ruolo della magistratura in questo campo. Ed allora lo dica al suo Presidente Berlusconi che anche ultimamente si è prodigato in “pizzini” inviati ai carcerati ed in denigrazioni ai magistrati che hanno scoperto le ruberie, accusandoli di insistenti teoremi.
Vi servivano soldi?
Bene! Ed allora - invece di propugnare gli appalti in house, quelli fatti in casa, senza gara e senza controlli, come vorrebbero quelli della Lega – dovevate spazzare via le 4.880 società pubbliche partecipate da Regioni, Province e Comuni, dove si annidano i più beceri sistemi di familismo con i suoi 255.000 addetti, 26.000 amministratori e 12.000 componenti dei collegi sindacali, nella maggior parte dei casi di nomina politica clientelare?
A che servono tutte queste società se l’esternalizzazione dei servizi e delle attività verso queste strutture non ha comportato alcun ridimensionamento degli apparati pubblici, sicché ora – oltre al danno economico si aggiunge anche la beffa del raddoppio delle procedure burocratiche?
Ecco: invece di combattere la casta, avete preferito prendervela con i poveri cristi.
E tra le “perle” di ingiustizia sociale che avete tirato fuori dal cappello ce ne sono alcune davvero inaccettabili. Mi riferisco, ad esempio, ai tagli alla scuola, alle forze dell’ordine, al pubblico impiego ed all’Università.
Ma lo sapete o non lo sapete che il 60% degli agenti di Polizia ricevono meno di 1.200 euro al mese? E come pensate di farli campare? Facendo fare pure a loro i delinquenti? E soprattutto, come pensate di dare più sicurezza ai cittadini, a cominciare da quelli del Nord, - a parole, ma solo a parole - tanto cari alla Lega? Forse, raccontando loro la favoletta dell’inno d’Italia?
Alla scuola decurtate oltre 8 miliardi di euro con una riduzione di oltre 100 mila insegnanti e 43 mila lavoratori tecnici ed amministrativi (ATA). Ma non fate prima a dire che volete che solo la scuola privata vada avanti e che a scuola ci vadano solo i figli di papà?
E dei precari a vita – soprattutto quelli della scuola pubblica che con questo decreto mandate a casa a decine di migliaia – che ne facciamo? Li mandiamo una volta per tutti alla rottamazione? Li cremiamo ai forni inceneritori?
No, sig. Presidente del Consiglio che non c’è, Lei ancora una volta si comporta come un Giano bifronte: con la faccia davanti vuol fare credere di stare dalla parte del popolo, con quella di dietro traffica solo per farsi gli affari suoi e quelli dei suoi amici, come sta facendo, da ultimo, anche per la vicenda Alitalia.
Noi avevamo trovato un compratore che salvava azienda e personale. Lei ha trovato una soluzione che prevede il fallimento dell’azienda ed il licenziamento di oltre 5.000 dipendenti.
Complimenti! E Lei sarebbe un grande imprenditore? Sì, ma con i soldi degli altri, dei contribuenti italiani!
l’Italia dei Valori – che ha capito bene e per tempo di che pasta Lei è fatto – per tutte queste ragioni le nega la fiducia sempre più convintamene e sempre meno pacatamente."
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17 Luglio 2008
La credibilità del governo
Il Ministro dell’economia Giulio Tremonti ha parlato oggi di “stabilizzazione triennale dei conti pubblici” in Parlamento.
Ha tracciato un quadro del Paese critico ma non drammatico, a suo avviso, in un contesto che vede questo governo scivolato in una posizione di estrema debolezza e credibilità sull’argomento. Vuoi perché il centrodestra si è occupato fin d’ora delle vicende private di Silvio Berlusconi, vuoi perché ha completamente esautorato le funzioni di un Parlamento a colpi di decreti, vuoi perché dovrà continuare a farlo per le vicende di Silvio Berlusconi anche per i prossimi mesi, come ha già dichiarato, vuoi perché la Corte europea ha bocciato il condono fiscale italiano sull’Iva per gli anni 1998-2001 contenuto nella Finanziaria 2003 e voluto da questa stessa compagine governativa. Vuoi per tutto questo, il centrodestra non è stato ancora capace di dare un segnale di ripresa e rilancio dell’economia.
Noi dell’Italia dei Valori, ribadisco a Tremonti, saremmo ben contenti di affrontare l’unica emergenza del Paese: quella economica.
Ma in Parlamento, non in altre sedi. Perché è in Parlamento che si discutono i problemi del Paese, e non quelli di una sola persona.
"PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Di Pietro. Ne ha facoltà.
ANTONIO DI PIETRO. Signor Presidente, signor Ministro che c'è, la ringrazio perché almeno lei c'è, e quindi, finalmente, possiamo confrontarci con una persona che viene in Parlamento e che, seppur per pochi minuti, ci ascolta.
Credo che del merito di questo provvedimento si poteva e si doveva discutere dal primo giorno; quindi, mi dispiace che per sessanta giorni ci siamo dovuti occupare d'altro, che non aveva nulla a che fare con l'urgenza e con l'emergenza, ma che aveva a che fare soltanto con questioni personali. Mi dispiace anche che questo provvedimento, sebbene sia urgente, deve essere affrontato non solo con un decreto-legge, ma addirittura con il voto di fiducia, proprio perché il Parlamento deve essere libero ancora di occuparsi d'altro. Me ne dispiace anche perché dobbiamo liberare il Parlamento non solo per prima delle ferie, ma lo dobbiamo liberare anche per dopo le ferie, perché allora ci dovremo occupare ancora di altro che già ciPag. 61è stato annunciato dal Presidente del Consiglio, ossia dell'immunità parlamentare, del CSM e di quant'altro. Me ne dispiace, perché credo che di questo provvedimento e di questa materia, che invece oggi ci propone, vi sia davvero bisogno.
Ora che la frittata in ordine al metodo è fatta, dobbiamo discutere in ordine al merito, per il tempo che ci è dato a disposizione. Manifestiamo tutta la nostra contrarietà al fatto che se ne debba discutere con lo strumento del decreto-legge e se ne debba addirittura non discutere, perché ciò che facciamo oggi e domani è solo un giochetto per perdere tempo e per far dire che, comunque, ne abbiamo discusso. Tanto avete già deciso e sappiamo già l'ora in cui sarà posta la fiducia e quando sarà data. Si tratta, insomma, solo di una ricreazione di un paio di giorni.
Io, invece, voglio prendere sul serio ciò che è scritto nel provvedimento in esame. Ho, soprattutto, ascoltato con attenzione le sue argomentazioni, come ascolto sempre con molta attenzione le argomentazioni dell'onorevole Tabacci. Ripeto anche in questa sede ciò che ho sempre detto fuori: quando persone come lei, o come l'onorevole Tabacci, parlano ed esprimono le loro idee, preferisco prendere appunti ed ascoltare. L'Italia dei Valori, infatti, non ha solo voglia di denigrare. Quando riteniamo che non abbiamo altra voce che gridare nel deserto non possiamo fare altro, ma quando ascoltiamo delle persone che esprimono delle idee, che possiamo condividere o non condividere, ascoltiamo con molta attenzione.
MAURIZIO LUPI... è il braccio della morte.
FABIO EVANGELISTI. Ma che c... dici, stupido!
PRESIDENTE. Onorevole Evangelisti, la prego di moderare il linguaggio, in ogni caso.
FABIO EVANGELISTI. Si offendono tutte le volte!
PRESIDENTE. Onorevole Evangelisti, stia tranquillo. Nessuno le ha dato la parola e lasci parlare l'onorevole Di Pietro.
ANTONIO DI PIETRO. L'onorevole Tabacci le ha rimproverato sia ragioni di metodologia che di merito. Sulla metodologia, come sa, anch'io non sono affatto d'accordo. QuantoPag. 62al merito, credo che nel suo discorso, al di là delle valutazioni se sia soltanto un discorso accademico o meno, vi siano aspetti che possono e debbono essere condivisi, e che noi condividiamo, e altri che non condividiamo, ed è bene che li sottolineiamo, pur nel poco tempo a disposizione. Mi limito solo ad elencare questi aspetti, non avendo avuto la possibilità di partecipare ad un dibattito parlamentare che, magari attraverso il confronto, poteva convincerci meglio, o grazie al quale anche noi potevamo fornire qualche indicazione.
Prendiamo atto e concordiamo sul fatto che responsabilmente lei ha detto che rispetterà gli impegni italiani con l'Europa presi dai precedenti Governi, compreso il Governo Prodi, ed è così che si deve fare. Uno Stato che fa parte della Comunità europea non può permettersi di non rispettare gli impegni presi soltanto perché cambia il Governo. Noi rivendichiamo ciò, in quanto siamo convinti che gli impegni che ha preso il Governo Prodi con l'Europa siano giusti e doverosi.
Forse ci distinguiamo anche da qualche alleato, quando lei dice che intende trovare un sistema per combattere alcuni cartelli e monopoli, come le banche, i petrolieri e quant'altro. Non so (perché veramente non ho capito, e perché è mancato il dibattito parlamentare) se è più giusto ciò che sostiene lei, ovvero che le tasse le pagheranno i cartelli, o se è vero ciò che sostengono i nostri alleati (cui do fiducia, fino a prova contraria), ovvero che le tasse verranno traslate sui contribuenti. Ne avrei voluto discutere maggiormente in questa sede, e avrei voluto essere più convinto delle ragioni dell'uno e dell'altro. Noi dell'Italia dei Valori, infatti, vogliamo combattere i cartelli delle banche e dei petrolieri, e siamo convinti che lì vi è una grossa sacca di malaffare e di approfittamenti.
Tuttavia, non riusciamo a capire come si fa a bloccare poi la ricaduta a valle costituita dal fatto le tasse verranno scaricate sui contribuenti. Vorremmo capirlo meglio, al di là delle affermazioni di principio. E vorremmo capire meglio le affermazioni di principio, in quanto il principio noi lo condividiamo. Vorremmo, però, capire tecnicamente come ciò avverrà.
Riteniamo che lei abbia affermato una cosa giustissima - che però la mette fuori dall'azione del suo Governo - quando ha detto che, per avere una sanità migliore, più efficiente e con minori sprechi è necessaria un'azione moralizzatrice della magistratura. Ma viva Iddio che fosse così! Allora, ciò che svolge la magistratura non è un teorema, ma un'azione dovuta e necessaria, di cui dovreste essere felici. Il suo Governo, però, non ha tale orientamento e vuole fare tutt'altro!
PRESIDENTE. La prego di concludere.
ANTONIO DI PIETRO. Signor Presidente, abbia pazienza...
PRESIDENTE. Onorevole Di Pietro, io ho pazienza, ma ho anche il dovere di far rispettare il Regolamento, come lei sa. Lei ha superato da due minuti il tempo assegnato al suo gruppo, così come agli altri.
ANTONIO DI PIETRO. Anzitutto, Presidente, anche gli altri hanno parlato di più. Inoltre, mi perdoni...
PRESIDENTE. Non perdiamo tempo in questo inutile battibecco. Continui e cerchi di concludere.
ANTONIO DI PIETRO. È possibile che solo quando parlo io lei si ricorda di stare con l'orologio in mano? Abbia pazienza (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)!
PRESIDENTE. Non me ne ricordo soltanto quando parla lei. Onorevole Di Pietro, l'orologio non ha colori.
ANTONIO DI PIETRO. Invece per lei sì! Per lei sì!
PRESIDENTE. Onorevole Di Pietro, la prego di proseguire.
ANTONIO DI PIETRO. Per lei non solo l'orologio ha colori...
PRESIDENTE. Onorevole Di Pietro, concluda.
ANTONIO DI PIETRO. Io, però, non riesco a capire - fra il dire e il fare - come oggi lei possa dire di volere combattere l'evasione fiscale se proprio oggi - lei lo sa meglio di me - la Corte di giustizia europea ha condannato il Governo per la legge finanziaria per il 2003, nella quale era contenuto il famoso condono fiscale, sul quale noi gridammo allo scandalo perché esso permetteva agli evasori fiscali di farla franca. Se lo ricorda tutto questo? Anche allora lei ci disse che quello era un modo per recuperare le tasse. In realtà, si trattò di un modo per legittimare l'evasione delle tasse e per farci anche subire, ora, la sanzione europea perché non abbiamo svolto il nostro dovere.
Infine, per concludere...
PRESIDENTE. Onorevole, concluda.
ANTONIO DI PIETRO. Noi non condividiamo il fatto che in questa manovra finanziaria, per fare cassa, lei abbia dovuto ridurre i fondi per le forze dell'ordine mentre ha eliminato l'ICI indistintamente: oggi, quindi, non abbiamo quelle risorse necessarie per far fronte alle esigenze delle forze dell'ordine. Non condividiamo soprattutto - su questo vorremmo e avremmo voluto confrontarci - la sua idea sulla banca del sud...
PRESIDENTE. Onorevole Di Pietro, la prego di concludere. Non mi costringa a toglierle la parola. Lei ha superato da quattro minuti il tempo a sua disposizione...
ANTONIO DI PIETRO. Signor Presidente, mi tolga pure la parola. Non sarebbe né la prima né l'ultima volta.
PRESIDENTE. Onorevole Di Pietro, lei effettua sempre giusti riferimenti ai Regolamenti e al rispetto delle regole. Sta parlando da quattro minuti oltre il tempo fissato per lei come per ogni altro gruppo.
ANTONIO DI PIETRO. Io continuo a parlare e quando lei ritiene di togliermi la parola me la tolga (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).
PRESIDENTE. Il suo tempo è scaduto, onorevole Di Pietro
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28 Maggio 2008
Il dovere delle Istituzioni
Pubblico il video ed il resoconto stenografico del mio intervento alla Camera dei Deputati sull'emendamento presentato dal Governo che prevede l'approvazione della convenzione fra Autostrade per l'Italia e Anas, alla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto legge sugli obblighi comunitari, senza passare dal Cipe, in contrasto con il dovere delle istituzioni di fare in modo che la concessione serva ai cittadini e non invece soltanto a qualche società concessionaria.
"Signor Presidente, anch'io intervengo sull'ordine dei lavori perché ritengo che prima di votare questo articolo aggiuntivo, è bene che tutti noi parlamentari sappiamo fino a che data l'Anas può approvare gli schemi di concessione, con la certezza che diventano validi subito dopo, senza bisogno che vi sia ciò che è previsto ora, vale a dire il decreto del Ministro delle Infrastrutture, la controfirma del Ministro dell'Economia e delle Finanze, il parere delle Commissioni parlamentari di Camera e Senato, il parere degli organi di controllo.
Insomma, si affidano a una società di capitali le sorti del bilancio dello Stato, senza operare alcun controllo, senza che lo Stato intervenga! Alcun organo dello Stato: né il Parlamento, né il Governo, né gli organi di controllo come la Corte dei conti o la Ragioneria dello Stato, che pure dovrebbero apporre il visto; nulla di tutto ciò viene fatto e una società di capitali non fa altro che decidere a chi dare in concessione un bene non suo, ma dello Stato, di cui essa è concessionaria! (Applausi dei deputati dei gruppi Italia dei Valori e Partito Democratico)
Per questa ragione, a proposito dell'ordine dei lavori, sollecito soprattutto la Presidenza della Camera per ottenere una risposta prima del voto.
In secondo luogo, chiedo al Governo di ritirare la proposta emendativa in esame (Commenti dei deputati del gruppo Unione di Centro) perché spossessa le istituzioni di un diritto-dovere: quello di verificare se vi sono le condizioni per concedere a un terzo tale beneficio, tale concessione.
Da ultimo, noi dell'Italia dei Valori non possiamo accettare una formulazione siffatta, perché è in contrasto con il dovere delle istituzioni di fare in modo che la concessione serva ai cittadini e non invece soltanto a qualche società concessionaria, la quale, senza controllo, pensa a gestire le proprie risorse (Applausi dei deputati dei gruppi Italia dei Valori, Partito Democratico e Unione di Centro)."
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30 Aprile 2008
Il cappio dell’IVA anticipata

Il rilancio delle imprese ha bisogno di azioni immediate e incisive. Uno dei problemi, in particolare per le piccole e medie aziende, è la cassa, il poter disporre di liquidità per investimenti, o anche per la gestione corrente, senza dover ricorrere al credito, e quindi senza indebitarsi e dover pagare interessi sempre più onerosi per l’aumento del costo del denaro.
L’Italia dei Valori come primo atto della sua attività parlamentare proporrà l’abolizione del regime di Iva anticipata sulle fatture emesse. La riscossione dell’Iva dovrà avvenire solo all’avvenuto pagamento della fattura. Questa misura se approvata dal Parlamento consentirà alle aziende di togliersi un cappio finanziario al collo e di evitare lunghe attese per rimborsi d’Iva e conguagli a favore. L’anticipo dell’Iva ad oggi favorisce il sistema bancario e non quello industriale, in quanto le società sono costrette spesso a indebitarsi per continuare la loro attività.
Questa iniziativa è solo la prima da parte dell’Italia dei Valori per consentire lo sviluppo delle imprese e metterle in condizione di competere sul mercato italiano e internazionale.
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26 Aprile 2008
La cordata menzogna

Riporto le mie dichiarazioni in un intervista, rilasciata ieri ad un giornalista del quotidiano La Stampa, sul prestito ponte ad Alitalia.
"Personalmente in consiglio dei ministri ho ripetuto che nessuno deve potersi permettere di prendere dei provvedimenti che sono illegittimi ed io ritengo che la forzatura che ancora una volta ha voluto Berlusconi sarà punita dall’Unione Europea perchè è un aiuto di Stato.
Sono testimone, in Consiglio dei ministri Berlusconi ha fatto arrivare un ultimatum: voglio trecento milioni perchè voglio avere il tempo di trovare una cordata. A chi gli faceva presente che era un aiuto di Stato, lui ha replicato che non gli interessava e di volere un prestito ponte. Tutti sono capaci di comprare qualcosa con i soldi degli italiani.
Sono contro all’utilizzo delle istituzioni per fare operazioni illegittime. Credo che l’Unione Europea ci sanzionerà, che la cordata non ci sia e che alla fine avremo il danno e la beffa. Il danno di avere perso Alitalia per non avere aperto al dialogo con Air France, e la beffa di perdere ulteriori trecento milioni a danno dei contribuenti italiani."
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22 Marzo 2008
Alitalia: basta illudere i cittadini!
Ritengo che la vicenda Berlusconi-Alitalia sia un bluff pazzesco, soprattutto illegittimo sul piano europeo perchè l’Unione Europea non permette aiuti di Stato. Inoltre, l’Unione Europea ha già detto che considera aiuto di Stato un’eventuale compensazione che si dà alla Sea per la gestione di Malpensa e, in questo senso, illegittimo. A me pare già un bluff pazzesco utilizzare la campagna elettorale in questa vicenda.
È una vicenda troppo delicata, anzi, sono due le vicende troppo delicate: Malpensa, che non deve seguire la vicenda di Alitalia perché, altrimenti, si butta via il bambino con l’acqua sporca. Per quanto riguarda Alitalia, non c’è niente da fare: è necessario che ci sia un governo in carica che prenda le decisioni da prendere e qualsiasi decisione non può prescindere da una moratoria di due o tre anni per salvare almeno Malpensa perché, altrimenti, non avremmo soltanto qualche migliaio di persone senza lavoro, ma qualche decina di migliaia di persone senza lavoro!
Come Italia dei Valori riteniamo improprio che l’imprenditore che si propone di acquistare la compagnia Alitalia attraverso i suoi figli sia lo stesso imprenditore che vuole fare anche il presidente del Consiglio. Questo vizio d’origine, per cui egli pensa di lavorare in conflitto d’interessi, anzi, di utilizzare la sua funzione pubblica per i suoi interessi privati, addirittura usufruendo degli aiuti di Stato, ci sembra inconcepibile. Egli ha già detto, in questa occasione come anche in altre occasioni a proposito di campagna elettorale, di voler togliere la legge sulla par condicio appena va al governo, proprio perché vuole utilizzare le sue televisioni per vendere fumo invece che arrosto. Questa volontà ci rende ancora più determinati, a noi dell’Italia dei Valori, ad andare in Parlamento ed approvare nei primi passi del governo, se riusciamo a vincere le elezioni, due leggi fondamentali: quella sul conflitto d’interessi e quella sulla riforma radiotelevisiva. Sono due baluardi di democrazia che un eventuale governo Berlusconi potrebbe minare.
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21 Marzo 2008
Pagheremo noi per lui

In seguito alla sentenza della Corte di Giustizia europea, il nostro Paese rischia a breve di dover pagare una multa salatissima se le leggi italiane in materia televisiva non si adegueranno alle norme comunitarie. Riporto sull'argomento una mia intervista rilasciata all'Unita'.
L'Unità: Per i fedelissimi di Silvio oggi è lui, Antonio Di Pietro, l’Uomo nero. Anzi, «un uomo che fa orrore», come ha detto Sandro Bondi l’altra sera a Ballarò. Il leader dell’Italia dei Valori non pare preoccuparsene troppo, anzi. Lì, negli studi di Rai3, non ha usato giri di parole: lui Mediaset la vuole «smembrare».
Dica ministro: era un minaccia da campagna elettorale, o è davvero realistico uno scenario in cui Rete4 toglie il disturbo a favore di Europa7?
Antonio Di Pietro: «Che bisogna togliere una rete a Mediaset sanando un’illegalità lo hanno sancito la Corte di Giustizia europea e anche la Corte costituzionale italiana. Ed il fatto che quest’illegalità non sia stata ancora sanata è una cosa che fa vergogna al nostro Paese, perché sta lì a dimostrare che le istituzioni italiane non sono in grado di far rispettare la legge. Che bisogna agire al più presto lo impone anche il fatto che vi sarà una sanzione durissima nei confronti dell’Italia se non ci adeguiamo, e per pagarla ci vorrebbe una finanziaria all’anno».
L'Unità: E cosa risponde a quelli che dicono che così si mettono a rischio delle aziende con tanti posti di lavoro?
Antonio Di Pietro: «L’argomentazione del personale che ci lavora non ha senso: sarebbe come dire che può violare la legge ogni azienda che non paga le tasse, o che non rispetta la sicurezza, o che non paga i contratti, solo perché ha i suoi dipendenti. E poi nessun vuole chiudere quell’azienda. Si vuole solo che una delle sue reti vada sul satellite perché la frequenza è stata vinta da qualcun altro. Ricordiamoci che la rete che c’è oggi trasmette rubando il diritto di trasmettere ad un’altra».
L'Unità: Lei dice che «soffierà sul collo» di Berlusconi anche sul conflitto d’interessi. Ma lei ritiene anche che il centrosinistra sia stato troppo ‘timido’ al riguardo…
Antonio Di Pietro: «Il centrosinistra non è stato timido, è stato latitante. Ed è una colpa: rimuovere il problema mentre sei maggioranza costituisce un vulnus che va riparato. Noi dell’IdV adempiremo lealmente al programma, ed il programma prevede il rispetto della legalità. Non intendiamo fare sconti… Il fatto è che Berlusconi ha governato essendo concessionario di servizi pubblici: non si mai se decide per lui o per noi: anzi, le leggi ad personam dimostrano che decide solo per se stesso».
L'Unità: Il Cavaliere dice che lei è un “pensionato” come Veltroni…
Antonio Di Pietro: «Macchè, vado verso i 60 anni e dal Parlamento pensione non ne ricevo, devo lavorare ancora molto».
L'Unità: C’è chi potrebbe affermare che l’alleanza con il Pd sia strumentale alle elezioni…
Antonio Di Pietro: «No, è un patto di ferro, per quanto mi riguarda. L’IdV ha le sue ragioni di vita nella credibilità delle sue azioni. La riforma delle telecomunicazioni e il conflitto d’interessi debbono essere affrontate necessariamente perché lo dicono la normativa, la giustizia italiana e l’Europa. Affrontando di petto questi temi rilanciamo al credibilità del programma e all’azione di Veltroni presidente del consiglio, dimostrando determinazione e coerenza».
L'Unità: Nel momento in cui viene resa esecutiva la sentenza europea cosa cambierebbe nello scenario italiano? Qualcosa che assomiglia un po’ a una rivoluzione…
Antonio Di Pietro: «L’affermazione della legalità non è mai rivoluzione, ma restaurazione della legalità rispetto a una illegalità preesistente e recidiva. Ormai veniamo derisi e irrisi dalla comunità internazionale perché non siamo in grado di far rispettare la legge. Era già inaccettabile finchè c’era Berlusconi, ma era anche una naturale conseguenza del conflitto d’interessi. Però dico anche un’altra cosa: se, stando al governo noi, avessimo provveduto nei primi cento giorni, abrogando le leggi vergogna ed il conflitto interessi e approvando la riforma radio-tv tante cose sarebbero andate in modo diverso. Ora basta tergiversare finiramo cornuti e razziati. Cornuti perché la mancanza di pluralità colpisce tutti noi, mazziati perché dovremo pure pagare una multa salatissima».
L'Unità: G8 di Genova. Veltroni ha usato parole molto dure. Lei oggi voterebbe ancora contro l’istituzione di una commissione d’inchiesta?
Antonio Di Pietro: «Votammo contro quella proposta di commissione perché si voleva giudicare solo il comportamento illecito della polizia e non chi si era reso protagonista di atti violenti contro la polizia. Grazie alle investigazioni dell’autorità giudiziaria oggi abbiamo un quadro più chiaro: ci sono due gravissimi atti criminali. Il primo è quello di facinorosi e violenti inseriti in una civile manifestazione di protesta. Gente che è arrivata con mazze e bombe incendiarie, che ha devastato mezza città e aggredito gli agenti. Poi c’è un fatto successivo, che non è più legittima difesa, ma un vero atto di ritorsione e di violenza da parte di alcune forze dell’ordine: questo è ancora più gravo perché i responsabili portano le stellette e rappresentano lo Stato. Preciso che in uno e l’altro i casi i fatti si sanno non grazie a una commissione d’inchiesta, ma grazie alla magistratura. Quello di una commissione è un compito di valutazione politica di fatti accertati: altrimenti, responsabilizzando solo una parte o l’altra, si distorce la verità».
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19 Marzo 2008
Alitalia: un problema anche sociale
Come Ministro, e presidente dell’Italia dei Valori, ho espresso tutta la mia contrarietà.
Le vicende di Alitalia coinvolgono ulteriori vicende che sono diverse dalla società e dalla bontà della contabilità della stessa. Noi riteniamo che questa materia, così delicata, non possa essere affrontata né decisa da un governo in scadenza, soprattutto non può essere lasciato il mandato agli amministratori di Alitalia, i quali hanno solo interesse di piazzare il prodotto per motivi di convenienza finanziaria.
Credo che un governo debba mettere al primo posto, oltre al piano industriale, anche la tutela delle maestranze, lo sviluppo della compagnia di bandiera, il futuro del sistema aeroportuale italiano. Per questo ho detto, fin dal primo giorno, che era sbagliato affidare ad un solo partner la trattativa e confrontarsi con un solo partner, così come ho detto che non bisogna trascinare con la vicenda Alitalia anche la vicenda di Malpensa, che è un’altra struttura importante e fondamentale per lo sviluppo del territorio.
Ribadisco che per la vicenda Alitalia, il problema vero e reale non è tanto il prezzo a cui si vende questa società, che essendo in deficit ha poco valore commerciale, quanto il piano industriale che deve essere presentato da chi la compra. Deve essere un piano industriale che rilanci i servizi e garantisca il futuro a chi finora ne ha fatto parte.
Ricevo e pubblico la lettera di Stefano Leonini, dipendente Alitalia.
"Onorevole Di Pietro,
chi le scrive è un dipendente di terra di Alitalia Servizi. Mi ha fatto molto piacere leggere le Sue parole in difesa non del valore economico dell'azienda ormai al collasso, ma dei posti di lavoro. Purtroppo faccio parte di quei 3000/5000 esuberi, perchè di tali si tratta che rimarranno in Alitalia Servizi e che Fintecna rileverà per poi disfarsene il prima possibile. Dopo vent'anni di lavoro nella mia azienda, vederla ridotta in questo stato mi provoca una grande amarezza e la cosa che mi preoccupa di più è il mio futuro e soprattutto della mia famiglia che vede me come unico sostentamento. Purtroppo le Sue parole arrivano un po' tardi, diciamo che arrivano quando i buoi sono scappati dal recinto e penso sia vergognoso per un paese non possedere una compagnia di bandiera. Mi chiedo cosa sarebbe successo in Francia se fosse accaduto il contrario, se un'azienda straniera avesse acquisito una loro azienda a due soldi e poi avesse lasciato per strada migliaia di persone, penso sia facile immaginare visto l'orgoglio nazionalista che è presente in quel paese. Ci sarebbe stata una sommossa popolare ed invece qui da noi lo si ritiene un peso da togliersi di torno, l'impressione è un pò della sgualdrina, usata a proprio piacere da tutti e poi abbandonata soltanto che la poveretta in cambio dei soldi li riceve, ma noi? Io comunque per quanto possibile lotterò per difendere il mio posto di lavoro a qualunque costo. Spero solo che le sue parole non siano soltanto di circostanza in vista dei prossimi impegni elettorali, al quale io, la mia famiglia e molti amici non parteciperemo ma , che sia un Suo reale sentimento e che magari possano servire a qualcosa. Distintamente la saluto.
Stefano Leonini"
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4 Marzo 2008
Il valore delle infrastrutture
L’Italia dei Valori, dal primo giorno, non ha voluto partecipare alla giunta Bassolino. Come sapete hanno fatto a gara per chi voleva far l’assessore, e adesso non so quanti stanno a Poggio Reale invece che alla sede della Regione.
Abbiamo sempre voluto marcare il segno ed il senso della discontinuità, perché riteniamo che in quella realtà ci sia bisogno innanzi tutto di ridare trasparenza nelle istituzioni con un ricambio generazionale.
Piaccia o non piaccia Bassolino, che sul piano personale risolverà le sue vicende davanti ai giudici, sul piano politico, dopo aver fatto per tanti anni il Sindaco ed il Presidente della Regione, la sua responsabilità politica è oggettivamente tale per cui c’è necessità che si faccia da parte, perché è venuto a cadere un rapporto di fiducia. Dice che bisogna occuparsi della spazzatura, ma è da venti anni che se ne doveva occupare, non se lo deve ricordare adesso che è sotto processo. Se lo faceva prima era meglio.
Credo che in Italia ci sia la questione meridionale, ma anche quella settentrionale. Come ministro delle infrastrutture l’ho affrontata e voglio continuare a farlo, perché se andiamo nel meridione ci sono tanti problemi legati soprattutto al lavoro, all’occupazione e al futuro dei giovani, ma se andiamo nel settentrione ci sono grandi problemi legati innanzi tutto alla difesa del mondo economico e del sistema delle imprese che fanno grande l’Italia.
Credo che la questione settentrionale riguarda le infrastrutture e la logistica di cui tutto questo sistema imprenditoriale ha bisogno. Ecco perché mi sono impegnato, ricevendo un sacco di critiche dalla sinistra massimalista e quanto altro, sul corridoio 1, sul corridoio 5 e la Trieste-Divaccia.
Le infrastrutture non sono un danno per il Paese. Sono un danno se fatte male, quando non servono e a costi esorbitanti, ma le infrastrutture fatte bene aiutano l’ambiente, aumentano l’economia e la potenzialità del Paese. La TAV non è altro che un sistema ferroviario che permette di trasportare le merci che adesso vanno sui camion dentro un treno, attraversando l’Europa e l’Italia in modo veloce, sicuro e con meno inquinamento: quest’infrastruttura aiuta l’ambiente. C’è un danno all’ambiente e alle finanze dello Stato dieci volte maggiore con la politica del non fare che con la politica del non fare.
Noi dell’Italia dei Valori vogliamo, e lo vogliamo fortemente, vincere le elezioni insieme al Partito Democratico e a Veltroni. Noi dell’Italia dei Valori ci sentiamo come quelli che stanno sopra una barca che sta remando per portare il modello riformista di gestione della cosa pubblica verso l’altra riva. E’ inutile che ci si dica “ma ce la fai o non ce la fai ad andare all’altra riva?”. A tutti rispondo “pensa a remare, e non guardare se non ce la fai o meno, altrimenti non ce la fai di certo”.
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13 Gennaio 2008
L'Italia dei Valori taglia 890 milioni
Anno nuovo, appuntamento di sempre.
Oggi, 11 gennaio, primo Consiglio dei Ministri e primo incontro con voi. Quindi buon anno. Ne abbiamo davvero bisogno, inteso come cittadini, ma anche noi, Ministri precari che vogliamo cercare di fare il nostro dovere, ma nello stesso tempo di non essere succubi del sistema per cui bisogna dire sempre “si” quando parlano quelli di una coalizione e bisogna sempre dire “no” quando parlano quelli dell’altra coalizione.
Per quanto riguarda noi dell’Italia dei Valori questo anno ci impegneremo ancora di più sui nostri temi, che sono il ricambio generazionale di coloro che fanno politica, che se non cambi un po’ di persone non cambi mai niente, la lotta agli sprechi e ai costi della politica abnormi, che sono la funzionalità della pubblica amministrazione, la lotta alla burocrazia, la trasparenza e la legalità di sempre.
Cosa abbiamo fatto in questo primo Consiglio dei Ministri? Abbiamo fatto molto poco in termini di decisioni istituzionali, nel senso che avevamo un decreto legge portato da Padoa-Schioppa che riguardava alcuni controlli della Banca d’Italia, e l’abbiamo rinviato perché se lo facevamo con un decreto legge affollavamo il Parlamento, che già si deve occupare di altre cose, e finiva che poi andava a tarallucci e vino.
Dovevamo fare la riforma dei giudici onorari, un progetto di legge del collega Mastella, ma c’è ancora troppa tensione su una questione di fondo: è giusto che coloro che si sono ritrovati a fare senza concorso un ruolo giudicante e finiscono di diventare giudici come quelli che fanno anche i concorsi? Ecco, l’ho detto in dipietrese, ma il concetto è quello. Ci sono pro e contro, perché da una parte hanno professionalità, hanno un lavoro, dall’altra non hanno superato il concorso. Se ne deve ancora discutere ed è stato rinviato ad un altro Consiglio dei Ministri.
Questa giornata di Consiglio dei Ministri è stata caratterizzata più da quel che non è stato deciso o quel che è stato deciso fuori dal Consiglio dei Ministri. E’ stata decisa anche qualche nomina, ma di questo ve ne parlerò a tempo debito, perché ogni cosa va a tempo debito. Segnalo.
Sono state fatte tante cose fuori dal Consiglio dei Ministri. E’ stata fatta una riunione di maggioranza, il giorno prima, per vedere qual è la politica economica di questo Paese, una riunione importante che oserei definire, in poche battute, come “una gioiosa e calorosa riunione di condominio” in cui tutti quanti ci siamo trovati d’accordo in tanti buoni propositi.
Mi è rimasta l’amarezza di capire se eravamo cosi buoni perché l’avevamo detto al bimbo Gesù o perché avevamo paura di andare a casa per carnevale? E’ la paura di lasciare la poltrona o una improvvisa esplosione di maturità politica?
Non lo so perché eravamo 38-39 persone. C’è una cosa carina in queste riunioni di maggioranza: ogni volta che ci riuniamo scopriamo di avere qualche condomino in più. Eravamo in 9 all’inizio di questa legislatura, oggi ho trovato tante persone che sicuramente rappresentavano se stessi, almeno con il voto non rappresentavano, ero presente.
All’unanimità tutto ciò che abbiamo deciso in materia di salari, che è una cosa importante per i lavoratori in materia di tassazione o meno dei BOT e quanto altro, è stato deciso a parole. Adesso vediamo se nei fatti tutto questo andrà bene.
Un’altra cosa è stata fatta, da parte dell’Italia dei Valori: abbiamo illustrato tutte le cose che siamo riusciti ad ottenere grazie ai nostri interventi in questa finanziaria. Siccome sono tante, vi invito a cliccare sul nostro sito per vedere come abbiamo tagliato il grasso della politica.
In questa finanziaria l’Italia dei Valori ha fatto risparmiare quasi un miliardo di euro, 890 milioni di euro, tagliando alcune spese inutili, come per esempio eliminando le circoscrizioni in tanti comuni. Pensate che a Nuoro ci sono 13 circoscrizioni per una trentina di migliaia di persone.
Siamo riusciti ad ottenere la riduzioni di 20 milioni di finanziamenti ai partiti per farci un po’ di carceri. Forse è meglio farci qualche struttura carceraria invece che darli ai politici, magari servono pure a loro.
Leggete sul sito, dove troverete il grasso della politica, come può essere tagliato, come lo sta tagliando l’Italia dei Valori e come siamo riusciti ad ottenere alcune importanti vittorie in questa finanziaria di cui siamo orgogliosi. Leggete, diteci cosa ne pensate e cosa possiamo fare di più.
I tagli ai costi della politica
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10 Gennaio 2008
Malpensa, un nodo da risolvere

Pubblico un'intervista rilasciata a il Giornale di oggi.
Martedì 15 gennaio discuteremo in un mini esecutivo il problema della riduzione dei voli sull'areoporto di Malpensa. Una cosa è certa, non possiamo buttare al vento venti miliardi di investimenti in una regione che rappresenta oggi il motore dell'economia di questo Paese.
Il Giornale: In molti sostengono che Malpensa è mal collegata e che questo è il suo principale handicap. Che cosa risponde?
Antonio Di Pietro: Molte infrastrutture le abbiamo realizzate, molte le stiamo realizzando insieme alla Regione con cui abbiamo fatto incontri e passi concreti come per la Pedemontana, la bretella di connessione con la Torino-Milano, i collegamenti con la Fiera. Abbiamo messo tanti soldi e ormai Malpensa è lì. Chiedersi adesso se fosse giusto mettere l’hub nel cuore della pianura padana è come chiedersi se fosse giusto costruire un ospedale che ormai esiste ed è una struttura di eccellenza. Non avrebbe senso chiudere né uno né l’altro.
Il Giornale: Ha intenzione di affrontare la questione in Consiglio dei ministri per ottenere clausole di salvaguardia per Malpensa?
Antonio Di Pietro: In Consiglio dei ministri vedremo, ma il tavolo Milano è ancora più importante. La sua funzione in questo momento è più delicata, perché è un luogo di impegni vincolanti. Lì ribadirò ufficialmente gli impegni presi da ministro delle Infrastrutture.
Il Giornale: Il tavolo Milano nelle ultime riunioni è sembrato poco di sostanza. Chiederà impegni vincolanti?
Antonio Di Pietro: Ribadirò che intendo mantenere il completamento dei collegamenti infrastrutturali utili per Malpensa. Ciò premesso, andrò a chiedere che cosa intendono fare gli altri perché non intendiamo costruire cattedrali nel deserto. Chiederò quali garanzie intendano dare. Discuteremo la questione Malpensa prescindendo dalla situazione di Alitalia o comunque valutando quel che c’è da fare a prescindere.
Il Giornale: L’incontro tra Bossi e Prodi non ha portato grandi risultati. Le sembra realistico aspettarsi dal governo una difesa di Malpensa?
Antonio Di Pietro: Che cosa sia realistico sono abituato a valutarlo il giorno dopo. Le azioni per Malpensa sono in difesa del sistema Italia. L’aeroporto intercontinentale serve non solo alla Lombardia ma a tutto il Paese e va inquadrato con riferimento a ciò che può essere in futuro, soprattutto con l’inserimento nel corridoio cinque. Il mio impegno è fare in modo che il traffico aereo su Malpensa possa crescere ancora.
Il Giornale: C’è chi propone di accogliere i rifiuti della Campania in cambio di garanzie sugli slot.
Antonio Di Pietro: Le due cose devono prescindere una dall’altra. Mi batterò affinché la funzionalità di Malpensa rimanga comunque. Un progetto del genere mi sembra offensivo per la Campania e per la Lombardia. Sarebbe un mercato dei buoi.
Il Giornale: Come si può riuscire a mantenere le rotte intercontinentali?
Antonio Di Pietro: Immaginare la sorte di Malpensa legata agli slot è riduttivo. Quattro slot non si negano a nessuno, ma il problema è l’intermodalità perché dobbiamo evitare che l’eventuale dipartita comporti l’inutilizzazione di tutto il comporto. Serve l’interporto, un potenziamento delle Ferrovie Nord e dei collegamenti con la Svizzera, la Pedemontana. Gli slot poi vengono da soli. Già adesso ce ne sono in più, inutilizzati, che ci avanzano. Magari il problema si risolvesse così. Se fossi nella Regione Lombardia non mi accontenterei. L’aereo viene se trova un’economia che rende
Il Giornale: Come valuta il progetto Formigoni di una compagnia del Nord?
Antonio Di Pietro: Non lo so. Quando lo vedo funzionare vedo. Anche Volare era una compagnia del Nord ed è volata diritta dal giudice fallimentare. Di per sé non è né male né bene.
Il Giornale: E una società mista Stato-Regione sul modello della Cal per le Autostrade lombarde?
Antonio Di Pietro: Non compete a me dirlo.
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30 Dicembre 2007
Disagio del Nord Italia

Pubblico una mia intervista rilasciata al quotidiano "Il Giornale" di oggi.
Il Giornale: Ministro Antonio Di Pietro lei è molisano, ma un pezzetto di cuore l’ha lasciato anche a Milano?
Antonio Di Pietro: Molto più di un pezzetto di cuore. Io sono molisano-lombardo».
Il Giornale: Quindi, anche lei ha sentore del disagio che avverte tutto il Nord, amplificato dalla vicenda Malpensa-Alitalia?
Antonio Di Pietro: Innanzitutto distinguerei i due fenomeni. Sul disagio del Nord, certo che lo avverto. Ma un conto è avvertire un problema, un conto è amplificarlo in chiave strumentale. Perchè è proprio questo quello che penso. Di fronte ad un disagio realmente sentito si sovrappone una strumentalizzazione che certo non agevola la soluzione dei problemi, e punta sulla piazza per amplificare il fenomeno. Invece, di fronte a problemi seri, ci vuole una maggiore responsabilità. Non cercare la piazza.
Il Giornale: E sull’Alitalia? Non pensa che le scelte fatte, che coinvolgono anche Malpensa, finiscano per amplificare il disagio?
Antonio Di Pietro: L’altro giorno ho partecipato al consiglio dei ministri. Lì ci è stata fatta un’informativa su tutta la vicenda. Poi, come ministro delle Infrastrutture, ho ricevuto documentazione aggiuntiva. Sulla quale c’è stato chiesto l’obbligo della riservatezza. Ne consegue che su Alitalia ho un obbligo giuridico alla riservatezza. Quindi, non parlo.
Il Giornale: Lei fa parte di un governo che, sulla carta, non ha più la maggioranza al Senato...
Antonio Di Pietro: Si riferisce alle mosse di Dini?
Il Giornale: Si.
Antonio Di Pietro: Le posso risponde in dipietrese?
Il Giornale: Certo.
Antonio Di Pietro: Dini sta cercando di fottere, alla fine sarà fottuto.
Il Giornale: Prego?
Antonio Di Pietro: Sta approfittando della situazione per avere un ritorno politico personale, alle spalle di altri. Ma non credo che gli riuscirà. Anche perchè non è corretto.
Il Giornale: Eppure le critiche di Lamberto Dini alla Finanziaria sono condivise da organismi internazionali e non solo...
Antonio Di Pietro: Sarà pure. Ma lui fa un discorso del tipo: hai Ursula Andress e dici che volevi Carla Bruni. Non si fa mica così! In più, non credo che i suoi siano giudizi disinteressati. Credo abbia intenzione di trovare un proprio spazio politico.
Il Giornale: Operazione legittima. In più, non sarebbe la prima volta. Già in questa legislatura ci sono casi analoghi di cambi di schieramento...
Antonio Di Pietro: Sulla legittimità non sono d’accordo. Personalmente non condivido quel che sta facendo. Non lo trovo corretto. Secondo me, ci sta marciando.
Il Giornale: In che senso?
Antonio Di Pietro: Lui vuole scomporre e ricomporre maggioranze. Ma se questo può e deve avvenire, potrà e dovrà avvenire dopo le elezioni. Non prima.
Il Giornale: E quando ci saranno le elezioni?
Antonio Di Pietro: Mi impegno a dirglielo subito dopo la proclamazione dei comizi elettorali.
Il Giornale: Così sono bravi tutti...
Antonio Di Pietro: E cosa vuole che le dico. Che ne so? Ci vorrebbe la palla per saperlo. Ed io la palla non ce l’ho.
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23 Dicembre 2007
Consiglio dei Ministri. Regole per gli appalti
Venerdì 21 dicembre, penultimo Consiglio dei Ministri, perché il 28 dicembre avremo l’ultimo per approvare quello che viene chiamato “decreto mille proroghe”. A fine anno si fa una cernita di tutti quegli adempimenti che non si sono riusciti a concludere entro l’anno, a cui si fa una proroga, con un decreto legge finale, per cercare di fare l’anno prossimo quel che non si è riusciti a fare questo anno.
Nel CIPE abbiamo deciso due cose fondamentali. Una serie di opere pubbliche da realizzare con tutti i soldi a disposizione che ancora avevamo. E’ importante far sapere che per la prima volta al Ministero delle Infrastrutture non è avanzata una lira, e ciò vuol dire che ha speso tutto per le opere previste. Non ci sono i residui passivi e non sono rimasti lavori a metà, vale a dire che noi nel decreto mille proroghe non avremo da prorogare lavori che dovevamo fare in questo anno, perché i lavori per cui ci erano stati dati i soldi li abbiamo avviati tutti quanti.
E’ una cosa molto soddisfacente, mentre gli ultimi 200 milioni circa li abbiamo assegnati, attraverso il CIPE, per una serie di interventi importanti, soprattutto per il completamento di quei interventi in corso in cui c’era bisogno di ulteriori risorse.
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13 Dicembre 2007
Consiglio dei Ministri. Nuovi fondi per sicurezza e informazione
Martedi 11 dicembre 2007, Consiglio dei Ministri.
Si e' discusso molto e si e' approvato poco, nel senso che non abbiamo fatto alcun disegno di legge. Abbiamo invece discusso di alcuni temi importanti, innanzitutto di legge finanziaria, approvata dal Senato, entro domenica sara' approvata alla Camera, e bisogna decidere quale testo deve essere approvato. Le commissioni parlamentari della Camera hanno fatto ulteriori emendamenti, ed entro domani ci sara' un nuovo emendamento governativo che terra' conto delle varie osservazioni e su cui poi verrà messa la fiducia.
Com’è la nuova legge finanziaria di questo anno? Presenta luci e ombre, ma sicuramente molte luci, perché ridistribuisce le risorse con particolare riferimento ai soggetti più deboli e allo sviluppo. Qualche ombra dovuta al fatto che, essendo una legge finanziaria che deve essere votata in Parlamento con una risicata maggioranza in favore di questo Governo, si è dovuto pagare qualche “obolo” di troppo.
Mi farò carico di indicare quali sono a mio avviso sono “oboli”. Troverete in seguito nel mio Blog una lettera che ho scritto al Presidente del Consiglio nella quale ho detto che d’ora in poi dobbiamo evitare di sperperare risorse per accontentare uno o l’altro. E’ una buona legge finanziaria, peccato che queste smagliature di sottomissione a qualche ricatto di qualche parlamentare, che altrimenti non votava.
Ne cito qualcuno, come i fondi a favore di canili e gattili sanitari, i fondi per il patrimonio storico della Prima Guerra Mondiale (credevo fosse già passata da tempo), le spese per il finanziamento per il centro del libro, il fondo per la dolcificazione delle acque da rubinetto (ma deve essere di rubinetto), i fondi per il museo dell’immigrazione italiana, fondo per l’organismo italiano di contabilità (fondazione di diritto privato). Addirittura, i fondi per il patrimonio storico della Prima Guerra Mondiale sono state tolte da un capitolo che riguardava le infrastrutture strategiche, quelle della legge obiettivo che riguardava autostrade e ferrovie.
Abbiamo fatto tanto, potevamo fare 31. Se è vero come vero che le spese e gli sprechi dello Stato sono tanti, avrebbe giovato darci un bel taglio, e a proposito di tagli volevo segnalarvi cosa noi dell’Italia dei Valori siamo riusciti ad ottenere. Non abbiamo chiesto alcun fondo per qualche congregazione qualsiasi, abbiamo invece chiesto di tagliare le spese. Ve ne elenco alcune che siamo riusciti ad ottenere.
Abbiamo abrogato la cosi detta legge Mancia, fatta ai tempi di Berlusconi, dove erano previsti 3 milioni di euro in cui a fine anno ogni parlamentare poteva chiedere per il suo collegio parte del fondo.
Abbiamo richiesto e ottenuto la riduzione del numero delle comunità montane, la riduzione del numero degli amministratori dei consorsi, la riduzione del numero delle circoscrizioni.
Abbiamo chiesto e ottenuto che tutti questi soldi vengano destinati a favore dei mezzi delle forze dell’ordine, a cominciare del pagamento degli straordinari dei poliziotti e dei carabinieri che vanno tutti i giorni a fare il loro dovere. Abbiamo inoltre ottenuto che un'altra parte di questi soldi vengano destinati per aumentare i fondi destinati alle televisioni locali, quelle che assicurano un po di pluralità oltre a Rai e Mediaset.
Questo è il contributo dell’Italia dei Valori: riduzioni degli sprechi e utilizzo dei soldi per la sicurezza e l’informazione. Ecco perché avrei preferito che i soldi per quell’altra ventina di capitoli, fatti a vanvera, fossero stati utilizzati per la sicurezza e lo sviluppo.
Comunque sia, siccome alla fine bisogna tirare la somma, questa è una Finanziaria che meglio di cosi non si poteva fare. La prossima volta sarà bene però che il taglio agli sprechi sia ancora più netto per riportare il bilancio a pareggio.
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28 Novembre 2007
Ingiustizia è fatta

Nulla da eccepire sul piano formale alla decisione del Procuratore generale della Corte di Cassazione di mettere sotto indagine disciplinare il giudice di Milano Clementina Forleo, pubblico ministero nell’indagine Unipol-Bnl.
Tutto formalmente corretto…e tutto come da copione.
Resta, però, l’amaro in bocca nel constatare ancora una volta che a farne le spese è sempre, e solo, chi tenta di fare il proprio dovere, senza aver "un occhio di riguardo" e timore riverenziale per alcuno.
Allora, in questi rari casi, accade che un folto numero di personalità, organi ed istituzioni si muovano all’unisono per spulciare, tagliuzzare ogni frase detta e scritta, analizzare con la lente d’ingrandimento ogni comportamento alla ricerca della pagliuzza, del cavillo per muovere una critica nei confronti di chi, alla fine, “deve” risultare incapace ed inaffidabile.
Il punto di arrivo, indipendentemente dalla reale volontà di chi, anche in buona fede, si attiva in quest’opera di demolizione personale, è altrettanto scontato: per logica conseguenza e per proprietà transitiva, tutto ciò che fa o ha fatto quel giudice coraggioso ( e perciò contestato ) è poco credibile e quindi va archiviato.
Non tutti i mali vengono per nuocere. Al giudice Forleo, come al P.M. De Magistris, rimane ancora la possibilità di far sentire alta la voce nelle sedi istituzionali (a cominciare dal CSM) e difendere il proprio operato. L’obiettivo è riaffermare il diritto-dovere che ogni giudice ha di motivare i propri provvedimenti secondo coscienza e libera convinzione, e non in base alle convenienze o alle persone coinvolte.
Per intenderci, se si spulciassero migliaia di provvedimenti giudiziari riguardanti cittadini comuni, troveremmo un’infinità di espressioni o affermazioni usate dai giudici su cui si potrebbero sollevare le medesime critiche mosse al caso Forleo. A nessuno, nel caso di cittadini comuni, verrebbe in mente di mettere sotto accusa i giudici per le espressioni utilizzate nel motivare i loro provvedimenti. Invece, in questo caso, come in ogni altro caso riguardante il Palazzo e la casta, si sono mossi i più alti poteri dello Stato ( a cominciare dal Parlamento). L’attenzione, con la complicità dei media, è stata astutamente distolta dall’oggetto delle indagini, la colpa di tutti gli intrecci emersi dalle intercettazioni è del giudice che le voleva leggere e valutare, non dei furbetti del quartierino che cercavano sponsor e protezione per le loro scalate finanziarie.
Gli altri miei post sul caso Forleo:
-I giudici diventano imputati
-Si alla richiesta della Forleo
-1994 - 2007: lo stesso film
-L'Italia dei Valori favorevole alla richiesta della Forleo
-La legge è uguale per tutti
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27 Novembre 2007
I tagli alle Ferrovie dello Stato

Ieri è apparso un articolo sul Corriere della Sera con mie dichiarazioni sul blocco di fondi alle FS. Ho dichiarato di essere stufo di uno Stato che dà soldi al buio e poi altri decidono cosa farne.
Ho ricevuto molte lettere in Rete sull'argomento. Ne riporto una. E' di un cittadino come tanti, che vorrebbe veder cambiare le cose, che conta su questo governo e che non va deluso:
“Caro Di Pietro,
sono un dipendente del gruppo FS presso la società Trenitalia s.p.a . Ho appreso la notizia del suo blocco dei fondi, per un totale di un miliardo e 35 milioni di euro, destinati alle Ferrovie dello Stato, poichè stanco che i soldi della collettività vengano elargiti alla cieca. Visti i fatti, penso che abbia pienamente ragione. Tuttavia, per noi dipendenti, questo suona come un campanello d’allarme. Che fine faremo? Qual è il nostro futuro? Faremo la fine di Alitalia o di Autostrade s.p.a?
Per quanto riguarda i finanziamenti, è giusto sapere come vengono fatti in maniera trasparente, ed utilizzarli per spese utili come ad esempio la manutenzione dei rotabili e delle linee ferroviarie. In questo modo si potrebbero ridurre i ritardi, dolorosa piaga dei pendolari che ogni giorno si muovono per lavoro.
I cittadini devono dimostrare senso civico e rispettare i beni della collettività, i treni, le stazioni ,... Purtroppo non è sempre così, ci sono numerosi atti vandalici, causati da teppisti incivili, che si prestano anche a rapine e furti.
Personalmente, ogni mattina, quando lascio la bicicletta presso la pensilina vicino alla stazione di Bologna Centrale, mi ritrovo davanti ad una situazione a dir poco penosa. Ci sono escrementi lasciati da senzatetto e tossico dipendenti, siringhe, puzzo di urina, una situazione insopportabile. Vengono spesi molti soldi per tenere puliti gli spazi comuni, ma inutilmente, ogni giorno si ripresenta lo stesso schifo.
I soldi vengono spesi male, acquistando materiale inutile, con sprechi, consumi inutili, e addetti pagati senza che svolgano il proprio dovere. Questi sono solo alcuni problemi che causano gli enormi danni e inefficienze che tutti conosciamo quando si parla delle FS.
I finanziamenti, sentiamo dalle televisioni, sono utilizzati per pareggiare bilanci fantasma o incentivare il personale con pre-pensionamenti associati a “buoni uscita d’oro". Si dovrebbero utilizzare i finanziamenti solo ed esclusivamente per migliorare la situazione dell’azienda. Con rammarico devo dire che le cose in FS funzionavano meglio quando c’era il controllo diretto dello Stato, senza intermediari, senza Confindustria e senza Sindacati, ma pensando alla privatizzazione non vedo per niente un bel futuro.
Lei come magistrato queste cose le ha vissute in prima persona, e può capire di cosa sto parlando.
E' una delle poche persone in Italia in cui val la pena ancora aver stima e fiducia.
Purtroppo viviamo nel mondo della precarietà, e non so se fra qualche anno esisterà ancora la liquidazione, la previdenza sociale le pensioni, ma soprattutto non so se ci sarà ancora il mio posto di lavoro e se riuscirò a farmi una famiglia.
Più si va avanti, più diventa difficile arrivare a fine mese, fra mutui, spese varie e il costo della vita. Viviamo in un mondo sempre più incerto, senza una prospettiva per il futuro.
Distinti saluti.
A.M.”
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23 Novembre 2007
Consiglio dei Ministri. Finanziaria:avanti spediti
Venerdi 23 novembre, Consiglio dei Ministri. Ecco il resoconto, sia del Consiglio dei Ministri, sia del Cipe, il comitato che si occupa di approvare le opere pubbliche, sia del cosìddetto Comitato dei Centocinquant'anni per le opere da fare in relazione ai 150 anni dalla data dell’unità d’Italia. Bisogna occuparsi anche di questo, ma invece di comprare fiori, faremo opere di bene, mettendo a posto delle opere infrastrutturali o degli immobili che ricordano quella data, ma almeno facciamo una cosa che resta, perché se usiamo fiori il giorno dopo appassiscono.
Per quanto riguarda il Cipe, avevamo da definire la spesa dei soldi provenienti dal tesoretto, quello del decreto legge che avevamo approvato la settimana scorsa, e abbiamo utilizzato tutti i soldi in modo da dimostrare che questa volta, spendendo i soldi, questi non andranno in residuo passivo, ossia in casse ferme, e soprattutto spendendoli prima non aumenta la spesa e si va a fare la spesa esattamente per quelle cose che il Parlamento ha approvato, senza poi usare un domani i soldi di una cosa per farne un’altra.
Consiglio dei Ministri importante, non tanto per ciò che presentava l’ordine del giorno, quanto per alcune questioni metodologiche che abbiamo affrontato.
All’ordine del giorno abbiamo approvato il codice ambientale, che era in seconda lettura e bisognerà lavorarci ancora, poi abbiamo rettificato alcuni trattati internazionali, e abbiamo anche approvato il regolamento per gli autotrasportatori, che è una questione molto delicata di cui ci sono degli scioperi in corso, ma abbiamo trovato il quadro.
Un Consiglio dei Ministri che sta funzionando e sta funzionando bene, alla contrario di tutte le polemiche che tutti i giorni stanno riempiendo i giornali sul piano dei partiti. Ogni giorno ne nasce uno nuovo, Veltroni tutto sommato se ne è fatto uno, anche se poi dice che c’è tutto un processo costituente, ma se lo sta facendo a sua immagine e somiglianza. Berlusconi se lo sta facendo un altro a sua immagine e somiglianza, lo chiama in un modo di verso, ma invertendo l’ordine degli addendi la somma non cambia. Tutti noi altri partiti stiamo cercando di trovare un quadro d’insieme per non farci fagocitare allo stesso tempo, cercando di portare avanti la nostra azione politica.
Mentre avviene tutto questo però abbiamo da una parte un paese reale, con le sue necessità, le sue preoccupazioni, le sue priorità, e dall’altro un Consiglio dei Ministri, come per esempio quello di stamattina, che fa il suo dovere, che sta governando, perchè ha ricevuto la fiducia dei cittadini e anche del Parlamento, ultimamente, e quindi ha il dovere di governare. Ultimamente nel senso che la finanziaria approvata dal senato e il decreto legge approvato da entrambi i rami del Parlamento dice “questi sono gli strumenti, vai avanti, lavora e stai zitto”, ed è quello che stiamo facendo: lavorare senza stare appresso alla polemica politica quotidiana.
Che cosa abbiamo deciso di fare? Abbiamo deciso di prendere in mano il prodotto che ci ha consegnato il Senato nella finanziaria, vedere se è stato stravolto in qualche modo o se deve essere affrontato serenamente dal Consiglio dei Ministri nella sua azione, e abbiamo deciso di non presentare centinaia di emendamenti, ma di presentarli, previo un analisi e uno studio tutti insieme in modo unitario. L’impegno nostro è di dire ai nostri partiti di non riempire il Parlamento di emendamenti, se no la finanziaria viene stravolta, mentre quelli principali li facciamo direttamente noi come proposta, come per esempio la Class Action, che dovrà essere confermata, perché ci vuole un azione giudiziaria collettiva da parte anche dei piccoli per potersi difendere dai grandi, perché a uno a uno i piccoli vengono sempre sconfitti dai grandi colossi dell’industria e dell’economia. Un altro esempio riguarda gli stipendi dei dirigenti statali, cosi come confermata in Parlamento, va confermata questa idea che non possono avere stipendi alle stelle, a volte di milioni di euro anche per essere liquidati, ma nello stesso tempo abbiamo bisogno di ridare più equità ma anche più dignità alla meritocrazia, perché ci sono dirigenti che lavorano bene e dirigenti che dovrebbero essere mandati a casa al più presto.
Abbiamo deciso quindi di fare un setaccio dei vari emendamenti possibili per assumerci responsabilmente, con un solo grande emendamento, quelle questioni che è opportuno aggiungere per migliorare questa finanziaria durante la discussione alla Camera.
Tutto questo sta avvenendo come azione concreta del Governo, mentre sotto l’aspetto della situazione generale ci auguriamo che al più presto si chiarisca questo quadro politico, a cominciare dal quadro elettorale possibile, affinché si passi a discutere meno di parole o di formule, ma più di fatti e contenuti. E’ in questo senso il mio impegno, qui dove mi trovo anche oggi, e spero per molto ancora, e il mio impegno come rappresentante di un partito come l’Italia dei Valori, che non ha paura delle asticelle del quorum elettorale, ma vuole avere e meritare la vostra fiducia.
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20 Novembre 2007
Consiglio dei Ministri. I conti delle Ferrovie dello Stato
Consiglio dei Ministri di venerdi 16 novembre. Un Consiglio dei Ministri un po’ sottotono, quello del giorno dopo la legge finanziaria approvata al Senato. C’era la calma di chi aveva portato a casa un risultato importante.
Un anno e mezzo fa l’elettorato ci ha consegnato un parlamento dove al Senato abbiamo due o tre voti in più. Tanti ne avevamo allora, tanti ne abbiamo adesso, quindi non è che la situazione al senato è precipitata drammaticamente, è esattamente quello che era all’inizio della legislatura. All’inizio della legislatura, invece di dire “Non potremo mai governare”, ci siamo assunti la responsabilità di governare.
Diciamo la verità, al di là delle chiacchiere: approvare una legge finanziaria, senza ricorrere al voto di fiducia, ma votando emendamento per emendamento, e approvandolo con questa maggioranza, è un atto di responsabilità e maturità. Piaccia o non piaccia, il Governo e la coalizione del centrosinistra ha segnato un punto importante a favore.
Lo dico anche con orgoglio, perché noi dell’Italia dei Valori certo avremmo voluto qualcosa in più, fare di più, però quando si è in coalizione, poi, alla fine, si deve fare sintesi e assumersi la responsabilità di governare invece di mettere sempre i bastoni tra le ruote di chi viole governare. Quindi grande gesto di responsabilità di tutta la coalizione, e abbiamo trovato la quadratura del cerchio di una legge finanziaria che rilancia lo sviluppo e rilancia la solidarietà.
C’è sempre qualcuno che si lamenta, certamente, vorremmo avere tutti la botte piena e la moglie ubriaca, ma con una situazione di bilancio pubblico cosi sfasciato da decenni e decenni di Prima Repubblica che lo ha ridotto un colabrodo, più di cosi non si poteva fare.
Oggi abbiamo rimesso a posto la contabilità pubblica e abbiamo rilanciato lo sviluppo.
Ovviamente abbiamo fatto anche approvazioni di disegni di legge importanti. Il più importante è sicuramente il disegno di legge portato avanti dal Ministro Turco in materia di riforma del sistema sanitario. E’ un disegno di legge del passato parlamento, ma rivedere complessivamente il modello di assistenza sanitaria secondo una regola per cui l’assistenza sanitaria diventa un diritto universale a cui tutti ne hanno diritto, sia di chi ne ha le capacità e chi non ne ha le capacità economiche, chiarisce un passaggio importante.
Diciamo al verità anche qui: da un po’ di anni a sta parte la sanità privata sta vincendo sulla sanità pubblica. Quindi chi ha i soldi e va alla privata è più avvantaggiato di chi non li ha e deve andare alla sanità pubblica. E’ avvantaggiato perché arriva prima al servizio d’assistenza (magari anche per qualche operazione importante) e chi invece non ha i soldi non fa parte di quel sistema che può accedere alla sanità privata e viene invitato ad attendere anche mesi per fare una risonanza magnetica.
Abbiamo fatto un disegno di legge che passerà in Parlamento, che speriamo possa affrontare con serenità, con cui stabiliamo davvero e in modo organico questo diritto universale all’assistenza.
Abbiamo anche discusso di come distribuire le risorse del decreto legge, quello del famoso tesoretto, per le politiche abitative. Abbiamo fatto anche delle riunioni e degli accordi con le regioni. Insomma, ci sono i 550 milioni che bisogna distribuire tra i comuni che hanno problemi di sfratti di persone che non hanno le capacità economiche per poter trovare un'altra casa, e abbiamo già stanziato la ripartizione regione per regione, comune per comune, a chi dare tutti questi soldi.
Me ne sono occupato direttamente, e ho insistito molto nel Consiglio dei Ministri, che mi ha dato delega su questo affinché non vi sia una distribuzione dei soldi a pioggia, ma che ci sia una verifica in corso d’opera.
Abbiamo discusso di altre questioni importanti, per esempio sul regolamento dei trasporti. A riferimento a questo abbiamo discusso su come quadrare i conti di Ferrovie, perchè questo è un altro problema.
Le Ferrovie sono in deficit, e c’è un modo molto semplice per non farla mandare in deficit, come qualcuno ha detto, aumentando le tariffe. Certo, facile a dirsi, ma il problema è che davvero il sistema ferroviario è tale per cui spende al meglio i soldi che prende dallo Stato e i soldi che prende dalle tariffe? C’è forse bisogno di una razionalizzazione e di una revisione completa del sistema della spesa?
In questa ottica abbiamo deciso di intervenire su due fronti. Uno è quello del servizio pubblico di trasporto, di necessità di chi va a lavorare la mattina, i pendolari, che non devono essere toccati nella tariffazione. Può essere e deve essere toccato nella tariffazione il servizio di qualità ed elite. Una prima classe in linea transnazionale la paghi com’è giusto che si paga, ma se devi prendere un treno da pendolare per andare a lavorare anche questo deve essere un servizio universale.
Certo, dite che facciamo demagogia, ma non è demagogia: è applicare soluzioni diverse a situazioni diverse.
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6 Novembre 2007
I soldi dei milanesi
Ieri il consigliere comunale Raffaele Grassi dell'Italia dei Valori è intervenuto in sede di consiglio a Milano per chiedere che si faccia luce su un'operazione finanziaria della giunta Albertini.
Alla Moratti è stato chiesto, vista la continuità politica delle due giunte, di dissociarsi e di procedere con i dovuti accertamenti su manovre finanziarie molto rischiose che potrebbero esporre i bilanci ad un buco di oltre 400 milioni di euro.
L'amministrazione dei soldi pubblici non può essere condotta in modo speculativo e poco trasparente da parte di coloro che devono garantire e tutelare gli interessi dei veri proprietari di quei soldi: i cittadini.
Testo:
"In questi giorni ho preso atto di una vicenda nata nel 2005, quando l’allora amministrazione comunale dell’ex Sindaco Albertini si trovò di fronte alla necessità di reperire 100 milioni di euro per affrontare la spesa corrente, trasformando dei debiti che la stessa amministrazione aveva già in essere con alcune banche, ricontrattando i mutui facendoli passare da tassi allora favorevoli, fissi e molto bassi, a tassi variabili. Questi hanno portato negli ultimi due anni ad una crescita dei tassi a livello mondiale, e stanno portando un esposizione da parte di tutte le famiglie. E’ possibile che questa conseguenza, molto forte, possa avvenire nei confronti dell’amministrazione comunale, anche perché i mutui ricontrattati hanno una scadenza trentennale.
E’ un esposizione a mio avviso dei cosiddetti “derivati”, che l’amministrazione Albertini ha sempre fatto nel suo compito di amministratore pubblico. Dato che l’ex Sindaco Albertini ha sempre lamentato il fatto di essere un “amministratore di condominio”, dico che l’amministratore di condominio non ha fatto quello che doveva fare, che come un buon padre di famiglia doveva fare investimenti in modo oculato e chiaro.
Ieri 5 novembre, al Consiglio Comunale, sono intervenuto per denunciare questo fatto, dove di fatto lamentiamo, da parte del Consiglio Comunale e dei consiglieri, una sottrazione del potere di controllo. Noi riteniamo che i consiglieri debbano attuare una forma di controllo, siano essi di maggioranza e soprattutto di opposizione, cosi da avere la possibilità di controllare la gestione di quanto fa la giunta rispetto agli atti amministrativi.
Purtroppo la giunta Albertini, i consiglieri di maggioranza, ma soprattutto quelli di opposizione, non ebbero neanche questa possibilità, siccome gli atti di questa operazione furono secretati dallo stesso Albertini per un mese, il tempo naturale per fare l’operazione con le banche.
Ritengo però che non bisogna biasimare i comportamenti più o meno legittimi della passata gestione, ma dobbiamo chiederci quali sono le finalità dell’amministrazione comunale, se gli amministratori pubblici sono deputati a mettere in gioco i denari della collettività piuttosto che realizzare tutta una serie di interventi e restituire la ricchezza raccolta dai contributi in servizi per i cittadini. Questo è il compito primario del pubblico amministratore.
Se poi ci addentriamo nel campo minato delle operazioni finanziarie, un eloquente esempio è quello accaduto qualche anno fa tra ATM e i bond Del Monte, dove perse di fatto 10 milioni di euro in un momento in cui si metteva a rischio il rinnovo del contratto di lavoro dei lavoratori dell’azienda di trasporto, mentre i suoi dirigenti facevano operazioni finanziarie che poi diedero risultati negativi.
Rimane a mio avviso che nel prossimo futuro il Sindaco Moratti deve venire a dirci in Consiglio Comunale come sono andate le cose, visto anche il fatto che l’attuale maggioranza è organica a quella passata, dov’è cambiato il sindaco, ma è rimasto lo stesso vicesindaco, assessori e parte dei consiglieri di maggioranza.
Pertanto ci sono persone sulle quali andare a chiedere conto di quanto è accaduto, e il Sindaco a mio avviso deve venire a riferire in Consiglio Comunale. Se ciò non dovesse accadere, io come Italia dei Valori mi sono impegnato formalmente a reclamare una commissione d’inchiesta per non perdere tempo prezioso, perché mai come in questo momento perdere tempo significa anche perdere denaro.
Formalizzerò questa richiesta quanto prima agli organi deputati, ma ho l’impressione che ci si svincolerà da questa mia richiesta tornando a dibattere in Commissione Bilancio. E’ anche questo un organo importante dove poter discutere, e a mio avviso c’è la necessità che in queste sessioni, dove magari discuteremo questa partita, ci sia la presenza del Sindaco Moratti, che detiene la delega in assenza di un assessore al bilancio.
Quello è sicuramente il posto più deputato per discutere e poi riferire in Consiglio Comunale, dove tutti i consiglieri possono acquisire tutte le informazioni che fino ad oggi sono state negate. Se tutto questo non accade, la responsabilità politica di questa amministrazione comunale è da considerare identica a quella passata.
La Commissione d’inchiesta, attraverso le indagini, dovrà verificare i danni economici eventualmente procurati, come sono stati scelti gli operatori finanziari, quali compensi sono stati riconosciuti e perché ancora ad oggi l’informazione scarseggia.
Gli stessi amministratori di maggioranza hanno chiaramente dichiarato in Consiglio Comunale che c’è bisogno di trasparenza, in Sindaco oggi si dichiara disponibile a fare chiarezza. Lo aspettiamo e soprattutto personalmente lo aspetto a riferire in Consiglio Comunale rispetto alle osservazioni che abbiamo posto con questo mio intervento."
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5 Novembre 2007
L'onorabilita' degli amministratori

Il 26 agosto 2007 scrissi su questo blog un articolo (Geronzi: un passo indietro) in cui chiedevo la sospensione dagli incarichi di Cesare Geronzi in attesa di sentenze definitive per salvaguardare la reputazione internazionale della finanza italiana. L’appello è caduto nel vuoto.
Pubblico una lettera di Antonio Borghesi, deputato dell'Italia dei Valori. Questa lettera è un ulteriore tentativo per sollecitare gli organi di informazione e i politici ad occuparsi dell’argomento.
Nell’assordante silenzio generale l’Italia dei Valori il 10 ottobre ha presentato una proposta di legge in materia.
“E’ inaccettabile che ai vertici di importanti istituzioni finanziarie si trovino personaggi che hanno perso i requisiti di onorabilità per essere stati condannati per bancarotta fraudolenta. Ne va della credibilità internazionale del nostro sistema finanziario e bancario, ma ora abbiamo deciso di passare all’azione.
Non è la prima volta che intervengo su questa scandalosa vicenda che ha già superato i confini del nostro paese, tanto che la notizia è stata riportata dalla CNN.
Ai vertici di due importanti istituzioni finanziarie, quali Capitalia e Mediobanca, c’è un personaggio che ha perso i requisiti di onorabilità. Mi riferisco a Cesare Geronzi, condannato in primo grado e otto mesi per bancarotta fraudolenta, alla luce soprattutto delle ultime vicende che lo vedono rinviato a giudizio per frode nell’ambito della vicenda del dissesto Parmalat.
Attualmente gli amministratori di banche e istituzioni finanziarie che hanno perso i requisiti di onorabilità devono essere sospesi dalla carica, tuttavia l’assemblea ha il potere di reintegrarli, sostenendo il fatto che se continuano a riscuotere la fiducia degli azionisti non vi possa essere alcun ostacolo.
Ma io mi chiedo: contano di più gli azionisti di una banca o la tutela del risparmio e dei risparmiatori?
Appare evidente, anche a seguito delle gravi vicende finanziarie verificatesi in questi anni, l’esigenza di un comportamento più rigoroso da parte delle società di investimento e delle banche nei confronti degli amministratori, dei direttori generali e dei sindaci che riportano una condanna, ancorché non definitiva, per reati bancari e finanziari, per il reato di falso in bilancio, per reati contro la pubblica amministrazione (peculato, abuso di ufficio), della fede pubblica (falsità delle monete), contro il patrimonio (furto, rapina), contro l’ordine pubblico (associazione a delinquere), contro l’economia pubblica e per materia tributaria.
Ho deciso di passare all’azione, presentando una Proposta di Legge (Proposta di legge 3135) di due soli articoli con i quali si modifica il TUB (Testo Unico Bancario) e il TUF (Testo Unico della Finanza) allo scopo di prevedere che le assemblee dei soci non possano deliberare il reintegro degli esponenti aziendali sospesi temporaneamente a seguito di condanna non definitiva, fino a quando il procedimento penale non e giunto a sentenza definitiva.
Si tratta di una misura cautelare del tutto legittima. Ne va della credibilità internazionale del nostro sistema finanziario e bancario.”
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5 Settembre 2007
98 miliardi di domande

Ho ricevuto molte lettere sulla notizia riportata dal Secolo XIX di Genova dell’evasione fiscale di 98 miliardi di euro da parte delle società concessionarie ai danni dell’Agenzia dei Monopoli di Stato, struttura preposta al controllo.
Ne pubblico una delle tante che le riassume.
“Salve Ministro,
volevo chiederLe perchè non dedica un post alla mega evasione da 98 miliardi dei Monopoli di Stato? Ormai è passato un po' di tempo da quando la notizia è apparsa sul blog di Beppe Grillo, 98 miliardi sono un'enormità: sono tre volte le riserve auree del nostro paese, proprio quelle che il Presidente del consiglio voleva vendere per ridurre il debito pubblico, se si facesse pagare questa evasione con tanto di interessi e adeguate multe si arriverebbe ad avere una cifra di almeno 150 miliardi di euro, che sono molto ma molto di più di tutte le riserve auree del paese, e con questa cifra si potrebbe ridurre decisamente il debito pubblico italiano che è il più alto d'Europa, o ridurre la pressione fiscale che strozza il paese e il progresso economico!!
Le porgo distinti saluti e le auguro un buon lavoro nell'interessi di tutti i cittadini.”
Francesco
Ho inviato ai diretti interessati: Romano Prodi, Tommaso Padoa Schioppa e Vincenzo Visco, e per conoscenza a tutti i ministri, una lettera per discuterne in Consiglio dei ministri. Riporterò sul blog le loro risposte. Ricordo che, come scritto dal Secolo XIX, la Corte dei Conti ha chiesto alle società concessionarie alcune decine di miliardi di euro per il risarcimento del danno patito dallo Stato e il direttore dei Monopoli ha un procedimento in corso per 1,2 miliardi di euro di danni.
Non si può chiedere ai cittadini di pagare le tasse e, allo stesso tempo, non dare risposte su 98 miliardi di euro di evasione fiscale.
Proprio oggi è stata data una prima risposta su questo argomento sul sito del Governo.
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4 Settembre 2007
Tagli alla spesa pubblica

Riporto l'intervista rilasciata a Repubblica e pubblicata in prima pagina:
ADP: «Lo scorso anno il mio ministero ha ridotto la spesa corrente di ben dieci volte, se si escludono quelle per il personale. Detto questo ben venga qualcuno che mi aiuti a trovare una soluzione per migliorare ancora».
Repubblica: Eppure il suo dicastero è tra quelli cui potrebbero essere chiesti sacrifici.
ADP: «Mi metto a disposizione del ministero dell’Economia, ma vorrei ricordare che da quando mi sono insediato ho ridotto tutte le consulenze esterne, che erano tantissime, riportando il lavoro all’interno. Mi sono trovato di fronte pacchi interi di studi sul “sesso degli angeli”, molti non li ho nemmeno pagati e ho inviato tutto alla Corte dei Conti. C’era anche un nucleo di persone i cosiddetti commissari straordinari, li ho mandati tutti a casa. Ne era stato nominato uno per ogni opera prevista dalla legge obiettivo, una follia. Le faccio poi un altro esempio: per la posta e-mail il ministero pagava 23 euro ogni mese per ogni dipendente. Oggi è gratuita».
Repubblica: Quindi sono gli altri dicasteri a dover tagliare?
ADP: «Come ho già spiegato mi metto a disposizione. Detto questo penso che il governo debba dare il buon esempio su tre temi fondamentali: è necessario tagliare la spesa corrente e fermare quelle fuori controllo; eliminare sprechi e favoritismi legati alla politica iniziando dal Parlamento per finire al consiglio circoscrizionale e io abolirei anche le Province e le Comunità montane: infine è necessario rendere più efficiente la burocrazia eliminando le procedure inutili. Per capirsi: dopo la mia firma un atto del ministero ha “bisogno” di altre 42 firme, che senso ha? Questi sono i tre passaggi necessari a recuperare credibilità. Fatto questo va continuata la lotta all’evasione spiegando però ai cittadini che se non paga le tasse va in galera. E ogni euro recuperato all’evasione fiscale deve andare alla riduzione delle imposte».
Repubblica: Quindi è d’accordo con Veltroni che chiede una diminuzione della pressione fiscale già da quest’ anno?
ADP: «Io dico che se quest’anno recuperiamo tre miliardi di evasione ogni euro recuperato deve andare alla diminuzione delle tasse. Tagli alla spesa e riduzione delle imposte devono marciare insieme perché sono due facce della stessa medaglia, ma soprattutto non possono attendere un minuto di più».
Repubblica: Teme tagli agli investimenti previsti dal suo ministero?
ADP: «Quando sono arrivato ho trovato 270 miliardi di euro per investimenti previsti dalla legge obiettivo. Soltanto che erano soldi solo approvati, in realtà non c’era una lira. Io ho fatto un programma di spesa di 5-6 miliardi l’anno. Questa è la cifra che ho richiesto. Attenzione però a tagliare sugli investimenti in infrastrutture perché questi sono soldi che guardano al futuro, sono guadagni, non perdite».
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28 Agosto 2007
Equità fiscale

Nelle prossime settimane inizierà la discussione per la messa a punto della legge finanziaria.
I temi della discussione sono, a mio avviso, evidenti: riduzione del debito pubblico, consolidamento degli investimenti in infrastrutture e abbassamento della pressione fiscale, affiancati ad una serrata lotta all’evasione.
Come Ministro di questo Governo e rappresentante dell’Italia dei Valori chiederò che l’esecutivo e il Parlamento mettano al centro della legge di bilancio per il 2008 la riduzione della pressione fiscale, obiettivo possibile se continueremo nella lotta all’evasione. Proseguendo con decisione su questa strada si può procedere alla riduzione delle imposte per i contribuenti.
Bisogna far in modo che tutti paghino, affinché tutti paghino meno.Questo deve essere il nostro impegno principale.
Al tempo stesso parte delle risorse dovrà essere impiegata anche per ridurre il debito pubblico e per investimenti a sostegno dello sviluppo. Ridurre il debito significa anche tagliare la spesa per interessi, cosa particolarmente importante in una fase di tassi crescenti, liberando così risorse da destinare agli investimenti. In particolar modo gli investimenti in infrastrutture non devono essere percepiti unicamente come una spesa, ma come un impiego produttivo che può dar vita a un volano di risorse e creare migliori condizioni per lo sviluppo economico del Paese.
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1 Agosto 2007
Geronzi: un passo indietro

foto corriere.it
Non può sfuggire a nessuno il differente peso politico e mediatico che è stato dato a due fatti.
Il primo, le intercettazioni di sei parlamentari di cui è stata chiesta l’autorizzazione per l’utilizzo in un procedimento giudiziario da Clementina Forleo, ha avuto prime pagine di giornali e servizi di telegiornali per settimane.
Il secondo, il rinvio a giudizio di Cesare Geronzi per il crack della Parmalat, è stato ignorato dai media nazionali e dai partiti, ma invece ripreso dalle testate finanziarie internazionali.
Cesare Geronzi, va ricordato, è stato anche condannato in primo grado a un anno e otto mesi per bancarotta preferenziale per Italcase. Cesare Geronzi è attualmente presidente di Capitalia e del consiglio di sorveglianza di Mediobanca. Una posizione di grande potere e responsabilità. Un ruolo dal quale dipendono gli equilibri della finanza italiana. Io non credo che la politica possa fare finta di nulla, e guardare da un’altra parte, e i media minimizzare, come avviene ora per motivi che non conosco, ma che nascondono probabilmente delle contiguità tra il banchiere, alcuni partiti e alcuni editori.
Ce la prendiamo con dei politici la cui eventuale colpevolezza è ancora tutta da dimostrare, per i quali è comunque corretto autorizzare l’uso delle intercettazioni, e ignoriamo un fatto ben più grave.
Cesare Geronzi deve fare un passo indietro in attesa delle sentenze definitive, sia per la reputazione internazionale della finanza italiana, sia per rispetto dell’opinione pubblica.
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31 Maggio 2007
Draghi e le scatole cinesi

Il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, nella sua relazione odierna ha puntato il dito contro le strutture organizzative complesse a cui spesso ricorrono le aziende italiane quotate, indicando le strutture a piramide come causa di scarsa trasparenza. È una situazione cui occorre porre rimedio, modificando sia le norme relative alle società che il funzionamento delle authority che regolano e controllano il mercato.
Come Ministro e come rappresentante dell’Italia dei Valori ho sottolineato in diverse circostanze l’esigenza di modificare il meccanismo delle scatole cinesi, di risolvere i conflitti di interesse in campo economico che, come il Governatore, vedo sempre presenti nei meccanismi degli intrecci azionari. Lo ripeto per l'ennesima volta, sono interventi da fare subito, per evitare di chiudere la stalla dopo che i furbetti sono scappati e fornire le giuste tutele al mercato e ai consumatori.
E proprio il costante riferimento alla tutela dei consumatori è una nota qualificante delle valutazioni di Draghi.
Le fusioni bancarie non saranno operazioni utili al Paese se le famiglie, i clienti e i piccoli azionisti non ne avranno dei benefici.
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18 Maggio 2007
La Parmalat e i colpi di spugna
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Oggi ero in Parmalat, ospite del dottor Bondi, ecco il testo del mio intervento.
"Parmalat è un’azienda che sta crescendo in termini di utili, di ricavi e della stessa posizione finanziaria netta tornata in utile per 87,4 milioni di euro come riportato nell’ultima, ottima, trimestrale di bilancio.
Lo stesso titolo azionario è stato apprezzato dagli investitori ed ha raggiunto i 3,3 euro dai 2 euro di fine 2005, quasi raddoppiando il suo valore. Di questi risultati va dato merito al commissario dottor Enrico Bondi e al management e a tutti coloro che hanno creduto nel futuro di un’azienda che sembrava spacciata. Vorrei ricordare che Parmalat è stato il più grosso crack finanziario di un’azienda in Italia, un crack annunciato dai bilanci, bastava leggerli per sapere.Le responsabilità sono di tutto il sistema. Dov’erano i controlli delle banche che collocavano bond Parmalat ai loro clienti fino a pochi giorni prima del collasso? Dov’era la Consob, la Banca d’Italia? Era sufficiente che facessero una denuncia pubblica, circostanziata, in quanto disponevano di tutti gli elementi di analisi, per fermare in tempo la distruzione di valore di decine di migliaia di risparmiatori.
Lo scandalo Parmalat, insieme ad altri che lo hanno seguito, ha avuto anche effetti rilevanti nella perdita di credibilità del Paese verso all’estero. L’Italia è agli ultimi posti per investimenti esteri e il motivo non è la presunta ingerenza del Governo, come si sono affrettati a dichiarare i nostri monopolisti senza soldi, ma la mancanza di regole, di controlli, di attenzione della politica, di informazione finanziaria cristallina e comprensibile al cittadino.
L’Italia dei Valori ha nella sua agenda la riforma della Borsa e della Consob con l’introduzione di vere regole di governance a tutela del mercato. Voglio solo accennare a una serie di situazioni che determinano sfiducia degli investitori, fallimenti, rendite di posizione, distruzione di valore.
Il meccanismo delle scatole cinesi con la possibilità di controllare una società senza disporre della maggioranza azionaria e spesso con quote irrisorie con il trasferimento dei dividendi del 90/100%, dividendi che vengono sottratti agli investimenti, all’occupazione.
Il conflitto di interessi palese e diffuso in cui il controllato e il controllore hanno le stesse persone nei consigli di amministrazione delle aziende, presenti persino come manager. Di chi fanno gli interessi questi consiglieri? Sempre della controllante. E i piccoli azionisti della controllata possono solo registrare le loro perdite.
Le stock option, vera e propria spoliazione dell’azienda a favore di pochi e non di tutti coloro che partecipano alla creazione di valore.
La mancanza di regole di governance a tutela dei piccoli azionisti e la sostanziale impossibilità da parte loro di raggrupparsi a causa delle regole attuali.
La politica è responsabile di questa situazione con indulti, falsi in bilancio, depenalizzazioni, prescrizioni. Devo dirlo con rammarico, ma la politica è più spesso dalla parte dei ladri istituzionalizzati che dei cittadini.
L’ultimo esempio è la bozza di legge che prevede una riduzione delle pene massime per i reati di bancarotta fraudolenta da 12 a 6 anni. Una legge che manderebbe assolti i vari Tanzi e Cragnotti grazie alla riduzione dei tempi di prescrizione introdotti dalla ex-Cirielli. L’Italia dei Valori è riuscita, per il momento, a bloccarne l’iter. Ma siamo soli.
Parmalat non ha ancora concluso i suoi processi ma voglio rassicurare personalmente il dottor Bondi e i cittadini che si sono costituiti in parte civile circa la mia totale e completa disponibilità."
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24 Aprile 2007
Mario Monti risponde

Mario Monti ha risposto sul Corriere della Sera al mio commento sull'articolo "Controriforma di struttura".
"Condivido in larga parte quanto scrive il ministro Di Pietro: l'ansia di riforme volte a "mettere l'economia al servizio dei cittadini", l'affermazione che "l'Italia ha bisogno di riforme economiche, di nuove regole a tutela di piccoli azionisti, risparmiatori e consumatori, di entrare nel capitalismo vero", l'elenco dei temi da affrontare. Confido che il ministro, il quale sa unire veemenza ed efficacia, riesca a far prevalere concretamente questa linea nel governo e nella maggioranza. E' una linea sulla quale anzi - i lettori ricorderanno - ho sollecitato da tempo un accordo bipartisan. Ed è la linea alla quale ho cercato di dare un contributo, sul piano europeo.
Non condivido invece due punti.
Primo, che finora in Italia non vi sia stata proprio nessuna riforma mi sembra una tesi (come direbbero i politici) "ingenerosa", in particolare nei confronti dell'attuale e di precedenti governi dei quali Antonio Di Pietro ha fatto parte. Certo, è necessaria una forte accelerazione.
Secondo, credo legittimo invocare riforme per un'economia di mercato più rigorosa e, al tempo stesso, esprimere perplessità su cambiamenti di regole in corso d'opera. Spero infine che il governo, evitando di introdurre tali cambiamenti (golden shakes), promuova invece iniziative, come suggerito da Di Pietro, contro le mega buonuscite (golden hand-shake)."
Mario Monti
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22 Aprile 2007
Riforma e Controriforma

Lettera inviata al Corriere della Sera:
Caro direttore,
Le invio il mio commento relativamente all’articolo: “Controriforma di struttura” di Mario Monti pubblicato il 22 aprile.
“In Italia in campo economico vige lo status quo. Un immobilismo su cui vigilano molto attentamente coloro che, per posizione ed autorevolezza, dovrebbero promuovere le riforme, il liberismo, regole di mercato autentiche, il rafforzamento delle autorità di controllo. Costoro invece contestano al sottoscritto, che vuole mettere l’economia al servizio dei cittadini, di interferire con un supposto mondo ideale che si autoregola per magia. Si scrive di una Controriforma strutturale in atto da parte dello Stato, di un pericolo oscuro. Una valutazione partigiana e in sé impossibile perchè, prima della Controriforma, deve esserci una Riforma.
La “grande confusione mentale”, “l’assenza di guida del governo” e “lo spregiudicato disegno” li respingo al mittente. Si citano i casi di Abertis e di Telecom come prevaricazione dello Stato sul mercato, sulle sacre regole dell’economia. Ma di che regole si sta parlando? Forse delle scatole cinesi, delle stock option, dei megastipendi, delle mega buone uscite, dei conflitti palesi di interessi con consiglieri presenti in sei/sette consigli di amministrazione, della impossibilità da parte dei piccoli azionisti di avere rappresentanza, degli investimenti non effettuati a fronte dell’aumento dei pedaggi, degli acquisti di aziende fatti indebitandole?
Ci si dimentica di sottolineare che nei casi di Autostrade e di Telecom sono in gioco due reti fondamentali per il Paese: le autostrade e la dorsale telefonica. Lo Stato non dovrebbe esprimere un’opinione? E allora a cosa serve lo Stato?
Il tanto invocato mercato è la solita foglia di fico di interessi privati. Autostrade e Telecom sono di fatto due monopoli, settori protetti dei quali lo Stato è concessionario, il mercato è un’altra cosa.
L’Italia ha bisogno di riforme economiche, di nuove regole a tutela dei piccoli azionisti e dei consumatori, di entrare nel capitalismo vero. Quello che premia il capitale di rischio e spedisce in galera i dirigenti disonesti, come è successo negli Stati Uniti per Enron. Il Financial Times ha pubblicato di recente un articolo di una pagina sulla cronica mancanza di investimenti esteri in Italia in cui evidenzia che la principale ragione è la mancanza di regole certe. L’Italia è il Paese in cui non si punisce il falso in bilancio, in cui gli amministratori condannati per bancarotta rimangono al loro posto. Questo, caro direttore, è il vero pericolo oscuro.”
Antonio Di Pietro
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20 Aprile 2007
Telecom non è in vendita
Testo:
"Oggi vi propongo la mia consueta relazione, ma non sul Consiglio dei Ministri: in questi giorni sono in corso i Congressi di DS e Margherita e tanti altri incontri politici. Sono i giorni della politica parlata, dunque non si può fare il Consiglio dei Ministri. Però accadono ugualmente tante cose e tante decisioni sono da prendere.
Permettetemi di tornare sulla questione Telecom: da tempo sostengo che la rete telefonica, quella dell'acqua, delle autostrade, delle ferrovie, cioè le più importanti per il Paese, non possono essere trattate come mele e pere. Se una rete è in mano a un privato, questo la gestisce in funzione dei propri interessi, investendo solo dove gli è più conveniente: se non ha introiti sufficienti dalle bollette non porta l'acqua in un certo paese, se non frutta sufficienti profitti non porta la banda larga e così via.
Capite che quando si parla di servizi che servono a tutti le regole del mercato, spesso evocate, non sono sufficienti se non garantiscono ogni cittadino.
Stabilito il principio che Telecom gestisce una rete fondamentale, perchè senza rete delle comunicazioni non si possono passare le informazioni dunque manca la democrazia, come mai se ne discute tanto in questi giorni? Perchè si dice che Tronchetti Provera sta vendendo Telecom Italia. Non è vero! Non è Telecom che si vende.
Telecom è una società costituita dal 100% delle azioni: Tronchetti Provera vende solo il controllo del 15%.
Non sussisterebbe il problema se avessimo una legge normale, ma attualmente è previsto che chi ha la maggioranza relativa delle azioni può controllare la società, in quanto la maggioranza dell'azionariato diffuso non può essere presente alle assemblee.
Quindi, in realtà, attraverso il controllo di una piccola percentuale, il 15%, si controlla il 100% decidendo quali investimenti fare, come distribuire gli utili, chi eleggere nel Consiglio di Amministrazione, quando e come vendere la propria quota e, in questo caso, dove portare o meno la banda larga.
Avete mai visto controllare una società col 15%? In Italia succede. Non per tutte le società, però: solo per quelle che gestiscono servizi per tutti i cittadini.
Si dice ai cittadini ‘comprate le azioni e fate il parco buoi, noi gestiamo i soldi che entrano dalle bollette, dalle tariffe’.
Come dicevo, in questo caso è solo il 15% che viene ceduto. Dov'è la furbata? Perchè dico che ci troviamo di fronte a un'altra "furbizia del quartierino"? Perchè Tronchetti Provera vende il suo 15% al "messicano strano strano" a 3 euro per azione, mentre il valore di mercato è 2,2 euro per azione. Vi chiederete: ‘come mai c'è chi compra qualcosa che costa 2,2 euro a 3?’. Proprio perchè, come ho avuto modo di dire più e più volte, Tronchetti vendendo la sua quota conferisce all'acquirente il controllo su tutta Telecom.
E' vero che viene sborsato quasi un euro in più per azione, ma è anche vero che basta comprare una piccola percentuale dell'azienda per controllarla tutta. Se la comprasse sul mercato dovrebbe lanciare un'OPA ad almeno 2,6 - 2,7 euro per azione, ma su più del 50% delle azioni. Immaginate quanti soldi dovrebbe spendere.
Invece la paga un po' di più, ne compra solo il 15% e controlla tutta l'azienda.
Chi ci rimette? Pantalone, ovvero i cittadini italiani. Innanzitutto i piccoli risparmiatori: se fosse lanciata un'OPA
sulle azioni Telecom questi potrebbero vendere le proprie a 2,6 - 2,7 euro.
In secondo luogo tutti gli utenti: mettendo la rete in mano a chi la vuole controllare solo per interessi personali sarà sviluppata solo dove rende economicamente.
Questo è un affare privato portato avanti con grande spregiudicatezza, soltanto per fini finanziari, dove c'è qualcuno che vende a beneficio proprio senza dare al mercato la possibilità di stabilire il giusto prezzo.
Tutti quelli che mi vengono a raccontare che il mio comportamento, il comportamento di uno che vuole solo applicare le regole, vìola in corso di trattativa il libero mercato sono fuori strada. Sono loro che vìolano il libero mercato. Il mercato vorrebbe che le azioni fluttuassero grazie a un'OPA aperta a tutti, mentre questo è un affare nelle mani di pochi.
Chi vìola le regole del mercato, sul piano sostanziale anche se non su quello formale, è questa furbizia e non le regole che io come Ministro e noi di Italia dei Valori vogliamo difendere nell'interesse dei cittadini."
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15 Aprile 2007
Rozzano-Telecom Italia: un punto di partenza

Domani a Rozzano si terrà l’assemblea di Telecom Italia. Saranno presenti migliaia di piccoli azionisti che potranno, per una volta, far sentire la loro voce. Centinaia di persone prenderanno la parola ed è prevedibile che una sola giornata non sarà sufficiente per tutti gli interventi.
Domani, nei fatti, si farà un processo alla mancanza di regole che affligge il capitalismo italiano e che impedisce sia gli investimenti delle famiglie, ormai scottate da una serie di scandali e di perdite, sia degli investitori stranieri. Infatti l’Italia si trova, tra le nazioni occidentali, agli ultimi posti per gli investimenti dall'estero. I pochi che arrivano cercano spesso rendite di posizione, spezzatini.
Un’economia che di fatto protegge unicamente i soliti noti non permette all'Italia di decollare. In questi anni abbiamo perso molti treni dall’alimentare all’informatica, dalla chimica alla grande distribuzione, ora rischiamo di perdere anche la telefonia, la connettività. Il Paese è sempre più povero e i capitalisti senza capitali di una volta sempre più ricchi: è un cerchio che bisogna spezzare.
Non posso delegare ufficialmente Beppe Grillo in assemblea per le regole attuali della Consob, ma idealmente sì. Forza Grillo e forza a tutti i piccoli azionisti.
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11 Aprile 2007
Diamo voce ai piccoli azionisti
Testo:
"Oggi non c’è il Consiglio dei Ministri, è mercoledì 11 aprile: questo è un incontro straordinario con voi, perché straordinaria è la situazione che si va creando intorno ad alcuni problemi delicatissimi di credibilità delle istituzioni.
Di uno, ve ne parlerò in un messaggio a parte: riguarda la posizione presa dall’Avvocatura dello Stato contro la Procura di Milano in riferimento al sequestro Abu Omar. Secondo l’Avvocatura, la colpa di quel che è successo è dei magistrati di Milano che stanno scoprendo i rapitori e non dei rapitori che hanno commesso il delitto.
L’altra delicata questione è la vicenda di Telecom Italia. Oggi la politica si interroga: si deve intervenire o no? Io credo che se non si interviene in tempo si arriva troppo tardi, ma come al solito si pensa solo a discutere.
Il 16 aprile si terrà l’assemblea degli azionisti di Telecom, alla quale dovrebbero partecipare tutti i soci. In realtà ci vanno i soliti che, con una piccola quota di azioni, governano tutta la società. Il 16 aprile alle 11.00, ci sarà, a Rozzano, questa assemblea e si deciderà se vendere e a chi vendere. Anzi, si ratificherà ciò che è già deciso dai soliti furbetti di turno.
Io ho tentato, sto tentando in tutti i modi, di intervenire per chiedere che si faccia un decreto d’urgenza su due temi fondamentali:
- primo, che la rete sia scorporata dalla società di servizio e non possa essere trasferita da un soggetto ad un altro se non dopo un’apposita autorizzazione ministeriale; come fatto per le autostrade, così si può fare per la rete telefonica;
- secondo, che si intervenga per eliminare il giochino delle scatole cinesi, che permette a soggetti che detengono solo il 18% delle quote azionarie di una società di prendere, su di essa, qualsiasi decisione.
Le scatole cinesi sono previste dalla legge, per questo sono ancora più gravi. Serve un decreto legge, ma non credo che la politica abbia la forza e l’umiltà per farlo, e mi dispiace.
Qualcosa, però, si può fare il 16 aprile. Beppe Grillo ed io, nel mio piccolo, abbiamo cercato di raccogliere delle deleghe per rappresentare qualche migliaio di azionisti all’assemblea. Non l’avessimo mai fatto: ci hanno indicato una procedura così esasperata ed esasperante che, sostanzialmente, quelle deleghe non le possiamo usare. E’ stata fatta una legge appositamente per impedire ai tanti piccoli azionisti di esercitare il loro potere all’interno dell’azienda, per permettere a pochi di controllare tutto. Questa è la gravità.
Ma, dicevo, il 16 aprile qualcosa si può ancora fare: prendete mezza giornata di ferie, voi che avete anche solo un'azione Telecom, e venite a fare un pic-nic a Rozzano, dalle ore 11.00 in poi. Andate prima in banca e fatevi rilasciare il certificato che vi permette di esercitare il diritto di voto.
Venite tutti in processione a Rozzano, quel giorno. Qualche migliaio di persone che si accreditano e chiedono la parola per dire la loro, fanno saltare il banco. Sarebbe un fatto politico, nel senso nobile del termine, che spaccherebbe gli accordi, indurrebbe una riflessione. Quel giorno, tutti quelli che hanno azioni Telecom esercitino i loro diritti. Non tanto per il valore dell’azione ma il per valore simbolico del gesto democratico di far sentire la propria voce.
Ricordatevi, però, che dovete andare presso la vostra banca per farvi rilasciare il documento, la cedola che vi autorizza a partecipare.
Io credo che l’unione possa fare la forza: di fronte alla politica che non ha il coraggio di reagire, di fronte alla furbizia dei soliti noti, la forza democratica del popolo può ancora ribaltare il risultato."
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9 Aprile 2007
Un decreto per i piccoli azionisti

Ho chiesto a Romano Prodi di varare un decreto per modificare la legge Draghi e dare voce ai piccoli azionisti. L'Italia dei Valori presenterà comunque un suo disegno di legge. Ho aderito all'iniziativa che Beppe Grillo ha lanciato nel suo sito, ma le adesioni che ha ricevuto non potrà farle pesare per colpa di una legge burocratica che lo impedisce e che dobbiamo modificare. Il sistema va riformato, in particolare le scatole cinesi, quel meccanismo di intrecci societari a cascata che permette a Olimpia di Tronchetti Provera di controllare il 75% del consiglio di amministrazione di Telecom Italia con il 18% del capitale. I piccoli azionisti dovrebbero raggrupparsi, mi sono mosso in questa direzione, ma la Consob mi ha notificato una lunga lettera dove si spiega che serve una procedura complicata e farraginosa. E così Grillo, che non ha le particolari qualifiche richieste, non potrà parlare a nome di tutti all'assemblea.
Oltre alla modifica alla legge Draghi ho una seconda proposta. Quando sono in gioco reti fondamentali per il Paese, se uno vende lo può fare, ma chi compra deve ottenere una nuova autorizzazione dello Stato per quanto riguarda l'utilizzo della stessa. Lo Stato deve valutare se ci sono i presupposti. Ovviamente per arrivare a questo bisogna scorporare la rete e sottoporla a questo regime autorizzatorio. Il tutto per evitare, per esempio, che uno utilizzi la rete per intascare dividendi anzichè fare gli investimenti per migliorare il servizio. Non vorrei che Telecom finisse a nuovi furbetti, magari di un quartierino più allargato. Ecco perchè dobbiamo intervenire prima che sia troppo tardi.
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2 Aprile 2007
Telecom è un asset del Paese

Tronchetti Provera ha un problema. Olimpia ha in carico le azioni Telecom Italia a un valore ben superiore a quello di mercato. In Borsa Telecom vale poco più di 2 euro, Tronchetti per vendere ne vuole 2,92. E questo è il principale motivo per cui non ha trovato un punto di incontro con il sistema bancario italiano e sta valutando la cessione di Olimpia alla statunitense At&T e alla messicana America Movil.
La domanda che può porsi il cittadino o la miriade di piccoli azionisti è: “Perchè Tronchetti può chiedere 2,92 e gli altri azionisti di Telecom devono accontentarsi delle perdite costanti degli ultimi anni e vendere al valore di mercato?” La risposta sta nella capacità di indirizzare la governance della Telecom da parte di Olimpia, grazie alle attuali regole che consentono a un azionista con il 18% di imporre le sue scelte al restante 82%.
Chi compra Olimpia può quindi ‘comandare’ in Telecom. La minoranza governa al posto della maggioranza: un paradosso. Pochi guadagnano, quasi tutti perdono. Questo non deve essere più possibile. I piccoli azionisti devono disporre di organi di rappresentanza e alcuni meccanismi consentiti in Borsa, come ad esempio le scatole cinesi, devono essere aboliti.
Beppe Grillo ha lanciato una iniziativa dal nome “share action” per ottenere la delega in assemblea Telecom da parte dei piccoli azionisti, io ho deciso di aderire.
Telecom è un asset fondamentale per l’Italia e non può essere oggetto di speculazioni finanziarie e questo ribadirò all’incontro che ho chiesto con urgenza al presidente del Consiglio Romano Prodi nel quale proporrò una norma, anche sotto forma di decreto legge, per rivedere le regole di governance e per impedire, da subito, che una minoranza possa decidere al posto della maggioranza azionaria.
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21 Marzo 2007
Fisco e imprese

La finanziaria e le manovre fiscali di questo Governo stanno producendo dei buoni risultati.
Reputo però l’accanimento fiscale verso chi già paga le tasse ingiusto e contrario al rilancio dell’economia del Paese e, anzi, un incentivo alla fuga di capitali e di attività produttive. Gli esempi sono purtroppo numerosi. Uno di questi è la decisione di rendere indeducibile il costo delle auto ad uso esclusivo dell’azienda in modo retroattivo. Le aziende con un parco macchine devono quindi impegnarsi a “risarcire” le casse dello Stato per gli anni di deducibilità usufruita.
Questa manovra ed altre mirate a ‘punire’ il contribuente onesto invece di fare emergere la vera evasione portano un beneficio solo temporaneo, con una serie di conseguenze negative: sofferenza e anche chiusura delle aziende poco liquide e con scarso accesso al credito, indebitamento verso le banche di quelle più solide, diminuzione dell’occupazione dipendente, fuga dei nostri imprenditori dal Paese.
Alcune misure fiscali consegnano di fatto le imprese alle banche. L’obiettivo dell’Italia dei Valori non è certo quello di rafforzare unilateralmente il sistema bancario e di indebolire il tessuto imprenditoriale, ma piuttosto di rafforzare l’economia e attrarre investimenti dall’estero.
L’Italia dei Valori interverrà perchè alcuni provvedimenti fiscali siano rivisti. Il Fisco non può permettersi di essere forte solo con gli onesti e di ignorare gli evasori fiscali.
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19 Marzo 2007
Economia e politica

E’ ora che gli imprenditori, e faccio in particolare riferimento a un recente discorso di Luca Cordero di Montezemolo, presidente di Confindustria, la smettano di incolpare sempre la politica per tutto quello che non funziona, accusandola ora di essere debole, ora di volersi sostituire alla classe industriale.
In questi anni si è assistito all’emergere di troppi furbetti del quartierino. Gli imprenditori che hanno rilevato le aziende ex pubbliche privatizzate si sono dedicati più a fare finanza che a fare industria; si sono visti troppi piani finanziari e non abbastanza piani industriali. In troppi hanno rilevato importanti asset pubblici, strategici per lo sviluppo del Paese, e hanno messo in piedi grandi speculazioni finanziarie, realizzando enormi utili, spesso a danno dei consumatori, o comunque senza alcun vantaggio per questi ultimi e per l’interesse generale.
Credo sia giunto il momento che anche in Confindustria si apra un momento di serena autocritica, invece di continuare a dare lezioni a destra e a manca.
La politica non vuole e non deve fare l’imprenditore, ma ha il dovere di regolare alcuni settori importantissimi per la nostra economia, ponendo anche rimedio agli errori compiuti nella stagione delle privatizzazioni e mettendo davanti a tutto gli interessi dei contribuenti e dei consumatori.
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14 Marzo 2007
La cessione di Telecom Italia

La Pirelli ha messo in vendita la sua partecipazione in Telecom Italia pari al 18%. E’ l’ultima puntata di una privatizzazione iniziata male, indebitando l’azienda, e finita peggio. I ricavi, l’occupazione, la presenza internazionale, le partecipazioni della più grande azienda italiana sono stati depauperati da una serie di imprenditori che non ci hanno messo i capitali. In pochi anni si sono alternati Agnelli, Gnutti, Colaninno, Tronchetti Provera, Benetton con risultati del tutto inferiori alla precedente gestione pubblica, pur criticata, dell’azienda.
La Telecom è strategica per lo sviluppo del Paese e certo non si può permettere alla Pirelli un’asta al buio, al miglior offerente, chiunque esso sia, senza che siano fatte le doverose valutazioni sull’occupazione e sulle strategie che questa scelta può comportare. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un’azienda che ha distribuito la quasi totalità dei dividendi ai suoi azionisti, mantenendo e aumentando il proprio debito e procrastinando così investimenti necessari. Una condotta a mio avviso irresponsabile.
La Telecom è un esempio di come le privatizzazioni senza regole e senza vincoli conducano solo ad un peggioramento del servizio e impoveriscano il sistema Paese. Spero che questa esperienza serva da insegnamento per il futuro.
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12 Marzo 2007
Stop agli aumenti autostradali

Pubblico una mia intervista a Repubblica sullo stop agli aumenti delle tariffe autostradali.
ADP: Per anni le tariffe autostradali sono cresciute senza che nessuno sollevasse il problema. Tutti gli aumenti sono stati riconosciuti nonostante i mancati investimenti. Le cause vanno cercate nelle modalità di cessione di questi monopoli, ma anche nel comportamento di tutti i partiti, compresi quelli della maggioranza, destinatari di lauti finanziamenti, sia pur leciti, elargiti da Autostrade alla vigilia delle scorse elezioni. Aumentare ogni anno le tariffe era un andazzo che non stava scritto da nessuna parte. I pedaggi sono saliti anche in assenza di quegli oneri previsti a carico dei gestori, che abbiamo valutato intorno ai 3,8 miliardi di euro
Repubblica: Che ne pensa ministro? Ancora carta bollata?
ADP: Vogliono andare avanti? Farmi la guerra? Si accomodino pure. Sapete quante ne ho viste nella mia carriera di cause intentate e poi andate storte? Le ricordo una su tutte: Mani Pulite nacque proprio così, per la denuncia di un giornalista che scrisse un articolo non gradito. A quel punto scattò la querela per diffamazione e io andai fino in fondo.
Repubblica: Secondo dati Istat in 10 anni, dal 1997, le tariffe sono cresciute del 31,4% contro un'inflazione del 23%. Sarà pur colpa di qualcuno.
ADP: Colpa delle modalità con cui si è scelto di privatizzare, trasferendo un monopolio così importante: bisognava accompagnare le cessioni con formule di revisione degli accordi ben più complesse. Ed io non ho fatto altro che intervenire sul sistema delle concessioni.
Repubblica: Quei 3,8 miliardi che mancano all'appello a cosa sarebbero serviti?
ADP: Ad esempio ad effetturare delle opere di miglioramento sulla rete: in alcuni casi parliamo della mancata realizzazione della quarta corsia o di svincoli importanti, lavori che potrebbero migliorare la qualità della vita degli automobilisti. siamo di fronte ad un monopolio dove i concessionari hanno chiesto e ottenuto quasi sempre ciò che chiedevano. Ora basta.
Repubblica: All'interno del Governo ha trovato delle resistenze? Insomma, è stato difficile per lei imporre lo stop agli aumenti?
ADP: C'è stato un grande momento di confronto nell'esecutivo. In ogni caso tutto il Governo si è sintonizzato sulle mie decisioni. E nessuno ha messo in discussione il mio approccio.Il problema non è certo lì...
Repubblica: E dov'è allora?
ADP: Le maggiori resistenze sono nascoste nel sistema dei partiti che è ammutolito rispetto alle pressioni di queste lobby.
Repubblica: Come se lo spiega?
ADP: Molti partiti sono stati lautamente finanziati alle ultime elezioni...
Repubblica: Lei parla di Autostrade, che ha elargito diversi contributi, assolutamente legali, ai partiti. Con rare eccezioni: ad esempio Verdi e Prc li hanno rifiutati.
ADP: Sì. Anche a me li hanno mandati. Ma io li ho rispediti indietro...
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21 Febbraio 2007
Voip al Ministero delle Infrastutture

Ho deciso di introdurre al Ministero delle Infrastrutture la modalità di comunicazione voce/dati detta Voip (Voice over IP).
Il Voip, la trasmissione della voce tramite il protocollo Internet, consente di annullare quasi del tutto i costi telefonici e molti operatori lo propongono da anni. Il vantaggio per lo Stato consiste nel taglio radicale dei costi.
Lo stesso cittadino potrà contattare in futuro gli uffici del Ministero via Voip senza pagare il costo della telefonata.
Vi manterrò informati sull’entità del risparmio e sul progetto che, in teoria, potrebbe essere applicato a qualunque amministrazione pubblica.
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12 Febbraio 2007
Stop alle ricariche telefoniche

Pubblico la dichiarazione di Salvatore Raiti, deputato dell'Italia dei Valori, sulle ricariche telefoniche. Una dichiarazione che condivido completamente. Gli interessi dei cittadini vanno sempre anteposti a quelli delle lobby.
" Nel decreto Bersani sulle liberalizzazioni è previsto un importante taglio ai costi aggiuntivi sulle ricariche telefoniche: il primo e più evidente segnale di contrasto ai poteri forti, a tutto vantaggio dei diritti dei consumatori. Adesso pare che tale misura rischi di subire un brusco arresto, a causa di un possibile emendamento all’articolo 1 del decreto, all’esame della Commissione Attività Produttive.
Domani, 13 febbraio, entro mezzogiorno si dovrebbe sapere chi sono i colleghi dell’Ulivo che hanno anteposto agli interessi dei cittadini, che già hanno pagato fin troppo per una tassa ingiustificata e sproporzionata, quelli delle compagnie telefoniche, che si sono trincerate dietro a incomprensibili problemi tecnici per adeguarsi rapidamente al provvedimento.
Il mio invito agli onorevoli colleghi, di cui non è dato conoscere i nomi, è di correggere in tempo la propria posizione nei confronti dei consumatori, che devono rimanere la nostra priorità assoluta.
Posticipare anche solo di qualche settimana, per bene che vada – ma si potrebbe trattare di mesi - l’entrata in vigore di un provvedimento che andrebbe ad agevolare i cittadini, per andare incontro alle esigenze di grosse multinazionali sarebbe inconcepibile.
Mi appello, in secondo ordine, al buon senso del collega Lulli, relatore del decreto, al quale chiedo di usare minore elasticità nel valutare le motivazioni che vengono espresse dalle compagnie telefoniche: per quanto giustificate possano essere, non devono essere anteposte ai diritti dei cittadini. In questo caso il loro diritto, peraltro riconosciuto da un ampio consenso tra parlamento, governo e autorità, è quello di smettere di sottostare ad un meccanismo perverso ed iniquo.
Ai colleghi onorevoli chiedo coerenza. Abbiamo preso un impegno con i cittadini.
Manteniamolo!"
Salvatore Raiti
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29 Dicembre 2006
Il contenimento della spesa pubblica

Le critiche alla Finanziaria, in particolare da parte di giornali economici stranieri, sono state rivolte in prevalenza alla mancata riduzione dei costi della spesa pubblica.
Il contenimento dei costi della macchina dello Stato è una assoluta necessità per restituire competitività al sistema Paese.
Per questo il ministero delle Infrastrutture ha previsto un contenimento della spesa di circa il 40,6% del totale precedentemente gravante sull'amministrazione. Il taglio dei costi è stato comunicato al ministero dell'Economia, in attuazione delle norme per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica previste dal decreto Bersani-Visco dello scorso luglio, convertito in legge ad agosto.
L'obiettivo della norma è quello di procedere ad una concreta azione di riduzione della spesa pubblica attraverso la soppressione di organismi non più utili e l'eliminazione di duplicazioni organizzative all'interno del ministero delle Infrastrutture. Il risultato va oltre il vincolo del 30 per cento previsto.
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19 Dicembre 2006
Autostrade-Abertis
Riporto una trascrizione del video dall'Ansa:
''Sono qui a parlarvi di alcuni risultati del ministero delle Infrastrutture''. Antonio Di Pietro affida a YouTube, il sito leader mondiale nella diffusione di firmati via internet, un videomessaggio per spiegare ''perche' il ministro ha fatto tutto questo polverone'' sulla fusione tra Autostrade e Abertis. Di Pietro parla in piedi di fronte alla telecamera, presumibilmente davanti alle bandiere italiana ed europea del suo studio, per un filmato amatoriale dal titolo ''Autostrade - Abertis'' della durata di poco piu' di quattro minuti che si puo' vedere tramite un link dal suo sito internet personale. Rilancia cosi' l'appello alle concessionarie autostradali ad aderire ad ''un patto, un patto per il Paese che noi chiediamo - spiega - a coloro che tutte le mattine sono autorizzati a prendere i vostri soldi per riempire le saccocce''. Il ministro, che ricorda la riforma delle concessioni varata con la Finanziaria, si riferisce ai pedaggi autostradali, indica che e' ''giusto'' che ci sia un utile per le aziende, si rivolge direttamente alle concessionarie e chiede: ''Tutto quello che guadagnate reinvestitelo in infrastrutture, nel nostro Paese, perche' e' il cittadino che tutte le mattine contribuisce a creare tutta questa massa di denaro che sparisce''. Il Paese, dice il ministro, ''ha bisogno di infrastrutture, di denaro liquido per poter realizzare nuovi investimenti, e quindi creare nuova occupazione e pensare ai giovani. Liberta' di mercato si', ma non prendere dai cittadini tutte le mattine e poi andarlo a mettere in qualche cassetta delle isole vergini, nei paradisi fiscali, nel realizzare solo extraprofitti personali''. Il ministro stima i ricavi delle societa' del settore in ''sei miliardi l'anno. Di questi - dice - almeno 4 miliardi di euro l'anno potrebbero essere reinvestiti. Ad oggi la maggior parte di questi soldi servono per fare dividendi, utili, che non vengono reinvestiti nelle infrastrutture, e cosi' i soldi per realizzarle non ci sono mai. Se calcoliamo che le concessioni durano decine e decine di anni, calcoliamo circa 250 miliardi di euro che potrebbero essere reinvestiti: fino ad oggi non e' avvenuto cosi', noi vogliamo che avvenga cosi' perche' questi sono i soldi dei cittadini''.
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11 Dicembre 2006
La risposta ad Abertis

Abertis ha assunto una posizione non condivisibile nella vicenda Autostrade. Il Corriere della Sera di oggi riporta una mia intervista sull’argomento:
CdS: Ministro Di Pietro, che cosa risponde ad Alemany Mas?
ADP: Invece di prendersela con il governo italiano, dovrebbe riflettere sugli errori suoi e di Autostrade.
CdS: E cioè?
ADP: Mi spiega perché questo signore va a bussare a tutte le porte di Roma e di Bruxelles, anziché presentare il progetto di fusione all’unico soggetto istituzionale che è deputato a dare o negare l’autorizzazione, e cioè al ministero delle Infrastrutture?
E poi, per non abbassarsi a chiedere quel che secondo la legge doveva chiedere, ci porta davanti al Tar. Non vince nessuna delle quattro cause, e poi lamenta che gli facciamo perdere tempo? Ma in che mondo vive?
CdS: L’Italia perderà un investitore estero, è stato detto.
ADP: Sono le solite bugie. L’Italia non perde un euro di investimenti. Autostrade si è impegnata a fare 11 miliardi di investimenti con la convenzione. E questo farà, avendo, fra l’altro, abbondanza di risorse se, ben prima di completare gli impegni, può distribuire un dividendo straordinario di 2 miliardi.
Nei piani della fusione non c’era un metro di autostrada in più. Forse non hanno mai bussato alla porta giusta perché questo metro in più non se lo volevano sentir chiedere.
Pensavano ai loro interessi e non certo al Paese.
CdS: Ma in un’economia di mercato si tratta di interessi legittimi.
ADP: Certo, nell’abbigliamento funziona. Lì la concorrenza c’è, a presidio dei consumatori.
In un servizio pubbico in concessione, che utilizza partimonio pubblico, la regola è un’altra. E’ il concedente a difendere l’interesse collettivo.
Mi pare, del resto, che il governo spagnolo stia facendo valere l’interesse pubblico dettando a E.On le condizioni alle quali potrà fare la sua offerta per Endesa.
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8 Dicembre 2006
Il Tar del Lazio e Autostrade

Il Tar del Lazio ha respinto la richiesta di sospensione di Autostrade in merito al provvedimento di Anas del 5 agosto scorso. Va ora preso atto da parte di Autostrade, e più in generale delle concessionarie, che la nuova normativa introdotta con la Finanziaria non cambia le regole, ma impone maggiore trasparenza a tutela dei cittadini e dello Stato.
I ricorsi alla UE e al Tar si sono dimostrati strumentali e hanno prodotto risultati opposti a quelli attesi da Autostrade e da alcuni loro alleati politici. Il Tar del Lazio ha inoltre bocciato il ricorso di Autostrade contro il congelamento del maxi dividendo di 2,1 miliardi di euro in assenza di fondi vincolati per le opere non effettuate pari, sorprendentemente, a circa 2 miliardi di euro.
L’interesse pubblico non può essere subordinato a quello privato. Mi auguro che dopo la decisone del Tar termini la contrapposizione con le concessionarie e che non si consideri più il massimo profitto come obiettivo prioritario.
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2 Dicembre 2006
Fatti e parole

L’opposizione che sfila oggi a Roma con una manifestazione di cartapesta, una pallida imitazione del carnevale di Viareggio, dovrebbe invece rendere conto del suo operato di governo. La manifestazione sarà presto dimenticata. Rimarranno gli enormi buchi nel bilancio dello Stato, le leggi ad hoc, inclusa la Cirielli che consentirà a Previti di sfuggire al giudizio per la riduzione dei termini di prescrizione, la legge elettorale ‘porcata’, le grandi opere virtuali, eccetera, eccetera.
Un disastro economico, politico, sociale.
Questo governo sta facendo i fatti. Come riconosciuto anche dal sindaco di Milano.
Il governo precedente, in cui era presente anche la Lega, nei confronti di Milano ha prodotto solo promesse non mantenute. L'attuale governo ha approvato, con un mio emendamento, uno stanziamento di 160 milioni di euro per la realizzazione della linea 4 tra Lorenteggio e Linate. Letizia Moratti ha detto: “Dopo 20 anni, Milano riparte con le metropolitane e nel 2007 si apriranno i cantieri della 4 e della 5” e ha aggiunto: “Il Governo ha rispettato gli impegni”.
Quello precedente si limita a sfilare.
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17 Novembre 2006
Le priorità infrastrutturali

In figura: schema dei lavori e delle infrastrutture sul territorio italiano
Ieri a Palazzo Chigi ho incontrato i rappresentanti delle Regioni e ho presentato alla stampa il documento delle priorità infrastrutturali.
Le priorità infrastrutturali si propongono lo sviluppo del Paese attraverso un processo di programmazione con le Regioni e gli enti locali e territoriali.
Il miglioramento infrastrutturale, soprattutto dei grandi assi di collegamento (corridoi paneuropei e nazionali), è condizione necessaria per impedire la marginalizzazione del nostro Paese nella Comunità Europea.
Le reti secondarie e il loro collegamento alle reti principali saranno potenziati per un accesso più equilibrato sul piano territoriale al traffico intercontinentale. La politica di sviluppo va distinta tra Settentrione e Mezzogiorno.
Lo sviluppo del Settentrione ha la necessità di affrontare e risolvere i problemi della congestione.
Il Mezzogiorno può legittimamente aspirare al ruolo strategico di porta europea per i traffici con i Paesi del Lontano e Medio Oriente e del Nord Africa. Per questo vanno identificati punti di accesso portuali, aeroportuali e di reti di connessione con l'area continentale. Bisogna intervenire con grandi opere, ma anche con infrastrutture funzionali all’insediamento, al funzionamento e allo sviluppo del tessuto produttivo per evitare che il Paese si trasformi solo in un passaggio di merci dirette in Europa.
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16 Novembre 2006
Costi strutturali e competizione

In Italia stiamo assistendo a un paradosso. In una situazione di difficoltà del sistema economico e industriale del Paese i costi strutturali che le aziende devono sopportare sono superiori a quelli di molte nazioni europee. Mi riferisco ad esempio ai costi dell’energia, della connettività, delle autostrade. Le aziende ormai competono globalmente, spesso fanno fatica a sopravvivere, devono quindi poter disporre di servizi di qualità a costi europei. L’efficienza del sistema Paese parte da qui: da servizi concorrenziali.
L’Italia dei Valori ha deciso di avviare una campagna di sensibilizzazione nazionale su questo problema. Una campagna che si avvarrà di dati comparativi, di sollecitazioni agli organi di sorveglianza, di un’informazione costante.
Quello che vale per le aziende vale a maggior ragione per le famiglie. L’Italia in Europa non può più permettersi monopoli naturali con logiche prevalenti di profitto che penalizzano il sistema Paese. Prezzi europei, efficienza europea si traducono in maggiori possibilità di competizione per le aziende e in consistenti risparmi per i cittadini.
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31 Ottobre 2006
Ricerca e competizione globale

La competizione globale sta accelerando la crescita degli investimenti in ricerca e sviluppo nella misura del 7% annuo. La ricerca è una necessità assoluta per sopravvivere per le aziende.
The International R&D Scoreboard, che analizza annualmente le prime 1.250 società mondiali per investimenti, ha classificato le prime 50 aziende per spesa in ricerca. Dell’Italia è presente una sola società: la Finmeccanica, che si posiziona al cinquantesimo posto. L’Italia non è presente tra le prime 10 nazioni del mondo per ricerca e sviluppo. E’ superata dagli Stati Uniti, dal Giappone e dalla Germania; ma anche dalla Corea del Sud, dalla Svizzera e dalla Finlandia.
E’ un dato di fatto che le aziende che investono in ricerca riescono a crescere e a aumentare le loro quote di mercato. Questo non avviene per il nostro Paese per molte ragioni. Tra queste la mancanza di reali meccanismi di incentivazione agli investimenti per le aziende da parte dello Stato; l’incapacità di trattenere in Italia i giovani ricercatori che preferiscono emigrare in mancanza di condizioni favorevoli al loro sviluppo professionale; la destinazione dei dividendi agli azionisti in misura sproporzionata, invece che in ricerca e sviluppo, come ad esempio è avvenuto per anni per Telecom Italia. Tutti temi urgenti da affrontare da parte del Governo per rilanciare l’economia.
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28 Ottobre 2006
Il risanamento dei conti pubblici

I sacrifici chiesti ai cittadini italiani con la Finanziaria sono stati dettati dalla necessità di salvare il Paese dalla bancarotta. Il Governo di centro destra ci ha lasciato la crescita del debito pubblico, il calo della produzione industriale, la diminuzione dell’occupazione, il passivo della bilancia dei pagamenti con l’estero.
Berlusconi e Tremonti ci hanno regalato lo sfascio dei conti pubblici. Questa è la verità, ed è sotto gli occhi di tutti. Una verità che sarebbe molto più evidente se un partito dell’opposizione non avesse a sua disposizione tre televisioni e un numero sterminato di giornali. Una situazione unica al mondo e palesemente anti democratica.
La spudoratezza del centro destra nell’addossare i problemi dell’Italia a una manovra che sta cercando invece di salvarla è intollerabile. Che esponenti del centro destra si propongano di salvare il Paese con un Governo di larghe intese è altrettanto intollerabile. Hanno dimostrato di essere degli incapaci e pretendono di dare lezioni. Se vogliono, possono farlo, ma dai banchi dell’opposizione per i prossimi cinque anni.
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26 Ottobre 2006
Bollette e profitti

La maggior parte delle imprese che erogano servizi primari sono cresciute in fatturato, in utili gestionali e in dividendi distribuiti agli azionisti. Nella classifica di Mediobanca tra le prime dieci aziende compaiono l’Eni(1), l’Enel(2), Telecom Italia(3) e Autostrade(5). Aziende che distribuiscono energia, elettricità, connettività, che gestiscono collegamenti autostradali, in una sostanziale situazione di monopolio.
Se queste società registrano profitti elevati e il cittadino subisce continui aumenti qualcosa non funziona. Se tariffe, canoni e pedaggi hanno come scopo la distribuzione di ricchi dividendi agli azionisti, e non lo sviluppo della Nazione, le Authority hanno il diritto e il dovere di intervenire.
I servizi essenziali possono essere da stimolo allo sviluppo delle imprese in mercati concorrenziali o causare il loro affossamento in monopoli senza reali controlli. L’Italia si colloca oggi in questa seconda situazione. Il rilancio dell’economia parte da servizi competitivi a livello di prezzo e di qualità europei.
Inoltre, le tasche dei cittadini non possono servire alla distribuzione dei dividendi agli azionisti attraverso servizi vitali. Lo trovo profondamente immorale.
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19 Ottobre 2006
Evasione e Finanziaria

La Finanziaria è un intervento di riequilibrio necessario. Il precedente Governo, quello che oggi ricorre alla piazza e ai girotondi, ha vissuto di promesse e di indebitamento dello Stato. C’era la necessità assoluta di evitare che parametri economici fondamentali, come l’inflazione e il debito pubblico, finissero fuori controllo.
La causa principale e endemica di questo ennesimo sacrificio è l’evasione fiscale, quantificabile in 200 miliardi di euro annui.
Una cifra mostruosa, senza confronti nei Paesi occidentali. Vi sono province e settori in cui l’evasione supera il 50 per cento e, addirittura, la base imponibile dichiarata.
I servizi pubblici, la sanità, i trasporti, le scuole si basano sulla contribuzione dei cittadini. Nella Costituzione è scritto chiaramente che tutti debbono fare la loro parte in ragione della capacità contributiva.
Chi non partecipa, i cosiddetti 'furbi', in realtà solo dei ladri, è la causa principale dell’aumento del costo dei servizi sociali e della tassazione. Chi già paga le tasse è quindi beffato due volte.
Un modo semplice e immediato per far emergere l’evasione esiste. Sarebbe sufficiente consentire a tutti di dedurre dall’imponibile il costo sostenuto. Il sommerso non avrebbe più ragione di esistere e gran parte dell’evasione fiscale sarebbe recuperata. Verrebbe a cadere una situazione diffusa di complicità.
Se i cittadini potessero già ora dedurre le spese, la Finanziaria avrebbe potuto potenziare i servizi sociali e investire in infrastrutture senza chiedere ai cittadini neppure un euro, anzi riducendo le tasse.
Perchè non si è mai fatto se è così semplice? La risposta è che anche gli evasori votano e dispongono, da sempre, di una rappresentanza numerosa in Parlamento. La lotta all’evasione non può più essere rimandata, non è soltanto un problema di giustizia sociale, ma della stessa sopravvivenza dello Stato.
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17 Ottobre 2006
Chiarezza su Autostrade-Abertis

Pubblico un'intervista rilasciata oggi su La Stampa:
ADP: Semaforo verde? Se si parla di una fusione tra due società private quali Autostrade ed Abertis il semaforo non è né verde né rosso, ma il semaforo proprio non c’è.
Diverso, invece, il discorso sulla concessione, spiega al telefono il ministro alle Infrastrutture Antonio Di Pietro.
LaStampa: Scusi ministro, tra dichiarazioni e comunicati c’è un po’ di confusione. Per lei, ad oggi, la situazione qual è?
ADP: Se ci riferiamo alle dichiarazioni che ha fatto Prodi a Madrid, il presidente del Consiglio ha semplicemente ripetuto una cosa che abbiamo detto fin dal primo giorno: nessun ostacolo all’operazione, posto che un governo non può mettere alcun ostacolo a fronte di una decisione presa da due soggetti privati.
Loro sono liberi di fare le operazioni commerciali e finanziarie che più ritengono opportune ed il governo non ha alcun titolo per intervenire, può solo prenderne atto.
LaStampa: La questione della concessione, invece….
ADP: Se ci riferiamo alla concessione, intesa come autorizzazione amministrativa, a fronte del passaggio ad un soggetto diverso, controllato da un'entità differente, ad un nuovo socio di riferimento, il consiglio di Stato ha sancito che ad avvenuta fusione non vi può essere un trasferimento automatico.
I giudici hanno infatti detto molto chiaramente che il ministero delle Infrastrutture e quello dell’Economia hanno il dovere di effettuare una valutazione di legittimità e di merito. Per quanto riguarda la legittimità, il divieto per i costruttori di partecipare alla fusione è stato superato dal decreto legge che introduce per loro un tetto del 5% al momento di nominare gli amministratori, lasciandoli però liberi di comprare azioni quando gli pare e piace.
LaStampa: Però il ministro Bonino ieri da Bruxelles ha detto che anche questo sbarramento verrà rimosso.
ADP: Per adesso il decreto esiste. Potrà essere modificato se lo vorrà il Parlamento o se ce lo richiederà la Commissione europea nel caso questa modifica in positivo che abbiamo introdotto per superare il divieto ai costruttori dovesse risultare non sufficiente.
LaStampa: E se anche questa soglia venisse rimossa?
ADP: Per il mio ministero sarebbe totalmente ininfluente in quanto resta, comunque, la valutazione di merito. Che per me è imprescindibile da tutta la procedura e che rimane in tutta la sua complessità e completezza che deve essere esaminata. Ivi compreso l’interesse di Stato a che la concessione passi o no ad un soggetto straniero.
LaStampa: Per questo avete comunicato all’Anas che Autostrade poteva riformulare la sua domanda di autorizzazione?
ADP: L’abbiamo fatto il giorno dopo l’approvazione del decreto legge che toglieva il veto alla presenza dei costruttori nel capitale sociale del nuovo gruppo.
LaStampa: Insomma, si può dire semaforo verde alla fusione ma non al passaggio della concessione?
ADP: Il semaforo verde alla fusione c’era dal primo giorno, anzi nessuno poteva metterci il semaforo.
Il semaforo al trasferimento della concessione, invece, c’è tutto: ripeto, bisogna valutare a fondo merito e legittimità. E non è detto che ci siano altre questioni di legittimità che possano emergere: i soci dovranno presentare una nuova domanda e a seconda di quello che ci proporranno o riproporranno valuteremo. Faccio presente che a tutt'oggi non ci è arrivata nessuna proposta e quindi mi sembra molto singolare questa pretesa, questa pressione continua sul ministero a rilasciare una concessione che non ci è stata richiesta.
LaStampa: Sulle concessioni lei è sempre convinto che vadano riviste a fondo, tutte?
ADP: Non è solo una questione relativa ad Autostrade spa, ma il problema riguarda tutte e ventidue le società di gestione autostradale. Ci troviamo infatti di fronte ad una situazione che ha mostrato tutti i suoi limiti e la sua irragionevolezza, perché così come è formulato il sistema non garantisce il contribuente e non garantisce il consumatore, la sicurezza, la concorrenza nel settore e la certezza degli investimenti. E non garantisce nemmeno la trasparenza delle operazioni di verifica.
Ad oggi infatti, né all’interno del ministero né all’interno dell’Anas sono riuscito a trovare un solo controllo che sia uno relativo al rispetto dei patti di concessione.
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14 Ottobre 2006
Diritti dei cittadini e delle concessionarie

Da quando sono ministro ho un unico obiettivo: servire il Paese e i cittadini. Il contenzioso in atto con la società Autostrade e più in generale con le concessionarie autostradali nasce dalla volontà di definire regole a protezione dei diritti degli italiani. Il silenzio ambiguo degli altri partiti in merito a una questione nazionale, di infrastrutture primarie per lo sviluppo del Paese, è avvilente. Dietro alle concessionarie ci sono lobby molto potenti. Il loro interesse non sembra coincidere con quello dei cittadini italiani, ma può invece coincidere con quello di alcuni partiti.
L’Espresso ha pubblicato un’intervista a Marco Ponti, professore di economia dei Trasporti e uno dei maggiori esperti europei.
Un’intervista in cui critica in parte alcune mie posizioni, ma esprime in modo chiaro i seguenti concetti:
- “si fanno profitti straordinari senza grandi aumenti di efficienza”
- “(il sistema) è troppo squilibrato a favore del concessionario e tutela poco l’utenza dalla rendita del monopolista”
- “(quello che abbiamo seguito finora ha poco del price cap) perchè di fatto non restituisce agli utenti gli extraprofitti che il regolato accumula”
- “abbiamo un sistema che non soddisfa né le esigenze di viabilità, né l’efficienza delle concessionarie”
- “(gli investimenti sulla lunga distanza)... non ci sono vantaggi ad affidarli ai privati perchè troppo scarso è il contenuto industriale”
- “(in merito alle tariffe) il sistema va cambiato per fare fronte ai difetti di sovrapprofitti non restituiti, investimenti non fatti e così via”.
Una realtà sotto gli occhi di ogni automobilista.
Dall’inizio della vicenda Autostrade-Abertis si è parlato principalmente di finanza, di fusioni, di Borsa. Non abbastanza o per niente di tutela dei diritti dei cittadini, di equità del rapporto concessionarie-Stato, di politica di sviluppo delle infrastrutture legata al territorio. Si è parlato molto di soldi, di gruppi che già guadagnano bene e vorrebbero guadagnare di più. Il problema, per questi signori, è che le autostrade sono dello Stato, non delle concessionarie. La sostanza non è il mercato, ma la buona gestione. L’unico parametro con cui intendo valutare l’operato dei concessionari.
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16 Settembre 2006
La riforma della Borsa

Le dimissioni di Tronchetti Provera impongono una seria riflessione sui meccanismi che regolano la Borsa italiana.
Le difficoltà in cui oggi si trova il gruppo Telecom hanno infatti origine nella mancanza di regole, piuttosto che nel mercato.
Tra queste, il meccanismo delle scatole cinesi attraverso il quale, con una percentuale irrisoria, si può ottenere il controllo delle società. L’assenza di una vera rappresentanza per i piccoli azionisti che nelle assemblee non hanno voce e non sono quasi mai rappresentati nei consigli di amministrazione. La presenza di consiglieri di amministrazione e di sindaci in più consigli di amministrazione con potenziali e talvolta palesi conflitti di interessi. La possibilità di attribuire in bilancio valori azionari non rispondenti al mercato come è avvenuto per Olimpia, società controllante di Telecom, che valorizza le azioni Telecom al doppio del valore di Borsa. La possibilità, in fase di acquisto, di indebitare le aziende a livelli insopportabili per la gestione.
Senza nuove regole di garanzia per gli investitori la Borsa italiana non potrà svilupparsi, diventerà sempre più asfittica, controllata da pochi gruppi di potere e allontanerà definitivamente gli investimenti dall’estero.
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12 Settembre 2006
La vendita di Tim

Nel 2005 Telecom Italia annunciò la fusione con Tim. L’operazione fu giustificata dalla creazione di valore attribuibile all’integrazione del fisso con il mobile. La fusione comportò un aumento del debito di Telecom che supera oggi i 41 miliardi di euro, ma consentì alla Telecom di accedere al cash flow generato da Tim. Un anno dopo Telecom Italia annuncia lo scorporo di Tim in nome di un fantomatico riassetto. I consiglieri che approvarono la fusione, anche i cosiddetti consiglieri indipendenti, approvano l’operazione. Un’inversione a U incomprensibile dal punto di vista strategico e industriale. Telecom Italia dalla sua cessione a debito ai cosiddetti “capitani coraggiosi”, avvenuta nel 1999, ha conosciuto solo cessioni, scorpori, riduzione di personale. Oggi rischia l’implosione. Olimpia, che detiene il pacchetto di controllo della Telecom, ha in carico le azioni di Telecom al doppio del valore del mercato nella più totale indifferenza degli organi di controllo. Un valore ormai irrecuperabile, anche secondo gli analisti più benevoli. Lo scorporo di Tim e la successiva vendita sono un estremo tentativo per ridurre il pesante indebitamento del gruppo. Ritengo che il Governo debba intervenire, in particolare per quanto attiene alla dorsale, per salvaguardare gli interessi nazionali. La Telecom è l’ennesima dimostrazione che la vendita a debito da parte dello Stato a privati senza una reale capacità finanziaria di monopoli naturali non produce risultati positivi, né per lo Stato, né per i cittadini.
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10 Settembre 2006
La Ue e Autostrade-Abertis

Riporto una mia intervista a Repubblica sul tema Autostrade/Abertis.
ADP: La questione dell'accordo Autostrade-Abertis per me è un'istruttoria e un processo che si è chiuso con la decisione presa in agosto. Se qualcuno vuole riaprire il 'caso' ed esaminare altre proposte vedremo e giudicheremo. Ma ad oggi non vedo che cosa altro ci sia di nuovo.
R: Nessuna paura del possibile giudizio della UE?
ADP: L'istruttoria dell'Europa riguarda la concorrenza e il mercato interno, non c'entra nulla con le decisioni che si sono prese ad agosto dal mio ministero e da quello dell'Economia.
R: E che cosa riguarda allora la decisione?
ADP. La decisione, come abbiamo più volte spiegato, riguarda la richiesta del passaggio della concessione, che sulla base delle norme fissate a suo tempo per la privatizzazione, non può essere data a società dove sono presenti costruttori. E' una norma concordata allora con l'Europa per evitare conflitti di interesse ed è quella vigente oggi che abbiamo il dovere di fare rispettare.
R: Dunque voi non avete bloccato la fusione tra Autostrade e Abertis?
ADP: Nient'affatto, la fusione, in sé e per sé non c'entra. Noi abbiamo solo agito tenendo presente la legge sulla questione della concessione e del suo passaggio ad un soggetto terzo sulla base delle norme fissate ai tempi della privatizzazione. Se qualcuno vuole cambiarle si può aprire un'altra istruttoria e decidere eventualmente in base alle nuove regole. Ma ora la legge è quella ed è dovere di un ministro applicarla.
R: Bloccando il passaggio della concessione di fatto l'accordo non si può fare. Non si può cambiare la legge?
ADP: Può essere, ma è un discorso che deve essere esaminato sulla base di una nuova istruttoria. E poi c'è sempre all'ordine del giorno la questione di fissare nuove norme che governino il sistema delle convenzioni autostradali e i suoi meccanismi di controllo e sanzionatori.
R: Cioè?
ADP: Non si può andare avanti con un meccanismo che non prevede controlli e eventuali misure per tutelare il contribuente. Se, ad esempio, qualcuno mi dice che non sono stati fatti 3 miliardi di euro di investimenti perchè gli enti locali hanno bloccato le autorizzazioni, potrò o no, avere a disposizione una qualche norma che mi consenta di dire a quel concessionario: va bene, ma i soldi nel frattempo me li devi mettere in un fondo vincolato a garanzia che questi vengano fatti? E poi c'è la questione delle sanzioni.
R: Anche quelle da rivedere? Perchè non sono adeguate?
ADP: In un certo senso sì, perchè oggi l'unico strumento che ha in mano chi controlla il sistema è quello di revocare le concessioni. E in alcuni casi è un'arma spuntata perchè esagerata.
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25 Agosto 2006
Il nuovo gruppo Intesa-Sanpaolo

La creazione della nuova banca Intesa-Sanpaolo è una buona notizia per il nostro Paese. Nasce un grande polo bancario italiano che si posiziona per capitalizzazione al settimo posto in Europa dopo l’Unicredit. E’ la migliore risposta al periodo oscuro del sistema bancario italiano che ha portato all’arresto di Fiorani della Banca Popolare Italiana e all’uscita di Antonio Fazio dalla Banca d’Italia. Due grandi poli bancari hanno la possibilità di aiutare lo sviluppo industriale nel nostro Paese e favorirne la presenza sui mercati stranieri.
Queste valutazioni positive vanno però accompagnate dall’auspicio che il mercato bancario italiano si adegui al più presto a quello europeo per le condizioni offerte a società e a clienti. Inoltre sarebbe opportuno che le banche limitassero le loro partecipazioni in società industriali ed editoriali. Per tutelare sé stesse e i loro azionisti. Come invece non è avvenuto in molti casi, ad iniziare da Parmalat. Un sistema bancario sano non può permettersi di partecipare con quote rilevanti industrie, spesso anche clienti, né tanto meno di influenzare l’opinione pubblica attraverso la proprietà di quote di gruppi editoriali.
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15 Agosto 2006
Gli interessi dei cittadini

Il presidente di Autostrade, Gian Maria Gros-Pietro, ha rilasciato una lunga intervista apparsa con grande evidenza sul Corriere della Sera di domenica scorsa.
Nell’intervista Gros-Pietro sottolinea come la fusione rappresenti una grande opportunità per il Paese. Ho molto rispetto e stima per Gros-Pietro, ma mi permetto di dissentire, l’opportunità è prima di tutto economica per la società Autostrade e forse, indirettamente, lo può essere per il Paese.
Si tratta di interessi privati, non dello Stato, interessi che in parte possono confliggere con quelli pubblici. In particolare se gli investimenti previsti per l’ammodernamento della rete autostradale non sono attuati, come è già avvenuto. Le autostrade italiane non sono una mucca da mungere per distribuire dividendi.
“La società Autostrade non può fare a meno di utilizzare tutti i mezzi disponibili per tutelare i soci” afferma Gros-Pietro. Lo stesso vale per il Governo nei confronti dei cittadini. La rete è essenziale per la crescita dell’economia italiana. Il suo sviluppo e una regolazione delle tariffe in funzione del costo reale di gestione sono due temi di discussione che avvierò al più presto con tutti i concessionari.
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8 Agosto 2006
Le public utilities

La vicenda Autostrade ha aperto (riaperto?) un dibattito sulle public utilities in Italia. Un dibattito molto importante che spero porti chiarezza e, soprattutto, vantaggi per i cittadini italiani che fruiscono dei servizi.
La privatizzazione delle utilities deve avvenire in un contesto in cui non si crei un monopolio privato di fatto, sia garantito lo sviluppo del mercato, esista un quadro normativo di riferimento che tuteli gli utenti e, infine, vi sia un’Authority di controllo con reali poteri sanzionatori.
Non è, mi sembra, quello che è avvenuto in Italia in questi ultimi anni. Nei fatti i monopoli privati, ex pubblici, si sono indeboliti finanziariamente senza apportare particolari benefici al Paese. Una situazione derivante anche dall’acquisto a debito delle aziende di proprietà dello Stato. Le aziende, se fortemente indebitate, hanno difficoltà oggettive a effettuare investimenti, e così è successo.
Io non sono contro le privatizzazioni, non sono contro il mercato. E’ vero invece l’opposto.
Ma la cessione ai privati di public utilities da cui dipende l’economia del Paese non può ridursi a un fatto puramente economico in cui i dividendi per il gruppo di controllo siano predominanti. Lo sviluppo industriale ed economico dell’Italia è condizionato da public utilities efficienti e competitive nel rispetto del mercato, dei cittadini e delle aziende.
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5 Agosto 2006
No alla fusione Autostrade-Abertis

Insieme al ministro dell’Economia Padoa Schioppa, a seguito del potere di autorizzazione riconosciuto all’esecutivo dal Consiglio di Stato, ho inviato una lettera all’Anas per comunicare la decisione contraria del Governo alla fusione Autostrade-Abertis.
La fusione è stata giudicata non conforme al quadro normativo, in quanto è vietata la partecipazione nell’azionariato stabile di soggetti in situazioni di conflitto di interesse, con particolare riferimento a quelli che operano nei settori delle costruzioni e delle mobilità. Inoltre, l’operazione produce cambiamenti nell’assetto di controllo, nella struttura economica, patrimoniale e finanziaria e negli indirizzi strategici del gruppo, con possibili effetti sulla stabilità dell’assetto societario della concessionaria, sul piano degli investimenti, sugli standard qualitativi e di sicurezza della erogazione dei servizi, nella gestione della infrastruttura e su tutti gli ulteriori aspetti rilevanti per gli interessi pubblici.
Le mie perplessità sulla fusione le ho espresse più volte , anche in questo sito, e non posso quindi che essere molto soddisfatto della decisione presa ieri in Consiglio dei ministri. Una decisione che, va ricordato, è soprattutto a tutela dei cittadini italiani.
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21 Luglio 2006
La Carta dei diritti autostradali

Ho allo studio una Carta dei diritti degli utenti autostradali. La Carta sarà stilata con la partecipazione delle associazioni dei consumatori, delle concessionarie autostradali e dei rappresentanti del Ministero delle Infrastrutture. La Carta conterrà i diritti degli utenti delle tratte autostradali e definirà eventuali risarcimenti a loro dovuti.
A puro titolo esemplificativo: se il tempo di percorrenza aumenta sensibilmente per lavori in corso per un periodo prolungato, come è il caso della Milano-Torino, è ipotizzabile che il cittadino abbia diritto ad un risarcimento sotto forma di riduzione del pedaggio; se i costi di riscossione del pedaggio diminuiscono per il concessionario, il cittadino deve avere un beneficio e non il contrario, come invece avviene per il Telepass per il quale si richiede un costo ulteriore. Se le condizioni di sicurezza non sono garantite, in caso di incidente il cittadino deve disporre dell'assistenza di tecnici incaricati dal Ministero.
La Carta dovrà quindi rispondere a criteri di sicurezza e di equità per permettere al cittadino di vedere rispettati i suoi diritti.
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14 Luglio 2006
Legge Obiettivo: mancano 115 miliardi di euro

Oggi ho presentato al Consiglio dei ministri il documento di integrazione al Dpef per le opere della Legge Obiettivo di responsabilità del ministero delle Infrastrutture del quale allego l’introduzione.
Nella sostanza mancano per completare il programma originale previsto nel 2001 circa 115 miliardi di euro, dovuti sia alla mancanza di fondi, che ad un aumento del 38% del valore delle opere per ampliamenti non previsti in origine e per il costo delle materie prime.
In questa grave situazione ho dato priorità alle opere che devono necessariamente essere ultimate e che hanno già raggiunto uno stato di avanzamento elevato.
Nei prossimi giorni renderò disponibile on line il documento in forma integrale.
Nella rilevazione dello stato di avanzamento delle opere e degli investimenti effettuati emerge però una profonda asimmetria tra il Nord e il Centro Sud del Paese.
Infatti, il 77% dell’investimento complessivo è localizzato al Nord, contro il 13% al Centro e il 10% al Sud.
Una logica di investimenti contraria alla realizzazione di un sistema di trasporti integrato e che introduce squilibri e problemi a livello nazionale.
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8 Luglio 2006
Il Dpef e le casse vuote

Il Governo ha dovuto, da subito, fare i conti con le casse vuote e con l’emergenza economica.
Il Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef) è una importante risposta alla grave situazione in cui si trova l’Italia. La manovra di 35 miliardi di euro, 20 per avviare il risanamento dei conti dello Stato e 15 per lo sviluppo, è il primo tassello di un piano articolato in cinque anni che ha l’obiettivo di azzerare il deficit di bilancio e di portare il debito pubblico sotto il 100 per cento del prodotto interno lordo.
E’ inevitabile, se si vuole risanare lo Stato ed evitarne la bancarotta, incidere sulle maggiori voci della spesa pubblica, il cui 80% è composto da enti locali, pensioni, pubblica amministrazione e sanità. I cittadini saranno chiamati a dei sacrifici, ma questi dovranno essere equamente distribuiti. Per farlo saranno avviate severe ed efficaci misure contro l’evasione fiscale che ha raggiunto in Italia livelli intollerabili. I cittadini, e le aziende, dovranno inoltre poter accedere a servizi efficienti per energia, telecomunicazioni e trasporti con costi competitivi.
Per quanto attiene la mia responsabilità diretta sto studiando per le Ferrovie dello Stato la separazione tra infrastrutture (rotaie) e mezzi (treni) per restituire competitività al sistema e, quindi, vantaggi ai cittadini.
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4 Luglio 2006
Le concessioni autostradali

Privatizzazioni e concessioni sono state attuate dallo Stato italiano negli ultimi 10 anni a condizioni spesso svantaggiose.
Una situazione che ha spostato risorse dello Stato, e quindi dei cittadini, a vantaggio di gruppi finanziari e industriali. Lo Stato ha recitato la parte di un Robin Hood all’incontrario. Che non ha rubato ai cittadini, ma di fatto li ha depauperati di beni di loro proprietà senza che avessero in cambio dei reali benefici. A questo va aggiunto che sono mancati strumenti di controllo efficaci per l’attuazione delle concessioni.
Le concessioni autostradali controllate dall’Anas per conto del ministero delle Infrastrutture sono alcune decine e fanno capo a più società, raggruppate nell’Aiscat che ho convocato oggi pomeriggio. Il motivo dell’incontro è la condivisione di una situazione di fatto troppo sbilanciata a favore dei concessionari. Situazione che non può durare nel tempo. Proporrò all’Aiscat l’istituzione di un contratto quadro con nuove regole a cui le concessionarie dovranno conformarsi. Per ogni singola concessione verrà poi redatto un capitolato speciale con il supporto di un gruppo di lavoro che coinvolgerà rappresentanti dei concessionari, del ministero, delle associazioni dei consumatori, degli utenti autostradali e dei contribuenti. Queste ultime tre categorie sono per me determinanti, anche se inascoltate in passato, per il buon esito delle concessioni. Questo iter dovrà valere ovviamente anche per la società Autostrade se vorrà portare a termine il suo progetto di fusione.
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2 Luglio 2006
Le rendite di posizione

Il Consiglio dei ministri di venerdì scorso ha preso importanti provvedimenti a favore dei cittadini con una serie di liberalizzazioni che hanno eliminato storiche rendite di posizione. E’ un passo avanti per liberare l’economia italiana dagli interessi corporativi e per combattere l’inflazione. I provvedimenti riguardano farmaci, conti bancari, trasporti, atti notarili, assicurazioni, regole per i commercianti e i professionisti. Quando una rendita di posizione è messa in discussione è ovvio che le categorie interessate, penso ad esempio ai tassisti, alle farmacie e ai notai, si sentano in qualche modo defraudate di un diritto. Ma il libero mercato non è fatto di rendite e un governo ha l’obbligo di tutelare la pluralità dei cittadini, non una singola categoria.
Nel pacchetto di provvedimenti è stato rafforzato il potere sanzionatorio delle Authority che può arrivare al 10% del fatturato dal 3% precedente. Una decisione importante che andrà in futuro accompagnata da altre forti misure del governo nei confronti dei monopoli di fatto delle utility. Mi riferisco in particolare alle telecomunicazioni e all’energia, settori che devono al più presto conformarsi all’Europa per le tariffe e per la qualità dei servizi erogati.
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29 Giugno 2006
E' finito il tempo delle lobby

Ho ricevuto molte mail che mi chiedono i motivi per cui il presidente di Abertis Isidre Fainè Casas e l’amministratore Salvador Alemany Mas si sono recati dal presidente del Consiglio Romano Prodi e dal sottosegretario Enrico Letta. Non è la prima volta che i vertici di Abertis chiedono ed ottengono udienza a Palazzo Chigi.
Posso rispondere che sarò lieto in futuro di riceverli, insieme alla società Autostrade, anche al ministero delle Infrastrutture per discutere le loro istanze che dovranno però tradursi in posizioni concrete, in atti amministrativi, in precise risposte ai punti sollevati dal Consiglio di Stato in merito ai due miliardi di euro non spesi e da rendere disponibili per investimenti ed alla rinegoziazione della concessione attuale.
Il tempo delle relazioni pubbliche come strumento primario della politica è finito con il governo Berlusconi.
I componenti di questo Governo operano in piena sintonia, ma con un principio di piena delega verso i responsabili dei diversi dicasteri. E’ finito il tempo delle lobby, è finito il tempo delle mele.
Il mio indirizzo Abertis lo conosce, le scorciatoie non servono.
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28 Giugno 2006
I conti dell'Anas

Oggi ho inviato alla Procura della Repubblica di Roma e alla Corte dei Conti le informazioni in mio possesso perchè venga valutata la posizione dell’Anas.
L’Anas dipende dal ministero delle Infrastrutture, il mio è quindi un atto dovuto.
Ci sono due aspetti che dovranno essere attentamente esaminati: se vi sono gli estremi per il falso in bilancio e per le false comunicazioni sociali e se sussiste l’ipotesi di reato per circa tre milioni di euro versati ai componenti del precedente consiglio di amministrazione in occasione del passaggio da ente pubblico a spa nel 2002.
Posso affermare fin da ora che la gestione della contabilità dell’Anas è stata superficiale e poco chiara.
La differenza tra quanto messo in bilancio per investimenti e quanto in realtà effettuato risulta pari a cinque miliardi di euro, con una situazione finanziaria che, in mancanza di interventi dello Stato, porterebbe l’Anas al fallimento.
La situazione è purtroppo seria, servono 11,6 miliardi di euro per non fermare i cantieri dell’Anas e delle Ferrovie dello Stato. Mio preciso dovere di ministro è sia di reperire i fondi necessari, che di determinare le cause di questo enorme buco di bilancio. In sostanza, di capire come sono stati spesi i soldi dei cittadini.
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24 Giugno 2006
La Tav e la Comunità Europea

foto da IlGiorno.it
Nelle scorse settimane ho incontrato il presidente della Comunità Montana Bassa Valle di Susa Antonio Ferrentino, il presidente dell’Osservatorio Mario Virano ed il commissario europeo Loyola De Palacio in merito alla Tav in Val di Susa.
Io ritengo quest’opera importante, ma considero legittime le richieste da parte dei valligiani di far parte del processo decisionale. Un no aprioristico ed ideologico alla Tav non può ovviamente far parte di un vero confronto e la valutazione delle diverse ipotesi va considerata con oggettività da parte di tutti.
La Tav è considerata prioritaria dal Governo e dalla Comunità Europea e quest’ultima stanzierà un miliardo di euro per l’avvio dei lavori. E’ importante sottolineare che questi fondi sono erogati dall’Europa in modo specifico per l’alta velocità. Quindi vengono assegnati all’Italia solo se farà il progetto. Altro discorso è la mancanza di fondi per i cantieri dell’Anas, fondi che non ci sono e che dovremo reperire attraverso manovre finanziarie nel più breve tempo possibile per non bloccare i lavori sine die.
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20 Giugno 2006
La riduzione dei costi del ministero delle Infrastrutture

L’efficienza e la riduzione dei costi della pubblica amministrazione centrale sono due obiettivi che l’Italia dei Valori si è posta in questa legislatura. Nell’ambito della mia responsabilità di ministro delle Infrastrutture ho iniziato a valutare le aree di potenziale risparmio. In questo senso la mia prima decisione è stata di internalizzare il servizio di controllo delle opere pubbliche che il precedente ministro aveva affidato ad otto consulenti esterni, raddoppiando di fatto competenze già presenti nel ministero e demotivando il personale interno.
Il costo di ogni consulente è pari a 200.000 euro per la sua attività, 250.000 euro di variabile e 187.000 euro di rimborso spese. I consulenti occupano degli uffici all’interno del ministero e dispongono di una segretaria.
Alcuni di loro operavano precedentemente al ministero e sono stati messi fuori ruolo per continuare la stessa attività con una spesa per l’amministrazione molto superiore.
637.000 euro moltiplicati per 8 consulenti producono un risparmio per lo Stato superiore ai cinque milioni di euro!
Dal 30 giugno le attività oggi attribuite ai consulenti saranno gestite dai provveditori competenti con l’interruzione degli incarichi esterni.
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15 Giugno 2006
No agli sprechi

Oggi mi sono recato a Bruxelles da Roma con un volo di linea per partecipare all’assemblea del partito liberaldemocratico. Per risparmiare i soldi dei contribuenti ho volato in classe economica. Alcuni giornali on line ne hanno fatto una notizia. Non deve essere una notizia, dovrebbe invece rappresentare la normalità. Aggiungo che il biglietto lo ha pagato l’Italia dei Valori e che non ho utilizzato alcuna agevolazione in qualità di ministro.
Infatti, credo che l’utilizzo di soldi dello Stato per fare attività politica per il proprio partito sia da considerarsi peculato.
L’Italia ha bisogno di risparmiare, il precedente governo ha lasciato dietro di sé solo buchi di bilancio e finanza creativa, con buona pace dell’ex ministro Tremonti che nelle trasmissioni in cui viene ospitato è palesemente sempre più in difficoltà a spiegare le ragioni di un deficit pubblico che sta per raggiungere il 5% e di un avanzo primario arrivato a un risibile 0,4%.
L’Italia ha la necessità di destinare le sue poche risorse all’innovazione ed alle opere più urgenti. Ognuno deve fare la sua parte. L’Italia dei Valori, come ha enunciato chiaramente in campagna elettorale, si batterà per una struttura dello Stato efficiente e senza sprechi a partire dalle piccole cose, come la riduzione delle auto blu e delle scorte.
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14 Giugno 2006
La nuova Convenzione per Autostrade

Oggi si è svolto il secondo incontro tra Autostrade e Anas ai fini della verifica di un accordo. Spero che questo accordo si trovi. Se Autostrade non accettasse una rinegoziazione della Convenzione, o un atto dello stesso valore, il fatto costituirebbe una scorrettezza istituzionale di cui si assumerà la responsabilità.
La riscrittura della Convenzione, suggerita anche dal comitato indipendente incaricato dall’Anas, ha sicuramente bisogno di tempo, e data la sua importanza è corretto che venga valutata in tutti i suoi aspetti senza porsi limiti temporali.
Se la fusione avvenisse entro il 30 giugno senza una nuova Convenzione approvata dal ministero sarebbe un’operazione a rischio, e credo che Abertis ed Autostrade non possano non tenerne conto.
Nel corso dell’audizione di ieri alla Camera ho ribadito alcuni punti in merito ad Autostrade, che riassumo brevemente:
- le società di costruzione non possono far parte del pacchetto stabile della società per evidenti conflitti di interessi, decreto ministeriale 16/5/1997;
- le politiche di investimento derivanti dalla fusione non devono essere penalizzanti in relazione agli obblighi di investimento previsti nella Convenzione;
- l’utilizzo sollecito della liquidità pari a due miliardi di euro di Autostrade destinati a lavori autostradali e gestiti attualmente dalla società come finanza pura (l’Authority ha riscontrato che Autostrade ha effettuato solo 2,1 miliardi di investimento contro i 4,1 previsti);
- la necessità di un riesame delle percentuali autostradali a carico della concessionaria e sui ricavi da pubblicità e sub concessioni;
- inserimento di adeguate e proporzionate misure sanzionatorie, oggi carenti, in caso di inadempimento degli obblighi di Autostrade.
E’ comunque allo studio una rete più efficace di controlli per poter gestire in modo tempestivo ed efficace il rapporto con le concessionarie.
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1 Giugno 2006
La TAV in Val di Susa

Prima delle elezioni mi sono già espresso sulla TAV in Val di Susa su questo sito.
Non credo che i giornalisti abbiano letto quanto ho scritto a suo tempo e ne è prova ad esempio il titolo di oggi sul Corriere della Sera: “Di Pietro e la Tav: Farò io l’opera” che non esprime il mio pensiero.
La TAV in Val di Susa si potrà fare solo se alcune condizioni saranno soddisfatte: la sicurezza dei valligiani, la possibilità di spesa per un’opera che potrebbe costare 12 miliardi di euro, il potenziamento delle linee di trasporto ferroviario esistenti come alternativa al tunnel.
L’opera non riguarda principalmente l’alta velocità, ma soprattutto il potenziamento del trasporto di merci con la costruzione di un tunnel di 53 chilometri per la cui realizzazione sono previsti fino a 15 anni.
Per avere un’idea precisa sulla situazione mercoledì prossimo ho fissato un incontro al ministero con il presidente della Comunità Montana Ferrentino, mentre ho già incontrato il presidente dell’Osservatorio Mario Virano.
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31 Maggio 2006
Le risposte di Gros-Pietro

Sabato 27 maggio il presidente di Autostrade Gros-Pietro è stato intervistato per il Corriere della Sera dal giornalista Massimo Mucchetti.
Il mio commento sull’intervista è comunque positivo perchè ha consentito ai cittadini ed agli azionisti di Autostrade di avere un’idea più precisa in merito alla possibile fusione con la spagnola Abertis.
Vorrei riprendere però alcune domande di Mucchetti per chiedere, se possibile, risposte più articolate ed esaustive, indirizzate non solo al ministro, ma a tutti gli italiani che volessero approfondire i termini della fusione.
Riporto le domande di Mucchetti e le risposte di Gros Pietro:
“ MM: La fusione con Abertis cambia gli assetti. Ma lei, il 18 novembre 2002, aveva assicurato all’Anas che il controllo della concessionaria sarebbe rimasto in capo a Schema28, e cioè a Benetton e soci.
Gros-Pietro: Quella lettera non è un impegno. Serviva solo a spiegare gli effetti della ristrutturazione societaria a seguito dell’Opa. Tanto che non indicavamo una scadenza...
MM: In mancanza della quale l’impegno poteva intendersi per tutta la concessione.
Gros-Pietro: Sarebbe un’inaccettabile limitazione del diritto di proprietà. Se lo Stato pone vincoli, li esplicita. Il lock up post privatizzazione era di 36 mesi, non infinito.
MM: Costruttori e Fiat vennero esclusi dalla gara per Autostrade. Con la fusione, invece, il socio industriale sarà il costruttore Florentino Perez.
Gros-Pietro: L’esclusione dei costruttori ci era stata imposta dalla Ue come garanzia di regolarità delle gare d’appalto per i lavori della Variante di valico. Ora quei lavori sono avviati, dunque viene meno il motivo. Del resto il governo italiano non ha nulla contro la presenza dei costruttori nelle concessionarie autostradali: lo spagnolo Ferrovial è nella nuova Cremona-Mantova, Gavio nell’asti-Cuneo, Toto con noi nell’Autostrada dei Parchi...
...
MM: Con l’Opa del 2003 avete scaricato sulla concessionaria 8 miliardi di debiti fatti non per sviluppare il business, ma per aumentare il guadagno dei soci. Le banche vi hanno imposto vincoli sugli investimenti aggiuntivi. Che cosa cambia con la fusione?
Gros-Pietro: Sostituendo parte dell’equity con debiti a basso costo, abbiamo ridotto il costo del capitale. Con la fusione, il rapporto tra gli impegni (debiti esistenti e investimenti da fare) e il margine lordo scende da 8,4 a 8 e cala più rapidamente in seguito.
...
MM. Perchè avete chiuso l’accordo quando l’Italia non aveva un governo nella pienezza dei poteri dando l’impressione di volere il fatto compiuto?
Gros-Pietro: Secondo la legge spagnola, l’assemblea di fusione si deve tenere entro sei mesi dall’approvazione dell’ultimo bilancio certificato, dunque entro il 30 giugno. Bisognava correre.
...
MM: ...Autostrade ha un tasso di rendimento degli investimenti dell’11%, altissimo considerando il basso rischio industriale. La nuova Pedemontana Lombarda non parte anche perchè il project financing rende il 7%...
Gros-Pietro: Potremmo anche scendere sotto l’11% se il sistema politico riuscisse a ridurre tempi e rischi delle nuove opere: sono questi i veri problemi, non la nazionalità delle imprese”.
Le risposte date sono evasive o non pertinenti, è importante che invece siano complete ed esaurienti per autorizzare la fusione con Abertis.
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25 Maggio 2006
La relazione del presidente di Confindustria

Vorrei riassumere per punti le dichiarazioni del presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, all’assemblea annuale dell’associazione degli industriali ed esprimere un mio commento.
Le valutazioni di Luca Cordero di Montezemolo:
- contenimento della spesa
- nessun aumento della pressione fiscale
- equilibrio della finanza pubblica
- concertazione tra forze politiche e sociali per lo sviluppo
- maggiore autonomia delle imprese
- riduzione del cuneo fiscale
- mantenimento della legge Biagi con l’inserimento di nuovi ammortizzatori sociali
- sviluppo delle Grandi Opere anche a prescindere dagli ambiti locali
- deficit di infrastrutture al Nord e questione settentrionale
- spinta alle aggregazioni bancarie
- privatizzazioni e liberalizzazioni
- lotta all’evasione fiscale
- no allo spoil system
- riforme costituzionali volte a modernizzare l’organizzazione e il funzionamento delle istituzioni pubbliche.
Molte considerazioni sono del tutto condivisibili, in particolare quelle relative allo spoil system, al contenimento della spesa pubblica, alla lotta all’evasione fiscale, alla riduzione del cuneo fiscale, alle aggregazioni bancarie.
Alcune lo sono solo in parte, come lo sviluppo delle Grandi Opere, considerate aprioristicamente necessarie senza la loro valutazione in un quadro complessivo delle necessità del Paese e di fattibilità economica; il mantenimento della legge Biagi senza l’inserimento di forti correttivi dettati da principi di solidarietà; la privatizzazione delle aziende senza precise garanzie per i cittadini a livello di servizi e di occupazione, per non ripetere gli errori del passato.
Altri aspetti sono rimasti assenti dalla relazione del presidente di Confindustria. Il Mezzogiorno è uno di questi, senza un rilancio del Sud, che passa attraverso la costruzione di infrastrutture oltre che ad un ripristino della legalità, l’Italia non potrà svilupparsi. Inoltre, nella relazione è sembrata mancare qualunque nota di autocritica sulla difficile situazione economica attuale dalla quale le imprese non possono chiamarsi fuori in termini di responsabilità, e mi riferisco in particolare ai modesti investimenti sull’innovazione e sulla ricerca ed alla scarsa integrazione tra sistema industriale ed università.
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24 Maggio 2006
Italia a rischio ed opposizione elettorale

Il prodotto interno lordo dei Paesi della zona euro crescerà nel 2006 del 2,2% e nel 2007 del 2,1%. L’Italia crescerà rispettivamente dell’1,4% e dell’1,3% nello stesso biennio. Se non vi saranno interventi strutturali l’Italia avrà un deficit pubblico del 4,2% e del 4,6% nei prossimi due anni. Le stime sono dell’Ocse.
Stime preoccupanti di una tendenza che in questo sito abbiamo anticipato da mesi.
Se si ripensa alle promesse elettorali della Cdl sull’Ici, sulla tassa sui rifiuti ed alle dichiarazioni dell’ex presidente del Consiglio sulla liceità in alcune situazioni di non pagare le tasse si capisce che abbiamo sfiorato il baratro.
Con la Cdl al governo non avremmo evitato la bancarotta economica.
Di fronte alle grida ed alla negazione della realtà, realtà peraltro basata su istituti internazionali, da parte di numerosi esponenti della Cdl vorrei ricordare che la campagna elettorale è finita. Che adesso si deve governare il Paese, che il momento è critico e che l’opposizione non può limitarsi a dire che i numeri sono falsi. Quali numeri? Quelli dell’Ocse, dell’Istat, della Comunità Europea, dell’Istituto Nazionale per il Commercio Estero?
Anche i membri dell’opposizione sono pagati dai cittadini per contribuire allo sviluppo del Paese. Li invito a farlo e a portare critiche costruttive all’operato del Governo Prodi.
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23 Maggio 2006
La fusione Autostrade-Abertis

Oggi ho inviato una lettera al presidente di Autostrade Gian Maria Gros Pietro chiedendo di differire le deliberazioni sulla fusione con Abertis. A seguito della mia richiesta la società ha deciso di riconvocare per il 16 giugno il consiglio di amministrazione attendendo eventuali indicazioni dalle istituzioni per sottoporle all’assemblea il 28 giugno.
La mia lettera è stata dettata dalla necessità di valutare tutti gli elementi in gioco nella fusione durante le prossime settimane per poter esprimere un giudizio il più possibile completo.
Ringrazio il cda di Autostrade che ha “offerto ad Anas e ai governi interessati, italiano e spagnolo, ogni chiarimento che dovesse essere richiesto in ordine alla conoscenza completa dell'operazione”.
Le autostrade sono un bene primario, fondamentale per lo sviluppo del Paese, non possiamo permetterci né la cessione della loro proprietà a società straniere, né una mancanza di rispetto degli investimenti programmati, come è avvenuto per varie cause negli ultimi anni.
Le autostrade inoltre vivono di concessioni governative e l’aumento del pedaggio è concordato con lo Stato, non si può quindi parlare di concorrenza e di mercato. Lo Stato può e deve intervenire a tutela dei suoi cittadini e questo è quello che mi riprometto di fare.
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4 Maggio 2006
Autostrade/Abertis, un'operazione da fermare

Autostrade ha avviato un processo di fusione con la spagnola Abertis.
Autostrade nel 2005 ha ottenuto 2.957 milioni di euro di entrate e un risultato netto dell’esercizio di 804 milioni di euro, con un indebitamento di 8.794 milioni di euro.
Gli azionisti di maggioranza della società Autostrade sono: Edizione Holding, gruppo Benetton, 60%; UniCredito 6,7%; Abertis 13,3%; Fondazione CRT 13,3%; Assicurazioni Generali 6,7%.
Devo fare alcune considerazioni :
- la società Autostrade è stata privatizzata a debito e questo emerge chiaramente dalla sua posizione attuale. Autostrade è stata venduta a chi, non avendo sufficienti capitali, ha indebitato l’azienda per comprarla. Sembra una cosa senza senso, ma è avvenuto per Autostrade come per Telecom Italia, e io mi batterò perchè operazioni simili non si ripetano più in futuro. Comprare a debito significa non disporre dei capitali per gli investimenti, perchè gli utili servono a ridurre il debito, oltre che a remunerare gli azionisti;
- Autostrade è di fatto rimasta una società monopolista che vive di concessioni pubbliche, altro che libero mercato. In virtù di questa posizione ha realizzato in questi anni ingenti utili;
- i nuovi azionisti della società Autostrade si erano impegnati, all’atto dell’acquisizione, con il Governo ad investire somme rilevanti nell’ammodernamento delle autostrade italiane. Ammodernamento di cui si è vista poca o nulla traccia;
- Autostrade incasserà da Abertis per la fusione per incorporazione un miliardo di euro (la metà di quanto aveva pagato per l’acquisto dallo Stato italiano), il quartier generale del nuovo gruppo sarà a Barcellona, l’amministratore delegato per i prossimi tre anni sarà un uomo di Abertis: Salvador Alemany Mas; si parla di una clausola di prelazione da parte di Abertis sulla quota ancora in carico agli azionisti di maggioranza di Autostrade. Più che un’alleanza mi sembra una cessione;
- l’operazione è stata fatta non tenendo in alcun conto, neppure a livello informativo, il Governo e soprattutto in una situazione di definizione degli interlocutori ministeriali.
Credo che sia opportuno andarsi a rileggere le condizioni di cessione della società Autostrade al gruppo capeggiato da Benetton e verificare se esistono delle clausole che consentono al Governo di avere voce in capitolo in caso di una cessione o fusione successiva.
Va comunque ricordato alla società Abertis che in Italia le concessioni per le autostrade sono governative ed ignorare il Governo italiano, come è stato fatto, non è un atto di cortesia.
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14 Aprile 2006
Una nuova politica energetica

Il nostro Paese è dipendente dall’importazione di energia. Se il prezzo di petrolio, gas, elettricità aumenta, la nostra economia ne risente immediatamente.
Il costo del petrolio ha superato i 70 dollari al barile e secondo il Fondo Monetario Internazionale “un aumento di un ulteriore 10% può determinare una diminuzione della crescita fino all’1,5% a livello globale”.
Le nazioni che importano energia e con una bassa crescita del prodotto interno lordo come l’Italia (crescita 2005 pari a zero, ennesima eredità della finanza creativa) saranno fortemente penalizzate.
E’ urgente un piano di attuazione di una politica energetica nazionale già nei primi cento giorni del prossimo governo.
L’Italia dei Valori sosterrà lo sviluppo delle fonti rinnovabili, in particolare le “nuove rinnovabili”, come il fotovoltaico, il solare termodinamico, l’eolico, le biomasse, il piccolo idroelettrico, tenendo anche conto delle “vecchie rinnovabili” come il “grande idroelettrico” e la geotermia (in cui l’Italia è particolarmente sviluppata).
Le fonti rinnovabili sono sia una grande risorsa economica che una grande risorsa ambientale.
L’Italia dei Valori promuoverà gli investimenti per l'utilizzo della cogenerazione di elettricità e calore, delle centrali elettriche a gas naturale (il metano) e del fotovoltaico con forti sgravi fiscali ai cittadini che lo adotteranno.
Il sostegno alle fonti rinnovabili dovrà essere accompagnato da una politica di risparmio energetico.
Il petrolio prima o poi finirà e in futuro il suo prezzo non potrà che aumentare. L’Italia deve dotarsi di una politica energetica di lungo termine alternativa alle fonti non rinnovabili.
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1 Aprile 2006
I consiglieri dell'Eni

L’ENI è una delle più grandi imprese del Paese, essenziale per la sua politica energetica, centrale per lo sviluppo industriale dell’Italia.
Lo scorso anno ha realizzato utili immensi, detto con le parole evocative tratte dal sito www.eni.it:
“Il miglior risultato della nostra storia: approvato il consolidato che si chiude con un utile netto di 8,8 miliardi di euro, 1,7 miliardi di euro in più rispetto al 2004 (+24,5%)” e:
“Dividendo ancora in aumento. La proposta è di 1,10 euro per azione, di cui 0,45 distribuiti nell'ottobre scorso”.
Questo risultato è stato ottenuto a spese degli italiani, di chi compra l’energia dall’Eni. Oppure no?
E con un risultato così fenomenale perchè non abbassare le tariffe?
L’azionista di riferimento è pur sempre lo Stato italiano!
Ma forse si vuole favorire la distribuzione di utili agli azionisti più importanti.
Chi decide le politiche dell’ENI?
La Mondadori, società della famiglia del presidente del Consiglio, ha due suoi consiglieri presenti anche nel consiglio di amministrazione dell’Eni su un totale di nove: Roberto Poli e Mario Resca, come indicato dal sito della Mondadori:
“Si indicano di seguito le cariche di amministratore o sindaco ricoperte dagli attuali amministratori di Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. in altre società quotate o in società finanziarie, bancarie o assicurative di rilevanti dimensioni:
...
Roberto Poli, Presidente di ENI S.p.A.
Mario Resca, Amministratore di ENI S.p.A.”
Se questo non è un potenziale conflitto di interessi come vogliamo chiamarlo? Lo chiedo in particolare agli pseudogarantisti del centrosinistra, magari a quelli che pubblicano i loro libri proprio con la Mondadori.
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30 Marzo 2006
La finanza creativa di Tremonti

In questi giorni la Cdl, non disponendo di un programma proprio, a parte quello degli insulti ad personam, specialità del premier e una volta dei fascisti antemarcia, sta parlando sempre più del programma dell’Unione. Lo fa dicendo falsità così evidenti da sconfinare nel patetico.
In particolare quando parla di tasse.
Lo ripeto per l’ennesima volta, il mio obiettivo è quello di far pagare meno tasse, ma di farle pagare a tutti e in modo equo.
Farle pagare ai cosiddetti finanzieri, agli inventori della finanza creativa che altro non è che sottrazione di valore ai piccoli azionisti, alle aziende e allo Stato.
L’esempio di questa condotta viene dall’alto.
Nel 2001 la Bell con la vendita del 23% di Olivetti a Benetton e a Pirelli realizzò 7,2 miliardi di euro con 3 miliardi di euro di plusvalenze, di cui neppure un euro versato al Fisco.
Gli azionisti della Bell erano Hopa, Gpp, Urmett, Mps, Antonveneta, Interbanca, Bc partner, Unipol, famiglia Lonati, Oak Fund, Gruppo Falck, Gazzoni Frascara.
La Bell è una società (una scatola?) lussemburghese che gestiva Olivetti e Telecom Italia, una “esterovestizione” ai fini fiscali di uno dei più importanti gruppi industriali italiani.
I consulenti di questa brillante operazione incasseranno secondo il bilancio della Bell, approvato questa settimana, 31 milioni di euro motivati in bilancio come: “fatture da ricevere per compensi pregressi”.
I consulenti della Bell sono lo studio Zulli e lo studio Tremonti Vitali Romagnoli Piccardi che, da quando Tremonti è ministro, si chiama studio Vitali Romagnoli Piccardi.
L’Agenzia delle entrate nel 2002 chiese alla Consob i prospetti informativi legate alla vendita della Bell.
Ma Tremonti, allora ministro dell’Economia, eliminò la tassazione sulle plusvalenze anche in Italia.
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24 Marzo 2006
Enel: utili (e tariffe) da record

Il bilancio dell’Enel è da record. Ha conseguito nel 2005 un utile netto di 3.895 milioni di euro a livello di Gruppo, con una differenza netta di 1.264 milioni di euro rispetto al 2004. Numeri impressionanti. Grandi numeri per un gruppo che ha ancora come azionista di controllo lo Stato italiano. E quindi noi tutti che, nella sostanza, siamo ancora in un regime di monopolio dell’elettricità.
L’Enel ha ottenuto i suoi profitti grazie al monopolio e alla mancanza di forti investimenti su nuove fonti di energia .
I cittadini italiani pagano l’energia mediamente di più che nel resto d’Europa. Si allineino i costi dell’energia a quelli europei, poi si valutino i dividendi e le scalate.
I punti di riferimento dell’Enel devono essere il livello di servizio, la competizione sui prezzi, il supporto al rilancio dell’economia italiana e lo sviluppo delle energie rinnovabili.
Inoltre, l’operazione di acquisizione di Suez non sembra avere neppure le basi economiche necessarie. Cito dall’articolo di Alessandro Penati sulla Repubblica di oggi: “Il finanziamento dell’Opa porterebbe il debito combinato del gruppo Enel-Suez a 5 volte il loro margine operativo, al limite del declassamento del rating: Enel-Suez diventerebbe la società elettrica tra le più indebitate in Europa, asservita per anni all’obiettivo di riduzione del debito”.
Una situazione tale da non poter permettere né riduzioni di tariffe ai privati e alle imprese, né investimenti legati all’innovazione.
E, comunque, trovo profondamente immorale che un servizio essenziale per la nostra vita come l’energia, produca in regime di sostanziale monopolio, enormi utili sulla pelle dei cittadini e delle imprese.
L’Enel abbassi le tariffe, poi pensi al resto.
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19 Marzo 2006
La cultura del debito

Questi cinque anni hanno stravolto valori che facevano parte da sempre della cultura italiana. Uno di questi è il risparmio, una volta era considerato una virtù. Si insegnava a risparmiare ai bambini e spesso si regalava loro un libretto di risparmio con una piccola somma. Allo stesso tempo si avvertiva di non comprare ciò che non ci si poteva permettere.
Era ed è puro buon senso.
Oggi in Italia prima si vendono le illusioni, poi si vende il denaro, lo fanno le finanziarie e le banche con la benedizione del Governo nel tentativo di “far ripartire l’economia”.
Il compito della politica non dovrebbe essere quello di indebitare gli italiani per favorire le banche e la crescita del prodotto interno lordo, né tanto meno di creare una cultura favorevole perchè ciò avvenga.
Illudere le famiglie italiane con mutui variabili al 100% per l’acquisto della prima abitazione destinati inevitabilmente a trasformarsi in situazioni di insolvenza, o permettere una pubblicità diffusa ed un clima in cui bisogna indebitarsi per andare in vacanza o per comprarsi l’ultimo ritrovato tecnologico è profondamente sbagliato.
Siamo vissuti nel Paese dei Balocchi, costruito sui nostri debiti e sulla perdita di valori fondamentali.
E il cocchiere che ci ha guidato in questo mondo falso e privo di ideali sembra uscito di senno, come si è visto con la sua sceneggiata alla Confindustria.
Dobbiamo ripartire, voltare pagina, tornare a valori che hanno fatto grande l’Italia economicamente, come è avvenuto nel dopoguerra.
La tutela del potere d’acquisto e del risparmio sono due temi su cui il prossimo Governo dovrà impegnarsi, anche per uscire da un brutto film, in cui molti hanno creduto, imbastito da un impresario senza scrupoli.
Rispondo a Daniel Caliari | 17.03.06 - 15:38
Gentile Sig. Daniel Caliari,
Verino Caldarelli è candidato al Senato come capolista in Abruzzo. Ha subito un processo per bancarotta fraudolenta, ma è stato assolto con formula piena su richiesta dello stesso Pubblico Ministero nel 1992.
Cordialmente, Antonio Di Pietro
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18 Marzo 2006
Il punto di non ritorno

foto da news.bbc.co.uk
Tutti i parametri economici italiani sono negativi.
Il Financial Times in un servizio dedicato al declino dell’Italia a firma di Desmond Lachman scrive: “Italy follows Argentina down the same road to ruin”, l’Italia segue la stessa strada dell’Argentina verso la rovina.
Crollo delle esportazioni, crescita del debito pubblico, aumento della disoccupazione, perdita di competitività, indebitamento delle famiglie, netta diminuzione del prodotto interno lordo, dimezzamento del potere d’acquisto.
Confindustria, Istat, Banca d’Italia, sindacati, giornali economici italiani e stranieri riportano ormai tutti gli stessi dati allarmanti.
Abbiamo avuto cinque anni di marketing politico, di negazione della realtà, di fallimenti, frutto di un governo di dilettanti della cosa pubblica, ma professionisti nei loro affari privati.
Siamo vicini a un punto di non ritorno.
Bisogna ripartire mettendo mano ai conti fuori controllo della macchina dello Stato, da una sua maggior efficienza. Dal recupero dell’evasione fiscale. Dall’allineamento ai parametri europei in termini di costi e di qualità delle telecomunicazioni, dei trasporti, dell’energia.
Cose concrete da avviare immediatamente.
Le prossime elezioni devono segnare una svolta che per essere tale ha però bisogno di un grande successo dell’Unione.
I 4/5 punti di distacco ipotizzati dai sondaggi potrebbero non bastare.
In Parlamento dovremo disporre di una larga maggioranza per governare senza essere soggetti alle manovre delle lobby e dei parlamentari della Cdl.
Non va sprecato neppure un voto.
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5 Marzo 2006
L'euro e l'Italia

L’Euro ci ha salvati fino ad ora da una situazione economica analoga a quella dell’Argentina. Un euro forte ha consentito agli italiani di conservare il valore dei loro risparmi (per quelli che sono riusciti a risparmiare) e alle aziende di programmare investimenti, di acquistare beni dall’estero.
In passato, prima dell’euro, con le cosiddette svalutazioni competitive, la lira era stabilmente una delle monete più deboli tra quelle delle nazioni sviluppate.
Senza l’euro, con la vecchia lira, l’Italia non avrebbe retto. La lira sarebbe stata pesantemente deprezzata a causa del debito pubblico crescente e dei parametri economici negativi che hanno contraddistinto gli ultimi cinque anni.
La propaganda anti euro nega un grande risultato ottenuto dal nostro Paese, per il quale bisogna dire grazie a Carlo Azeglio Ciampi e a Romano Prodi.
L’aumento dei prezzi non è stato colpa dell’euro, ma di una gestione dilettantesca dell’economia senza alcun controllo del mercato (luce, gas, telefono, affitti, alimentari).
L’euro ci ha tenuto a galla in questi anni, nonostante la politica palesemente antieuropeista del Governo.
L’euro è l’ennesima foglia di fico di questi dilettanti allo sbaraglio per giustificare i loro fallimenti.
La riduzione del valore dei titoli azionari di molte grandi aziende italiane avvenuto negli ultimi anni non può essere di certo attribuito all’euro, ma alla debolezza del sistema industriale. L’aumento del debito pubblico, il disastro della bilancia commerciale con l’estero poco hanno a che fare con l’euro, ma molto con la mancanza di politiche di sviluppo dell'Italia.
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2 Marzo 2006
La negazione dell'evidenza

Il ministro dell’economia Giulio Tremonti si è detto positivamente sorpreso del rapporto deficit-Prodotto interno lordo.
Questo accenno di ripresa economica “Ha sorpreso anche me”, ha dichiarato.
Il Tremonti “soddisfatto” ricorda Said Al Sahhaf, il ministro dell’informazione di Saddam Hussein, quando negava la presenza dell’esercito americano a Baghdad.
L’economia italiana è andata a rotoli, ormai non lo può più ignorare nessuno, tranne Tremonti.
I dati: crescita zero nel 2005; 100.000 posti di lavoro perduti in un anno; saldo primario sceso allo 0,5% dal 3,2% del 2001; il fabbisogno di cassa del settore statale è stato di 10 miliardi di euro nei mesi di gennaio e febbraio 2006, pari al doppio dei primi due mesi del 2005.
Lo Stato è quasi alla bancarotta, ma Tremonti-Al Sahhaf, parla di risultato “oggettivamente positivo”.
L’unico risultato “oggettivamente positivo” di questo governo è stato il raddoppio dei profitti dell’attuale e temporaneo presidente del consiglio.
In questi cinque anni gli italiani hanno perso il lavoro, sono diventati precari, hanno visto il valore dei loro stipendi dimezzato.
L’economia italiana è stata gestita da incapaci, lo dimostrano senza bisogno di ulteriori analisi, i risultati che hanno conseguito.
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26 Febbraio 2006
Grazie Torino!

Le Olimpiadi invernali, con la fantastica medaglia d’oro di Giorgio Di Centa nei 50 km di fondo, sono state una boccata d’aria pura e di ottimismo per un un Paese sfiduciato.
Torino e i Piemontesi hanno dato una grande prova sotto il profilo organizzativo e della partecipazione.
Auguro al Piemonte di uscire dalla profonda crisi in cui è entrato negli ultimi anni con il ridimensionamento della Fiat e con la sostanziale scomparsa della Olivetti e di moltissime imprese dell’indotto.
In Piemonte vi sono oggi professionalità inutilizzate, ingegneri, informatici, tecnici che non vedono una via di uscita per il loro futuro. Persone che rappresentano una risorsa per il Paese che non va dispersa.
Il rilancio del settore automobilistico e dell’informatica sono due grandi sfide che il prossimo Governo deve impegnarsi a vincere.
L’Italia dei Valori nella prossima legislatura farà da subito precise proposte per favorire lo sviluppo di due settori che hanno visto l’Italia competere a livello mondiale.
In Piemonte, come nel resto del Paese, l’Italia dei Valori favorirà gli investimenti nelle aziende produttive ed innovative.
Il futuro del Paese è nello sviluppo di questo tipo di aziende.
Le tasse dei cittadini vanno investite nella creazione di occupazione duratura, non in Grandi (e inutili) Opere come il Ponte sullo Stretto di Messina.
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21 Febbraio 2006
Le scatole cinesi

il palazzo della Borsa a Milano
Le scatole cinesi sono un artifizio finanziario che consente, attraverso una struttura a piramide di società sempre più piccole, di controllare grandi gruppi con il minimo investimento di capitali.
Un meccanismo perverso che si è affermato in Italia con la scomparsa degli industriali, quelli che avevano i soldi per intenderci, e l’affermarsi dei finanzieri, quelli che li chiedono a terzi e indebitano le aziende controllate.
Le scatole cinesi possono avere effetti catastrofici sullo sviluppo delle aziende, permettono infatti di ottenere il totale controllo con un possesso marginale del capitale azionario, spesso ad una sola cifra.
Il massimo del controllo attraverso una minima proprietà ha di solito come conseguenza l’incapacità di sostenere lo sviluppo.
Una situazione definita spesso come “capitalisti senza capitali”.
Le scatole cinesi permettono di sottrarre il controllo delle società quotate in borsa agli azionisti. Infatti, nella lunga catena delle scatole cinesi, la società al vertice, quella che alla fine decide, spesso non è quotata e quindi totalmente blindata verso partecipazioni di terzi.
Le scatole cinesi tendono a portare verso l’alto i profitti dei gruppi controllati che vengono impossibilitati a confrontarsi con la concorrenza per mancanza di investimenti e perdono valore nel tempo.
Ma chi paga? Il solito parco buoi dei piccoli investitori che, se sommati, posseggono la quota di maggioranza della società, senza però alcuna autorità sulle scelte manageriali.
Nella prossima legislatura il mio partito si impegnerà per cancellare il meccanismo delle scatole cinesi e ad introdurre una maggiore trasparenza nel mercato borsistico con una più corretta remunerazione dei piccoli azionisti ed un afflusso di veri capitali.
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17 Febbraio 2006
Italia da bancarotta

immagine da The Economist
Il Presidente del Consiglio è accusato di corruzione. La notizia è su tutti i giornali di oggi.
Io ho chiesto le sue dimissioni, l’ho fatto perché ritenevo fosse mio dovere di rappresentante dei cittadini italiani.
Va detto però che questa vicenda giudiziaria, come molte altre che hanno riguardato l’attuale Presidente del Consiglio, non ha, e non deve avere, alcun significato elettorale.
Chi crede alla leggenda delle “toghe rosse” avrà pensato all’ennesimo attacco ingiustificato, gli altri ad una ulteriore conferma della sua inadeguatezza a ricoprire incarichi pubblici.
Ma gli uni e gli altri possono giudicare gli esiti sociali, politici, economici delle azioni del Governo: anche coloro che ritengono un perseguitato il suo massimo rappresentante.
Il giudizio elettorale deve riferirsi al disastro economico di cui è totalmente responsabile questo Governo. All’arretramento e all’impoverimento della nazione. Alla chiusura continua di aziende e stabilimenti.
Questo Governo non ha mantenuto nessuna promessa.
Pochi anni fa il saldo del commercio con l’estero era positivo di ben 35 miliardi di euro (circa 70.000 miliardi di lire). Il 2005 si è chiuso con un passivo di circa 10 miliardi di euro.
Il nostro Paese ha bruciato risorse per quasi 90.000 miliardi di lire in pochi anni.
E’ una situazione da bancarotta, alla quale sicuramente arriveremo se non manderemo a casa questi incapaci.
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16 Febbraio 2006
Eni e Governo al caldo, cittadini al freddo

Ieri ci sono state sul fronte dell’energia due notizie: una buona ed una cattiva. Quella buona riguarda l’istituzione dell’Antitrust che in Italia comincia a funzionare e a garantire i cittadini.
Quella cattiva riguarda l’Eni, che ha ricevuto una sanzione di 290 milioni di euro dall’Antitrust per abuso della propria posizione.
Un abuso dovuto al blocco del potenziamento del gasdotto con la Tunisia, con la conseguenza di un mancato afflusso di gas pari a 9,8 miliardi di metri cubi negli anni 2007 e 2008.
Una decisione, il blocco, presa, secondo l’Antitrust, per impedire un eccesso di offerta.
Tutti sanno che un aumento dell’offerta determina un abbassamento dei costi per il consumatore, così come tutti sanno che l’Italia sta attingendo alle sue riserve strategiche di gas per la riduzione delle forniture dalla Russia e si stanno invitando le famiglie ad abbassare e a spegnere il riscaldamento.
La decisione dell’Eni ha causato un danno economico agli italiani e sta mettendo a rischio il Paese di fronte a una futura crisi energetica.
L’Eni di fatto risponde al Governo, e il Governo è responsabile di questa situazione.
Così come, sempre il Governo, è responsabile di costi per il gas da riscaldamento in Italia tra i più alti in Europa.
L’Eni e il Governo dovrebbero essere al servizio dei cittadini, ma questo sembra l’ultimo dei loro pensieri.
I monopoli sono un danno per l'economia del nostro Paese e questo ennesimo episodio lo conferma.
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15 Febbraio 2006
BPL e credibilità del sistema bancario italiano

foto: Banca Popolare di Lodi
Lettera aperta a:
dott. Mario Draghi Governatore BANCA D’ITALIA
dott. Maurizio Sella Presidente ABI
dott. Lamberto Cardia Presidente CONSOB
p.c.:
dott. Carlo Azeglio Ciampi Presidente della Repubblica Italiana
Premesso che:
- L’ex amministratore delegato di Banca Popolare di Lodi, Gianpiero Fiorani, è in carcere perché indagato per gravi reati riconducibili alla sua carica.
- L’ assemblea della Banca Popolare di Lodi ha nominato il nuovo consiglio di amministrazione in data 28 gennaio 2006 includendo due consiglieri di amministrazione della gestione Fiorani: Giorgio Olmo, ex vice presidente, e Guido Duccio Castellotti.
- Il bilancio 2004 della Banca Popolare di Lodi è stato approvato con la partecipazione di Giorgio Olmo e Guido Duccio Castellotti il 30 aprile 2005.
- “Gli amministratori devono adempiere i doveri previsti dalla legge e dall’atto costitutivo con la diligenza del mandatario (art. 2392 c.c.). Se non adempiono ai doveri previsti dalla legge e dall’atto costitutivo e così facendo causano un danno alla società possono essere dichiarati responsabili nei confronti di questa su azione che deve essere deliberata dall’assemblea ordinaria a maggioranza dei soci (art. 2393 c.c.). Inoltre se gli amministratori agiscono con dolo o negligenza e causano un danno ai creditori sociali, a singoli soci oppure a terzi sono responsabili nei confronti di questi su azione proposta da chi resta danneggiato dall’operato dell’amministratore.”
Ritengo che la presenza di consiglieri di amministrazione della gestione Fiorani che con lui hanno condiviso scelte e indirizzi della Banca sia del tutto inopportuna per il rilancio della stessa e per la tutela dei piccoli azionisti e dei risparmiatori della Banca.
La credibilità del sistema bancario italiano, in particolare di Banca d’Italia, Consob e ABI, non può permettersi la perpetuazione nel consiglio di amministrazione della Banca Popolare Italiana di Giorgio Olmo e di Guido Duccio Castellotti.
Antonio Di Pietro.
::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::
Rispondo a Maria D'Angelo | 16.02.06 - 11:39
L’Unione non ha adottato ufficialmente il codice etico da me proposto, ma non ha sollevato nessun tipo di obiezione in merito ai suoi contenuti.
L’Italia dei Valori, com’è ovvio, lo ha applicato a sé stessa. Appena mi sarà possibile, pubblicherò su questo sito l’elenco di tutti i nostri candidati con il loro curriculum.
Cordialmente, Antonio Di Pietro.
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14 Febbraio 2006
Monopoli italiani

La competizione economica è, come sappiamo, ormai globale.
L’Italia fa parte di questo gioco e, ad oggi, visti i risultati, si può tranquillamente dire che, con un paragone calcistico, ha già perso da tempo il campionato e sta lottando solo per non retrocedere.
La produzione industriale del nostro Paese è calata nel 2005 dell’1,8% rispetto al 2004. E’ il dato peggiore dal 1993.
Produrre di meno vuol dire meno posti di lavoro, meno esportazione, meno prospettive per gli italiani, più povertà.
Le cause di questo declino sono numerose e non possono essere esaurite nel breve spazio di questo articolo.
Una però è di semplice ed immediata comprensione ed eliminabile subito, nei primi 100 giorni del prossimo Governo; se non sarà quello attuale, ovvio.
I costi per il riscaldamento, l’energia e la connettività, le cosiddette utility, sono in Italia tra i più alti in Europa.

figura tratta dall'Economist: prezzi comparati elettricità e gas in Europa
Qui non ci confrontiamo con l’India o con la Cina, ma con la Germania e la Gran Bretagna, dove i costi primari per un’azienda sono più bassi che in Italia. Come possiamo pensare di competere in una situazione del genere?
I costi delle utility devono essere allineati al livello di quelli europei. Il regime di sostanziale monopolio dei servizi va eliminato, con la concorrenza vera si avranno servizi più efficienti e minori costi.
Quello che vale per le imprese vale a maggior ragione per i privati, per le famiglie che vedono diminuire, mese dopo mese, la loro capacità di spesa.
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31 Gennaio 2006
Promozione elettorale a spese del contribuente

La discussione sulla par condicio e sull’occupazione della televisione per spot elettorali in compagnia dei nuovi nani e delle nuove ballerine da parte del centro destra e del suo esponente di maggiore o minore spicco (fate voi), ci sta distraendo dallo spreco di risorse pubbliche utilizzate per propaganda elettorale.
Una pubblicità sgangherata e mendace fatta sottraendo soldi alle famiglie italiane.
Faccio tre esempi:
- lo spot televisivo sulle Grandi Opere, quelle che non servono a nulla (ma servono, e come, a qualcuno) e che nessuno vuole, come il Ponte sullo Stretto, il Mose a Venezia e il TAC (Treni ad Alta Capacità, non TAV, l’alta velocità non c’entra nulla) in Val di Susa
- l’opuscolo che il Ministero dell’Innovazione manderà per posta a 16 milioni di famiglie illustrando l’operato del Governo e l’avvento dell’era digitale (costo: più di settemilioni di euro)
- la lettera che sarà inviata a tutti i bambini nati nel 2005 con “un grosso bacio” per informarli che hanno diritto a 1000 euro.
In Internet questo modo di operare si chiama “spamming” ed è punito dalla legge, per il Governo si chiama informare, per il sottoscritto si chiama propaganda elettorale alle spalle dei cittadini.
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Rivolto a tutti:
Ringrazio tutti per i messaggi di affetto, di stima e anche di critica.
Da questo spazio mi arrivano molti suggerimenti interessanti, idee e segnalazioni di persone che vogliono e credono che si possa realmente voltare pagina in questo Paese.
Leggo ogni sera i vostri commenti.
Purtroppo non potrò rispondere a tutti, sceglierò di volta in volta alcuni commenti tra i tanti per chiarire il mio punto di vista.
Un cordiale saluto,
Antonio Di Pietro
Rivolto a Giovanni Lo Sardo (01.02.06 11:27):
Caro Giovanni,
impedire ai condannati in via definitiva di accedere in Parlamento, italiano ed europeo, è nel mio Programma Elettorale al punto “Competitività del sistema economico”.
Ho aderito da tempo all’iniziativa “Parlamento Pulito” di Beppe Grillo.
Per riconquistare competitività dobbiamo essere credibili, i condannati in via definitiva in Parlamento ledono la credibilità del nostro Paese, mi impegnerò a rimuoverli se avrò la vostra fiducia.
Un cordiale saluto,
Antonio Di Pietro
Postato da Antonio Di Pietro in Economia | Scrivi |
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