Giustizia

28 Giugno 2009

DIMETTETEVI II: il 'non fatto' del giorno

corriererepubblica.jpg

Il ‘minzolinismo’ è un cancro in metastasi nel Paese. Si è diffuso da Mediaset alla RAI ed ha contagiato la stampa. Ieri infettava il Tg1 sulle escort di Palazzo Grazioli, oggi i sintomi si manifestano su La Repubblica, su Il Corriere della Sera e su altre testate giornalistiche semilibere.
Eugenio Scalfari ha tracciato un interessante quadro, che condivido, sull’evanescenza delle misure adottate contro la recessione dal Consiglio dei Ministri.
La sua analisi degli eventi importanti non può però limitarsi a questo spunto di riflessione né, tantomeno, il suo giornale può condurre una campagna serrata per la moralizzazione del Paese, indottrinandolo su escort, telefonate, sospetti, festicciole ed ogni minimo dettaglio sull’indecenza del Presidente del Consiglio, trasformando poi il fatto del giorno,  la cena vergognosa tra governo e giudici di cui è stata data notizia ieri, in un "non fatto".
Un Premier, un sottosegretario, un ministro della Giustizia, due giudici della Consulta ed un Presidente della commissione Affari Costituzionali che ripassano a tavolino la lezione sul Lodo Alfano, non è un fatto rilevante?
Che c’è di male, avranno pensato nelle rispettive redazioni i direttori “indipendentiScalfari e De Bortoli.
Poco importa se, guarda caso, il 6 ottobre la Corte si pronuncerà sulla costituzionalità del Lodo. Poco importa se tutti i commensali sono fortemente interessati all’esito di quel parere.
Perché tanto accanimento su scenari di desolazione morale e tanto ‘minzolinismo’ su questioni di rilevanza costituzionale?
Qual è l’interesse di un oscuramento bipartisan?
Perché il Pd, a caccia di bave di vento per il rinnovamento, ha evitato anche questa tempesta, così come evitò quella della raccolta delle firme per il referendum contro il Lodo Alfano?
Pesa di più un’escort o il sospetto di un inciucio per uno scacco matto alla Costituzione? Chiedetelo ai capitani coraggiosi di cui sopra, mediatici e politici.

Tuo nome:Tua mail:
A: Francesco Amirante, Presidente Corte Costituzionale
CC: Repubblica.it, Corriere.it
Oggetto: Cena vergognosa: si dimettano
Testo:
"La invito a chiedere le dimissioni dalla Consulta dei giudici Paolo Maria Napolitano e Luigi Mazzella per salvaguardare la credibilita' dell'istituzione che rappresentano, ed il giudizio che la Corte e' chiamata ad esprimere il 6 ottobre sulla costituzionalita' del Lodo Alfano."

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27 Giugno 2009

DIMETTETEVI: commensali interessati

Dimettetevi.jpg

Nessuna polemica, non vogliamo zuffe mediatiche sulla cenetta "tra vecchi amici", ma gli italiani hanno un dubbio.
Cosa ci facevano a cena insieme un corruttore improcessabile, il suo scagnozzo al Ministero della Giustizia nonché firmatario del Lodo Alfano, un indagato per corruzione aggravata dal favoreggiamento a Cosa Nostra e presidente della commissione Affari Costituzionali del Senato, il fedele sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e due componenti della Corte Costituzionale, che il 6 ottobre saranno chiamati a pronunciarsi sulla costituzionalità della legge 128 del 2008, più nota come Lodo Alfano?
Solo lo scemo del villaggio potrebbe escludere che abbiano parlato del “problemaccio” incostituzionalità. Specie se il “problemaccio”, qualora dovesse verificarsi, equivarrebbe al rientro in scena di Silvio Berlusconi nel processo a David Mills con finale scontato di condanna per corruzione.
I giudici Paolo Maria Napolitano e Luigi Mazzella hanno il dovere di non presentarsi all’udienza del 6 ottobre e di dimettersi dalla Consulta. Lo devono, non tanto agli italiani, verso cui mancano di rispetto con le ridicole spiegazioni su quei commensali così ben assortiti, ma ai loro colleghi per non compromettere la credibilità dell’istituzione che loro rappresentano.

Gli italiani non sono beoti, anche se il Presidente del Consiglio li sta facendo passare come tali, e non hanno bisogno di ascoltare le intercettazioni di quel tavolo di per capire che l’argomento più gettonato, tra un flut di Veuve Clicquot e un’aragosta, con ottime probabilità è stato il lodo della vergogna.

Su questo argomento Italia dei Valori avvierà una campagna di informazione senza scontifino al 6 ottobre.

Tuo nome:Tua mail:
A: Francesco Amirante, Presidente Corte Costituzionale
CC: Repubblica.it, Corriere.it
Oggetto: Cena vergognosa: si dimettano
Testo:
"La invito a chiedere le dimissioni dalla Consulta dei giudici Paolo Maria Napolitano e Luigi Mazzella per salvaguardare la credibilita' dell'istituzione che rappresentano, ed il giudizio che la Corte e' chiamata ad esprimere il 6 ottobre sulla costituzionalita' del Lodo Alfano."

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10 Giugno 2009

Verso l'amnistia permanente

manganosilviomarcello.jpg

Domani si voterà la fiducia per il disegno di legge sulle intercettazioni. Della crisi economica e delle soluzioni per fronteggiarla nemmeno l’ombra. Per bloccare la fiducia abbiamo fatto appello al Presidente della Repubblica che ha il dovere di pronunciarsi sull’argomento intercettazioni e sul continuo svilimento delle istituzioni da parte del governo.

Non vogliamo renderci correi dell’assassinio della giustizia e del proliferare della corruzione che dilagherà in seguito all’introduzione delle nuove norme. Uno tsunami etico e sociale paragonabile ad un’amnistia permanente. Perché di questo si tratta quando si vuole limitare l’utilizzo delle intercettazioni agli “evidenti indizi di colpevolezza”, ossia quando vi è la certezza che l’intercettato sia colpevole (motivo per cui lo si sta intercettando!).

Non basta: il clown si traveste da statista, e mentre da una parte mortifica la costituzione, la giustizia, l’informazione e l’economia, dall’altra costringe gli italiani a subire l’onta e l’umiliazione della presenza di Gheddafi, accolto come un patriota, sul suolo di un Paese ex-democratico, l’Italia.

Capisco come solo un dittatore potesse onorarlo della sua presenza, così come capisco perchè Obama rimandi la visita a un governo amico dei regimi e delle democrazie stile sovietico, ad un momento istituzionale come il G8.

Dopo Gheddafi, a cui il Presidente del Consiglio ha donato a titolo personale 5 mld di euro pubblici, ora dobbiamo aspettarci l’arrivo di Omar Hasan Ahmad al-Bashir, dittatore del Sudan, magari invitato Vip al posto di Topolanek, al prossimo party di Villa Certosa.

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28 Aprile 2009

Luigi de Magistris prosciolto: non avevo dubbi

demagistris_prosciolto.jpg

Oggi l'ex pm di Catanzaro Luigi de Magistris, candidato alle Europee con l'Italia dei Valori, e' stato prosciolto dall'inchiesta "toghe lucane". Il gip di Salerno Maria Teresa Belmonte scrive "e' stata provata l'assoluta correttezza e gli ostacoli posti alle inchieste dell'ex pm Luigi de Magistris" e specifica "le indagini hanno dimostrato le gravi interferenze subite nel condurre le sue inchieste". Su questo risultato non avevo dubbi.

Lascio spazio ad un'intervista di Luigi de Magistris e ad un mio intervento sulla vicenda.

Luigi de Magistris: Questo è il decreto di archiviazione del gip del Tribunale di Salerno, che accoglie una richiesta della Procura della Repubblica di Salerno, per fatti che tra l’altro sono costati il trasferimento a tre coraggiosi magistrati, di investigare sulla nuova P2 che io stavo ricostruendo a Catanzaro.
Questo provvedimento non mi meraviglia ovviamente, io ero molto fiducioso, e sono ancora fiducioso, perché avendo operato sempre nella massima trasparenza non ho nulla da temere. E’ un provvedimento molto importante perché sancisce l’assoluta correttezza del mio operato, nonostante strategie mediatico istituzionali che hanno teso, e continuano a tendere, ad infangare il mio onore e la mia professionalità, ed il lavoro che io ho svolto. Tentano di delegittimarlo ma non ci riusciranno, perché la verità è sancita nella storia di questi anni trascorsi a Catanzaro. Quello che è grave, piuttosto, è che io, per accuse strumentali, sia stato costretto a lasciare la magistratura, e di questo, il Csm, ha una responsabilità molto importante visto che io sognavo di fare il magistrato, e l’ho fatto per 15 anni con grande, anzi grandissima, abnegazione e sacrificio. Probabilmente sacrificando i migliori anni della mia vita.
Però detto questo, e lo dico con estrema serenità, poiché di fronte a provvedimenti ingiusti del Csm che non mi hanno più consentito di fare il pubblico ministero si apre uno scenario entusiasmante che è quello di portare gli stessi ideali, la stessa passione, la stessa forza in un progetto politico che passa attraverso l’attuazione e la difesa della Costituzione. L’attuazione dei diritti, diritto all’ambiente, al lavoro, all’occupazione, alla tutela delle fasce sociali più deboli. E penso che in questo momento sia fondamentale frenare il disegno voluto dalla P2, quello di annientare tutti gli organi di garanzia e controllo, dalla magistratura al pluralismo dell’informazione. Bisogna vigilare da un punto di vista democratico affinché non passi un disegno illiberale. Oggi è un giorno importante, ma non tanto per me, perché io non temevo nulla, ma per quei cittadini calabresi onesti che hanno manifestato per un magistrato, che nulla faceva, se non difendere la loro terra.

Antonio Di Pietro: De Magistris è stato prosciolto, ma questa non è una notizia. E’ ovvio che chi fa il proprio dovere non dovrebbe pagarne poi le conseguenze penalmente.
Il problema è un altro, perché è stato eliminato?
Perché non gli è stato consentito di svolgere il suo lavoro?
Perché in tutti questi mesi ed in questi anni gli è stato tolto il fascicolo?
E' stato criminalizzato come se fosse lui il criminale, come è successo a me e a tanti altri che fanno questo mestiere.
Perché chi fa il proprio dovere deve pagarne sempre le conseguenze?
Oggi certamente è una non notizia il suo proscioglimento, ma deve essere una notizia il fatto che quando si toccano i poteri forti allora scatta subito la chiusura del cerchio da parte della casta per impedire a qualcuno di fare il proprio dovere.
Ecco perché abbiamo candidato de Magistris, ecco perché l’Italia dei Valori sta insistendo molto per mandare in Europa persone di qualità, perché vogliamo che dall’Europa siano emanate direttive che facciano si che chi fa il proprio dovere possa andare avanti e non gli vengano tagliate mani e piedi.

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22 Aprile 2009

Diffamatore impunito

brunoberlusconi.jpg

Le quattro più alte cariche dello Stato sono 'fuori legge'. Tutto ciò grazie al criminogeno Lodo Alfano. Silvio Berlusconi ha voluto fortemente questo 'stupro costituzionale' per evitare di essere coinvolto e condannato nel processo Mills. L’avvocato inglese non ha avuto la stessa fortuna. Silvio Berlusconi oggi può mentire, diffamare, e compiere qualsiasi reato. Può farlo su sei televisioni ed altrettanti giornali. Contro di lui non è possibile fare altrettanto, la legge lo tutela. Gode di un’immunità beffarda che è messa nelle sue mani trasforma la legge da garanzia di tutela ad arma offensiva.

Oggi, mercoledì 22 aprile, Silvio Berlusconi ha utilizzato il lodo Alfano. Per voce del suo avvocato ha rifiutato, avvalendosi appunto del lodo, di farsi processare per diffamazione nella causa intentata dal sottoscritto il 10 aprile dello scorso anno. Quel giorno, il presidente del Consiglio, nella puntata di ‘Porta a Porta’, dichiaro' «... non ha nemmeno una laurea valida. Non ha mai presentato un diploma di laurea originale, ma sempre certificati diversi uno dall'altro, sia per data sia per voti assegnati». Per queste menzogne il sottoscritto presentò un'esposto alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bergamo che poi ha aperto un fascicolo. All’udienza preliminare odierna, ecco la porcata poc’anzi descritta, tramite interposta persona di un avvocato. Al Gup non è rimasto che rimandare l'udienza al prossimo novembre in attesa che la Corte Costituzionale si pronunci sulla costituzionalità o meno del famigerato «lodo Alfano».

E’ curioso notare come su quella puntata di ‘Porta a Porta’ non si siano scagliate allora né le critiche dei politici, né la mannaia della Commissione di Vigilanza Rai e come Bruno Vespa non abbia ricevuto da parte dei dirigenti Rai le stesse ‘attenzioni’ riservate a Santoro e Vauro.

A me non rimane che trarre una conclusione, Silvio Berlusconi, da oggi, oltre a non poter essere processato per corruzione abbiamo la prova che non può esserlo neanche per diffamazione.

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9 Aprile 2009

Io voglio sapere

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Ieri mi sono recato a L’Aquila, l’ho fatto cercando di essere il più discreto possibile. Concordo con il presidente della provincia Stefania Pezzopane quando accusa i politici ed i vari ministri, più di 10, di voler fare sciacallaggio elettorale correndo in cerca di telecamere senza curarsi di altro.
La devastazione che ho toccato con mano, in quella città a pochi chilometri dalla mia terra natale, è stata a dir poco agghiacciante. La situazione ora sembra normalizzata, gli aiuti a regime, gli stanziamenti finanziari troveranno l’unanimità di governo e opposizione, ma la terra continua a tremare.
Alla solidarietà per il dolore di questa gente, di giorno in giorno si fa largo il sentimento di rabbia e la sensazione che questa tragedia abbia imboccato, con il fronte compatto dei media e la paura dei politici, il tunnel del “non è il caso di fare polemica”.
Io non voglio nessuna polemica, voglio solo giustizia per la mia gente.

In Cina, nel maggio 2008 ci fu un terremoto violentissimo in pieno giorno, vennero giù gli edifici pubblici, tra cui molte scuole e si contarono migliaia di vittime tra cui moltissimi bambini, motivo per cui fu chiamata “la strage dei bambini”. Fu accertato che gli edifici pubblici non erano stati costruiti secondo adeguate norme sismiche. La mobilitazione degli aiuti del governo arrivarono immediati ma non bastò ed i responsabili furono costretti ad inginocchiarsi per evitare il linciaggio della folla.

Io voglio sapere.

Voglio sapere perché alcuni edifici pubblici sono crollati come castelli di sabbia al sole

Voglio sapere perché Giampiero Giuliani è stato trattato come un pazzo allarmista in un telegiornale di studio aperto il 2 aprile, 4 giorni prima del terremoto, e poi denunciato per procurato allarme.

Voglio sapere perché il governo non ha preso in seria considerazione le parole di un esperto, e con chi abbia condiviso di correre questo rischio. Sperando che la risposta non sia quella che ho già ascoltato e cioè che non si sarebbe potuto evacuare l’Abruzzo, ma almeno gli edifici pubblici a più alto rischio compresa la casa dello studente dove da giorni si udivano sinistri scricchiolii.

Voglio sapere perché i media si affannano a coprire queste notizie.

Voglio sapere perché il governo sponsorizza l’Impregilo, società coinvolta nello scandalo dei rifiuti di Napoli, nell’eterno cantiere dai finanziamenti senza fondo della Salerno Reggio Calabria, nella costruzione di parte dell’ospedale San Salvatore sgretolatosi a L’Aquila ma costato nove volte in più del preventivato.

Voglio sapere perché dopo questa conclamata inadeguatezza di uno dei più grossi gruppi edili del Paese Silvio Berlusconi si ostini ad appaltargli l’opera inutile del Ponte di Messina.

Voglio sapere come mai non sono ancora state approvate le norme tecniche per le costruzioni di un Decreto ministeriale del 14 settembre 2005 che reca la mia firma da ministro delle Infrastrutture, concepito con il pensiero rivolto al sisma del 2002 in Molise che uccise 27 bambini. Decreto la cui applicazione è stata prorogata al 2010 dal governo Berlusconi, nella persona del ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, nonostante esperti come Luca Sanpaolesi, professore di Tecnica delle costruzioni a Pisa, l’abbiano definita come “la prima normativa italiana che adotta principi seri in tema di antisismica” .

Io voglio sapere.
Lo Stato ha il dovere di sostenere nella tragedia gli abruzzesi, deve affiancare la celerità nell’individuare e non distogliere le eventuali responsabilità in gioco.

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31 Marzo 2009

Mario Chiesa: niente di nuovo sotto il sole

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Riporto un'intervista rilasciata oggi su Radio Capital riguardo l'arresto di Mario Chiesa per tangenti e traffico illecito di rifiuti.
Con l’arresto di Mario Chiesa, avvenuto il 17 febbraio del ’92, nel caso qualcuno non lo ricordasse, non comincia la storia di Tangentopoli, ma semmai quella di Mani Pulite: o meglio la fase operativa dell’inchiesta. Il presidente del Consiglio ha dichiarato due giorni fa che Tangentopoli è finita. Tangentopoli non è mai finita ma, inchieste come quella di Mani Pulite, sono state messe nelle condizioni di non ripetersi mai più. Di questo ne prendo atto. A rendere possibile questo sciagurato impedimento sono state le continue umiliazioni della giustizia, con leggi come il lodo Alfano, il bavaglio alle intercettazioni, il bavaglio all'informazione e lo sdoganamento di un sistema di potere che non ha più bisogno di agire nell'ombra ma semplicemente alla luce del sole.

Testo dell'intervista

"Niente di nuovo sotto il sole. Ho sempre sostenuto che Tangentopoli non era mai morta e che, anzi, bisognava alzare la guardia, non abbassarla. Sul piano etico e politico, Mario Chiesa non è il solo e non è il primo che viene ancora una volta accusato dopo essere caduto nelle mani di Tangentopoli. In tutti questi anni si è percepito il senso dell'impunità, il senso del poter fare tutto quello che si vuole perché tanto, prima o poi, ci sarà una legge, un condono, un indulto, una denigrazione del magistrato, un blocco dei processi, e la conseguente vittoria di chi delinque. Due giorni fa il Presidente del Consiglio ha detto che si è chiusa la stagione aperta da Tangentopoli. Berlusconi ha sbagliato termine: non è Tangentopoli che si è chiusa, ma Mani Pulite. Tangentopoli è quella città del malaffare che bisognava pulire con la ramazza. Mani Pulite era la ramazza. Quella ramazza è stata bloccata, è stata rotta, le è stato impedito di fare il proprio lavoro. In tutti questi anni si è preferito criminalizzare coloro che hanno scoperto gli autori dei reati e non gli autori dei reati stessi. Il risultato è che ci ritroviamo sempre qui, con gli stessi metodi, ma il risultato più grave è che sempre più giovani, la nuova classe sociale, prende atto che la furbizia, la strafottenza, il menefreghismo e l'approfittamento, paga. I bulli delle scuole sono i “figli” dei bulli delle istituzioni. In un’ottica di questo genere il mio impegno e dell'Italia dei Valori, è quello di porre la legalità al primo posto per avere una buona economia e una democrazia."

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25 Marzo 2009

I danni della disinformazione

forleovulpio.jpg

Pubblico il video ed il testo dell'intervista a Clementina Forleo e Carlo Vulpio, realizzata dal nostro inviato, sul tema dell'informazione.

Alle elezioni europee di giugno torniamo in Europa, con l'informazione vera.

Testo dell'intervista

Claudio Messora: "Oggi andiamo a Catania. L'occasione è quella della presentazione del libro "Roba Nostra", dello scrittore giornalista Carlo Vulpio, che ha pagato a caro prezzo la sua determinazione nel non lasciarsi imbavagliare circa le indagini denominate Why Not e Poseidon. Ha pagato con la rimozione dal suo incarico presso il Corriere della Sera, il giornale diretto da Paolo Mieli dove lavorava. Oggi Carlo Vulpio si candida da indipendente nelle liste dell'Italia Dei Valori per le prossime elezioni europee."

Carlo Vulpio: "Mi è stata proposta questa candidatura da indipendente affinchè continuassi a fare, con un impegno politico diretto, un lavoro da indipendente, che era quello che facevo fino a qualche settimana fa, per il giornale dove lavoro. Adesso sono in aspettativa perchè ho accettato questa candidatura, che è appunto indipendente perchè nessuno mi ha chiesto nulla in cambio, se non l'impegno a portare un valore che in Italia è un valore scarso, quello della libertà di informazione che non è garantita, quello di un'informazione vera che è un valore non ancora garantito e che ci vede collocati negli ultimi posti in Europa e nel mondo."

Claudio Messora: "All'incontro partecipa anche Clementina Forleo, un magistrato che a sua volta ha pagato a caro prezzo la sua determinazione nel portare avanti il caso dei "Furbetti del quartierino", che coinvolgeva tra gli altri anche Fassino e D'Alema.
Per ogni cittadino italiano uno dei diritti fondamentali è partecipare alla vita politica della polis decidendo attivamente leggi e regole comuni. Sembra però che oggi ci sia qualcuno che contesta che questo diritto possa applicarsi anche ad un magistrato
."

Clementina Forleo: "Un magistrato, come tutti i cittadini, può scendere in politica, e può fare della sua esperienza un patrimonio fondamentale per partecipare attivamente alla politica, intesa con la 'P' maiuscola. Ritengo però che nel momento in cui un magistrato decida di scendere in campo, debba essere necessariamente una scelta irreversibile, non può tornare a prendere la toga perchè ne verrebbe intaccata la sua immagine di imparzialità e indipendenza. Questo è un principio che io ho sempre affermato. Devo dire che mi meraviglia che solo alcuni giorni fa, con la discesa in campo di Luigi de Magistris, il problema sia stato sollevato da vertici della magistratura quali Nicola Mancino, e si sia gridato allo scandalo da parte di grossi esponenti della politica e del giornalismo. Ritengo che queste persone abbiano poca memoria e che questa discesa in campo sia pericolosa."

Carlo Vulpio: "Le parole sono importanti, e con le parole ci imbrogliano. Un esempio è questo continuo utilizzo della parola legalità, trasformata immediatamente in giustizialismo. Cioè chiunque di noi, chiunque di voi chieda l'applicazione della legge per quel famoso Articolo 3 della Costituzione, perchè ritiene che la legalità è il potere dei senza poteri, per ciò stesso evocherebbe un intervento giustizialistico, un dispiegamento di forze giustizialiste che godono al tintinnar di manette. Ecco il primo imbroglio.
Noi che stiamo qui a parlare adesso, siamo dei sovversivi. Se venisse qualcuno di questi tempi in Italia ad osservare un incontro di questo tipo e avesse sentito l'intervento della dottoressa Forleo, dedurrebbe che qui si sta lavorando alla costruzione di un covo di sovversivi, perchè si sta addirittura ponendo il problema della vigenza dell'articolo 3 della Costituzione. Niente di meno! Io l'altro giorno ho letto sul mio quasi ex giornale una filippica contro l'articolo 3 della Costituzione, e piano piano mi andavo convincendo che effettivamente anche io fossi dalla parte dei sovversivi, laddove arrivato al commento dell'articolo 3, secondo comma, della Costituzione, cioè quello che materialmente dovrebbe rimuovere gli ostacoli che si frappongono ad un'uguaglianza effettiva, diceva il commentatore di cui non farò il nome per non fargli pubblicità, che era troppo generico quest'articolo 3 della Costituzione, era troppo ampio, era troppo! E' fondamentale questo passaggio. Si comincia così. Si comincia a gettare il sasso nello stagno. Si comincia con il grande giornale, il grande commentatore magari un tanto al chilo, che propone un articolo di questo tipo, si dice tecnicamente 'detta l'agenda', detta l'agenda politica, del dibattito pubblico, e una volta dettata l'agenda le pecore, il pubblico, l'opinione pubblica che non esiste, è un'invenzione, l'opinione pubblica non c'è, segue.
E' proprio internet, è proprio la rete che in qualche maniera ci ha salvati. Ha salvato quelli come noi: giornalisti, magistrati, lavoratori comuni che non avrebbero più potuto far sentire la loro voce, sarebbero entrati definitivamente in un cono d'ombra, se non ci fossero stati i blogger, i blog, il cosiddetto popolo della rete. E grazie alla rete si è formata un'opinione pubblica nuova, con caratteristiche totalmente inedite, che ovviamente hanno allarmato i tradizionali poteri, anche quelli che editano i giornali. Se una nuova opinione pubblica si forma sulla rete, e se la rete ci salva, allora la rete diventa pericolosa. Se la rete non ci fosse stata noi non avremmo potuto parlare adesso, così, a centinaia, migliaia, milioni di persone, e probabilmente le nostre storie sarebbero state storie eccellenti, ma sarebbero deperite in questa loro eccellente solitudine.
"

Clementina Forleo: "Io credo che se siamo qui, se siamo qui questa sera a parlare di queste cose, che poi sono i temi fondamentali del libro Roba Nostra, è perchè ci sentiamo un poco intrappolati, perchè purtroppo la trappola, senza accorgercene, è scattata sulle regole, sulla democrazia, sulla legalità, sulla giustizia, sull'etica... cioè è scattata su quelli che dovrebbero essere i termometri di una democrazia moderna. E allora dobbiamo cercare di evitare di fare la fine appunto di quel famoso topolino di un altrettanto famosa metafora, il quale appunto preso in una trappola, ai suoi amici intenti a liberarlo diceva che non si lamentava poi della trappola, ma si lamentava della cattiva qualità del formaggio. E allora leggendo i giornali, soprattutto negli ultimi tempi, io ho paura appunto di questo, del fatto che ci stiamo convincendo che tutto sommato stiamo meno male di quanto si può stare.
La rete ci salva e ci salverà. Io fino a poco tempo fa avevo una speranza. Avevo la speranza che alcune testate conservassero dei margini di libertà. Purtroppo mi sono resa conto che anche in questo campo sono stata un po' ingenua, e che ultimamente le testate più libere si sono un po' asservite, probabilmente perchè i tempi sono difficili e bisogna assecondare i poteri forti, dove per poteri forti in questo caso intendo i potentati economici e politici che sorreggono le grosse testate. Quindi i blog, internet e la rete, nell'immediato quanto meno (mi auguro che nel medio e lungo termine le cose possano cambiare) sono destinati a sostituire la classica informazione, che è un'informazione deviata, un'informazione deviante, un'informazione che non ci passa le cosiddette notizie.
"

Carlo Vulpio: "In Italia siamo, per libertà di informazione, agli ultimi posti in tutte le classifiche europee e mondiali. Questo non è un fatto grave in sè, è un fatto grave perchè attraverso l'informazione che è uno snodo strategico, passano mille altre cose, alcune delle quali fondamentali per il destino di un paese. Pensate a come è stata trattata la giustizia."

Clementina Forleo: "Sul caso Salerno - Catanzaro, per esempio, è stata forse volutamente fatta passare l'opinione, attraverso un'informazione non sempre fedelissima, l'idea di questo scontro, di questa guerra tra Salerno e Catanzaro. A mio avviso non si è trattato di uno scontro, perchè uno scontro presuppone due corpi in movimento. In questo caso Salerno aveva legittimamente, come è stato appurato dal Tribunale del Riesame, disposto una perquisizione e un sequestro di atti nei confronti appunto di Catanzaro. Catanzaro non poteva replicare con un contro-sequestro per il semplice motivo che i reati ipotizzati da Catanzaro dovevano essere denunciati all'autorità competente, cioè appunto un'altra autorità, perchè evidentemente i magistrati di Catanzaro non potevano autodifendersi. Quindi non tanto la politica ma la stessa magistratura ha voluto consgnare al potere dei magistrati che stavano facendo onestamente il proprio lavoro e avevano toccato, come aveva toccato poi in fondo Luigi de Magistris, dei nervi scoperti che toccavano anche lo stesso potere giudiziario in Calabria, e che avevano aperto uno squarcio sul terzo potere dello Stato, e che poteva poi far saltare dei nervi anche in altri territori dello Stato."

Carlo Vulpio: "Pensate a come è stata trattata l'economia, pensate a come è stato trattato il lavoro dall'informazione. Un'informazione addomesticata, un'informazione orientata non serve. Per entrare davvero in Europa noi abbiamo bisogno di una informazione a livelli europei. L'Italia ai livelli europei, da questo punto di vista, non è ancora arrivata.
Tutto quello che accade nella sfera pubblica è affare nostro. Se noi non ce ne occupiamo, qualcun altro farà in modo di occuparsene al posto nostro.
"

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9 Marzo 2009

Intercettazioni: opposizione senza sconti

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Domani verra' avviata alla Camera la discussione sul disegno di legge sulle intercettazioni. Anche se ci sono lievi "ritocchi" - per altro inutili e di fatto peggiorativi - sui gravi indizi di reato, la riforma rimane una gravissima limitazione ed una catastrofe per il nostro sistema giudiziario, oltre che una "museruola" all'informazione pubblica gia' profondamente controllata nel nostro Paese.

Lo spiega ampliamente un articolo apparso questa mattina su La Stampa a firma di Carlo Federico Grosso (leggi la biografia su Wikipedia), che sottolinea come la questione della privacy e degli abusi nelle pubblicazioni di intercettazioni siano, in realta', "particolarmente enfatizzati" per pilotare, come unica soluzione possibile, l'indebolimento del sistema giudiziario e della libera informazione attraverso questo disegno di legge.

L'Italia dei Valori e' pronta a fare un'opposizione senza sconti su questo tema, così come ha fatto fin da quando questa riforma è stata presentata in Aula.

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23 Febbraio 2009

Scempio intercettazioni

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Oggi sono intervenuto in aula contro la legge scempio sulle intercettazioni. Questa legge avrà effetti devastanti sulla giustizia, moltiplicherà il numero di delinquenti nel nostro Paese, da quelli pistola alla mano a quelli in giacca e cravatta che siedono anche nelle istituzioni. Questa legge sortirà lo stesso devastante effetto che ebbe la legge sull'indulto, votata durante il governo Prodi, e alla quale l'Italia dei Valori si oppose con fermezza. Al peggio non c'è mai fine, ma questa volta abbiamo varcato un confine inesplorato.

Pubblico il video e il testo del mio intervento, che ho diviso in capitoli per facilitarne la lettura:

- L'imputato sceglie il proprio giudice
- Bavaglio all'informazione
- Bavaglio assoluto: la prova del dolo
- La beffa della durata dell'intercettazione
- Le opposizioni di facciata: dalla padella alla brace
- Distonia del Gip
- Perché vogliono eliminare le intercettazioni



Testo dell'intervento:

"Signor Presidente, discutiamo oggi della necessità di modificare il sistema delle intercettazioni in Italia per combattere meglio la criminalità (immagino che sia questa la ragione per cui si interviene sul sistema delle intercettazioni).
Le intercettazioni - ci hanno insegnato a scuola - sono uno strumento di indagine che serve per scoprire i criminali e per individuare le loro responsabilità quando commettono i reati. Quindi un Governo, un Parlamento e istituzioni che vogliano combattere la criminalità devono ricorrere ad ogni strumento utile e necessario per combatterla. A questo servono le intercettazioni. Altra cosa sono le pubblicazioni, specie quelle arbitrarie, delle intercettazioni.
Il bisturi serve al chirurgo per intervenire in sala operatoria e salvare il malato; altra cosa è se il chirurgo utilizza il bisturi per ammazzare la moglie. Ma a nessuno viene in mente di eliminare il bisturi dalla sala operatoria, solo perché vi è qualche chirurgo matto! Pertanto, non dobbiamo intervenire sull'eliminazione delle intercettazioni, ma è necessario fare in modo che, nel sistema delle pubblicazioni, si tenga in considerazione il diritto alla privacy dei singoli, specialmente di coloro che non c'entrano nulla.
Se questo è lo scopo delle intercettazioni, a cosa serve questa proposta che ci viene fatta in Aula? Serve a combattere la criminalità? Serve ad evitare la violazione della privacy? Ma proprio per niente! Già ora, infatti, è prevista, per legge, la necessità di non violare la privacy, di rispettare il segreto istruttorio e, nel caso in cui vi sia una violazione del segreto istruttorio, di punire. Il problema è che qualcuno non fa il suo dovere. Che sia sempre il magistrato è tutto da vedere, perché (lo si vedrà in seguito), nella maggior parte dei casi, ciò avviene quando gli atti subiscono una discovery, cioè quando gli atti vengono posti all'attenzione di tante altre parti processuali, a cominciare dagli avvocati.
Vediamo, in concreto, cosa prevede la proposta sulle intercettazioni telefoniche. In essa, in realtà, si professa una ratio, ma se ne insegue un'altra: si dice all'opinione pubblica e ai cittadini che con questo provvedimento si vuole restituire credibilità allo strumento delle intercettazioni. Invece, il vero scopo è quello di evitare le intercettazioni, per evitare che si possano scoprire dei reati (cosa che, magari, a qualcuno, anche qui dentro, anche a casa del Governo, non fa comodo).
Noi dell'Italia dei Valori sappiamo che, in questo Parlamento, tale provvedimento sarà approvato, perché sappiamo che, anche qui in Aula, accadrà quel che è accaduto in Commissione. Privatamente, tutti ci dicono che il provvedimento in discussione contiene molti aspetti che non vanno e che vi sono molte questioni non accettabili. Lo si dice privatamente, magari, anche in qualche intervista, ma, poi, come soldatini fedeli ad alzare la mano, faranno passare questo provvedimento. Noi dell'Italia dei Valori, ancora una volta, ricorreremo ai cittadini attraverso il referendum: questa estate, infatti, presenteremo, in blocco, un «grappolo» di referendum, affinché l'anno prossimo i cittadini possano essere chiamati a giudicare i comportamenti di questa maggioranza e di questo Governo.
"

L'imputato sceglie il proprio giudice

Ebbene, le ragioni tecniche per cui non condividiamo il provvedimento in discussione (che abbiamo cercato in tutti i modi di contrastare in sede di Commissione) sono, quanto meno, le seguenti. In primo luogo, si prevede l'astensione obbligatoria, o altrimenti la sostituzione del pubblico ministero, ogni volta che egli risulti iscritto nel registro degli indagati per violazione del segreto istruttorio. Tradotto: qualsiasi imputato, quando sa che un pubblico ministero può arrivare a lui, lo denuncia e, obbligatoriamente, il pubblico ministero dovrà essere iscritto nel «modello 21», cioè nel registro delle notizie di reato. Vero o falso che sia, dovrà essere iscritto. L'imputato, quindi, avrà sempre la possibilità di scegliersi il suo pubblico ministero, fino a quando ne trova uno che gli conviene; e se non ne trova uno che gli conviene, fino a quando non arriverà la prescrizione. Tutti quanti dovremo correre dietro alla volontà dell'imputato! In questo modo, lo Stato abdica alla sua funzione di giudice naturale per rimetterla al suo imputato. Egli potrà scegliere il suo giudice e si sceglierà sempre e solo il giudice che gli darà ragione. Questa è anche una questione di costituzionalità, che intendiamo proporre in questa sede, come in tutte le sedi.

Bavaglio all'informazione

Riteniamo, altresì, del tutto irrazionale, illogico ed anche immorale, prevedere l'esclusione di qualsiasi pubblicazione di atti di indagine fino a quando le indagini non sono compiute. Riteniamo che anche questo sia incostituzionale ma, soprattutto, inopportuno ed immorale. Il cittadino ha il diritto di sapere se e perché accadono determinati fatti gravissimi che lo riguardano direttamente. Se intere giunte comunali, regionali e provinciali, uomini di Governo, parlamentari, sono sottoposti a processi delicatissimi, il cittadino ha il diritto di saperlo!
Se anche sono innocenti, egli ha diritto di saperlo, altrimenti non verrebbe mai informato, non potrebbe mai saperlo se non a cose fatte, quando non avrebbe più alcuna possibilità di scoprire come stanno le cose, di farsi un'idea di chi lo governa e di chi lo rappresenta nelle istituzioni. Lo stesso si può dire anche quando si prevede che i giornalisti pubblichino anche per riassunto e per estratto notizie di un processo, non coperte da segreto, perché il segreto istruttorio interno non c'è più, dal momento che gli atti sono depositati; non far sapere tutto questo al cittadino è irrazionale, illogico e immorale. Il cittadino non deve neanche più sapere chi viene arrestato e per quale motivo. Nemmeno in uno Stato di polizia questo è possibile: di nascosto dall'opinione pubblica si può arrestare chi si vuole e nessuno deve sapere, né perché e né chi.

Bavaglio assoluto: la prova del dolo

La terza ragione per cui non condividiamo questo provvedimento è riferita alle modalità con cui vengono ammesse le operazioni di intercettazione. Ricordiamo che, secondo questo disegno di legge, non esiste più la sola intercettazione telefonica, ma ne esistono ben quattro tipi: l'intercettazione telefonica classica, l'intercettazione ambientale, i tabulati telefonici e l'intercettazione mediante ripresa visiva. Proprio su questa mi vorrei soffermare: che ci azzeccano le riprese visive con le intercettazioni telefoniche? Mi dovete spiegare per quale ragione un poliziotto può stare di fronte ad una banca per vedere se arriva un delinquente e non ci può stare una telecamera. Fino ad oggi le telecamere erano né più né meno delle prove documentali atipiche; oggi la telecamera riprende un rapinatore che entra in banca e, siccome non è stata prevista l'intercettazione preventiva, questa telecamera non serve a niente. A che cavolo serve tutto questo? Così si combatte la criminalità? Chi aiuta, a chi giova tutto questo? A che serve, cosa c'entra la riservatezza, la privacy, la tutela? Una persona che va in banca sa che ci si reca soltanto per ritirare dei soldi e non ha nulla da temere, ma, se ci va con il pistolone, è meglio che ci sia una telecamera che lo guarda. Che ci azzecca tutto questo con la necessità di disporre di intercettazioni telefoniche che servano?
E le intercettazioni ambientali? Le intercettazioni ambientali, secondo questo documento, servono - o dovrebbero servire - solo se vengono utilizzate nel momento in cui si compie l'atto illecito, cioè nel momento in cui si compie la rapina o lo stupro. Ma, se so che in quel momento sta avvenendo un reato, faccio l'intercettazione o metto le manette a chi lo sta compiendo? Ho bisogno di disporre un'intercettazione se so che in quel momento sta avvenendo il reato? Arresto quella persona, la blocco, la porto in caserma. Le intercettazioni servono per scoprire i reati, non quando li ho scoperti. Le intercettazioni ambientali devono servire solo nella flagranza del reato.
E i tabulati telefonici, come li accordiamo con l'articolo 132 del codice della privacy? Ve lo ha ricordato anche il Consiglio superiore della magistratura. Pochi mesi fa, in questa legislatura, avete modificato quella norma e adesso la modificate ancora: si applicano entrambe le disposizioni o una esclude l'altra? In questo caso, qual è quella che esclude l'altra?
Se i tabulati telefonici devono servire, devono essere acquisiti solo quando vi sono gravi indizi di colpevolezza. Come fa la parte offesa a difendersi se ad essa serve un tabulato telefonico per dimostrare che un certo giorno stava in un posto piuttosto che in un altro e che, quindi, per la stessa non vi sono indizi di colpevolezza: ha bisogno di poter disporre del tabulato (non del suo, di quello di altri).

La beffa della durata dell'intercettazione

Che dire poi della durata delle intercettazioni telefoniche, il sesto punto per cui noi non condividiamo questo provvedimento? Le intercettazioni telefoniche sono state previste per un tempo massimo di 60 giorni, ma - si dice - «salvo che per le associazione a delinquere e le associazioni terroristiche». Sfido qui dentro se vi è una sola persona che abbia un po' di cognizione di investigazione - un minimo di cognizione - che può dimostrarmi che si scopre prima l'associazione a delinquere e poi il reato presupposto.
È chiaro che l'associazione a delinquere è l'atto finale di un'indagine, attraverso la quale si trovano prima un numero di persone, poi un numero di reati ed infine un'identità di disegno criminoso. L'associazione a delinquere è l'atto finale con cui il magistrato riesce ad individuare l'organizzazione, l'impresa criminale all'esito di un insieme di attività sui singoli reati e sulle singole persone.
Dire che bastano i sufficienti indizi di reità quando abbiamo l'associazione a delinquere è come dire che non scoprirò mai l'associazione a delinquere perché non posso scoprire gli altri reati, pertanto si tratta di una doppia presa in giro.

Le opposizioni di facciata: dalla padella alla brace

Questa riforma, così come modificata dagli emendamenti del Governo dopo che l'opposizione si è fatta sentire, è peggiore di quella di prima, perché più sofisticata e più criminogena.
Che dire dei procedimenti contro ignoti dove è necessaria l'autorizzazione della persona offesa? Immaginate la persona sottoposta ad usura o ad estorsione che deve dare l'autorizzazione ad essere intercettato per scoprire chi fa l'usuraio o ha sequestrato la persona e vuole un riscatto? È chiaro che avrà interesse a liberare sua figlia, ha un interesse totalmente diverso!
Che dire di altre due «perle»: l'utilizzazione delle intercettazioni in altri procedimenti è prevista solo per i reati di criminalità organizzata, solo per quelli per i quali è previsto l'arresto obbligatorio di cui all'articolo 51 del codice di procedura penale. Perché? Abbiamo fatto tanto! Se mentre ascolto legittimamente una persona, che di mestiere fa il rapinatore, scopro che ha violentato la figlia cosa faccio? Faccio finta che non ho sentito! Ma che senso ha tutto questo? Come si combatte la criminalità? Ho fatto un'intercettazione telefonica lecita, legittima e scopro che uno, che di mestiere fa il delinquente, ha commesso un reato al posto di un altro e dico «no»: volevo intercettarti per rapina e invece hai commesso solo un'estorsione! Scusa, non lo faccio più! Naturalmente di tutti gli altri nessuno deve sapere nulla, neanche la moglie deve sapere se ha violentato la figlia! Ma fatemi il piacere!
Ancora, che dire del divieto di utilizzazione dei risultati delle intercettazioni quando cambia il titolo del reato? Il mutamento del titolo del reato, per definizione è una valutazione ex post: quando procedo, lo faccio per un titolo di reato, all'esito del quale, a seguito di valutazioni, scopro che, piuttosto che sotto quel titolo, il reato rientra sotto un altro, ma gli elementi di fatto sono sempre gli stessi, il reato è stato commesso e l'acquisizione dell'intercettazione è lecita!
«No»: io volevo incriminarti per rapina e invece si tratta di un furto! E se poi è un furto invece che una rapina? Perché il furto «no»? Che senso ha tutto questo? Qual è la ratio rispetto a quella che andate a dire in giro? Voi dite in giro che volete le intercettazioni per combattere la criminalità organizzata. Ma questa è! Voi dite: «noi vogliamo che non ci siano incidenti stradali e togliamo i semafori». Ah ecco! È un modo: li fate fuori tutti così non ce ne sono più!
Inoltre, c'è la storia della proroga: posso prorogare le intercettazioni solo se esistono ulteriori elementi diversi da quelli che si scoprono attraverso le intercettazioni stesse. Che senso ha tutto questo? Quindi, attraverso le intercettazioni scopro che qualcuno sta per commettere un sequestro di persona e non posso chiedere la proroga perché non ho scoperto alcun elemento in più!
E ancora, il tempo delle intercettazioni è prefissato in massimo 60 giorni, sempre che si trovino ulteriori elementi e via dicendo. Non ho capito: ma se ho a che fare con un sequestro di persona o con reati gravissimi, come possono essere anche gli stupri e quant'altro, mi dovete spiegare, se ho a che fare con reati ad effetto permanente seppure immediati, per quale ragione, dopo un certo periodo di tempo, mi devo fermare, se non nel tempo prefissato dalle indagini preliminari.
Noi abbiamo un tempo che è indicato nel codice. Esso è il tempo delle indagini preliminari, che può essere di 6 mesi oppure anche di più. Durante questi 6 mesi il pubblico ministero deve poter svolgere tutte le indagini che gli sono consentite. Ma proprio sugli aspetti più importanti e delicati gli si dice che può occuparsene solo per 15 giorni. Non ho capito: se devo fare una cura per 6 mesi, perché devo limitarla a 15 giorni? È come se si andasse dal medico e quest'ultimo dicesse: «hai bisogno di 6 mesi di convalescenza ma non puoi fare più di 15 giorni». Che senso ha tutto questo?
E ancora, si prevede il tribunale distrettuale in funzione collegiale per decidere non solo sulle intercettazioni, ma anche sulle proroghe. Ma di tribunali distrettuali ve ne sono pochi, non sono tanti. La maggior parte dei tribunali sono quei piccoli tribunali sparsi per il territorio. Accentrare tutto a livello di tribunale distrettuale, in funzione collegiale, sapete cosa vuol dire? Significa ingolfare totalmente il lavoro dei magistrati. Vi è venuto in mente cosa comporterà tutto ciò sulla disciplina delle incompatibilità? Non avremo più magistrati in grado di poter giudicare o di poter fare intercettazioni, perché in pochissimo tempo, se solo vi è un'associazione a delinquere ben organizzata, ogni giudice è impedito a fare altre cose.

Distonia del Gip

E questa distonia tra il Gip, che può dare l'ergastolo ma che non può fare intercettazioni o una proroga, e tra il tribunale distrettuale non l'avete presa in considerazione? Che senso ha? Il Gip può condannare ma non può disporre un accertamento istruttorio. Ma che senso ha tutto questo?
E poi immaginate tecnicamente questi grandi inchieste, con un milione di fogli di carte. Le carte non passano attraverso Internet. Le carte devono andare con le carte! Immaginatevi un milione di fascicoli processuali, un milione di pagine. Ogni volta questi fogli devono andare dal territorio al tribunale distrettuale. Vanno e tornano, vanno e tornano! Ogni volta che si registra un'aggiunta, una proroga, un qualche atto in più o nel mentre che si decide questi quintali di carta, che vanno e tornano, il segreto istruttorio ve lo mando a dire io a che serve. Passiamo tutto direttamente all'ufficio stampa!
Inoltre, si deve ricordare la questione della misura della motivazione dell'ordine cautelare. Si può motivare ma solo per riassunto. Se un'intercettazione telefonica è utile e necessaria per capire il comportamento di qualcuno non vi è nulla di meglio che sentire esattamente ciò che ha detto. E invece «no»! Non si può scrivere nell'ordine di misura cautelare ma si deve scrivere per riassunto, secondo la propria interpretazione. Si deve fare di 4 righe e non di 40. Ma perché volete limitare anche il numero delle pagine? Ma vi vergognate che possa esservi qualcosa di troppo? Ma che senso ha tutto questo?

Perché vogliono eliminare le intercettazioni

Sono proprio assurde queste motivazioni, sono proprio assurde. Tuttavia, esse evidenziano un elemento di fondo e con ciò mi avvio a concludere il mio intervento. L'elemento di fondo è capire cosa siano le intercettazioni e perché questo Governo e questa maggioranza le teme. Questo è il vero problema. Il vero problema è che, grazie ad un'informazione non sufficiente, anzi ormai non più in grado di poter informare, perché la volete anche mettere a tacere totalmente, voi non volete far sapere ai cittadini quel che accade, non volete far sapere ai cittadini quel che molte persone delle istituzioni sono, non volete far sapere che, con le intercettazioni, si possono scoprire i reati. La verità, allora, è una e una sola. Questa legge sulle intercettazioni non serve a combattere la criminalità né ad assicurare la privacy. Essa serve solo ad assicurare l'impunità a qualche persona che, per assicurarsi la propria impunità, mette a rischio l'incolumità dei cittadini (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori e di deputati del gruppo Partito Democratico - Congratulazioni)."

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15 Febbraio 2009

Lo schema collaudato

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In Italia oramai lo schema è collaudato: prima preparano il terreno mediaticamente, poi sfornano un provvedimento d’urgenza.
E’ avvenuto così, ad esempio, per la monnezza campana (che è ancora lì): il governo ha urlato all'emergenza, poi si è proposto come salvatore della Patria con il caro prezzo per gli italiani e per la loro salute, di sbloccare o avviare la costruzione di decine di inceneritori.
Sta succedendo con le intercettazioni: si snocciolano casi marginali, si pubblicano testi di intercettazioni irrilevanti, al limite del gossip, si scrivono due numeri su fantomatici costi (omettendone altri ben più importanti del beneficio per i cittadini), si urla all’indecenza e ne consegue un “necessario” bavaglio d’urgenza alle intercettazioni.

In queste ore sta accadendo con la violenza sulle donne, meglio se ad opera di extracomunitari, con il fine di varare soluzioni di grande eco mediatico, ma di scarsissima efficacia sul campo. Così come tutte le soluzioni adottate da questo governo, impronte ai bambini Rom comprese.
In Italia avvengono circa 13 stupri al giorno, uno su tre è compiuto da un extracomunitario, due su tre sono italiani. Avvengono maggiormente all’interno della coppia, ad opera di un fidanzato o del marito. Questo viene rimarcato con meno “insistenza”.
Il governo ha fallito sulla sicurezza con i militari nelle città e con tutte le altre "soluzioni spot" millantate in questi mesi. E sta aggravando questo fallimento anche sul campo giuridico, impedendo le intercettazioni, strumento fondamentale, a fronte di una denuncia da parte della vittima, per incastrare lo stupratore. Se, infatti, per intercettare ci dovranno essere “gravi indizi di colpevolezza”, di fatto sarà impossibile usarle per questo tipo di reato.
Tra le panacee di facciata rispunta anche l'allungamento dei tempi di prescrizione, proposta circoscritta, ovviamente, solo al reato di stupro. Ma il governo dimentica, anzi omette di ricordare ai cittadini, che questi tempi sono stati ridotti, senza troppi distinguo tra i reati, per evitare ora un processo, ora una condanna, per Silvio Berlusconi e per i suoi sodali.
Il carcere e la certezza della pena sono importanti per ogni reato, soprattutto per uno stupro, ma non saranno la soluzione al problema. Carcere e certezza della pena sì ma per tutti, stupratori d’importazione e nostrani, compresi quelli dediti al turismo sessuale, reato compiuto da migliaia di italiani.

Ma il governo Berlusconi cerca lo spot ad effetto ed è chiaro che non ha interesse a risolvere il problema, altrimenti non varerebbe mai un provvedimento che blocca le intercettazioni, anche nei confronti degli stupratori.

P.S.: riporto il titolo di una notizia di repubblica.it di oggi. Questo è il vero volto del governo in tema di sicurezza.

La polizia con le auto in garage "A Roma e Napoli 500 mezzi fermi"
Tagliati i fondi per la sicurezza, bloccata la manutenzione delle vetture
"Possiamo permetterci solo il rabbocco dell'olio e il cambio delle gomme"

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11 Febbraio 2009

Stato di diritto, addio

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La goccia dello Stato di diritto sta per far traboccare il vaso. Ieri è cominciata, in commissione Giustizia alla Camera, la discussione sul nuovo disegno di legge del governo in materia di intercettazioni telefoniche. Dovete sapere che è un attacco allo Stato di diritto, e mi meraviglio che nemmeno i giornali "indipendenti" ne parlino.

Lascio detto oggi, quello che accadrà dello Stato di diritto quando sarà approvato questo provvedimento.

Sarà approvato cosi com’è, perché ieri ho avuto modo di riscontrare in commissione, dove ho cercato di battermi per far capire l'assurdità di certe decisioni, la certezza che non c'è peggior sordo di chi non ti vuole sentire: la maggioranza parlamentare non ti ascoltava nemmeno, non gliene fregava niente a nessuno.

Sono ben sei gli elementi che distruggono lo Stato di diritto in questo disegno di legge:
1) I criminali si scelgono il giudice
2) La beffa dell'intercettazione
3) L'inganno dell'eccezione "criminalità organizzata"
4) Eliminazione delle intercettazioni ambientali
5) La gabbia della burocrazia
6) Bavaglio ai giornalisti e Stato di polizia

1) I criminali si scelgono il giudice

Sapete cosa prevede questo disegno di legge? Il dovere di astensione e il conseguente obbligo di sostituzione del magistrato che riceve l'iscrizione nel registro di reato a seguito della denuncia da parte di una delle persone che sta indagando. Mi spiego: ogni persona che non vuole essere messa sotto indagine da un certo magistrato, può scegliersi il suo giudice, il suo Pubblico ministero. Che cosa fa l’imputato? Quando vede che c'è un Pubblico ministero che sa dove trovare le carte e le prove nei suoi confronti, basta che lo denunci. Infatti, se il magistrato risulta iscritto al registro di reato è costretto a bloccare le indagini che sta portando avanti. Ogni imputato può scegliersi il suo giudice. D'ora in poi, la criminalità organizzata, i terroristi, i mafiosi se vedono un magistrato come De Magistris, Forleo, insomma un magistrato che fa il proprio dovere, lo denunciano. In quel momento, senza guardare in alcun modo la bontà della denuncia, il magistrato si deve dimettere e non può più portare avanti l'indagine. Mi pare che questo sia di una gravità inaudita.

2) La beffa dell'intercettazione

Per poter intercettare una persona ci vogliono “gravi indizi di colpevolezza”. Significa: non puoi più intercettare se hai degli indizi di un reato che si è commesso, non puoi più intercettare se hai degli elementi da chiarire, ma puoi intercettare solo se sai che la persona è colpevole. Ma se sai che la persona è colpevole, perché la devi intercettare? La verità è che se non la intercetti non sai che è colpevole, quindi, non la puoi intercettare e non puoi scoprire il reato. Ancora una volta, sposti il magistrato e intercetti quando è inutile.

3) L'inganno dell'eccezione "criminalità organizzata"

Dicono che si può intercettare anche se non ci sono indizi di colpevolezza nei casi di criminalità organizzata. E’ un'altra truffa, perché la criminalità organizzata è composta da un gruppo di persone che commettono un numero indefinito di reati in un periodo di tempo che può essere anche lungo. Infatti sappiamo che solo alla fine delle indagini, una volta scoperta l’esistenza dell'associazione a delinquere, dell'associazione terroristica, si può scoprire che invece di una, sono coinvolte più persone, invece di uno, sono stati commessi più reati, e si scopre che questi sono legati da un unico filo criminoso. Insomma, non lo puoi scoprire prima, ma alla fine. Ma se puoi indagare solo quando hai la prova dell'esistenza dell'associazione criminale, non riuscirai mai a scoprirlo, perché lo potrai sapere solo alla fine. E’ chiaro: questo disegno di legge è scientifico, luciferino e mefistofelico.

4) Eliminazione delle intercettazioni ambientali

Per poter intercettare in via ambientale, c'è bisogno della contestualità del reato. Mi spiego: che cosa sono le intercettazioni? Sono la captazione di voci, di immagini che possono avvenire sia attraverso il telefono, sia attraverso una microspia che viene messa nel luogo in cui le persone parlano. Possono parlare a casa, al bar, ai giardinetti, ai parlatori delle carceri e in altri posti. L'intercettazione ambientale è la più importante perché al telefono non parla più nessuno, perché si sa che si può essere intercettati. Con questo sistema, con questo disegno di legge si può effettuare l'intercettazione ambientale solo nel momento del fatto, cioè questa è valida solo nel momento in cui viene commesso il reato. Quindi se vuoi intercettare una persona per sapere se farà una rapina, non la puoi intercettare il giorno prima. Insomma, lo puoi fare solo nel momento in cui fa la rapina, dove si fa tutto meno che parlare. Né puoi intercettare il giorno dopo la rapina, dove dicono "cento a me, cento a te, cinquanta alla figlia del Re". Insomma, non puoi intercettare la persone che hanno commesso il reato perché non stanno facendo più la rapina, ma si stanno spartendo il bottino.. Capite che è un'altra presa in giro!

5) La gabbia della burocrazia

Per poter fare un'intercettazione telefonica non bastano più il Pubblico ministero e il giudice, ma bisogna andare al Tribunale presso il distretto della Corte d'Appello. Immaginate quanti atti bisogna spostare. Se si trattasse di un fascicolo composto da dieci carte lo potrei capire, ma immaginate un fascicolo, come quello che avevo fatto io per Mani Pulite, un milione e mezzo di carte, o quello di De Magistris, di duemila pagine. E dove ogni volta che bisogna fare richiesta per un’intercettazione, bisogna portare questi fascicoli dalla procura, dove si sta indagando, fino al tribunale distrettuale con un camioncino, per poi aspettare che un collegio di tre giudici l'approvi.
Inoltre, un giudice basta per condannare all'ergastolo, mentre per intercettare e per acquisire i tabulati delle telefonate, ci vorranno tre giudici. Immaginate che farraginosità. Soprattutto, ogni volta che uno di questi giudici ha deciso sulle intercettazioni, non potrà più decidere sugli altri provvedimenti da prendere, e quanti giudici ci vorranno in tutti i tribunali? Ogni giudice dovrà astenersi dal procedere ogni volta che ha già proceduto una volta nei confronti di qualcuno. Resta il fatto che se c'è un'indagine di una trentina di persone nel giro di un mese, nessun giudice potrà poi giudicarli e bisognerà aspettare che arrivi un nuovo concorso tra qualche anno, o fra qualche prescrizione.

6) Bavaglio ai giornalisti e Stato di polizia

Questa è la gravità con cui si sta procedendo per impedire che si scoprano i reati. Allontanamento dei magistrati che indagano, impossibilità di indagare, ed infine l'ultima perla: l'impossibilità per voi di venire a sapere come stanno i fatti. Questa norma, infatti, non dice solo che non si può intercettare e che il magistrato può essere mandato via dal suo imputato se non gli piace, ma dice anche che i giornalisti e l'informazione non devono dire più niente. Tutto verrà fatto al buio, in uno Stato di polizia, nessuno deve sapere niente: che cosa è successo alla Clinica Santa Rita, perché a Napoli sono successe tutte quelle cose con Romeo, perché in Abruzzo è successo lo scandalo Del Turco. Nessuno deve sapere niente fino a quando non si concludono le indagini, e soltanto con riferimento alle persone direttamente interessate. Ma una cosa è il segreto istruttorio, altra cosa è il diritto dell'opinione pubblica di sapere che un sindaco, un presidente della Provincia, un presidente della Regione, un grande imprenditore italiano, a cui hai affidato i tuoi soldi, è scappato con il malloppo. Una cosa è il segreto istruttorio per non rovinare le indagini mentre si fanno, altra cosa è il venire a conoscenza delle ragioni per cui una persona viene arrestata. Perché un domani può arrivare uno Stato di polizia, uno che ti arresta e non puoi sapere il perché, non devi sapere nulla, e se chiedi qualcosa o se informi di qualcosa qualcuno, vai in galera pure tu, come si usava ai tempi del fascismo.

Conclusioni: Stato di diritto addio ed economia a rotoli

Capite che tutto questo sta prefigurando da una parte uno Stato di polizia, dall'altra uno Stato dell'impunità. Di questo si sta occupando il governo Berlusconi, invece di venire incontro alle istanze dei cittadini con disegni di legge e provvedimenti che riguardano l'economia, il lavoro, la disoccupazione, gli ammortizzatori sociali, i giovani senza futuro. Perché si occupa di questo? Per spostare l'attenzione verso quello che non sa risolvere, cioè l'economia a rotoli del nostro Paese. Riflettete amici, riflettete.

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6 Febbraio 2009

La verita' ad ogni costo

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Signor Ministro della Giustizia, avvocato Angelino Alfano,

il Presidente delle Camere penali, avvocato Oreste Dominioni, ha reso noto di avermi denunciato alla Procura della Repubblica di Roma per il reato di cui all’articolo 278 del codice penale in quanto, a suo dire, avrei offeso l’onore e il prestigio del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
I fatti sono noti: ho partecipato il 28 gennaio 2009, a piazza Farnese a Roma, ad una manifestazione in difesa della legalità, indetta dall’Associazione nazionale familiari vittime di mafia. In tale occasione ho preso la parola anche per segnalare pubblicamente l’ingiustizia subita da un giovane manifestante al quale era stato tolto un manifesto di critica (e non di offesa) al Capo dello Stato (il mio discorso in piazza Farnese su You Tube).
A norma dell’articolo 313 del codice penale, il Procuratore della Repubblica di Roma, una volta ricevuta la denuncia di Dominioni, deve obbligatoriamente e necessariamente, nei successivi 30 giorni, chiedere alla S.V. l’autorizzazione a procedere per accertare i fatti.
Ciò premesso, Le chiedo – rispettosamente, ma fermamente – di concedere tale autorizzazione.

Ho il diritto, come cittadino e come parlamentare, di dimostrare davanti al mio giudice naturale che non ho offeso affatto il Capo dello Stato e che non ho mai proferito le parole che strumentalmente mi sono state attribuite da alcuni organi di stampa.

A nessuno può essere tolto il diritto di difendersi davanti al proprio giudice naturale da false accuse così pubblicamente strombazzate.

E’ ciò che, invece, accadrebbe se Ella non concedesse l’autorizzazione a procedere e non consentisse di accertare come realmente sono andate le cose e chi ha messo in piedi questa falsa accusa, per quale ragione e con quale subdola finalità.

Grazie per l’attenzione.

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1 Febbraio 2009

Intercettazioni: i silenzi non saranno compresi

napolitano_intercetta.jpg

Pubblico una lettera inviatami da Massimo Donadi, capogruppo alla Camera dell'Italia dei Valori, sul disegno di legge sulle intercettazioni presentato dal Governo. Lettera che condivido.

"Caro Antonio,

con il disegno di legge sulle intercettazioni, il Governo ha avverato la profezia di Julius Von Kirchmann: “Un tratto di penna del legislatore e intere biblioteche diventano carta straccia”. Solo che, in questo caso, a diventare carta straccia sarà la legalità e lo stato di diritto in questo Paese.
Con il disegno di legge sulle intercettazioni, il Governo di fatto ha “falcidiato” uno strumento fondamentale nelle mani dei magistrati per tutelare i cittadini di fronte ad ogni forma di criminalità e corruzione. Per andare oltre ad un’immagine a te cara, questa volta non basta dire che è come togliere il bisturi dalle mani di un chirurgo ma che al chirurgo gli vogliono proprio amputare le mani.

Sono tre i passaggi “perversi” di questo disegno di legge che metteranno a serio repentaglio la sicurezza di milioni di cittadini e che consentiranno alla criminalità organizzata di prosperare indisturbata.
Primo. Da oggi per i reati puniti con meno di 10 anni le intercettazioni sono state di fatto abrogate perché per poterle disporre occorre di fatto che si sia già provata la colpevolezza dell’indagato. Piuttosto che intercettarlo, dunque, lo si andrebbe proprio ad arrestare.
Secondo. Fissare a 60 giorni il termine massimo per le intercettazioni, significa che, se al 59 giorno, se si scoprono ulteriori complici, tutto viene vanificato. Insomma, chi delinque continuerà indisturbato a farlo.
Terzo. Se, nei casi di estorsione, il Governo pretende che sia la persona offesa a chiedere le intercettazioni, in realtà come il Sud del nostro Paese, la battaglia contro il pizzo sarà vanificata per sempre.
Per tutte queste ragioni, ritengo che la riforma delle intercettazioni sia un atto di eversione costituzionale, un attentato alla sicurezza dello Stato, un resa definitiva del Paese alla mafia, alla camorra, alla ‘ndrangheta.

Di fronte a questo scempio, che segna la vittoria di Berlusconi e dei falchi oltranzisti, non ci sono giustificazione degli alleati che tengano. E’ la sconfitta, senza mezzi termini, di Fini, di An, della Lega e di tutti quelli che, a parole, si professano e si dichiarano difensori della legalità. E’ il più grande regalo della storia del nostro Stato ad ogni forma di criminalità.
Ebbene, di fronte a tutto questo, ci aspettiamo, anzi, diamo per scontato, che le più alte cariche dello Stato, si opporranno a questa tragica scelta. Perché questa legge è ancora più grave del lodo Alfano, perché se il lodo Alfano è una norma eticamente vergognosa poiché garantisce l’impunità ad un uomo, questa sulle intercettazioni è socialmente devastante perché compromette la sicurezza e la libertà di milioni cittadini. Ed è proprio per questa ragione che siamo convinti che tutte le più alte cariche dello Stato comprenderanno che qui sono in gioco valori fondamentali di fronte ai quali, questa volta, silenzi o i mancati contrasti non saranno compresi in quanto rappresenterebbero un danno per il Paese.

Per il supremo rilievo dei valori in campo, il dibattito intorno a questa legge rappresenterà un punto di svolta nella vita democratica e nel confronto politico e istituzionale del Paese. Per questa ragione, le uniche posizioni possibili potranno essere quelle di chi sostiene la legalità o di chi la legalità la infrange, di chi questa legge la contrasta e la combatte, nelle forme e nei modi che appartengono al proprio ruolo, e di chi questa legge la consente o la avvalla. Nel mezzo, questa volta, nessuno si potrà collocare. Perché questa volta un mezzo non c’è.

Massimo Donadi"

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25 Gennaio 2009

La bufala Genchi

bufalagenchi.jpg

L’allarme intercettazioni rilanciato da Berlusconi è una bufala. Anzi una “furbata” bella e buona per confondere le idee all’opinione pubblica. Egli sta giocando d’anticipo per smorzare l’indignazione che potrebbe causare l’imminente legge che si accinge a varare sulla limitazione dell’uso delle intercettazioni da parte dei magistrati.

Non è vero, infatti, quanto da lui affermato, secondo cui “un signore ha messo sotto controllo 350.000 persone”, (riferendosi al consulente della Procura Gioacchino Genchi), né è vero che ci siano mai state intercettazioni telefoniche o acquisizioni di tabulati telefonici avvenuti abusivamente o in modo non consentito dalla legge o nei riguardi di persone che, per il loro ruolo di parlamentari o agenti segreti, non potevano essere intercettati.

Ora, che Berlusconi ed i suoi sodali dicano delle falsità è risaputo. Ma è mortificante assistere alla mistificazione che taluni attempati politici dell’opposizione, la stampa e la televisione ufficiale stanno facendo sulla vicenda: con il loro modo di raccontare i fatti stanno facendo credere che ci sia stata una persona (Gioacchino Genchi) che, in modo indebito ed illecito, abbia “raccolto informazioni” su un sacco di personalità pubbliche e che abbia fatto ciò in combutta con un magistrato megalomane (Luigi De Magistris) per destabilizzare lo Stato e per creare confusione sociale.

Le cose non stanno così. Nessuna intercettazione telefonica è stata disposta da De Magistris nei confronti di persone che non potevano essere intercettate e – fino a prova contraria - nessuna acquisizione indebita di tabulati telefonici è stata acquisita da Genchi, senza il consenso e l’autorizzazione della magistratura. E’ successo semplicemente che – in occasione delle inchieste “Why Not” e “Poseidone” - il PM De Magistris ha chiesto ed ottenuto dal giudice per le indagini preliminari di mettere sotto controllo i telefoni di diverse persone, come ad esempio quell’Antonio Saladino che, in ragione delle proprie attività, aveva a sua volta una miriade di contatti telefonici con molti esponenti delle istituzioni, dell’economia e della politica. Un magistrato, quando mette sotto intercettazione personaggi del genere, non può sapere in anticipo con chi queste persone poi si relazioneranno per telefono. Certo se, nel corso delle telefonate intercettate, si accerta che un interlocutore è un parlamentare, la legge prevede che questa telefonata non possa essere utilizzata senza autorizzazione della Camera di appartenenza, ma questo non vuol dire che l’iniziale intercettazione non potesse essere disposta (io peraltro personalmente penso che i parlamentari non debbano neanche più godere di tale privilegio rispetto ai cittadini comuni).

Parimenti è molto importante per un Pubblico Ministero, che sta indagando su una persona nei cui confronti ipotizza che abbia commesso dei reati, conoscere chi sono le altre persone con cui il sospettato abbia rapporti e contatti (immaginate un pericoloso rapinatore nei confronti del quale si deve capire come abbia fatto ad occultare la refurtiva e chi l’abbia aiutato a sfuggire alla cattura). Non v’è dubbio che in questi casi un aiuto fondamentale alle indagini possa darla l’individuazione di tutti i titolari dei numeri telefonici che egli ha contattato o che gli hanno telefonato. Ciò è possibile, appunto, con l’acquisizione dei tabulati telefonici presso i gestori delle linee telefoniche. E’ questo esattamente – e solamente – ciò che è stato fatto da De Magistris nelle inchieste che ha sviluppato a Catanzaro prima di essere rimosso dall’incarico e trasferito. Egli lo ha potuto fare perchè glielo consentiva la legge ed era stato autorizzato dal giudice per le indagini preliminari.

Il consulente del PM Genchi ha fatto ancora meno: ha semplicemente archiviato informaticamente tutti i dati dei flussi telefonici legittimamente acquisiti, mediante l’utilizzo di un semplice programma in Excel (o in Access, non fa differenza). La differenza dunque fra ciò che si fa normalmente in tutte le Procure e quella che è stato fatto nel caso di specie è di non essersi limitato ad archiviare la copia cartacea, ma i dati sono stati acquisiti e trattati informaticamente. Ma questa è un’innovazione tecnologica apprezzabile giacchè consente di raffrontare, catalogare e mettere insieme dati in maniera più veloce, più corretta e con meno errori. Insomma consente di scoprire meglio e prima i contatti e i rapporti fra un indagato e coloro con cui ha a che fare e quindi contrastare con più efficacia la criminalità (comune o politica che sia). Pensate, intorno a Genchi si sta alzando un polverone senza fine, ma nessuno riflette che, semmai, sono i gestori telefonici che – senza alcun controllo – possiedono i tabulati di tutti noi e possono farci quello che vogliono (caso Telecom docet!).

Si dirà: ma nell’elenco ci sono finite anche persone nei confronti delle quali non potevano essere effettuate indagini perché parlamentari o perché appartenenti a specifici organismi di sicurezza come i Servizi Segreti. Ma, ripeto, come potevano saperlo prima De Magistris e Genchi? I tabulati acquisiti non erano intestati a costoro direttamente ma a soggetti terzi (per lo più enti e società) per cui solo dopo la loro acquisizione poteva essere possibile comprendere chi fossero i reali utilizzatori.
Si dirà ancora: ma quando è stata accertata tale circostanza perché non si è proceduto alla distruzione dei tabulati? Semplicemente perché siamo ancora alla fase delle indagini preliminari per cui nessuno ancora può dire che quelle telefonate o quelle “tracce di telefonate” sui tabulati telefonici non siano utili per il proseguimento delle indagini o per l’accertamento delle responsabilità.

La questione, quindi, sta solo nella necessità di mantenere il più stretto riserbo istruttorio fino a quando le indagini non siano concluse. L’esatto contrario di ciò che è stato fatto. Fino a quando le risultanze istruttorie erano rimaste nello stretto riserbo dell’attività del magistrato non né successo nulla. Ora che, invece, i tabulati sono stati acquisiti con una discutibile decisione dal Copasir (che è una Commissione parlamentare e come tale un organismo che non sa tenere un cecio in bocca), assisteremo nei prossimi giorni ad uno stillicidio allarmante di fughe di notizie che serviranno, queste sì, a mettere in difficoltà (se non a ricattare) questa o quella personalità non gradita all’uno o all’altro schieramento politico.

Ed ecco allora la domanda di fondo: perché è stato montato tutto questo finto scandalo? La risposta è lapalissiana: perché si è voluto iniettare nell’opinione pubblica il dubbio che le intercettazioni siano un’arma pericolosa in mano ai magistrati e, quindi, indurli a non fare resistenza quando, fra qualche giorno, sarà presentato in Parlamento il disegno di legge che le limita grandemente.

Di chi è la colpa di questa montatura? Certamente di Silvio Berlusconi, che ha pure detto cose false per giustificare tale sua determinazione. Ma anche di molti altri, a destra come a sinistra, ma soprattutto tra gli “incappucciati” poteri forti presenti nella Pubblica Amministrazione, tutti interessati a non farsi scoprire.

Insomma il Potere non vuole controlli di legalità e, siccome ci sono magistrati che si intestardiscono a considerare tutti uguali di fronte alla legge, si accinge a risolvere il problema a monte: togliendo loro la possibilità di svolgere le indagini e demonizzandoli.

Siamo solo all’inizio, purtroppo. Anche per questo troviamoci tutti mercoledì prossimo, 28 gennaio, alle ore 9 a Roma - Piazza Farnese. E’ il solo modo per fermarli.

diretta.gif Mercoledì 28 gennaio 2009 dalle 9.00 - 14.00 Italia dei Valori ed io personalmente parteciperemo unitamente all’Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia, ad altre associazioni e ai cittadini alla manifestazione in Piazza Farnese a Roma a sostegno del Procuratore Capo di Salerno, Luigi Apicella. Chi ci vuole stare batta un colpo.
Per chi non sarà presente, invito a seguire la giornata in diretta streaming dal Blog o dal sito www.italiadeivalori.it.

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24 Gennaio 2009

Mai smettere di nuotare

nuotare.jpg

Riporto il video ed il testo del mio intervento durante la puntata di Annozero, di giovedì 22 gennaio, dove si è parlato del rapporto tra politica e appalti, e dello scontro politico dopo il "caso Napoli". I miei colleghi in trasmissione non ne sono usciti con una buona immagine, o facendo una bella figura scegliete voi. Oramai, i politici per farne in televisione (di belle figure) devono cercarsi trasmissioni senza contraddittorio con i cittadini, o ne escono con le "ossa rotte". L'amarezza più profonda l'ho provata ascoltando le parole di Giorgio Tonini quando, nel tentativo di giustificare il suo partito (Pd) per non avermi aiutato nella raccolta firme del Lodo Alfano, ha ribattuto che "c'era il rischio di un autogol", riferendosi al rischio di non riuscire a raccogliere almeno 500 mila firme per il referendum. Ed invece gli italiani hanno battuto un colpo.

Lo stesso colpo che batteranno mercoledì 28 gennaio in piazza Farnese a Roma. I cittadini vogliono cambiare i politici, non la giustizia. I cittadini vogliono tornare a sperare, non rassegnarsi a Berlusconi.

Mai smettere di nuotare caro Giorgio.

Testo dell'intervento

Michele Santoro: Facciamo una prima valutazione rapida. Che cosa sta succedendo esattamente? Penso che questo affare Napoli si sia ingrandito anche grazie al grande scandalo dei rifiuti. Questa cosa sarebbe stata meno deflagrante senza quel precedente, invece poi è scoppiata tutta la vicenda Romeo. Cos'è secondo Di Pietro la faccenda Romeo? Vorrei una valutazione generale, che cosa è successo secondo lei?
Antonio Di Pietro: Non è fumo, quell'inchiesta è arrosto. Se ne parla non per fare scandalo, ma perché Napoli, Pescara, l'Abruzzo e in tante altre parti d'Italia non è cambiato nulla. Sono cambiate alcune sigle, ma non è cambiato nulla anche con riferimento agli imprenditori. Noi del pool di Mani Pulite dicemmo allora, e per questo venimmo anche processati e accusati a suo tempo di voler interferire con il Parlamento, che quando arriva il magistrato è sempre perché il reato è già stato commesso, ed era necessario stabilire tre regole: l'impegno, anzi, la legge, perché l'impegno non va da nessuna parte, di non candidare le persone condannate con sentenza penale passata ingiudicato, non dare incarichi di governo, ne locale ne centrale, a persone rinviate a giudizio, non permettere più di partecipare alle gare imprenditori che sono state condannate in relazione a reati contro la pubblica amministrazione, fiscali e societari. Sa quante persone in meno avremmo nelle istituzioni e nelle attività commerciali? Invece quale messaggio è passato? “Il delitto paga, non c'è niente da fare”. Aver fatto tutto questo comporta avere un merito, vieni ricandidato e ritorni dove stavi. Ecco, credo che questo sia sbagliato, credo che tutti quanti dovremmo fare un'azione concreta in Parlamento.

Michele Santoro: Non c'è stata quell'azione di “pulizia” che lei nel '94 aveva chiesto.
Antonio Di Pietro: Fino a quando non si fa questa azione di pulizia non c'è niente da fare. Il problema non sono gli errori che possono capitare ad un partito dove dentro ci sono tante persone che fanno politica, ma non prendere provvedimenti, non prendere decisioni conseguenti, far finta di non vedere e prendersela con i magistrati. A proposito, ci sono magistrati che hanno cercato e stanno facendo il loro dovere, anche con riferimento a fatti gravissimi: il risultato è che hanno fatto di tutta l'erba un fascio e hanno trasferito tutti quanti. Questo comportamento piratesco non lo condivido, per questo insieme a tante altre associazioni il 28 gennaio organizziamo un'altra manifestazione come quella di Piazza Navona. Voglio anche dire che cosa ho fatto, perché non basta soltanto “dire”. Ho stabilito un principio dentro il partito, perché dalle lezioni si impara, non si fa finta di non vedere: a Napoli, cosi come in tutta Italia, se una persona che sta dentro le istituzioni viene sottoposta ad indagini il partito per prima cosa lo sospende, e se viene rinviato a giudizio viene anche espulso.

Michele Santoro: E se è innocente?
Antonio Di Pietro: Se è innocente può rientrare, ma prima corre dal giudice e poi da noi. A proposito di Napoli, bisogna dire che cosa abbiamo fatto, noi dell'Italia dei Valori. Abbiamo deciso di andare fuori da tutte le giunte e chiesto formalmente a Bassolino e Iervolino di lasciar stare cosa il giudice dovrà decidere o no, che politicamente son cotti, c'è bisogno di un nuovo rapporto di fiducia tra i cittadini e chi amministra Napoli e la Campania. Per questo abbiamo chiesto formalmente le loro dimissioni, e siamo disposti a votare qualsiasi voto di sfiducia, perché prima i cittadini scelgono i loro nuovi amministratori meglio è. Fino ad ora, ogni volta che si è parlato di giustizia si è cominciato con il Lodo Alfano, in commissione Giustizia si sta discutendo del Lodo Consolo, ed entro stasera abbiamo dovuto depositare gli emendamenti perché a giorni arriva il Lodo Intercettazioni. In realtà si parla di tante cose buone da fare, ma si fanno solo provvedimenti che servono per fermare la giustizia e per non renderla efficiente. Quando ho raccolto un milione di firme contro il Lodo Alfano i miei alleati mi hanno detto che sono eversivo.

Giorgio Tonini (PD): No, non ti abbiamo detto che sei eversivo. Ti abbiamo detto che c'era il “rischio autogoal”.
Antonio Di Pietro: Ma quale “rischio autogoal”? “Siccome c'è il rischio di affogare, non nuoto più”.

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23 Gennaio 2009

Piazza Farnese: appuntamento con la democrazia

non_lasciamoli_soli.jpg

La manifestazione dell’Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia a sostegno del Procuratore Capo di Salerno Luigi Apicella, a cui parteciperà l’Italia dei Valori ed io personalmente, deve trasformarsi in un momento per non lasciare sola la giustizia. A sostegno di Luigi Apicella ma anche di Luigi De Magistris, di Clementina Forleo, contro il Lodo Alfano e contro l’ultima porcata governativa: il bavaglio alle intercettazioni.

Mercoledì 28 gennaio 2009 dalle 9.00 - 14.00 in piazza Farnese l’appuntamento è con la democrazia, ed i protagonisti saranno i cittadini che invitiamo caldamente a partecipare.

Un disegno di legge sulle intercettazioni, che in realtà contiene una riforma della giustizia, nasce sotto una cattiva stella.
360 emendamenti scritti perfino da chi ha proposto la legge direi che esprimono un giudizio molto negativo sul testo presentato.
La parte del leone, lo dico con orgoglio misto a preoccupazione, la fa ovviamente l’Italia dei Valori con 200 emendamenti.
Seguono Pd con 70, Pdl e Lega con 60 e Udc con 30.

Le insidie alla democrazia annegate nella proposta di legge sono molte, altre proverranno dagli emendamenti che tenteranno di completare il disegno criminogeno e di esautorare una giustizia quasi moribonda.

Mi soffermo in breve per far comprendere ai cittadini alcune, solo alcune, tra le porcate che si nascondono nel testo del disegno di legge e che diverranno effettive se non saranno accolti i nostri emendamenti.

Non si potranno più intercettare i reati puniti con pene inferiori ai dieci anni. Per fare un esempio, quelli contro, l’usura, la truffa, i sequestri di persona, il contrabbando, lo sfruttamento della prostituzione, la rapina, il furto in appartamento, l’associazione per delinquere, lo scippo, la ricettazione, i reati ambientali, reati economico finanziari, fiscali ed i falsi in bilancio.
Le conseguenze le lascio tirare a voi, ma fossi un delinquente in qualsiasi parte d’Europa sceglierei sicuramente l’Italia come Eldorado della criminalità.

Il tempo di intercettazione sarà limitato ad un tempo 15 giorni, su richiesta esteso non oltre 3 mesi, un regalo ai latitanti a cui basterà usare i pizzini per tre mesi dopo di che potranno ordinare pizze a domicilio per una vita.

L’autorizzazione alle intercettazioni e le misure cautelari verranno prese non più da un solo Gip ma da un organo di 3 giudici con dispendio di tempo, soldi e perdita di efficacia di una struttura che ad oggi manca proprio di risorse di organico.

Magistrati e giornalisti non potranno più divulgare il contenuto delle intercettazioni, perfino dopo che gli atti saranno depositati. In una situazione come quella dell’Abruzzo, che potrebbe essere quella di Pescara, di Napoli, i cittadini sarebbero tornati o potrebbero tornare a votare senza nemmeno saperne il motivo.
Onesti risparmiatori avrebbero continuato ad acquistare i bond Parmalat e sfortunati pazienti avrebbero scelto la clinica mattatoio Santa Rita in attesa degli esiti processuali.

Tutto questo è follia pura.

La macchina della giustizia ha bisogno di più risorse come ho più volte spiegato (leggi il post "Una Giustizia che funzioni"), non di catene.

Attenzione: Faccio notare che l’appuntamento si è spostato da piazza della Repubblica a piazza Farnese.

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22 Gennaio 2009

Nessuna ripresa economica senza giustizia

intercetta_giustizia.jpg

Pubblico un'intervista rilasciata oggi a Sky24 sul tema delle intercettazioni e della giustizia più in generale. Non ci sarà nessuna ripresa economica con una giustizia senza strumenti per operare e al servizio di Silvio Berlusconi. Senza una giustizia indipendente il Paese è destinato alla bancarotta, vedremo ripartire l'economia mondiale e il nostro Paese rimanere al palo.

Intervista

Giornalista: Presidente, giustizia ed intercettazioni restano in cima all'agenda di governo. Ieri Berlusconi ha anche annunciato qualche novità, e ci saranno più reati intercettabili. Le basta per farle piacere questa riforma?
Antonio Di Pietro: La riforma nel suo complesso è l'ennesimo tentativo di Berlusconi di mettere il bavaglio ai magistrati che fanno il loro dovere. Tante sono le cose che non funzionano, soprattutto quello di limitare l'uso delle intercettazioni come strumento dell'indagine. Semmai, va limitato l'uso delle pubblicazioni arbitrarie di intercettazioni che non hanno alcuna funzione con le indagini. Se il bisturi viene usato da un medico per ammazzare la moglie, non vieti a tutti i medici in sala operatoria di usare i bisturi, ma metti da parte quel medico che non ha fatto il suo dovere. Ancor di più sulla questione giustizia: attenzione, perché a tutti viene data l'informazione che il pacchetto giustizia contiene solo le intercettazioni. In realtà contiene tanti altri interventi che di fatto mettono in condizione al pubblico ministero di non poter più fare il suo dovere. Ne cito un esempio: quando ho tatto Mani Pulite ho trovato un carabiniere che mi ha portato un arresto in flagranza di Mario Chiesa con 7 milioni di vecchie lire. Secondo la proposta che fanno oggi, le indagini e le notizie dei reati vengono gestite dalle forze di polizia, il pubblico ministero fa il notaio e registra quello che loro fanno. Che cosa succede? Che il pubblico ministero deve soltanto cristallizzare la notizia: avrei fatto Mani Pulite arrestando una sola persona, processando una sola persona e con un patteggiamento si chiudeva in quindici giorni. Cosa voglio dire con questo? Si sta, ancora una volta, cercando di mettere in mano all'esecutivo la scelta su quali reati perseguire e quali non perseguire, perché gli organi di polizia dipendono dall'esecutivo, non dalla magistratura. Noi invece vogliamo che rispondano direttamente alla magistratura. Faremo una grande battaglia dentro il Parlamento, con un forte ostruzionismo, e fuori dal Parlamento a cominciare dal prossimo 28 gennaio, in cui da Piazza Navona andremo a Piazza della Repubblica, per un'altra manifestazione per comunicare agli italiani questo ennesimo imbroglio."

diretta.gif Mercoledì 28 gennaio 2009 dalle 9.00 - 14.00 Italia dei Valori ed io personalmente parteciperemo unitamente all’Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia, ad altre associazioni e ai cittadini alla manifestazione in Piazza Farnese a Roma a sostegno del Procuratore Capo di Salerno, Luigi Apicella. Chi ci vuole stare batta un colpo.
Per chi non sarà presente, invito a seguire la giornata in diretta streaming dal Blog o dal sito www.italiadeivalori.it.

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21 Gennaio 2009

Da Piazza Navona a Piazza Farnese

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Why not non s’ha da fare.

E’ toccato al pm Luigi De Magistris, a cui fu avocata l’indagine e poi trasferito. E’ toccato al procuratore capo di Salerno Luigi Apicella con sospensione dalle funzioni e dallo stipendio. E’ toccato infine, con un trasferimento cautelare, ai due pm di Salerno, Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani, che indagavano sulle ragioni per cui era stato impedito da De Magistris di fare il suo lavoro.

Quello che sta avvenendo sa dell’incredibile, e quella su Apicella è una decisione senza precedenti. il Consiglio Superiore della Magistratura che ha eseguito gli ordini del ministro dell’Ingiustizia Angelino Alfano.

Le ragioni della richiesta di sospensione per bocca di Alfano sono “gli atti abnormi – riferendosi al decreto di perquisizione e sequestro disposto dai pm di Salerno gli atti dell’indagine Why Not, atti mai rilasciati alla Procura di Salerno da quella di Catanzaro – nell'ottica di una acritica difesa del De Magistris con l'intento di ricelebrare i processi a lui avocati”. Parole senza senso, che un uomo di legge, quale lui dovrebbe essere, non avrebbe mai pronunciato.

In sostanza Angelino Alfano ha messo in discussione il contenuto di un atto, la perquisizione e il sequestro chiesti dal Procuratore capo di Salerno Luigi Apicella, invece di lasciarlo impugnare davanti al Riesame o davanti alla Cassazione dagli indagati perquisiti. Atto (decreto di perquisizione e sequestro) che per lo più, successivamente, il tribunale del Riesame di Salerno, nel silenzio mediatico più assordante, ha ritenuto legittimo. Quanto accaduto è un fatto gravissimo. Unico nella storia della nostra democrazia.

Mercoledì 28 gennaio 2009 dalle 9.00 - 14.00 Italia dei Valori ed io personalmente parteciperemo unitamente all’Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia, ad altre associazioni e ai cittadini alla manifestazione in Piazza Farnese a Roma a sostegno del Procuratore Capo di Salerno, Luigi Apicella. Chi ci vuole stare batta un colpo.

Iscrivetevi alla "Manifestazione a sostegno del Procuratore di Salerno, Luigi Apicella" su Facebook.

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19 Gennaio 2009

Intercettazioni: giu' la maschera

parlamentovot.jpg

Le intercettazioni sono indispensabili. Non è pensabile limitarne né impedirne l’utilizzo. Con la limitazione nell’utilizzo delle intercettazioni, il Paese finirebbe in mano alla corruzione politica, economica e alla criminalità organizzata più di quanto non sia già. Addio ai casi Fiorani, Ricucci, Del Turco, Mautone, Romeo, Tanzi. Stesso oblio per i casi delle cliniche Santa Rita.

Del tutto particolare è la questione della pubblicazione delle intercettazioni. Escono una volta depositate, non essendo più coperte da segreto istruttorio e debbono poter essere pubblicate, sempre che abbiano una rilevanza ai fini processuali o siano comunque di pubblico interesse.
La disciplina della materia può anche essere migliorata, ma certamente non può essere impedito all’opinione pubblica di conoscere i fatti in tempo reale (che non può essere la fine del processo) a mezzo della libera stampa.
Ma la riforma della giustizia di cui l’Italia ha bisogno è ben lontana da quella posposta dal primo partito dei condannati in Parlamento, il Pdl. Così come è lontana dalle proposte filo-Pdl che il partito di Cuffaro, a porte chiuse con D’Alema ed i suoi hanno partorito in barba alla linea del Pd.

L’Italia dei Valori presenterà in Parlamento entro giovedì gli emendamenti alla vergognosa proposta di legge 1415 scritta da Alfano e dettata da Berlusconi. La proposta 1415 vuole nei fatti abolire lo strumento delle intercettazioni, ricorrendo perfino alla bufala del risparmio dei costi per le casse dello Stato. Chiederei ad Alfano di fare due conti agli italiani di quanto hanno guadagnando mettendo in galera gli intercettati degli ultimi 10 anni. Il vero costo per gli italiani è il non rispetto della giustizia caro ministro dell’Ingiustizia. Giù la maschera Parlamentari, chi vota questa proposta, sotto il pretesto della privacy e del taglio dei costi, è come se ammettesse di aver compiuto o di voler compiere un reato durante proprio mandato.

Per il più ampio tema della riforma della giustizia l'Italia dei Valori ha già presentato ben 21 disegni di legge, alla Camera e al Senato, anche se ad essere sinceri, ora vorremmo dedicare le nostre energie alla situazione economica del Paese.
Sulla giustizia abbiamo messo, sul tavolo istituzionale, disegni di legge dove non si parla di riforme dei massimi sistemi, di divisione del Csm, della discrezionalità dell'azione penale. Non parlano di massimi sistemi, ma di cose concrete, tra cui: l'aumento del 30% delle risorse finanziarie attraverso il ricorso a quelli che sono i fondi attualmente sequestrati e confiscati; l'aumento del 30% del personale para giudiziario che è stato ridotto con la legge Brunetta; la riduzione dei tempi processuali attraverso una rivisitazione del sistema delle impugnazioni e delle notificazioni; la risistemazione e ridefinizione delle circoscrizioni giudiziarie, perché ci sono alcuni tribunali che sono pieni di carte e altri pieni di ferie; l'eliminazione totale di tutti gli incarichi esterni dei magistrati, cosi che tornino a fare i magistrati.
C'è, inoltre, una magistratura che si chiama “magistratura militare”, oltre a quella onoraria. Questi magistrati, che hanno studiato e hanno fatto il concorso, invece di far niente, dobbiamo impiegarli nel civile.

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7 Gennaio 2009

Referendum: un dovere civile

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Le firme che abbiamo raccolto contro il lodo Alfano non sono solo un fatto tecnico, ma un fatto politico importante, perché ci sono milioni di cittadini che dicono No al governo che si fa le leggi per non farsi processare, e dicono soprattutto Si ad una giustizia sociale uguale per tutti. Per questa ragione, noi dell'Italia dei Valori, oggi con il deposito di queste firme, apriamo l'anno 2009 con l'intenzione di fare opposizione chiara nel linguaggio, determinata nell'azione a questo governo Berlusconi che toglie ai poveri per dare ai ricchi.

Il lodo Alfano è incostituzionale, perché prevede per alcuni cittadini, quattro in particolare, non debbano rispondere alla legge anche se dovessero ammazzare la madre nel periodo in cui stanno in carica. E' immorale perché prevede due pesi e due misure, soprattutto per il fatto che viene fatto e voluto da chi deve essere sottoposto davanti al giudice per le azioni che la magistratura vuole verificare. Noi dell'Italia dei Valori ribadiamo che dobbiamo essere tutti uguali di fronte alla legge, e soprattutto che abbiamo bisogno di un governo e di un Parlamento che pensino un po di più alla giustizia sociale uguale per tutti i cittadini, perché se non c'è legalità i furbi fanno affari, come per il caso Alitalia, e tutti i cittadini e poveri cristi ne devono pagare i debiti.

Noi dell'Italia dei Valori abbiamo raccolto queste firme non per funzione elettorale, ma come dovere civile di cittadini che non vogliono stare a guardare che questo Stato venga portato ad una deriva democratica, perché ormai in Parlamento non si fa altro che alzare la mano a seconda di come vuole il despota di turno, perché il controllo di legalità viene ogni giorno frustrato, perché l'informazione è sempre di più sotto il controllo del potere politico ed economico, che è la stessa cosa, come dimostra il caso della Vigilanza Rai.

Pensiamo che il tempo tecnico per il Referendum è per la primavera del 2010, ma pensiamo inoltre che da adesso al 2010 altri Referendum saranno nel frattempo organizzati dall'Italia dei Valori, fra questi sicuramente l'abolizione dei finanziamenti ai partiti.

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28 Dicembre 2008

Intercettazioni: utili e necessarie

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Silvio Berlusconi ha dichiarato che se un giorno venisse fuori una sua telefonata "di un certo tipo" scapperebbe dal Paese.

Ho visto molte mie intercettazioni e dei miei familiari divulgate su tutti i giornali, anche senza avere alcuna rilevanza penale. Io non mi lamento del fatto che cio' che ho detto io o hanno detto i miei figli al telefono sia pubblicato, almeno i cittadini sanno cosa ci siamo detti, sanno che non ci siamo detti alcun fatto costituente reato ed io ho la possibilita' di spiegarlo. Quale miglior democrazia di questa?

Silvio Berlusconi ha già detto cosa vuole fare sulle intercettazioni: vuole impedirle per i reati contro la Pubblica Amministrazione. Le intercettazioni stanno all'attività giudiziaria come il bisturi alla sala operatoria: Sono strumenti utili e necessari.


Riporto il video della mia intervista, rilasciata lo scorso 24 novembre a SkyTG24, in tema di intercettazioni.

SkyTG24: Parliamo di intercettazioni. Il Pdl parla di gogna mediatica e pensa a limitarne l'utilizzo. Lei, che in qualche modo è stato chiamato in causa, è invece ancora di parere opposto?
Antonio Di Pietro: Assolutamente si. Le intercettazioni stanno all'attività giudiziaria come il bisturi sta all'attività di una sala operatoria di un chirurgo. Sono strumenti utili e necessari. Si tratta, evidentemente, di comprendere che non bisogna commettere i reati, e non “non bisogna scoprirli”. Si tratta di comprendere che specie in alcuni reati, come quelli contro la pubblica amministrazione, le intercettazioni sono ancora più necessarie.
Se fossimo di fronte ad un reato di omicidio avremmo il morto, la pistola, la refurtiva. Ma, in un appalto pubblico abbiamo un contratto scritto e registrato dal notaio, e di certo non ci scrivono la “clausola finale: mi devi dare mille euro altrimenti non te lo firmo questo documento”. Quello che non c'è scritto lo bisogna scoprire, ma come si fa se non ascoltando quello che si dicono in “sacrestia” prima di andare sull'altare a firmare? Ecco perché le intercettazioni sono necessarie.

SkyTG24: Quindi lei è contrario alla limitazione.
Antonio Di Pietro: Si, sono contrario. Non solo alla limitazione, a dir la verità. Non è che si può intercettare tutto e tutti. Si intercetta solo per alcuni reati e la dove i magistrati lo autorizzano nel rispetto della legge. Non sono intercettazioni illegali. Altra cosa sono quelle illegali, che fanno gli spioni e certi personaggi che mettono la microspia per ricattare la moglie, o che vanno a ricercare segreti industriali. Queste sono altre storie. Stiamo parlando di intercettazioni dell'autorità giudiziaria, che vengono messe quando, su disposizione dell'autorità giudiziaria, si sospetta che ci sia un reato in corso di cui si può scoprire. Sono convinto che vadano fatte. Ecco perché ripeto che limitare le intercettazioni è una furbata a cui vuole ricorrere chi non vuole che i reati vengano scoperti.
Sono d'accordo sul fatto che una volta che le intercettazioni sono utili all'indagine e dichiarate tali, una volta che sono state utilizzate correttamente per la motivazione dei provvedimenti che si prendono, è bene che i cittadini lo sappiano. Sono convinto che vengano pubblicate.
Sulle intercettazioni che riguardano mio figlio potrei chiedere perché le hanno pubblicate, se non costituiscono reato. Ma è bene che l'opinione pubblica sappia, con riferimento a qualsiasi personaggio pubblico, qual'è il suo comportamento: sia dove lo fa molto bene, sia dove lo fa senza alcuna rilevanza penale e con assoluta inopportunità, come nel caso di mio figlio, sia quando lo fa nel modo corretto e coerente. Quante volte mi hanno intercettato quando facevo, scusate il termine, dei “cazziatoni” a chi non faceva il suo dovere.

SkyTG24: Proprio su questa vicenda, ha insaccato la solidarietà di Umberto Bossi, che da padre ha detto “speriamo che non sia vero, sarebbe una delusione forte per un padre da parte di un figlio”. Cosa risponde?
Antonio Di Pietro: Ha ragione Bossi. Una riflessione da padre, e da padre a padre gli dico: è cosi, ma come ogni buon padre è nostro dovere aiutare i figli a crescere, e dove sbagliano tirar le orecchie.

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27 Dicembre 2008

I primati della vergogna

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La riforma della giustizia è diventata “la leva” a cui i partiti ed i politici dicono che bisogna far ricorso per risolvere i problemi del Paese.
Personalmente ritengo che sia più urgente risolvere la “questione sociale” delle famiglie (che non arrivano a fine mese) e dei lavoratori (quelli che perdono il posto e quelli che non riescono proprio a trovarlo). Ma certamente anche fare in modo che la Giustizia funzioni è importante.
Il problema è che la politica nel suo complesso non vuole riformare la Giustizia per farla funzionare meglio ma per non farla funzionare affatto. Anzi, peggio: vuole farla funzionare “a due velocità”: con estremo rigore verso la generalità dei cittadini, con estremo favore nei confronti della Casta.
Ora, poi, che si discute anche delle telefonate intercettate a mio figlio Cristiano, l’occasione è sembrata a qualcuno propizia per tentare di conquistare anche il consenso dell’Italia dei Valori. No, noi non ci stiamo. Noi riaffermiamo che la giustizia è, e deve restare, uguale per tutti.
Non c’è figlio che tenga, men che meno il mio!
Anche mio figlio, se vuole far sentire la sua voce, deve andare dai magistrati (se e quando lo dovessero chiamare perché ad oggi non è accusato né indagato di nulla). Ma nessuno si aspetti di vederlo strillare sui giornali contro i magistrati che fanno le intercettazioni, paventando improbabili e fantasiosi complotti politici.
Fatta questa premessa, mi torna in mente il “ritornello” di sempre: "ma perché ogni volta che il lavoro dei magistrati colpisce la “sinistra”, questi prendono le distanze dai giudici, salvo poi inneggiare alla magistratura quando colpisce gli avversari politici?"
L’unica risposta che riesco a darmi è che in realtà, in materia di Giustizia, non esistono “due” forze politiche che hanno diversi atteggiamenti nei confronti della Giustizia, ma una sola forza politica trasversale a cui piace, appunto applicare il principio della intoccabilità della Casta.

Quello che sembrava essere un problema di Silvio Berlusconi si è rivelato d’incanto un problema di tutti i partiti. Un articolo de L’Unità, che invito di cuore a leggere, costruito anche su dati presentati da un’interrogazione dell’Italia dei Valori di qualche settimana fa, ha evidenziato un desolante scenario dell’amministrazione pubblica di questo Paese e della sua classe politica nazionale. L’articolo sdogana la gravità del quadro tracciato, attribuendo al Partito di Berlusconi (PDL) la medaglia d’oro dei condannati, indagati e prescritti in Parlamento con 42 persone. Seguono Pd, Lega,Udc.
Al centrosinistra va invece il primato della corruzione locale.
Leggendo l’elenco delle condanne di alcuni esponenti c’è da farsi venire la pelle d’oca. Alla prima trasmissione a cui parteciperò tenterò di leggere questa lista (dei parlamentari) e le relative condanne ed imputazioni, sempre che me lo lascino fare.
E’ mia convinzione, infatti, che i cittadini siano stati nel corso di questi anni “inconsciamente intorpiditi” dall’informazione di regime, ed io vorrei ricordare a tutti, prima di andare nuovamente alle urne a votare, dove è stata riposta dai partiti la loro fiducia alle precedenti elezioni. Ce lo vedete un cittadino onesto, padre di famiglia, votare Giuseppe Ciarrapico, senatore forzista, con 5 condanne definitive per falsi e truffe varie? Solo una legge elettorale dove non puoi esprimere preferenze può consentire il sostegno politico a certi figuri. Solo una informazione pilotata (e Ciarrapico è anche proprietario di svariati giornali) può “intorpidire” la conoscenza dei fatti da parte dell’opinione pubblica.
In uno scenario del genere vi è un palese “conflitto trasversale di interessi giudiziari” fra gli attori della politica nazionale: ecco la ragione per cui molti mestieranti della politica si servono dei media per dipingersi vittime di una persecuzione perpetrata dalla magistratura e così invocare le “riforme” con nessun altro fine che precostituirsi l’impunità.
L’Italia dei Valori ed io personalmente non possiamo accettare tali furbizie ed allora ribadiamo la nostra fiducia nella magistratura, anche e soprattutto verso quella che dovesse indagare qualche volta su qualcuno di noi!

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23 Dicembre 2008

Magistrati avanti tutta

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Cittadino e politico a prova di intercettazioni ed orgoglioso del mio operato di Ministro: tale mi sento dopo la pubblicazione di alcuni stralci di intercettazioni disposte dalla Procura di Napoli nei confronti del dirigente del Ministero delle infrastrutture, dr. Mario Mautone, nell’ambito dell’inchiesta sul “sistema Romeo”, su cui sta indagando la magistratura partenopea.

Non so nulla di più di quello che ho letto sui giornali circa le accuse che vengono mosse a questo dirigente ministeriale e mi auguro che egli possa dare ogni spiegazione nelle sedi opportune per giustificare il suo operato. Però, una cosa so per certo: ed è che io – quando arrivai al ministero – presi una decisione che ora , a ragion veduta, si è dimostrata davvero azzeccata. L’ho trasferito ad altro incarico e l’ho spostato di sede, togliendogli, quindi, ogni possibilità di fare danni anche se avesse voluto. Sia chiaro, non l’ho fatto solo con lui, né perché avevo contezza di indagini specifiche sul suo conto da parte della magistratura napoletana. L’ho fatto anche con diversi altri dirigenti del ministero.

Le ragioni di questa mia decisione di allora sono state le più varie: perché “chiacchierato”, perché per lungo tempo nella stessa sede (specie quelli che, come Mautone, erano dislocati in sedi “calde” del Meridione), per permettere all’interessato di fare altre esperienze e così migliorare il proprio curriculum professionale.

Ora si scopre – ed anche io l’ho scoperto solo a seguito delle indagini che la magistratura napoletana sta svolgendo – che ci sarebbe stato anche un tentativo di intervenire su mio figlio Cristiano per evitare il trasferimento di Mautone (anzi, addirittura qualcuno dice di aver tentato di ricattare proprio mio figlio). Se così fosse il fatto è grave e vorrei sapere chi ha dato l’ordine, ma, per onestà intellettuale, dico subito che né io, né mio figlio abbiamo mai avvertito l’esistenza di tali pressioni o richieste, tanto è vero che il trasferimento c’è stato eccome, senza indugi e senza remore.

Quanto a mio figlio, egli – come consigliere provinciale di Campobasso – ha effettuato alcune telefonate istituzionali a Mautone (come entrambi hanno già pubblicamente ammesso) e ciò, soprattutto, per perorare il completamento di alcune caserme dei Carabinieri nel Molise. Fin qui ha fatto bene. Era suo dovere politico e istituzionale. Mio figlio, inoltre – come risulta da alcune telefonate – avrebbe segnalato anche il nominativo di un paio di, a suo dire, bravi professionisti al dr. Mautone. E’ un comportamento certamente senza alcuna rilevanza penale ma – a mio avviso – comunque non opportuno e non corretto. Ma siccome questo è solo il mio punto di vista e quindi è di parte (e di padre), bene fa la magistratura ad indagare per accertare come stanno effettivamente le cose. I magistrati facciano il loro lavoro. Oggi, domani e sempre. Non c'è figlio che tenga e che possa condizionare l’azione della giustizia. Chi, come me e come Cristiano, non ha nulla da temere, non può e non deve unirsi - come in molti forse speravano - alla politica paludata che se la prende con i magistrati e chiede la riforma delle intercettazioni.

Come ogni buon cittadino incoraggio l'azione dei magistrati. Chi non ha nulla da temere deve puntare alla verità. E, come ogni buon ministro, sono orgoglioso di aver preso quelle decisioni a suo tempo perché un buon ministro ha il dovere anche di evitare che si creino delle sacche di contiguità tra istituzioni ed affari.

A differenza di tanti miei colleghi politici, se le vicende che riguardano la mia persona arrivano sui giornali, non grido allo scandalo, ma al salutare intervento della magistratura. Mai e poi mai mi lamenterei del fatto che i giornali riferiscono del comportamento di un personaggio politico, anche se riguardano me o la mia famiglia. Vogliono farmi dire che le intercettazioni devono essere fermate? Mai! Sono uno strumento indispensabile per i magistrati. Anzi, auguro loro, anche a quelli della procura di Napoli: “Buon lavoro e andate avanti”.

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18 Dicembre 2008

Un altro intoccabile

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Oggi, la Camera dei Deputati ha negato gli arresti domiciliari per il deputato del PD, Salvatore Margiotta, richiesti dal Pm di Potenza Woodcock nell'ambito dell'inchiesta delle supposte tangenti per la concessione di estrazioni petrolifere. Ad opporsi sono stati soli i deputati dell'Italia dei Valori.

Di seguito i dati della votazione presso la Camera dei Deputati (nota: sono "favorevoli" i voti per la non autorizzazione a procedere):

Votanti Maggioranza Favorevoli Contrari
454 226 430 21*
* i soli deputati dell'Italia dei Valori

Riporto il video ed il resoconto stenografico del mio intervento sulla dichiarazione di voto.

Intervento:

"Signor Presidente, come abbiamo sentito dal relatore, l'inchiesta della procura di Potenza non è affatto futile, ma è necessaria, ed è stata condotta - sono parole del relatore e della relazione approvata dalla Giunta - con una meritoria attività della magistratura e delle forze dell'ordine; questo è il dato di fatto.
Stiamo parlando cioè di un fatto per cui sta indagando un'autorità giudiziaria a cui questa Assemblea, nel riconoscere e nell'approvare la relazione del relatore, riconosce meritoria attività e ringrazia anche per ciò che sta facendo. Ebbene, quella procura di Potenza sta indagando su un gravissimo giro corruttivo in danno delle popolazioni locali. Voglio ricordare che il petrolio della Basilicata è il petrolio di tutto il Meridione, e anche dell'intera Italia, e che attorno alla sua estrazione si sono verificate, e si stiano verificando, episodi di inqualificabile mercimonio di funzioni pubbliche e private. Questo credo debba destare la preoccupazione di tutti, sia di noi in questa sede, sia di tutti coloro che hanno a cuore la legalità.
L'alterazione di cui stiamo parlando, ovvero la turbativa d'asta, per stessa ammissione del relatore e della relazione che ci accingiamo ad approvare, sarebbe avvenuta mediante lo scambio materiale delle buste con le varie offerte, in modo tale da far risultare quella della ATI di Ferrara vincitrice in danno di altri concorrenti; questo è il fatto.
Rispetto a questi fatti, si tratta di vedere non quali elementi di prova ci sono a carico dell'uno, o dell'altro, perché questo spetta alla magistratura, non spetta a noi. Se dovessimo accettare questo principio, l'affermazione fatta poc'anzi - nessun cittadino deve essere privato della libertà personale -, un principio sacrosanto, noi, oggi, per questa ragione, staremmo praticando una disparità di trattamento. Quel cittadino che è in mezzo a noi, può e non deve essere privato della libertà personale. Per gli stessi fatti, altri cittadini, su questa stessa inchiesta, vengono privati della libertà personale da una magistratura che voi stessi avete detto che sta conducendo, in questa indagine, una meritoria attività di cui gli va dato atto.

Innanzitutto, vorrei ricordare che, al di là della prassi di comodo che questo Parlamento sta portando avanti da diversi anni, l'articolo 68, secondo comma, della Costituzione, riserva la possibilità di non concedere l'autorizzazione alla limitazione della libertà personale solo quando vi è un fumus persecutionis, un intento persecutorio che va accertato, va dichiarato, va provato.
È difficile davvero individuare in questa relazione un'attività persecutoria della magistratura, se quella stessa magistratura viene chiamata, per questo stesso fatto, una magistratura che sta portando avanti una meritoria attività, essa e le forze dell'ordine.

La verità è molto semplice, signori colleghi, ed è che questo Parlamento, con riferimento ad alcuni cittadini italiani, sta applicando un principio diverso, vale a dire: per i parlamentari le valutazioni sugli elementi di prova non le fa soltanto il giudice ma le fa il Parlamento.
Vorrei ricordare che esiste un sistema endoprocessuale per far valere le proprie ragioni (il tribunale del riesame, il ricorso per Cassazione e quant'altro) e che in quella sede noi ci auguriamo che le istanze del deputato Margiotta possano essere prese in considerazione in modo positivo. Noi non dubitiamo che egli saprà difendere sé e il suo onore nelle sedi debite e competenti. Non accettiamo la regola per cui una sede diversa, soltanto perché un cittadino è parlamentare, possa stabilire una giurisprudenza diversa.

Non accettiamo il principio per cui gli elementi di prova, così come descritti nella relazione, possano essere e debbano essere valutati da questa Aula, perché questo non lo dice la Costituzione, perché la Costituzione invece dice che dobbiamo valutare soltanto gli elementi persecutori. Per questa ragione crediamo che in questo momento noi ci stiamo ponendo di fronte al Paese, ancora una volta, come una casta che vuole difendere se stessa (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà e di deputati del gruppo Partito Democratico - Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).
Noi non prendiamo a cuor leggero la decisione di votare per la concessione degli arresti domiciliari del collega. Sappiamo quali sono le prerogative del parlamentare, ma sappiamo che è ora di mettere un punto fermo a questo principio, a questa prassi, a questa brutta abitudine che questo Parlamento ha preso da molti anni, tanto è vero che, nonostante molte volte siano state avanzate richieste di misure cautelari, questo Parlamento, ad eccezione di quattro volte, non le ha mai concesse alimentando così quel principio di disparità di trattamento, di possibilità di eludere il corso della giustizia. Noi crediamo che sia giunto il tempo di riflettere in modo pacato ma responsabile su quale sia il ruolo del parlamentare, e su quale sia il limite delle sue guarentigie. Io non credo che questo Parlamento debba continuare a valutare le prove, e a valutarle una volta come conviene ad una coalizione, un'altra volta come conviene all'altra coalizione, e poi trovare un incontro perché quel che succede ad una parte può succedere un domani all'altra parte.

È giusto che, in caso dovesse succedere ad ognuno di noi, si corra dal giudice a far valere le proprie ragioni. Crediamo che sia il tempo di assumersi le proprie responsabilità di fronte alla legge e di fronte al Paese, e di interrompere questo metodo che finisce per togliere ogni credibilità alla nostra azione, al nostro ruolo e alla nostra funzione.

Per questo, onorevoli colleghi, il gruppo dell'Italia dei Valori voterà per la concessione degli arresti domiciliari al deputato Margiotta (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)."

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17 Dicembre 2008

Una Giustizia che funzioni

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Lunedi 15 dicembre sono stato ospite alla trasmissione Iceberg, condotta da David Parenzo. Pubblico il video ed il testo di un mio intervento durante la puntata in tema di Giustizia.

"L'Italia dei Valori ha già presentato, e lo voglio dire al mio amico Walter, ben 21 disegni di legge, alla Camera e al Senato. Abbiamo messo, sul tavolo istituzionale, disegni di legge dove non si parla di riforme dei massimi sistemi, di divisione del Csm, della discrezionalità dell'azione penale ... Non parlano di massimi sistemi, ma di cose concrete, tra cui: l'aumento del 30% delle risorse finanziarie attraverso il ricorso a quelli che sono i fondi attualmente sequestrati e confiscati; l'aumento del 30% del personale para giudiziario che è stato ridotto con la legge Brunetta; la riduzione dei tempi processuali attraverso una rivisitazione del sistema delle impugnazioni e delle notificazioni; la risistemazione e ridefinizione delle circoscrizioni giudiziarie, perché ci sono alcuni tribunali che sono pieni di carte e altri pieni di ferie; l'eliminazione totale di tutti gli incarichi esterni dei magistrati, cosi che tornino a fare i magistrati.
C'è, inoltre, una magistratura che si chiama “magistratura militare”, oltre a quella onoraria. Questi magistrati, che hanno studiato e hanno fatto il concorso, invece di far niente, dobbiamo impiegarli nel civile.
Sa qual'è la differenza tra me ed Alfano? Che lui ha depositato il “Lodo Alfano”, io ho depositato i 21 disegni di legge per far funzionare la Giustizia. Lui per fermarla, io per farla camminare. Scegliete voi.
"

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8 Dicembre 2008

Giu' le mani dalla giustizia

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Ancora una volta si intravede all'orizzonte il tentativo di inciucio sui temi della giustizia. Ancora una volta il diavolo tentatore Silvio Berlusconi cerca di coinvolgere i partiti dell'opposizione nella proposta di una pseudo riforma che ha soltanto l'amaro sapore di una resa dei conti con la magistratura. L'obiettivo è sempre lo stesso: togliere l'indipendenza ai giudici e sottoporli al potere politico.

Un disegno che viene da lontano e che affonda le sue radici nel progetto della P2. La macchina della giustizia ha bisogno di altro: maggiori risorse economiche, più personale, e non certo dei tagli fino adesso stabiliti.

Prendiamo atto che alcuni partiti dell'opposizione si lasciano circuire, ma noi no. L'Italia dei Valori è in campo per difendere la separazione dei tre poteri, principio fondante della democrazia. E, di fronte a quest'ennesimo allarme democratico, l'Italia dei Valori è pronta a chiamare a raccolta i cittadini per altre cento e mille piazza Navona.

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7 Dicembre 2008

Why not? Guai not

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Questa vicenda “Why not” possiamo tradurla in “Guai not” per i politici.

Il sistema politico e affaristico non vuole guai, quindi se la giustizia ci mette mani dice “Why not? Guai not!”. Per questa ragione, il magistrato che stava indagando, Luigi De Magistris, è stato spogliato delle indagini e mandato da un'altra parte. Quel magistrato è andato a denunciare i fatti presso la competente Procura di Salerno, la quale sta svolgendo delle indagini da cui ha preso atto che quel magistrato veniva fermato non solo da quelli che non volevano i guai, ma anche da alcuni suoi colleghi magistrati.

La Procura di Salerno stava procedendo ed è venuto il finimondo. Alcune persone, in quanto magistrati, hanno detto di non voler essere toccati. Anche a me è capitato, da magistrato, di essere inquisito, e andavo dal mio magistrato a far valere le mie ragioni. Dicono di essere stati perquisiti, ma anche io sono stato perquisito, e non è successo niente.

Se non hai nulla da temere, che ti frega di un indagine? Se ti frega è perché quella non è “Why not”, ma “Guai not”. Ecco perché non condivido quello che il Csm ha deciso oggi: sono da spostare, per incompatibilità ambientale e funzionale, sia i magistrati che hanno indagato sia quelli che sono stati indagati.

Non è una guerra fra bande. Il Csm ha il dovere di capire da che parte sta la verità, tutelare quelli che fanno il proprio dovere e punire quelli che non lo fanno. Se si fa di tutta l'erba un fascio, chi vince è “Guai not”.

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5 Dicembre 2008

Why Not deve andare avanti

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Nel tentativo di spargere fango, in modo che non si distingua l’erba buona da quella cattiva, oggi alcune agenzie stampa hanno riportato quanto segue:

DE MAGISTRIS: SALADINO, HO AVUTO RAPPORTI ANCHE CON DI PIETRO
…In effetti anche con l'On. Di Pietro ho avuto pregressi rapporti fino alla data in cui non mi e' stato notificato il primo avviso di garanzia, ragion per cui ho comunicato ad un soggetto attualmente vicino a Di Pietro come fosse inopportuno l'incontro precedentemente fissato, proprio per non creare imbarazzo all'On. Di Pietro". Lo afferma Antonio Saladino, imprenditore ed ex presidente della Compagnia delle Opere in Calabria, principale indagato dell'inchiesta Why Not…”

Si vuol fare di tutta l’erba un fascio, al fine di confondere le idee, e buttare all’aria tutta l’inchiesta? Tra l’altro, queste notizie circolavano già in rete da parecchi mesi e non mi sembra che abbiano mai avuto chissà quale rilievo. Non so se Saladino abbia commesso qualcosa di penalmente rilevante e mi auguro, per lui e per il Paese, che non sia così. Certo è che i miei rapporti con lui non sono stati né opachi né illeciti. Non sono solo io a dirlo. Ecco, infatti, cosa hanno riportato alcune agenzie on line all’epoca, circa i miei sporadici, e solo per fini elettorali, incontri con lui:

“…Il nome di Di Pietro compare sull’agenda di Saladino, le cui copie circolano nella redazione di un grande settimanale della sinistra italiana. In esse sono annotati tre incontri: un primo avvenuto durante la prima campagna elettorale (2001) del leader del neonato partito dell’Italia dei Valori. Di Pietro e Saladino si incontrarono all’aeroporto di Lamezia Terme e viaggiarono insieme fino all’hotel Capo Suvero di Gizzeria (Catanzaro). Si discuteva di politica e Di Pietro propose a Saladino un accordo di tipo elettorale. La cosa, però, non andò a buon fine e non se ne fece nulla. Un secondo contatto avvenne invece in occasione della campagna per le politiche del 2006, e i due si ritrovarono a Roma. Era presente all’incontro anche un aspirante candidato nelle liste di Di Pietro e il leader dell’Italia dei Valori chiese di nuovo a Saladino se fosse interessato ad accordi di tipo politico. Ma, anche questa volta, la proposta non sortì effetti. Un terzo abboccamento avrebbe dovuto svolgersi invece nel marzo dell’anno scorso, quando già era scoppiato il caso Why not. Un intermediario, che lavorava nella segreteria di Nicola Mancino, si fece avanti con Saladino per chiedere un incontro. Ma fu lo stesso imprenditore a suggerire di rimandare a tempi migliori, anche per evitare imbarazzi all’onorevole Di Pietro…”

Tutto qui. Nient’altro che incontri elettorali, senza alcun altro fine. Ed allora ribadisco che è estremamente necessario ricostruire fatti e rapporti di persone citate nell’inchiesta. Chi, come me, non ha nulla da nascondere non può che auspicare che ‘Why Not’ vada avanti. Anzi, buon senso vorrebbe che a proseguire le indagini fosse proprio De Magistris, il magistrato che, avendo iniziato l’indagine, conosce a menadito tutte le carte ed ogni risvolto processuale. E’ un’inchiesta che non deve essere lasciata nel limbo perché, ogni giorno, vengono tirate in ballo centinaia di persone, a volte a proposito, ma tante altre a sproposito.
Solo la magistratura può dipanare la matassa tra rapporti leciti e illeciti. Se non può più farlo De Magistris lo si lasci fare alla Procura della Repubblica di Salerno che ha dimostrato con i fatti di non aver timore reverenziale per nessuno.

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4 Dicembre 2008

L'interessamento di Napolitano

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Prendo atto, con il dovuto rispetto istituzionale, della decisione presa dal Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, di chiedere informazioni e acquisire atti riguardanti l'inchiesta in corso sul caso De Magistris. Ciò non mi esime, però, dall'esprimere riserve circa il modo e il tono usato.

Con tale decisione si rischia la criminalizzazione preventiva e preconcetta dell'attività di indagine che sta svolgendo la procura di Salerno nei confronti dei colleghi magistrati calabresi e di atti di indagine coperti da segreto istruttorio.

Inoltre si rischia, paradossalmente, di aggravare quella "compromissione del bene costituzionale dell'efficienza del processo, che è aspetto del principio di indefettibilità della giurisdizione", parole che ha usato lo stesso Capo dello Stato nella richiesta inviata al Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Salerno.

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28 Novembre 2008

Alfano: autoassolto

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Pubblico una lettera inviatami da Luigi Li Gotti, senatore e capogruppo dell’Italia dei Valori in commissione Giustizia , sullo scandalo che ha travolto il concorso per magistrati ordinari tenutosi a Milano il 19, 20 e 21 novembre scorsi. Sono pienamente d'accordo con Luigi.

“Caro Antonio,
nei giorni dal 19 al 21 novembre 2008 si sono tenute a Milano le prove scritte del concorso a 500 posti di magistrato ordinario.
Secondo la legge è vietato introdurre nell’aula d’esame carta da scrivere, appunti, manoscritti, libri o pubblicazioni di qualunque genere non autorizzati inclusi telefoni cellulari, agende elettroniche e qualsiasi strumento idoneo alla memorizzazione di informazioni o alla trasmissione di dati.
Per introdurre qualsiasi materiale bisogna dunque seguire un’apposita procedura di consegna, controllo e convalida dei codici e dei testi di legge di cui è ammessa la consultazione in sede di esame.
Come si legge dai giornali quel che è accaduto è di una gravità inaudita. Alcuni candidati erano provvisti di materiale che non poteva essere autorizzato ma che, nelle vie di fatto, lo era stato con tanto di vidimazione del Ministero della giustizia che ne avrebbe attestato l’ammissibilita`.
Ciò che è accaduto dopo è ora in corso di verifica, alcuni candidati sono stati espulsi altri, con disparità di trattamento hanno continuato la loro prova nonostante la segnalazione di molti candidati di testi “macroscopicamente vietati” e per lo più timbrati e quindi autorizzati. Sembra addirittura con il benestare di autorità presenti e preposte al controllo.
Su questi avvenimenti gravissimi che screditano e gettano fango su un ruolo ed un settore già fortemente messo in discussione dall’operato di questo governo come quello della magistratura e della giustizia necessitano provvedimenti urgenti e la volontà di fare piena luce nel più breve tempo possibile.
Le soluzioni muscolari annunciate dal Ministro Alfano, in merito alle scandalose modalità di svolgimento della prova scritta del concorso in magistratura, appartengono alla solita e obsoleta categoria degli annunci.
In un’azienda un manager paga il suo errore o quello dei collaboratori poiché le sue responsabilità sono anche nella scelta della sua squadra e nei processi gestionali che a lui fanno capo.
Il Ministro Alfano, per ruolo e funzioni è politicamente responsabile di quanto accaduto.
E' un tipico malcostume italiano quello di non assumersi mai le responsabilità politiche degli accadimenti. Il politico per definizione “non paga”. La colpa è sempre attribuita ai suoi sottoposti e il vertice politico è in perenne autoassoluzione. Basta mostrarsi indignati e con la faccia feroce per avere la coscienza perennemente candida.
Possibile che mai nessun vertice politico risponda per le inadempienze dei propri sottoposti? Con quale esempio questa classe dirigente si presenta ai cittadini?

Con stima. Luigi Li Gotti"

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22 Novembre 2008

Predicano sicurezza, ma praticano illegittimita'

predicano_praticano.jpg

Riporto la seconda parte della mia intervista rilasciata a "il Caffè", di Corradino Mineo, a RaiNews24.

Corradino Mineo: Di Pietro, c'è un obiezione che gli fanno in molti: personalizzando lo scontro su Berlusconi, alla fine Di Pietro fa un favore a Berlusconi e fa un danno a Veltroni. Lei cosa risponde?
Antonio Di Pietro: Ho capito. Allora lei dice che “se una persona da la botta in testa ad uno, a forza di urlare quello gode di più e gli da altre botte”. Non ho mica capito.

Corradino Mineo: Questo Berlusconi lo hanno eletto più volte gli italiani. Centrare tutto sul personaggio Berlusconi non è un limite? Non le sembra un limite della sua politica?
Antonio Di Pietro: Scusa, ma il limite della politica non è occupare il potere in conflitto d'interessi per farsi gli affari suoi? Questo si prende la vigilanza Rai, si prende il controllo del Parlamento, e nessuno deve dire niente perché se no tu parli sempre di lui. Ma è lui che occupa spazi di democrazia, è lui che viola la democrazia. Chi lo deve dire questo? E' un po come una volta, tanti anni fa, qualcuno si era messo a fare il Duce, qualcun altro ha cominciato a far la resistenza, e tutti gli altri dicevano “ma perché stai a fare la resistenza? Cosi lui fa più il Duce”. Bella roba. Se non ci fosse stato il primo resistente staremo ancora con il Duce.

Corradino Mineo: Lei dice che la responsabilità è di Berlusconi che occupa tutto il campo. Parliamo anche di altre cose. Per esempio, sulla vicenda Alitalia, il Presidente del Consiglio dice “Lufthansa è una buona soluzione”.
Antonio Di Pietro: No, mi scusi. Lo dico ancora adesso: signori economisti, professori del libero mercato, perché non reagite? Vi rendete conto che abbiamo un Presidente del Consiglio, che nel mentre si sta facendo una trattativa delicatissima che riguarda un asset fondamentale per l'economia italiana e per il trasporto italiano, va da Sarkozy e dice “mi piace venderla ad Air France”, va in Germania e dice “mi piace venderla a Lufthansa”. Non è questa una turbativa di mercato? Non è questo un comportamento inopportuno, al limite dell'illegittimo, da parte del Presidente del Consiglio? Non è un'intromissione del pubblico in una trattativa privata? Ecco cosa voglio dire: lui ha trasformato la vicenda Alitalia in un affare in cui ha messo alcuni amici suoi, soci suoi, ha permesso loro di comprare l'attivo di Alitalia a quattro soldi senza gara, e tutti i debiti li ha scaricati sugli italiani, compreso gli ultimi 300 milioni di euro. Ogni italiano dovrà pagare qualche centinaio di euro quest'anno per coprire i debiti di Alitalia, che non li hanno prodotti i dipendenti, ma i manager e qualche politico, come un ministro suo che si è fatto fare la linea apposta per andare da casa sua a Roma. La vicenda dei dipendenti Alitalia non è una vicenda di fannulloni che hanno messo in crisi la compagnia, quello lo hanno fatto i manager. E' una vicenda in cui la “compagnia del Cai” dice di voler assumere il personale in parte, guardandoli uno ad uno come si usa nelle fiere dei cavalli: “tu in cinta? No”, “tu con il bambino piccolo? No”, “tu andicapato? No”. Se li sceglie uno ad uno come si faceva con Kunta Kinte ai tempi della tratta degli schiavi.

Corradino Mineo: I suoi rapporti con Veltroni come sono?
Antonio Di Pietro: Ottimi e abbondanti. Intendo dire questo: l'Italia dei Valori è una formazione politica che sta all'interno di un'alleanza riformista, e intende costruire un'alternativa ed un alternanza, perché c'è un'altra Italia possibile al governo Berlusconi. Lavora oggi per aprire gli occhi agli italiani che sono stati truffati politicamente. Il messaggio politico di Berlusconi è stato: “votate me che state meglio voi”. Hanno votato lui, ma sta meglio lui e qualche amico suo.

Corradino Mineo: L'ultima domanda riguarda la proposta del guardasigilli Alfano: non il carcere per chi ha pene molto basse, come 4 anni, ma lavori sostitutivi come lo spazino. Le sembra una buona proposta?
Antonio Di Pietro: E' una boiata pazzesca. Se sei incensurato e fai un reato non dice “no al carcere”, ma “si estingue la pena se fai un periodo di prova come tagliare le aiuole”. Siccome ogni venti volte che si compie un reato una volta si viene scoperti, per 19 volte la fa franca, la ventesima si taglia un po di prato, il reato si estingue e lui è sempre incensurato.

Corradino Mineo: Quindi è un amnistia.
Antonio Di Pietro: I reati ambientali, i reati in materia di tutela del lavoro, i reati fiscali... ci sono tanti reati che saranno abbuonati. Come al solito questi predicano sicurezza, ma praticano illegittimità.

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15 Novembre 2008

Il quesito di Alfonso

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Tra i quesiti che ho ricevuto attraverso il sito dell'Italia dei Valori volevo riportare quello di Alfonso Garofalo, seguito dalla mia risposta.

Il quesito:

Presidente,
Sono del casertano, 21 anni.Qua sembra che ci sia una guerra civile in corso con tutte queste volanti, mancano solo i carrarmati. In verità a me sembra una messa in scena. Credo che lo Stato non voglia togliere di mezzo questa camorra, non ci vuole proprio lottare. Eppure qui tanti problemi sono evidenti a tutti! Tutti sanno del "sistema" camorra. Ma lei una risposta giusta ce l'ha al problema camorra? La si sta combattendo? Ci sono interessi per non combatterla? Desiderei da lei che tanto stimo,una risposta chiara. Grazie per tutto quello che fa per il bene dell'Italia.

La mia risposta:

Caro Alfonso,
come ha messo bene in evidenza Saviano, il Sistema della camorra si basa su meccanismi che coinvolgono l’economia (malata) a livello anche internazionale, e la sopravvivenza stessa di un territorio straordinario come quello in cui vivi. E’un fenomeno complesso che non si combatte certo con azioni eclatanti come quelle che descrivi; tanti sono i coraggiosi che combattono in silenzio da anni: parroci, forze dell’ordine, magistrati, commercianti… Noi siamo dalla parte di questi coraggiosi. Anche io ritengo che tutta questa mobilitazione sia soprattutto una “messa in scena”, e che se non si ha il coraggio di andare a colpire quei meccanismi di finanza malata e intreccio affaristico dentro e fuori la Campania, a nulla servirà mandare esercito e carri armati. Fa parte delle strategie di immagine e comunicazione di questo governo, che racconta ancora di aver risolto il problema della spazzatura a Napoli. Hanno paura di dire le cose come stanno, ma noi no. Io faccio il possibile, nella mia attuale attività parlamentare, per cercare di riaffermare un’idea della politica davvero “pulita”, e basata in primis sui valori della legalità, contro mafie, caste e privilegi, a qualsiasi livello.

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10 Ottobre 2008

La tutela dei testimoni di giustizia

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PRESIDENTE. L'onorevole Di Pietro ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00162, concernente iniziative anche di carattere normativo per tutelare tutti i «testimoni di giustizia» e misure per incentivare le testimonianze delle persone offese dai reati commessi dalla criminalità organizzata.

ANTONIO DI PIETRO. Signor Presidente, prima di aprire la tematica dell'interpellanza urgente vorrei ringraziare e scusarmi con il sottosegretario Mantovano, perché in effetti, per una questione tecnica, si poteva e forse si doveva svolgere questa interpellanza la settimana prossima, ma proprio perché con gli uffici non si è trovata altra soluzione il sottosegretario Mantovano, con encomiabile rispetto per il Parlamento, ha fatto salti mortali per trovarsi qui oggi. Quindi, devo ringraziarlo e scusarmi con lui proprio perché ha fatto il possibile.
Intendo introdurre questo tema con assoluta mancanza di ogni forma preconcetta di contrasto a ciò che sta facendo il Governo e soprattutto il sottosegretario Mantovano che si sta occupando da anni di questo tema. Chi di noi si è occupato di giustizia conosce bene il tema dei testimoni di giustizia, quindi mi limiterò ad alcune brevi osservazioni.

Qual è la premessa?
È una riflessione in Parlamento sulla questione se il ruolo del testimone di giustizia sia ancora un ruolo ritenuto importante dallo Stato, se al cittadino convenga fare il testimone di giustizia, se il cittadino, che rispetta le leggi e si fa carico di riferire all'autorità giudiziaria o comunque all'autorità ciò di cui viene a conoscenza rispetto ad altri cittadini che non rispettano le leggi, sia sufficientemente tutelato per questo, e se e cosa possa fare il Governo, il Parlamento, le istituzioni tutte per venire incontro a quelle persone che, facendo il loro dovere, ne pagano le conseguenze.
È un tema importante, è un tema che oggi poniamo all'attenzione con riferimento ad un caso specifico, quello di Pino Masciari, di cui parleremo a breve, ma in relazione al quale non vorrei che questa discussione si esaurisse con la trattazione del caso specifico, perché credo che questo tema meriti attenzione. Vi sono, infatti, situazioni delicatissime denunciate da coloro che sono testimoni di giustizia.
Ricordo a me stesso - non certo al sottosegretario Mantovano che credo sia uno di quelli che ha contribuito a scrivere la norma in materia - che ci si riferisce non ai collaboratori di giustizia, seppure la normativa sui testimoni di giustizia equipara la loro posizione, rispetto alla giustizia, ai collaboratori di giustizia. Di fatto è così; possiamo discuterne come ci pare, ma ai fini delle tutele, dei benefici e degli interventi, collaboratori e testimoni vengono visti allo stesso modo. Invece, sappiamo bene che il testimone non è colui che, dopo aver commesso il fatto, con atto di resipiscenza operosa si attiva, ma è colui che, senza aver fatto parte di organizzazioni criminali - dice espressamente la legge n. 45 del 2001 - anzi essendone a volte vittima, come esplica ancora la legge, ha sentito il dovere di testimoniare per ragioni di sensibilità istituzionale e rispetto delle esigenze della collettività, esponendo se stesso e la sua famiglia alla reazione degli accusati e alle intimidazioni della delinquenza. Mica è uno qualsiasi questo testimone di giustizia.

Per intenderci vorrei ricordarne qualcuno, anzi forse mi basterebbe ricordare una sola testimone di giustizia, una diciassettenne - credo che il sottosegretario Mantovano la ricordi bene anche lui - Rita Atria. È una ragazza che nasce da una famiglia mafiosa, a undici anni perde il padre, nel senso che il padre viene ucciso dalla mafia perché è un mafioso della famiglia di Partanna; lei è una ragazzina e il padre è un mafioso. Lei a questo punto si lega al fratello Nicola e alla cognata Piera Aiello, e ovviamente anche il fratello Nicola fa parte della famiglia mafiosa. Nel giugno del 1991 uccidono anche il fratello.
Si ritrova così a diciassette anni senza arte né parte e le due donne non sanno da chi andare e vanno da una persona che cominciano da subito a chiamare zio: è Paolo Borsellino. Questi raccoglie tutte le loro testimonianze perché Nicola si fidava della moglie e della sorella e ha raccontato loro tutto ciò che faceva insieme al padre e tutto ciò che faceva quella famiglia mafiosa di Partanna. Loro si affidano a questo zio, che sarà ucciso. Lei, disperata, una settimana dopo la bomba di via d'Amelio si uccide a Roma, dove viveva in segretezza.
Ricordo che la cognata disse queste parole, ricordando Paolo Borsellino: «Dopo la morte di zio Paolo mi sono scontrata con una realtà paradossale: oltre alla mafia dovevo combattere con i funzionari e gli apparati dello Stato per ottenere il mio diritto ad essere cittadino. Per anni ho subito bugie su bugie, umiliazioni su umiliazioni, sopraffazioni su sopraffazioni, macchine da tribunale sempre pronte a partire e ad arricchire verbali di interrogatori. Insomma, servivamo soltanto per riempire verbali di interrogatorio. Non persone, non cittadini, non pesi da trascinarsi, piuttosto pesi che di tanto in tanto vengono tirati fuori dagli armadi, vengono rispolverati con una telefonata ipocrita da parte di qualche funzionario dello Stato, poi il silenzio che uccide le speranze, lo spirito, la voglia di vivere, quel silenzio e quella solitudine che, secondo me, hanno spinto la mia cara cognata, Rita Atria, a spiccare il volo verso la libertà senza vincoli, la morte».
Questi sono i testimoni di giustizia: persone che mettono concretamente a rischio loro stessi per aiutare lo Stato a combattere la criminalità. Lo Stato ha approvato una legge molto chiara, la legge 13 febbraio 2001, n. 45, che afferma molti principi. Stabilisce che ........

devono esservi misure di protezione fino all'effettiva cessazione del servizio e del pericolo per sé e per i familiari. Quindi, una protezione vera, reale ed effettiva. Dice che vi devono essere misure di assistenza anche oltre la cessazione di questo pericolo e interventi per dare un tenore di vita personale e familiare non inferiore a quello che esisteva prima per quanti si sono recati dalla giustizia. Afferma appunto che vi devono essere una serie di interventi anche finanziari per mettere queste famiglie in condizione di vivere. Insomma, tutto sommato, la legge cerca di venire incontro a tutto questo e all'articolo 12, introducendo l'articolo 16-ter nella legge 15 marzo 1991, n. 82, chiude con una norma quadro: se lo speciale programma di protezione include il definitivo trasferimento in altra località, il testimone ha diritto ad ottenere tutte quelle stesse speranze di vita che aveva prima.
Dunque, oggi, quale questione vogliamo introdurre parlando del caso Pino Masciari, di cui vogliamo discutere, ma è soltanto l'occasione? Vogliamo cercare di dialogare con il Governo - ripeto, sottosegretario Mantovano, non è per criticare il Governo ma per dialogare con il Governo, per confrontarci con il Governo - per vedere se si può fare qualcosa di più e di meglio rispetto a ciò che si è fatto in questi anni perché non c'è testimone di giustizia che sia rimasto soddisfatto di aver fatto il suo dovere. Ogni persona che ha fatto il suo dovere (ho un elenco, ma non voglio leggerlo perché non voglio apparire patetico) dopo aver fatto il testimone di giustizia si è ritrovata a fare la fine del - come si dice dalle mie parti - «cornuto e mazziato».
Lei sa meglio di me, sottosegretario Mantovano, che non molto tempo fa a Castel Volturno ne è stato ammazzato uno che, facendo il testimone di giustizia, ha riferito tanti fatti che servivano allo Stato, dopodiché lo Stato ha revocato la sua protezione e poco tempo fa Domenico Coviello è andato in paradiso.
Dunque, ritengo che dobbiamo trovare un sistema per fare in modo che queste persone si sentano protette dallo Stato. Lei, l'altro giorno, il 6 ottobre, a Palermo, ha detto una cosa importante. È un'affermazione che forse qualcuno le ha contestato ma io credo che lei abbia ragione. Lei ha detto che il Governo proporrà l'introduzione di sanzioni all'imprenditore che gestisce apparati pubblici e non segnala la pressione delle cosche. Ha detto inoltre che intendete farlo con un emendamento al cosiddetto pacchetto sicurezza.
In altre parole voi dite all'imprenditore: «Caro signore, se qualche mafioso ti avvicina tu non devi più fare solo il testimone di giustizia se vuoi, lo devi fare obbligatoriamente, altrimenti ti vengono revocati gli appalti, avrai la risoluzione dell'appalto e vieni interdetto dall'attività di impresa». Guardi che è durissimo quello che sta dicendo lei, ma credo che abbia ragione, perché è l'unico modo per contrastare la mafia. Noi in Parlamento ci confronteremo su questo emendamento, quando lo presenterà. Noi dell'Italia dei Valori non vogliamo opporci a questo emendamento, ma vorremmo che fosse aggiunto qualcosa in più: ossia evitare che quelli che fanno il loro dovere non si trovino in braghe di tela, perché questo è il dramma.
Se prendiamo il caso di Pino Masciari, si può condividere o meno ciò che ha fatto, ma certamente, da atti non miei, ma della apposita commissione addetta al programma di protezione, ancora nel 2008 viene riferito che Pino Masciari è a tutti gli effetti inserito nel programma di speciale protezione e quindi è persona che è considerata a tutti gli effetti testimone di giustizia. E non lo è perché se lo è inventato lui o perché è stato favorito in qualcosa, ma lo è perché lo stesso Ministero dell'interno, il 24 aprile 2008 e quindi non molto tempo fa, scrive testualmente: «Il Masciari, imprenditore edile, ha reso un eccezionale contributo testimoniale all'autorità giudiziaria, consentendo la disarticolazione delle pericolose aggressioni criminali che si erano rese responsabili di continue estorsioni e vessazioni nei suoi confronti. Tali fatti hanno determinato una rilevante esposizione debitoria del Masciari (...)».
Con questo voglio dire che ci troviamo di fronte ad un altro testimone di giustizia, come tanti testimoni di giustizia, e Masciari è per me solo un'occasione per parlare di un tema importante, per vedere se si può trovare una soluzione a tutto ciò. Orbene, nel caso di Masciari il 19 settembre, poi ribadito anche il 2 ottobre, la commissione ha deciso. Masciari ha chiesto l'accompagnamento e la scorta per i suoi viaggi, ma ha chiesto l'accompagnamento e la scorta per i suoi viaggi non per motivi di giustizia, ma perché vuole andare a fare cose sue: in questo caso voleva andare a fare convegni all'università per spiegare ai giovani il dovere, oltre che il diritto, di rispettare la legge e il dovere civico di denunciare le angherie e le superbie che si possono fare da parte della criminalità mafiosa, e quindi andava a fare anche qualcosa di nobile. Rispetto a tutto ciò gli è stato risposto che gli veniva concessa la possibilità di essere assistito, ma poi il teste avrebbe potuto in ogni caso effettuare spostamenti in piena autonomia. Per il resto, le sue istanze di essere scortato non sono accolte. Qui c'è un problema: se noi decidiamo che il testimone di giustizia è tale soltanto quando ci serve, se nei confronti di coloro che fanno il loro dovere li accompagniamo, li tuteliamo, offriamo loro il cappuccino la mattina solo quando devono andare in tribunale e non quando devono vivere una vita normale, poi è difficile dir loro nello stesso tempo: «Però, se sbagli, ti ritiro l'appalto, ti tolgo il contratto e non puoi fare più l'imprenditore». Diventa difficile tutto ciò.
Ripeto: signor sottosegretario Mantovano, sarebbe davvero ingiusto criminalizzare questo Governo o dire che altri Governi hanno fatto meglio. È un tema vero, concreto, reale, con cui ci scontriamo tutti i giorni, perché è davvero difficile assicurare l'incolumità a una persona nei cui confronti la criminalità mafiosa ha deciso di regolare i conti. E siccome è difficile tutto ciò, dobbiamo tutti insieme trovare una soluzione. Allora la mia domanda è questa: che cosa - oltre al fatto che, come ha detto lei, dobbiamo costringere gli imprenditori a venire fuori e a dichiarare quanto hanno da dichiarare - possiamo fare per dare più garanzie, per farli sentire più tranquilli e più sereni, per far loro capire che non sono soltanto uno straccetto usa e getta, ma che dopo possiamo fare qualcosa con loro.
In particolare, per quanto riguarda la vicenda di Masciari se sia vero o non sia vero che c'è una discrasia tra ciò che le carte dicono che deve essere tutelato e ciò che di fatto è: ovvero che ancora oggi Masciari è senza scorta quando si sposta non per motivi di servizio. Signor sottosegretario, so che mi dirà che non è così. Prima di dirlo però - la prego - insieme a me, se vuole, di usare il videotelefonino per vedere dove si trova Masciari, in questo momento, senza scorta: in Calabria, dove nessuno lo sta scortando (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).

PRESIDENTE: Il sottosegretario di Stato per l'interno, Mantovano, ha facoltà di rispondere.

ALFREDO MANTOVANO, Sottosegretario di Stato per l'interno. Signor Presidente, benché non riguardi l'interpellanza in esame, sento il dovere di far presente alla Presidenza e ai firmatari di altri atti di sindacato ispettivo per la giornata di oggi, alcuni impegni istituzionali, ovviamente documentabili. Facevo prima accenno all'onorevole Di Pietro al disegno di legge sulla sicurezza: c'è infatti la necessità oggi, in sede di Presidenza del Consiglio, in coincidenza con la scadenza dei termini per la presentazione degli emendamenti, di coordinare la presentazione dei medesimi. Io non avevo dato disponibilità alla mia presenza e in tal senso avevo concordato con l'onorevole Di Pietro un rinvio della sua interpellanza. Le cose sono andate diversamente e la mia disponibilità, purtroppo, pur essendo di massima costante - come, credo, gli atti parlamentari dimostrano - deve limitarsi alla sua interpellanza. Ciò non significa assolutamente mancare di rispetto a chi ha presentato altri atti di sindacato ispettivo. Intendo ricordare che in questo momento il Ministro dell'interno - che ha risposto comunque su queste vicende nelle linee generali nel corso della giornata di ieri - è al Consiglio dei ministri di Napoli; altri due colleghi hanno altrettanti impegni seri e istituzionali. Io mi trovo pertanto in queste condizioni e devo ringraziare il collega Menia per la sua presenza nelle risposte.
Vengo alla interpellanza in oggetto. Uno dei limiti principali della legge 13 febbraio 2001, n. 45, che in quegli anni aveva disciplinato il sistema delle protezioni, è stato quello della mancata distinzione tra i collaboratori di giustizia (i cosiddetti pentiti) e i testimoni ovvero fra chi, al di là dei drammi interiori, ha commesso delitti e punta ai premi derivanti dalla collaborazione e chi, da persona onesta, non può e non deve subire danni per le dichiarazioni che rende su gravi fatti criminali. Il risultato è stato che, per troppo tempo, circa un decennio, i testimoni di giustizia sono stati considerati alla stregua dei cosiddetti pentiti, con profonde ferite della dignità personale unitamente a gravi disfunzioni operative.
Ritengo - e ringrazio l'onorevole Di Pietro per averlo ricordato - di aver avuto una minuscola parte nella modifica di questo sistema: ho infatti redatto, nel corso della tredicesima legislatura, per la Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia e delle altre associazioni criminali similari, una relazione sui testimoni di giustizia, approvata all'unanimità nel 1998, nella quale si descrivevano queste anomalie, partendo dall'esame di casi concreti; ho inoltre presentato, sempre nel corso della tredicesima legislatura, una proposta di legge tesa al riconoscimento di un vero e proprio statuto del testimone di giustizia, poi recepito nella legge n. 45 del 2001, di riforma del sistema di protezione. Quella legge ha introdotto - anche questo è stato ricordato - profonde innovazioni in materia, partendo dal presupposto che i testimoni di giustizia non hanno soltanto un indubbio valore processuale, dal momento che la loro parola non necessita, a stretto rigore, di riscontri, ma hanno un valore civile ancor più certo, soprattutto nelle aree di consolidata tradizione omertosa, nelle quali sono rari i casi di testimoni oculari di delitti. Proprio per questo, la legge di riforma ha differenziato in modo netto la posizione dei testimoni da quella dei collaboratori, con le disposizioni a tutti note. La legge è poi stata seguita, nel 2004, da un decreto ministeriale di attuazione. Dall'ottobre 2001 fino al maggio 2006 e poi a partire dal luglio 2008, sono chiamato quotidianamente ad applicare queste norme quale presidente della commissione sui programmi di protezione. Nel periodo intermedio tale compito è stato svolto dall'onorevole Minniti, quale viceministro dell'interno. Vorrei ricordare questo per sottolineare l'assoluta continuità: non si parla di questo o dell'altro Governo, si parla dello Stato e della sua posizione nel confronti dei testimoni di giustizia. In tale veste posso dire, con assoluta serenità - ma cercherò di documentarlo con dati oggettivi - che nell'atto di sindacato ispettivo vi è una serie di inesattezze.
Per cominciare non risponde al vero che, come si scrive nell'interpellanza, la delibera che assegna le condizioni di protezione e mantenimento deve essere accettata, pena il decadimento di tutti i diritti di protezione. I diritti e i doveri derivanti dalla condizione di soggetto protetto derivano dalla legge, non da una delibera di commissione, e sono contenuti, come certamente l'interpellante sa, nell'articolo 12 della legge, così come modificata nel 2001, e nell'articolo 9 del decreto ministeriale 23 aprile 2004. Le disposizioni contenute nelle due fonti appena enunciate vengono trasferite nel contratto che il testimone è chiamato a sottoscrivere all'atto dell'ingresso nel programma.
Dall'insieme di norme primarie e secondarie va detto ancora che non risponde al vero che i testimoni di giustizia abbiano un trattamento parificato, se non addirittura inferiore, a quello dei collaboratori di giustizia: ci sono delle differenze importanti. Segnalo che i testimoni di giustizia hanno accesso a mutui agevolati senza dover prestare garanzie, in virtù di una convenzione stipulata con un importante istituto bancario e questo non accade per i collaboratori. Hanno facoltà di chiedere allo Stato l'acquisizione, a prezzi di mercato, dei beni che lasciano nella località di origine se si sono trasferiti, e anche questo non accade per i collaboratori.
Possono, inoltre, servirsi di consulenti di loro fiducia, le cui prestazioni sono integralmente a carico del servizio centrale di protezione, per qualsiasi problema legato alle pregresse attività lavorative e a quelle future da intraprendere. Ricevono assegni mensili di mantenimento di importo superiore - ma per delibera oggettiva - del 50 per cento, a parità di consistenza del nucleo familiare, rispetto a quello dei collaboratori di giustizia, con possibilità di integrazione maggiore in presenza di un reddito pregresso documentato.
Godono del rimborso delle cure mediche, comprese quelle odontoiatriche, effettuate in regime privatistico, di contributi straordinari relativi al tenore di vita preesistente, rimborso vacanze, acquisto testi e attrezzature scolastiche e della possibilità, come è giusto che sia, di visionare preventivamente gli alloggi scelti per loro dal servizio centrale di protezione che sono sempre di livello almeno pari a quello occupato nella località di origine. Possono, inoltre, fruire, a richiesta, di colloqui di orientamento e sostegno con i direttori tecnici psicologi del servizio centrale di protezione e del risarcimento del danno biologico, in merito all'accertamento del quale vige da tempo una convenzione con il servizio medico legale dell'INPS.
Dall'approvazione della legge 13 febbraio 2001, n. 45 si è molto lavorato sul terreno del reinserimento socio - lavorativo del testimone, nella consapevolezza che esso non può prescindere, così come prescrive la legge, dal tenore di vita e dal tipo di attività che ha preceduto l'ingresso nel programma di protezione.
Il discorso è relativamente più agevole quando il testimone, in precedenza, aveva svolto un lavoro autonomo, per esempio aveva gestito un esercizio commerciale o aveva condotto una azienda, mentre presenta aspetti più problematici nelle ipotesi in cui l'attività antecedente alla deposizione era alle dipendenze dei privati, ma anche da questo punto di vista si è lavorato per reinserire chi aveva questa condizione pregressa.
La trattazione dei singoli casi riguardanti i testimoni è avvenuta e avviene col coinvolgimento attivo degli stessi interessati ai quali è chiarito, nel corso delle audizioni svolte in commissione, che non devono in alcun modo in sentirsi controparte rispetto allo Stato, bensì protagonisti delle scelte relative al proprio futuro, contribuendo in modo propositivo alla formazione delle decisioni che li riguardano. Le audizioni, peraltro, permettono alla commissione di avere l'esatta cognizione della condizione dei testimoni di giustizia e quindi di poter adottare i provvedimenti ritenuti più aderenti alla soluzione dei problemi rappresentati.
Sui testimoni giochiamo una partita difficile: quella della credibilità delle istituzioni nella lotta la criminalità. La garanzia di un adeguato futuro ai testimoni e alle loro famiglie è in grado di incoraggiare altri a non avere remore nel riferire quanto è a propria conoscenza alle forze dell'ordine e all'autorità giudiziaria. Obiettivo primario, peraltro, è consentire il più possibile, se ovviamente il testimone lo desidera o lo chiede, la permanenza nel luogo di origine attraverso adeguate misure delle quali, in ogni caso, va sempre verificata la possibilità.
Attualmente il numero dei testimoni protetti in loco è in totale di ventuno: non c'erano prima della legge 13 febbraio 2001, n. 45. Dodici si trovano in Campania, quattro in Calabria, tre in Sicilia e due in altre regioni.
Questo, a mio avviso, rappresenta un segno di vittoria dello Stato in tutti questi casi specifici, pur nelle obbiettive difficoltà di tutela, perché quando un testimone viene ammesso al programma, la sua protezione, con il trasferimento in una località protetta, è garantita dalla mimetizzazione. Si porta il testimone a mille chilometri di distanza in un luogo dove nessuno, perlomeno in teoria, lo conosce.
La protezione in loco, dove invece è conosciuto, richiede un meccanismo di tutela imponente per uomini (scorta per più turni) e per mezzi (spesso anche impianti articolati e complessi di video sorveglianza). Tuttavia, si affronta questo tipo di sacrificio perché va nella direzione di garantire il minor disagio possibile al testimone, ma anche di trasmettere un messaggio di forte presenza dello Stato che non costringe chi collabora per l'accertamento dei fatti delittuosi ad allontanarsi e a lasciare il luogo d'origine.
Intendo, più in generale, ricordare un solo dato relativo proprio all'applicazione della nuova legge. Si tratta del dato relativo alle nuove ammissioni a programma di testimoni di giustizia dal momento in cui è iniziata l'applicazione della legge n. 45 del 2001. Nel periodo compreso tra il secondo semestre 1996 e il primo semestre 2001, quindi prima che entrasse in vigore la suddetta legge n. 45, i nuovi testimoni ammessi al programma furono complessivamente ventisette, in media poco più di cinque all'anno.
Dal secondo semestre 2001, ossia da quando è operativa la nuova legge, fino ad oggi, vi sono state 116 nuove ammissioni, con una media di più di sedici all'anno e cioè più del triplo rispetto a prima del varo della legge n. 45 del 2001, a dimostrazione del successo delle nuove disposizioni. Grazie a Dio, ma soprattutto grazie a chi ha lavorato - in particolare tra le forze di polizia - per l'attuazione della nuova legge, viviamo tempi ben lontani da quelli della giovane Rita Atria che lei prima ha ricordato.
Veniamo ora a trattare l'argomento relativo a Giuseppe Masciari. Egli viene ammesso al programma di protezione, con delibera della commissione centrale, il 17 marzo 1998, su proposta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Nel programma erano inclusi la moglie e i due figli minori. L'imprenditore edile aveva riferito, in qualità di testimone, di essere stato oggetto di estorsioni che gli avevano provocato una grave esposizione debitoria, anche per effetto dei prestiti usurari contratti nei confronti di appartenenti a organizzazioni criminali, ai quali era stato costretto a rivolgersi. Tale situazione debitoria aveva provocato il dissesto della sua impresa e, quindi, la dichiarazione di fallimento nell'ottobre del 1996.
Non risponde al vero che è mancato il sostegno per l'inserimento lavorativo della moglie di Masciari, odontoiatra. Ella, infatti, ha ricevuto, poco dopo l'ingresso nel programma, un contributo pari a lire (all'epoca vi erano le lire) 388.631.000, oltre alle spese necessarie per il trasferimento delle attrezzature di lavoro. Tale contributo è stato incassato e mai utilizzato secondo la destinazione, nonostante la legge preveda che esso debba essere impiegato e che l'impiego debba essere documentato. Ella ha, altresì, rifiutato di lavorare presso una ASL, lavoro che le era stato procurato, e ha altresì rifiutato un impiego in uno studio privato e una collaborazione di odontoiatra con un docente universitario.
Non risponde al vero che è mancato il sostegno per il reinserimento lavorativo di Masciari. È vero il contrario. Proprio al fine di permettere il pieno reinserimento nella vita economica e sociale, la commissione ha anzitutto acquisito elementi che provassero il collegamento tra l'estorsione e l'usura subita e il precipitare della sua condizione fino al fallimento. Tali elementi in origine erano assenti. Inoltre, ha puntato ad articolare una via d'uscita al fallimento in assenza della quale il pregiudizio a suo danno derivante dalle inibizioni collegate allo status di fallito avrebbe precluso ogni seria ripresa di attività.
Ciò ha impegnato la commissione in un lungo e complesso lavoro di audizioni e di contatti fra i vari soggetti istituzionali interessati, colmando lacune comunicative da parte di più di un ufficio giudiziario e colmando documentazioni inadeguate da parte di Masciari.
Fra il 2001 e il 2004 la commissione ha ascoltato in audizione Masciari per ben sette volte (per brevità evito di citare le date, ma sono disponibile a fornirle). La commissione ha, altresì, ascoltato in audizione il giudice delegato e il curatore del fallimento di Masciari il 22 gennaio 2003. Il 6 ottobre 2004 ha ascoltato, sempre in audizione, il pubblico ministero delegato a seguire i procedimenti che interessavano Masciari quale testimone.
Benché il magistrato avesse sostenuto che il collegamento fra la testimonianza e il fallimento non fosse munito di specifici riscontri, tuttavia la circostanza che alcuni immobili, già intestati alla Masciari costruzioni, fossero nella disponibilità degli imputati da lui accusati, ha fatto propendere la Commissione per una indiretta conferma del nesso causale tra le estorsioni subite e l'esposizione debitoria che aveva condotto al fallimento.
Tale conclusione, lo ripeto, è stata frutto di un approfondimento svolto dalla Commissione più che dall'autorità giudiziaria proponente. A seguito dell'istruttoria complessa prima descritta, esito di contatti con gli organi del fallimento, il 27 ottobre 2004 a Masciari è stata proposta una definizione della posizione, incaricando il servizio centrale di protezione: di porre a disposizione degli organi del fallimento una copertura finanziaria pari a 1.293.418,60 euro per la chiusura della procedura concorsuale mediante concordato fallimentare; di erogare a Masciari, a chiusura (cioè dopo la procedura concorsuale e non prima, altrimenti ci sarebbe stato l'assorbimento dal passivo fallimentare) della capitalizzazione delle misure di assistenza economica nella misura massima prevista dalle determinazioni riguardanti i testimoni di giustizia. In base al decreto ministeriale la capitalizzazione può avvenire da un minimo di due anni di assegno mensile di mantenimento (con tutte le integrazioni, locazioni eccetera) fino a un massimo di dieci anni, ed è stata proposta la misura massima per un totale di 267.400 euro; di erogare a Masciari e alla moglie, a chiusura della procedura concorsuale, le somme determinate a titolo di danno biologico risultanti dalla perizia medico legale dell'INPS, eseguita su incarico della Commissione, sulla base delle tabelle del tribunale di Roma secondo gli indici ISTAT, pari rispettivamente a euro 18.870 per Masciari e 29.670 per la moglie; di fare salvi gli effetti della delibera del 23 marzo 2000, in quanto finalizzata alla realizzazione del reinserimento sociale della moglie di Masciari e, quindi, di mantenere a suo favore il contributo straordinario all'epoca erogato di 388.631.000 lire oltre a quelli necessari per il trasporto e il montaggio delle attrezzature; di prorogare, nelle more della definizione della procedura concorsuale, il programma speciale di protezione nei confronti di Masciari e del suo nucleo familiare per ulteriori cinque anni a decorrere dal marzo 2000 (siamo all'ottobre del 2004), fatte salve le ulteriori determinazioni.
La Commissione non si pronunciava sul mancato guadagno di cui all'articolo 16-ter della legge sui collaboratori di giustizia, ritenendo gli elementi informativi acquisiti, in assenza di un valido contributo anche da parte dell'interessato, insufficienti per pervenire alla valutazione; l'accertamento, però, limitatamente a tale aspetto, veniva demandato al commissario per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura, organo competente in merito alla concessione delle provvidenze relative. Quindi, non vi era un rifiuto a considerare tale aspetto (il mancato guadagno), ma un rinvio all'autorità competente, peraltro più volte presente in Commissione per esaminare congiuntamente alla commissione il caso e, quindi, a conoscenza, in dettaglio, dello stesso.
Contro questo provvedimento Masciari e la moglie hanno presentato ricorso al TAR del Lazio e il TAR del Lazio fino ad oggi non si è pronunciato. Tale pendenza giudiziaria - credo che vada sottolineato - non ha causato nessun danno a Masciari, il quale è rimasto nella pienezza del programma assistenza e protezione, in attesa della definizione del giudizio.
Concludendo sul punto, il reinserimento di Masciari sarebbe avvenuto già da quattro anni se lo stesso Masciari non avesse rifiutato, impugnandola, la delibera della Commissione che riportava le voci prima elencate; e sarebbe avvenuto restando impregiudicata la protezione personale e la definizione mancato guadagno per un importo complessivo di 1.810.069,76 euro.
Lo Stato, quindi, già da quattro anni, ha proposto a Masciari, ricevendo un rifiuto, una definizione non inferiore, lo ripeto, a più di 1.800.000 euro. La sua posizione è stata ripresa sotto il precedente Governo dalla Commissione presieduta dal Viceministro, onorevole Minniti.

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30 Settembre 2008

Parlamento: rifugio per delinquere

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Neanche ha fatto in tempo, il giudice di Milano, a mandare gli atti alla Corte Costituzionale con riferimento all'incostituzionalità della legge con cui Berlusconi è stato dichiarato non imputabile fino a quando sarà Presidente del Consiglio, il cosiddetto “Lodo Alfano”, che già un altro parlamentare si preoccupa di estendere il lodo a tutti i ministri, il cosiddetto “Lodo Consolo”. Un'altra furbata, perché è cosi che questo governo e questa maggioranza pensa di risolvere i problemi. “Ogni volta che mi becchi in castagna, invece di rispondere di ciò che commetto, mi faccio una norma per cui dico che non è più reato quello che prima era reato”. Dobbiamo stare attenti, perché l'informazione di parte fa credere che stanno facendo qualcosa nell'interesse dei cittadini e invece lo fanno per conto loro.

Apro una seconda finestra su cui voglio invitarvi a riflettere, per farvi capire che cosa sta succedendo in questo Parlamento di dipendenti “berlusconiani” e di dipendenti che, pur essendo all'opposizione, piegano il capo. Lo scorso 24 settembre, al Senato, si doveva decidere sulla richiesta di arrestare un senatore in carica, che, per diventare tale, ha fornito false generalità facendosi eleggere nella “circoscrizione estero” e facendo credere che viveva all'estero.
Ha truffato lo Stato dando false generalità per poter essere candidato ed eletto e, una volta scoperto, lo stanno processando. Dopodiché, come tutti i falsari, dovrebbe essere mandato via. Solo che lui non si dimette ancora dal Parlamento. Il risultato qual'è?
Se non si dimette, continua a perpetuare il reato.
Quando smette di fare questo reato? Quando smette di fare il parlamentare.
E questo che cosa fa? Continua a fare il parlamentare perché nessuno lo può buttare fuori.
Al che il giudice ha richiesto gli arresti domiciliari.
Non c'è un caso più classico di questo per far rilevare come ci sia la necessità di arrestare un parlamentare: sta commettendo un reato, è in flagranza di reato e lo continua a commettere.

In Parlamento hanno negato l'autorizzazione all'arresto, facendolo restare a fare quello che vuole.
Quali sono stati gli unici parlamentari che hanno votato a favore dell'arresto? L'Italia dei Valori, perché questo è un truffatore, al contrario di maggioranza e opposizione.
Capite che quando un istituzione parlamentare si piega in questo modo non c'è più garanzia ne di certezza di diritto, né di Stato di diritto, ne di Stato democratico.

Vi dovete chiedere:ma perché tutti questi parlamentari fanno questo favore a questo truffatore?”.

La risposta è:oggi tocca a lui, magari un domani tocca a me”.

Creano il precedente affinché poi basta fare il parlamentare e non avere più niente da temere. Una volta chi voleva delinquere faceva il latitante, ora aspira a fare il parlamentare.

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24 Settembre 2008

Il quesito di Emanuela

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Il portale dell'Italia dei Valori ogni giorno che passa dà sempre nuovi servizi ai cittadini che vogliono collegarsi, che vogliono conoscere e che vogliono interagire con me e i parlamentari dell'Italia dei Valori. Abbiamo deciso di rompere il "meccanismo di mediazione" tra cittadini e partito politico inaugurando lo scorso 16 maggio un'area dove possono scriverci, porci dei quesiti, sugerrimenti e critiche.
Tra i quesiti che ho ricevuto attraverso il sito dell'Italia dei Valori ce n'è uno che mi sta particolarmente a cuore. Riporto in seguito il quesito di Emanuela De Piano e la mia risposta.

Emanuela De Piano: Sono rimasta senza parole! Ho appena letto dell'inciucio tra Violante e Ghedini per svuotare, di fatto, i pm di qualunque potere investigativo e rimettere tutto nelle mani degli organi di polizia che, per quanto dediti alla loro funzione, sono pur sempre soggetti gerarchicamente al ministro! E tutto con la semplice cancellazione di alcune parole dagli art. del c.p.p., tutto alla luce del sole e nessuno che si opponga! Ma dico: siamo davvero allo sbaraglio? Ma non c'è più nessuno che abbia a cuore la giustizia di tutti, la trasparenza, l'uguaglianza di tutti davanti alla legge? Si accentua sempre più la differenza tra chi ha i suoi 'protettori', e chi, invece, gente comune, deve scontrarsi con poteri ed organi spesso ottusi ed incompetenti. E' davvero scoraggiante e sconvolgente leggere certe notizie. Stiamo cadendo troppo in basso. Dobbiamo risvegliare le nostre coscienze, non possiamo lasciare tutto nelle mani di persone che, pur dovendo essere i nostri rappresentanti, in realtà si preoccupano solo dei propri interessi e di mettersi al rischio da eventuali problemi. Onorevole Di Pietro, mi rivolgo a Lei, mi dia rassicurazioni, chiarimenti: non è possibile che questo sia il Paese che aspetta noi giovani.

Antonio Di Pietro: È ormai evidente che questo governo è intenzionato a sfasciare la giustizia non certo a garantine il buon funzionamento. È una linea di pensiero evidente che ha nel Lodo Alfano il suo presupposto più grave, che la legge non sia più uguale per tutti. È chiaro allora che si fa di tutto o meglio non si fa proprio niente o magari si tagliano i fondi, per creare il maggior disagio possibile in chi e preposto ad amministrare la giustizia.

E' evidente il potenziale conflitto d'interessi da parte di questo governo e da parte del Parlamento Italiano, dove attualmente sono presenti 18 condannati con sentenza definitiva e 70 tra condannati in primo o secondo grado, prescritti, indagati, imputati e rinviati a giudizio. Tale situazione può generare nei cittadini dubbi ed una caduta di credibilità delle stesse, contribuendo ad accrescere quella distanza tra istituzioni e cittadini che invece bisogna impegnarsi per colmare, impegno che noi dell'Italia dei Valori non vogliamo abbandonare.

Oggi, in diretta streaming alle ore 15:05 dalla Camera dei Deputati, presenterò un'interrogazione a risposta immediata rivolta al Ministro della Giustizia Alfano in relazione al tema.

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16 Settembre 2008

Legalita': i si ed i no

sieno.jpg

Come ho scritto ieri ogni giorno pubblicherò una parte del mio discorso sugli 11 punti della linea programmatica dell'Italia dei Valori affrontati a Vasto.
L'Italia dei Valori è impegnata in un'opposizione determinata. Siamo oggi l'unico partito politico che ha tutelato, e tutelerà, senza esitazioni gli interessi dei cittadini italiani.
L'immagine che la Casta ed i suoi organi di informazione vogliono trasmettere è quella del partito dei "manettari". Falso. Il vero problema, in questo caso, è il filtro posto dai media ai nostri messaggi affinchè ciò appaia. Certo, per fare opposizione, quella vera, bisogna saper dire anche no.
Lascio alla Rete il compito di veicolare i nostri si, le nostre proposte, perchè la Rete i politici non possono controllarla e qui "il filtro-bavaglio" non esiste.

Pubblico oggi il punto 3: la legalità

".. E’ stata letteralmente calpestata dal Governo Berlusconi e dalla sua maggioranza parlamentare ricattata o connivente. Ebbene IDV risponderà colpo su colpo ad ogni tentativo di ridurre la Giustizia ad un colabrodo di impunità. Il nostro faro è il principio “la legge è uguale per tutti” e non “per tutti meno 4 persone” come il Lodo Alfano ha previsto. Contro la legge “salvapremier” che Berlusconi si è fatto fare per assicurarsi l’impunità noi – a partire da ottobre e per tre mesi - riempiremo le piazze d’Italia per una massiccia raccolta di firme finalizzata ad un referendum abrogativo di tale legge che consideriamo una vergogna per la storia del nostro paese. Cominceremo il prossimo 11 ottobre con una manifestazione nazionale che vogliamo svolgere significativamente ancora a Roma, a piazza Navona, una piazza che non rinneghiamo ma che anzi rivendichiamo come luogo di coraggio e di libertà (vivaddio, anche di satira, perché la libera manifestazione del pensiero è garantita dalla nostra costituzione). Contestualmente tutti voi militanti di IDV siete pregati di apprestare nella stessa giornata dell’11 ottobre innumerevoli punti di raccolta firme in tutte le province italiane per dar modo a tutti i cittadini che vogliono condividere con noi questa battaglia di civiltà di poter dare il loro contributo. Nei mesi di ottobre, novembre e dicembre ripeteremo ogni fine settimana queste “giornate della legalità” in modo itinerante per tutto il paese: Milano, Napoli, Torino, e così via nei capoluoghi di ogni regione.

Sempre in materia di giustizia e legalità, segnaliamo – agli alleati e agli avversari politici - che IDV non intende aderire a nulla a “scatola chiusa” ma nemmeno intende arroccarsi dietro preconcetti di facciata.
Ed ecco allora quale sarà il nostro comportamento:

I NOSTRI NO

-Diciamo NO ogni forma di sottomissione della magistratura all’Esecutivo ed a ogni tentativo di minarne l’indipendenza.

-Diciamo NO a sdoppiamenti del CSM, tipo un CSM per i giudici ed uno per i P.M. e diciamo no ad aumenti delle sue componenti laiche nominate dal potere politico.

-Diciamo NO all’introduzione della discrezionalità dell’azione penale, perché la riteniamo un canale che apre pericolosamente la via ad arbìtri e favoritismi inaccettabili in uno Stato di diritto. Conosciamo la facile giustificazione in cui si rifugiano coloro che propugnano una tale soluzione: l’azione penale già oggi sarebbe rimessa sostanzialmente alla discrezionalità dei vari magistrati per via dei troppi processi che hanno in carico. A costoro rispondiamo: se il problema è l’insufficienza delle strutture giudiziarie e l’esiguità del personale giudiziario e paragiudiziario, allora le si aumentino ma non si rinunci a perseguire i criminali. Per intenderci, se le sale operatorie sono insufficienti non può né si deve dire: Lasciamo morire alcuni ammalati. Bisogna aumentare le sale operatorie ed i medici chirurghi. Così è e deve essere per la giustizia se vogliamo che ad essa facciano affidamento i cittadini. Altrimenti finiranno per farsi giustizia da sé.

-Diciamo NO ad ogni forma di limitazione degli strumenti di indagine a disposizione dei magistrati e quindi diciamo - e diremo in Parlamento - no ai limiti all’uso delle intercettazioni da parte dei magistrati durante le indagini. Noi vogliano una società dove non si commettono reati non dove questi non possono essere scoperti. E non ci si venga a dire che per i reati gravi - come l’associazione mafiosa o quella terroristica - rimarrebbe comunque la possibilità per i magistrati di effettuare intercettazioni. La prova dell’esistenza di una associazione mafiosa o terroristica di regola la si scopre alla fine di un percorso investigativo e non all’inizio. Ma se all’inizio – per i singoli reati - non è possibile ricorrere ad intercettazioni - l’esistenza di una associazione criminale rischia di non essere mai scoperta. Ed a proposito di chi vuole giustificare la restrizione delle intercettazioni telefoniche con il fatto che spesso queste poi finiscono anzitempo sui giornali, attendando al sacrosanto diritto alla privacy delle persone, vogliamo ricordare che già oggi esiste il divieto per le notizie coperte da segreto istruttorio. Dobbiamo scoprire e punire i responsabili, non impedire ai magistrati di investigare altrimenti sarebbe come dire che - per evitare che il poliziotto usi la pistola per ammazzare la moglie – gliela togliamo e lo mandiamo ad affrontare i rapinatori a mani nude. E poi, se le pene attualmente previste per la pubblicazione arbitraria di notizie riservate non sono ritenute sufficienti, le si aumenti – almeno nei confronti di quei pubblici ufficiali (ma anche avvocati, ausiliari e collaboratori vari) che forniscono le notizie ai giornalisti - ma non si tolga la possibilità all’opinione pubblica di conoscere per tempo, una volta che i fatti sono stati portati a conoscenza dell’indagato, le ragioni per cui si procede nei confronti di questa o quella persona. Pensate - se fosse già vigente la nuova legge sul divieto di pubblicazione di indagini giudiziarie – gli italiani non saprebbero ancora nulla dello scandalo delle tangenti alla Regione Abruzzo, dei casi Parmalat, Cirio, Bond argentini, spazzatura napoletana, furbetti del quartierino vari, le nefandezze della clinica Santa Rita. Tutto rimandato alla fine dei processi, che ci sarà fra qualche anno (se mai ci sarà tra una prescrizione, una depenalizzazione e l’altra).

-Diciamo NO a forme surrettizie per incidere sul ruolo del P.M., come da ultimo ventilato a proposito di chi vuole togliere al PM la direzione delle indagini della polizia giudiziaria. L’on.le Violante – che è stato indicato da Repubblica come l’ideatore insieme all’on.le Ghedini di una tale sciagurata soluzione - ha smentito di averci messo lo zampino ma proprio ieri in una sua lettera a Repubblica ha finito per rilanciarla affermando che si deve modificare la norma affinchè il PM possa intervenire solo “dopo” – udite bene, solo dopo – che la Polizia ha trasmesso la “notizia di reato” o al massimo – se ritiene che possa configurarsi una notizia di reato deve chiedere alla Polizia di trasmettergli un rapporto al riguardo. E perché mai deve fare solo da passacarte? E perché mai deve accontentarsi solo di quello che gli passa la Polizia che sono pur sempre dipendenti del potere esecutivo? E perchè mai non può fare lui quel che può delegare di fare agli altri? Ma pensate davvero che Buscetta si sarebbe messo a fare il pentito davanti ad un poliziotto sapendo che poi questo doveva riferire al Governo dell’epoca? E pensate davvero che Mani Pulite – che arrivò a toccare ministri in carica e Capi di Governo - poteva decollare in un ufficio di Polizia? Possibile che ogni volta che c’è una norma che funziona ci deve essere sempre qualcuno ci si mette di mezzo per fermarla?

-Diremo anche NO ad ogni forma di indulto o amnistia palesi o mascherate che siano. Così, ci opporremo al ricorso al braccialetto elettronico per sfoltire le carceri. Il braccialetto è gia’ stato sperimentato e si è dimostrato un colabrodo. Finora sono state spese già oltre 10 milioni di euro e solo sette persone – dico proprio sette, di numero – non sono scappate. Sappiamo che le carceri sono sovraffollate ma sappiamo anche come risolvere la situazione: riaprendo gli istituti penitenziari chiusi, riadattando quelli in uso, costruendone di nuovi, anche ricorrendo all’uso di alcune delle tante caserme in disuso. Sappiamo anche cosa fare per non creare tanta delinquenza: favorire con incentivi ed interventi mirati l’occupazione giovanile, sviluppare la cooperazione e la collaborazione con i paesi di origine degli immigrati.

Diremo insomma tanti No ma sapremo dire anche tanti SI a quelle che consideriamo le vere priorità per il funzionamento della giustizia.

I NOSTRI SI

-Diremo SI all’ accelerazione delle fasi processuali, alle facilitazioni in materia di acquisizione ed utilizzo delle prove nei processi, ad un nuovo e più funzionale sistema delle notificazioni, ad una diversa e più omogenea soluzione in materia di impugnazione (oggi esclusa al PM in caso di assoluzione dell’imputato in primo grado), alla reintroduzione del reato di falso in bilancio, alla riduzione dei gradi di giudizio, alla sospensione della prescrizione dopo il rinvio a giudizio e soprattutto allo snellimento ed alla velocizzazione del processo civile.

-Ed ancora diremo SI alla ridefinizione delle circoscrizioni giudiziarie, all’aumento del personale giudiziario e paragiudiziario, a maggiori risorse finanziarie da destinare al Comparto Giustizia.

-Insomma diremo SI a tutti quegli intereventi diretti a far funzionare bene e meglio l’apparato giudiziario non ad impedire ai giudici di applicare le leggi. Così, prima di metterci contro la volontà espressa dal Governo di voler contrastare con maggiore efficacia lo sfruttamento della prostituzione, specie quella minorile e di voler procedere con mano pesante contro i bulli nelle scuole o i volenti negli stadi, vogliamo leggere bene la proposta formulata. Purchè si passi dalle parole ad i fatti però, e purché alla fine non si risolva tutto colpendo i più deboli e indifesi come lo sono le ragazze e i ragazzi costretti a prostituirsi. Si utilizzi il Parlamento per fare queste leggi piuttosto che quelle sulle intercettazioni telefoniche.

-Vorremmo che si dicesse SI alla nostra proposta di denunciare in sede internazionale – ed europea in particolare – il comportamento di taluni Stati, come il Liechtenstein, che rifiutano la collaborazione giudiziaria per scoprire evasori fiscali, corruttori e falsificatori di bilanci. Proprio l’altro ieri la Procura di Firenze ha dovuto archiviare la posizione di una ventina di cittadini toscani che avevano aperto conti correnti a Vaduz in quanto – non essendo la normativa fiscale italiana prevista come reato anche in quel paese - non è tecnicamente possibile acquisire informazioni bancarie per “difetto di reciprocità di legislazione”. Noi vogliano che lo Stato italiano si faccia promotore presso la Comunità europea affinchè dichiari l’embargo commerciale, finanziario e bancario nei confronti di questi Stati canaglia. Altrimenti, come al solito, i furbi la fanno franca a scapito degli onesti, che finiscono pure per fare la figura dei fessi.

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7 Settembre 2008

Indulto mascherato

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Il ministro della giustizia Alfano, dopo l'impunità alle quattro più alte cariche dello Stato, vuole lasciare un solco ancora più profondo nella storia della giustizia avviandosi verso un indulto mascherato.

La soluzione del braccialetto elettronico è completamente inutile e destinata a fallire come accaduto in altri paesi, cosi come è destinata a fallire l'espulsione dei detenuti stranieri se non si ha la certezza di accompagnarli nel loro Stato ed essere certi che scontino la pena del reato compiuto. Come ho più volte ribadito i cittadini preferirebbero ampliare le carceri piuttosto che svuotarle per riempire le strade di delinquenti.

Gli extracomunitari che vengono in Italia e rubano, rapinano e violentano devono sapere che se lo fanno per loro ci sarà la certezza della galera. Sia nel nostro Paese che nel loro. Per questo, e' doveroso accertarsi che vadano nel loro Paese, non a casa ma in carcere. Siccome molti governi di questi paesi sono instabili e non possono garantire certezze, bisogna stare attenti altrimenti il rischio e' di regalare a chi commette un crimine, anche grave, l'impunita'.

Il messaggio deve essere chiaro: pena uguale per tutti e certezza della pena. Chi delinque deve andare in galera e l'espulsione non deve essere un regalo ma una pena ulteriore ed accessoria che si somma al carcere.

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22 Agosto 2008

Facce di bronzo

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Il Presidente del Consiglio Berlusconi è ritornato a parlare di giustizia. Non vuole che gli altri parlino di giustizia. Ogni volta che ne parlo dice, sia lui che i suoi accoliti, che “Di Pietro e l'Italia dei Valori sono monotematici, hanno la fissa della giustizia e solo di quello sanno parlare”. In realtà è solo lui che si occupa di giustizia, quella che serve a lui. L'ultima perla di agosto è proprio quella dove dice che bisogna riformare la giustizia perché cosi voleva il giudice Falcone.

Falcone è una persona che ci ha rimesso la vita per fare in modo che la legge fosse uguale per tutti e per combattere la grande criminalità organizzata e soprattutto il connubio, la connivenza, tra criminalità organizzata e mondo delle istituzioni. Berlusconi, richiamandosi a Falcone per parlare di giustizia, si è comportato come il diavolo che si dichiara all'acqua santa per farsi gli interessi propri.

Falcone combatteva la mafia. Berlusconi, con lo stalliere mafioso ci ha convissuto, lo ha portato a casa propria. Berlusconi, colui che conosce bene quel mondo e che ha rapporti di frequentazione con gente mafiosa come Dell'Utri portandola in parlamento, chi vuole prendere in giro?

Falcone non era affatto contro l'indipendenza della magistratura. Berlusconi, invece, vuole che la magistratura dipenda dall'esecutivo. Vuole addirittura che il Consiglio Superiore della Magistratura sia composto da maggiori esponenti laici, ossia da persone nominate dalla politica. Vuole una magistratura sottomessa dalla politica e che quando si tratta di giudicare i politici faccia un passo indietro. L'esatto contrario di quello che voleva Falcone. Ogni volta che glielo faccio notare, lui e i suoi portaborse dicono che “L'onorevole Di Pietro non si deve permettere di utilizzare il nome del giudice Falcone”, ma in verità è lui che lo usa.

Vorrei dire e ricordare a quelle persone come Martelli, quel ministro della giustizia condannato con sentenza passato in giudicato nell'inchiesta Enimont che ha detto in queste ore che “Di Pietro lasci stare Falcone, perché Falcone disprezzava l'inchiesta di Mani Pulite e i giudici di Milano” (detto da un condannato nell'inchiesta Mani Pulite ha il valore che ha), che Falcone all'epoca in cui iniziammo Mani Pulite, e prima di essere ammazzato, si è occupato come direttore generale degli affari penali di gestire la delicata fase delle rogatorie internazionali, che per conto della procura di Milano venivano trasferite e trasmesse alle varie autorità giudiziarie del mondo, in particolare quelle della Svizzera. Le prime rogatorie furono fatte proprio grazie al contributo, ai consigli e all'interessamento di Falcone, carta canta, posso produrre documenti.

La persona che ci mise in contatto con il giudice Dal Ponte, la persona che realizzò e trasmise le prime rogatorie contro 42 persone, che io stesso scrissi, fu proprio Giovanni Falcone. Non credo proprio che un giudice che disprezzasse i giudici milanesi e odiasse l'inchiesta Mani Pulite facesse parte attiva nel portare avanti le rogatorie degli stessi giudici di Milano.
Questa è la verità. Le altre sono quelle di comodo di indagati e condannati che vogliono stravolgere la storia per utilizzare il nome di un eroe per interessi personali.

Continuo a ripetere, non sono io che ho tirato fuori il nome di Giovanni Falcone. Lasciamolo riposare in pace dopo che in vita lo hanno combattuto in molti ed infine ammazzato. Ma non si può permettere al Presidente del Consiglio, che ha fatto spesso comunella con persone che hanno avuto a che fare con la mafia, di utilizzare il nome di chi è morto per mafia per farsi bello e per dare una giustificazione di riforme che sono in verità controriforme per non far funzionare la giustizia, altrimenti rischia di andarci di mezzo pure lui. Non dimentichiamo che il provvedimento sulla giustizia che ha fatto è stato creato apposta per per non farsi processare, altrimenti non avremmo un Presidente del Consiglio, ma quanto meno un Presidente del Consiglio giudicato e forse anche condannato.

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20 Agosto 2008

Colpo di sole estivo

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I senatori del governo e dell’opposizione di facciata si sono riuniti e, in seguito ad un colpo di sole estivo, hanno partorito l'Atto di Sindacato Ispettivo che esprime in misura molto chiara la volontà di riformare la giustizia piegandola al controllo politico. Non lo affermo solo io, ma anche Bruno Tinti, procuratore aggiunto presso la Procura di Torino e autore del libro "Toghe rotte" (link).
Nell'articolo, pubblicato sull'Unità di ieri, Bruno Tinti spiega in pochi punti come l'abolizione dell'obbligatorietà penale sia un errore clamoroso che può portare a interpretazioni locali della giustizia e a pesanti interferenze politiche sulla scelta dei reati da perseguire.

L’autore evidenzia inoltre una serie di riforme della giustizia per rendere la macchina più efficente con risorse già esistenti ed evitando clamorosi colpi di spugna. Una democrazia non può esistere se la Giustizia è sotto il controllo dell’Esecutivo.

Riporto l'articolo di Bruno Tinti dal titolo "Giustizia, che cosa fare subito".

"Il 29 luglio alcuni senatori del PdL e del PD hanno partorito l’ "Atto di Sindacato Ispettivo n° 1-00019", contenente una somma di proposte in materia di giustizia che, con lodevole eufemismo, possono dirsi poco condivisibili. Qui ne commento una.

La pattuglia mista inviata in missione esplorativa propone: "a) l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale, con la previsione di un procedimento per la fissazione dei criteri per l’uso dei mezzi di indagine e per l’esercizio dell’azione penale nonché di un procedimento che veda la partecipazione dei pubblici ministeri e di altri soggetti istituzionali e che individui un soggetto istituzionale politicamente responsabile di fronte al Parlamento per la loro effettiva ed uniforme implementazione a livello operativo;".

Detta così, c’è da essere ragionevolmente sicuri che i cittadini non capiscano nemmeno di cosa si stia parlando; proviamo a tradurre.

Obbligatorietà dell’azione penale significa: ogni volta che viene scoperto un reato si deve processare chi viene sospettato di averlo commesso. Il suo contrario è appunto la non obbligatorietà dell’azione penale: non per tutti i reati scoperti si debbono fare processi ma solo per alcuni. È un po’ come dire che, se uno abita in una grande casa, può decidere di pulire tutte le stanze; oppure di pulirne solo una parte.

Ma perché si dovrebbe fare una cosa del genere? È ovvio che è più bello e salubre vivere in una casa pulitissima piuttosto che in una pulita solo a metà. La risposta è ovvia: perché non si hanno abbastanza domestici per pulirla tutta; oppure si hanno domestici pigri e fannulloni; oppure di alcune stanze non si ha proprio bisogno ed è inutile pulirle. Così si debbono prendere delle decisioni: assumere più domestici (ma magari non me lo posso permettere); licenziare quelli pigri (è inutile, sono uno peggio dell’altro); traslocare in una casa più piccola (non ce ne sono o mi dispiace). E allora mi tocca lasciare alcune stanze sempre sporche, non c’è niente da fare.

Quindi, tornando alla giustizia, si può anche decidere di non fare tutti i processi che si dovrebbero fare e mandare impuniti un sacco di delinquenti; se le risorse non ci sono c’è poco da fare. Ma prima bisognerebbe vedere se questo è proprio vero; se, in realtà, prima di garantire l’immunità (parola ormai sdoganata da apposito provvedimento legislativo) a chi delinque, non sia possibile trovare altre risorse o usare bene quelle che ci sono. Ciò perché la non obbligatorietà dell’azione penale ha dei costi non da poco. A parte l’immoralità di non perseguire chi ha commesso un reato, che si traduce anche in un messaggio criminogeno nei confronti dei cittadini (commettete pure reati, tanto non vi facciamo niente); c’è un problema difficile da risolvere: chi sceglie quali reati perseguire e quali no?

Le soluzioni praticabili sono due: il fai da te e il lascia fare al legislatore. Che vuol dire, nel primo caso, che ogni procura della repubblica decide quali reati privilegiare e quali lasciar perdere; e, nel secondo caso, che il Parlamento (o magari addirittura il Governo, così si perde meno tempo in discussioni inutili) stabilisce quali processi si debbono fare e quali no.

La prima soluzione è certamente sbagliata: magari in Sardegna il reato più frequente e grave (nel senso che dà origine a faide sanguinose ed infinite) è l’abigeato (sarebbe il furto di bestiame); e al Nord ci si dedica con entusiasmo al falso in bilancio e alla frode fiscale; e magari al Centro e al Sud predominano corruzione e abusi d’ufficio. Che si fa? Il codice penale applicato a macchia di leopardo? E se poi un procuratore sardo arriva a Milano e si mette in testa che, anche lì, l’abigeato è una realtà criminosa gravissima? Chi lo controlla? Anzi, chi li controlla tutti questi procuratori dotati di un potere così grande di cui però non rispondono a nessuno?

Insomma questa strada è sicuramente sbagliata.

La seconda è assai peggiore. Che succederebbe nel nostro Paese se fosse la politica a stabilire quali reati vanno perseguiti e quali no? Non a caso ho usato il termine "politica" per indicare l’assetto organizzativo cui allude l’ "Atto di Sindacato Ispettivo" della pattuglia di senatori in servizio estivo. Perché, sia il "procedimento per la fissazione dei criteri per l’uso dei mezzi di indagine e per l’esercizio dell’azione penale" sia il "procedimento …. per la loro effettiva ed uniforme implementazione a livello operativo" hanno una caratteristica: l’individuazione, quale boss di tutto il procedimento, di "un soggetto istituzionale politicamente responsabile di fronte al Parlamento". Dunque una scelta politica dei reati da perseguire e di quelli da lasciar perdere.

Bene. Qualcuno ha dei dubbi sulla categoria nella quale sarebbero alloggiati i reati di falso in bilancio e gli altri reati societari? O quelli di frode fiscale? O quelli di corruzione? O quelli di abuso edilizio? O quelli di abuso di ufficio? Mi viene in mente anche il reato di finanziamento illecito dei partiti politici ma quasi non lo scrivo perché mi viene da ridere.

Insomma voglio dire che affidare alla classe politica la scelta dei reati da non perseguire produrrebbe in automatico una lista dei reati tipici della classe politica stessa.

Sicché si vede bene che abbandonare il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale (puliamo tutta la casa) e adottare quello della non obbligatorietà (ne puliamo solo alcune stanze) è una scelta complicata. E però può anche darsi che sia necessaria. Ma allora prima vediamolo, se è proprio necessaria.

Il processo penale è lunghissimo (troppo dice, con ragione, la pattuglia di senatori). Allora rendiamolo più corto. Ci avete provato? Avete nominato i giudici necessari, bandendo i relativi concorsi (sono scoperti circa 1500 posti)? No, vero? Avete assunto il personale amministrativo che manca (il 30 % dei funzionari amministrativi)? No, vero? Avete comprato computer, stampanti, fotocopiatrici, autovetture, sistemi informatici moderni, insomma quello che serve per lavorare? No, vero? Allora perché, prima di lasciare sporca metà della casa, non provate a procurarvi le risorse necessarie per tenerla pulita tutta?

Ma perché, mi pare di sentirli, mica viviamo nel paese dei puffi, noi tutti questi soldi non li abbiamo. E magari hanno ragione. Allora proviamo con le soluzioni che non costano niente.

Avete ridisegnato le circoscrizioni giudiziarie e abolito più o meno la metà dei tribunali e delle procure italiane? Anche questo no, eh? Eppure lo sapete che otterreste un sacco di risorse in più per far funzionare quelli che restano e che risparmiereste anche un sacco di soldi. Eh, ma come si fa con gli amministratori locali, compagni di partito che non ne vogliono sapere di far perdere alla loro città il tribunale; magari perdono qualche voto… E gli avvocati delle piccole città dove li mettiamo, anche loro sono elettori. Mi rendo conto…

Avete previsto un diverso regime delle notifiche, per esempio l’obbligo per ogni avvocato di avere un indirizzo e-mail e la validità delle notifiche effettuate in questo modo (così si risparmiano gli ufficiali giudiziari)?

Avete previsto l’obbligo per ogni imputato di eleggere domicilio presso il suo avvocato? Così non dobbiamo fare i salti mortali per trovarlo ogni volta e rinviare il relativo processo.

Avete previsto l’abolizione del processo d’appello (per tutti, non solo in caso di appello del pubblico ministero; che diamine, accusa e difesa con pari diritti, lo dite sempre). Eppure dovreste sapere che nella maggior parte dei Paesi occidentali (che vengono sempre portati ad esempio, in genere a sproposito, quando conviene) il processo d’appello non esiste.

Avete previsto la depenalizzazione di quei reati che potrebbero essere puniti con una multa ad opera di Vigili Urbani, ASL, Ufficio delle Imposte, INPS etc. (dalla sosta con il tagliando falsificato all’omesso versamento delle ritenute INPS)?

Avete previsto una delle decine di riforme che qualsiasi magistrato è in grado di indicarvi, che non costerebbero niente, farebbero risparmiare soldi e renderebbero celere il processo? Dimenticavo, senza toccare le garanzie difensive, per carità, siamai che un colpevole abbia meno chances di scamparla. Ma certo che non avete fatto nulla di tutto questo.

Allora perché decidere di lasciare metà della casa sporca senza prima sbattersi per vedere come è possibile tenerla pulita? Sarà che, in quelle stanze buie e non frequentate, qualcuno ci si troverà bene?"

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29 Luglio 2008

Responsabilita' politiche del G8 di Genova

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Diversi nostri lettori ci hanno chiesto le ragioni per cui l’Italia dei valori ha votato contro la costituzione di una Commissione di inchiesta sulle violenze del G8 di Genova.

Assicuro che noi dell’Italia dei Valori abbiamo sempre sostenuto la necessita’ di fare piena luce sui fatti verificatisi in occasione del G8 di Genova e soprattutto di ben individuare le responsabilità a tutti i livelli di quanto è accaduto. Noi pretendiamo e continueremo a pretendere la verità sulle responsabilità politiche. Lo pretendiamo per le vittime di un vero e proprio massacro, ma lo pretendiamo anche per restituire dignità ad uno Stato uscito umiliato a livello internazionale dalle violenze di Genova.

Ciò che ci ha lasciato a suo tempo perplessi è che ad accertare fatti penalmente rilevanti potesse essere un organo parlamentare quale la “Commissione di inchiesta”, che per definizione è di parte e dipende dalla maggioranza numerica del momento, e non invece la Magistratura, che essendo terza garantisce migliore obiettività circa il risultato, a cui poi poteva e ben può affiancarsi una “Commissione di indagine”.

A questo punto, però, è bene fare chiarezza sulla distinzione concettuale che noi abbiamo posto tra una “Commissione parlamentare di inchiesta”, su cui all’epoca abbiamo espresso riserve, e una “Commissione parlamentare di indagine”, verso cui noi invece propendevamo e che ancora oggi siamo disposti a sostenere. La Commissione parlamentare di inchiesta e’ titolare di poteri analoghi a quelli della Magistratura, compresi gli interrogatori, le perquisizioni e quant’altro di investigativamente rilevante, e sull'attività della Magistratura può interferire, pur essendo, spesso, del tutto priva della necessaria autonomia ed indipendenza, in quanto espressione dei partiti e di maggioranze politiche, variabili per definizione.

Oggi, a distanza di solo pochi mesi, possiamo dire che i fatti hanno dimostrato che le nostre preoccupazioni erano fondate. La magistratura ha processato e sta processando i responsabili mentre la Commissione di inchiesta sul G8 di Genova, se costituita, sarebbe oggi nelle mani blindate di chi nel 2001 aveva la responsabilità dell’ordine pubblico, di chi avrebbe interesse personale a fare emergere verità diverse da quelle che comunque cominciano ad emergere dai processi, di chi avrebbe addirittura la possibilità di interferire con la stessa attività dei Giudici.

La Commissione parlamentare di indagine che noi auspichiamo, invece, avrebbe compiti di sola valutazione politica sulla base dei risultati di indagini acquisite dalla magistratura senza interferenze e nel rispetto della diversità dei ruoli. A nostro avviso questa soluzione sarebbe lo strumento più efficace per accertare responsabilità politiche ormai quasi inequivocabili, anche grazie a quanto continua ad emergere dai processi. La verità non e’ certo emersa dall’indagine conoscitiva “farsa” messa in campo dal precedente governo Berlusconi. Ma la verità non sarebbe emersa neppure da una attività di inchiesta contrapposta a quella dei Giudici e pilotata di volta in volta dai Partiti al potere.

Forse abbiamo fatto bene, forse abbiamo sbagliato. Ma l’abbiamo fatto con totale buona fede e concreto spirito costruttivo.

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23 Luglio 2008

Telecom: la doppia verita' ( II parte )

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E’ passato solo un giorno dal deposito delle carte processuali da parte della Procura di Milano e già la matassa comincia a dipanarsi.

Innanzitutto ora cominciano ad essere note le dichiarazioni rese ai P.M. dal diretto interessato Marco Tronchetti Provera. Al di là delle formali prese di distanza dal suo accusatore – nella sostanza Tronchetti riconosce quel che sostiene Giuliano Tavaroli: l’essersi costui adoperato per fissargli appuntamenti con varie personalità politiche. Certo, Tronchetti Provera si dice ora “…convinto ex post che lui, Tavaroli, mi ha usato molto per accreditare se stesso…”. Ma resta il fatto che fino al 2006 glielo ha lasciato fare. Quindi Tronchetti a Tavaroli nel suo Ufficio lo riceveva eccome e da lui – volente o nolente – riceveva informazioni. Certo, dice che Tavaroli “…non è mai stato mio riporto diretto…” ma ammette che non era uno qualsiasi all’interno di Telecom in quanto “…ha iniziato a dipendere direttamente dal dr. Buora…” (che era il n. 2 dell’azienda, subito dopo Tronchetti stesso) e comunque “..in casi specifici, se era una cosa di importanza generale dell’azienda che mi riguardava direttamente come presidente della società, il sig. Tavaroli si rivolgeva direttamente a me…”.

Insomma, Tavaroli, in azienda si comportava proprio come si doveva comportare un riconosciuto ed accreditato Responsabile della Sicurezza: riferiva di regola all’amministratore delegato ed all’occorrenza direttamente al Presidente.

Quindi, quando Tavaroli riferisce fatti e circostanze, queste non possono essere, sic et sempliciter, cestinate ma bisogna andare a ricostruire il contesto ed a andare a “ripulire” le sua affermazioni per cercare di dipanare la matassa della verità da quella delle possibili dicerie, del millantato credito o della calunnia.

Sempre dalle carte, però emerge un’altra circostanza che retrodata nel tempo, al 2001 (e cioè in epoca incompatibile con l’arrivo dello stesso Tronchetti in azienda) l’operazione “OAK FUND”, ovvero l’operazione spionistica messa in piedi da Tavaroli e Cipriani (investigatore privato a libro paga Telecom, ora indagato pure lui) conclusasi con l’attribuzione ad esponenti del partito D.S. di un conto estero a Londra ove sarebbero stati fatti affluire somme di denaro per conto di Colaninno, che per prima si interessò all’operazione Telecom.

Se ciò è vero - questo vuol dire che – indipendentemente dalla verità o meno dell’operazione OAK FUND – Tronchetti Provera non può essere accusato di alcunché di penalmente rilevante rispetto ad essa. Nemmeno se - successivamente al suo arrivo in Telecom – ciò gli fosse stato riferito da Tavaroli (come quest’ultimo sostiene e come Tronchetti un po’ pudicamente nega).

L’attenzione deve essere pertanto spostata altrove: chi aveva interesse a ricostruire l’operazione in questione? O meglio: chi aveva interesse a “costruirla”, ad imbastirla, cioè per calare un “abito di responsabilità” addosso all’allora segretario dei D.S. Fassino? E soprattutto proprio nello stesso periodo in cui un altro abito sporco si cercava do calare addosso a Fassino con un il falso scoop Mitrokin? E chi aveva dato l’ordine a Tavaroli di eseguirla? Ed ancora in modo più pregante: l’ordine era di scovare una tangente o di costruire false prove – anche attraverso compiacenti riscontri documentali – per fare apparire che ci fosse stata? E siamo sicuri che chi è andato alla ricerche delle “prove disseminate” lungo il tragitto che ha portato i soldi a Londra era a conoscenza della eventuale strumentalità con cui erano state predisposte apposta ed a comando? Da queste risposte potremo sapere se ci troviamo di fronte ad una madornale bugia ovvero a “due verità” che – nonostante la apparente contraddizione logica - possono invece convivere fra loro: quella di Tavaroli che riferisce del conto OAK FUND (di cui peraltro qualche riscontro documentale seppur poco leggibile sarebbe agli atti del fascicolo processuale) e quella di Fassino che si è visto cadere quest’altra tegola addosso dopo il fantomatico caso Mitrokin.

A noi non resta che seguire da vicino la vicenda, convinti come siamo che la partita è appena cominciata e che il vero “puparo” che muove i fili deve ancora venire fuori.

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22 Luglio 2008

Telecom: la doppia verita' ( I parte )

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L’inchiesta della Procura di Milano sull’attività di dossieraggio e spionaggio messa in piedi dalla Telecom è terminata con ben 41 capi di imputazione a carico di 34 persone: funzionari di sicurezza della Telecom stessa, prezzolati investigatori privati,qualificati esponenti dei servizi segreti, da ufficiali e sottufficiali di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza. Sono 371 pagine che illustrano uno spaccato d’Italia fatta di spioni e maneggioni che hanno lavorato alle nostre spalle e sulle nostre teste per raccattare informazioni e ricattare personalità e istituzioni. Chi volesse leggere tutto l’atto di accusa integrale clicchi qui.
Fin qui nulla di nuovo sotto il sole: è la solita Italietta dei servizi segreti deviati, delle centrali di disinformazione, dei centri di potere occulti, delle tante piccole e grandi “P2” di ritorno.

C’è però un “ma”, una discrepanza che impedisce la chiusura del cerchio: chi era – anzi, chi è - il beneficiario delle loro attività di spionaggio e dossieraggio? Si badi bene, sul piano strettamente penale, il “beneficiario” non può che essere – per geometrica sovrapposizione - anche il mandante dei delitti commessi.
L’ordinanza non lo dice, o meglio lo dice ma – almeno allo stato - non lo identifica come una “persona fisica” bensì come “due persone giuridiche”: Telecom Italia Spa e Pirelli Spa.
Se non conoscessi come lavora la Procura di Milano e non avessi certezza dell’altissima professionalità dei magistrati inquirenti che hanno operato le indagini, sarei portato a pensare che si sono nascosti dietro ad un pannicello caldo per non mettere per il momento il nome e cognome del mandante “fisico”, giacchè – per definizione e per natura – nessun crimine può essere commesso da un soggetto inanimato, come sono appunto le persone giuridiche Telecom e Pirelli, ma sempre e solo da persone che hanno occhi, mani e soprattutto “testa”.
Siccome, però, conosco come funzionano le indagini, sono pronto a scommettere che l’avviso di chiusura indagini di oggi in realtà non è una “chiusura”, ma solo una “nuova apertura”. Una nuova fase della “partita a scacchi”, ancora tutta da giocare e che la Procura di Milano si appresta a farla a tutto campo, utilizzando la fase dibattimentale come “grimaldello” investigativo per superare la cerchia di omertà e coperture che potrebbe essersi formata attorno alle dichiarazioni di Giuliano Tavaroli, organizzatore della centrale di depistaggio. Una tecnica già sperimentata da tanti altri investigatori ed anche da me all’epoca di Mani Pulite, allorché nel processo ENIMONT chiesi il rinvio a giudizio inizialmente solo di Sergio Cusani, per poi utilizzare la fase dibattimentale per mettere una di fronte all’altra le varie versioni di comodo che i protagonisti della vicenda stavano recitando.

Pure nella vicenda Telecom penso che succederà così perché è impensabile (e per Armando Spataro impossibile solo pensarlo) che la Procura di Milano abbia rinunciato a cercare il “mandante”. Tavaroli - che tanto ha fatto per la sua azienda e nell’interesse della quale lavorava - si sentirà scaricato e si vendicherà vomitando addosso ai suoi “mandanti” tutti i fatti e misfatti di cui è a conoscenza (o più semplicemente di cui dice di essere a conoscenza).
Quello sarà il momento più delicato per il lavoro dei magistrati perché dovranno distinguere i fatti dalle opinioni, il vero dal verosimile, le certezze dalle illazioni, le conoscenze dirette da quelle riferite, la verità dalle vendette.
Un assaggio della delicatezza della partita che si giocherà nei prossimi mesi è stato fornito – tra oggi e ieri – dallo stesso Tavaroli con due “messaggi cifrati” mandati attraverso interviste esclusive riferite dal quotidiano Repubblica che, intendiamoci, se da una parte ha fatto bene a pubblicarle, dall’altra deve ora stare attenta a non prestare la voce e la penna a chi “parla a nuora per far capire a suocera”: a chi, cioè, come potrebbe aver fatto Tavaroli, ha rilasciato le interviste che abbiamo letto, non tanto per far sapere ciò che abbiamo letto tutti ma per far sapere alle persone di cui non ha parlato che – prima o poi – potrebbe farlo anche nei loro riguardi se non dovessero tutelarlo a sufficienza.
Insomma un “assaggio”, o meglio un “messaggio”.

E i fatti che racconta a Repubblica – tutti ben imbastiti da una analisi storica nient’affatto peregrina – sono come fiammiferi accessi all’interno di una polveriera. Accenna a conti esteri a Montecarlo di Tronchetti Provera, butta lì i nomi dell’on.le Brancher (già condannato durante Mani Pulite) di tal Luigi Bisignani (pure lui figura di rilievo nelle stesse indagini) e così via, fino ad arrivare al conto londinese Oak Fund che egli attribuisce addirittura nella disponibilità di altissimi dirigenti DS (Fassino) e riferisce che sarebbe stato alimentato per conto di Colaninno, all’epoca della prima scalata Telecom.
E qui sta il primo inghippo: Tavaroli in questo caso non riferisce fatti di cui si dichiara a conoscenza diretta ma dice che questi risulterebbero da “…quel che ha scritto Cipriani (investigatore privato a libro paga Telecom a cui avrebbe commissionato il lavoro di accertamento, ora indagato pure lui) nel dossier chiamato “Baffino”, ora nelle mani della Procura di Milano…”.

Il “distinguo” di Tavaroli è sopraffino: egli riferisce un fatto di portata esplosiva ma di cui – almeno per ora - non si attribuisce la paternità della conoscenza ed inoltre fa riferimento ad un dossier che potrà pure esserci ma che nessuno – se non Cipriani – potrà dire che è vero. Il “messaggio” è bello che confezionato: innanzitutto per Cipriani, di cui cerca la complicità all’occorrenza (e solo Cipriani “sa” fino a che punto potrà smentirlo dato i mille rivoli di rapporti ed affari che sono intercorsi fra loro); ma anche per tutti gli altri che hanno avuto a che fare con la “centrale di informazione e controinformazione” che Tavaroli aveva architettato e messo in piedi (sembra di sentirlo: “vedete, se posso permettermi di fare addirittura il nome di una persona al di sopra di ogni sospetto come Fassino, immaginate cosa posso dire di ognuno di voi altri che invece con me avete avuto a che fare tutti i giorni).
La partita è appena cominciata e noi – da questo sito - vi terremo costantemente informati. Per ora non ci resta che prendere atto che Piero Fassino è soltanto un’esca dentro una palude di pescecani.

Leggi la seconda puntata

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21 Luglio 2008

La metastasi di Tangentopoli

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Durante il mio incontro con la stampa estera, di martedì 15 luglio, ho affrontato diversi argomenti, tra i quali quello dello scandalo delle mazzette nella sanità evidenziandone le peculiarità e differenze rispetto a Tangentopoli.

Antonio Di Pietro: In Italia c'è una questione morale irrisolta dagli inizi degli anni 90.
La questione morale degli anni 90 fu chiamata con un termine che spiega bene il problema, Tangentopoli. All'epoca si voleva intendere una situazione ambientale in cui la corruzione era la merce di scambio negli affari e nella politica nella gestione delle istituzioni. Questa è una questione morale che ha creato un deficit enorme nel nostro Paese e anche una riduzione degli spazi di democrazia ed economia liberale.
La caratteristica di quell'ambientalità del fenomeno, o meglio, il treno vettore di quella ambientalità venne individuato nel sistema infrastrutturale, cioè negli appalti pubblici nell'ambito delle infrastrutture in genere, strade, ferrovie e quant'altro. A distanza di 15 anni quel sistema è rimasto intatto, il sistema cioè di una Tangentopoli diffusa e di un'azione ambientale, di una corruzione come merce di scambio, che tiene ancora bloccato il sistema liberale economico e la democrazia liberale istituzionale.
La differenza tra allora e adesso sta innanzitutto nel fatto che si è spostato il treno vettore dal settore infrastrutturale al settore sanitario. Questo comporta una maggiore difficoltà di percezione del fenomeno e una maggiore difficoltà di lotta allo stesso. All'epoca potevamo centralizzare le indagini in quanto le maggiori imprese nell'ambito del settore infrastrutturale avevano sede a Milano e indagando sul sistema imprenditoriale, sul falso in bilancio, sulle appropriazioni indebite, sui fallimenti e quant'altro, ci è stato possibile coordinare in modo unitario le indagini nei vari settori. La sanità è una di quelle materie che sono state sottoposte al cosiddetto federalismo regionale.
Al federalismo regionale tipico del sistema sanitario si è giustapposto il federalismo tangentizio, quello delle tangenti e della corruzione. Ogni regione ha il suo sistema e quindi sono nate tante piazze, tante tangentopoli. Non c'è più una Tangentopoli unitaria come negli anni 90, ma un infinità di tante piccole tangentopoli che rendono ancora più difficile la percezione del fenomeno nella sua gravità globale, e che rendono ancora più difficile il contrasto di questo tipo di criminalità perché appunto pur fermando un anello non si ferma la catena, perché ogni anello è fine a se stesso.
Nella Tangentopoli degli anni 90 indagando sul sistema dei finanziamenti ai partiti a livello nazionale dei partiti si è bloccata. Nella Tangentopoli degli anni 2010 se tu blocchi e individui i fatti che succedono in Abruzzo ti scappano quelli che succedono in Calabria.

Giornalista: Sono tanti soldi 110 miliardi di euro che volete spendere quest'anno nella sanità dello Stato. Ma bisogna cambiare il sistema della sanità?
Antonio Di Pietro: Più che cambiare il sistema della sanità bisognerebbe cambiare le persone. Sono sempre stato dell'idea che ogni volta che succede qualcosa cambiano le procedure, ma se non cambiano le persone non si cambia nulla. Il vero problema è che in Italia la classe dirigente che è rimasta compromessa è rimasta al suo posto, invece noi dell'Italia dei Valori abbiamo sempre sostenuto che ci vogliono quattro norme chiare che possono dare un segno di inversione: chi viene condannato non può essere più candidato, chi viene condannato deve essere espulso dalle istituzioni in qualsiasi ruolo abbia come impiegato pubblico, chi viene messo sotto processo deve essere sospeso dalle sue funzioni, e infine devono essere sequestrati non solo i proventi del reato di cui è stato sorpreso, ma anche i suoi beni per il pagamento dei risarcimenti dei danni. Se non si da l'idea che chi sbaglia paga non si va da nessuna parte. Io sono stato sempre accusato che mettevo dentro le persone, ma sono sempre dell'idea che menomale le mettevo dentro.

Giornalista: A proposito di Tangentopoli, se si tirano le somme non c'è una situazione paradossale per cui al posto di migliorare l'Italia ha creato i presupposti per l'affermazione di Berlusconi in politica?
Antonio Di Pietro: Anche lei, mi deve perdonare, incorre nell'errore in cui incorre sempre l'informazione, e cioè confondere Tangentopoli con Mani Pulite. Tangentopoli è una cosa, Mani Pulite è un'altra.
Tangentopoli è quel sistema di malaffare che ha corrotto la democrazia e l'economia liberale italiana. Mani Pulite è stata una potente inchiesta giudiziaria che ha fatto la radiografia del sistema. La colpa di quello che è successo dopo non è del medico che ha fatto la radiografia, ma della malattia.

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18 Luglio 2008

Zitto tu, poliziotto

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L'Italia dei Valori è un partito fuori dalle logiche della corruzione, e per questo rappresenta una piaga per gli atri partiti.
Quanto sta accadendo in Abruzzo è già accaduto nel Lazio e più recentemente nelle cliniche lombarde. Nulla di nuovo sotto il sole e nulla cambierà, statene certi, finchè non si rinnoveranno le facce della politica.
Durante tangentopoli gli imprenditori edili pagavano mazzette ai politici per poter lavorare, ora i politici dispongono dei soldi, quelli del sistema sanitario, affidati alle autonomie di ciascuna regione, e con quei soldi comprano favori e voti affinché il sistema reiteri e garantisca la loro permanenza al potere.
L'Italia dei Valori ripudia questo modo di fare politica. E' un partito che vuole invece denunciare il marcio della politica perchè non ne accetta i suoi compromessi. Questo comportamento "virtuoso", che noi definiamo "normale", infastidisce centrodestra e centrosinistra e attira su di noi e sulla mia persona attacchi di ogni genere da parte di politici, che spesso utilizzano l'informazione pubblica da loro manovrata.
L'opera assidua volta a screditarci è vanificata dai fatti che vedono la classe dirigente ogni giorno coinvolta in ruberie e atti di malcostume di ogni sorta.
La nostra protesta è sempre più forte perchè ogni giorno i cittadini si accorgono di essere oggetto di vergognosi raggiri e si uniscono a noi. L'Italia dei Valori non ha i giornali, non ha le televisioni di cui dispongono questi signori, noi dalla nostra abbiamo solo l'etica, la moralità, la competenza e il senso civico.
C'è voglia di cambiare nel paese, l'Italia dei Valori rappresenta l'unica, reale alternativa per una riforma radicale della politica italiana.

In questa intervista rilasciata alla stampa estera ho illustrato le vere riforme di cui c'è urgenza per riformare il sistema giudiziario e metterlo nelle condizioni di funzionare efficacemente. Riforme ben lontane dei vili attacchi, dai decreti, dalle leggi vergogna che questo governo sta mettendo in atto dal giorno dopo le elezioni con l'unico obiettivo di liberarsi della macchina della giustizia per poter agire indisturbato.

A breve il testo dell'intervista.

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16 Luglio 2008

Silvio libera tutti

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Oggi ho rilasciato alcune dichiarazioni ad una trentina di giornalisti della stampa estera. Ho trovato i giornalisti molto interessati, se non increduli, per quanto sta accadendo nel nostro Paese. Una fase economica molto difficile, di recessione, aggravata da un dilagante malcostume nella gestione della res publica e da una classe politica che sembra vivere su un altro pianeta. Effettivamente questa sensazione è più che giustificata vista l’attività parlamentare di questi ultimi mesi. Riporto una parte del discorso sulla nuova e sbalorditiva norma “salva amici del Premier”. Il discorso è semplice, la larga maggioranza dei reati non è più punibile. Ora il sistema giudiziario italiano è KO, speriamo sia sufficiente per permettere alla banda di governo di fare gli interessi dei cittadini.

Intervista:

Antonio Di Pietro: Io credo che il compito principale del governo, e anche dell’opposizione, oggi nel nostro Paese, ma non solo nel nostro Paese, debbano essere le questioni di rilevanza economica, specie in vista di una recessione cavalcante e in vista di un potere d’acquisto bloccato da parte delle famiglie e, per quanto riguarda l’Italia, a differenza di altri Paesi, di un deficit pubblico potenzialmente in aumento e di uno spreco di pubblico denaro irrazionale e ancora non controllato.
Questi sono i mali d’Italia che si innestano sui mali delle moderne democrazie liberali che troviamo all’interno del mondo occidentale. Rispetto a questi temi, che rappresentano l’urgenza dell’agenda politica italiana, al contrario, già dal primo giorno in cui si è insediata l’attuale legislatura, ci stiamo occupando di tutt’altro. Addirittura ce ne stiamo occupando con decretazione d’urgenza, come se queste fossero le urgenze e le emergenze del Paese e non le questioni a cui ho prima accennato.
Tra queste segnalo una progressione di leggi fatte approvare per specifici interessi personali del premier. Segnalo innanzitutto questa situazione: fin’ora non c’è stato un solo provvedimento d’urgenza che non contenesse in sé almeno una norma che interessi in via personale il premier stesso, o qualcuno dei suoi amici. E l’anomalia che noi dell’IdV contestiamo è che queste norme ad personam sono inserite all’interno di provvedimenti, che di per sé potrebbero avere una valenza anche importante, ma che diventano veicolo di interessi strettamente personali. Fatta questa premessa, ripercorrendo la normazione d’urgenza fatte in queste settimane, noi vediamo che il primo atto del governo è stato il decreto legge con cui sono stati approvati e ratificati una serie di disposizioni dell’Unione europea e della commissione europea, con cui sono stati prorogati tutta una serie di termini obbligatori che erano in scadenza: il cosiddetto decreto “proroga - termine”. Il primo decreto ad essere stato fatto. Si tratta di un decreto realmente urgente. Se scadono i termini, e le cose non sono finite, bisogna farle, ma inserire all’interno di quel provvedimento e per di più in violazione della Corte di giustizia europea, la norma salva Rete 4 è un abuso personale in atti legislativi. E così, è necessario fare una serie di interventi per rendere più efficiente la lotta alla criminalità, ma all’interno di questi inserire una norma per ridurre le intercettazioni, impedendo la pubblicazione di quelle rilevanti, in virtù di esigenze personalissime del Presidente del Consiglio, addirittura esigenze notturne dello stesso, a noi questo pare davvero un abuso di funzione.
Così noi dell’Italia dei Valori contestiamo il fatto che, all’interno di un pacchetto sicurezza, che di fondo noi auspichiamo poiché c’è bisogno di una legislazione che dia più sicurezza ai cittadini, vengano inserite norme che di fatto arrivano a creare ancor più insicurezza.
Con il provvedimento approvato ieri, un ultimo emendamento, dell’ultimo minuto, di fatto ha reso impunibili tutti i criminali che vengono condannati ad una pena effettiva fino a sette anni e mezzo. Ogni cittadino italiano che alla fine del processo riceve una pena fino a sette anni e mezzo, non farà un solo giorno di carcere.

Giornalisti: Perché?
Antonio Di Pietro: Ed è amaro per me, conoscitore della materia, costatare come l’informazione su questo tema, sia sostanzialmente assente. Io ieri l’ho detto nel corso mio intervento, ma evidentemente è un’informazione che nono si vuol far circolare. Allora, vediamo cosa è stato inserito in questo provvedimento: è stata inserita una norma che io ho definito “salva-amici del premier”. Ma facciamo un passo indietro. Noi ogni giorno facciamo un decreto legge finalizzata a sistemare una pratica che serve a lui, aveva necessità di fare una legge che bloccasse i suoi processi, perché alcuni processi sono arrivati a sentenza e non riesce in questa legislatura a fare ciò che è riuscito a fare nell’altra: restringere i tempi sulle prescrizioni, depenalizzare alcuni reati, in questa legislatura il premier ha dovuto per forza pretendere una norma che bloccasse i processi che lo riguardassero, così ha fatto la salva- premier. La “salva premier” salva il premier ma non i cittadini. e nel processo salva premier, quello David Mills gli imputati sono due, lui e David Mills, ma il reato è uno, in concorso fra tutti e due. Allora, facciamo il caso che l’imputazione fosse di rapina, in concorso tra me ed un’altra persona, e su di me non si potesse procedere, il giudice che fa la sentenza nei suoi confronti, per motivare la sua colpevolezza, cioè aver fatto una rapina insieme a me , deve necessariamente parlare anche di me. Deve spiegare chi ha fatto il palo, e chi ha preso i soldi. Deve necessariamente motivare su tutti e due. Pur avendo salvato sé stesso da un processo penale, ciò non lo salva da un processo politico e morale nei confronti del premier. Perché il processo nei confronti di David Mills va avanti lo stesso. L’altro ieri è stato fatto il processo salva-premier, io con quel processo ho chiesto di rivedere gli atti., denunciai e dissi al premier, i suoi avvocati hanno sbagliato ancora una volta dissi ieri, perché hanno pensato ma salvare lei, ma si sono dimenticato di salvare il suo complice, quindi lei riceverà lo stesso la condanna morale e politica. Neanche a farlo apposta, il giorno dopo, hanno inserito anche la norma “salva-amici del premier”. Io lo denunciavo per la scorrettezza, loro hanno fatto due scorrettezze.

Giornalisti: Cosa dice questa norma?
Antonio Di Pietro: Questa norma dice.. ma dobbiamo fare ancora un passo indietro, in Italia come in tanti altri ordinamenti giudiziari, esiste l’istituto del patteggiamento, un istituito di rilevanza inglese ? , cioè la possibilità che accusa e difesa si accorgano della possibilità di patteggiare una pena e in quel caso il giudice riduce di un terzo la pena. La caratteristica, la ratio, quale è? Io Stato non perdo tempo a fare un processo, ad acquisire prove, ad ingolfare la giustizia, in cambio se voi vi accordate sulla pena, riduco di un terzo quello che alla fine ti dovrei dare. Di più, nella motivazione della sentenza, non devo spiegare le ragioni della colpevolezza, perché il patteggiamento non equivale a sentenza di condanna, ma a sentenza di presa d’atto sull’accordo di una pena, a prescindere dalla colpevolezza. È un modo che si usa in tutte le legislazioni per abbreviare i tempi e per trovare un punto d’incontro sull’applicazione di una legge.
L’emendamento emesso ieri all’ultimo minuto, che cosa ha detto? Ha detto che l’applicazione della pena, cioè il patteggiamento si può fare anche con i processi in corso e già finiti. Intanto, aveva un senso fare il patteggiamento della pena, secondo la norma originaria, in quanto si faceva prima del processo, adesso si dà la possibilità a tutti di fare il processo, di perdere ugualmente tempo, di arrivare alla fine, e il giorno prima di andare in Camera di Consiglio,per decidere quale è la pena, l’imputato ed i suoi difensori, sanno che prove si sono acquisite nel dibattimento, e se sono colpevoli, mica sono scemi! Si prendono un terzo della pena in meno. Perché è stata introdotta questa diversità? che è un assurdo perché non ha più quella ratio propria di chi dà un terzo di pena in meno prima che si fa un processo e quindi prima che si accerta la colpevolezza. Perché è stata tolta? Perché così nel processo Mills il coimputato, lui per cui non era stato accettato il procedimento iniziale – non era stato richiesto perché speravano di trovare una soluzione iniziale - adesso a processo finito, possono applicarla. L’applicazione del patteggiamento al processo Mills comporta innanzitutto che Mills avrà una pena che non dovrà scontare perché ridotta si ridurrà entro i limiti che vi dirò tra poco. E quindi a Mills ciò potrà andare bene, una volta che valuta le carte e pensa di poter essere condannato. Secondo, che nella motivazione non dovrà più spiegare la colpevolezza, e quindi nessuno potrà più permettersi di dire “Berlusconi ma tu sei co-reo perché la motivazione dice la tua colpevolezza. Per ottenere questa assurda soluzione personalissima, volete sapere quali sono i danni per il paese? Sono i seguenti. Mettiamo che l’imputato sia condannato a sette anni e mezzo, la condanna effettiva che si riserva a rapinatori, stupratori, spacciatori di droga effettiva, perché una condanna a quindici anni tra attenuanti generiche, incensurati, una condanna a sette anni e mezzo è già una bella pena, nel processo di tangentopoli nessuno è stato condannato a più di sette anni, addirittura i tentati omicidi. tutti questi reati, alla fine del processo l’interessato cosa dice? Bene, patteggio a sette anni e mezzo, con il patteggiamento a sette anni e mezzo, la pena si riduce di un terzo, e si arriva a cinque anni. Tre anni l’abbiamo abbonati per l’indulto dell’anno scorso – e sono due - con la condanna a due anni è obbligatorio l’affidamento ai servizi sociali, l’imputato non può andare in galera. La condanna a sette anni e mezzo comprende quasi la totalità dei reati, fatta eccezione per l’omicidio, i sequestri di persona a scopo di estorsione e i reati di terrorismo, su sette anni e mezzo a causa del patteggiamento si scende di un terzo, due anni e mezzo, quindi cinque anni rimangono. A questo punto dovrebbero essere scontati cinque anni ma tre anni sono stati condonati a causa dell’ indulto schifoso, noi abbiamo detto no.. e quindi ne rimangono due. Quando hai una pena fino a due anni, la legge italiana prevede l’obbligatorietà dell’affidamento ai servizi sociali, perché è una pena minima e quindi non si manda in carcere.

Giornalisti: Come per Previti?
Antonio Di Pietro: Si, come per Previti.
Allora per non avere una motivazione di coimputati, da cui si poteva rilevare una prova morale e politica di una corresponsabilità, inserisce una norma del pacchetto sicurezza e attenzione è proprio questo il dramma, stiamo parlando di un pacchetto in cui viene detto ai cittadini "stiamo facendo una serie di norme per combattere la criminalità e per produrre più sicurezza", e prevede tutta una serie di norme che però non produrranno alcun effetto perché tutti i criminali restano fuori. Questo ho cercato di spiegare ieri, forse ho sbagliato a leggerlo, perché avrei dovuto parlare in “dipietrese” , ogni volta che leggo non parlo dipietrese e questo mi crea dei problemi, prometto che non lo faccio più!

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10 Luglio 2008

Ingiustizia approvata

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Oggi ho pronunciato in aula la nostra dichiarazione di voto contraria alla "salvapremier", o lodo Alfano, perché viola il principio secondo cui tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, nessuno escluso.

"Sig. Presidente del Consiglio che non c’e’,
Oggi Lei non è soltanto assente. Oggi Lei è contumace!
Sì, contumace - sig. Presidente del Consiglio che non c’è - perché oggi in quest’Aula non si sta approvando una legge giacchè una legge per definizione dovrebbe essere una norma generale che riguarda tutti.
E non ci venga a dire che non c’è perché impegnato altrove. Possiamo benissimo aspettare che ritorni, giacchè non vediamo proprio alcuna urgenza per approvare una legge del genere.
Stiamo approvando, invece uno specifico provvedimento che serve a Lei e solo a Lei!
Lei, in altri termini, ha trasformato il Parlamento in “magistrato speciale” che ora è chiamato – ma che dico, obbligato – ad emanare un provvedimento para-giudiziario di proscioglimento perché l’imputato si chiama Silvio Berlusconi!
Insomma lei – sig. Presidente del Consiglio contumace – finalmente è riuscito nel suo scopo: scegliersi il giudice che più le piace.
Un giudice, diciamo così domestico!
Ed appunto perché tratta il Parlamento come suoi domestici, non ci degna della sua presenza neanche oggi che ci chiama a violare la Costituzione per farle un favore.
Certo, in quanto suoi domestici, alcuni di noi possono sempre sperare che – poi - alle prossime elezioni Lei, dall’alto della Sua magnanimità, li riconfermi nell’incarico visto che la legge elettorale Le consente questo potere di vita o di morte!
Ma, mi creda, sig. Presidente del Consiglio contumace, ci avrebbe fatto davvero piacere guardarla in faccia almeno oggi che la mandiamo in Paradiso.
Però attenzione, imputato Berlusconi! Attenzione perché ho l’impressione che qualche suo domestico parlamentare – per la troppa fregola di difenderla – credo abbia sbagliato ancora una volta a scrivere la norma.
Se lo ricorda il caso Previti? Anche quella volta, per la troppa fretta di fermare il processo, la legge che si era fatta confezionare venne dichiarata incostituzionale e si risolse in un boomerang tanto che Lei dovette sacrificare il suo fido Previti per salvare se stesso!
Anche ora il caso può ripetersi perché anche questa volta Lei è sotto processo insieme ad un altro complice: l’avvocato inglese David Mills. Sì quel “testimone un po’ così” che, purtroppo per Lei, ha già ammesso per iscritto – brutto comunista che non è altro in combutta con altrettanti brutti e cattivi giudici comunisti inglesi – di aver ricevuto da Lei una cospicua somma di denaro per dire il falso ai giudici italiani in un processo dove Lei, Presidente Berlusconi era imputato!
Ed allora, come crede Lei di poter svolgere serenamente le sue funzioni nel caso il suo complice venga condannato per un reato che – secondo l’Accusa - avete fatto insieme?
Ohh, lo so! Qualcuno, per Lei, andrà dal giudice per dire che anche il processo al sig. Mills si deve fermare.
Ma Lei, oramai, dovrebbe saperlo: a Milano non ci sono i giudici domestici che oggi Lei si è nominato in questo Parlamento. Lì ci sono giudici veri che la legge la applicano veramente e seriamente.
Ah, certo! A quel punto, Lei andrà a sostenere che – siccome i giudici di Milano non le hanno dato ragione - vuol dire che ce l’hanno con lei e che c’e’ in atto un teorema politico dei soliti comunisti brutti e cattivi per impedirle di camminare sulle acque e di moltiplicare i pani e i pesci necessari per sfamare il popolo italiano!
Ma a quel punto – glielo segnalo per tempo – sig. Presidente del Consiglio contumace - i giudici di Milano faranno ricorso alla Corte Costituzionale – non perché lo dico io, ma perché è nella logica delle cose - e vedrà che anche questa volta la norma verrà dichiarata abusiva rispetto alla nostra Carta Costituzionale.
A meno che Lei non voglia riservare anche alla Corte Costituzionale lo stesso trattamento che voleva riservare al Consiglio Superiore della Magistratura, allorchè si permise di dissentire dalla sua dissennata proposta di legge tesa a bloccare oltre 100.000 processi e tutti i tribunali italiani solo per bloccare il Suo. Proposta che ora – con una faccia tosta che non ha pari - è disposta a ritirare visto che non le serve più.
Ma in quel caso – stiano tranquilli i cittadini italiani – ci vuole una legge di modifica costituzionale e quindi saranno alla fine chiamati loro stessi ad esprimersi se accettare o meno la dittatura dolce che il Governo Berlusconi vuole propinarci!
Dica la verità, sig. Presidente del Consiglio contumace, Lei si è pure fatto mettere una norma di “sfogo” nella sua “salvapremier”: la facoltà di rinunciare alla sospensione del processo.
Non perché ci voglia rinunciare già da oggi ma solo per tenersi una chance nel caso il coimputato Mills venga assolto. Beh, allora – e solo allora – lei rinuncerà alla immunità. Solo quando avrà letto una sentenza che la proscioglie.
Sia chiaro, noi dell’Italia dei Valori votiamo contro il provvedimento “salvapremier” perché siamo contrari a questa norma a prescindere dal fatto che oggi essa serva per favorire Berlusconi e domani chissà chi.
Noi dell’Italia dei Valori siamo contrari a questa legge perché riteniamo immorale – prima ancora che incostituzionale – che 4 cittadini italiani 4, per il solo fatto che svolgono un lavoro invece che un altro, possano commettere qualsiasi reato durante il loro mandato senza che nessuno possa dire loro nulla, nemmeno se impazziscono e se si mettono ad uccidere mogli, stuprare bambini, violentare o subornare donne indifese, detenere e spacciare droga, arraffare la cassa dello Stato, costituire nuove P2 e così via.
Riteniamo poi un pasticcio giuridico il fatto che – siccome è stato previsto che la sospensione avvenga solo ad azione penale avviata (e cioè solo dopo la chiusura delle indagini preliminari ed a richiesta di rinvio a giudizio depositata) - potremmo un domani avere il caso di un Presidente che viene pure arrestato in flagranza di reato per il quale il provvedimento cautelare è obbligatorio ex art 68 Cost e siccome non può essere processato rimane a svolgere le sue funzioni dal carcere dell’Ucciardone invece che da Montecitorio!
E con quali garanzia di terzietà potrà svolgersi l’azione civile al posto dell’azione penale prevista dalla odierna legge per tutelare le parti offese se ad essere offeso dovesse essere lo Stato stesso in caso ad esempio di peculato? Potrebbe mai aver un senso una causa civile intentata mettiamo dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi contro l’imputato Berlusconi Silvio in cui la stessa persona con una mano chiede il risarcimento del danno e con l’altra la nega?
Insomma, noi dell’Italia dei Valori siamo dell’idea che tutti i cittadini devono essere considerati uguali davanti alla legge e se una delle alta cariche dello Stato è accusata di aver commesso qualcosa di penalmente rilevante deve essere semmai giudicato prima e non dopo gli altri.
Lo dico in modo chiaro non solo ai colleghi della maggioranza ma anche a quegli amici del Partito Democratico che oggi hanno dichiarato la loro disponibilità a considerare possibile in futuro la previsione di una norma generale ed astratta che preveda la sospensione dei processi alle alte cariche dello Stato.
Anche di questo ovviamente dovremo tenere conto allorché ci sarà da ridiscutere il modo di stare insieme, come da voi ieri chiesto ed oggi anche – ancora di più - da noi!"

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3 Luglio 2008

Le nomine dei procuratori

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Pubblico il video e il resoconto stenografico della mia interpellanza urgente illustrata oggi alla Camera dei Deputati: "Orientamenti del Ministro della giustizia in merito al concerto da esprimere per la nomina del dottor Antonio Franco Cassata a procuratore generale presso la Corte di appello di Messina"

"Signor Presidente, stiamo parlando della futura nomina a procuratore generale presso la Corte di appello di Messina del dottor Antonio Franco Cassata, nei confronti del quale, nel maggio 2008, la competente commissione del CSM ha proposto la nomina ed oggi il Ministero della giustizia è chiamato ad esprimere il proprio concerto.
Vorremmo, da questi banchi, fare alcune «fotografie» e, con una sequenza quasi fotografica, illustrarvi chi è il dottor Antonio Franco Cassata, affinché voi, nella vostra responsabilità, possiate decidere se dare o meno il concerto alla nomina a procuratore generale presso la Corte di appello di Messina di tale magistrato.
Abbiamo molto rispetto della magistratura e di tutti i suoi componenti, l'abbiamo sempre difesa, però riteniamo che sia necessario che, quando si occupano cariche di questo genere, chi deve assegnare questo incarico, deve prendere atto non solo dei fatti soggettivi che riguardano la persona, ma anche dell'ambiente in cui egli viene a trovarsi ad operare e delle eventuali incompatibilità o inopportunità che questa nomina possa essere assegnata."

Pertanto, permettetemi di fare alcune «fotografie» della situazione che, lì, si sta verificando: chi è il dottor Antonio Franco Cassata? Egli si trova alla procura generale di Messina, dove svolge funzioni di sostituto dal 1989; da sempre si trova lì e da sempre svolge, appunto, attività di pubblico ministero alla procura generale. Egli stato anche già, per molto tempo, presidente di un circolo culturale a Barcellona Pozzo di Gotto, che si chiama Corda fratres: un circolo culturale di cui è stato presidente e, per sua stessa ammissione, il principale animatore; un circolo culturale che era ben frequentato: era frequentato da importanti esponenti della massoneria, della realtà che conta nel luogo ed anche da tale Giuseppe Gullotti.
Giuseppe Gullotti non è un personaggio qualsiasi; è un boss incontrastato della mafia barcellonese, che è anche il mandante (riconosciuto con sentenza passata in giudicato, mica si manda a dire!) dell'omicidio del giornalista Beppe Alfano, avvenuto a Barcellona Pozzo di Gotto l'8 gennaio 1993. Tale Giuseppe Gullotti, appunto, era anch'egli socio e frequentatore di questo circolo culturale.
Oddio, lo stesso circolo culturale Corda fratres era frequentato anche da un altro socio importante, tale Rosario Cattafi - lo ricordo anch'io, pensi un po', nelle mie indagini - già indagato dalla procura della Repubblica di Caltanissetta nell'indagine sui mandanti occulti delle stragi di Capaci e via d'Amelio, ma, soprattutto, destinatario nel 2000 della misura di prevenzione antimafia della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno con provvedimento definitivo.Perché ha ricevuto tale misura antimafia? Perché Cattafi aveva legami accertati con «piccoli» personaggi: Benedetto Santapaola, Pietro Rampulla, Angelo Epaminonda, Giuseppe Gullotta e altri ancora, tutti boss di buon calibro. Questo è l'ambiente in cui si trova ad operare e a fare anche circolo culturale il dottor Antonio Franco Cassata. Lo ripeto, egli gestisce anche un museo etno-antropologico a Barcellona Pozzo di Gotto, una realtà che riceve finanziamenti dalla regione Sicilia, dal comune di Barcellona Pozzo di Gotto e dalla provincia di Messina; insomma, riceve finanziamenti da enti importanti i cui rappresentanti e dirigenti operano nel territorio dell'ufficio giudiziario. Ci si chiede se possa essere assegnato un ruolo a chi esercita attività in un museo etno-antropologico, per cui riceve da parte di enti finanziamenti che devono essere controllati anche dalla magistratura.
Ma vediamo un'altra «fotografia». Il dottor Cassata ha uno strano comportamento durante la latitanza di Giuseppe Gullotti (lo ricordate? È il mandante dell'omicidio di Beppe Alfano). Nel settembre del 1994 il dottor Cassata viene avvistato da due carabinieri mentre conversa in strada con una signora che si chiama Venera Rugolo: è la figlia di Francesco Rugolo, ma, soprattutto, è la moglie di Giuseppe Gullotti, cioè è la moglie del mandante dell'omicidio di Beppe Alfano. Nei giorni successivi il dottor Cassata, presso il proprio ufficio, esercita pressione nei confronti dei due carabinieri, affinché la loro relazione di servizio venga soppressa: ne nasce un'indagine. Sia chiaro, il dottor Cassata ammette l'incontro con la moglie di Gullotti, ma dice: «ma no, si trattava di un fatto occasionale, abitiamo tutti lì in paese! Stava lì con il bambino nella carrozzina e io ho dato una carezza al neonato».
Gli accertamenti successivi del Consiglio superiore della magistratura hanno permesso di accertare - per affermazione dei due carabinieri nell'esercizio delle loro funzioni - che quando il dottor Cassata colloquiava con Venera Rugolo si trovavano da soli e non vi era alcuna carrozzina. Non sappiamo di cosa parlassero, non vogliamo accusare nessuno, ma certamente vogliamo illustrarvi il quadro di relazioni e la situazione ambientale in cui egli da tempo si trova. Non faccio alcuna accusa (anche se poi chiederemo qualcosa di specifico), ma vi invitiamo a riflettere sull'opportunità che, in un contesto così delicato e in una realtà territoriale così martoriata, persone con tali frequentazioni possano poi assumere il ruolo di procuratore generale.
Vi illustro qualche altra «fotografia». Nel 1974 il dottor Cassata è protagonista di un viaggio in auto a Milano. Non va da solo, ma in compagnia di un certo Giuseppe Chiofalo: anch'egli è un boss della mafia. Non lo sostiene una persona qualsiasi, lo fa rilevare inizialmente un senatore che conosce entrambi, Carmelo Santalco, e poi lo stesso Chiofalo, messo alle strette, il 20 febbraio del 2004, quando viene sentito dal tribunale di Catania, ammette che, in effetti, quel viaggio vi è stato.
Vi invito a riflettere, quindi, prima di prendere una decisione di questo genere, e, anzi, vi vorrei illustrare anche qualche altra «fotografia».
Nel 1998, il dottor Cassata esercitava pressioni presso un altro magistrato del tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, il dottor Daniele Cappuccio. Cosa chiede, egli più anziano, a questo magistrato Daniele Cappuccio? Gli chiede di fargli il favore di rinviare la trattazione dell'udienza preliminare a carico di un certo Giuseppe Cannata. Chi è Giuseppe Cannata? È un consigliere comunale di Barcellona Pozzo di Gotto, quel comune da cui riceve i finanziamenti l'ente culturale di cui ho parlato.
Perché deve rinviare l'udienza preliminare (questo Giuseppe Cannata è sotto processo)? Perché, nel frattempo, Cannata deve essere nominato vicepresidente del consiglio comunale di Barcellona Pozzo di Gotto. Cassata, quindi, chiede a Cappuccio di fargli il favore di rinviare l'udienza, in modo da far prima diventare Cannata vicepresidente del consiglio comunale, e poi, eventualmente, di rinviarlo a giudizio.
Per l'amor di Dio! La discrezionalità delle scelte rimane in mano ai magistrati, ma mi chiedo sempre se è opportuno, in questo momento, affidare l'incarico di procuratore generale a una persona che, nell'ambiente in cui si trova ad operare, ha queste rappresentazioni.
Vi illustro un'altra «fotografia», che risale al 1997 e che risulta da un'intercettazione di una conversazione telefonica (a proposito di conversazioni telefoniche, sulle quali si dice che non si deve più sapere nulla: non avremmo conosciuto questa vicenda). C'era una vicenda giudiziaria che riguardava un carabiniere che faceva da autista al dottor Cassata. Quest'ultimo va da un ufficiale dei carabinieri e gli dice di cercare di frenare le indagini sul suo autista; anzi, siccome c'era un denunciante, egli direttamente interloquì con un complice del suo autista, prospettandogli la necessità di intimidire il denunciante. Dice al complice del suo autista, del suo carabiniere, di andare a intimidire il denunciante del carabiniere, in modo che la smetta di denunciarlo.
In effetti, il suo interlocutore, quello cui si rivolge, segnalandogli l'opportunità di intimidire il teste, il denunciante, va a intimidirlo. Il denunciante non si intimidisce e va dai magistrati; denuncia questa intimidazione e questa persona patteggia la pena per il reato di minacce nei confronti del denunciante di questa vicenda.
Vale a dire, Cassata si fa promotore di dire ad una persona sottoposta ad indagine di andare da chi lo denuncia a fargli capire che è meglio che la smetta; questo ci va, i fatti accertano che vi è stata minaccia e quello che ha minacciato patteggia.
Certo, non vogliamo nasconderci che il 21 maggio 2002, su La Gazzetta del Sud, un giornale locale, viene riportata la notizia che Gullotti voleva la morte del procuratore generale Cassata (Gullotti era quello che era socio, con Cassata, del famoso circolo culturale Corda fratres).
Questa notizia viene fuori perché, in dichiarazione spontanea, il giorno prima, al tribunale di Catania, Luigi Sparacio, quell'altro boss di cui parlavamo prima, affermava che il dottor Cassata era inavvicinabile e per questo Gullotti nel 1990 lo voleva uccidere; tutto ciò che si raccontava, quindi, era falso, perché - pensate un po' - Sparacio, spontaneamente, ha detto che Cassata non era amico di Gullotti, tanto che Gullotti lo voleva uccidere! Sennonché - questo è un fatto di cui neanche aveva avuto conoscenza il Consiglio superiore della magistratura, quando ha proceduto, ex articolo 2, per poi archiviare, nei confronti di Cassata - si accertò che le dichiarazioni spontanee, precedentemente rese nel processo a carico, fra gli altri, di diversi magistrati, tra cui il magistrato Lembo, difeso dallo stesso Cassata in ambito disciplinare, erano false. Insomma, queste le testuali dichiarazioni di Sparacio nel corso del verbale di udienza del 5 novembre 2004: «Se ho fatto quelle dichiarazioni, cioè se ho detto che Gullotti voleva la morte del procuratore generale Cassata, era per mandare messaggi. Non è vero: volevo mandare un messaggio».

PRESIDENTE. La invito a concludere.

ANTONIO DI PIETRO. Capisco che mi devo avviare alla conclusione; avrei molte altre cose da dire.
Tante altre «fotografie» si possono dare di questa realtà fattuale. Una per tutte: bisognerebbe rileggere il dialogo tra Sonia Alfano e un ministro al di sopra di ogni sospetto, in cui si racconta di quanto sia stato difficile il lavoro di un altro magistrato, il giovane sostituto procuratore De Feis, che insieme a un giovane ufficiale dei carabinieri, tale Cristaldi,...

PRESIDENTE. La invito nuovamente a concludere.

ANTONIO DI PIETRO. ...ha tentato di fare chiarezza in quel territorio; l'unica cosa che hanno ottenuto è che sono stati trasferiti.
Allora, mi chiedo e le chiedo, riservandoci di fare ulteriori «fotografie» di questa realtà: in una situazione così delicata, in situazione così compromessa, è davvero necessario o piuttosto è inopportuno (come noi pensiamo) nominare procuratore generale della corte d'appello di Messina Antonio Franco Cassata? Come intende valutare tutti gli elementi di cui oggi ci facciamo carico di dare segnalazione? E, in particolare...

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Di Pietro.

ANTONIO DI PIETRO. Ho concluso. Vorrei soltanto dire che, in particolare, chiediamo se non ritenga doverosa l'adozione di un'attività ispettiva presso gli uffici giudiziari suddetti (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).

PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per la giustizia Maria Elisabetta Alberti Casellati ha facoltà di rispondere.

MARIA ELISABETTA ALBERTI CASELLATI, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Signor Presidente, gli interpellanti traggono argomento dalla recente proposta della quinta commissione del CSM di nominare il dottor Antonio Franco Cassata procuratore generale presso la corte d'appello di Messina, per porre in evidenza talune circostanze emerse nell'ambito di un procedimento avviato nei suoi confronti ai sensi dell'articolo 2 del Regio Decreto n. 511 del 1946.
Tali circostanze, secondo gli interpellanti, pur non essendo state ritenute dall'organo di autogoverno tali da giustificare il trasferimento d'ufficio del dottor Cassata per incompatibilità ambientale (il procedimento è stato, infatti, definito nel 2003 dal plenum del CSM con l'archiviazione su proposta conforme della prima commissione), non possono tuttavia - essi dicono - non destare apprensione. Esse, infatti, sarebbero indicative di una possibile contiguità tra il dottor Cassata, nella sua qualità di sostituto procuratore generale presso la corte d'appello di Messina, con esponenti della criminalità organizzata.
In particolare, dette circostanze sono emerse nel corso di un'audizione resa il 6 novembre 2001 dinanzi alla prima commissione referente del Consiglio superiore della magistratura dall'avvocato Ugo Colonna, il quale riferiva, tra l'altro, di illecite pressioni e di rapporti del dottor Cassata con esponenti della criminalità organizzata di Barcellona Pozzo di Gotto e, in particolare, con il boss Giuseppe Gullotti, ritenuto il capo delle cosche di quella città.
Tali dichiarazioni hanno dato origine al procedimento penale n. 478 del 2002 a carico del dottor Cassata per il delitto di cui all'articolo 416-bis del codice penale, definito però con decreto di archiviazione del GIP di Reggio Calabria il 18 aprile 2002 in accoglimento della richiesta formulata dalla locale procura distrettuale.
Nella parte espositiva dell'interpellanza vengono, inoltre, stigmatizzate alcune condotte poste in essere dal dottor Cassata riconducibili, da un lato, ad illecite frequentazioni dello stesso e, dall'altro, ad illecite pressioni esercitate nei confronti di colleghi.
Con riferimento alla prima tipologia di comportamenti, gli interpellanti ricordano, in primo luogo, che «il boss incontrastato della mafia barcellonese Giuseppe Gullotti, al momento in cui si rese responsabile quale mandante (come riconosciuto con sentenza passata in giudicato) dell'omicidio del giornalista Beppe Alfano avvenuto a Barcellona Pozzo di Gotto l'8 gennaio 1993, era socio e frequentatore del circolo culturale Corda Fratres, del quale il dottor Cassata, già presidente, era per sua stessa ammissione il principale animatore».
Tale circostanza è stata recisamente negata dal dottor Cassata, il quale - come segnalato dal PM di Reggio Calabria nella richiesta di archiviazione datata 5 aprile 2002 - ha per contro dichiarato di non sapere che Gullotti, «iscritto alla Corda Fratres nell'anno 1980, quando era celibe, incensurato e studente universitario, fosse mafioso»: ciò sino al 1993, anno in cui «provvide immediatamente alla sua espulsione dal circolo», atteso il contenuto di una relazione della Commissione parlamentare antimafia che lo indicava come personaggio emergente della mafia barcellonese. Il Gullotti, all'epoca libero e non ancora indagato, avrebbe assunto il comando di un clan dopo l'arresto di tale Carmelo Mirone.
Del resto, come è stato osservato nella menzionata richiesta di archiviazione, l'assunto difensivo del Cassata è stato ritenuto credibile, apparendo inverosimile ipotizzare che il dottor Cassata, ove consapevole della caratura criminale del Gullotti, potesse aver attivato legami con un personaggio appartenente alla criminalità organizzata dando agli stessi il carattere dell'ufficialità attraverso l'iscrizione ad una associazione pubblica da lui presieduta.
Né sembra indurre ad una diversa conclusione l'ulteriore circostanza, riferita dagli interpellanti, secondo cui, «durante la latitanza di Giuseppe Gullotti, sottrattosi ad una misura cautelare emessa nel procedimento relativo all'omicidio Alfano, il dottor Cassata, nel settembre 1994, era stato avvistato da due carabinieri mentre conversava in strada con Venera Rugolo, moglie di Giuseppe Gullotti». Sempre secondo gli interpellanti, nei giorni successivi a quell'incontro con la moglie del Gullotti, il magistrato avrebbe esercitato pressioni nei confronti di uno dei due carabinieri che avevano redatto al riguardo apposita relazione di servizio per ottenerne la distruzione. Tale incontro infatti, come osservato dal PM di Reggio Calabria, non sembra indicativo di alcunché: lo stesso dottor Cassata lo ha in effetti ammesso, facendo peraltro presente che esso fu del tutto occasionale, in quanto la Rugolo all'epoca gestiva due negozi che si trovavano ai lati della sede di ingresso della Corda Fratres; il magistrato ha, inoltre, precisato di essersi trovato solo e senza scorta perché poteva fruire della tutela solo per i spostamenti di ufficio. Tale circostanza è stata confermata dal maresciallo dei carabinieri Campolo Antonino, autore della relazione di servizio di cui sopra si è detto. Questi ha, infatti, riferito che la relazione fu redatta per finalità cautelative, in quanto il magistrato era privo di tutela, e di aver spiegato ciò allo stesso magistrato, che si era in un primo momento rammaricato per quella relazione, non avendone compresa l'esatta ragione.
La tesi difensiva della occasionalità ha trovato il necessario riscontro proprio in considerazione dell'obiettiva vicinanza fra i due negozi gestiti dalla donna e la sede dell'associazione culturale, nonché nel fatto che l'ormai nota estrazione criminale del Gullotti avrebbe consigliato ogni cautela nell'accettare frequentazioni pubbliche nel centro cittadino con la moglie di un pericoloso boss. Tuttavia, ciò che ha indotto l'autorità giudiziaria a ritenere del tutto infondati i sospetti di una possibile contiguità del dottor Cassata con ambienti malavitosi è la deposizione resa dal dottor Marcello Minasi, sostituto procuratore generale presso la corte d'appello di Messina, incaricato della trattazione del processo d'appello relativo all'omicidio del giornalista barcellonese Giuseppe Alfano.
Tale magistrato ha, infatti, dichiarato di essere riuscito ad ottenere la condanna di Giuseppe Gullotti, assolto in primo grado, proprio grazie alle informazioni fornitegli dal collega Cassata, il quale gli aveva fatto notare come la causale mafiosa del delitto fosse riconducibile al Gullotti, all'epoca dei fatti unico capomafia barcellonese, essendo priva di fondamento la tesi, accolta dal giudice di primo grado, secondo cui vi sarebbero stati più capi in contrasto tra loro, essendo in realtà costoro, all'epoca del delitto, detenuti o defunti.
Dalla deposizione del dottor Minasi è inoltre emerso che, in occasione della presentazione del libro dal titolo Gli insabbiati di Luciano Mirone, il dottor Cassata rivolse al collega Minasi un pubblico elogio perché era riuscito a far arrestare e condannare il Gullotti quale mandante dell'omicidio del giornalista Alfano e, per tale motivo, aveva rilasciato ad un quotidiano locale dichiarazioni di compiacimento proprio all'indomani della sentenza.
A questo proposito, il dottor Minasi ha ricordato di aver ringraziato il dottor Cassata per il suo sostegno, invitandolo però nel contempo ad una maggiore cautela visto che risiedeva nella stessa città controllata dal Gullotti. Non a caso il dottor Cassata, come riferito dagli interpellanti, avrebbe prodotto al CSM un articolo apparso il 21 maggio 2002 su La Gazzetta del Sud dal titolo: «Gullotti voleva la morte del procuratore generale Cassata». Tale articolo riportava le dichiarazioni spontanee rese il giorno prima al tribunale di Catania da tale Luigi Sparacio nel corso del processo a carico, tra gli altri, del magistrato Giovanni Lembo e, alla luce di quanto sin qui evidenziato, la successiva ritrattazione da parte dello Sparacio non rende per ciò solo poco credibile la reale esposizione del Cassata a pericoli per la sua incolumità personale.
Secondo gli interpellanti, inoltre, il predetto magistrato avrebbe avuto contatti anche con altri esponenti della criminalità organizzata barcellonese, tra cui Rosario Cattafi, già indagato dalla procura della Repubblica di Caltanissetta nell'ambito dell'indagine sui mandanti occulti delle stragi di Capaci e via D'Amelio, e Giuseppe Chiofalo, con il quale il dottor Cassata avrebbe condiviso un viaggio in auto a Milano nel 1974.
In particolare, nell'atto di sindacato ispettivo si sottolinea l'esistenza di un presunto collegamento tra il dottor Cassata ed il Cattafi, visto che anche quest'ultimo era socio della Corda Fratres. Tuttavia, tale circostanza è risultata infondata: infatti, come accertato ed evidenziato dalla procura distrettuale di Reggio Calabria nella successiva richiesta di archiviazione avanzata in data 14 maggio 2002 all'esito del procedimento penale n. 1796 del 2002 originato dalla riapertura delle indagini autorizzate dal GIP con provvedimento del 24 aprile 2002, Cattafi Rosario Pio, personaggio gravato da precedenti penali anche di natura associativa, «non risulta iscritto al circolo Corda Fratres». Il procedimento in questione è stato, pertanto, definitivamente archiviato con decreto del GIP il 28 maggio 2002.
Quanto, poi, al presunto viaggio in auto con il boss Chiofalo, si deve rilevare che l'episodio è stato riferito in un esposto, risultato generico e privo di concreti riscontri, del senatore barcellonese Carmelo Santalco, il quale ha altresì fatto presente che il dottor Cassata gestisce a Barcellona Pozzo di Gotto un museo etno-antropologico che riceve considerevoli finanziamenti dalla regione siciliana e da enti locali, quali il comune di Barcellona Pozzo di Gotto e la provincia di Messina, operanti proprio nel territorio dell'ufficio giudiziario di pertinenza di detto magistrato. Si deve rilevare che l'esposto in questione è stato archiviato dalla procura generale della Corte di Cassazione, «non essendo emersi, in seguito agli accertamenti compiuti, comportamenti non dovuti, pregiudizievoli per il prestigio dell'ordine giudiziario».
Il procuratore generale di Messina ha al riguardo osservato di non poter escludere che la causa dell'accanimento dell'esponente nei confronti del dottor Cassata sia da individuare nel risentimento per mancati interventi a favore del figlio, coinvolto nel maxiprocesso cosiddetto «Mare Nostrum». Risulta, peraltro, documentato che la realizzazione del museo di cui sopra si è detto è, in realtà, da attribuire al padre del dottor Cassata, avendone quest'ultimo proseguito l'arricchimento con nuove acquisizioni e nuove iniziative e che i contributi, successivi all'edificazione del museo ed al suo allestimento, sono stati destinati esclusivamente al funzionamento di tale struttura.
Gli interpellanti si soffermano, infine, su alcune pressioni a loro dire esercitate dal dottor Cassata nei confronti di colleghi e, in particolare, dei dottori Daniele Cappuccio e Andrea De Feis, rispettivamente GUP e PM presso il tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, nonché nei confronti del titolare - identificato nel dottor Siciliano - del procedimento penale riguardante «un carabiniere che al tempo gli faceva da autista», il carabiniere Napolitano.
In particolare, quanto al primo episodio, dalle stesse dichiarazioni del dottor Cappuccio è emerso che il dottor Cassata ebbe a chiedergli, nel 1998, il differimento oltre l'estate di un processo che riguardava due imputati di estorsione per fatti non connessi alla criminalità organizzata, al fine di non pregiudicare uno dei due imputati, tale Cannata, che era in procinto di assumere un incarico presso il consiglio comunale. Tale vicenda è stata ritenuta dalla competente autorità giudiziaria penalmente irrilevante, non essendo in alcun modo sintomatica di una eventuale contiguità del dottor Cassata con il Gullotti o con altri esponenti della criminalità organizzata locale in quanto, come sottolineato dallo stesso dottor Cappuccio, i due imputati non risultavano coinvolti in reati di mafia. Sul piano strettamente disciplinare, si segnala che la vicenda è stata anche oggetto di un'inchiesta amministrativa disposta dal Ministro pro tempore in data 16 ottobre 1998, all'esito della quale si è disposta l'archiviazione, su conforme parere dello stesso ispettorato generale, in quanto il comportamento tenuto dal magistrato, ancorché inopportuno, non aveva integrato un'ipotesi di interferenza disciplinarmente rilevante, dovendosi intendere per tale, secondo una consolidata giurisprudenza, una condotta non occasionale, tale da realizzare una forma di pressione psicologica sul collega interessato, volta ad ottenere un provvedimento «favorevole» alla parte: ipotesi non verificatasi nel caso di specie.
Analoghe considerazioni possono valere anche con riferimento agli altri due episodi citati dagli interpellanti, ove ugualmente non è stata rilevata un'ipotesi di interferenza disciplinarmente rilevante.
In particolare, il dottor Cassata avrebbe esercitato delle pressioni sul dottor De Feis, all'epoca dei fatti magistrato delegato ad una indagine relativa all'amministrazione comunale di Terme Vigliatore, perché non venisse formalmente acquisita agli atti del procedimento penale un'informativa del 29 aprile 2005 dei carabinieri di Barcellona Pozzo di Gotto, dalla quale potevano emergere elementi coinvolgenti il dottor Olindo Canali, magistrato in servizio presso la medesima procura di Barcellona Pozzo di Gotto.
In relazione a tale episodio, alla luce della ricostruzione compiuta dall'ispettorato generale, non sono stati ravvisati profili di possibile rilievo disciplinare. Infatti, si deve in primo luogo segnalare che nessun addebito è emerso a carico del dottor Canali e, inoltre, quanto al dottor Cassata, lo stesso dottor De Feis, in occasione della sua escussione innanzi alla procura della Repubblica di Reggio Calabria, ha chiarito che si trattò di un incontro del tutto informale ed occasionale cui parteciparono egli stesso, il procuratore capo, il dottor Cassata ed il dottor Canali. Nel corso dell'incontro si discusse sull'opportunità di acquisire agli atti l'informativa della polizia giudiziaria. Il dottor De Feis ha testualmente precisato come, nell'occasione, il dottor Cassata si fosse rivolto a lui con tono «... certamente non intimidatorio in senso diretto», quanto piuttosto «... sgradevole ... e comunque invadente ...» e come la sua opinione contraria all'acquisizione dell'informativa, anche per la parte riguardante il dottor Olindo Canali, avesse avuto carattere eminentemente tecnico e di opportunità e fosse, quindi, priva di connotati di interferenza od intimidazione. La vicenda è stata, pertanto, valutata in senso liberatorio dalle competenti articolazioni ministeriali ed archiviata dal Ministro pro tempore il 26 marzo 2008.
Quanto, infine, all'ultimo episodio, relativo ad una presunta interferenza del dottor Cassata nella vicenda giudiziaria concernente il suo autista, il carabiniere Napolitano, nel decreto di archiviazione emesso dal GIP di Reggio Calabria del 21 giugno 2002 (su conforme richiesta della locale procura) viene sottolineato che si è trattato, in sostanza, «di un interessamento del Cassata, animato da sentimenti di familiarità nei confronti del carabiniere Napolitano (del quale fu anche testimone alle nozze), al solo scopo di comporre una vicenda nata da alcune denunce sporte nei confronti del Napolitano a seguito di una relazione extraconiugale che questi aveva intrattenuto con altra donna. Giova ricordare - aggiunge il GIP - che qualsivoglia interessamento del Cassata non può comunque che essere interpretato nell'ottica del benevolo rapporto umano instauratosi con il carabiniere, e non certo di una illecita strumentalizzazione dei suoi poteri, essendo, peraltro, risultato pienamente improduttivo; il Napolitano fu poi condannato con decreto penale esecutivo per il reato di cui all'articolo 660 del codice penale, come egli stesso dichiara, e fu trasferito d'ufficio». Alla luce di quanto sino ad ora riferito, non può che osservarsi che le vicende menzionate dagli interpellanti sono già state tutte ampiamente valutate in senso liberatorio sia in sede penale, sia in sede disciplinare e che, per converso, la prospettazione dei fatti delineata nell'atto di sindacato ispettivo è stata smentita dalle risultanze documentali acquisite ed è risultata priva di concreto riscontro. Al riguardo, si richiamano testualmente le considerazioni svolte dal GIP di Reggio Calabria nel decreto di archiviazione del 18 aprile 2002 in merito ai rapporti intercorsi tra il dottor Cassata e l'avvocato Ugo Colonna, le cui dichiarazioni hanno dato adito al sospetto di una possibile contiguità tra il primo e la criminalità organizzata barcellonese: «(...) le numerose notizie date sul suo conto sono state smentite, altre ancora sono rimaste prive di adeguato riscontro. Del resto, i contrasti tra il dottor Cassata e l'avvocato Colonna risultano pacifici (...). Ciò può aver determinato un'enfatizzazione delle notizie, spesso vaghe, di seconda mano, generiche, apprese dall'avvocato Colonna, con conseguente debolezza del quadro d'insieme dei suoi rilievi».
Conclusivamente, sulla base di tali considerazioni, non possono esservi margini per una nuova valutazione di carattere disciplinare delle circostanze sopra riferite e risultate prive di fondamento.
In definitiva, onorevole Di Pietro, lo sviluppo delle fotografie dei fatti (come lei dice) non sembra definire lo stesso quadro di eventi.
Comunque, per un'ulteriore valutazione di tali circostanze, da compiere, secondo gli interroganti, in occasione del concerto che il Ministro della Gius