23 Luglio 2008
Telecom: la doppia verita' ( II parte )

E’ passato solo un giorno dal deposito delle carte processuali da parte della Procura di Milano e già la matassa comincia a dipanarsi.
Innanzitutto ora cominciano ad essere note le dichiarazioni rese ai P.M. dal diretto interessato Marco Tronchetti Provera. Al di là delle formali prese di distanza dal suo accusatore – nella sostanza Tronchetti riconosce quel che sostiene Giuliano Tavaroli: l’essersi costui adoperato per fissargli appuntamenti con varie personalità politiche. Certo, Tronchetti Provera si dice ora “…convinto ex post che lui, Tavaroli, mi ha usato molto per accreditare se stesso…”. Ma resta il fatto che fino al 2006 glielo ha lasciato fare. Quindi Tronchetti a Tavaroli nel suo Ufficio lo riceveva eccome e da lui – volente o nolente – riceveva informazioni. Certo, dice che Tavaroli “…non è mai stato mio riporto diretto…” ma ammette che non era uno qualsiasi all’interno di Telecom in quanto “…ha iniziato a dipendere direttamente dal dr. Buora…” (che era il n. 2 dell’azienda, subito dopo Tronchetti stesso) e comunque “..in casi specifici, se era una cosa di importanza generale dell’azienda che mi riguardava direttamente come presidente della società, il sig. Tavaroli si rivolgeva direttamente a me…”.
Insomma, Tavaroli, in azienda si comportava proprio come si doveva comportare un riconosciuto ed accreditato Responsabile della Sicurezza: riferiva di regola all’amministratore delegato ed all’occorrenza direttamente al Presidente.
Quindi, quando Tavaroli riferisce fatti e circostanze, queste non possono essere, sic et sempliciter, cestinate ma bisogna andare a ricostruire il contesto ed a andare a “ripulire” le sua affermazioni per cercare di dipanare la matassa della verità da quella delle possibili dicerie, del millantato credito o della calunnia.
Sempre dalle carte, però emerge un’altra circostanza che retrodata nel tempo, al 2001 (e cioè in epoca incompatibile con l’arrivo dello stesso Tronchetti in azienda) l’operazione “OAK FUND”, ovvero l’operazione spionistica messa in piedi da Tavaroli e Cipriani (investigatore privato a libro paga Telecom, ora indagato pure lui) conclusasi con l’attribuzione ad esponenti del partito D.S. di un conto estero a Londra ove sarebbero stati fatti affluire somme di denaro per conto di Colaninno, che per prima si interessò all’operazione Telecom.
Se ciò è vero - questo vuol dire che – indipendentemente dalla verità o meno dell’operazione OAK FUND – Tronchetti Provera non può essere accusato di alcunché di penalmente rilevante rispetto ad essa. Nemmeno se - successivamente al suo arrivo in Telecom – ciò gli fosse stato riferito da Tavaroli (come quest’ultimo sostiene e come Tronchetti un po’ pudicamente nega).
L’attenzione deve essere pertanto spostata altrove: chi aveva interesse a ricostruire l’operazione in questione? O meglio: chi aveva interesse a “costruirla”, ad imbastirla, cioè per calare un “abito di responsabilità” addosso all’allora segretario dei D.S. Fassino? E soprattutto proprio nello stesso periodo in cui un altro abito sporco si cercava do calare addosso a Fassino con un il falso scoop Mitrokin? E chi aveva dato l’ordine a Tavaroli di eseguirla? Ed ancora in modo più pregante: l’ordine era di scovare una tangente o di costruire false prove – anche attraverso compiacenti riscontri documentali – per fare apparire che ci fosse stata? E siamo sicuri che chi è andato alla ricerche delle “prove disseminate” lungo il tragitto che ha portato i soldi a Londra era a conoscenza della eventuale strumentalità con cui erano state predisposte apposta ed a comando? Da queste risposte potremo sapere se ci troviamo di fronte ad una madornale bugia ovvero a “due verità” che – nonostante la apparente contraddizione logica - possono invece convivere fra loro: quella di Tavaroli che riferisce del conto OAK FUND (di cui peraltro qualche riscontro documentale seppur poco leggibile sarebbe agli atti del fascicolo processuale) e quella di Fassino che si è visto cadere quest’altra tegola addosso dopo il fantomatico caso Mitrokin.
A noi non resta che seguire da vicino la vicenda, convinti come siamo che la partita è appena cominciata e che il vero “puparo” che muove i fili deve ancora venire fuori.
Alla prossima puntata.
Postato da Antonio Di Pietro in Giustizia
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22 Luglio 2008
Telecom: la doppia verita' ( I parte )

L’inchiesta della Procura di Milano sull’attività di dossieraggio e spionaggio messa in piedi dalla Telecom è terminata con ben 41 capi di imputazione a carico di 34 persone: funzionari di sicurezza della Telecom stessa, prezzolati investigatori privati,qualificati esponenti dei servizi segreti, da ufficiali e sottufficiali di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza. Sono 371 pagine che illustrano uno spaccato d’Italia fatta di spioni e maneggioni che hanno lavorato alle nostre spalle e sulle nostre teste per raccattare informazioni e ricattare personalità e istituzioni. Chi volesse leggere tutto l’atto di accusa integrale clicchi qui.
Fin qui nulla di nuovo sotto il sole: è la solita Italietta dei servizi segreti deviati, delle centrali di disinformazione, dei centri di potere occulti, delle tante piccole e grandi “P2” di ritorno.
C’è però un “ma”, una discrepanza che impedisce la chiusura del cerchio: chi era – anzi, chi è - il beneficiario delle loro attività di spionaggio e dossieraggio? Si badi bene, sul piano strettamente penale, il “beneficiario” non può che essere – per geometrica sovrapposizione - anche il mandante dei delitti commessi.
L’ordinanza non lo dice, o meglio lo dice ma – almeno allo stato - non lo identifica come una “persona fisica” bensì come “due persone giuridiche”: Telecom Italia Spa e Pirelli Spa.
Se non conoscessi come lavora la Procura di Milano e non avessi certezza dell’altissima professionalità dei magistrati inquirenti che hanno operato le indagini, sarei portato a pensare che si sono nascosti dietro ad un pannicello caldo per non mettere per il momento il nome e cognome del mandante “fisico”, giacchè – per definizione e per natura – nessun crimine può essere commesso da un soggetto inanimato, come sono appunto le persone giuridiche Telecom e Pirelli, ma sempre e solo da persone che hanno occhi, mani e soprattutto “testa”.
Siccome, però, conosco come funzionano le indagini, sono pronto a scommettere che l’avviso di chiusura indagini di oggi in realtà non è una “chiusura”, ma solo una “nuova apertura”. Una nuova fase della “partita a scacchi”, ancora tutta da giocare e che la Procura di Milano si appresta a farla a tutto campo, utilizzando la fase dibattimentale come “grimaldello” investigativo per superare la cerchia di omertà e coperture che potrebbe essersi formata attorno alle dichiarazioni di Giuliano Tavaroli, organizzatore della centrale di depistaggio. Una tecnica già sperimentata da tanti altri investigatori ed anche da me all’epoca di Mani Pulite, allorché nel processo ENIMONT chiesi il rinvio a giudizio inizialmente solo di Sergio Cusani, per poi utilizzare la fase dibattimentale per mettere una di fronte all’altra le varie versioni di comodo che i protagonisti della vicenda stavano recitando.
Pure nella vicenda Telecom penso che succederà così perché è impensabile (e per Armando Spataro impossibile solo pensarlo) che la Procura di Milano abbia rinunciato a cercare il “mandante”. Tavaroli - che tanto ha fatto per la sua azienda e nell’interesse della quale lavorava - si sentirà scaricato e si vendicherà vomitando addosso ai suoi “mandanti” tutti i fatti e misfatti di cui è a conoscenza (o più semplicemente di cui dice di essere a conoscenza).
Quello sarà il momento più delicato per il lavoro dei magistrati perché dovranno distinguere i fatti dalle opinioni, il vero dal verosimile, le certezze dalle illazioni, le conoscenze dirette da quelle riferite, la verità dalle vendette.
Un assaggio della delicatezza della partita che si giocherà nei prossimi mesi è stato fornito – tra oggi e ieri – dallo stesso Tavaroli con due “messaggi cifrati” mandati attraverso interviste esclusive riferite dal quotidiano Repubblica che, intendiamoci, se da una parte ha fatto bene a pubblicarle, dall’altra deve ora stare attenta a non prestare la voce e la penna a chi “parla a nuora per far capire a suocera”: a chi, cioè, come potrebbe aver fatto Tavaroli, ha rilasciato le interviste che abbiamo letto, non tanto per far sapere ciò che abbiamo letto tutti ma per far sapere alle persone di cui non ha parlato che – prima o poi – potrebbe farlo anche nei loro riguardi se non dovessero tutelarlo a sufficienza.
Insomma un “assaggio”, o meglio un “messaggio”.
E i fatti che racconta a Repubblica – tutti ben imbastiti da una analisi storica nient’affatto peregrina – sono come fiammiferi accessi all’interno di una polveriera. Accenna a conti esteri a Montecarlo di Tronchetti Provera, butta lì i nomi dell’on.le Brancher (già condannato durante Mani Pulite) di tal Luigi Bisignani (pure lui figura di rilievo nelle stesse indagini) e così via, fino ad arrivare al conto londinese Oak Fund che egli attribuisce addirittura nella disponibilità di altissimi dirigenti DS (Fassino) e riferisce che sarebbe stato alimentato per conto di Colaninno, all’epoca della prima scalata Telecom.
E qui sta il primo inghippo: Tavaroli in questo caso non riferisce fatti di cui si dichiara a conoscenza diretta ma dice che questi risulterebbero da “…quel che ha scritto Cipriani (investigatore privato a libro paga Telecom a cui avrebbe commissionato il lavoro di accertamento, ora indagato pure lui) nel dossier chiamato “Baffino”, ora nelle mani della Procura di Milano…”.
Il “distinguo” di Tavaroli è sopraffino: egli riferisce un fatto di portata esplosiva ma di cui – almeno per ora - non si attribuisce la paternità della conoscenza ed inoltre fa riferimento ad un dossier che potrà pure esserci ma che nessuno – se non Cipriani – potrà dire che è vero. Il “messaggio” è bello che confezionato: innanzitutto per Cipriani, di cui cerca la complicità all’occorrenza (e solo Cipriani “sa” fino a che punto potrà smentirlo dato i mille rivoli di rapporti ed affari che sono intercorsi fra loro); ma anche per tutti gli altri che hanno avuto a che fare con la “centrale di informazione e controinformazione” che Tavaroli aveva architettato e messo in piedi (sembra di sentirlo: “vedete, se posso permettermi di fare addirittura il nome di una persona al di sopra di ogni sospetto come Fassino, immaginate cosa posso dire di ognuno di voi altri che invece con me avete avuto a che fare tutti i giorni).
La partita è appena cominciata e noi – da questo sito - vi terremo costantemente informati. Per ora non ci resta che prendere atto che Piero Fassino è soltanto un’esca dentro una palude di pescecani.
Alla prossima puntata.
Postato da Antonio Di Pietro in Giustizia
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21 Luglio 2008
La metastasi di Tangentopoli
Durante il mio incontro con la stampa estera, di martedì 15 luglio, ho affrontato diversi argomenti, tra i quali quello dello scandalo delle mazzette nella sanità evidenziandone le peculiarità e differenze rispetto a Tangentopoli.
Antonio Di Pietro: In Italia c'è una questione morale irrisolta dagli inizi degli anni 90.
La questione morale degli anni 90 fu chiamata con un termine che spiega bene il problema, Tangentopoli. All'epoca si voleva intendere una situazione ambientale in cui la corruzione era la merce di scambio negli affari e nella politica nella gestione delle istituzioni. Questa è una questione morale che ha creato un deficit enorme nel nostro Paese e anche una riduzione degli spazi di democrazia ed economia liberale.
La caratteristica di quell'ambientalità del fenomeno, o meglio, il treno vettore di quella ambientalità venne individuato nel sistema infrastrutturale, cioè negli appalti pubblici nell'ambito delle infrastrutture in genere, strade, ferrovie e quant'altro. A distanza di 15 anni quel sistema è rimasto intatto, il sistema cioè di una Tangentopoli diffusa e di un'azione ambientale, di una corruzione come merce di scambio, che tiene ancora bloccato il sistema liberale economico e la democrazia liberale istituzionale.
La differenza tra allora e adesso sta innanzitutto nel fatto che si è spostato il treno vettore dal settore infrastrutturale al settore sanitario. Questo comporta una maggiore difficoltà di percezione del fenomeno e una maggiore difficoltà di lotta allo stesso. All'epoca potevamo centralizzare le indagini in quanto le maggiori imprese nell'ambito del settore infrastrutturale avevano sede a Milano e indagando sul sistema imprenditoriale, sul falso in bilancio, sulle appropriazioni indebite, sui fallimenti e quant'altro, ci è stato possibile coordinare in modo unitario le indagini nei vari settori. La sanità è una di quelle materie che sono state sottoposte al cosiddetto federalismo regionale.
Al federalismo regionale tipico del sistema sanitario si è giustapposto il federalismo tangentizio, quello delle tangenti e della corruzione. Ogni regione ha il suo sistema e quindi sono nate tante piazze, tante tangentopoli. Non c'è più una Tangentopoli unitaria come negli anni 90, ma un infinità di tante piccole tangentopoli che rendono ancora più difficile la percezione del fenomeno nella sua gravità globale, e che rendono ancora più difficile il contrasto di questo tipo di criminalità perché appunto pur fermando un anello non si ferma la catena, perché ogni anello è fine a se stesso.
Nella Tangentopoli degli anni 90 indagando sul sistema dei finanziamenti ai partiti a livello nazionale dei partiti si è bloccata. Nella Tangentopoli degli anni 2010 se tu blocchi e individui i fatti che succedono in Abruzzo ti scappano quelli che succedono in Calabria.
Giornalista: Sono tanti soldi 110 miliardi di euro che volete spendere quest'anno nella sanità dello Stato. Ma bisogna cambiare il sistema della sanità?
Antonio Di Pietro: Più che cambiare il sistema della sanità bisognerebbe cambiare le persone. Sono sempre stato dell'idea che ogni volta che succede qualcosa cambiano le procedure, ma se non cambiano le persone non si cambia nulla. Il vero problema è che in Italia la classe dirigente che è rimasta compromessa è rimasta al suo posto, invece noi dell'Italia dei Valori abbiamo sempre sostenuto che ci vogliono quattro norme chiare che possono dare un segno di inversione: chi viene condannato non può essere più candidato, chi viene condannato deve essere espulso dalle istituzioni in qualsiasi ruolo abbia come impiegato pubblico, chi viene messo sotto processo deve essere sospeso dalle sue funzioni, e infine devono essere sequestrati non solo i proventi del reato di cui è stato sorpreso, ma anche i suoi beni per il pagamento dei risarcimenti dei danni. Se non si da l'idea che chi sbaglia paga non si va da nessuna parte. Io sono stato sempre accusato che mettevo dentro le persone, ma sono sempre dell'idea che menomale le mettevo dentro.
Giornalista: A proposito di Tangentopoli, se si tirano le somme non c'è una situazione paradossale per cui al posto di migliorare l'Italia ha creato i presupposti per l'affermazione di Berlusconi in politica?
Antonio Di Pietro: Anche lei, mi deve perdonare, incorre nell'errore in cui incorre sempre l'informazione, e cioè confondere Tangentopoli con Mani Pulite. Tangentopoli è una cosa, Mani Pulite è un'altra.
Tangentopoli è quel sistema di malaffare che ha corrotto la democrazia e l'economia liberale italiana. Mani Pulite è stata una potente inchiesta giudiziaria che ha fatto la radiografia del sistema. La colpa di quello che è successo dopo non è del medico che ha fatto la radiografia, ma della malattia.
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19 Luglio 2008
Il processo degli impunibili
Il 9 luglio ho pubblicato il primo resoconto d'aula del nostro inviato Daniele Martinelli al processo Mills. Con l'udienza di ieri, 18 luglio, a Milano sembra sfumare la possibilità che i cittadini sappiano la verità sui trasferimenti di denaro tra il Presidente del Consiglio e l'avvocato David Mills. Infatti tra Lodo-Alfano ed emendamenti dell'ultimo minuto, come ho spiegato nel mio articolo "Silvio libera tutti" del 16 luglio entrambi gli imputati vanificheranno gli sforzi dei giudici per imporre la giustizia.
Silvio Berlusconi ha svolto egregiamente il lavoro per cui si è fatto eleggere dai cittadini, evitare i conti con la giustizia. I cittadini però lo avevano eletto per altri motivi, e stanno pagando un altissimo prezzo per le sue menzogne elettorali.
Milano, 18 luglio 2008, Daniele Martinelli:
A palazzo di giustizia di Milano è andata in scena l'ultima udienza del processo Berlusconi-Mills con la deposizione della consulente fiscale del premier, che ha cercato di spiegare che quei milioni di dollari transitati sui conti esteri di tutta Europa non c'entravano nulla con i rapporti fra i due imputati.
L'udienza è l'ultima perché martedì il Senato voterà il Lodo-Alfano, che renderà immune Berlusconi da qualunque processo e l'incompatibilità del collegio giudicante presieduto da Nicoletta Gandus.
Mercoledì è prevista la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale e giovedì la fulminea approvazione senza attendere i 15 giorni canonici.
Silvio Berlusconi, da imputato per corruzione in atti giudiziari, diventerà impunito. I
l suo coimputato David Mills la farà franca a sua volta dopo l'emendamento che il governo ha inserito nel cosiddetto pacchetto sicurezza all'ultimo minuto, che di fatto creerà maggiore insicurezza poiché renderà impuniti tutti i criminali che si macchiano di reati condannabili fino a 7 anni e mezzo di carcere.
Per David Mills basterà patteggiare, ossia ammettere le proprie colpe, per ottenere le attenuanti generiche, oltre che uno sconto di pena di un terzo, che ne caso di 7 anni di condanna per corruzione si ridurrebbe a 5 anni per lo sconto derivato dal pattegtiamento e a 2 anni con gli ulteriori 3 anni sottratti per l'indulto. Alla fine, 2 anni di condanna, essendo meno di 3, farebbero evitare il carcere al prestanome britannico di Silvio Berlusconi e una sentenza senza spiegazione delle motivazioni di colpevolezza, che nel caso di David Mills coinvolgerebbero per forza l'immune Silvio Berlusconi che se da un lato scamperà alla condanna penale, dall'altro non la farebbe franca sul piano morale e di immagine all'estero. Con l'emendamento dell'ultimo minuto si chiuderà un processo senza far luce sui reati commessi.
David Mills è stato l'inventore delle società estere riconducibili a Berlusconi e artefice dei giri di danaro transitati su di esse, tra cui All Iberian, utilizzata dal premier per finanziare con 22 miliardi di lire il partito socialista di Bettino Craxi alla vigilia dello scoppio di Tangentopoli.
Una ragnatela di società estere sulle quali, secondo calcoli non azzardati, sono transitati almeno 2 mila miliardi di lire tutti sottratti al controllo del fisco italiano e quindi ai cittadini stessi.
Per salvare 2 imputati destinati a sicura condanna, il governo Berlusconi sfascia la giustizia lasciando per la strada migliaia di malavitosi.
Alla faccia della sicurezza.
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18 Luglio 2008
Zitto tu, poliziotto
L'Italia dei Valori è un partito fuori dalle logiche della corruzione, e per questo rappresenta una piaga per gli atri partiti.
Quanto sta accadendo in Abruzzo è già accaduto nel Lazio e più recentemente nelle cliniche lombarde. Nulla di nuovo sotto il sole e nulla cambierà, statene certi, finchè non si rinnoveranno le facce della politica.
Durante tangentopoli gli imprenditori edili pagavano mazzette ai politici per poter lavorare, ora i politici dispongono dei soldi, quelli del sistema sanitario, affidati alle autonomie di ciascuna regione, e con quei soldi comprano favori e voti affinché il sistema reiteri e garantisca la loro permanenza al potere.
L'Italia dei Valori ripudia questo modo di fare politica. E' un partito che vuole invece denunciare il marcio della politica perchè non ne accetta i suoi compromessi. Questo comportamento "virtuoso", che noi definiamo "normale", infastidisce centrodestra e centrosinistra e attira su di noi e sulla mia persona attacchi di ogni genere da parte di politici, che spesso utilizzano l'informazione pubblica da loro manovrata.
L'opera assidua volta a screditarci è vanificata dai fatti che vedono la classe dirigente ogni giorno coinvolta in ruberie e atti di malcostume di ogni sorta.
La nostra protesta è sempre più forte perchè ogni giorno i cittadini si accorgono di essere oggetto di vergognosi raggiri e si uniscono a noi. L'Italia dei Valori non ha i giornali, non ha le televisioni di cui dispongono questi signori, noi dalla nostra abbiamo solo l'etica, la moralità, la competenza e il senso civico.
C'è voglia di cambiare nel paese, l'Italia dei Valori rappresenta l'unica, reale alternativa per una riforma radicale della politica italiana.
In questa intervista rilasciata alla stampa estera ho illustrato le vere riforme di cui c'è urgenza per riformare il sistema giudiziario e metterlo nelle condizioni di funzionare efficacemente. Riforme ben lontane dei vili attacchi, dai decreti, dalle leggi vergogna che questo governo sta mettendo in atto dal giorno dopo le elezioni con l'unico obiettivo di liberarsi della macchina della giustizia per poter agire indisturbato.
A breve il testo dell'intervista.
Postato da Antonio Di Pietro in Giustizia
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16 Luglio 2008
Silvio libera tutti
Oggi ho rilasciato alcune dichiarazioni ad una trentina di giornalisti della stampa estera. Ho trovato i giornalisti molto interessati, se non increduli, per quanto sta accadendo nel nostro Paese. Una fase economica molto difficile, di recessione, aggravata da un dilagante malcostume nella gestione della res publica e da una classe politica che sembra vivere su un altro pianeta. Effettivamente questa sensazione è più che giustificata vista l’attività parlamentare di questi ultimi mesi. Riporto una parte del discorso sulla nuova e sbalorditiva norma “salva amici del Premier”. Il discorso è semplice, la larga maggioranza dei reati non è più punibile. Ora il sistema giudiziario italiano è KO, speriamo sia sufficiente per permettere alla banda di governo di fare gli interessi dei cittadini.
Intervista:
Antonio Di Pietro: Io credo che il compito principale del governo, e anche dell’opposizione, oggi nel nostro Paese, ma non solo nel nostro Paese, debbano essere le questioni di rilevanza economica, specie in vista di una recessione cavalcante e in vista di un potere d’acquisto bloccato da parte delle famiglie e, per quanto riguarda l’Italia, a differenza di altri Paesi, di un deficit pubblico potenzialmente in aumento e di uno spreco di pubblico denaro irrazionale e ancora non controllato.
Questi sono i mali d’Italia che si innestano sui mali delle moderne democrazie liberali che troviamo all’interno del mondo occidentale. Rispetto a questi temi, che rappresentano l’urgenza dell’agenda politica italiana, al contrario, già dal primo giorno in cui si è insediata l’attuale legislatura, ci stiamo occupando di tutt’altro. Addirittura ce ne stiamo occupando con decretazione d’urgenza, come se queste fossero le urgenze e le emergenze del Paese e non le questioni a cui ho prima accennato.
Tra queste segnalo una progressione di leggi fatte approvare per specifici interessi personali del premier. Segnalo innanzitutto questa situazione: fin’ora non c’è stato un solo provvedimento d’urgenza che non contenesse in sé almeno una norma che interessi in via personale il premier stesso, o qualcuno dei suoi amici. E l’anomalia che noi dell’IdV contestiamo è che queste norme ad personam sono inserite all’interno di provvedimenti, che di per sé potrebbero avere una valenza anche importante, ma che diventano veicolo di interessi strettamente personali. Fatta questa premessa, ripercorrendo la normazione d’urgenza fatte in queste settimane, noi vediamo che il primo atto del governo è stato il decreto legge con cui sono stati approvati e ratificati una serie di disposizioni dell’Unione europea e della commissione europea, con cui sono stati prorogati tutta una serie di termini obbligatori che erano in scadenza: il cosiddetto decreto “proroga - termine”. Il primo decreto ad essere stato fatto. Si tratta di un decreto realmente urgente. Se scadono i termini, e le cose non sono finite, bisogna farle, ma inserire all’interno di quel provvedimento e per di più in violazione della Corte di giustizia europea, la norma salva Rete 4 è un abuso personale in atti legislativi. E così, è necessario fare una serie di interventi per rendere più efficiente la lotta alla criminalità, ma all’interno di questi inserire una norma per ridurre le intercettazioni, impedendo la pubblicazione di quelle rilevanti, in virtù di esigenze personalissime del Presidente del Consiglio, addirittura esigenze notturne dello stesso, a noi questo pare davvero un abuso di funzione.
Così noi dell’Italia dei Valori contestiamo il fatto che, all’interno di un pacchetto sicurezza, che di fondo noi auspichiamo poiché c’è bisogno di una legislazione che dia più sicurezza ai cittadini, vengano inserite norme che di fatto arrivano a creare ancor più insicurezza.
Con il provvedimento approvato ieri, un ultimo emendamento, dell’ultimo minuto, di fatto ha reso impunibili tutti i criminali che vengono condannati ad una pena effettiva fino a sette anni e mezzo. Ogni cittadino italiano che alla fine del processo riceve una pena fino a sette anni e mezzo, non farà un solo giorno di carcere.
Giornalisti: Perché?
Antonio Di Pietro: Ed è amaro per me, conoscitore della materia, costatare come l’informazione su questo tema, sia sostanzialmente assente. Io ieri l’ho detto nel corso mio intervento, ma evidentemente è un’informazione che nono si vuol far circolare. Allora, vediamo cosa è stato inserito in questo provvedimento: è stata inserita una norma che io ho definito “salva-amici del premier”. Ma facciamo un passo indietro. Noi ogni giorno facciamo un decreto legge finalizzata a sistemare una pratica che serve a lui, aveva necessità di fare una legge che bloccasse i suoi processi, perché alcuni processi sono arrivati a sentenza e non riesce in questa legislatura a fare ciò che è riuscito a fare nell’altra: restringere i tempi sulle prescrizioni, depenalizzare alcuni reati, in questa legislatura il premier ha dovuto per forza pretendere una norma che bloccasse i processi che lo riguardassero, così ha fatto la salva- premier. La “salva premier” salva il premier ma non i cittadini. e nel processo salva premier, quello David Mills gli imputati sono due, lui e David Mills, ma il reato è uno, in concorso fra tutti e due. Allora, facciamo il caso che l’imputazione fosse di rapina, in concorso tra me ed un’altra persona, e su di me non si potesse procedere, il giudice che fa la sentenza nei suoi confronti, per motivare la sua colpevolezza, cioè aver fatto una rapina insieme a me , deve necessariamente parlare anche di me. Deve spiegare chi ha fatto il palo, e chi ha preso i soldi. Deve necessariamente motivare su tutti e due. Pur avendo salvato sé stesso da un processo penale, ciò non lo salva da un processo politico e morale nei confronti del premier. Perché il processo nei confronti di David Mills va avanti lo stesso. L’altro ieri è stato fatto il processo salva-premier, io con quel processo ho chiesto di rivedere gli atti., denunciai e dissi al premier, i suoi avvocati hanno sbagliato ancora una volta dissi ieri, perché hanno pensato ma salvare lei, ma si sono dimenticato di salvare il suo complice, quindi lei riceverà lo stesso la condanna morale e politica. Neanche a farlo apposta, il giorno dopo, hanno inserito anche la norma “salva-amici del premier”. Io lo denunciavo per la scorrettezza, loro hanno fatto due scorrettezze.
Giornalisti: Cosa dice questa norma?
Antonio Di Pietro: Questa norma dice.. ma dobbiamo fare ancora un passo indietro, in Italia come in tanti altri ordinamenti giudiziari, esiste l’istituto del patteggiamento, un istituito di rilevanza inglese ? , cioè la possibilità che accusa e difesa si accorgano della possibilità di patteggiare una pena e in quel caso il giudice riduce di un terzo la pena. La caratteristica, la ratio, quale è? Io Stato non perdo tempo a fare un processo, ad acquisire prove, ad ingolfare la giustizia, in cambio se voi vi accordate sulla pena, riduco di un terzo quello che alla fine ti dovrei dare. Di più, nella motivazione della sentenza, non devo spiegare le ragioni della colpevolezza, perché il patteggiamento non equivale a sentenza di condanna, ma a sentenza di presa d’atto sull’accordo di una pena, a prescindere dalla colpevolezza. È un modo che si usa in tutte le legislazioni per abbreviare i tempi e per trovare un punto d’incontro sull’applicazione di una legge.
L’emendamento emesso ieri all’ultimo minuto, che cosa ha detto? Ha detto che l’applicazione della pena, cioè il patteggiamento si può fare anche con i processi in corso e già finiti. Intanto, aveva un senso fare il patteggiamento della pena, secondo la norma originaria, in quanto si faceva prima del processo, adesso si dà la possibilità a tutti di fare il processo, di perdere ugualmente tempo, di arrivare alla fine, e il giorno prima di andare in Camera di Consiglio,per decidere quale è la pena, l’imputato ed i suoi difensori, sanno che prove si sono acquisite nel dibattimento, e se sono colpevoli, mica sono scemi! Si prendono un terzo della pena in meno. Perché è stata introdotta questa diversità? che è un assurdo perché non ha più quella ratio propria di chi dà un terzo di pena in meno prima che si fa un processo e quindi prima che si accerta la colpevolezza. Perché è stata tolta? Perché così nel processo Mills il coimputato, lui per cui non era stato accettato il procedimento iniziale – non era stato richiesto perché speravano di trovare una soluzione iniziale - adesso a processo finito, possono applicarla. L’applicazione del patteggiamento al processo Mills comporta innanzitutto che Mills avrà una pena che non dovrà scontare perché ridotta si ridurrà entro i limiti che vi dirò tra poco. E quindi a Mills ciò potrà andare bene, una volta che valuta le carte e pensa di poter essere condannato. Secondo, che nella motivazione non dovrà più spiegare la colpevolezza, e quindi nessuno potrà più permettersi di dire “Berlusconi ma tu sei co-reo perché la motivazione dice la tua colpevolezza. Per ottenere questa assurda soluzione personalissima, volete sapere quali sono i danni per il paese? Sono i seguenti. Mettiamo che l’imputato sia condannato a sette anni e mezzo, la condanna effettiva che si riserva a rapinatori, stupratori, spacciatori di droga effettiva, perché una condanna a quindici anni tra attenuanti generiche, incensurati, una condanna a sette anni e mezzo è già una bella pena, nel processo di tangentopoli nessuno è stato condannato a più di sette anni, addirittura i tentati omicidi. tutti questi reati, alla fine del processo l’interessato cosa dice? Bene, patteggio a sette anni e mezzo, con il patteggiamento a sette anni e mezzo, la pena si riduce di un terzo, e si arriva a cinque anni. Tre anni l’abbiamo abbonati per l’indulto dell’anno scorso – e sono due - con la condanna a due anni è obbligatorio l’affidamento ai servizi sociali, l’imputato non può andare in galera. La condanna a sette anni e mezzo comprende quasi la totalità dei reati, fatta eccezione per l’omicidio, i sequestri di persona a scopo di estorsione e i reati di terrorismo, su sette anni e mezzo a causa del patteggiamento si scende di un terzo, due anni e mezzo, quindi cinque anni rimangono. A questo punto dovrebbero essere scontati cinque anni ma tre anni sono stati condonati a causa dell’ indulto schifoso, noi abbiamo detto no.. e quindi ne rimangono due. Quando hai una pena fino a due anni, la legge italiana prevede l’obbligatorietà dell’affidamento ai servizi sociali, perché è una pena minima e quindi non si manda in carcere.
Giornalisti: Come per Previti?
Antonio Di Pietro: Si, come per Previti.
Allora per non avere una motivazione di coimputati, da cui si poteva rilevare una prova morale e politica di una corresponsabilità, inserisce una norma del pacchetto sicurezza e attenzione è proprio questo il dramma, stiamo parlando di un pacchetto in cui viene detto ai cittadini "stiamo facendo una serie di norme per combattere la criminalità e per produrre più sicurezza", e prevede tutta una serie di norme che però non produrranno alcun effetto perché tutti i criminali restano fuori. Questo ho cercato di spiegare ieri, forse ho sbagliato a leggerlo, perché avrei dovuto parlare in “dipietrese” , ogni volta che leggo non parlo dipietrese e questo mi crea dei problemi, prometto che non lo faccio più!
Postato da Antonio Di Pietro in Giustizia
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10 Luglio 2008
Ingiustizia approvata
Oggi ho pronunciato in aula la nostra dichiarazione di voto contraria alla "salvapremier", o lodo Alfano, perché viola il principio secondo cui tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, nessuno escluso.
"Sig. Presidente del Consiglio che non c’e’,
Oggi Lei non è soltanto assente. Oggi Lei è contumace!
Sì, contumace - sig. Presidente del Consiglio che non c’è - perché oggi in quest’Aula non si sta approvando una legge giacchè una legge per definizione dovrebbe essere una norma generale che riguarda tutti.
E non ci venga a dire che non c’è perché impegnato altrove. Possiamo benissimo aspettare che ritorni, giacchè non vediamo proprio alcuna urgenza per approvare una legge del genere.
Stiamo approvando, invece uno specifico provvedimento che serve a Lei e solo a Lei!
Lei, in altri termini, ha trasformato il Parlamento in “magistrato speciale” che ora è chiamato – ma che dico, obbligato – ad emanare un provvedimento para-giudiziario di proscioglimento perché l’imputato si chiama Silvio Berlusconi!
Insomma lei – sig. Presidente del Consiglio contumace – finalmente è riuscito nel suo scopo: scegliersi il giudice che più le piace.
Un giudice, diciamo così domestico!
Ed appunto perché tratta il Parlamento come suoi domestici, non ci degna della sua presenza neanche oggi che ci chiama a violare la Costituzione per farle un favore.
Certo, in quanto suoi domestici, alcuni di noi possono sempre sperare che – poi - alle prossime elezioni Lei, dall’alto della Sua magnanimità, li riconfermi nell’incarico visto che la legge elettorale Le consente questo potere di vita o di morte!
Ma, mi creda, sig. Presidente del Consiglio contumace, ci avrebbe fatto davvero piacere guardarla in faccia almeno oggi che la mandiamo in Paradiso.
Però attenzione, imputato Berlusconi! Attenzione perché ho l’impressione che qualche suo domestico parlamentare – per la troppa fregola di difenderla – credo abbia sbagliato ancora una volta a scrivere la norma.
Se lo ricorda il caso Previti? Anche quella volta, per la troppa fretta di fermare il processo, la legge che si era fatta confezionare venne dichiarata incostituzionale e si risolse in un boomerang tanto che Lei dovette sacrificare il suo fido Previti per salvare se stesso!
Anche ora il caso può ripetersi perché anche questa volta Lei è sotto processo insieme ad un altro complice: l’avvocato inglese David Mills. Sì quel “testimone un po’ così” che, purtroppo per Lei, ha già ammesso per iscritto – brutto comunista che non è altro in combutta con altrettanti brutti e cattivi giudici comunisti inglesi – di aver ricevuto da Lei una cospicua somma di denaro per dire il falso ai giudici italiani in un processo dove Lei, Presidente Berlusconi era imputato!
Ed allora, come crede Lei di poter svolgere serenamente le sue funzioni nel caso il suo complice venga condannato per un reato che – secondo l’Accusa - avete fatto insieme?
Ohh, lo so! Qualcuno, per Lei, andrà dal giudice per dire che anche il processo al sig. Mills si deve fermare.
Ma Lei, oramai, dovrebbe saperlo: a Milano non ci sono i giudici domestici che oggi Lei si è nominato in questo Parlamento. Lì ci sono giudici veri che la legge la applicano veramente e seriamente.
Ah, certo! A quel punto, Lei andrà a sostenere che – siccome i giudici di Milano non le hanno dato ragione - vuol dire che ce l’hanno con lei e che c’e’ in atto un teorema politico dei soliti comunisti brutti e cattivi per impedirle di camminare sulle acque e di moltiplicare i pani e i pesci necessari per sfamare il popolo italiano!
Ma a quel punto – glielo segnalo per tempo – sig. Presidente del Consiglio contumace - i giudici di Milano faranno ricorso alla Corte Costituzionale – non perché lo dico io, ma perché è nella logica delle cose - e vedrà che anche questa volta la norma verrà dichiarata abusiva rispetto alla nostra Carta Costituzionale.
A meno che Lei non voglia riservare anche alla Corte Costituzionale lo stesso trattamento che voleva riservare al Consiglio Superiore della Magistratura, allorchè si permise di dissentire dalla sua dissennata proposta di legge tesa a bloccare oltre 100.000 processi e tutti i tribunali italiani solo per bloccare il Suo. Proposta che ora – con una faccia tosta che non ha pari - è disposta a ritirare visto che non le serve più.
Ma in quel caso – stiano tranquilli i cittadini italiani – ci vuole una legge di modifica costituzionale e quindi saranno alla fine chiamati loro stessi ad esprimersi se accettare o meno la dittatura dolce che il Governo Berlusconi vuole propinarci!
Dica la verità, sig. Presidente del Consiglio contumace, Lei si è pure fatto mettere una norma di “sfogo” nella sua “salvapremier”: la facoltà di rinunciare alla sospensione del processo.
Non perché ci voglia rinunciare già da oggi ma solo per tenersi una chance nel caso il coimputato Mills venga assolto. Beh, allora – e solo allora – lei rinuncerà alla immunità. Solo quando avrà letto una sentenza che la proscioglie.
Sia chiaro, noi dell’Italia dei Valori votiamo contro il provvedimento “salvapremier” perché siamo contrari a questa norma a prescindere dal fatto che oggi essa serva per favorire Berlusconi e domani chissà chi.
Noi dell’Italia dei Valori siamo contrari a questa legge perché riteniamo immorale – prima ancora che incostituzionale – che 4 cittadini italiani 4, per il solo fatto che svolgono un lavoro invece che un altro, possano commettere qualsiasi reato durante il loro mandato senza che nessuno possa dire loro nulla, nemmeno se impazziscono e se si mettono ad uccidere mogli, stuprare bambini, violentare o subornare donne indifese, detenere e spacciare droga, arraffare la cassa dello Stato, costituire nuove P2 e così via.
Riteniamo poi un pasticcio giuridico il fatto che – siccome è stato previsto che la sospensione avvenga solo ad azione penale avviata (e cioè solo dopo la chiusura delle indagini preliminari ed a richiesta di rinvio a giudizio depositata) - potremmo un domani avere il caso di un Presidente che viene pure arrestato in flagranza di reato per il quale il provvedimento cautelare è obbligatorio ex art 68 Cost e siccome non può essere processato rimane a svolgere le sue funzioni dal carcere dell’Ucciardone invece che da Montecitorio!
E con quali garanzia di terzietà potrà svolgersi l’azione civile al posto dell’azione penale prevista dalla odierna legge per tutelare le parti offese se ad essere offeso dovesse essere lo Stato stesso in caso ad esempio di peculato? Potrebbe mai aver un senso una causa civile intentata mettiamo dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi contro l’imputato Berlusconi Silvio in cui la stessa persona con una mano chiede il risarcimento del danno e con l’altra la nega?
Insomma, noi dell’Italia dei Valori siamo dell’idea che tutti i cittadini devono essere considerati uguali davanti alla legge e se una delle alta cariche dello Stato è accusata di aver commesso qualcosa di penalmente rilevante deve essere semmai giudicato prima e non dopo gli altri.
Lo dico in modo chiaro non solo ai colleghi della maggioranza ma anche a quegli amici del Partito Democratico che oggi hanno dichiarato la loro disponibilità a considerare possibile in futuro la previsione di una norma generale ed astratta che preveda la sospensione dei processi alle alte cariche dello Stato.
Anche di questo ovviamente dovremo tenere conto allorché ci sarà da ridiscutere il modo di stare insieme, come da voi ieri chiesto ed oggi anche – ancora di più - da noi!"
Postato da Antonio Di Pietro in Giustizia
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9 Luglio 2008
Non si puo' mentire per sempre
Nell'articolo del 27 giugno ho scritto che il 7 luglio un inviato di Italia dei Valori avrebbe seguito l'udienza del processo Mills, esattamente come ho fatto per il processo Spartacus. Questo il servizio realizzato dove potrete seguire l'intervista a Nicolò Ghedini avvocato di Silvio Berlusconi e parlamentare di Silvio Berlusconi.
"Processo Berlusconi-Mills. Il Premier imputato per corruzione in atti giudiziari rischia una condanna fino a 6 anni. Nell'udienza di oggi la deposizione di un consulente della difesa che cerca di spiegare i movimenti di denaro attraverso le società offshore di Berlusconi.
Daniele Martinelli: Siamo al tribunale di Milano. Dietro queste porte si sta tenendo l'udienza del processo Mills che vede imputato Silvio Berlusconi. Non è possibile entrare con le telecamere, è stato vietato, quindi non è possibile riprendere e fare immagini, tanto meno registrare la requisitoria del Pm. L'udienza è cominciata attorno alle 11, è l'una e venti e sono passate circa due ore e mezza. E' uscito l'avvocato Ghedini, il parlamentare che si occupa direttamente della causa del Premier. Ha rilasciato qualche intervista ma lo stiamo ancora aspettando per avere altre notizie.
Ecco il giudice Nicoletta Gandus, ricusata o meglio rifiutata da Berlusconi. Ovviamente la mossa serve ad allungare i tempi del processo e avvicinare la prescrizione e anche l'annullamento per via del lodo Alfano, lodo dal sapore incostituzionale già approvato dal Senato e messo davanti ad ogni altra priorità anche alla Camera. Lodo che rende immuni da ogni reato il Presidente della Repubblica, della Camera, del Senato e ovviamente del Consiglio dei Ministri, unico imputato.
Ghedini: Spero che la nostra maggioranza le modifichi perché effettivamente sottrarre risorse alla giustizia in questo momento sarebbe sbagliatissimo. Ho sempre sostenuto che la magistratura deve avere grandi risorse e deve avere assoluta indipendenza.
Come avete sentito il parlamentare difensore di Berlusconi critica ciò la maggioranza che lui stesso rappresenta si appresta a fare, e cioè tagliare del 40 per cento i fondi alla giustizia. Ma ora cerchiamo di avvicinarlo noi.
Martinelli: Avvocato Ghedini mi scusi. Il processo Mills, questa vicenda del processo si lega un po al fatto che Berlusconi ha parlato delle toghe rosse, ma dobbiamo ricordare giustamente che tutto parte dalla denuncia del fisco inglese che trasferisce al fisco italiano.
Ghedini: Tutto parte da un inchiesta non del fisco inglese, ma da una vicenda molto più antica sui diritti. Poi c'è una trasmissione che poi giustamente la procura ha valutato e ha iniziato un indagine. Io credo che questa indagine si sarebbe dovuta fermare all'esito delle ulteriori prove che noi abbiamo portato.
Martinelli: Ma state facendo tutto di corsa per approvare prima il lodo Alfano e la blocca processi per evitare una sentenza?
Ghedini: No, guardi, qui stanno facendo tutto di corsa per finire il processo. Noi siamo contenti perché siamo convinti che saremo assolti. Il lodo invece è una questione politica dove si vuole togliere una ragione di critica e polemica politica.
Martinelli: Ma che ragione c'è di bloccare tutti i procedimenti entro il 31 giugno del 2002?
Ghedini: Quella è stata una scelta dei relatori che è correlata alla prescrizione. Lei sa che la prescrizione nel nuovo ordinamento, con la legge più recente, si consuma in 6 anni in atti interruttivi. Adesso se mi lascia andare a mangiare...
Martinelli: Però con il lodo Alfano quattro persone non saranno più uguali davanti alla giustizia e la legge.
Ghedini: Io credo che cosi avremo una situazione delle problematiche tra politica e giustizia assai più distese e un Presidente del Consiglio che quando non sarà più Presidente del Consiglio si farà processare.
Martinelli: Ammesso se arriverà al Quirinale.
Ghedini: Anche se arriva al Quirinale, non è più reiterabile.
Voce fuori campo: E se lo nominano in questa legislatura?
Ghedini: Lo stesso, non può durare più di 5 anni comunque, c'è scritto espressamente.
Voce fuori campo: Ve la cavate sempre, siete forti ragazzi, siete forti.
Ghedini: Facciamo il possibile.
Voce fuori campo: Siete bravi siete bravi.
Ghedini: Abbastanza.
Voce fuori campo: Però lo scandalo e la vergogna non si prescrivono caro Ghedini, ricordatelo.
Ghedini: E' vero. Quello è un problema suo.
Attendiamo il suo ritorno dalla pausa per avere qualche altra informazione. Ghedini mostra un po di imbarazzo.
Martinelli: Perché avete vietato le telecamere di riprendere il processo, visto che riguarda il Presidente del Consiglio?
Ghedini: Ma io sarei contento che ci fossero le telecamere, anzi è il tribunale che le ha vietate.
Martinelli: Non l'avete chiesto voi?
Ghedini: Ma neanche per sogno. Mai stato, anzi sarei contento che ci fossero le telecamere.
Martinelli: Ma il dibattimento non è pubblico?
Ghedini: Il pubblico può entrare ma non consentono di riprendere. Questo secondo me è sbagliato in un processo come questo. Non sappiamo la ragione.
Proviamo a pensare quale motivo avrebbe un giudice di vietare l'ingresso alle telecamere in un dibattimento pubblico che riguarda tra l'altro un personaggio pubblico come il capo del governo, se non su pressioni da parte della difesa stessa, in questo caso da parte dello stesso Ghedini e dal suo gruppo di avvocati che difendono Berlusconi.
Martinelli: Avvocato, mentre aspettiamo che riparta l'udienza ancora un paio domande. Ci sono stati cento costituzionalisti che hanno sollevato seri dubbi di legittimità e costituzionalità riguardo sia il lodo Alfano che il blocca processi.
Ghedini: Certo, più che legittimo. In diritto le opinioni sono le più variegate. Ci sono moltissimi costituzionalisti che sono stati organizzati da Gaetano Quagliariello che sostengono esattamente il contrario. Il diritto è anche bello per quello.
Martinelli: Il processo che riguarda Berlusconi e le intercettazioni con Saccà è stato trasferito a Roma. Contento?
Ghedini: Si, sono contento perché effettivamente la competenza è romana. Sarò più contento quando me lo assolveranno anche li.
Martinelli: Ma rimane comunque il problema del ruolo di Berlusconi, dove da parlamentare chiede favori a un direttore di rete, che non è nemmeno la sua ma della diretta concorrente, e quindi uno scambio di attrici per far cadere il governo Prodi.
Ghedini: Ma no, se lei legge le intercettazioni non è assolutamente cosi. Non c'è alcuno scambio di favori, ma solo delle segnalazioni come avviene..
Martinelli: L'ha detto lui al telefono, Berlusconi. Per esempio su Elena Russo cosi il senatore mi vota contro.
Ghedini: Ma no, non è assolutamente detto cosi. Le intercettazioni ce le ho tutte.
[Intercettazione telefonica tra il Presidente Silvio Berlusconi (P.) e Saccà (S.):
P: con la Elena Russo non c'era più niente da fare? Non c'è modo...?
S: no .. c'è un progetto interessante .. adesso io la chiamo ..
P: gli puoi fare una chiamata? La Elena Russo; e poi la Evelina Manna. Non centro niente io, è una cosa ... diciamo ... di...
S: chi mi dà il numero?
P: Evelina Manna ... io non c'è l'ho ...
S: chiamo ..
P: no, guarda su Internet ..
S: vabbè, la trovo, non è un problema ... me la trovo io ..
P: ti spiego che cos'è questa qui ..
S: ma no, Presidente non mi deve spiegare niente ..
P: no, te lo spiego: io stò cercando di avere ...
S: Presedente, lei è la persona più civile, più corretta..
P: allora ... è questione di .. (parola incomprensibile, le voci si accavallano) ....
S: ma questo nome è un problema mio ...
P: io stò cercando ... di aver la maggioranza in Senato ... ]
Ghedini: Lei sul sito dell'Espresso può leggere quello che vuole, venga a leggersi le intercettazioni e le faccio avere quelle giuste.
Martinelli: Quelle riscritte, ma la voce di Berlusconi è una.
Ghedini: La voce di Berlusconi è una, basta che lei le ascolti e non dice assolutamente quello che lei prospetta. Mai ha detto Berlusconi “prenditi la Elena Russo e quell'altro vota cosi”. Lo escludo categoricamente. Proprio non dice affatto cosi, ma semplicemente che c'è un attrice a cui sarebbe interessato un senatore dell'allora maggioranza, tutto qui, ma non fa alcun collegamento diretto, tanto che per questo non c'è nessuna imputazione.
[Silvio Berlusconi per questa vicenda è indagato per corruzione e tentata corruzione]
Ghedini: Vado dentro, ci vediamo dopo.
Martinelli: Può chiedere se ci lascia entrare?
Ghedini: Chiedeteglielo voi, più che volentieri. Dovete chiederlo voi, non posso chiederlo io. Non ho un interesse diretto. Se lei lo chiede vi fate autorizzare. Io non mi oppongo, anzi.
Il dibattimento quindi procede a porte chiuse. Il momento di massima tensione è stato raggiunto quando Ghedini ha detto: “Prendiamo atto dell'ennesima violazione del diritto alla difesa”.
In attesa intanto che l'istanza di ricusazione sia discussa nei prossimi giorni il presidente del collegio Nicoletta Gandus ha tirato comunque dritto per la sua strada calendarizzando gli ultimi appuntamenti, ossia l'audizione a Lugano del banchiere Paolo Del Bue fissata per lunedì dopo mille rinvii. Intanto i difensori hanno chiesto di rinviare questa audizione l'esame dei due periti che dovevano chiarire il passaggio dei 600 mila dollari dai conti riconducibili a Berlusconi a quelli di Mills, la prova della corruzione. Il Pm Fabio De Pasquale si è opposto alla richiesta e il collegio gli ha dato ragione. In aula è stata la volta del professore Andrea Perini che ha analizzato i conti esteri in mano all'accusa ribaltando la tesi della procura. Lunedì prossimo la corte di trasferirà in Svizzera. Il 19 settembre prossimo, a patto che la ricusazione venga respinta, il processo potrebbe concludersi con l'inizio della requisitoria del Pm, ma dietro l'angolo già si vede l'immunità con il lodo Alfano."
Postato da Antonio Di Pietro in Giustizia
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3 Luglio 2008
Le nomine dei procuratori
Pubblico il video e il resoconto stenografico della mia interpellanza urgente illustrata oggi alla Camera dei Deputati: "Orientamenti del Ministro della giustizia in merito al concerto da esprimere per la nomina del dottor Antonio Franco Cassata a procuratore generale presso la Corte di appello di Messina"
"Signor Presidente, stiamo parlando della futura nomina a procuratore generale presso la Corte di appello di Messina del dottor Antonio Franco Cassata, nei confronti del quale, nel maggio 2008, la competente commissione del CSM ha proposto la nomina ed oggi il Ministero della giustizia è chiamato ad esprimere il proprio concerto.
Vorremmo, da questi banchi, fare alcune «fotografie» e, con una sequenza quasi fotografica, illustrarvi chi è il dottor Antonio Franco Cassata, affinché voi, nella vostra responsabilità, possiate decidere se dare o meno il concerto alla nomina a procuratore generale presso la Corte di appello di Messina di tale magistrato.
Abbiamo molto rispetto della magistratura e di tutti i suoi componenti, l'abbiamo sempre difesa, però riteniamo che sia necessario che, quando si occupano cariche di questo genere, chi deve assegnare questo incarico, deve prendere atto non solo dei fatti soggettivi che riguardano la persona, ma anche dell'ambiente in cui egli viene a trovarsi ad operare e delle eventuali incompatibilità o inopportunità che questa nomina possa essere assegnata."
Pertanto, permettetemi di fare alcune «fotografie» della situazione che, lì, si sta verificando: chi è il dottor Antonio Franco Cassata? Egli si trova alla procura generale di Messina, dove svolge funzioni di sostituto dal 1989; da sempre si trova lì e da sempre svolge, appunto, attività di pubblico ministero alla procura generale. Egli stato anche già, per molto tempo, presidente di un circolo culturale a Barcellona Pozzo di Gotto, che si chiama Corda fratres: un circolo culturale di cui è stato presidente e, per sua stessa ammissione, il principale animatore; un circolo culturale che era ben frequentato: era frequentato da importanti esponenti della massoneria, della realtà che conta nel luogo ed anche da tale Giuseppe Gullotti.
Giuseppe Gullotti non è un personaggio qualsiasi; è un boss incontrastato della mafia barcellonese, che è anche il mandante (riconosciuto con sentenza passata in giudicato, mica si manda a dire!) dell'omicidio del giornalista Beppe Alfano, avvenuto a Barcellona Pozzo di Gotto l'8 gennaio 1993. Tale Giuseppe Gullotti, appunto, era anch'egli socio e frequentatore di questo circolo culturale.
Oddio, lo stesso circolo culturale Corda fratres era frequentato anche da un altro socio importante, tale Rosario Cattafi - lo ricordo anch'io, pensi un po', nelle mie indagini - già indagato dalla procura della Repubblica di Caltanissetta nell'indagine sui mandanti occulti delle stragi di Capaci e via d'Amelio, ma, soprattutto, destinatario nel 2000 della misura di prevenzione antimafia della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno con provvedimento definitivo.Perché ha ricevuto tale misura antimafia? Perché Cattafi aveva legami accertati con «piccoli» personaggi: Benedetto Santapaola, Pietro Rampulla, Angelo Epaminonda, Giuseppe Gullotta e altri ancora, tutti boss di buon calibro. Questo è l'ambiente in cui si trova ad operare e a fare anche circolo culturale il dottor Antonio Franco Cassata. Lo ripeto, egli gestisce anche un museo etno-antropologico a Barcellona Pozzo di Gotto, una realtà che riceve finanziamenti dalla regione Sicilia, dal comune di Barcellona Pozzo di Gotto e dalla provincia di Messina; insomma, riceve finanziamenti da enti importanti i cui rappresentanti e dirigenti operano nel territorio dell'ufficio giudiziario. Ci si chiede se possa essere assegnato un ruolo a chi esercita attività in un museo etno-antropologico, per cui riceve da parte di enti finanziamenti che devono essere controllati anche dalla magistratura.
Ma vediamo un'altra «fotografia». Il dottor Cassata ha uno strano comportamento durante la latitanza di Giuseppe Gullotti (lo ricordate? È il mandante dell'omicidio di Beppe Alfano). Nel settembre del 1994 il dottor Cassata viene avvistato da due carabinieri mentre conversa in strada con una signora che si chiama Venera Rugolo: è la figlia di Francesco Rugolo, ma, soprattutto, è la moglie di Giuseppe Gullotti, cioè è la moglie del mandante dell'omicidio di Beppe Alfano. Nei giorni successivi il dottor Cassata, presso il proprio ufficio, esercita pressione nei confronti dei due carabinieri, affinché la loro relazione di servizio venga soppressa: ne nasce un'indagine. Sia chiaro, il dottor Cassata ammette l'incontro con la moglie di Gullotti, ma dice: «ma no, si trattava di un fatto occasionale, abitiamo tutti lì in paese! Stava lì con il bambino nella carrozzina e io ho dato una carezza al neonato».
Gli accertamenti successivi del Consiglio superiore della magistratura hanno permesso di accertare - per affermazione dei due carabinieri nell'esercizio delle loro funzioni - che quando il dottor Cassata colloquiava con Venera Rugolo si trovavano da soli e non vi era alcuna carrozzina. Non sappiamo di cosa parlassero, non vogliamo accusare nessuno, ma certamente vogliamo illustrarvi il quadro di relazioni e la situazione ambientale in cui egli da tempo si trova. Non faccio alcuna accusa (anche se poi chiederemo qualcosa di specifico), ma vi invitiamo a riflettere sull'opportunità che, in un contesto così delicato e in una realtà territoriale così martoriata, persone con tali frequentazioni possano poi assumere il ruolo di procuratore generale.
Vi illustro qualche altra «fotografia». Nel 1974 il dottor Cassata è protagonista di un viaggio in auto a Milano. Non va da solo, ma in compagnia di un certo Giuseppe Chiofalo: anch'egli è un boss della mafia. Non lo sostiene una persona qualsiasi, lo fa rilevare inizialmente un senatore che conosce entrambi, Carmelo Santalco, e poi lo stesso Chiofalo, messo alle strette, il 20 febbraio del 2004, quando viene sentito dal tribunale di Catania, ammette che, in effetti, quel viaggio vi è stato.
Vi invito a riflettere, quindi, prima di prendere una decisione di questo genere, e, anzi, vi vorrei illustrare anche qualche altra «fotografia».
Nel 1998, il dottor Cassata esercitava pressioni presso un altro magistrato del tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, il dottor Daniele Cappuccio. Cosa chiede, egli più anziano, a questo magistrato Daniele Cappuccio? Gli chiede di fargli il favore di rinviare la trattazione dell'udienza preliminare a carico di un certo Giuseppe Cannata. Chi è Giuseppe Cannata? È un consigliere comunale di Barcellona Pozzo di Gotto, quel comune da cui riceve i finanziamenti l'ente culturale di cui ho parlato.
Perché deve rinviare l'udienza preliminare (questo Giuseppe Cannata è sotto processo)? Perché, nel frattempo, Cannata deve essere nominato vicepresidente del consiglio comunale di Barcellona Pozzo di Gotto. Cassata, quindi, chiede a Cappuccio di fargli il favore di rinviare l'udienza, in modo da far prima diventare Cannata vicepresidente del consiglio comunale, e poi, eventualmente, di rinviarlo a giudizio.
Per l'amor di Dio! La discrezionalità delle scelte rimane in mano ai magistrati, ma mi chiedo sempre se è opportuno, in questo momento, affidare l'incarico di procuratore generale a una persona che, nell'ambiente in cui si trova ad operare, ha queste rappresentazioni.
Vi illustro un'altra «fotografia», che risale al 1997 e che risulta da un'intercettazione di una conversazione telefonica (a proposito di conversazioni telefoniche, sulle quali si dice che non si deve più sapere nulla: non avremmo conosciuto questa vicenda). C'era una vicenda giudiziaria che riguardava un carabiniere che faceva da autista al dottor Cassata. Quest'ultimo va da un ufficiale dei carabinieri e gli dice di cercare di frenare le indagini sul suo autista; anzi, siccome c'era un denunciante, egli direttamente interloquì con un complice del suo autista, prospettandogli la necessità di intimidire il denunciante. Dice al complice del suo autista, del suo carabiniere, di andare a intimidire il denunciante del carabiniere, in modo che la smetta di denunciarlo.
In effetti, il suo interlocutore, quello cui si rivolge, segnalandogli l'opportunità di intimidire il teste, il denunciante, va a intimidirlo. Il denunciante non si intimidisce e va dai magistrati; denuncia questa intimidazione e questa persona patteggia la pena per il reato di minacce nei confronti del denunciante di questa vicenda.
Vale a dire, Cassata si fa promotore di dire ad una persona sottoposta ad indagine di andare da chi lo denuncia a fargli capire che è meglio che la smetta; questo ci va, i fatti accertano che vi è stata minaccia e quello che ha minacciato patteggia.
Certo, non vogliamo nasconderci che il 21 maggio 2002, su La Gazzetta del Sud, un giornale locale, viene riportata la notizia che Gullotti voleva la morte del procuratore generale Cassata (Gullotti era quello che era socio, con Cassata, del famoso circolo culturale Corda fratres).
Questa notizia viene fuori perché, in dichiarazione spontanea, il giorno prima, al tribunale di Catania, Luigi Sparacio, quell'altro boss di cui parlavamo prima, affermava che il dottor Cassata era inavvicinabile e per questo Gullotti nel 1990 lo voleva uccidere; tutto ciò che si raccontava, quindi, era falso, perché - pensate un po' - Sparacio, spontaneamente, ha detto che Cassata non era amico di Gullotti, tanto che Gullotti lo voleva uccidere! Sennonché - questo è un fatto di cui neanche aveva avuto conoscenza il Consiglio superiore della magistratura, quando ha proceduto, ex articolo 2, per poi archiviare, nei confronti di Cassata - si accertò che le dichiarazioni spontanee, precedentemente rese nel processo a carico, fra gli altri, di diversi magistrati, tra cui il magistrato Lembo, difeso dallo stesso Cassata in ambito disciplinare, erano false. Insomma, queste le testuali dichiarazioni di Sparacio nel corso del verbale di udienza del 5 novembre 2004: «Se ho fatto quelle dichiarazioni, cioè se ho detto che Gullotti voleva la morte del procuratore generale Cassata, era per mandare messaggi. Non è vero: volevo mandare un messaggio».
PRESIDENTE. La invito a concludere.
ANTONIO DI PIETRO. Capisco che mi devo avviare alla conclusione; avrei molte altre cose da dire.
Tante altre «fotografie» si possono dare di questa realtà fattuale. Una per tutte: bisognerebbe rileggere il dialogo tra Sonia Alfano e un ministro al di sopra di ogni sospetto, in cui si racconta di quanto sia stato difficile il lavoro di un altro magistrato, il giovane sostituto procuratore De Feis, che insieme a un giovane ufficiale dei carabinieri, tale Cristaldi,...
PRESIDENTE. La invito nuovamente a concludere.
ANTONIO DI PIETRO. ...ha tentato di fare chiarezza in quel territorio; l'unica cosa che hanno ottenuto è che sono stati trasferiti.
Allora, mi chiedo e le chiedo, riservandoci di fare ulteriori «fotografie» di questa realtà: in una situazione così delicata, in situazione così compromessa, è davvero necessario o piuttosto è inopportuno (come noi pensiamo) nominare procuratore generale della corte d'appello di Messina Antonio Franco Cassata? Come intende valutare tutti gli elementi di cui oggi ci facciamo carico di dare segnalazione? E, in particolare...
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Di Pietro.
ANTONIO DI PIETRO. Ho concluso. Vorrei soltanto dire che, in particolare, chiediamo se non ritenga doverosa l'adozione di un'attività ispettiva presso gli uffici giudiziari suddetti (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).
PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per la giustizia Maria Elisabetta Alberti Casellati ha facoltà di rispondere.
MARIA ELISABETTA ALBERTI CASELLATI, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Signor Presidente, gli interpellanti traggono argomento dalla recente proposta della quinta commissione del CSM di nominare il dottor Antonio Franco Cassata procuratore generale presso la corte d'appello di Messina, per porre in evidenza talune circostanze emerse nell'ambito di un procedimento avviato nei suoi confronti ai sensi dell'articolo 2 del Regio Decreto n. 511 del 1946.
Tali circostanze, secondo gli interpellanti, pur non essendo state ritenute dall'organo di autogoverno tali da giustificare il trasferimento d'ufficio del dottor Cassata per incompatibilità ambientale (il procedimento è stato, infatti, definito nel 2003 dal plenum del CSM con l'archiviazione su proposta conforme della prima commissione), non possono tuttavia - essi dicono - non destare apprensione. Esse, infatti, sarebbero indicative di una possibile contiguità tra il dottor Cassata, nella sua qualità di sostituto procuratore generale presso la corte d'appello di Messina, con esponenti della criminalità organizzata.
In particolare, dette circostanze sono emerse nel corso di un'audizione resa il 6 novembre 2001 dinanzi alla prima commissione referente del Consiglio superiore della magistratura dall'avvocato Ugo Colonna, il quale riferiva, tra l'altro, di illecite pressioni e di rapporti del dottor Cassata con esponenti della criminalità organizzata di Barcellona Pozzo di Gotto e, in particolare, con il boss Giuseppe Gullotti, ritenuto il capo delle cosche di quella città.
Tali dichiarazioni hanno dato origine al procedimento penale n. 478 del 2002 a carico del dottor Cassata per il delitto di cui all'articolo 416-bis del codice penale, definito però con decreto di archiviazione del GIP di Reggio Calabria il 18 aprile 2002 in accoglimento della richiesta formulata dalla locale procura distrettuale.
Nella parte espositiva dell'interpellanza vengono, inoltre, stigmatizzate alcune condotte poste in essere dal dottor Cassata riconducibili, da un lato, ad illecite frequentazioni dello stesso e, dall'altro, ad illecite pressioni esercitate nei confronti di colleghi.
Con riferimento alla prima tipologia di comportamenti, gli interpellanti ricordano, in primo luogo, che «il boss incontrastato della mafia barcellonese Giuseppe Gullotti, al momento in cui si rese responsabile quale mandante (come riconosciuto con sentenza passata in giudicato) dell'omicidio del giornalista Beppe Alfano avvenuto a Barcellona Pozzo di Gotto l'8 gennaio 1993, era socio e frequentatore del circolo culturale Corda Fratres, del quale il dottor Cassata, già presidente, era per sua stessa ammissione il principale animatore».
Tale circostanza è stata recisamente negata dal dottor Cassata, il quale - come segnalato dal PM di Reggio Calabria nella richiesta di archiviazione datata 5 aprile 2002 - ha per contro dichiarato di non sapere che Gullotti, «iscritto alla Corda Fratres nell'anno 1980, quando era celibe, incensurato e studente universitario, fosse mafioso»: ciò sino al 1993, anno in cui «provvide immediatamente alla sua espulsione dal circolo», atteso il contenuto di una relazione della Commissione parlamentare antimafia che lo indicava come personaggio emergente della mafia barcellonese. Il Gullotti, all'epoca libero e non ancora indagato, avrebbe assunto il comando di un clan dopo l'arresto di tale Carmelo Mirone.
Del resto, come è stato osservato nella menzionata richiesta di archiviazione, l'assunto difensivo del Cassata è stato ritenuto credibile, apparendo inverosimile ipotizzare che il dottor Cassata, ove consapevole della caratura criminale del Gullotti, potesse aver attivato legami con un personaggio appartenente alla criminalità organizzata dando agli stessi il carattere dell'ufficialità attraverso l'iscrizione ad una associazione pubblica da lui presieduta.
Né sembra indurre ad una diversa conclusione l'ulteriore circostanza, riferita dagli interpellanti, secondo cui, «durante la latitanza di Giuseppe Gullotti, sottrattosi ad una misura cautelare emessa nel procedimento relativo all'omicidio Alfano, il dottor Cassata, nel settembre 1994, era stato avvistato da due carabinieri mentre conversava in strada con Venera Rugolo, moglie di Giuseppe Gullotti». Sempre secondo gli interpellanti, nei giorni successivi a quell'incontro con la moglie del Gullotti, il magistrato avrebbe esercitato pressioni nei confronti di uno dei due carabinieri che avevano redatto al riguardo apposita relazione di servizio per ottenerne la distruzione. Tale incontro infatti, come osservato dal PM di Reggio Calabria, non sembra indicativo di alcunché: lo stesso dottor Cassata lo ha in effetti ammesso, facendo peraltro presente che esso fu del tutto occasionale, in quanto la Rugolo all'epoca gestiva due negozi che si trovavano ai lati della sede di ingresso della Corda Fratres; il magistrato ha, inoltre, precisato di essersi trovato solo e senza scorta perché poteva fruire della tutela solo per i spostamenti di ufficio. Tale circostanza è stata confermata dal maresciallo dei carabinieri Campolo Antonino, autore della relazione di servizio di cui sopra si è detto. Questi ha, infatti, riferito che la relazione fu redatta per finalità cautelative, in quanto il magistrato era privo di tutela, e di aver spiegato ciò allo stesso magistrato, che si era in un primo momento rammaricato per quella relazione, non avendone compresa l'esatta ragione.
La tesi difensiva della occasionalità ha trovato il necessario riscontro proprio in considerazione dell'obiettiva vicinanza fra i due negozi gestiti dalla donna e la sede dell'associazione culturale, nonché nel fatto che l'ormai nota estrazione criminale del Gullotti avrebbe consigliato ogni cautela nell'accettare frequentazioni pubbliche nel centro cittadino con la moglie di un pericoloso boss. Tuttavia, ciò che ha indotto l'autorità giudiziaria a ritenere del tutto infondati i sospetti di una possibile contiguità del dottor Cassata con ambienti malavitosi è la deposizione resa dal dottor Marcello Minasi, sostituto procuratore generale presso la corte d'appello di Messina, incaricato della trattazione del processo d'appello relativo all'omicidio del giornalista barcellonese Giuseppe Alfano.
Tale magistrato ha, infatti, dichiarato di essere riuscito ad ottenere la condanna di Giuseppe Gullotti, assolto in primo grado, proprio grazie alle informazioni fornitegli dal collega Cassata, il quale gli aveva fatto notare come la causale mafiosa del delitto fosse riconducibile al Gullotti, all'epoca dei fatti unico capomafia barcellonese, essendo priva di fondamento la tesi, accolta dal giudice di primo grado, secondo cui vi sarebbero stati più capi in contrasto tra loro, essendo in realtà costoro, all'epoca del delitto, detenuti o defunti.
Dalla deposizione del dottor Minasi è inoltre emerso che, in occasione della presentazione del libro dal titolo Gli insabbiati di Luciano Mirone, il dottor Cassata rivolse al collega Minasi un pubblico elogio perché era riuscito a far arrestare e condannare il Gullotti quale mandante dell'omicidio del giornalista Alfano e, per tale motivo, aveva rilasciato ad un quotidiano locale dichiarazioni di compiacimento proprio all'indomani della sentenza.
A questo proposito, il dottor Minasi ha ricordato di aver ringraziato il dottor Cassata per il suo sostegno, invitandolo però nel contempo ad una maggiore cautela visto che risiedeva nella stessa città controllata dal Gullotti. Non a caso il dottor Cassata, come riferito dagli interpellanti, avrebbe prodotto al CSM un articolo apparso il 21 maggio 2002 su La Gazzetta del Sud dal titolo: «Gullotti voleva la morte del procuratore generale Cassata». Tale articolo riportava le dichiarazioni spontanee rese il giorno prima al tribunale di Catania da tale Luigi Sparacio nel corso del processo a carico, tra gli altri, del magistrato Giovanni Lembo e, alla luce di quanto sin qui evidenziato, la successiva ritrattazione da parte dello Sparacio non rende per ciò solo poco credibile la reale esposizione del Cassata a pericoli per la sua incolumità personale.
Secondo gli interpellanti, inoltre, il predetto magistrato avrebbe avuto contatti anche con altri esponenti della criminalità organizzata barcellonese, tra cui Rosario Cattafi, già indagato dalla procura della Repubblica di Caltanissetta nell'ambito dell'indagine sui mandanti occulti delle stragi di Capaci e via D'Amelio, e Giuseppe Chiofalo, con il quale il dottor Cassata avrebbe condiviso un viaggio in auto a Milano nel 1974.
In particolare, nell'atto di sindacato ispettivo si sottolinea l'esistenza di un presunto collegamento tra il dottor Cassata ed il Cattafi, visto che anche quest'ultimo era socio della Corda Fratres. Tuttavia, tale circostanza è risultata infondata: infatti, come accertato ed evidenziato dalla procura distrettuale di Reggio Calabria nella successiva richiesta di archiviazione avanzata in data 14 maggio 2002 all'esito del procedimento penale n. 1796 del 2002 originato dalla riapertura delle indagini autorizzate dal GIP con provvedimento del 24 aprile 2002, Cattafi Rosario Pio, personaggio gravato da precedenti penali anche di natura associativa, «non risulta iscritto al circolo Corda Fratres». Il procedimento in questione è stato, pertanto, definitivamente archiviato con decreto del GIP il 28 maggio 2002.
Quanto, poi, al presunto viaggio in auto con il boss Chiofalo, si deve rilevare che l'episodio è stato riferito in un esposto, risultato generico e privo di concreti riscontri, del senatore barcellonese Carmelo Santalco, il quale ha altresì fatto presente che il dottor Cassata gestisce a Barcellona Pozzo di Gotto un museo etno-antropologico che riceve considerevoli finanziamenti dalla regione siciliana e da enti locali, quali il comune di Barcellona Pozzo di Gotto e la provincia di Messina, operanti proprio nel territorio dell'ufficio giudiziario di pertinenza di detto magistrato. Si deve rilevare che l'esposto in questione è stato archiviato dalla procura generale della Corte di Cassazione, «non essendo emersi, in seguito agli accertamenti compiuti, comportamenti non dovuti, pregiudizievoli per il prestigio dell'ordine giudiziario».
Il procuratore generale di Messina ha al riguardo osservato di non poter escludere che la causa dell'accanimento dell'esponente nei confronti del dottor Cassata sia da individuare nel risentimento per mancati interventi a favore del figlio, coinvolto nel maxiprocesso cosiddetto «Mare Nostrum». Risulta, peraltro, documentato che la realizzazione del museo di cui sopra si è detto è, in realtà, da attribuire al padre del dottor Cassata, avendone quest'ultimo proseguito l'arricchimento con nuove acquisizioni e nuove iniziative e che i contributi, successivi all'edificazione del museo ed al suo allestimento, sono stati destinati esclusivamente al funzionamento di tale struttura.
Gli interpellanti si soffermano, infine, su alcune pressioni a loro dire esercitate dal dottor Cassata nei confronti di colleghi e, in particolare, dei dottori Daniele Cappuccio e Andrea De Feis, rispettivamente GUP e PM presso il tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, nonché nei confronti del titolare - identificato nel dottor Siciliano - del procedimento penale riguardante «un carabiniere che al tempo gli faceva da autista», il carabiniere Napolitano.
In particolare, quanto al primo episodio, dalle stesse dichiarazioni del dottor Cappuccio è emerso che il dottor Cassata ebbe a chiedergli, nel 1998, il differimento oltre l'estate di un processo che riguardava due imputati di estorsione per fatti non connessi alla criminalità organizzata, al fine di non pregiudicare uno dei due imputati, tale Cannata, che era in procinto di assumere un incarico presso il consiglio comunale. Tale vicenda è stata ritenuta dalla competente autorità giudiziaria penalmente irrilevante, non essendo in alcun modo sintomatica di una eventuale contiguità del dottor Cassata con il Gullotti o con altri esponenti della criminalità organizzata locale in quanto, come sottolineato dallo stesso dottor Cappuccio, i due imputati non risultavano coinvolti in reati di mafia. Sul piano strettamente disciplinare, si segnala che la vicenda è stata anche oggetto di un'inchiesta amministrativa disposta dal Ministro pro tempore in data 16 ottobre 1998, all'esito della quale si è disposta l'archiviazione, su conforme parere dello stesso ispettorato generale, in quanto il comportamento tenuto dal magistrato, ancorché inopportuno, non aveva integrato un'ipotesi di interferenza disciplinarmente rilevante, dovendosi intendere per tale, secondo una consolidata giurisprudenza, una condotta non occasionale, tale da realizzare una forma di pressione psicologica sul collega interessato, volta ad ottenere un provvedimento «favorevole» alla parte: ipotesi non verificatasi nel caso di specie.
Analoghe considerazioni possono valere anche con riferimento agli altri due episodi citati dagli interpellanti, ove ugualmente non è stata rilevata un'ipotesi di interferenza disciplinarmente rilevante.
In particolare, il dottor Cassata avrebbe esercitato delle pressioni sul dottor De Feis, all'epoca dei fatti magistrato delegato ad una indagine relativa all'amministrazione comunale di Terme Vigliatore, perché non venisse formalmente acquisita agli atti del procedimento penale un'informativa del 29 aprile 2005 dei carabinieri di Barcellona Pozzo di Gotto, dalla quale potevano emergere elementi coinvolgenti il dottor Olindo Canali, magistrato in servizio presso la medesima procura di Barcellona Pozzo di Gotto.
In relazione a tale episodio, alla luce della ricostruzione compiuta dall'ispettorato generale, non sono stati ravvisati profili di possibile rilievo disciplinare. Infatti, si deve in primo luogo segnalare che nessun addebito è emerso a carico del dottor Canali e, inoltre, quanto al dottor Cassata, lo stesso dottor De Feis, in occasione della sua escussione innanzi alla procura della Repubblica di Reggio Calabria, ha chiarito che si trattò di un incontro del tutto informale ed occasionale cui parteciparono egli stesso, il procuratore capo, il dottor Cassata ed il dottor Canali. Nel corso dell'incontro si discusse sull'opportunità di acquisire agli atti l'informativa della polizia giudiziaria. Il dottor De Feis ha testualmente precisato come, nell'occasione, il dottor Cassata si fosse rivolto a lui con tono «... certamente non intimidatorio in senso diretto», quanto piuttosto «... sgradevole ... e comunque invadente ...» e come la sua opinione contraria all'acquisizione dell'informativa, anche per la parte riguardante il dottor Olindo Canali, avesse avuto carattere eminentemente tecnico e di opportunità e fosse, quindi, priva di connotati di interferenza od intimidazione. La vicenda è stata, pertanto, valutata in senso liberatorio dalle competenti articolazioni ministeriali ed archiviata dal Ministro pro tempore il 26 marzo 2008.
Quanto, infine, all'ultimo episodio, relativo ad una presunta interferenza del dottor Cassata nella vicenda giudiziaria concernente il suo autista, il carabiniere Napolitano, nel decreto di archiviazione emesso dal GIP di Reggio Calabria del 21 giugno 2002 (su conforme richiesta della locale procura) viene sottolineato che si è trattato, in sostanza, «di un interessamento del Cassata, animato da sentimenti di familiarità nei confronti del carabiniere Napolitano (del quale fu anche testimone alle nozze), al solo scopo di comporre una vicenda nata da alcune denunce sporte nei confronti del Napolitano a seguito di una relazione extraconiugale che questi aveva intrattenuto con altra donna. Giova ricordare - aggiunge il GIP - che qualsivoglia interessamento del Cassata non può comunque che essere interpretato nell'ottica del benevolo rapporto umano instauratosi con il carabiniere, e non certo di una illecita strumentalizzazione dei suoi poteri, essendo, peraltro, risultato pienamente improduttivo; il Napolitano fu poi condannato con decreto penale esecutivo per il reato di cui all'articolo 660 del codice penale, come egli stesso dichiara, e fu trasferito d'ufficio». Alla luce di quanto sino ad ora riferito, non può che osservarsi che le vicende menzionate dagli interpellanti sono già state tutte ampiamente valutate in senso liberatorio sia in sede penale, sia in sede disciplinare e che, per converso, la prospettazione dei fatti delineata nell'atto di sindacato ispettivo è stata smentita dalle risultanze documentali acquisite ed è risultata priva di concreto riscontro. Al riguardo, si richiamano testualmente le considerazioni svolte dal GIP di Reggio Calabria nel decreto di archiviazione del 18 aprile 2002 in merito ai rapporti intercorsi tra il dottor Cassata e l'avvocato Ugo Colonna, le cui dichiarazioni hanno dato adito al sospetto di una possibile contiguità tra il primo e la criminalità organizzata barcellonese: «(...) le numerose notizie date sul suo conto sono state smentite, altre ancora sono rimaste prive di adeguato riscontro. Del resto, i contrasti tra il dottor Cassata e l'avvocato Colonna risultano pacifici (...). Ciò può aver determinato un'enfatizzazione delle notizie, spesso vaghe, di seconda mano, generiche, apprese dall'avvocato Colonna, con conseguente debolezza del quadro d'insieme dei suoi rilievi».
Conclusivamente, sulla base di tali considerazioni, non possono esservi margini per una nuova valutazione di carattere disciplinare delle circostanze sopra riferite e risultate prive di fondamento.
In definitiva, onorevole Di Pietro, lo sviluppo delle fotografie dei fatti (come lei dice) non sembra definire lo stesso quadro di eventi.
Comunque, per un'ulteriore valutazione di tali circostanze, da compiere, secondo gli interroganti, in occasione del concerto che il Ministro della Giustizia sarà chiamato ad esprimere per la nomina del dottor Cassata quale procuratore generale della Repubblica di Messina si ritiene di non poter prescindere dalle motivazioni, ancora non note, che la quinta commissione del CSM ha posto a base della sua proposta. Si osserva, peraltro, che ai fini del concerto assumono particolare rilievo e costituiscono oggetto di specifica valutazione le capacità organizzative e gestionali del magistrato e che, nel caso di specie, i fatti sopra evidenziati erano già noti allo stesso CSM, che li aveva valutati in senso favorevole all'interessato. Infine, quanto all'ultimo quesito proposto nell'atto di sindacato ispettivo, non può che rilevarsi che non vi sono i presupposti per una verifica ispettiva in ordine a fatti risalenti nel tempo, la cui veridicità, peraltro, come ripetutamente segnalato, è stata già esclusa dalla competente autorità giudiziaria.
PRESIDENTE. L'onorevole Di Pietro ha facoltà di replicare.
ANTONIO DI PIETRO. Signor sottosegretario, la ringrazio per l'analitica esposizione dei fatti, anche se avevo chiesto qualcos'altro. Noi non chiediamo di rifare i processi né di condannare disciplinarmente o di iniziare un'azione per una condanna disciplinare nei confronti del procuratore generale Antonio Franco Cassata. Di questo se ne sono occupati e se ne occuperanno - nella maggior parte dei casi se ne sono già occupati - gli organi competenti. La ragione per cui oggi siamo intervenuti è riflettere insieme su un tema importante che credo non possiamo disconoscere. È vero o non è vero che è stata approvata una norma, peraltro criticatissima, che prevede che, dopo quattro anni, i dirigenti delle procure devono ruotare ed essere trasferiti, perché è opportuno che in un territorio non si crei un'ambientalità tale da determinare una sorta di conoscenza continua, che non garantisce neanche l'apparenza dell'indipendenza della giurisdizione?
Pertanto, insieme a lei, vorrei rileggere non ciò che noi interpellanti abbiamo esposto, ma quel che lei ha esposto. Proviamo a rivedere insieme tutte queste fotografie, perché viste singolarmente possono apparire sfocate, ma tutte insieme fanno rilevare che siamo in un territorio, quello di Calabria e Sicilia, con magistrature, l'una che indaga sull'altra da tempo immemorabile.
È un ufficio giudiziario che molte volte viene messo sotto la lente di ingrandimento da denunce di cittadini coraggiosi e di testimoni di giustizia. Sui fatti di tale ufficio vi è poi un altro ufficio giudiziario, dall'altra parte della sponda dello stretto, che valuta e decide, e viceversa.
In questo rimpallo di valutazioni, si crea una situazione delicatissima. Pertanto, se è vero, com'è vero, il principio secondo il quale ci deve essere una rotazione, mi chiedo se una persona che dal 1989 è nello stesso ufficio e svolge di fatto sempre le stesse funzioni, nella realtà di un ufficio giudiziario chiamato molte volte a giudicare colleghi dall'altra sponda, sia idonea a ricoprire il posto in questione. Di tutto questo insieme di elementi, che sono emersi, lei stessa ha dato atto.
Lei ha affermato che non ci sono fatti disciplinarmente rilevanti. Forse tali fatti non sono disciplinarmente e penalmente rilevanti, ma lo sono dal punto di vista ambientale, in questa contiguità esistente.
Il giovane sostituto ha affermato che certamente c'è chi ha tenuto un comportamento sgradevole e invadente, ma cosa potrebbe dire di più. In molte decisioni, è stato detto che il comportamento è stato inopportuno, ma tutto sommato! È una progressione continua di pacche sulla spalla, di cui prendiamo atto, che rispettiamo. Ci mancherebbe altro, ma mi chiedo e chiedo al Ministro della giustizia, nella sua funzione concertante - l'avrei chiesto e vorrei chiederlo, ma non posso e non devo, anche alla V sezione del CSM - se risulti, rispetto ad una situazione così debordante di accadimenti continui, che vi sia stato o meno un certo comportamento, se si intendeva o meno fare qualcosa, se si trattava o meno di un'amicizia, se frequentava qualcuno e via seguitando.
Anche affermare: «ma io ho gioito quando è stato condannato» non è una giustificazione. Sapete quante ne ho sentite di persone (anche coloro che hanno fatto il mio mestiere lo possono dire) affermare di gioire quando veniva condannato qualcuno per poi scoprire che erano complici? Non voglio accusare qualcuno in questo caso specifico, ci mancherebbe altro, ma voglio dire che è ininfluente un'affermazione di questo genere, perché ne abbiamo sentiti anche di politici attuali affermare: «la mafia mi fa schifo» per poi essere condannati per favoreggiamento ai mafiosi, anche nello stesso territorio siciliano. Ecco perché mi chiedo e vi chiedo se non si possa dare una mano a venir fuori da un verminaio continuo e se all'interno di una realtà territoriale contigua tra Sicilia e Calabria non si possa creare un'occasione favorevole di ricambio generazionale della classe dirigente della magistratura. Vorrei chiedere al Ministro della giustizia che ha competenza a decidere se non sia questa l'occasione propizia, visto che si parla tanto di funzionalità del sistema giustizia, di far camminare quei giovani magistrati che vogliono darsi da fare o quegli anziani magistrati che tanto si sono dati da fare piuttosto che continuare a insistere con questa burocrazia basata sull'età che avanza nella quale, per caduta, «oggi tocca a me e domani tocca te»? Non credo che sia opportuno, in una situazione di questa genere, procedere alla nomina di un socio del circolo Corda fratres (questo nome importante la dice tutta su questa fratellanza di conoscenze e di partecipazioni). Insomma, ho apprezzato molto la sua relazione, l'ho ascoltata con molta attenzione, conosco anch'io queste soluzioni, sapevo che, ogni fatto preso singolarmente, sarebbe stato chiuso con una frase del tipo: «va bene, per questa volta va bene così ». Ma questa frase: «per questa volta va bene così» non produce il sospetto che sia opportuno agire? Il nostro appello è che si svolga una riflessione profonda sulle nomine delle alte cariche della magistratura, perché riteniamo che, a volte, il mero accadimento burocratico, per cui dopo diversi anni si assume un certo ruolo, permette, di far assumere funzioni e posizioni importanti a persone che si trovano o si sono trovate ad operare in una realtà sulla quale difficilmente possiamo avere la certezza dell'indipendenza di giudizio.
Immaginate, per un solo istante, questi finanziamenti che pervengono a questo museo etno-antropologico che, certo, è stato fatto dal padre, si tratta di una cosa buona giusta ed i cui finanziamenti sono finiti proprio per cose buone e giuste. Stiamo parlando, però, dello stesso magistrato che dovrà giudicare eventuali comportamenti della provincia e del comune. Avete visto cosa è successo con il consigliere comunale che doveva diventare presidente del consiglio comunale? È stato chiesto al magistrato di aspettare prima di rinviarlo a giudizio al fine di consentire l'elezione a vicepresidente del consiglio comunale. Allora, in una situazione di questo genere anche l'apparenza comporta trasparenza. Quello che chiedo e vi chiedo è se non sia il caso, non di stabilire soluzioni disciplinari sulle quali sono state già prese decisioni che rispettiamo, ma di operare un ricambio. Stiamo parlando di una persona nei cui confronti le autorità competenti hanno rilevato non esservi fatti penalmente rilevanti, di una persona che ha operato ed opera a più livelli in una realtà territoriale dove svolge il ruolo di procuratore generale della Repubblica ma anche una serie di attività associative, conoscitive e di frequentazione che comportano di dover valutare fatti di cui è parte. Mi chiedo, quindi, se non vi sia bisogno di questo ricambio.
È un appello che le rivolgo nel rispetto di quelle sue argomentazioni che - lo ripeto - non sono campate in aria, ma documentate (per questo le rispetto); tuttavia, proprio per le affermazioni che lei ha svolto, invito il Ministro della giustizia a riflettere se non sia proprio questa la ragione per procedere ad uno scatto di qualità e verso una nuova dirigenza in un territorio che ha bisogno di venir fuori da un verminaio che da troppi anni lo sta abbattendo (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).
Postato da Antonio Di Pietro in Giustizia
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La non risposta di Ronchi
Nella mia interpellanza di ieri al ministro per le politiche europee Ronchi, sulle risposte che il governo deve fornire ai quesiti che la Corte di Giustizia europea pone sulla vicenda Europa7, c'è stata la massima evasivita'. Allego il resoconto stenografico del ministro Ronchi perchè i cittadini sappiano che queste risposte ancora non ci sono e che le parole del dipendente di Silvio Berlusconi, Andrea Ronchi, sono una presa per i fondelli ai cittadini italiani. Sappiamo fin d'ora che non c'è nessuna intenzione da parte del Presidente del Consiglio di cedere le frequenze occupate da Rete4 al legittimo proprietario. Sappiamo fin d'ora che gli italiani pagheranno 350 mila euro al giorno con effetto retroattivo a partire dal primo gennaio 2006.
Antonio Di Pietro: Noi dell'Italia dei Valori vorremmo sapere come il Governo in carica intenda rispettare la sentenza della Corte di giustizia europea, giacché il 31 gennaio 2008 essa ha condannato lo Stato italiano, perché non rispetta il principio di libera prestazione dei servizi né i criteri obiettivi, trasparenti e non discriminatori nell'assegnazione delle frequenze. La Commissione europea, la settimana scorsa, ha rivolto ben venti domande specifiche per chiedere come il Governo intenda dare esecuzione alla sentenza della Corte di giustizia europea.
Poiché il Governo italiano, nell'ultimo decreto-legge - nonostante recasse espressamente il titolo esecuzione di sentenze e di provvedimenti dell'Unione europea - non ha voluto dare corso alla risoluzione di questo problema, vogliamo sapere, adesso, in modo chiaro chiaro, che cosa intende fare, rispetto alle domande rivolte dalla Commissione europea?
Maurizio Lupi: Il Ministro per le politiche europee, Andrea Ronchi, ha facoltà di rispondere.
Andrea Ronchi: Signor Presidente, ringrazio l'onorevole Di Pietro per questa interrogazione a risposta immediata, con la quale chiede al Governo di fornire elementi in merito alla tematica delle autorizzazioni a trasmettere e all'attribuzione delle frequenze con la modalità digitale, con particolare riferimento ai rilievi formulati in sede comunitaria sulla legislazione preesistente e sulle norme recentemente approvate.
Si evidenzia in modo preliminare che, avendo la Commissione europea inviato il questionario al quale si fa riferimento nel testo dell'interrogazione lo scorso 25 giugno ed essendo, dunque, in corso l'elaborazione delle risposte ai quesiti posti, non è, allo stato, possibile fornire una risposta definitiva sulle specifiche tematiche oggetto del questionario.
Ciò premesso, occorre in primo luogo precisare che, con parere motivato del 18 luglio del 2007, la Commissione europea aveva formulato rilievi di incompatibilità comunitaria con riferimento agli aspetti inerenti al titolo per l'esercizio dell'attività di operatore di rete in tecnica digitale su frequenze terrestri e al regime dei trasferimenti di impianti di frequenza al fine della realizzazione delle reti digitali terrestri.
In merito al primo profilo, la Commissione europea ha rilevato che il regime transitorio delle licenze individuali del testo unico della radiotelevisione sarebbe in contrasto con le disposizioni della direttiva di autorizzazione, in quanto, ai sensi del quadro comunitario, il titolo per esercitare l'attività di operatore di reti è l'autorizzazione generale e non la licenza individuale.
Le modifiche introdotte su iniziativa del Ministero dello sviluppo economic











