Giustizia

3 Febbraio 2012

C'è ancora bisogno delle mani pulite

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Il 17 febbraio, alle 17, vi diamo appuntamento, a Milano, presso il Teatro Elfo Puccini. Infatti quel giorno, a quell’ora, cade il ventesimo anniversario dall’arresto di Mario Chiesa. Di lì a due anni nelle aule giudiziarie di Milano furono chiamati leader ed esponenti dei partiti per parlare di un sistema di potere, fatto di commistioni tra affari e politica, che aveva portato l’Italia sull’orlo della bancarotta. A tanti anni di distanza poco o niente è cambiato. Anzi quel sistema si è ingegnerizzato, affinato e la politica ha tentato di demonizzare la magistratura, ha depenalizzato quei reati, come il falso in bilancio, in modo da poter agire indisturbata.
In questi giorni, l’operazione rischia di completarsi e il cerchio è pronto a chiudersi con la denigrazione e la delegittimazione di quei giudici che venti anni fa, rispondendo al dettato costituzionale, individuarono la malattia presente nei partiti. Non è certo un caso che oggi i media e i noti soloni della politica si apprestino a ricordare quella data con un inedito, seppur scontato, copione: una rivisitazione strumentale di quelle vicende, al fine di riabilitare e giustificare personaggi e metodi che sono ancora in auge.
Infatti, in questi salotti mediatici per ricordare Mani Pulite, troviamo volti conosciuti alle aule giudiziarie di quel tempo. Coloro che avevano snocciolato cifre e dettagli sulle tangenti, adesso si affrettano a smentire la testimonianza rilasciata ai giudici, scritta e sottoscritta, e parlano di abuso dell’autorità giudiziaria.
Insomma gli imputati di allora si ergono a giudici. Così in una storia tra guardie e ladri le parti si invertono. Un’operazione scientifica, fatta al fine di giustificare l’operato di dirigenti politici, di logge massoniche e di comitati d’affari, noti alle cronache di questi anni, di questi giorni, come a quelle dell’epoca. E’ un modo per mettere tutto nel calderone, per appannare e nascondere la verità.
La morale di quanto sta avvenendo è che oggi, come allora, il Parlamento cerca di fermare l'azione dei magistrati. Quando c'era 'Mani pulite', ci provarono con il decreto Biondi, oggi con la norma 'anti-toghe' inserita nella Comunitaria. Si tratta di una legge che è una vera e propria vendetta, un ammonimento nei confronti dei magistrati.
Sembra proprio di tornare al lontano febbraio del '92, quando stavamo scoprendo le malefatte del Palazzo e, dentro le aule di Camera e Senato, tutti si facevano scudo dell'immunità parlamentare, etichettando come semplici ‘mariuoli’ quelli che erano, in realtà, gli anelli terminali della catena. Anche oggi, mentre i cittadini assistono allibiti alle ruberie della casta, agli illeciti finanziamenti, e i magistrati portano alla luce reati gravissimi, la classe politica, invece di prendere provvedimenti contro coloro che violano la legge, pensa a punire i giudici per autotutelarsi.
La votazione di ieri ha reso evidente l’esistenza di una P2 parlamentare che si è nascosta dietro al voto segreto ed ha messo in atto la propria vendetta. Insomma, mi sembra proprio che nulla sia cambiato in questi vent’anni.
Per questo ci vediamo a Milano, il 17 febbraio, alle ore 17. Insieme a me ci saranno Gianni Barbacetto, Giuliano Pisapia, Bruno Tabacci e Marco Travaglio.

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18 Gennaio 2012

17 febbraio 1992-2012: Mani pulite compie vent'anni

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Il prossimo 17 febbraio saranno passati vent'anni da quando, con l'arresto di Mario Chiesa chiesto da me e controfirmato dal gip Italo Ghitti, partì a Milano l'inchiesta “Mani pulite”. Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio, lo sorprendemmo mentre intascava una mazzetta di 7 milioni di vecchie lire. Non era un “mariuolo isolato” come provò a raccontare Bettino Craxi, ma la rotellina di un ingranaggio con cui i politici e gli amministratori pubblici succhiavano da anni il sangue al nostro Paese.
In questi vent'anni molti grandi imbonitori della politica e della stampa hanno cercato in tutti i modi di rovesciare la frittata e di far passare quei furfanti per vittime, e quelli che li avevano acciuffati per mostri e cospiratori.
Io non credo che il gioco sia loro riuscito. I politici fanno finta di non sapere chi erano gli onesti e chi i disonesti. I cittadini invece se lo ricordano benissimo e sanno che quella di Mani pulite è stata la più grande occasione persa dal nostro Paese, che poteva già allora liberarsi dal cancro della corruzione e per colpa della politica non ci è riuscita.
Le cose sono cambiate solo in peggio: quello che allora era un tumore maligno ma circoscritto, limitato alla politica e agli affari, è diventato una metastasi diffusa in tutti i settori della società italiana, che sta morendo per colpa della corruzione e della conseguente sfiducia che é dilagata tra i cittadini onesti.
Il prossimo 17 febbraio a Milano l'Italia dei Valori organizzerà una grande iniziativa insieme a giornalisti, magistrati, esponenti della società civile per ricordare l'inizio di Mani pulite e ribadire una verità storica che troppo spesso viene negata dagli ipocriti: la colpa di quel che é avvenuto non é dei magistrati che hanno scoperto i reati, ma dei criminali che li hanno commessi!
Non lo faremo per celebrare il passato ma perché l'Italia ha bisogno di ritrovare nuova energia per cambiare strada e liberarsi dalla malattia della corruzione che la sta distruggendo.

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17 Gennaio 2012

Rimettere in funzione la Giustizia

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Oggi il ministro Paola Severino ha illustrato alla Camera la sua relazione sulla situazione della giustizia in Italia. Credo si debba onestamente riconoscere che ci sono in quella relazione molti aspetti positivi e che senza alcun dubbio viene indicata una nuova strada distante rispetto ai veleni del precedente governo.
Invece di prendersela con i magistrati, colpevoli di fare il proprio dovere, finalmente si parla dei problemi reali che impediscono alla giustizia di funzionare come dovrebbe (come la lentezza dei processi o l'enorme arretrato della giustizia civile), e che coprono di vergogna il nostro Paese (come l'insostenibile condizione delle carceri italiane).
A nostro parere mancano ancora molti capitoli importantissimi, ma finalmente pare ci siano le condizioni per avviare un confronto e un lavoro costruttivi. Noi dell'Italia dei Valori, che non facciamo parte della assurda maggioranza Pdl-Pd-Terzo Polo, abbiamo presentato una nostra mozione, con scritte nero su bianco le nostre proposte. Queste rispondono al semplice buon senso e alla conoscenza reale dei problemi che bisogna risolvere per rimettere in moto la giustizia.
Le proposte le presento anche su questo blog, in allegato, in modo che tutti possano sapere di cosa stiamo parlando: sforzo eccezionale per informatizzare e digitalizzare la giustizia civile; priorità assoluta della lotta alla corruzione con la reintroduzione immediata del falso in bilancio e dei delitti in materia societaria, introduzione di nuove fattispecie di reato ad hoc, come l'autoriciclaggio, e immediata ratifica della convenzione europea contro la corruzione.
Temiamo però fortemente che il parlamento si comporterà come sempre. Volterà la testa dall'altra parte e rifiuterà di discutere proposte che porterebbero davvero l'Italia verso una giustizia equa, rapida ed efficiente.
Noi però assumiamo qui l'impegno di tenere puntualmente informati i cittadini e gli elettori su come si comporterà giorno per giorno il Parlamento, su ogni fronte e prima di tutti su quello fondamentale della giustizia.
Questa è la mozione che presenteremo, anche se temiamo che questo parlamento pieno di imputati e condannati difficilmente vorrà approvare misure che facilitino il corso della giustizia.

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10 Gennaio 2012

Malinconico e Cosentino, segnali positivi

Le dimissioni del sottosegretario Maliconico erano un atto dovuto che rischiava di arrivare tardi, e di gettare così un'ombra molto sgradevole su questo governo. Malinconico ha fatto benissimo a prendere per tempo una decisione che permette a lui di difendersi meglio, libera il governo da accuse e sospetti e restituisce un po' di credibilità alle nostre istituzioni.
Io credo che la decisione di Malinconico debba essere apprezzata proprio per il rispetto nei confronti della istituzioni che dimostra, opposto al comportamento a cui il precedente governo ci aveva abituati..
In un gesto simile non dovrebbe esserci nulla di particolare. E' ovvio che chi governa la cosa pubblica e chiede magari sacrifici ai cittadini non deve mai sottrarsi alla giustizia. Ma questo è il Paese in cui, fino a poche settimane fa, ministri e parlamentari approfittavano del loro ruolo per garantirsi l'impunità e usavano le istituzioni come i briganti usano le grotte: per nascondersi e mettersi al riparo.
Malinconico si è comportato in modo opposto e un altro segnale di riavvicinamento alla realtà è arrivato dalla giunta per le autorizzazioni a procedere che, dopo avergli troppo a lungo fatto da scudo, oggi ha votato a favore dell'autorizzazione all'arresto per l'ex sottosegretario Nicola Cosentino, accusato di reati molto gravi.
A questo punto mi stupirei molto se l'aula, giovedì, non votasse nella stessa maniera. Finalmente si potrà così dire che il Parlamento italiano fa il proprio dovere, e che se un deputato o un senatore è accusato di reati e malversazioni fa quello che si fa in tutto il mondo. Cioè, invece di coprirlo a tutti i costi, lo consegna serenamente al giudizio della magistratura, come faremo giovedì noi dell'Italia dei Valori con Nicola Cosentino.

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30 Dicembre 2011

Una terapia d'urto contro la corruzione

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Chi vuole che l'Italia cresca deve per prima cosa eliminare la corruzione, il macigno che impedisce al nostro Paese di correre e di imboccare rapidamente la via dello sviluppo.
Il governo e in particolare il ministro della Giustizia Severino dicono di averlo capito. Noi dell'Italia del Valori, che per questo ci sgoliamo da anni, non possiamo che esserne contenti.
Adesso, però, bisogna vedere se dalle parole e dalle belle intenzioni si passa alla pratica o se, come già tante altre volte, la montagna partorirà il topolino. Alcune delle misure di cui parla oggi il ministro guardasigilli nella sua intervista al Corriere della Sera sono del tutto condivisibili e vanno nella direzione giusta, in particolare l'introduzione di una fattispecie di reato che punisca la corruzione anche per le azienda private e la promessa di riprendere in tempi rapidissimi il ddl anticorruzione che giace sepolto nei cassetti del Senato da quel dì.
Io sono certo che il ministro Severino si renda conto da sola che la malattia è troppo grave per sperare di curarla solo con queste medicine, che pure male non fanno.
Lo dico senza mezze parole: qui ci vuole un terapia d'urto, non serve il semolino e nemmeno l'aspirina.
Solo per cominciare bisogna reintrodurre subito il falso in bilancio come fattispecie di reato. Bisogna poi raccogliere la nostra indicazione sulla non eleggibilità dei condannati, il divieto di assegnare cariche pubbliche agli inquisiti e la proibizione di partecipare alle gare d'appalto per le aziende condannate per corruzione.
Se il governo dimostrerà di voler risolvere davvero la tragedia della corruzione, può stare certo che noi dell'Italia dei Valori faremo la nostra parte e non faremo mancare né i nostri suggerimenti né, eventualmente, i nostri voti. Ma se invece saranno solo pannicelli caldi, no grazie. Non è per noi.

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29 Luglio 2011

Non cadrete in piedi, ve ne andrete a calci nel sedere

Per salvare Berlusconi dai suoi guai giudiziari, mandano allo sfascio la giustizia e il Paese. Ormai questa maggioranza parlamentare ha venduto la propria dignità per una poltrona, e pur di mantenere i propri privilegi manda al macero decine di migliaia di processi. E’ uno schiaffo a tutti coloro che aspettano giustizia ed è un insulto ai 27 milioni di cittadini che con il referendum hanno detto ‘basta’ alle leggi ad personam. L’unica via da percorre è quella di licenziare Berlusconi e la sua cricca. Allora, noi dell’opposizione, tutti insieme, presentiamo una mozione di sfiducia nei confronti dell’esecutivo, che sia quantomeno sostenuta da 63 deputati di buona volontà, tanto è il numero minimo per sottoscrivere quest’atto. Mi auguro che quei parlamentari dell’opposizione che ancora nicchiano, si associno a noi al più presto, altrimenti rischiano di diventare complici. Siamo di fronte a un governo senza dignità, che obbedisce agli ordini del padrone, danneggiando irreparabilmente il nostro futuro. Bisogna ridare al più presto la parola agli italiani e liberare il Paese da questo macigno.

Questa mattina al Senato il Governo ha imposto la fiducia al "processo lungo" e l'ha ottenuta. Riporto qui sul blog l'intervento in Aula del senatore Luigi Li Gotti a sostegno del nostro voto contrario.

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Signora Presidente, colleghi,

l'articolo 161 del Regolamento, che introduce l'istituto della fiducia, è corredato dai pareri della Giunta. Il più importante parere della Giunta per il Regolamento, che ha interpretato l'articolo 161, ha fissato questo principio: la rilevanza costituzionale della discussione sulla fiducia assume carattere preminente, avendo il Governo condizionato in modo espresso all'approvazione di un testo la propria sopravvivenza. In questa formula della vostra parabola, avete cominciato negli otto dei nove anni degli ultimi undici di vostro Governo, con le rogatorie, il falso in bilancio, il legittimo sospetto, il lodo Schifani, il condono edilizio esteso alle aree protette, la ex Cirielli, l'inappellabilità, il lodo Alfano uno, il lodo Alfano due, il processo breve per determinare la morte dei processi per prescrizione ed ora il processo lungo.

Voi avete sbagliato sempre senza commettere errori, ed è veramente una condizione unica quando si riesce a sbagliare sempre senza neanche incorrere nell'errore di fare qualcosa di giusto: si sbaglia sempre. È una falsificazione quella di dire che siete stati costretti a porre il voto di fiducia per contrastare l'ostruzionismo dell'opposizione. Avete posto il voto di fiducia dopo circa tre‑quattro ore di discussione, ed era talmente ostruzionistica la nostra opposizione che, grazie alle nostre ripetute, alcune volte urlate, sollecitazioni avete parzialmente modificato il testo, recependo alcune delle nostre critiche; altro che ostruzione! Se fosse proseguita la discussione, probabilmente altre nostre sollecitazioni sarebbero state recepite.

Così come dovete finirla con i falsi comiziali; andate nelle borgate a fare i comizi, ma nell'Aula del Senato voi dovete essere rispettosi. Voi dovete rispetto.
Non si può dire, come ha detto ieri il presidente del Gruppo PdL Gasparri, che queste norme non si applicavano ai processi di mafia, se proprio grazie alla nostra opposizione avete dovuto cambiare il testo, prevedendo l'esclusione dei processi di mafia, perché il testo che voi avevate proposto era una cambiale da onorare da parte di qualcuno alla mafia.

Voi siete espressione della decadenza di un potere arrogante, concentrato sulla protezione del capo assoluto; non vi interessano i cittadini. Per anni avete rinunziato al richiamo della coscienza. Voi siete ormai i berlusconiani, ossia l'espressione del berlusconismo, che è la malattia del Paese. Molti di voi, dobbiamo riconoscerlo, provano vergogna. Molti di voi hanno da tempo perso anche la capacità di vergognarsi. Il servilismo, antico male italiano, ha intaccato la mente. Il corpo della politica è invaso dalle metastasi. Voi siete la causa della montante antipolitica, avvilendo il Parlamento, che è visto come il male assoluto. Voi non avete giustificazioni, non potete inventarvene. Voi avete fatto un capolavoro di strafalcioni giuridici e su questi avete posto la fiducia e avete poi chiesto, ed è bene che lo sappia l'Aula, la nostra disponibilità a consentirvi di cambiare il testo su cui avete posto la fiducia, con disprezzo assoluto del Regolamento.

Si voleva cioè porre la fiducia su un altro testo e si chiedeva la nostra complicità, perché sapevate che questo testo sarà inesorabilmente bocciato anche dagli studenti di giurisprudenza del primo anno di università.
La vostra concezione della democrazia parlamentare è marcia e vergognosa; la vergogna però è tutta vostra, perché voi ne siete la causa. Ed onde evitare disinformazione, avendone alcuni giornali parlato, è bene fare chiarezza: quando ieri, per un gesto di stima che confermo, ho fatto presente al sottosegretario Caliendo che nel corso del mio intervento avrei sottolineato gli strafalcioni giuridici, è altrettanto vero che, con la sua onestà, il sottosegretario Caliendo mi ha chiesto la disponibilità a cambiare il testo. Io risposi ieri che non potevo rinunciare al mio intervento in Aula, e che un'eventuale sua richiesta non poteva essere fatta in un'Aula semideserta, ma doveva essere fatta in un'Aula come quella di questa mattina, ad esempio. È altresì vero che i funzionari del Senato hanno avvertito che una cosa del genere non poteva farsi e che mai si era fatta. Ma voi volevate farla.

I cittadini ci guardano e giudicano. Voi non siete capaci di governare neanche a colpi di fiducia: sbagliate pure quando ponete la fiducia! Noi dobbiamo salvare le istituzioni dal discredito e dalla rabbia montante del popolo italiano. Avete troppo presto dimenticato i referendum; avete dimenticato quel maldestro tentativo di cambiare la legge sul nucleare sei giorni prima del voto. Ci avete provato sempre, vi hanno detto di no e siete stati sommersi dal voto degli italiani. Quanto ancora volete resistere? Quanto ancora resisterete al fango ed alla cattiva coscienza che vi soffoca?

Ora darete la fiducia, ma ne sarete travolti, paradossalmente: più cercate la fiducia per scappare dal Parlamento, più affondate nella sfiducia del popolo italiano. Arroccati in un potere che si sgretola, voi sarete ricordati come la pagina buia della democrazia. Siete assediati dall'esterno e vi assediate vicendevolmente. Ora fiduciatevi ed annunciate al popolo la buona novella.

Quando finirete non avrete perso solo la rappresentanza politica, ma sarete costretti a provare di recuperare la vostra dignità. Voi non cadrete in piedi, ma con le spalle al popolo, inciampando nel tentativo di scappare e cercando di evitare i meritati e sacrosanti calci nel sedere.

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28 Luglio 2011

Nitto Palma si presenta con l'ammazza-giustizia

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Se il buongiorno si vede dal mattino siamo proprio messi male, visto che nel suo primo giorno da ministro Nitto Palma si è reso complice di azioni a tutela della criminalità e non della giustizia.

Oggi lui e il governo hanno voluto porre la fiducia sul disegno di legge sul processo lungo, che peraltro era d’iniziativa parlamentare e quindi il governo avrebbe comunque fatto meglio a non metterci becco.

L’esecutivo e la maggioranza dimostrano così che per risolvere i problemi del solito e ben noto imputato sono disposti ad allungare, fino all’inverosimile, decine di migliaia di procedimenti per non farli arrivare a sentenza.

Queste norme permettono a Berlusconi di aggiustare i suoi processi e impediscono alla giustizia italiana di funzionare. Non a caso, colpiscono la norma, varata all’indomani della strage di Capaci, che permetteva l’acquisizione delle sentenze definitive. Ora, invece, anche nei processi di mafia si potrà riaprire all’infinito la lista dei testimoni. Di fronte a tanta scelleratezza non resta che la mobilitazione di massa: costi quel che costi. Non si può più aspettare per salvaguardare la democrazia e lo Stato di diritto.

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15 Luglio 2011

La nuova Tangentopoli

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Poco fa la Giunta per le autorizzazioni della Camera ha espresso voto favorevole alla risoluzione presentata dall'IdV in merito all’arresto di Alfonso Papa. Siamo in presenza di una nuova Tangentopoli, che richiede l'intervento dell'autorità giudiziaria. Ora tocca al Parlamento: chiederemo di affidare ai magistrati quei deputati accusati di reati gravissimi. I magistrati devono accertare come stanno realmente le cose e, per fare ciò, devono essere messi nelle condizioni di lavorare al meglio.

E' ora di finirla con questa storia dei due pesi e delle due misure, con la gente normale che va dal giudice mentre i deputati vanno a nascondersi in Parlamento. Dalla Giunta alle autorizzazioni è arrivato un chiaro segnale in questo senso. Oggi abbiamo anche constatato che quelli della Lega Nord, che il sabato e la domenica a Pontida vanno in giro a dire che sono per la legalità, poi il lunedì e il martedì tornano a Roma e in Parlamento si astengono sulla richiesta di arresto di un parlamentare accusato di reati gravi. Sarebbe ora che uscissero dall'ambiguità assumendosi le loro responsabilità.

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9 Luglio 2011

E' solo un truffatore condannato

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Qui non si tratta di politica, ma di una sentenza per truffa.
La sentenza della seconda corte d'appello civile di Milano che ha condannato Fininvest a risarcire Cir per 560 milioni di euro è chiara e non ha bisogno di nessuna interpretazione.
Nessuno cada nel trabocchetto: Berlusconi non è una vittima perché in questa vicenda c’entrano solo gli atti giudiziari, lui è solo un truffatore condannato.
Adesso si leveranno le voci dei suoi avvocati e degli uomini che lui ha fatto eleggere in Parlamento che ripeteranno un copione già visto: che lui è vittima dei giudici comunisti, la solita storiella di sempre insomma.
Milano dovrebbe insegnare: abbiamo già visto alle ultime amministrative come gli italiani siano stufi delle commedie di Berlusconi, il Paese vuole giustizia. E oggi, giustizia è fatta.
Piuttosto dobbiamo riflettere sulla “Tangentopoli 2” che stiamo vivendo in questi mesi perché siamo in un periodo peggiore dei tempi dell’inchiesta Mani Pulite, quando scoprimmo un verminaio usato dalla politica per farsi gli affari propri.
Oggi è peggio. Perché addirittura si usano schermi formalmente legali per coprire le malefatte.
Questa Tangentopoli 2 è la copia riveduta di Tangentopoli 1 e riguarda trasversalmente tutti quanti. Tutti possono capitarci se non c’è una reale volontà di rilancio della questione morale. Si tratta, quindi, di stabilire delle regole precise: i rinviati a giudizio non possono assumere incarichi di governo né locale, né centrale e i condannati non devono essere nemmeno candidati.
Per tornare alla sentenza di oggi, è necessario rispettare quanto sancito dai giudici e che vengano risarciti i danni. E se e' vero, com'e' vero, che Berlusconi e' stato condannato in appello per danni causati a un altro gruppo imprenditoriale, significa che lui ci ha guadagnato illecitamente e l'altro ci ha rimesso.
Ripeto: è inutile che Berlusconi e i suoi tentino di buttarla in politica, qui siamo solo di fronte a comportamenti truffaldini gravissimi.

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29 Maggio 2011

Quali accuse infondate?

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Pubblico qui sotto l'articolo di Marco Travaglio, tratto da Il Fatto Quotidiano di oggi. Continuo a pensare che il nostro Paese non possa permettersi che il piú furbo, il piú spregiudicato, il piú prepotente, il piú illegale rimanga al governo. Oggi e domani lo dimostreremo.

Infondate un par di palle
Ha ragione B: il mondo deve conoscere le accuse infondate da subìto. Cioè nessuna. Ma anche quelle fondate. Cioè quasi tutte.
Breve memorandum sui procedimenti penali già conclusi (restano aperti i casi Mills, Mediaset, Mediatrade, Agcom-Annozero e Ruby) per i leader del prossimo G8, nel caso malaugurato che l’Italia sia ancora rappresentata da lui.
1. Falsa testimonianza P2. Accusa fondata: la Corte d’appello di Venezia dichiara B. colpevole, ma salvo per amnistia.
2. Corruzione Guardia di Finanza. Accusa fondata: Fininvest pagò tre tangenti di £ 100 milioni ciascuna per addomesticare verifiche fiscali. Il corruttore Sciascia e i finanzieri corrotti sono condannati, B. è assolto per “insufficienza probatoria” grazie alla falsa testimonianza di Mills.
3. Fondi neri sui terreni di Macherio. Accusa parzialmente fondata (£ 4,4 miliardi pagati in nero all’ex proprietario): B. assolto da appropriazione indebita, frode fiscale e un falso in bilancio; salvo per amnistia da un altro falso in bilancio.
4. Fondi neri sull’acquisto di Medusa. Accusa fondata: il manager Fininvest Bernasconi dirottò £ 10,2 miliardi in nero su 5 libretti al portatore di B., che però è assolto dal falso in bilancio per insufficienza di prove: è troppo ricco per potersi essere accortodell’introito. Lo incassò a sua insaputa.
5. All Iberian-1. Accusa fondata: condannato in primo grado a 28 mesi per £ 23 miliardi di finanziamenti illeciti a Craxi, B. si salva in appello per prescrizione grazie alle attenuanti generiche.
6. All Iberian-2. Accusa fondata: B. assolto dai falsi in bilancio per £ 1200 miliardi di fondi neri esteri “perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato” (depenalizzato dallo stesso B.).
7. Caso Lentini. Accusa fondata: per i 10 miliardi versati in nero dal Milan al Torino in cambio del calciatore, il falso in bilancio è prescritto grazie alle attenuanti generiche e al taglio della prescrizione previsto dalla riforma del governo B.
8. Bilanci Fininvest 1988-‘92. Accusa fondata: prescrizione del falso in bilancio e dell’appropriazione indebita nell’acquisto di diritti tv, per attenuanti generiche e prescrizione abbreviata da B.
9. Consolidato Fininvest. Accusa fondata: ancora prescrizione grazie alle generiche e ai nuovi termini della legge B. anche per i falsi in bilancio da £ 1500 miliardi di fondi neri su 64 società offshore del “comparto B” della Fininvest.
10. Sme-Ariosto/1. Accusa infondata: non c’è prova che i sicuri pagamenti di Previti ai giudici Squillante e Verde con soldi Fininvest fossero legati all’affare Sme e ordinati da B. (assolto).
11. Sme-Ariosto/2. Accusa fondata:B.assolto dai falsi in bilancio relativi ai pagamenti ai giudici “perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato” (l’ha depenalizzato lui).
12. Mondadori. Accusa fondata: gli avvocati Fininvest Previti, Pacifico e Acampora corruppero il giudice Metta con £ 420 milioni (soldi di B.) per annullare il lodo Mondadori, ma B. si salva grazie alla prescrizione abbreviata dalle solite generiche.
13. Corruzione Saccà. Accusa parzialmente fondata: è provato da intercettazioni che B. chiese a Saccà di sistemare a Raifiction alcune sue protette e gli promise aiuti per la sua attività privata di imprenditore,ma è assolto perché Saccà (dirigente del servizio pubblico) non sarebbe un incaricato di pubblico servizio.
14. Compravendita senatori. Accusa parzialmente fondata: B. e suoi uomini offrirono posti di sottogoverno e sostegno elettorale al sen. Randazzo (Unione) per votare contro Prodi. Ma B. è prosciolto: non è istigazione alla corruzione, solo “malcostume”.
15. Caso Sanjust. Accusa parzialmente fondata: l’ex marito di Virginia Sanjust, amante di B.,fu degradato e trasferito dal Sisde per ordine di Palazzo Chigi. Ma B. è assolto dall’abuso d’ufficio e dal mobbing: il trasferimento potrebbero averlo deciso Letta e il gen. Mori. Come sempre, a sua insaputa.

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14 Aprile 2011

Passa il processo breve. La nostra protesta

La mia dichiarazione di voto sul processo (prescrizione) breve

La protesta dell'opposizione all'approvazione del processo breve

Signor Presidente, ad una settimana esatta dalla decisione che questa maggioranza parlamentare ha preso qui per dire che «Ruby rubacuori» è la nipote di Mubarak, un'altra sconcezza ci apprestiamo, anzi vi apprestate, a deliberare oggi, quella sconcezza che voi chiamate processo breve.
Giustificate questa vostra sconcezza, questa vostra volgarità, questa vostra legge incostituzionale, chiamandola misura a tutela del cittadino in applicazione della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo. Come dire, chiamate Dracula a salvare un povero Cristo che si è tagliato le vene.
Vedete, quel processo breve di cui parlano la Corte di giustizia dell'Unione europea e la Convenzione europea non è quello che oggi Berlusconi dice in uno dei suoi comunicati, nel quale afferma sempre una bugia per nascondere come stanno i fatti.
Oggi Berlusconi afferma che questa sarebbe una legge europea per evitare le multe dall'Alta Corte di giustizia, ma la legge europea non dice che bisogna interrompere i processi prima del tempo, dice l'esatto contrario. Dice, cioè, che ogni persona ha diritto ad avere una causa in cui sia esaminata, entro un termine ragionevole, la sua questione. Insomma, un processo serve per far sapere chi ha ragione e chi ha torto. Se riduci i tempi processuali, anzi, impedisci che il processo si faccia, impedisci di sapere chi ha ragione e chi ha torto.
Quindi a chi fai il favore? Alla parte lesa? Alla giustizia? Alla verità? No, lo fai al delinquente, lo fai a quella persona che non vuole sottoporsi al processo. Nel caso specifico, lo fai a Berlusconi, il quale è coinvolto in un processo in corso – che si chiama processo Mills - in cui il suo coimputato è già stato condannato con sentenza penale passata in giudicato e il reato in questione è il reato di corruzione.
Il reato di corruzione è quel reato in cui c'è uno che dà e uno che prende. Chi ha preso, ovvero Mills, è già stato condannato per avere ricevuto da Berlusconi e, siccome questo processo in primo grado sta per arrivare a destinazione, lui oggi, come fa da anni e anni, praticamente da quando sta in questo Parlamento, si è fatto una legge, una «leggina», per non farsi processare.
Poi dicono che questa legge servirebbe anche ad altri. In realtà il Ministro della Giustizia ha detto che serve solo a Berlusconi e già questo dovrebbe umiliare a tal punto il Parlamento che, con senso di responsabilità, i parlamentari non dovrebbero votarla. Purtroppo però in questo Parlamento ci sono più parlamentari che si comportano come Giuda che alberi dell'orto di Getsemani disposti ad accoglierli, di fronte a quel che sono i loro elettori.
E allora, non è vero che questa legge aiuta solo Berlusconi, perché se così fosse sarebbe solo una beffa, ma è un danno grave per migliaia e migliaia di truffati, per coloro che subiscono un torto, che sono vittime dei reati contro la pubblica amministrazione. Questi illeciti in genere si prescrivono in sette anni e mezzo, ma in questo caso in sei anni. Tutto ciò, invece, di trovare soluzioni che mettano in condizione il giudice di arrivare prima a una sentenza per sapere prima come stanno i fatti.
Addirittura, se riguarda un Presidente del Consiglio, in un Paese civile, in un Paese normale, dovremmo sapere prima se chi ci governa è una brava persona o un delinquente non dopo. Infatti, dopo che i buoi sono usciti dalla stalla, non me ne faccio niente della stalla. Qui abbiamo a che fare con una persona che dal 1994 continua a farsi leggi per non farsi processare e finora la Corte costituzionale ha dovuto fermarlo. Grazie a Dio, il 12 e il 13 giugno ci penseranno gli elettori a fermarlo. Bisogna che lo sappiano i cittadini italiani!
Noi dell'Italia dei Valori ci avevamo visto per tempo, già dall'anno scorso, quando ha fatto la legge sul legittimo impedimento, altra legge ad uso e consumo proprio, perché diceva: «Io so' io e, come il Marchese del Grillo, non mi voglio far giudicare se non quando voglio io e se non dal giudice che voglio io». La Corte costituzionale, invece, ha risposto: «Guarda che ti devi mettere d'accordo con il giudice». Avete visto scome ta facendo: ogni volta che fissano un'udienza, quel giorno si fa mettere in agenda politica un qualcosa da fare, in modo che non si deve presentare dai giudici.
E, allora, noi chiediamo ai cittadini: il 12 e il 13 giugno andate a votare e decidete voi, una volta per tutte, se vi conviene avere un Presidente del Consiglio che tiene impegnato il Parlamento, che addirittura non fa neanche i Consigli dei ministri per tenere i suoi ministri a votare, che addirittura mette in secondo piano il dramma nucleare che sta succedendo in Giappone, la guerra che abbiamo in corso, i quattro milioni di cittadini giovani italiani che non hanno lavoro, un'economia a pezzi, un'Italia che non ha futuro; un Presidente del Consiglio, quindi, che tiene impegnato il Parlamento soltanto per risolvere i suoi problemi personali.
La verità è una e una sola: Berlusconi fa politica per motivi giudiziari. Ai tempi miei c'erano due tipi di imputati: uno che faceva il latitante e se ne andava ad Hammamet e uno che veniva in procura ad ammettere i fatti. Lui ha inventato il terzo tipo: me ne vado in Parlamento per farmi le leggi per non farmi processare. Doveva fare una scelta fra San Vittore e Montecitorio: ha pensato che si sta meglio a Montecitorio che a San Vittore.
Questo è il dato di fatto ed è questo che dobbiamo far capire agli italiani, perché in questi anni sono stati truffati, sono stati raggirati ed è stato fatto credere loro che, votando quella formazione politica, sarebbero stati meglio. Invece sta meglio lui e qualche amico suo.
E chi sono gli amici suoi? Proprio quelli a cui fa piacere e fa comodo questa legge, perché questa legge non mette in condizione i giudici di fare i processi prima, ma mette in condizione i giudici di non farli più! È come dire che in ospedale, preso atto che qualcuno sta male, con il cancro, che se in due mesi non gli fai l'operazione non gliela puoi fare più, la decisione è che non si opera per niente, invece di mettere in condizione l'ospedale di operarlo in tempo.
Questa è l'anomalia di questo provvedimento, questa è l'anomalia di questa legge. È una legge, peraltro, incostituzionale perché con una norma transitoria si applica proprio al processo che lo riguarda, cioè il processo Mills. Allora ancora una volta noi insistiamo. Qui Berlusconi di epocale non ha fatto nulla; si tratta semplicemente di un imputato che ha trovato una scorciatoia per evitare di essere sottoposto alla giustizia.
Allora dobbiamo deciderci, una volta per tutte, se possiamo accettare che un Paese, uno Stato di diritto come il nostro possa continuare a calpestare la Costituzione, la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, la Convenzione dell'ONU sulla corruzione, e tutte quelle leggi che vogliono un'Italia più attenta alla giustizia, un'Italia che metta in condizione chi ha ragione di avere ragione, se dobbiamo accettare di essere umiliati in questo modo.
In questi giorni la cosa che più mi ha colpito è stata la non accettazione dell'election day. Questo per farvi capire come lui a tal punto teme il giudizio del popolo che non vuole che il risultato del referendum arrivi proprio su questa materia. Butta via 350 milioni di euro per far sì che si tengano il 15 e il 16 maggio le elezioni amministrative, il 29 maggio il ballottaggio, e il 12 e 13 giugno il referendum. Perché non ha fatto sì che si tenessero tutti insieme? Con 350 milioni di euro, buttati via, si potevano sistemare le case dei disperati de L'Aquila, gli alluvionati, si potevano aiutare i cassintegrati, si potevano risolvere tante questioni incompiute.
Lui butta via i soldi perché serve a lui, ma il risultano qual è? Non vuole il giudizio del popolo. Egli sa che sta utilizzando il Parlamento per se stesso, e la cosa più grave non è quel che fa lui, ma quel che fa questa maggioranza, venduta, asservita, che si chiama responsabile ma è irresponsabile, perché vende se stessa, vende la propria dignità per un piatto di maccheroni. Godetevi il vostro piatto di maccheroni che il giudizio degli italiani prima o poi arriverà.

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13 Aprile 2011

Salviamo la giustizia

Oggi, durante il question time della Camera, ho chiesto al ministro della giustizia Angelino Alfano di intervenire sul legittimo impedimento perchè sia ripristinata l'uguaglianza formale dei cittadini di fronte alla legge. Questo il testo del mio intervento e della risposta del ministro.

DI PIETRO: La legge sul legittimo impedimento, dopo i tagli della Corte costituzionale, permette ancora al presidente del consiglio di considerare legittimo impedimento anche le attività preparatorie e consequenziali di impegni di governo. In forza di questa norma il nostro presidente Berlusconi, tutte le volte che viene chiamato dal giudice, si costruisce l’agenda politica in modo tale da poter dire che non è disponibile, non è pronto, non riesce ad andare in tribunale.
Posto questo, noi chiediamo al ministro se intende porre in essere qualche normativa affinché tutti siano uguali di fronte alla legge e affinché il tribunale di Milano sia messo in condizione di svolgere le proprie attività anche nei giorni in cui il presidente del consiglio, vedi mai un venerdì o un sabato sera, non è impegnato in qualche bunga bunga.

ALFANO: Quando ho letto il quesito dell’on. Di Pietro non mi sono stupito, perché le sue parole non contengono nulla di sorprendente.
Ci viene richiesto di prescindere dalle procedure istituzionali, superando non soltanto il pronunciamento della Corte costituzionale ma anche la volontà del popolo sovrano. Vorrei ricordare infatti che la legge 7 aprile 2010 n. 51, e cioè le disposizioni in materia di impedimento a comparire in udienza, è volta a contemperare il regolare esercizio della giurisdizione con il sereno svolgimento delle funzioni istituzionali, in quanto esigenze entrambe di pari rango costituzionale, riconosciute come tali dalla Corte e come tali meritevoli di tutela. Tale finalità viene soddisfatta consentendo di chiedere di volta in volta il rinvio dell’udienza per la quale sia impedito a partecipare il singolo cittadino.
Peraltro, poiché ai sensi dell’art. 1 comma 5 è statuito che il corso della prescrizione rimanga sospeso per l’intera durata del rinvio, risulta evidente che l’attività di governo può essere svolta senza interferire con l’azione della giurisdizione e con l’esercizio della giurisdizione.
La pronuncia della Corte costituzionale non ha affatto scalfito la struttura della legge né la sua ratio. L’art. 1 non è stato infatti dichiarato incostituzionale, malgrado nell’ordinanza di remissione vi fosse una richiesta in tal senso, ma è stata ulteriormente ribadita la rilevanza di determinate e concomitanti attività funzionali del presidente del consiglio e dei ministri ai fini della valutabilità in concreto, da parte del giudice, della legittimità dell’impedimento dell’imputato a comparire in udienza. Ritengo quindi sia lecito affermare che ha retto al vaglio della Corte la soluzione che la legge n. 51 del 2010 ha conferito al problema.
Diversa è invece la finalità del referendum abrogativo della legge proposto dall’Italia dei Valori, con il quale viene chiesto al popolo di esprimersi sull’efficacia della norma, ben al di là quindi dell’interpretazione restrittiva fornita dalla Corte. Se questo è il senso dell’istituto referendario, come si evince dalla stessa formulazione del quesito dell’on. Di Pietro, cioè fare sì che questa delicata decisione venga rimessa ai cittadini, ritengo sia da escludere categoricamente ogni iniziativa di carattere normativo volta a sottrarre al popolo una delle sue prerogative costituzionali, e cioè di esprimere il proprio voto.

DI PIETRO: Allora, ministro, sia consequenziale anche lei. Inviti i cittadini a esprimere la propria volontà di popolo sovrano, perché a questo lei si è appellato.
Inviti i cittadini a non astenersi il 12 e il 13 giugno, date del referendum. Perché noi vogliamo che sia la volontà del popolo sovrano a dire se tutti siamo uguali di fronte alla legge o se una persona, solo perché fa il presidente del consiglio o fa il ministro, si può costruire l’agenda politica fissando qualcosa da fare tutti i giorni in cui viene chiamato dal giudice, in questo modo impedendo ai giudici di poter accertare se sia una brava persona o un delinquente.
Noi vogliamo che la legge sia uguale per tutti e noi vogliamo che i cittadini sappiano se qualcuno è una brava persona o un delinquente prima e non dopo che ha governato. Per questo noi eccepiamo nel merito questa legge, perché riteniamo che, proprio per quel principio di pari rango costituzionale di cui si è parlato prima, un ministro o un presidente del consiglio non si possa far fare una legge in Parlamento ogni volta che ha un problema giudiziario, come si sta facendo in queste ore e in questo Parlamento sul processo breve. Vogliamo ricordare che il giusto processo è quello che dà ragione a chi ha ragione e torto a chi ha torto, non quello in cui si prescrive prima del tempo stabilito o quando uno, approfittando del fatto che fa il presidente del consiglio, non si fa processare.
Allora ben venga il voto del popolo sovrano il 12 e 13 giugno. Ma vogliamo che voi del governo mettiate in condizione i cittadini di andare a votare. Avete buttato 350 milioni per non fare l’election day. Con quei soldi potevate fare qualcosa per chi è stato colpito dalla tragedia dell’Aquila, piuttosto che nelle Marche o in altre regioni.

E allora, cittadini, il 12 e il 13 giugno andiamo a votare e mandiamo a casa questo governo, che sta qui non per i vostri interessi ma per gli interessi suoi e soprattutto per quelli giudiziari del presidente del consiglio.

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7 Aprile 2011

La verità di Milano

Credo di fare una cosa utile pubblicando per intero sul mio blog l'articolo del professor Carlo Federico Grosso, uscito oggi su “La Stampa”.
Grosso non è un magistrato ma un avvocato penalista, docente di Diritto penale all'università di Torino. Ha sempre difeso le garanzie degli imputati e anche in materia di intercettazioni nessuno ha mai potuto accusarlo di faziosità.
Tanto più importante mi sembra quindi la lucidità con cui spiega perché, in termini di legge e a norma di Costituzione, la Procura di Milano avesse il preciso dovere di acquisire e trascrivere nei brogliacci le intercettazioni di alcune telefonate in cui il presidente del Consiglio parlava con persone intercettate.
Il Pdl sta facendo una gran cagnara affermando che così è stata violata la legge. La verità è esattamente il contrario: la Procura di Milano avrebbe violato la legge se non avesse acquisito e trascritto quelle intercettazioni.

silvio-berlusconi-intercettazioni.jpg

Il deposito è un atto dovuto

L'articolo 68 della Costituzione stabilisce che l'autorità giudiziaria, quando intende sottoporre ad intercettazione un parlamentare, deve chiedere l'autorizzazione al Parlamento. Può tuttavia accadere che un onorevole venga intercettato “casualmente” nel corso di un procedimento a carico di altre persone o di lui stesso. In questo caso, il magistrato, neppure volendolo, potrebbe premunirsi del placet richiesto. Ed infatti la legge dispone che l'intercettazione casuale è acquisita comunque legittimamente. Il problema riguarda, eventualmente, la sua trascrizione e la sua utilizzazione. Anche qui la disciplina processuale è peraltro chiara. Quando avviene una intercettazione la legge prescrive che la polizia giudiziaria rediga verbali nei quali è trascritto il contenuto della comunicazione intercettata, verbali che, secondo prassi, possono riportare brani dei dialoghi di maggiore interesse. Ciò che è, ovviamente, avvenuto nel caso delle intercettazioni, assolutamente legittime, delle quali si discute. Ulteriore problema. A quali condizioni le intercettazioni casuali dei parlamentari possono essere utilizzate? La sentenza numero 390/2007 della Corte Costituzionale ha stabilito che nel caso in cui intenda utilizzarle nel processo a carico del parlamentare il magistrato deve chiedere l'autorizzazione alla Camera; se intende utilizzarle in processi a carico di soggetti diversi può usarle invece del tutto liberamente. Con riferimento alle intercettazioni casuali di un deputato ritenute irrilevanti la legge soggiunge che il magistrato ne ordina la distruzione, previo, tuttavia, avviso alla parte, che potrebbe avere un suo interesse difensivo alla loro conservazione. Alla luce di queste norme non è difficile inquadrare giuridicamente ciò che è accaduto a Milano. Come ha riferito ieri il procuratore in un comunicato, le intercettazioni in questione (legittimamente acquisite e trascritte nei brogliacci come previsto dalla legge), quando Berlusconi non era ancora indagato sono state depositate al giudice per ottenere la loro proroga. Poiché Berlusconi non era, allora, appunto indagato, esse erano pertanto utilizzate in un procedimento che non lo riguardava in tale veste. Sulla base della legge, non c'era, pertanto, un obbligo di chiedere l'autorizzazione al Parlamento. Nel processo a carico del premier tali intercettazioni non sono, oggi, sicuramente utilizzabili (potrebbero esserlo, invece, insieme ad altre nel processo Ruby bis, dove sono imputate persone diverse). Il loro deposito costituiva, comunque un atto dovuto, poiché la difesa del premier poteva, teoricamente, avere un suo interesse al loro interesse. Il rispetto di una garanzia difensiva, pertanto. Ha quindi ragione il procuratore di Milano nel rivendicare la legittimità della procedura seguita dal suo ufficio.

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28 Marzo 2011

Una legge contro i giudici

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La legge sulla responsabilità civile dei giudici è particolarmente subdola, perché traveste il suo obiettivo, che è semplicemente affibbiare una mazzata alla magistratura, dietro argomentazioni apparentemente ragionevoli e obiettive.
Oggi su “Repubblica” il magistrato e scrittore Giancarlo De Cataldo ha smontato e sbugiardato una per una quelle argomentazioni false dimostrando così a che serve in realtà l’emendamento Pini sulla responsabilità dei giudici.
Credo che dare a questo articolo la massima divulgazione sia una cosa utile per tutti e soprattutto alla verità. Per questo ho deciso di pubblicarlo anche sul mio blog.

LA CATTIVA LEGGE CHE VUOLE PUNIRE LE TOGHE
di Giancarlo De Cataldo
(tratto da La Repubblica del 28/03/2011)

"Proviamo a esaminare i principali argomenti portati a sostegno dell'ormai famoso emendamento-Pini.
Numero uno: i giudici che sbagliano devono pagare. Da come la cosa viene presentata, sembra che non esista alcuna forma di responsabilità. Falso. La responsabilità esiste, e prevede che, in caso di dolo o colpa grave, sia lo Stato a indennizzare il cittadino.
Obiezione, e argomento numero due: appunto, il giudice non paga mai di tasca propria. Falso. Lo Stato ha diritto di rivalsa sul giudice. Obiezione, e argomento numero tre: allora godete di un privilegio castale che vi rende diversi da tutti gli altri cittadini, medici, architetti, ingegneri, i quali, si sa, pagano di tasca propria. Falso. Ci sono almeno due categorie di cittadini che non pagano 'di tasca propria'. Il personale direttivo, docente, educativo e non docente delle scuole materne, elementari, secondarie e artistiche risponde dei danni provocati dagli alunni soltanto in caso di dolo o colpa grave nella vigilanza degli stessi. La causa si propone contro lo Stato che, se ha torto, paga. E poi, sempre che esistano dolo o colpa grave, si puo' rivalere sul singolo, dirigente, insegnante o bidello che sia. Motivo: evitare che la scuola, della quale si riconosce la preziosa, essenziale funzione sociale, diventi una palestra di ritorsioni. Quanto alla seconda categoria di cittadini che 'non pagano di tasca propria', ne fanno parte gli amministratori dei partiti politici, i quali, in virtu' di un articolo della legge sul finanziamento, 'rispondono delle obbligazioni assunte in nome e per conto del partito solamente nei casi di dolo e colpa grave'. A pagare per il partito insolvente, in altri termini, e' lo Stato. Che adempie alle obbligazioni dei partiti attraverso un fondo di garanzia costituito presso il Ministero dell'Economia e delle Finanze, per la precisione presso il Dipartimento del Tesoro. Motivo: il riconoscimento del ruolo centrale dei partiti nella vita politica. Scuola e partiti sono dunque essenziali al funzionamento della societa', e godono di un regime particolare. I giudici no. Quarto argomento: dolo e colpa grave non bastano. Deve essere sanzionato l'errore giudiziario in se'. E infatti l'emendamento Pini introduce la categoria della 'violazione manifesta del diritto' come fonte della pretesa di risarcimento. Osservazione di buon senso: il concetto di 'manifesta violazione del diritto' e' un motivo di ricorso in Cassazione. L'ultimo grado di giudizio esiste proprio per questo, per porre rimedio, all'interno del sistema, ai possibili deficit interpretativi delle norme. Per dirla in termini d'altri tempi, la famosa funzione 'nomofilattica' della Cassazione. Qui l'emendamento Pini smaschera il suo autentico sostrato culturale. Lo fa nella parte in cui prevede l'abrogazione di un'altra norma, quella che esenta il giudice da responsabilita' per 'l'attivita' di interpretazione di norme del diritto e valutazione del fatto e delle prove'. Il diritto secondo l'on. Pini e' mera applicazione della legge. Tesi antica e quanto mai controversa, cara, per intenderci, a Robespierre: in era cibernetica la si potrebbe declinare affidando il giudizio alle macchine e mandando l'uomo a casa. Ci sarà pure un motivo se ancora non ci siamo arrivati. Quinto argomento: l'ampliamento della responsabilità ci viene imposto dall'Europa. Falso, e decisamente tendenzioso. Gli organismi consultivi del Consiglio d'Europa, a partire dalla Carta di Strasburgo del 1998, raccomandano a tutti gli Stati membri di evitare la citazione diretta in giudizio del magistrato, e sconsigliano l'adozione di formule vaghe e indeterminate come 'negligenza grossolana' e via dicendo. La sentenza della Corte di Giustizia Europea che si invoca oggi tratta della responsabilità per violazione del diritto comunitario non del singolo, ma dello Stato. Circostanza che fu autorevolmente ribadita dal governo attualmente in carica quando, il 20 novembre 2008, rispose a un'interpellanza parlamentare degli onorevoli Mecacci, Bernardini e altri, testualmente affermando che 'la normativa posta dalla legge 117/88 (sulla responsabilita' dei magistrati) come rilevato anche dalla dottrina, non e' in contrasto con la decisione della Corte di giustizia richiamata nell'interrogazione'.
Tutti possono cambiare idea, ovviamente. Nel 2000 cambiarono il codice penale perche' i giudici davano pene troppo basse agli incensurati, e bisognava dare un segnale repressivo.
Oggi agli incensurati offrono il processo breve. Tutti possono cambiare idea. Ma e' bene saperlo. Sesto, e ultimo argomento: il popolo vuole che il giudice paghi di tasca propria. Vero. Contro questo argomento c'e' poco da opporre. Trent'anni di bombardamento mediatico hanno scavato a fondo nelle coscienze degli italiani. Da che mondo è mondo ogni processo è una scelta fra due parti. Alla fine c'e' sempre chi vince e chi perde. Da che mondo è mondo lo sconfitto se la prende con il giudice che gli ha dato torto. Da domani avrà al suo fianco, in questa nobile battaglia, la legge".

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13 Marzo 2011

Respingiamo la controriforma

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Berlusconi lo ripete da giorni e per una volta ha proprio ragione. Questa controriforma della giustizia è davvero “epocale”. Se passasse metterebbe infatti fine a un’intera epoca, quella dello Stato di diritto, e ne inaugurerebbe un’altra, nella quale varrebbero princìpi opposti a quelli sanciti dalla nostra Costituzione.
L’obiettivo del governo, aldilà delle belle parole dette solo per propaganda, è abbattere la divisione e il bilanciamento tra i poteri dello Stato, che non solo è previsto dalla Costituzione italiana ma è ovunque la base e il fondamento delle grandi democrazie.
Bisogna riconoscere a questo sciagurato progetto una sua logica e una sua coerenza. Tutto mira infatti a circoscrivere sino ad annullare definitivamente l’autonomia e l’indipendenza dei pm, che dovranno guardarsi dal rischio di dover pagare risarcimenti altissimi, non avranno più autorità sulla polizia giudiziaria, verranno messi sotto il controllo di un’autorità che non sarà più espressione della magistratura e dovranno privilegiare la persecuzione di alcuni reati invece che di altri. Non ci vuole molto a indovinare quali reati verranno considerati prioritari e quali invece finiranno per essere perseguiti bene che vada nel secolo prossimo.
Giustamente Berlusconi ha detto che con queste norme tangentopoli non ci sarebbe mai stata. Infatti quello a cui mira con la sua controriforma è proprio impedire che la corruzione possa essere punita di nuovo come accadde ai tempi di Mani Pulite.
Alla fine la pietra angolare di ogni concezione civile del diritto, sancita dall'articolo 3 della nostra Carta, il concetto per cui la legge è uguale per tutti, sarà stato demolito. I cittadini non saranno più uguali davanti alla legge e per quelli più potenti sarà sancita nei fatti l’impunità.
Capisco che i leader del cosiddetto Terzo Polo vogliano dialogare su questa controriforma. Sono stati per anni alleati di Berlusconi, hanno elogiato molte delle idee che adesso Berlusconi vuol far diventare legge. Non capisco invece come possano essere tentati dal cadere in questa trappola e dialogare con chi vuole fare della Costituzione carta straccia anche alcuni esponenti del centrosinistra. Di fronte a questa controriforma il centrosinistra ha secondo me un solo dovere: contrastarla con ogni mezzo possibile in Parlamento e fuori dal Parlamento, fino a sconfiggerla definitivamente.

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10 Marzo 2011

Riforma e controriforma

Questa la mia intervista di oggi a La Gazzetta del Mezzogiorno. Si parla anche di riforma della giustizia, per la quale IdV ha presentato una risoluzione alla Camera con cui spieghiamo perchè questa riforma non ci piace, e quali sarebbero a nostro avviso i punti per una vera riforma della giustizia. Questi i punti essenziali, qui invece trovate la risoluzione integrale.

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Il governo si appresta a varare la riforma della giustizia. La maggioranza vi accusa di criticarla senza averla letta.
Hanno detto che intendono modificare l’obbligatorietà dell’azione penale, limitare l’indipendenza della magistratura, affidare al Parlamento l’individuazione dei reati da perseguire annualmente, intervenire finanziariamente per togliere mezzi e strumenti ai magistrati. Vogliono poi intervenire sui tempi processuali, togliere gli strumenti, a cominciare dalle intercettazioni, modificare il modello di nomina della Corte costituzionale per condizionarla con la maggioranza del momento. Tutte queste cosiddette riforme non solo sono inutili ma sono dannose. Questa riforma difende il delinquente e punisce la parte lesa.

Il ministro Alfano è andato dal presidente Napolitano. Cortesia istituzionale o tentativo di avere un via libera preventivo?
Non so se sia andato o se sia stato chiamato dal presidente della Repubblica in un richiamo preventivo, prima che si accinga, come ministro, ad emanare provvedimenti che costituiscono un attentato alla Costituzione. Oggi sono andato a fare visita all’Anpi, ai partigiani che ci hanno dato questa Costituzione e si sentono mortificati da questo governo che, per basse ragioni di impunità personale, sta umiliando il sangue dei nostri padri.

E lei cosa si aspetta dal presidente della Repubblica?
E’ il popolo italiano che non solo può, ma è chiamato ad intervenire, mettendo la parola fine a questa vicenda, triste e tragicomica, di questo gruppo piduista che è andato al potere e che sta travolgendo le regole del gioco. Queste sono riforme costituzionali e non potendo avere i sue terzi in Parlamento, saranno sottoposte a referendum. E sono certo che i cittadini non saranno complici di questo scempio.

Qual è l’aspetto della riforma che suscita maggiormente la sua indignazione?
Ma non c’è una proposta che sia accettabile, perché ogni punto ha come obiettivo l’impunità e impedire al magistrato di fare il suo dovere.

La maggioranza sostiene la tesi che se i magistrati sbagliano, non pagano mai. Converrà che è un argomento un po’ popolare. Lei che dice?
Una cosa è l’errore e un’altra è il dolo. Ricordo che sono stati condannati i giudici Squillante e Metta perché hano venduto la loro funzione. Non abbiamo mai detto che il magistrato può permettersi di sbagliare. Nei loro confronti c’è già una legge che interviene in caso di errore e io ho proposto un disegno di legge che aumenta i casi di responsabilità dei magistrati.

Lei voterebbe Monti come candidato a Palazzo Chigi?
Nell’iperspazio delle congetture credo che si possa prendere un elenco telefonico di persone che potrebbero candidarsi. Ora sarebbe fuori luogo individuare un candidato senza sapere per fare che cosa e con quale squadra. Oggi è prioritario costruire un’alternativa programmatica e poi la squadra. Ho presentato tre quesiti referendari: energia alternativa, la pubblicizzazione dell’acqua e l’applicazione della legge uguale per tutti, anche per i ministri e parlamentari. Non so quale sia l’opinione di Monti su questi temi.

Bersani ha rilanciato l’alleanza con il Terzo polo. Che dice?
Non faccio il difensore d’ufficio di Bersani, ma non ho letto la volontà di rompere il sistema bipolare e andare ad un sistema a più poli. Ha proposto una cosa più nobile che condivido: ricostruire le regole del gioco tutti insieme dopo le macerie lasciate da Berlusconi.

A Napoli de Magistris va avanti. Non sembra il modo migliore per cementare i rapporti con il Pd.
E’ una domanda da fare al Partito democratico che non è riuscito a trovare la forza per individuare un candidato condiviso né ad indicare una discontinuità con una politica ingovernabile, portata avanti anche dai suoi esponenti a Napoli. Noi abbiamo atteso le loro primarie che si sono risolte con una guerra intestina. Adesso sentiamo il dovere di lanciare un candidato che per la sua caratura può rappresentare la discontinuità dalle politiche clientelari del centrosinistra e la netta contrarietà alla politica dei Casalesi piuttosto che dei Cosentiniani. Il Pd ci deve dire: perché non de Magistris?

Che farete in Senato sull’autorizzazione a procedere sul caso Tedesco?
Voteremo sì perché il Parlamento deve, o dovrebbe, solo limitarsi a valutare se c’è il ‘fumo persecutionis’. Il che mi sembra da escludere. Il resto spetta ai giudici.

E Vendola, come esce politicamente da questa vicenda?
Vendola deve partecipare a quel processo ma da parte offesa, non da imputato. Perché è stato tradito.

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22 Febbraio 2011

Una bella differenza

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Ho ricevuto e pubblico volentieri queste riflessioni di Daniele Martinelli sulla differenza tra giustizia mediatica e Giustizia, quella vera.

Chi parla di "giustizia mediatica", riferendosi a un'escalation ventennale di giustizia e spettacolo senza paragoni nel mondo occidentale, non specifica che tutto ciò riguarda i processi coi plastici di Cogne in prima serata a Porta a Porta, gli Stasi sotto processo per omicidio della fidanzata fotografati come fossero vip nelle movide milanesi, le Sarah Scazzi nei pomeriggi delle D'Urso e dei Lamberto Sposini e, non ultimo, il fallito tentativo di spettacolarizzare la sparizione di Yara Gambirasio. La troppa nera e giudiziaria sui giornali e tv cui si riferisce Giorgio Napolitano è questa. E' il prodotto marketing meglio riuscito delle televisioni a controllo berlusconiano "senza paragoni nel mondo occidentale" la giustizia spettacolarizzata che serve a censurare i processi veri, quelli di corruzione, evasione fiscale e collusioni con la mafia che investono molti colletti bianchi in carica, guarda caso a partire dal presidente del Consiglio.
L'intreccio tra magistratura e stampa risponde al dovere di cronaca che investe personaggi pubblici come i politici. Noi giornalisti siamo abbastanza bravi nel pubblicare le intercettazioni nella loro essenzialità proprio per rendere chiari a chi ci legge i motivi delle richieste di rinvio a giudizio da parte di quei magistrati inquirenti, che fino a prova contraria rispondono all'obbligatorietà dell'azione penale e all'accertamento dell'esistenza di reati da sottoporre ai giudici. La sofferenza degli imputati, è uguale a quella degli innocenti che diventano tali grazie alle intercettazioni, dei poliziotti senza più soldi per mettere benzina nelle auto e dei magistrati rimasti senza cancellieri e senza carta per le fotocopie nei tribunali. Da cronista giudiziario quale sono io, non mi sono mai imbattuto in magistrati amanti dello show televisivo. Da Clementina Forleo a Ilda Boccassini, da Giancarlo Capaldo fino al "famigerato" (per definizione di Berlusconi ndr) Fabio De Pasquale, vi sfido a trovare una sola loro dichiarazione di fronte alle telcamere. Al contrario, sono i politici imputati e spesso condannati che vanno a fare i magistrati nei talk show senza averne le competenze e ad assolvere preventivamente i loro colleghi con teorie strampalate.
L'ex presidente della Camera e della commissione parlamentare antimafia Luciano Violante del Pd, è lo stesso che pregò Berlusconi di continuare a governare dopo la bocciatura del lodo Alfano da parte della Consulta (organo costituzionale non politico che Berlusconi oggi vorrebbe cambiare) pur augurandosi (il 23 gennaio 2010 su Repubblica a pagina 4) che il "diritto democratico" torni "ai principi della Costituzione" visto che "la fonte della degenerazione costituzionale sta nell'anomala e straordinaria concentrazione di potere economico-mediatico-politico della stessa persona". Una vergogna da Paese sudamericano. Altro che berlusconiani e antiberlusconiani!
Delegittimazione e toni sopra le righe sono il frutto della disinformazione di chi le causa.
Berlusconi è ora imputato in cinque procedimenti diversi: corruzione in atti giudiziari nel processo Mills (condannato in appello e prescritto in Cassazione), appropriazione indebita e frode fiscale nel processo Mediatrade (reati contestati fino al 2009), appropriazione indebita nel processo Mediaset, concussione e prostituzione minorile con rito immediato nel Rubygate. In nessun regime africano-asiatico-sudamericano c'è un capo di governo in carica nelle condizioni di Berlusconi. L'innocenza, prima che la sua presunzione, il presidente del consiglio dovrebbe dimostrarla in aula con le sue difese (come detto ieri da Napolitano) togliendo la sua ingombrante figura dalle sacre istituzioni fin a che non sarà stato assolto.
Nell'attesa di conoscere con quali alchimie si potrà dimostrare che Mills è l'unico corrotto della storia giudiziaria mondiale senza corruttore, possiamo auspicare solo una classe dirigente pulita e al di sopra di ogni sospetto. Farebbe bene anche a tanti bravi amministratori di quella parte politica che vengono quotidianamente scavalcati nelle istituzioni dalle Nicole Minetti di turno.
Per dovere di cronaca, è bene ricordare che il segreto istruttorio non esiste più dal 1989 e che le "sistematiche fughe di notizie" dalle procure già perseguibili per legge, diventano pubbliche quando gli indagati sanno di esserlo. Tanto per rimanere ai fatti, la "gogna quotidiana" che tanto fa gridare allo scandalo ha di recente prodotto le dimissioni di un deputato laburista inglese per tangenti e dell'ex presidente di Israele condannato a 16 anni per abusi sessuali su 7 delle sue 9 segretarie, senza contare il rischio impeachment che incontrò Bill Clinton dopo le rivelazioni di Monica Lewinski. In merito scrive anche Calvi sul Riformista, ma è bene ricordare che l'editore di quel giornale è Giampaolo Angelucci, imputato a Bari per aver regalato mezzo milione di euro alla lista "La Puglia prima di tutto" dell'attuale ministro Fitto (imputato) per ottenere in cambio un appalto da 190 milioni in 11 cliniche regionali senza bando pubblico.
Ultima precisazione: l'inchiesta "Why not", di Luigi De Magistris, ha prodotto l'imputazione per corruzione in atti giudiziari dell'ex procuratore di Catanzaro Mariano Lombardi e per reati collegati la moglie Maria Grazia Muzzi, del di lui figlio di precedente relazione Pierpaolo Greco, del procuratore aggiunto di Catanzaro Salvatore Murone (trasferito), dell'ex procuratore Dolcino Favi, dell'ex leader della Compagnia delle Opere calabrese Antonio Saladino, del senatore del Pdl Giancarlo Pittelli e dell'ex sottosegretario alle Attività produttive Giuseppe Galati (marito della leghista Carolina Lussana).
Secondo il gup Vincenzo Pellegrino della procura di Salerno i politici avrebbero allungato tangenti e promesso favori all'ex procuratore e ai suoi figli pur di impedire a Luigi De Magistris di continuare le indagini sulla sparizione di milioni di fondi pubblici europei. La precisazione è importante perché quel "magistrato censurato dal Csm" è il parlamentare più votato alle ultime elezioni europee dopo Silvio Berlusconi e attuale presidente della Commissione controllo Bilancio a Bruxelles con i colori dell'Italia dei valori. Partito per il quale io curo l'informazione giudiziaria: censurata, quella sì, dalle tivù e mal spiegata.

Con stima
Daniele Martinelli

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17 Febbraio 2011

La nostra coerenza




Stamattina alla Camera l’Italia dei Valori ha votato insieme alla maggioranza contro un emendamento dell’Udc. Lo abbiamo fatto perché eravamo d’accordo sul rendere inapplicabile il giudizio abbreviato per i delitti puniti con l’ergastolo. Non ci sembrava e non ci sembra giusto che chi è imputato per delitti gravi, punibili con l’ergastolo, possa decidere di accorciarsi da solo la pena scegliendo il rito abbreviato.

Senza il nostro voto quell’emendamento sarebbe passato, il governo sarebbe stato battuto e quindi c’è stato subito qualche scervellato che ci ha accusato di aver “salvato la maggioranza”. Secondo queste critiche noi avremmo dovuto affossare una provvedimento giusto e che avevamo anche cofirmato, rendere più difficile il lavoro dei magistrati, massacrare la giustizia e fare un danno al Paese solo per toglierci il gusto di fare un dispetto alla maggioranza.

Mi dispiace tanto, ma non è questa la nostra idea di responsabilità politica. Per noi dell’Italia dei Valori si vota secondo coscienza e non per partito preso o per fare dispetto a qualcuno. Siamo sempre stati favorevoli a una politica di rigore, anche nella sanzione. Siamo convinti che chi ammazza una persona debba andare in galera senza poter fare il furbo e ridursi la pena chiedendo il rito abbreviato, e non siamo disposti a tradire le nostre convinzioni per la soddisfazione di mandare sotto una volta la maggioranza.

Berlusconi va battuto nel voto di fiducia, trovando quei 316 deputati disposti a mandarlo a casa senza farsi comprare dai suoi regalini, e per raggiungere questo obiettivo bisogna mettere in campo, anche in Parlamento, una vera e strenua opposizione, cosa che sinora solo noi dell’Italia dei Valori abbiamo fatto e intendiamo continuare a fare.

Tutto il resto sono chiacchiere che denotano una concezione dell’etica politica che proprio non possiamo accettare.

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9 Febbraio 2011

Processo breve: vogliamo reagire?

Vi rendete conto di quello che sta succedendo? Berlusconi sta organizzando un'altra legge ad personam. Nei giorni scorsi, per televisione, con il gobbo davanti, ha detto: "Italiani, da domani in poi ci occuperemo di un nuovo Piano casa, di un nuovo Piano sud, di rilancio dell'economia, di occupazione e lavoro". Poi lui e i suoi lacchè hanno fatto finta di arrabbiarsi per il fatto che noi dell'opposizione, che voi, insomma che tutti insieme non ci abbiamo creduto. "Ma come - abbiamo detto - è dal '94 che racconta sta storiella, e adesso lo vuole fare davvero?". Ma abbiamo comunque pensato: "Va bene, porta in Parlamento tutte queste idee e vediamo". E le ha portate, in Parlamento: una si chiama processo breve, una intercettazioni, una responsabilità civile dei magistrati. Tutti provvedimenti che non servono a dare una casa in più, magari ai rom che muoiono bruciati, non servono né per rilanciare il sud né per ridare un'economia più equa al nord. Servono soltanto a lui. Oggi voglio dirvelo in dipietrese, che cos'è il processo breve.

Ieri il ministro Alfano si è arrabbiato: "Non si deve chiamare processo breve, ma ragionevole durata dei processi". Bellissimo, tutti vogliono un processo che abbia una ragionevole durata. Ma il problema non è la durata, è il risultato. Si dovrebbe partire dal presupposto che entro un certo tempo si deve avere un risultato. Invece la loro riforma prevede che entro un certo tempo o c'ho un risultato o il processo non si fa più. Questo significa che passato un certo periodo il processo si ferma e quelli che hanno ragione si ritrovano cornuti e mazziati.

Tutte le vittime dei reati non potranno più avere giustizia. E a tutte le persone imputate rimarrà per sempre l'alone del dubbio perché non hanno potuto scagionarsi. Tutti vogliamo un processo breve. Ma per fare che cosa? Per avere una sentenza e sapere chi c'ha ragione e chi torto. Qual è la proposta di Berlusconi, Alfano, Ghedini e compagnia bella, invece? Alla magistratura, loro dicono: "Ti tolgo gli strumenti, i soldi, il personale, le strutture e pure la carta dove scrivere, e poi siccome non lo fai entro un certo tempo non lo puoi fare più". Insomma, devi mangiare presto. Però, o mangi entro mezzogiorno in punto o non mangi più, e al tempo stesso ti tolgo forchetta, piatto e pastasciutta. Scommetti che non mangi entro mezzogiorno? Scusate la semplificazione, ma vogliamo reagire o no? Credo sia importante farlo prima che sia troppo tardi. Non vogliamo trasformare il nostro Paese nel nuovo Egitto, dove c'è un raìs. Dobbiamo opporci prima che sia troppo tardi. E come? Scordate che Berlusconi si dimetta. Questo non si dimetterà mai, perché sta bene lì dove sta. Bisogna schiodarlo dalla sedia, ma il Parlamento non lo farà perché la maggior parte dei deputati non verrebbero rieletti e stanno bene lì a scaldare la poltrona. Quindi facciamo le manifestazioni di piazza, sì, tante, ma devono essere finalizzate a un risultato.

Uno può essere il referendum. Il mese di maggio ci sono i referendum per i quali abbiamo raccolto le firme, noi dell'Idv, il Comitato per l'acqua pubblica. Quattro referendum fondamentali: due sull'acqua pubblica, uno sul nucleare. Perché pure Gesù Cristo diceva che acqua e aria dovevano essere libere. Ma soprattutto c'è il referendum sul legittimo impedimento. Noi abbiamo raccolto le firme per dire: vuoi o non vuoi che Berlusconi continui a fare leggi ad personam? Allora, se tutti insieme, queste manifestazioni le finalizziamo a uno scopo concreto, ai referendum, affinché almeno il 51% dei cittadini vada a votare, noi lo abbiamo disarcionato. Quel referendum sarà il giudizio di Dio, che, come è giusto in una democrazia, spetta ai cittadini. Volete o no tenervi Silvio Berlusconi? Armiamoci di santa pazienza e di santa determinazione e mandiamolo a casa con i referendum.


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23 Gennaio 2011

Le responsabilità politiche di Cuffaro

BerlusconiCuffaro.jpg

Poveraccio quel Paese in cui ci si deve stupire se un politico condannato, invece di gridare che i magistrati sono dei farabutti e di denunciare complotti contro di lui, ha dichiarato – dopo aver appreso della condanna definitiva a 7 anni di reclusione per favoreggiamento alla mafia - di rispettare la magistratura e, invece darsi alla fuga (come ha fatto a suo tempo il latitante Craxi, a cui ieri hanno incoscientemente inaugurato una strada a Lissone) si è andato a costituire al carcere di Regina Coeli.
Non sappiamo se Cuffaro si sia comportato in tal modo per chiudere con uno scatto di dignità ed orgoglio la sua carriera politica (ma ce e glielo lo auguriamo) oppure se sia solo un’ennesima trovata per confondere le acque e per poter usufruire prima e più rapidamente di qualche sconto di pena o beneficio carcerario.
Sappiamo, però, che il carcere per i condannati definitivi per fatti gravi (come quelli per cui è accusato Cuffaro, ma anche per altri reati come la prostituzione minorile o la concussione, reati per i quali è accusato Berlusconi) dovrebbe essere la norma. Invece è un caso eccezionale e per questo – in attesa di verificare la bontà delle intenzioni di Cuffaro - bisogna riconoscergli un rispetto delle istituzioni che è mancato e manca ad altri politici pure finiti sotto inchiesta e soprattutto al Presidente del Consiglio Berlusconi.
Questa presa d’atto delle sue “buone intenzioni” ovviamente non toglie nulla alle responsabilità penali e politiche di Cuffaro. La Corte di Cassazione di Palermo ha confermato in pieno la condanna per favoreggiamento aggravato nei confronti di Cosa nostra e violazione del segreto istruttorio. Quando era Presidente della Regione Sicilia, infatti, Cuffaro invece di fare gli interessi della sua regione e della istituzione che guidava, passava al re della sanità privata siciliana Michele Aiello informazioni preziose sulle inchieste che lo riguardavano. Aiello non era però solo uno dei tanti malfattori che hanno trasformato la sanità, specialmente nelle regioni del Sud, in una vacca grassa da mungere arricchendosi alle spalle dei poveri cristi che in quegli ospedali dovrebbero essere curati. Era anche un uomo molto vicino ai boss corleonesi, un alleato e un protetto di Bernardo Provenzano. Passare informazioni a lui era come passarle a Cosa Nostra. Ed infatti Aiello è stato condannato – con la stessa sentenza che ha condannato Cuffaro – a 15 anni di reclusione ed anche lui si trova ora in carcere, come in carcere è finito il maresciallo dei carabinieri Giorgio Riolo, condannato a 7 anni e cinque mesi che invece di fare il suo dovere si era venduto anche lui alla mafia.
La sentenza definitiva di Palermo conferma quello che noi dell’Italia dei Valori sapevamo e sappiamo benissimo, e che ripetiamo da anni, e cioè che in Italia la giustizia c’è e funziona bene.
O meglio funzionerebbe bene se non si mettessero continuamente di mezzo personaggi che si trovano a fare due parti in commedia: all’un tempo, imputati e lesi latori che devono fare le leggi. Ci si può aspettare da costoro che, come governanti, facciano leggi che aiutano quella giustizia da cui, come imputati, devono difendersi e che sperano che sia il meno efficiente possibile?
Delle responsabilità penali di Cuffaro si è occupata, come è giusto e doveroso, la magistratura, ma l’ex governatore della Sicilia ha anche grandissime responsabilità politiche. Aveva costruito un enorme sistema di potere fondato sulla clientela, sui favori fatti in cambio di voti e appoggi. Ma i Cuffaro non vengono dal niente, non spuntano di notte come i funghi. Sono anche loro figli di un sistema di potere e di corruzione diffusa, sono il risultato di un intreccio fra la politica e il malaffare che c’è ancora e che non finisce certo con la condanna di Totò Cuffaro.
Mettere fine a quel sistema di potere è compito della politica, non della magistratura. Questo compito oggi in Sicilia non lo sta certo assolvendo la nuova maggioranza radunata intorno al presidente Lombardo, l’erede del potere e dei metodi di Cuffaro. Per questo noi dell’Italia deiValori, in Sicilia, non siamo entrati e non entreremo in una maggioranza che non ha nessuna intenzione di combattere il sistema di potere dei Totò Cuffaro e dei Michele Aiello, e che per questo non potrà mai contare sul sostegno di chi come noi è nato per battere quel sistema corrotto di potere e quel modo di intendere la politica.
Partito democratico avvisato mezzo salvato: sì perché il PD è oggi al Governo regionale in appoggio del governatore Lombardo, erede politico del metodo clientelare di Cuffaro (ma anch’egli sotto indagine per fatti di mafia).

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19 Gennaio 2011

Alfano complice di Berlusconi

Il mio intervento di oggi alla Camera dei Deputati:

Signor ministro della Giustizia, abbiamo ascoltato il suo intervento e me lo lascio dire, lei ha fatto un elenco del tutto burocratico di ciò che questo governo avrebbe realizzato quest’anno. Una lista che già di per sé dice quanto poco ha fatto questo esecutivo. Ma da lei, ministro della Giustizia, oggi nella relazione al Parlamento ci saremmo aspettati ben altro. Ovvero avremmo voluto sapere qual è la politica giudiziaria di questo governo. Lei si è limitato a raccontarci gli sforzi che sta facendo per cercare di informatizzare il settore, di rendere alcuni servizi telematicamente più efficienti e di fare i concorsi. Tutto per cercare di fare qualcosa, quindi ammettendo che di fatto, ben poco ha potuto e può fare perché le risorse finanziare non ci sono, anzi, sono state decurtate.
Si è arrampicato sugli specchi dicendo che i fondi non sono necessari per far funzionare la giustizia. Io ritengo che senza il pane non si mangia, senza soldi la giustizia non può funzionare. Vede ministro, da lei ci saremmo aspettati ben altra cosa, ben altra scelta di campo che non ha fatto, o meglio, con il suo silenzio una posizione l’ha comunque presa. Lei non ha difeso il budget finanziario minimo necessario per sopperire alle esigenze degli uffici giudiziari, perciò oggi, mentre lei sta qui a magnificare il nulla, nelle aule, nei tribunali non ci sono né strumenti, né spazi, né personale e manca persino la carta per poter andare avanti.
Lei ci ha spiegato che le piacerebbe realizzare un Piano di efficienza e funzionalità del sistema della giustizia, però di fatto, nell’ultima parte del suo discorso, ci ha riferito un serie di cose che non ha potuto portare a termine. Questo è il fallimento della politica governativa sua e del suo governo. Noi da lei ci saremmo aspettati alcuni interventi precisi.
Ad esempio, il presidente del Consiglio, il suo presidente, ancora ieri ha accusato la magistratura di essere un organo eversivo dello Stato. Lei è ministro della Giustizia: che sta facendo per salvaguardare l’onore, la dignità e la funzione dei magistrati italiani? Con il suo silenzio si sta rendendo complice di un’affermazione gravissima, fatta da un presidente del Consiglio che, proprio perché sottoposto a indagini, accusa i giudici di far parte di un organo dissidente. Lei, ancora oggi, ha ribadito che vuol mettere mano alle intercettazioni. Allora mi chiedo, perché? Forse perché ha letto le intercettazioni di questi giorni riguardanti Berlusconi? Perché allora non è intervenuto nei confronti del presidente del Consiglio quando è stato l’utilizzatore finale di conversazioni trafugate da Raffaelli a Milano, che sono poi state utilizzate per delegittimare il segretario politico di un partito d’opposizione, l’onorevole Piero Fassino? Quello dovrebbe fare un ministro, da lei ci aspettiamo una scelta politica e una presa di posizione sull’indirizzo che vuol dare alla giustizia, non una lista burocratica di quanti computer ha comprato con quei quattro soldi che è riuscito a portare a casa.
Lei doveva dirci oggi da che parte sta nel momento in cui i magistrati chiedono di perquisire una dipendenza di un parlamentare che, in quanto tale, non vuol far fare alla magistratura il suo lavoro. Lei non si è espresso perché pensa che la sua sia una funzione ragionieristica e non di politica giudiziaria. Ha raccontato ciò che avrebbe fatto durante quest’anno, ma ha dimenticato di dire che voleva togliere ai magistrati la possibilità di indagare attraverso le intercettazioni telefoniche e di scoprire il marciume in cui vivono le istituzioni italiane. È stato il promotore del cosiddetto processo breve, del legittimo impedimento e dello scudo fiscale. Lei, ancora in questi giorni, è stato smentito dalla Corte Costituzionale. Lei che per la terza volta, due volte direttamente e la terza dando comunque il suo assenso, ha fatto o è stato promotore di leggi ad personam che servivano soltanto a garantire l’immunità al presidente del Consiglio.
Lei ci ha raccontato che ha fatto tante cose in materia di giustizia, ma la politica giudiziaria del suo governo è stata soltanto tesa a screditare l’operato dell’ordine giudiziario, ogni qual volta i magistrati alzano il tiro delle loro attività nei confronti dei colletti bianchi, dei signori della politica, degli affari e dell’imprenditoria rapace e piena di evasori fiscali. La sua è una politica giudiziaria a doppia velocità: forte e dura nei confronti dei “poveri cristi” che magari hanno la sola colpa di trovarsi in un barcone alla mercè di un mare disperato in tempesta, e invece è totalmente cieca e assente nei confronti della criminalità istituzionale e di quella imprenditoria sanguisuga che non paga le tasse e si serve di scudi fiscali in Italia o di paradisi fiscali nei luoghi tanto cari al suo presidente del Consiglio.
Lei ha avallato più di tutti le leggi personali ed è per questo che riteniamo ipocrita il suo intervento di oggi. Si è nascosto dietro un elenco burocratico che non dice nulla, anzi fa di più: si prende dei meriti che non ha. È vero, la magistratura e le forze dell’ordine in questi mesi hanno fatto il loro dovere, ma io aggiungo “nonostante questo governo, nonostante voi cerchiate di fermarli.”
Lei stesso ha ammesso, nell’ultima parte del suo discorso, che manca una riforma radicale del sistema giustizia. E che ci sta a fare allora? Negli ultimi 15 anni siete stati al potere e non avete fatto nulla per far procedere meglio il settore. Anzi, tante ne avete fatte e cercato di fare, anche screditando e mortificando la Costituzione, pur di non far funzionare il sistema giustizia.
Sono mancate le riforme necessarie in materia di magistratura onoraria, in materia di funzionalità dell’organizzazione giudiziaria, di riorganizzazione geografica delle circoscrizioni giudiziarie. Lei ha mantenuto del tutto inalterata l’arretratezza della struttura degli uffici giudiziari. Ecco perché noi contestiamo questa sua relazione.
Perché, ad esempio, non si decide a fare un provvedimento semplice, che non costa una lira: reintegrare tutti i magistrati che sono fuori ruolo e riassegnare alla magistratura ordinaria tutte quelle cause che ora vengono fatte attraverso gli arbitrati, permettendo alle amministrazioni di gettare soldi a favore dei privati.
Questo dovrebbe fare come ministro e non solo avallare leggi personali che servono agli interessi del suo presidente del Consiglio. Lei dovrebbe occuparsi di rivedere i gradi della giustizia, perché tre gradi di giudizio in questo momento sono davvero troppi, allungano i tempi. Lei dovrebbe rivedere e fare proposte in materia di contumacia, di notificazione, di impugnazione, anche prevedendo le reformatio in peius, prevedendo pagamenti e sanzioni per chi ricorre strumentalmente all’autorità giudiziaria, semplicemente per sfuggire al giudizio.
Ministro, concludo chiedendole: tra qualche giorno la Camera dovrà decidere se autorizzare la magistratura di Milano a procedere con la perquisizione di dipendenze del presidente del Consiglio, perché non ha fatto una norma in base alla quale il premier venga escluso dalla votazione su una cosa che lo riguarda in prima persona? Non ritiene che sia un grande conflitto d’interesse? Senza i voti del vostro governo non si avrebbe una maggioranza per garantire al presidente del Consiglio di rimanere lì dov’è. Questa non è giustizia, è giustizia a casa propria.

La mia intervista di oggi rilasciata al giornalista Alessandro Gilioli del sito dell'Espresso:

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14 Gennaio 2011

A nessuno può essere garantita l'impunità


Ogni volta che deve assumersi le responsabilità dei suoi comportamenti il caimano si difende strillando di essere perseguitato, e i suoi parlamentari fanno a gara per urlarlo ancora più forte di lui. Lo hanno fatto anche oggi, dopo la notizia dell'indagine in corso a Milano in cui Berlusconi è indagato per ipotesi di reato molto gravi: concussione e prostituzione minorile.
Ma quale persecuzione e persecuzione! Vorrei sapere cosa dovrebbe fare, secondo questi signori, un magistrato quando un presidente del Consiglio telefona addirittura personalmente alla Questura di Milano per fare liberare una sua amichetta, racconta balle grosse come una casa e fa passare la ragazza per la nipote del presidente egiziano Mubarak.
Vorrei sapere cosa deve fare un sostituto procuratore se dispone di elementi tali da indurre il ragionevole sospetto che il presidente del Consiglio abbia coscientemente avuto rapporti prezzolati con una minorenne. Dovrebbe mettere tutto a tacere e venire meno al proprio preciso dovere, solo per non disturbare il manovratore?
Bisognerebbe al contrario riconoscere alla Procura di Milano di aver aspettato, con grande senso di responsabilità, il voto della Corte costituzionale sul legittimo impedimento prima di inviare al presidente del Consiglio l'invito a comparire, per non influenzare l'opinione pubblica alla vigilia di quella importantissima sentenza.
Le indagini proseguiranno e, se verrà rinviato a giudizio, Berlusconi dovrà difendersi da queste gravissime accuse nella sede opportuna, cioè in Tribunale. Farà il possibile per evitarlo, come ha fatto in tutti questi anni riuscendo sinora a raggiungere sempre il suo unico scopo: quello di farla franca allungando il brodo fino a raggiungere i tempi della prescrizione.
Questo perché la sentenza della Corte costituzionale di ieri lascia a lui e ai suoi furbi avvocati ampi spiragli per continuare con il solito giochetto. La Consulta ha, infatti, affermato che Berlusconi deve smettere di fare leggi e leggine per sottrarsi ai processi e che deve rassegnarsi all'idea che nel nostro Paese la legge è uguale per tutti. Però, anche dopo i tagli effettuati dai giudici costituzionali, la legge sul legittimo impedimento gli offre scappatoie e vie di fuga. D'ora in poi possiamo stare sicuri che dall'alba al tramonto il caimano sarà sempre impegnato nella preparazione di qualche importantissima azione di governo e se i giudici gli intimeranno di presentarsi lo stesso in tribunale i suoi avvocati avanzeranno il conflitto di attribuzione, raggiungendo così lo stesso il loro scopo, ovvero perdere tempo per assicurare all'imputato l'impunità.

Per evitare che questa presa in giro, che già dura da anni e anni, prosegua ancora, i cittadini hanno un solo mezzo: votare per l'abrogazione totale di quella legge nel referendum promosso dall'Italia dei Valori. Affermare con le armi della democrazia il princìpio per cui la legge è uguale per tutti e a nessuno può essere garantita l'impunità. Dovremo essere noi tutti a dire, col voto, a Berlusconi: “Deciditi a comportarti come un normale cittadino, con i tuoi diritti e anche con i tuoi doveri. Invece di perdere tempo telefonando alla questura per raccontare balle sulla nipote di Mubarak, vai in Procura a spiegare le tue ragioni. Come facciamo noi tutti”. Come si fa nei paesi democratici.

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8 Gennaio 2011

In ricordo di Beppe Alfano, e di tutte le vittime di mafia




Oggi sono a Barcellona Pozzo Di Gotto, in Sicilia, per ricordare Beppe Alfano, un giornalista che ha cercato di combattere la mafia e per questo è stato ammazzato. In questi giorno si tengono le ricorrenze di tanti altri, come lui, morti ammazzarti.
Il problema è uno e uno solo: perché tutto questo è accaduto? Perché segmenti delle istituzioni, pezzi dello Stato hanno colluso con la mafia. Siccome non voglio apparire come quello che parla senza citare fatti e circostanze, leggetevi la sentenza Andreotti: sette volte presidente del Consiglio, è stato prescritto per mafia. Leggete cosa dice il figlio di Vito Ciancimino, sindaco di Palermo e uomo mafioso. Studiate la storia di Salvo Lima… questa era la mafia di allora, quella che trattava con lo Stato.
La domanda è: ma oggi lo Stato tratta ancora con la mafia? Oggi è peggio, non ha più bisogno di contrattare con essa perché sta dentro lo Stato. Dell’Utri è stato condannato in appello per fatti di mafia. La Commissione Antimafia, i magistrati, stanno cercando di capire perché, ad un certo punto, invece di ammazzare, l’organizzazione mafiosa ha preferito votare uomini politici che facessero i suoi interessi.
Ecco, per il rispetto che dobbiamo a Beppe Alfano, a Mattarella e a tanti altri, noi dobbiamo denunciare questi fatti e non abbassare mai la guardia.
Beppe Alfano aveva un torto, abitava in un posto, qui vicino, e di fronte a lui abitava Santapaola e a 50 metri Cattaneo. Quindi da cittadino, prima ancora che da giornalista, si era reso conto di chi erano questi personaggi e di cosa facevano. Non è stato zitto, coma invece fanno tanti, ma ha cercato di denunciarli alla magistratura e all’opinione pubblica. Purtroppo sappiamo la fine che ha fatto.
Noi, in suo ricordo, vogliamo impegnarci affinché venga riscritta la pagina di verità, quella delle contiguità fra mafia e politica e, soprattutto, venga impedito che la criminalità si appropri della politica e continui a farsi gli affari suoi. Perché oggi la mafia non è più solo qui a Barcellona Pozzo di Gotto; quella che comanda è soprattutto nelle piazze finanziarie, nei mercati, nelle tante Milano sparse in Italia e nel mondo. Per questo rinnoviamo il nostro impegno a contrastare questa piaga.

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5 Gennaio 2011

In ricordo di due grandi giornalisti

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Il 5 gennaio del 1984 la mafia uccideva Pippo Fava.
L’8 gennaio del 1993 sempre la mafia uccideva un altro valoroso giornalista, Beppe Alfano, padre di Sonia, deputata al Parlamento europeo ed eletta, come indipendente, nelle liste dell’Italia dei Valori. E' bene ricordare questi due eroi dell’informazione, visto che in quei giorni si parla di tutto, tranne che di mafia.
Pippo Fava era uno di quei giornalisti che, pur di raccontare la verità, poteva rimanere senza lavoro, fondare una rivista dal nulla e continuare a scrivere di mafia. Uno di quelli che già negli anni '70 vedeva la mafia come un fenomeno diverso, guardandola in modo più ampio e considerandola nella sua complessità. Fava, da siciliano, diceva che la Mafia, quella veramente pericolosa per tutto il Paese, stava in Parlamento, nelle istituzioni.
In Italia, dove i rapporti tra mafia e Stato non vengono mai chiariti, il giornalismo come quello che faceva lui è indispensabile.
Oggi che alcune di quelle relazioni stanno venendo a galla, in un periodo nel quale siamo vicini come mai alla verità, abbiamo l'obbligo di ricordare le parole di chi pur consapevole dei rischi che stava correndo, come sono tutte le vittime della mafia, non si è fermato e ha continuato a denunciare.
Tra qualche giorno, l'8 gennaio, ricorrerà l’anniversario di un altro omicidio di mafia: nel 1993 veniva ucciso Beppe Alfano, altro giornalista che, innamorato della sua terra, denunciava chi, nell'illegalità, la storpiava. Se per l’omicidio di Fava ci sono state delle condanne, nel clan dei Santapaola, gli assassini di Alfano sono ancora a piede libero, ed è questo l'insulto più grande alla sua memoria.
Nella classifica annuale di Reporters sans frontières sulla libertà di stampa, l’Italia mantiene il 49° posto a pari merito con il Burkina Faso e in leggero vantaggio su El Salvador. Una ragione in più per ricordare la figura di questi due giornalisti tutti d'un pezzo e senza padroni: il loro esempio deve essere un monito da seguire in un Paese che invece è asservito al satrapo e alla sua banda di pseudogiornalisti.
Parte dell'eredità morale di Fava e Alfano, intellettuali uccisi per le loro idee e per le loro azioni, è stata raccolta un anno fa anche da ‘Radio 100 passi’. Una radio siciliana e italiana che compie proprio oggi un anno e cha fa informazione libera e antimafia, anche nel nome di tutte quelle vittime coraggiose e silenziose. Per sostenere il loro prezioso lavoro, abbiamo aderito alla campagna di sottoscrizione, che ospiteremo sul sito nazionale www.italiadeivalori.it come piccolo, tangibile segno del nostro supporto incondizionato a chi lotta ogni giorno, in ogni modo, contro la mafia.

Grazie Beppe, grazie Pippo per il vostro coraggio ed il vostro esempio!

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20 Novembre 2010

La sentenza Dell'Utri non ammette repliche

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Le motivazioni della sentenza di condanna per il senatore Marcello Dell’Utri confermano quel che già sapevamo ma che troppi in questo paese fanno finta di non sapere. Quelle motivazioni dicono che negli anni ’70, all’inizio della sua irresistibile ascesa, l’uomo che oggi guida il paese non esitò a intrecciare rapporti intimi e a stringere loschi patti con Cosa nostra. Incontrò nel 1975 nei suoi stessi uffici milanesi Stefano Bontade, “il principe di Villagrazia”, che allora era il più potente tra tutti i boss mafiosi. Si avvalse dei buoni uffici della mafia per sbarcare con le sue emittenti in Sicilia. La presenza di un mafioso di peso come Vittorio Mangano nelle stalle di Arcore suggellava l’accordo e garantiva a Silvio Berlusconi la protezione di Cosa nostra.
Per l’Italia, il fatto che un uomo simile occupi ancora la presidenza del consiglio è una vergogna che impiegheremo anni a lavare. Trovo incredibile che quest’uomo non senta il bisogno di restituire all’Italia onore e credibilità rassegnando da solo le dimissioni, come farebbe qualunque altro presidente del consiglio nel mondo democratico.
Ma Berlusconi non lo farà. Si barricherà invece più che mai a palazzo Chigi, non per governare il paese, di cui nulla gli importa, ma per difendersi dai processi e dalle sentenze, per evitare ancora una volta di affrontare le sue responsabilità.
Berlusconi non se ne andrà da solo. Dovrà essere il Parlamento, se ha ancora una dignità e una coerenza, a restituire all’Italia un volto presentabile nel mondo mandandolo una volta per tutte a casa e in tribunale. Coloro che il 14 dicembre non voteranno la sfiducia a Berlusconi ne diventeranno i conniventi e complici.

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30 Ottobre 2010

Come ti inquino le prove

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Qui sotto un articolo che ho pubblicato oggi su "Il Fatto Quotidiano".

L’on.le Ghedini ha annunciato che agirà “nelle opportune sedi giudiziarie” nei confronti della giornalista Claudia Fusani (alla quale va tutta la mia solidarietà), rea, a suo dire, ‍di aver prospettato in un suo articolo che egli, in qualità ‍di difensore (non si capisce ‍di chi), avrebbe “nel corso d’indagini difensive incontrato decine ‍di persone per concordare la versione e per istruirle su cosa dire”.
Lascio ai magistrati la valutazione del caso specifico ma, forse, è giunto il momento ‍di riflettere meglio sulle conseguenze negative, per la ricerca della verità e per la corretta acquisizione delle prove, a cui può portare la nuova disciplina delle “indagini difensive preventive”, varata dieci anni addietro.
Recita l’art. 391 nones c.p.p.: “L’attività investigativa può essere svolta anche dal difensore che ha ricevuto apposito mandato per l’eventualità che si instauri un procedimento penale”.
Lo scopo dichiarato è quello ‍di assicurare alla difesa la possibilità ‍di compiere indagini in proprio per tutelare meglio il suo assistito.
COSÌ PERÒ si corre il concreto rischio oggettivo (ripeto “oggettivo” cioè oltre l’intenzione del difensore) che le indagini difensive, specie se “preventive” (cioè svolte ancor prima che l’Autorità giudiziaria sia venuta a conoscenza della commissione ‍di un reato) rischiano ‍di inquinare gli accertamenti che dovrà poi svolgere il Pubblico ministero.
Si immagini (ripeto, si immagini, senza alcun riferimento a fatti e persone reali) il caso ‍di un potente personaggio delle istituzioni (mettiamo, un presidente del Consiglio) che – dopo aver commesso un reato (ipotizziamo un abuso d’ufficio per aver preteso che la Polizia rilasciasse subito una giovane borseggiatrice colta in flagrante) – incarichi il suo avvocato ‍di fiducia ‍di accertare se qualcuno possa averlo visto o possa riferire qualcosa ‍di compromettente contro ‍di lui. Il difensore fa diligentemente il suo mestiere e interroga tutte le persone che potrebbero riferire qualcosa contro il suo potente assistito.
Quale serenità d’animo possono mai avere le persone “sentite” dal difensore ‍di colui che devono accusare?
Si badi bene, il problema non è l’avvocato che svolge diligentemente il suo mandato difensionale, ma la concreta possibilità che viene data ai responsabili ‍di qualsiasi reato (e quindi anche ai mafiosi e ai potenti) ‍di poter avvicinare i possibili testimoni prima ancora che questi possano essere sentiti dai magistrati, anzi, prima ancora che la notizia dei reati pervenga all’Autorità giudiziaria.
NON CI VUOLE Frate indovino per capire che, in questo modo, ogni autore ‍di delitti (anche i più efferati, come può essere il favoreggiamento o lo sfruttamento della prostituzione minorile) cerchi ‍di sapere, per tempo, se ci sono testimoni a suo carico. E, quindi, si attivi in tutti i modi nei loro confronti – con minacce, pressioni, intimidazioni, promesse, regalie, favori – per indurli a non riferire i fatti ai magistrati o a riferirli in modo conforme alla volontà dell’autore dei reati, anche se difforme alla realtà. Ovviamente, la colpa non è dell’avvocato perché questi, per legge (e anche questa è una “chicca” tutta da giustificare), ha il diritto-dovere ‍di riferire al suo cliente il risultato delle proprie indagini difensive.
Può capitare così che quest’ultimo – magari perché è presidente del Consiglio – prometta a un ufficiale ‍di Polizia una rapida carriera, a patto che questi eviti ‍di arrestare la borseggiatrice e assicuri alla giovane ladra un futuro radioso nel mondo dello spettacolo.
Il tutto per nascondere sotto il tappeto fatti e comportamenti che comprometterebbero la sua onorabilità personale e il suo ruolo pubblico.
Insomma e in definitiva, pongo un quesito tecnico senza volermi addentrare in alcun caso specifico: davvero la suddetta norma che prevede le cosiddette “indagini preventive difensive” è una norma ‍di garanzia e non si stia rivelando, invece, un sistema perverso per aggirare la legge, legalizzando l’inquinamento probatorio?
Credo che un dibattito su tale questione, oggi più che mai, possa diventare attuale.

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23 Ottobre 2010

La volpe inconsapevole

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Gli ultimi risvolti sul lodo Alfano ci hanno fatto riscoprire un presidente del Consiglio inconsapevole. Questi, come Scajola con la casa del Colosseo, non sapeva niente del lodo Alfano. I suoi sodali hanno fatto tutto alle sue spalle. Berlusconate a parte, mi pare ormai evidente che il Premier fa come la volpe con l'uva: siccome si è accorto che è acerba, dice che non gli interessa. come sempre, quando viene preso con le mani nel sacco, Berlusconi fa finta di non essere al corrente di nulla, come se il lodo Alfano fosse stato fatto per chissà quale principe della luna.
La verità è che se adesso ci sta ripensando è perché qualcuno gli ha fatto capire che, ancora una volta, i suoi 'consiglieri' giuridici stavano facendo una legge boomerang. Infatti, poiché c'è l'obbligo del referendum confermativo se si vuole modificare la Costituzione, e' apparso evidente a tutti che la maggioranza degli italiani non avrebbe permesso questo ennesimo sconcio. Inoltre, poiché i referendum costituzionali non prevedono lo sbarramento del quorum, al di là di quanti cittadini sarebbero andati a votare, il destino del lodo Alfano costituzionale era già segnato: sarebbe stato bocciato.
Quella del lodo Alfano è l'ennesima prova che quello attuale e' un governo ad personam. Un governo che deve andare a casa al più presto, perché le priorità del Paese sono altre e i signori di questa maggioranza hanno dimostrato di non essere all'altezza del ruolo che ricoprono. E' necessario ridare la parola ai cittadini ma, prima, credo sia doveroso varare una nuova legge elettorale. L'attuale legge, infatti, è del tutto antidemocratica e non consente al cittadino di scegliere i propri candidati. Per questa ragione, abbiamo sempre sostenuto, e lo ribadiamo, che, ci sia o meno Berlusconi ancora al governo, il Parlamento deve mettere all'ordine del giorno la riforma della legge elettorale e votarla con la più ampia maggioranza possibile perché le regole del gioco devono essere scritte con un ampio accordo tra maggioranza e opposizione. Ci auguriamo che la futura legge elettorale possa essere quella che prevede il doppio turno di collegio. Se questo non dovesse essere possibile, guarderemo con attenzione alla proposta di un modello tedesco. In ultima analisi, rispetto all'attuale Porcellum, sarebbe meno peggio il vecchio Mattarellum. Fatte queste premesse, non capiamo perché bisogna aspettare un nuovo governo e non procedere subito alla creazione di una nuova legge elettorale. Nella nostra Costituzione, esiste ancora un'iniziativa parlamentare.

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22 Ottobre 2010

Calderoli fa il ministro

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Il ministro per la Semplificazione Normativa ha cancellato una legge che garantisce la sicurezza dello Stato per assicurare l’impunità ai suoi amici. Calderoli ha definito la sua porcata ministeriale ‘errore materiale’, in chiaro stile berlusconiano. In questo Paese tutto accade per magia, o per inconsapevolezza, all’insaputa dell’interessato. Ed è la stessa filastrocca raccontata da Scajola ieri per l’acquisto della casa e da Berlusconi oggi sul lodo Alfano. Peccato che proprio oggi il ministero della Difesa ha confermato che è stato proprio Calderoli a non aver voluto procedere alla correzione. Qual è la verità? Calderoli e La Russa stanno giocando ad uno scialbo scaricabarile, prendendo in giro, come sempre, i cittadini onesti.
Nelle stanze del Governo stanno giocando ad addossare la colpa al Comitato scientifico che ha provveduto all'elaborazione degli schemi normativi sul Codice dell'ordinamento militare, allora presieduto dal Consigliere di Stato, Vito Poli. Una tecnica maldestra, ma rodata nell’attuale compagine governativa.
Le affermazioni di La Russa, del resto, sono in palese contrasto con quanto lo stesso Poli ha riferito per iscritto nella lettera che abbiamo pubblicato nel post di ieri, su questo blog. Nella lettera in questione si afferma: '...Quanto alla praticabilità dell'avviso di rettifica, tempestivamente attivato dal Capo dell'Ufficio legislativo del ministero della Difesa e condiviso dalla Presidenza del Consiglio, poi interrotto per esplicito diniego opposto dall'Ufficio legislativo del ministro per la Semplificazione Normativa...'. Il problema è un altro: per stessa ammissione del ministro della Difesa, ci troviamo di fronte ad una norma abrogata per errore e che, prima di essere pubblicata in Gazzetta Ufficiale, avrebbe potuto essere modificata. Questa correzione però non è stata apportata. Insomma il ministro per la Semplificazione Normativa ha voluto, quantomeno, approfittare della situazione per assicurare l'impunità ai 36 leghisti sotto inchiesta. La Russa, a questo punto, propone di reintrodurre la norma con un disegno di legge ad hoc. Peccato che in giurisprudenza valga il principio del 'favor rei' e, quindi, gli imputati della Lega non potranno più essere processati perché ormai l'hanno fatta franca. Insomma, la legge è uguale per tutti ma non per qualcuno. E tutto ciò passa nell’indifferenza dei principali giornali del Paese e delle altre forze politiche.

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21 Ottobre 2010

Il governo del "do ut des"

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Aggiornamento - Lodo Alfano
Ben arrivati ai ritardatari
L’improvvisa folgorazione del segretario del Pd, Pierluigi Bersani, a favore di un referendum sul Lodo Alfano, che la maggioranza berlusconiana si accinge spudoratamente a varare, stupisce soprattutto per la folgorante superficialità e tardività della proposta. Se, infatti, Bersani si riferisce al ‘Lodo costituzionale’ attualmente in discussione al Parlamento, il referendum – di tipo confermativo - è previsto dalla Costituzione ed è obbligatorio per il solo fatto che non potrà mai essere raggiunto in Parlamento il quorum di due terzi per modificare la Costituzione. Quindi Bersani non ha alcun titolo per intestarsi un referendum che è previsto e voluto dalla legge. Se, invece, Bersani si riferisce al 'Lodo Alfano', già varato e attualmente sotto esame da parte della Corte Costituzionale, sarebbe bene che qualcuno gli ricordasse che le firme necessarie per promuovere il referendum – questa volta di tipo abrogativo – sono già state raccolte questa estate dall’Italia dei Valori, ed attualmente sono al vaglio della Corte di Cassazione, mentre lui e gli altri del Pd, spaparanzati al sole, osteggiavano la nostra iniziativa. La verità è una ed una sola: che Berlusconi vuole a tutti i costi assicurarsi l’impunità per i reati di cui è accusato e noi dell’Italia dei Valori, sin dal primo giorno, lo abbiamo capito e ci siamo attrezzati per impedirlo. Ben arrivati, dunque, ai ritardatari!

Calderoli si dimetta! Ieri l’Italia dei Valori ha denunciato lo sbianchettamento di un reato, quello di associazione militare per scopi politici, e il conseguente annullamento di un processo a carico di 36 leghisti. Questa accusa non è stata mossa solo dall’IdV ma anche dal consigliere di Stato, dottor Vito Poli, che nel 2008 e 2009 ha presieduto il comitato scientifico che ha provveduto all’elaborazione degli schemi normativi sul codice dell’ordinamento militare (scarica la lettera di Poli in Pdf-281KB)
L’autore, nonché fautore, di questo misfatto è stato il ministro Calderoli, il rappresentante di quella forza politica che continua a sbandierare slogan sulla legalità sul territorio, mentre in Parlamento e nelle istituzioni ricalca le stesse orme di Berlusconi utilizzandoli a proprio uso e consumo.
Un Ministro della Repubblica ha abusato del proprio ruolo facendo abrogare una norma, allo scopo di consentire l’impunità ai suoi compagni di merenda che, altrimenti, avrebbero dovuto rispondere e scontare una pena per attentato alla Costituzione, attentato all’unità e all’integrità dello Stato e per costituzione di una struttura militare fuori legge. Ma Calderoli non si è fermato qui ed ha anche mentito alle Camere e al Paese. Ovviamente, lo ha fatto perché ha trovato d’accordo altri membri del governo che, dopo aver parlato di “meri errori tecnici” e aver annunciato che avrebbero posto rimedio, si sono piegati all’esplicito diniego posto dal ministro Calderoli. La Casta si autoassolve e piega le istituzioni al proprio volere: è un gioco di ricatti, molto in voga in questo governo, che risponde alla logica del “do ut des”, io ti do un “lodo Alfano”, tu mi dai un “lodo Lega”. Vergogna! In un Paese normale, civile e democratico, scoperto il misfatto, il Ministro si sarebbe dimesso, il Governo sarebbe caduto e la notizia avrebbe dovuto occupare le prime pagine dei maggiori quotidiani. Ma in Italia tutto questo non accade. Il Ministro che ha fatto la porcata rimane ancora al suo posto e, a parte il web e i pochissimi giornali di resistenza che rimangono, i grandi quotidiani hanno relegato la notizia in un boxino di secondo ordine o l’hanno censurata del tutto. E’ facile dare la colpa ai cittadini quando coloro che dovrebbero essere i cani da guardia della democrazia hanno deciso di abiurare al proprio ruolo non dando rilevanza ad una notizia così grave.
E’ vero, gli italiani ormai si sono assuefatti alle malefatte di Berlusconi, colui che passerà alla storia per aver utilizzato le istituzioni solo per garantirsi l’impunità, calpestando regole e morale. E la colpa è di chi non denuncia tali comportamenti e di chi non racconta ai Tg e sui giornali cosa succede nel Palazzo. Adesso è provato: il vizietto di Berlusconi ha contagiato anche la Lega, con la complicità silente di molti organi di informazione. L’Italia dei Valori proseguirà la sua battaglia ed ha presentato in Parlamento una mozione di sfiducia nei confronti del Ministro Calderoli e alla Procura della Repubblica un esposto. Ci sentiamo come partigiani che non rinunciano al proprio ruolo di difesa della democrazia e continuano a urlare e denunciare senza farsi intimidire. Lo dobbiamo a questo Paese e ai nostri elettori.

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20 Ottobre 2010

Coalizione a delinquere

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L’Italia dei Valori ha presentato una mozione di sfiducia al ministro della Semplificazione legislativa, Roberto Calderoli, che ha mentito in Parlamento e davanti al Paese sul lodo 'salva Lega', ossia sulla norma che cancella il reato di associazione militare per scopi politici che, entrata in vigore lo scorso 8 ottobre, ha determinato l'estinzione del processo a carico di 36 leghisti.
Questo dimostra che non è vero che le leggi ad personam vengono fatte e servono soltanto al presidente del Consiglio, sono fatte e servono anche alla Lega.
C'è una vera 'coalizione a delinquere' che ha inventato un nuovo sistema per agire: la via legislativa.
Veniamo ai fatti: il ministro Calderoli ha risposto a un’interrogazione immediata del nostro Capogruppo alla Camera, Massimo Donadi, con una menzogna.
Calderoli ha avuto un comportamento politicamente truffaldino, ingannando, forse, anche il ministro della Difesa per il quale l'abrogazione del reato di associazione militare per fini politici era un errore materiale da correggere in Gazzetta Ufficiale.
La Russa dovrà spiegare perché non c’è stata la rettifica: o si è fatto 'infinocchiare' o ha ceduto a un ricatto politico. Perché oggi il centrodestra si basa sul patto del do ut des: tu mi abroghi la legge, io ti do il lodo.
Calderoli ha mentito sapendo di mentire. Ha nascosto agli italiani che a Verona era in corso un processo a carico di vari esponenti leghisti.
Durante il question time alla Camera aveva spiegato che l'elenco delle norme da abrogare era stato elaborato da una commissione di esperti nominata dal governo Prodi, ma la realtà è un’altra e l’abbiamo appresa questa mattina.
Infatti, oggi, abbiamo ricevuto la lettera del Consigliere di Stato Vito Poli. Questi, in seguito al question time alla Camera, ha inviato una lettera all’IdV e allo stesso Ministro nella quale ha precisato che nessun membro della commissione da lui presieduta aveva proposto l'abolizione di quel reato. Inoltre, il Consigliere di Stato Vito Poli ha affermato che La Russa chiese all'ufficio legislativo del ministero della Difesa, d'intesa con la presidenza del Consiglio, di provvedere alla cancellazione della norma abrogativa del reato. Ma per "esplicito diniego opposto dall'ufficio del ministro per la Semplificazione normativa", la rettifica non ebbe luogo. Insomma, Calderoli ha ricattato La Russa e Berlusconi. Hanno scambiato il 'lodo Alfano' per il 'lodo leghista'.
Dopo questa porcata ministeriale, abbiamo un elemento in più per dire che l'Italia è governata da una coalizione a delinquere.
Calderoli vada a casa!

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Porcata retroattiva

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Il lodo Alfano sarà retroattivo. Il Pdl, in prima Commissione al Senato, ha inserito un emendamento in virtù del quale sarà garantita l’impunità a Silvio Berlusconi. Il gruppo di Futuro e libertà lo ha sottoscritto. Con quest'ennesima porcata è stata smascherata la vera anima dei finiani. Tutti gli italiani hanno avuto una prova inconfutabile che il ritorno alla legalità e il richiamo alla questione morale da parte di Fli sono solo una finzione. Infatti, non si può fare un discorso come quello di Mirabello e poi appoggiare una norma così vergognosa che calpesta l’articolo 3 della Costituzione in base al quale “tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge”. Siamo alla caduta della democrazia e dello stato di diritto. Questo governo, ancora una volta, ha dimostrato di non avere né la volontà, né la forza, né la maggioranza per occuparsi della collettività. E’ per questo che bisogna tornare al voto prima possibile.
Facciamo un ultimo appello a Fini perché in Aula dica ai suoi parlamentari di non cedere al ricatto.
Altrimenti non ci resta che il Lodo Alfano, in attesa della prossima porcata. In ogni caso, saranno i cittadini ad assumersi la responsabilità di decidere se intendono vivere in un Paese democratico o in un regime, perché l'IdV ha già raccolto milioni di firme per il referendum confermativo.

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19 Ottobre 2010

Dalle parole si passi ai fatti

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Berlusconi afferma che vuole riformare la giustizia. Mi chiedo come sia possibile che un uomo con tanti procedimenti giudiziari a suo carico, trascorsi e in corso, possa occuparsi della giustizia di una nazione.
Berlusconi è l'esempio più chiaro di come un cittadino onesto non debba comportarsi. Il presidente del Consiglio vuole riformare la giustizia a sua immagine e somiglianza. Se ciò accadesse sarebbe una sconfitta preoccupante per l'intero Paese.
Per questo mi auguro che Fini abbia un momento di resipiscenza operosa e, dopo il discorso di Mirabello, sia coerente staccando cosi la spina al governo. Se continuasse a prestare il fianco al Presidente del Consiglio, come del resto ha fatto negli ultimi sedici anni, lancerebbe un messaggio molto chiaro e cioè che fra lui e Berlusconi non ci sono differenze.
Fini e Futuro e libertà, dando ancora l’appoggio al governo Berlusconi, sconfesserebbero loro stessi e diventerebbero complici di questa azione scellerata che sta portando avanti Berlusconi. Il Presidente del Consiglio continua a chiamarla riforma della giustizia ma, in realtà, è solo una serie provvedimenti che nulla ha a che fare con una vera riforma.
Riformare la giustizia significa far camminare più veloce tutto il settore, con l’impiego di più mezzi, più uomini e più risorse. Berlusconi e il Pdl, invece, propongono l'impunità per se stessi e la garanzia che i magistrati non tocchino le persone del potere. Più che di riforma, allora, parlino di deroga alla giustizia prevista per Berlusconi e per i suoi amici delle cricche e delle lobby.
L'Italia dei Valori si opporrà fermamente a questo massacro della democrazia. E mi auguro che la presa di coscienza dei finiani sia reale, non solo uno specchietto delle allodole utile a costruire un nuovo partito.

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18 Ottobre 2010

Berlusconi e gli scandali off shore

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Il presidente del Consiglio venga in Aula alla Camera e spieghi al Paese e al Parlamento, in diretta televisiva, la sua posizione sugli investimenti immobiliari nell’isola di Antigua. Per questo motivo ho presentato un'interpellanza parlamentare. Chi ricopre certi incarichi pubblici ha il dovere morale e politico di agire con il massimo della trasparenza e nell’alveo della legalità.  
Noi dell'Italia dei Valori vogliamo sapere dal Presidente del Consiglio se conosce il reale proprietario della società off shore dalla quale ha regolarmente acquistato i terreni e il proprietario effettivo della banca Arner, e comunque quale sia il reale rapporto che lo lega alla banca medesima. Tra l’altro, Berlusconi è a conoscenza di quanto è emerso dall’inchiesta di ‘Report’,  ossia che da più di un anno la Banca Arner è oggetto di accertamenti da parte della Banca d’Italia per gravi irregolarità a causa di carenze e violazioni in materia di contrasto del riciclaggio? E perché allora continua a intrattenere rapporti con il suddetto istituto di credito, sotto inchiesta per riciclaggio?
Berlusconi chiarisca e dica agli italiani se è il proprietario dell’immobiliare “Flat Point development Limited” di Antigua. Inoltre, è singolare il fatto che il Presidente del Consiglio abbia chiesto ai leader europei di ridurre il debito estero proprio della suddetta isola, nonostante Antigua non sia un Paese africano ma un paradiso fiscale inserito nella black list internazionale criticato dall’Ocse e dal G20. Ma questi non sono gli stessi paradisi fiscali a cui il ministro Tremonti ha detto di aver dichiarato guerra?
Berlusconi venga in aula. C'è una nazione intera che attende di sapere qual è la verità.

Scarica il Pdf dell'interpellanza (74 KB)

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10 Settembre 2010

Andreotti: un pentito al contrario

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Oggi sui giornali campeggiano lunghi articoli colmi di indignazione sulle dichiarazioni del senatore a vita Giulio Andreotti.
Giulio Andreotti è un pentito al contrario. Mentre quelli veri tradiscono la Mafia per collaborare con lo Stato, lui ha tradito lo Stato per collaborare con la Mafia. Lo dicono i fatti e le sentenze.
La sua ultima uscita sul compianto Giorgio Ambrosoli («se l'andava cercando») chiarisce, ancora una volta, la netta spaccatura che contraddistingue il Paese: l'Italia buona da quella marcia.
Le sue parole non mi hanno stupito per niente. Andreotti è stato solo coerente con se stesso e con la sua storia. Ambrosoli, giova ricordarlo, venne assassinato nel 1979 da un sicario ingaggiato dal banchiere Michele Sindona. Fra Sindona e Andreotti c'era un rapporto che andava ben al di là dell'amicizia e che intrecciava affari e interessi complessi da descrivere in questa sede, ma che fanno parte della storia di questo Paese.
Il senatore a vita, nominato tale da Cossiga, non ha fatto altro che essere se stesso: un colpevole di "partecipazione a Cosa Nostra".
La prescrizione (Andreotti è un prescritto) è solo un cavillo giuridico che impedisce alla legge di portare a termine il suo corso. Dunque, ci troviamo di fronte ad un soggetto dal curriculum giudiziario molto variegato. Che offenda, post mortem, Giorgio Ambrosoli è nella normalità degli accadimenti. Le carceri sono piene, ad esempio, di gente che offende la memoria di Borsellino, di Falcone, di Impastato e così via.
La vera ipocrisia, in tutta questa faccenda, è solo quella del sistema politico attuale che si tiene in casa un senatore a vita come Andreotti. Un uomo del quale si conosce tutto da almeno vent'anni e che continua a sedere fra i banchi del Parlamento. I veri ipocriti sono quei politici che arraffano il suo voto da senatore a vita finché gli fa comodo, e poi inveiscono contro di lui quando esprime ciò che è: un prescritto per reati di mafia.

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25 Agosto 2010

Libri etico-compatibili

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La Mondadori è una casa editrice ottenuta da Berlusconi corrompendo ai tempi giudici ed avvocati (Previti, Metta, Pacifico, Acampora). E’ scritto nella sentenza della Cassazione del luglio 2007. Oltre vent’anni di appropriazione indebita del più grosso Gruppo Editoriale italiano.
Nonostante Andreotti abbia a suo tempo costretto Fininvest a restituire parte delle aziende del Gruppo (La Repubblica, l’Espresso e alcuni giornali locali) alla Cir di De Benedetti, la Mondadori rimane oggi nelle mani di Silvio Berlusconi che però deve pagare per il furto un indennizzo alla stessa Cir di 750 milioni di euro.
Non solo, la stessa azienda deve al fisco 350 milioni di euro. In questi giorni, sui giornali, si legge che la Mondadori potrà liquidare la maxi-multa per evasione con appena 8,6 milioni grazie ad un decreto ad aziendam (numero 40), approvato dal governo il 25 marzo e convertito in legge il 22 maggio.

I fatti appena citati sono incontrovertibili e non possono essere ignorati da chi scrive libri per la casa editrice. Gli autori della Mondadori ricevono compensi e stipulano accordi con una società posseduta da un corruttore, che utilizza le leggi per raggirare lo Stato e ledere la concorrenza. Ignorare questo dettaglio significa promuovere il concetto secondo il quale i compensi con cui Mondadori remunera i suoi autori sono largamente superiori al danno etico che il conflitto di interessi produce sulla loro pelle. Ciò non toglie che nella società ci lavorino persone di qualità ed oneste e che “tengono famiglia”, come alcuni autori sostengono.

Questo schema opportunistico, tipicamente italiano, ci ha condotti allo stallo dei valori democratici ed etici che oggi questo governo rappresenta.
Gli autori che pubblicano con Mondadori fanno una scelta, oltre che editoriale, anche sociale.
Il fatto che Berlusconi legiferi per la Mondadori e la Mondadori si serva delle sue leggi per evitare i versamenti d'imposta con cui lo Stato eroga anche i servizi al cittadino non può passare in cavalleria con lo slogan “business is business”.
Il fatto che la Mondadori sia stata acquisita con metodi illegali (la corruzione), e quindi abusivamente posseduta, rende paradossali alcune pubblicazioni di autori che affrontano temi importanti quali la legalità, la lotta alla criminalità, l’ambiente. Su questo aspetto invito Roberto Saviano, che stimo per il suo impegno contro la criminalità organizzata, a valutare (se non lo ha già fatto) case editrici alternative per la pubblicazione del suo prossimo libro.
Il fatto che la Mondadori, grazie al Presidente del Consiglio e proprietario, possa trarre vantaggi fiscali, e dunque competitivi, sul mercato a scapito della libera concorrenza e delle altre case editrici, non può essere ignorato da chi scrive e da chi legge.
Invito gli autori, dunque, a valutare bene quale sia la merce di scambio quando decidono di pubblicare con la Mondadori. Sappiano che in gioco non ci sono solo le copie vendute e le royalty retrocesse ma ben altri valori non commerciabili. Stesso invito rivolgo ai lettori nell’acquistare.
Dopo tutto, lo stesso Presidente del Consiglio invitò gli industriali a non fare pubblicità sui giornali che, a suo avviso, “mentivano” ostacolando la propaganda di governo.
Con una visione dei valori agli antipodi dalla sua, in questo caso ritengo sia giusto chiedere agli autori di non pubblicare con Mondadori e ai lettori di orientarsi verso l’acquisto di libri “etico-compatibili”.

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28 Luglio 2010

Pdl polare

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Ieri scrivevo di Verdini. Lo invitavo a rimanere nel suo partito, il Pdl, nonostante le tensioni interne di chi lo avrebbe voluto espellere.
La permanenza nel partito degli indagati rappresenta un po' un marchio di riconoscimento per gli elettori alle urne. Il presidente del Consiglio, qualche ora dopo, commentando un'operazione dei carabinieri, probabilmente provato dalla fatica, si sbilanciava comicamente con un:  “La legalità è la mia stella polare”. Una stella offuscata, si direbbe, dando un'occhiata a quelle che, sulla carta, compongono poi il Pdl, partito di cui è presidente.
Il Fatto Quotidiano ha stilato, con tanto di dettagli, un elenco esaustivo di "stelle polari" da non seguire. Lo ripropongo di seguito. Ecco cos'è il Pdl e chi hanno mandato in parlamento coloro che lo hanno votato. Ecco cos'è la politica ai tempi di Berlusconi.

L'elenco pubblicato da "Il Fatto Quotidiano"

Abrignani Ignazio (deputato): è stato indagato a Milano per dissipazione post fallimentare nelle indagini sulla bancarotta Cit, agenzia di viaggi dello Stato.

Berlusconi Silvio (premier): 2 amnistie (falsa testimonianza P2, falso in bilancio Macherio); 2 assoluzioni per depenalizzazione del reato (falso in bilancio All Iberian, Sme-Ariosto); 8 archiviazioni (6 per mafia e riciclaggio, 2 per concorso in strage); 6 prescrizioni; 3 processi in corso (frode fiscale Mediaset, corruzione in atti giudiziari Mills, frode fiscale e appropriazione indebita Mediatrade), tutti sospesi in attesa che la Consulta si pronunci sulla legge sul legittimo impedimento.

Berruti Massimo (deputato): condannato a 8 mesi per favoreggiamento per aver depistato nel 1994 le indagini sulle tangenti Fininvest.

Brancher Aldo (deputato): condannato in secondo grado per falso in bilancio e finanziamento illecito, reato prescritto (il primo) e depenalizzato (il secondo). È imputato anche per la scalata Bnl, per la quale i suoi legali hanno chiesto il legittimo impedimento nel breve periodo in cui è stato ministro per il Federalismo.

Caliendo Giacomo (senatore e sottosegretario): indagato nell’inchiesta sulla nuova P3.

Camber Giulio (senatore): condannato a 8 mesi per millantato credito nell’ambito della Kreditna Banka. Era accusato di aver preso 100 milioni di lire.

Cantoni Giampiero (senatore): ha patteggiato 2 anni per corruzione e poi per concorso in bancarotta fraudolenta.

Ciarrapico Giuseppe (senatore): 5 condanne definitive fin dagli anni ‘70 per falso e truffa.

Comincioli Romano (senatore): imputato per false fatture e bilanci truccati di Publitalia, poi prescritto. Nel 2008 la giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato respinge la richiesta di usare le intercettazioni delle sue telefonate con Stefano Ricucci per la scalata al Corriere della Sera.

Cosentino Nicola (deputato ed ex sottosegretario): accusato di legami con il clan dei Casalesi, il Parlamento ha negato la richiesta d’arresto. Indagato anche nell’inchiesta sulla P3.

De Angelis Marcello (deputato): condannato a 5 anni per banda armata e associazione sovversiva come dirigente del gruppo neofascista Terza Posizione.

De Gregorio Sergio (senatore): è stato indagato a Napoli per riciclaggio e favoreggiamento della camorra e corruzione.

Dell’Utri Marcello (senatore): sette anni in appello per concorso in associazione mafiosa per le contestazioni precedenti il 1992. È indagato a Roma nell’inchiesta sulla P3. È accusato di calunnia per aver ordito un piano per screditare alcuni pentiti palermitani che l’avevano accusato nel processo per associazione mafiosa. Deve anche riaffrontare il processo per tentata estorsione ai danni dell’imprenditore siciliano Vincenzo Garaffa.

De Luca Francesco (deputato): è stato indagato per tentata corruzione in atti giudiziari: il clan camorristico dei Guida si sarebbe rivolto a lui per un processo in Cassazione.

Farina Renato (deputato): ha patteggiato 6 mesi (pena commutata in una multa di 6.480 euro) per favoreggiamento nel processo per il sequestro di Abu Omar.

Fasano Vincenzo (senatore): condannato a 2 anni per concussione nel 2007, pena indultata.

Firrarello Giuseppe (senatore): arrestato e condannato in primo grado a Catania a 2 anni e 6 mesi per turbativa d’asta per le tangenti sulla costruzione dell’ospedale Garibaldi. Poi prescritto.

Fitto Raffaele (deputato e ministro): rinviato a giudizio per sei reati, prosciolto per altri cinque. Ancora aperti 2 casi di corruzione, un illecito nei finanziamenti ai partiti, 1 peculato da 190 mila euro e 2 abusi d’ufficio.

Grillo Luigi (senatore): L’assemblea del Senato ha negato l’uso delle intercettazioni nell’ambito della Banca popolare di Lodi. Prescritto a Genova per truffa per la Tav.

Landolfi Mario (deputato): è stato indagato per corruzione e truffa. Nella stessa inchiesta 5 pentiti chiamano in causa Nicola Cosentino.

Matteoli Altero (senatore e ministro): rinviato a giudizio per favoreggiamento riguardo un abuso edilizio all’isola d’Elba. La giunta della Camera ha negato l’autorizzazione a suo carico.

Messina Alfredo (senatore): è stato indagato per favoreggiamento nella bancarotta di HDC.

Nania Domenico (senatore): condannato nel 1980 a 7 mesi per lesioni quando militava neigruppi di estrema destra. Condannato in primo grado per abusi edilizi. Poi prescritto.

Nespoli Vincenzo (senatore): accusato di bancarotta fraudolenta e riciclaggio. L’aula del Senato ha negato l’arresto.

Nessa Pasquale (senatore): accusato di concussione, il pm aveva chiesto l’autorizzazione all’arresto.

Paravia Antonio (senatore): arrestato per corruzione nel 1995, prescritto nel 2004.

Proietti Cosimi Francesco (deputato): è stato indagato a Potenza con Vittorio Emanuele per la truffa ai Monopoli. Roma ha archiviato. È stato indagato anche nella Capitale per il filone legato agli ambulatorie alla ex signora Fini Daniela Di Sotto.

Russo Paolo (deputato): archiviato per l’ipotesi di reato di concorso esterno in associazione mafiosa quando era Presidente della Commissione parlamentare rifiuti. È stato indagato anche per violazione della legge elettorale.

Scapagnini Umberto (deputato): è stato indagato per abuso di ufficio aggravato per i parcheggi sotterranei a Catania.

Sciascia Salvatore (senatore): condannato a 2 anni e 6 mesi per aver corrotto, quando era capo dei servizi fiscali gruppo Berlusconi, alcuni ufficiali della Gdf.

Simeoni Giorgio (deputato): è stato indagato per associazione a delinquere e corruzione per le tangenti sanità nel Lazio.

Speciale Roberto (deputato): condannato in appello a 18 mesi per peculato da parte della Procura militare perché da comandante della Gdf ha utilizzato per scopi personali aerei della Fiamme Gialle.

Tomassini Antonio (senatore): medico, condannato a 3 anni per falso: durante un parto una bambina nacque cerebrolesa ma lui contraffece il partogramma.

Valentino Giuseppe (senatore): è stato indagato per favoreggiamento, si sospetta che abbia rivelato a Ricucci che era intercettato quando era sottosegretario alla giustizia. Il Senato ha negato l’autorizzazione all’uso delle intercettazioni.

Verdini Denis (deputato e coordinatore): indagato per l’inchiesta sulle Grandi opere, ora anche per la P3.

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27 Luglio 2010

Verdini di vergogna

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Denis Verdini ha lasciato la presidenza del Credito cooperativo fiorentino. Il coordinatore nazionale del Pdl è indagato, con Marcello Dell'Utri, Nicola Cosentino, Flavio Carboni e Massimo Lombardi, per violazione della legge sulla costituzione di società segrete nell'ambito dell'inchiesta sulla cosiddetta P3.
Si è dimesso dal suo incarico bancario e non dal partito."Non avrei alcun motivo per dimettermi dal Pdl", ha affermato, uscendo dalla Procura di Roma dopo nove ore di interrogatorio.

Sono rare le occasioni in cui mi trovo d’accordo con le dichiarazioni di uomini come Verdini e stavolta posso dire di esserlo.
Non reputo opportuno, infatti, a differenza del presidente della Camera, che Verdini debba lasciare il Pdl. Anzi, mi auguro che tutti gli indagati del Pdl restino con Verdini e nel Pdl, per fare un unico e grande partito dei disonesti, piuttosto che vederli riciclarsi da una bottega all'altra pur di far perdere tracce agli elettori e la memoria storica al Paese.
Non è Verdini a dover lasciare il Pdl. Non lo ha fatto Cosentino, non lo ha fatto Matteoli. E soprattutto non lo ha fatto Berlusconi, uno che di logge, corruzione e tangenti se ne intende. Sono gli italiani che devono lasciare il Pdl.
Per me l’importante è che questi signori abbandonino le istituzioni al più presto, e qualsiasi carica o responsabilità di pubblico interesse. E, se da un canto certi individui devono rimanere nel partito che meglio li rappresenta, altri dovrebbero prenderne rapidamente le distanze.
Il presidente Fini e i suoi sostenitori, che sotto attacco di alcuni giornali e vengono accusati di essere “manettari come Di Pietro”, devono al più presto abbandonare gli impresentabili compagni di viaggio che hanno ordito le leggi “salva cricca”, dal legittimo impedimento al disegno di legge sulle intercettazioni. Con la prima, si mettono le alte cariche dello Stato al riparo dalla legge. Con il secondo si tutelano i partiti e i loro affari dalle inchieste più scomode. Il legittimo impedimento protegge i Vip, il ddl sulle intercettazioni protegge i galoppini.
Votare la sfiducia al governo da parte dei finiani, appello che ho loro rivolto in queste ore, potrebbe essere l’inizio di questo necessario distinguo tra chi vuol fare politica in modo etico e chi, nella moralità, vede solo una vuota demagogia.
Condotta quest’opera di separazione della gramigna dal grano sarà più facile, per i cittadini, nonostante una legge elettorale che non consente di esprimere la preferenza diretta, sapere quale partito sia ricettacolo di corrotti e quali altri possano offrire, se non la certezza, almeno la speranza, di votare facce pulite.

E' proprio per protestare contro l’iniqua manovra varata dal governo e per contrastare la legge sull’eliminazione delle intercettazioni, a cui il bluff degli emendamenti dell'ultima ora non ha cambiato veste, che domani con la Cgil e dopodomani con il popolo viola e la Fnsi, l’Italia dei Valori manifesterà in piazza Montecitorio. Manifestare per la legalità, in questo caso, oltre ad essere un diritto, è anche un dovere.

Dopodomani, inoltre, depositeremo presso la Cassazione le firme raccolte per i tre referendum abrogativi: sul legittimo impedimento, sulla privatizzazione dell’acqua e sul nucleare.

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25 Luglio 2010

A proposito di me

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Oggi vi parlo di me. Lo faccio perché ritengo doveroso informare l’opinione pubblica di un fatto che mi riguarda e di cui, lo scorso mese di giugno, tutti gli organi di informazione avevano dato notizia con ampie aperture in prima pagina. Ora, invece, a vicenda conclusa, in molti fanno finta di non sapere.
Ricordate? Il mese scorso tutti gli organi di informazione dettero la notizia che la Procura della Repubblica di Roma aveva aperto un’indagine nei miei confronti per truffa e falso. Questo a seguito di una denuncia in cui si sosteneva che io avrei truccato le carte per intascare i rimborsi elettorali che il partito “Italia dei Valori – Lista Di Pietro” aveva ricevuto a titolo di rimborso elettorale.
La notizia dell’iscrizione del mio nome nel registro degli indagati era vera e, pertanto, hanno fatto bene i giornali e le TV ad informare l’opinione pubblica. Altrettanto bene hanno fatto i magistrati a mettermi sotto inchiesta: ero stato denunciato ed era – per loro – doveroso accertare come stavano in realtà i fatti. Meno bene hanno fatto alcuni specifici organi di informazione (mi riferisco soprattutto ai giornali berlusconiani) che hanno “sparato” la notizia in prima pagina dando per scontato che io avessi davvero commesso le cose per cui ero accusato. Tutto questo senza riferire che si trattava di una denuncia sul cui contenuto già altre volte, ben tre volte, il giudice penale aveva disposto l’archiviazione per totale insussistenza dei fatti.
Ma, ripeto, ad un uomo politico e ad un personaggio pubblico - quale io sono - può capitare sia di finire sui giornali che di dover rendere conto alla magistratura ed all’opinione pubblica del suo operato e ciò è capitato anche a me (in questa come in molte altre occasioni). Non me ne sono fatto un cruccio, quindi, né mi sono messo ad imprecare contro i magistrati che mi avevano messo sotto inchiesta né ho sparato al vento accuse di complotti o ritorsioni. Anzi, dissi subito – e lo ribadisco anche ora – che sono ancora pronto a stringere la mano ai miei accusatori di ieri e di oggi qualora essi – almeno ora, alla luce degli accertamenti svolti dalla magistratura - ne accettino le conclusioni.
Ma quali sono le conclusioni a cui è pervenuta la Procura di Roma? Nessuno lo sa perché nessun organo di informazione, ad eccezione de ‘Il Fatto Quotidiano’, ne ha dato notizia. Lo faccio io, allora: l’inchiesta si è conclusa ed il Pubblico Ministero ha richiesto l’archiviazione del procedimento penale, anche questa volta per totale insussistenza dei fatti.
Le accuse erano due ed a questo punto – per capire bene di cosa stiamo parlando - è doveroso riepilogarle:

- a dire dei denuncianti, io avrei dichiarato il falso (in violazione dell’art. 479 del codice penale) davanti al notaio di Roma il 1.12.2003, affermando che il codice fiscale n. 900245590128 fosse riferibile al partito dell’Italia dei Valori mentre esso farebbe capo ad una associazione privata avente lo stesso nome del partito ma del tutto diverso da esso;
- sempre a dire dei denuncianti, io avrei dirottato (in violazione dell’art. 640 del codice penale) a questa asserita associazione privata i contributi elettorali ricevuti nel periodo 2004 – 2007 dal partito IDV a titolo di rimborso elettorale per le elezioni al Parlamento europeo del 2004.

Trascrivo qui di seguito cosa ha riscontrato al riguardo la Procura della Repubblica di Roma, rinviando alla lettura integrale della richiesta di archiviazione qui allegata, per un migliore approfondimento (scarica e leggi il pdf - 1 Mb):

“dalla informativa della Guardia di Finanza e dalla documentazione acquisita è emerso che le quote elettorali maturate dall’anno 2004 all’anno 2007 sono state regolarmente versate sul c/c bancario acceso presso la Banca di Credito Bergamasco sito in Bergamo ed intestato al partito Italia dei Valori-Lista Di Pietro. Non appare configurabile, di conseguenza, una non trasparente gestione di tali fondi, atteso che gli stessi risultano depositati presso il conto corrente bancario intestato al partito, circostanza questa che non consente di ritenere ipotizzabile il delitto di cui all’art. 640 c.p. per assoluto difetto degli elementi oggettivi e soggettivi”. Il P.M. dice anche di più: “dalla documentazione acquisita emerge che i fondi erogati e depositati sul conto corrente di IDV non risultano poi essere transitati su altri conti intestati a diverse persone giuridiche”;
“dalla documentazione acquisita risulta che il codice fiscale è stato attribuito con provvedimento del Ministero delle Finanze al partito IDV: non può pertanto ritenersi falsa l’affermazione resa davanti al notaio di Roma in data 1.12.09 in quanto realmente quel numero di codice fiscale è stato attribuito al partito Italia dei Valori con provvedimento del Ministero delle Finanze fin dall’anno 2003. Si deve pertanto escludere l’esistenza di quelle condotte censurabili che si evidenziano nell’esposto, con conseguente insussistenza del reato di cui all’art. 479 c.p.”.

Questi sono i fatti, così come riscontrati dall’Autorità giudiziaria. Le conclusioni a cui essa è giunta mettono una pietra tombale sulle mille illazioni che sono state fatte circolare a proposito della gestione finanziaria dell’Italia dei Valori.
Invito tutti ad avere fiducia nella magistratura e ad affidarsi ad essa per far valere le proprie ragioni. Ah, dimenticavo: questa strada possono sceglierla solo coloro che sanno di non aver commesso nulla di male. Gli altri preferiscono la scorciatoia della denigrazione dei giudici e delle leggi ad personam! Ma questo dimostra che, appunto, non tutti i politici sono uguali.

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24 Luglio 2010

Anticorpi? Non ne sarei così sicuro

Stamattina sono stato ospite di SkyTg24. In video, e col testo che segue, ripropongo uno stralcio dell'intervista che ho rilasciato a Diletta Giuffrida.

Ha fatto bene il Presidente della Repubblica a lanciare l'allarme sulle squallide consorterie, ma che l'Italia abbia gli anticorpi è ancora tutto da dimostrare
Già all'inizio degli anni Novanta, era stato scoperto il sistema gelatinoso inerente l'intreccio fra affari-politica e affari-politica-mafia.
Ma le persone coinvolte in quel sistema sono ancora lì. Anzi. Si sono appropriate delle istituzioni e le utilizzano per fare leggi, provvedimenti, e prendere decisioni proprio per rafforzare il loro potere. Dunque, prima di dire che nel nostro Paese ci sono gli anticorpi, bisogna avere il coraggio di scovarli e dargli spazio per abbattere il male. Sono convinto che ci sia bisogno di un partito della legalità che metta insieme persone perbene contro le persone "permale". Prima che sia troppo tardi.
Perché il vero rischio non è la corruzione di pochi politici, ma quella di molti italiani. Dobbiamo preoccuparci del modello piduista che ha conquistato le coscienze.

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22 Luglio 2010

L'elisir contro le forze occulte

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Sono contento che l’idea di non procedere con logiche di lottizzazione per l’elezione del Consiglio Superiore della Magistratura – da me proposta per primo – stia prendendo piede.
Noi dell’IDV non abbiamo intenzione di partecipare alla spartizione di poltrone da parte dei partiti per sistemare proprie pedine all’interno del CSM ed abbiamo invitato anche gli altri a seguire il nostro esempio. Nessun parlamentare o ex parlamentare, a nostro avviso, dovrà essere nominato all’interno del CSM.
Abbiamo proposto anche i nomi: il prof. Vittorio Grevi, (che vediamo bene anche come Vice Presidente del CSM), il prof. Gustavo Zagrebelsky, il dott. Bruno Tinti, il dott. Francesco Saverio Borrelli, il prof. Franco Cordero e altri del loro stesso calibro culturale e professionale. Costoro – se scelti – non saranno visti come “nominati” da noi o da qualche altro partito, ma semplicemente scelti in virtù della loro storia e della loro professionalità.
Per questo sono felice che anche Micromega abbia rilanciato questa nostra posizione come la più utile per il bene del Paese.
Solo agendo in questa maniera, lontano dalle logiche spartitorie e di lottizzazione, riusciremo ad uscire da questa spirale che vede i partiti tentare di condizionare ogni ambito della vita sociale, culturale e istituzionale.
Proprio in questi giorni stiamo vedendo che le logiche della P2 sono ancora attive e, purtroppo, ben funzionanti. Il loro obiettivo è e sarà sempre quello di controllare e inquinare istituzioni e media per creare centri di potere utili a una ristretta cricca.
L’innesto di personalità di alta statura giuridica e morale nel CSM è l’unico elisir utile ad esorcizzare ogni tentativo di condizionare la magistratura da parte di forze occulte e massoniche.

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21 Luglio 2010

Csm, l'Idv non si candida alle poltrone

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Il Parlamento, in seduta comune, è chiamato ad eleggere i componenti laici del nuovo Consiglio Superiore della Magistratura. Al riguardo, è sotto gli occhi di tutti come i partiti si stiano muovendo per scrivere l’ennesima brutta pagina della lottizzazione delle poltrone e del potere. Noi dell’Italia dei Valori dobbiamo denunciare questo andazzo anche al fine di evitare che si faccia di tutta l’erba un fascio.

Ciò premesso, segnalo qual è la nostra posizione su questa questione:

1 - l’Italia dei Valori non partecipa e non intende partecipare alle riunione che si stanno svolgendo nel retrobottega del Parlamento finalizzate alla spartizione di poltrone da parte dei partiti per sistemare proprie pedine all’interno del CSM;
2 - IDV non presenta né presenterà nominativi di propri esponenti politici come candidati a tali poltrone;
3 - IDV si batte e si batterà per estirpare la cattiva abitudine del Parlamento di nominare, come componenti laici del CSM, esponenti politici, siano essi parlamentari in carica o trombati da sistemare. Ciò perché, inserendo persone portate a prendere decisioni più per partito preso che per intima convinzione (almeno questa è l’impressione che tali nomine danno all’esterno), si lede l’autonomia dell’organo di autogoverno della magistratura;
4 - IDV si impegna a non votare per nessun candidato proveniente da precedenti esperienze parlamentari o da attività politiche, da qualsiasi partito egli provenga;
5 - tra i nominativi che IDV intende indicare – ma solo se gli interessati ci permetteranno di farlo – cito quelli del prof. Vittorio Grevi, (che vediamo bene anche come Vice Presidente del CSM), del prof. Gustavo Zagrebelsky, del dott. Bruno Tinti, del dott. Francesco Saverio Borrelli, del prof. Franco Cordero e di altri dello stesso calibro culturale e professionale;
6 - IDV condivide, infine, la determinazione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di demandare al nuovo CSM il compito di giudicare, ed eventualmente sanzionare, il comportamento dei magistrati che hanno avuto rapporti con la nuova P3, in quanto tra gli attuali componenti del CSM ce ne sono alcuni coinvolti e, quindi, in conflitto di interessi.

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19 Luglio 2010

Borsellino: sconfitta di Stato

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Sono a Palermo per ricordare Paolo Borsellino e la sua scorta, a diciotto anni da quel giorno funesto, in via D'Amelio.
In via D’Amelio e a Capaci saltarono in aria i valori dello Stato, non soltanto le macchine investite dalle esplosioni.
Aveva ragione Antonino Caponnetto, fondatore del pool antimafia di cui facevano parte Borsellino e Falcone, quando, ripreso a caldo dalle telecamere, disse con la voce strozzata dal dolore: «E' finito tutto, è finito tutto» (guarda il video).
Borsellino, così come Falcone e molti altri dopo di loro tra forze dell’ordine e fedeli servitori dello Stato, furono uccisi da facce ancora senza volto che sappiamo essere oggi nelle istituzioni.
Celebrare questa giornata è un dovere morale per un Paese in cui la legalità sembra essersi dissolta nell'acido, ascoltando le sentenze e le testimonianze registrate nei processi degli ultimi anni.
Un senatore della Repubblica che definisce "veri pentiti" due assassini come i fratelli Graviano (guarda il video), può bastare per farci capire chi siede oggi in Parlamento.
Dov’è la legalità? La legalità rappresenta ancora un valore per gli italiani? O è rimasto solo un gruppo di cosiddetti “manettari” a difenderla?
Se Borsellino fosse tra noi, oggi, avrebbe un gran da fare, forse. Certamente, però, sarebbe ancora vivo.
Nel XXI secolo la criminalità non ha più bisogno di uccidere, poiché elegge i suoi rappresentanti in Parlamento, li colloca nella magistratura, nelle Forze dell’Ordine, nell’imprenditoria.
E se Paolo fosse arrivato a scoprire realtà scomode, allora sarebbe stato semplicemente rimosso dall’incarico come è successo con de Magistris, Apicella, Forleo. Ma sarebbe ancora vivo.
Borsellino è morto nel '92 perché rappresentava gli italiani che non volevano trattare con la criminalità.
Oggi essere un rappresentante della criminalità organizzata significa essere importanti e muovere le sorti del Paese. Oggi avere rapporti con la criminalità ti garantisce un posto in prima fila, un posto da senatore o addirittura da sottosegretario. Un posto al sole, insomma.
Oggi la criminalità è arrogantemente presente in ogni settore ed è la prima industria del Paese.
E’ presente più dello Stato tra la popolazione, offre lavoro, appalti, soldi e fortuna, e celebra anche lei la morte di Borsellino distruggendone le icone che lo ricordano.
Le sculture dei due giudici danneggiate a Palermo ricordano uno Stato contrapposto alle mafie, una contrapposizione superata dal dialogo e dalla collusione odierni.
Se Paolo fosse riuscito a portare a termine il suo lavoro, tenendo lontano lo Stato dalle mafie, vivremmo in un'Italia diversa.
Borsellino aveva gli strumenti per cambiare le cose, e intorno a lui c’era una popolazione che lo sosteneva. Nel cuore dei cittadini lui era un eroe, mentre coloro che lo volevano ammazzare erano topi che si muovevano all’ombra delle fogne.
Oggi gli incontri tra politici e criminali avvengono alla luce del sole. I topi sono usciti allo scoperto e sono entrati in Parlamento.
Paolo in quel 19 luglio non aveva intorno solo la sua scorta (Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina) ma tutti gli italiani.
Per questo con l'uccisione di Borsellino ha perso l'Italia intera.
Le agende rosse innalzate in cielo, oggi a Palermo, devono essere un punto da cui ripartire. Gli italiani, in questo giorno di ricordo, hanno una grande occasione per riflettere. I vari Dell’Utri, Cuffaro, Cosentino sono il prodotto di una deriva democratica per cui diversi servitori dello Stato hanno perso la vita negli anni '90.
Il miglior omaggio alla memoria di Borsellino che i cittadini possano fare è quello di assumersi l’impegno di rigettare i topi nelle fogne. E con loro chi gli ha aperto i tombini.

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18 Luglio 2010

Lo statista del male

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Tutti continuano a parlare dell’importanza della libertà di stampa, ma di questi tempi con questo Presidente del Consiglio, che ha asservito a sé l’intera informazione in Italia, diventa difficile richiamare questo principio. Berlusconi, e ciò è chiaro a tutti, fa un uso distorto delle funzioni assegnategli dalla Carta Costituzionale e utilizza il suo ruolo per trarne profitto personale.
Il conflitto d’interessi che pende sul Presidente del Consiglio rischia di diventare la tomba della nostra democrazia. La responsabilità di tutte le forze politiche, esclusa l’Italia dei Valori, che non hanno voluto risolverlo, nemmeno durante la scorsa legislatura, è grandissima.
E’ una questione che va di pari passo con quella della legge elettorale attuale. Disposizioni che hanno ridotto le nostre Camere a serve del padrone e del Cesare di turno. Infatti, grazie a quella legge, la maggior parte dei parlamentari ha annullato la propria coscienza e dimenticato il senso di responsabilità che dovrebbero avere di fronte ai cittadini.
Il dittatorello di Arcore ordina e i suoi fedeli obbediscono. Così il TG 1 propina solo ciò che riportano le veline di Palazzo Chigi, sbianchetta la voce dell’Italia dei Valori e parla di un Paese che non esiste.
In Parlamento la situazione è analoga: Berlusconi chiama e i suoi fedeli eseguono: presentando norme per garantire l’impunità al dittatorello e per eliminare gli ultimi residui di libertà. Così ci ritroviamo il disegno di legge intercettazioni con lo scopo di mettere il bavaglio ai giornalisti, di bloccare il lavoro dei magistrati e di zittire uno degli ultimi baluardi del sistema informazione, ossia la rete.
Non so se in Parlamento riusciremo a rivoltare come un calzino questo provvedimento liberticida, ci proveremo con tutte le forze, ma ho i miei forti dubbi, conoscendo i numeri della maggioranza e soprattutto i cuor di leoni che stanno nel Pdl.
Sono disposizioni criminogene e in quanto tali vanno ritirate. Questa legge elettorale calza a pennello a questo dittatore perché rende succubi i suoi parlamentari e rende forte lo statista. Si, ho detto proprio “statista” perché oggi i suoi lacché gli hanno assegnato il premio di miglior statista, e forse hanno ragione in fondo è uno statista però del male perché è riuscito in poco tempo a mettere tutti gli italiani nel suo sacco, prendendoli in giro e privandoli di risorse economiche e di libertà. Il cambiamento della legge elettorale e la risoluzione del conflitto d’interessi sono i due temi su cui costruire la coalizione che dovrà proporsi come alternativa a questo Governo.
Si parte da qui e non con un Governo delle larghe intese perché i numeri di questa maggioranza sono schiaccianti e sono sicuro siano pochissimi i parlamentari del Pdl disposti a disobbedire a chi li ha messi in Parlamento.
A questo punto prima si va a votare è meglio è, se no questo statista ‘de noantri’ rischia di trovare l’ennesima scappatoia.

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17 Luglio 2010

Il coraggio della verita'

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Il danneggiamento delle statue di Falcone e Borsellino è un atto incivile e dal timbro chiaramente intimidatorio sul quale occorre fare subito luce. E' un segnale inquietante che ha in sé una valenza simbolica che non può essere ignorata. Non credo sia un caso che ciò avvenga nel periodo in cui molte inchieste hanno fatto emergere nuovi elementi sulle stragi del '92. Inchieste che lanciano ombre inquietanti sul ruolo di alcuni protagonisti dell'attualità. Lo Stato dovrebbe supportare la ricerca della verità fino in fondo, ma se all'interno dello stesso Stato ci sono personaggi collusi con la mafia, che attaccano a giorni alterni la magistratura, che non aiutano i collaboratori di giustizia, tutto diviene più difficile e la richiesta di legalità appare quasi paradossale.
La lotta alla mafia va portata avanti con i fatti, con leggi che agevolino il lavoro della magistratura e non certo con i vari provvedimenti di questo Governo: dallo scudo fiscale ai tagli economici al comparto sicurezza, contenuti nella manovra, sino al disegno di legge sulle intercettazioni. L'Italia dei Valori, che ha nel suo dna la lotta a tutte le mafie, parteciperà lunedì a Palermo al corteo delle agende rosse per chiedere verità, giustizia e che le vittime di quegli anni vengano ricordate con provvedimenti a sostegno della magistratura e delle forze dell'ordine. Oggi più che mai è necessario il coraggio della verità.

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16 Luglio 2010

Magistratura a rischio infezione

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«...Che esistesse un comitato d'affari, un cartello di imprese e il lobbismo illegale era risaputo fin da Mani Pulite. Ora il risultato è che dopo aver preso atto che i giudici potevano scoprire questa malattia sociale, invece di curare la malattia hanno contagiato i giudici». Di seguito ripropongo una mia intervista pubblicata stamattina dal quotidiano La Stampa. L'ex giudice Caliendo, oggi sottosegretario, deve dimettersi perché coinvolto nello scandalo eolico. E se non lo farà, sappia che l'Italia dei Valori non starà con le mani in mano.


«NESSUNA COPERTURA A CALIENDO»

«Ho trovato un'altra gallina morta! Che devo fare? A questo punto ho fatto uccidere galline e gallinacci dal macellaio e le ho messe nel freezer per mangiarmele io»: prima di puntare il dito contro i suoi ex colleghi giudici, Tonino Di Pietro se la prende con una faina che ha fatto fuori i suoi amati pennuti sotto la calura di Montenero di Bisaccia. Toltosi questo pensiero, l'ex pm può passare all'attacco, per chiarire che non c'è «nessuna copertura» nei confronti dell'ex giudice Caliendo, «che si deve dimettere e se non lo farà spontaneamente sappia che stiamo mettendo in piedi un'operazione di accerchiamento». E tutti gli altri magistrati finiti nell'inchiesta «devono finire ai giardinetti», con una postilla: «la posizione di Miller, il capo degli ispettori, è ancora più delicata di quella di Caliendo perché è lui che ha il manico in mano».

LA STAMPA: Sarà amareggiato nel vedere coinvolti diversi giudici in questa vicenda, o no?

ANTONIO DI PIETRO: «E' questa l'anomalia nell'anomalia. Che esistesse un comitato d'affari, un cartello di imprese e il lobbismo illegale era risaputo fin da Mani Pulite. Ora il risultato è che dopo aver preso atto che i giudici potevano scoprire questa malattia sociale, invece di curare la malattia hanno contagiato i giudici. La situazione ora è delicatissima: o ai interviene subito con un'operazione di chirurgia con il taglio netto della parte infetta oppure si rischia che anche il corpo sano della magistratura possa infettarsi».

LA STAMPA: Perché finora ha lanciato più bordate al governo che ai magistrati coinvolti?

ANTONIO DI PIETRO: «No,no, l'ho detto e ribadisco: sto dalla parte dell'Anm che ha preso una posizione netta senza se e senza ma. Coloro che sono rimasti coinvolti in questo affare, a prescindere dalle questioni penali che voglio anche pensare non ci siano, ormai hanno perso le caratteristiche di terzietà che deve avere un giudice e devono lasciare la magistratura».

LA STAMPA: Quindi mano dura anche con loro per non farsi accusare di esser garantista con gli ex colleghi?

ANTONIO DI PIETRO: «Assolutamente, Il Csm ha avuto un atto di resipiscenza operosa nell'aprire una pratica di trasferimento d'ufficio, ma è troppo poco: Marra dovunque lo mandi è una persona che ha sfregiato il suo ruolo e l'unica cosa che deve fare è prendersi uno zainetto e andarsi a fare una passeggiata».

LA STAMPA: E come mai non ha firmato la mozione di sfiducia del Pd contro l'ex giudice Caliendo?

ANTONIO DI PIETRO: «Chi l'ha detto? Intanto lui è senatore e dunque va presentata al Senato. E poi ho fatto la scelta degli Orazi e dei Curiazi perché bisogna colpire sempre a colpo sicuro: se li metti tutti insieme in una mozione, quelli si ricompattano. Oggi invece abbiamo una fotografia di Brancher squarciata, e via! E così una di Scajola e un'altra di Cosentino. Ora passiamo alle altre».

LA STAMPA: Ma lei invece ha proposto al Pd di firmare una mozione per far dimettere il governo. Non ha chiesto di mettere ai voti quella su Caliendo. Perché?

ANTONIO DI PIETRO: «Oggi ho chiesto a Fini una cosa diversa. Ci sono altri due passaggi: il primo è la richiesta di autorizzazione all'uso delle intercettazioni telefoniche per Cosentino, rinviata da mesi alla Camera e che va messa all'ordine del giorno per vedere chi ha il coraggio di opporsi. Secondo, è in arrivo la richiesta di utilizzo delle intercettazioni che riguardano i parlamentari, cioè i Caliendo, i Verdini, i Dell'Utri. Sono fondamentali, perché avremo la riprova della insostenibilità della loro posizione. Ma attenzione, non ho bisogno di questo per chiedere la sfiducia di Caliendo, ne ho bisogno per ottenerla ed è cosa ben diversa».

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14 Luglio 2010

Ora tocca al Governo

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Nicola Cosentino si è dimesso da sottosegretario. Ha lasciato il suo incarico governativo questa sera, dopo la nostra interrogazione alla Camera e in attesa della mozione di sfiducia che avevamo proposto e che si sarebbe discussa mercoledì prossimo.
La prima cosa che mi viene da dire è una sola: era ora.
Non ha limite, non ha senso del pudore, non ha rispetto per le istituzioni una persona che per dimettersi, nonostante i gravi capi di imputazione, ha atteso la richiesta di voto di sfiducia, proposta dall'Italia dei Valori.
Ma come si può affidare il Governo del Paese ad una persona che è colpita da un mandato di cattura per associazione a delinquere di stampo camorristico ed è sospettata di far parte di un'associazione segreta che opera per abbattere le istituzioni? E' come mettere un coltello nelle mani dell'assassino.
Per questo le dimissioni, che noi dell'Italia dei Valori abbiamo chiesto ad ogni costo, erano doverose. E non dicano, adesso, che Cosentino ha dimostrato correttezza istituzionale dimettendosi. Perché la correttezza è un'altra cosa. Di correttezza parleremmo se Cosentino non approfittasse del suo ruolo di parlamentare per evitare i magistrati che hanno chiesto il suo arresto. Di correttezza parleremmo se in un Paese normale, dopo il caso Scajola, il caso Brancher, il caso Cosentino, si risolvesse un altro grande caso: il caso Berlusconi. Perché chi è il mandante di tutta questa storia? Chi è il beneficiario se non Silvio Berlusconi? Chi ci sta ai vertici di questa nuova "P" (2 o 3 non importa) politica?
Il loro scopo è chiaro: occupare le istituzioni. Un gruppo di magistrati, un gruppo di giornalisti, un gruppo di banchieri, un gruppo di imprenditori, un gruppo di politici con un unico obiettivo: farsi gli affari propri, ognuno in mutuo soccorso dell'altro.
Chi paga? I cittadini, come sempre.
Per questo è indispensabile, adesso, che la società civile apra gli occhi. La nostra missione non si ferma certo alle dimissioni di Cosentino. Tutt'altro. Adesso abbiamo un compito preciso: mandare a casa il governo Berlusconi.

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13 Luglio 2010

Ora tocca a Cosentino

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Dopo Brancher, dopo Scajola, ora tocca a Cosentino. Anche lui deve andare via dal Governo. Per questo motivo l’Italia dei Valori, oggi, ha presentato una mozione contro il sottosegretario del Popolo della Libertà. Una mozione in cui il Parlamento impegna il Governo a rimuovere Cosentino dal suo ruolo, poiché colpito da un mandato di cattura per contiguità alla Camorra (approfondisci l’argomento La storia - Il mandato - Le telefonate) e poiché sottoposto a inchiesta per aver organizzato un’associazione segreta contro gli interessi dello Stato.
Non si può lasciare al Governo una persona su cui pendono questi capi d’accusa. Non è possibile, almeno fin quando la magistratura non chiarisce i fatti che coinvolgono il sottosegretario campano.
Quella che abbiamo presentato oggi è una mozione ordinaria, perché per un sottosegretario non è prevista la mozione di sfiducia individuale relativa ai ministri.
Tuttavia, se il Parlamento approverà questa mozione, inevitabilmente accadrà qualcosa. Ci saranno delle conseguenze.
In più, con questa mozione che abbiamo presentato, riusciremo anche a verificare chi tira il sasso e poi nasconde la mano. Chi difende la democrazia solo a parole e chi fa sul serio.
Votando a favore o contro questa mozione, ciascuno potrà, anzi dovrà assumersi le proprie responsabilità. Vogliamo sapere chi c'è e chi ci fa. Vogliamo che tutti i parlamentari guardino alla loro coscienza e scelgano se tenere al Governo una persona con queste ombre.
Berlusconi pronto ad espellere i parlamentari del Pdl che voteranno contro il sottosegretario? Ci troviamo davanti ad un comportamento di correità politica con ciò di cui è accusato Cosentino.
Solo una correità politica può spiegare il fatto che Berlusconi, invece di mettere a disposizione della magistratura un membro del suo governo accusato di fatti gravissimi, vuole buttare fuori chi dovesse votare la mozione di sfiducia.
L’Italia dei Valori, in questo senso, ha un solo pensiero: sfiduciamo Cosentino.

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11 Luglio 2010

Sete di potere

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L'inchiesta sull'eolico in Sardegna è l'ennesima prova che il Pdl è il partito della P2 e del malaffare. Denis Verdini, che del partito dell'amore (così lo definiscono i suoi membri) è coordinatore nazionale, è finito nell'inchiesta che ha portato all'arresto di Flavio Carboni, imprenditore vicino al Premier. Un fatto quasi sistematico.
All'interno del Pdl avere guai con la giustizia è un segno distintivo, una questione di curriculum. Come per Brancher, fra i ministri più brevi della storia repubblicana, nominato per ciò che ha fatto e non ha detto in passato. O come per Bertolaso, ancora ai vertici della Protezione Civile, nonostante lo scandalo aquilano, e non solo.
Ma il Premier chiude gli occhi ed è magnanimo quando a finire nelle mire della magistratura è qualcuno che porta con sé un buon pacchetto di voti (Cosentino docet). Questa è la logica massonica.
Oggi il Pdl è un partito lacerato. Una vecchia automobile che perde pezzi a ogni curva. Berlusconi ne è consapevole. E' cosciente che la fine della corsa potrebbe essere questione di settimane, di giorni, di ore. E cerca di aggrapparsi, in ogni modo, a chiunque possa prolungare l'agonia della sua era. Sta provando ad abbracciare Casini, ma la Lega lo trascina dall'altra parte. Sta cercando di recuperare i dissidenti del suo partito, ma non ci riesce.
Questo Governo dimostra così di avere un solo scopo: sopravvivere, attaccato alle poltrone, cercando di salvaguardare il proprio potere, perché attraverso questo si fanno affari d'oro. Una smania di potere che però sta passando il Paese e lo Stato sociale al tritacarne. Non è un caso se le imprese del Premier non conoscono crisi. Non importano le riforme, la ripresa economica ed il futuro del Paese. E mentre noi cittadini "passammo 'e guaje", come canta Pino Daniele "chiste, invece 'e dá na mano, s'allisciano, se váttono, se mágnano 'a cittá!...".

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7 Luglio 2010

Frequenze tv, ci guadagna sempre lui

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Oggi pomeriggio, alla Camera, ho illustrato un'interrogazione al Presidente del Consiglio (ancora una volta assente) circa le iniziative per il rispetto della riserva a favore dell'emittenza televisiva locale di un terzo dei programmi irradiabili nell'ambito del piano nazionale di assegnazione delle frequenze. Di seguito e in video riporto il resoconto dell'interrogazione

L'INTERROGAZIONE
ANTONIO DI PIETRO. Signor Presidente, signor - a questo punto devo dire - sostituto parlamentare (infatti, l'interrogazione è diretta al Presidente del Consiglio e mi risponde sempre lei che è un volto così buono e così pulito, ma non è a lei che mi rivolgo insomma), le pongo una questione terribilmente semplice, una questione matematica: è vero o non è vero che la legge n. 249 del 1997 ha previsto una riserva di un terzo dei programmi televisivi del digitale terrestre irradiabili dalle emittenti locali poiché l'Accordo internazionale di Ginevra del 2006 ha previsto che le frequenze per il nord-est in tutto devono essere ventisette? È vero o non è vero che matematica vuole che diciotto dovrebbero essere le frequenze nazionali e nove quelle locali coordinate? È vero o non è vero che il 28 giugno 2010 il piano nazionale di assegnazione delle frequenze televisive dell'Autorità per le comunicazioni ha previsto invece 25 emittenti nazionali? Se la matematica non è un'opinione, 27 meno 25 fa 2. Come mai? Chi l'ha deciso? Cosa vuole fare il Governo (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)?

LA RISPOSTA
ELIO VITO
, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Signor Presidente, ringrazio l'onorevole Di Pietro per le parole di stima personale. Naturalmente, per quanto mi riguarda, rappresento la risposta che in questo caso il Ministero dello sviluppo economico ci comunica, rilevando innanzitutto che il piano delle frequenze televisive non rientra tra le sue competenze, ma che invece è stato votato dal consiglio dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Il Ministero, infatti, ha il solo compito di assegnare le risorse pianificate sulla base di quanto stabilito dall'Autorità con la delibera citata nell'interrogazione dell'onorevole Di Pietro. In particolare, pianificando 25 reti nazionali aventi caratteristica di equivalenza, con una copertura del territorio superiore all'80 per cento della popolazione, l'Autorità ha messo sullo stesso piano tutti gli operatori televisivi presenti e futuri, in linea con quanto richiesto dalla Commissione europea. Il Ministero comunica che, secondo l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, la pianificazione è stata svolta in perfetta coerenza con le disposizioni normative vigenti. Inoltre, con l'uso estensivo della tecnica isofrequenziale, già sperimentata con successo nella regione Sardegna, sono stati raggiunti gli obiettivi indicati dalla delibera del 2009. Tali obiettivi, secondo la stessa Autorità per il Ministero sono complessivamente superiori alle risorse coordinate per l'Italia previste dall'Accordo di Ginevra del 2006. La maggior parte delle reti nazionali indicate in tale piano sono interamente isofrequenziali e possono, quindi, raggiungere la copertura richiesta nel territorio nazionale mediante l'impiego di un'unica frequenza. Il Ministero informa, inoltre, che secondo l'Autorità solo alcune delle reti nazionali pianificate, pur utilizzando estensivamente la tecnica isofrequenziale, hanno la necessità di impiegare in alcune aree tecniche una frequenza diversa da quella principale, per consentire una sostanziale equivalenza di copertura rispetto alle reti a singola frequenza. Ciò a causa dei vincoli interferenziali con i Paesi confinanti e degli accordi internazionali, vincoli che fanno sì che alcune frequenze non siano di fatto utilizzabili sull'intero territorio nazionale. Quanto al coordinamento internazionale, il Ministero dello sviluppo economico, in collaborazione con l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, ha in corso una serie di incontri bilaterali con tutte le amministrazioni radioelettricamente confinanti, tra cui anche la Croazia e la Slovenia, con l'obiettivo di ampliare, sulla base dell'accesso equo alla risorsa, la possibilità di uso delle risorse spettrali, in aggiunta a quelle del piano di Ginevra 2006. A tali incontri ha direttamente partecipato il Viceministro, onorevole Paolo Romani, che il 31 maggio ha incontrato il Segretario di Stato sloveno per definire un'intesa sull'utilizzo ottimale delle frequenze disponibili, le cui ricadute potranno avere effetti anche su altri Paesi limitrofi, come la Croazia. In conclusione, quindi, onorevole Di Pietro, il Ministero e l'Autorità, per quanto di competenza, stanno elaborando una serie di misure volte a garantire l'efficientamento dello spettro radioelettrico non utilizzato da parte dei soggetti assegnatari attuali e futuri, al fine di garantire, tra l'altro, adeguata ed effettiva disponibilità di capacità trasmissiva a tutti gli operatori di rete.

LA REPLICA
ANTONIO DI PIETRO.
Signor Ministro, come al solito le concedo le attenuanti generiche, perché lei non c'azzecca niente con questa materia. Infatti, non so se se ne è accorto, ma ha detto due cose, una contraria all'altra: da una parte, ha detto che ciò non è compito del Ministero dello sviluppo economico e, dall'altra, ha detto che il Ministero dello sviluppo economico, proprio con il Viceministro Romani, sta andando a trattare con la Croazia e con la Svevia.
Allora, evidentemente il compito e l'incarico ce l'ha, e certo che ce l'ha! E qual è il problema? Il problema è che si sta ancora trattando con la Croazia e con la Slovenia quali e quante frequenze coordinate assegnare.
La domanda che le ho posto è di tipo matematico: posto che a Ginevra hanno deciso che all'Italia spettano 27 frequenze e posto che la legge italiana e la delibera della stessa Autorità per le garanzie nelle comunicazioni hanno previsto che un terzo delle radiofrequenze (e quindi 9, perché la matematica anche in questo Parlamento dovrebbe essere una cosa certa e non un'opinione) deve essere riservato alle televisioni locali del nordest e principalmente al Veneto e al Friuli Venezia Giulia, io le chiedo e mi chiedo: come fa a far quadrare i conti con la Slovenia, con la Croazia, con le regioni in una situazione di questo genere?
Signor Ministro, le rivolgo, quindi, un'altra domanda. Posto che, invece, il Ministero dello sviluppo economico deve occuparsi di ciò, eccome, perché ha il compito di coordinare le frequenze in sede internazionale, perché ha competenza in materia di modifiche sul piano nazionale delle ripartizioni delle frequenze, le chiedo: chi è a capo del Ministero dello sviluppo economico che si occupa anche di comunicazione? Berlusconi. Chi è che si avvantaggia di questo nelle televisioni nazionali, facendo finta che ventisette meno venticinque faccia nove? Berlusconi. È o non è un conflitto di interessi questo?
Signor Ministro, vorrei chiedere al suo Presidente del Consiglio di non cambiare almeno la matematica, perché siamo stufi di vedere il gioco delle tre carte.

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6 Luglio 2010

Spatuzza, il grossolano errore di Mantovano

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Questo pomeriggio, nella sala Nassiriya di Palazzo Madama, il senatore Luigi Li Gotti ed io, abbiamo tenuto una conferenza stampa sul caso Spatuzza. Nel corso dell’incontro abbiamo denunciato nuovamente la grave esclusione del pentito Gaspare Spatuzza dal programma di protezione e abbiamo chiesto le dimissioni di Alfredo Mantovano da presidente della Commissione centrale sui pentiti del Viminale. Il caso si è riacceso stamani, in Commissione Antimafia, quando il sottosegretario agli Interni ha spiegato le motivazioni per cui la richiesta di protezione, avanzata dalle Procure della Repubblica di Palermo, Caltanissetta e Firenze, non può essere accettata. E’ grave che un ex magistrato che conosce bene la materia ha deciso di disapplicare in maniera macroscopica una legge che è di una chiarezza esemplare. Il verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione è stato sottoscritto con le Procure di Palermo il 22 dicembre 2008, Caltanissetta tra il 17-18 dicembre 2008 e Firenze il 17 dicembre 2008. Da queste date decorrono i 180 giorni come previsto dalla legge. Le dichiarazioni che Spatuzza ha reso su quanto detto con Graviano, ossia il riferimento ai nomi di Berlusconi e Dell’Utri sono state rese il 16 giugno 2009, quindi nel rispetto del termine dei 180 giorni previsti dalla legge. Mantovano continua a insistere che il verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione sarebbe un atto da sottoscrivere a conclusione dei 180 giorni, mentre la legge dice chiaramente che i 180 giorni decorrono dalla sottoscrizione del verbale. E’ così manifesto l’errore compiuto dalla Commissione presieduta da Mantovano, da rendere politicamente apprezzabile la perplessità sul fatto che non si sia trattato di un errore, ma di un atto politico voluto, alla vigilia della sentenza della Corte di Appello del processo Dell’Utri.

Ecco la dichiarazione scritta (scarica il pdf 2,3 Mb) depositata oggi in Commissione antimafia dall'Italia dei Valori

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5 Luglio 2010

Brancher non lo ha portato la cicogna

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Brancher finalmente si è dimesso. Il suo ministero, creato ad hoc per evitargli di presentarsi davanti ai giudici del processo sulla scalata della Antonveneta, ha avuto la vita di una farfalla. Non è né un gesto nobile, né un atto dovuto ma, semplicemente, un gesto obbligato. Non è nobile perché, se lo fosse stato, lui stesso avrebbe declinato la nomina fin da subito. Non è un atto dovuto perché non è né l’etica né la moralità a guidare le scelte di questa classe politica di governo. Basti pensare a casi nei quali le dimissioni sarebbero state un atto più che dovuto: parliamo del senatore Dell’Utri, del sottosegretario Cosentino sul quale pende un mandato di arresto, e del ministro Matteoli.
E’ stato un gesto obbligato perché, se fosse giunta al voto la mozione di sfiducia dell’opposizione che era programma per giovedì prossimo, il governo sarebbe caduto. Brancher ha scongiurato il voto annunciando da un’Aula di un Tribunale le sue dimissioni dal ministero del nulla e aggiungendo laconicamente di rinunciare al “legittimo impedimento per evitare strumentalizzazioni”. Ora Brancher sarà processato dai giudici di Milano dove è chiamato a difendersi nella vicenda della scalata ad Antonveneta, con l’accusa di appropriazione indebita e ricettazione, in relazione ad ingenti somme che sarebbero state ricevute da Giampiero Fiorani.
Brancher è stato nominato ministro dal presidente del Consiglio, per far sì che non si presentasse davanti ai giudici fruendo del legittimo impedimento. Ora, comicamente, è proprio Berlusconi che addirittura applaude alle sue dimissioni, in una sorta di dissociazione mentale, e chiede di “evitare strumentalizzazioni”. Il ministro La Russa sconfina nel ridicolo con un “onore e merito” per la scelta dell’inventato ministro.  
A questo punto rimane da sciogliere solo un mistero che, magari, può aiutare anche i giudici ad interpretare correttamente alcuni fatti giudiziari: chi ha voluto la nomina di Brancher e perché? Umberto Bossi, che lo ha amichevolmente definito “poco furbo” per la scelta di avvalersi del legittimo impedimento? Oppure Calderoli che sappiamo essere stato già chiamato in causa da Fiorani nel processo Antonveneta?  
E perché Berlusconi si è esposto a questo stillicidio mediatico e politico ben sapendo che la vicenda Brancher avrebbe messo a dura prova il governo e compromesso i suoi rapporti con il Quirinale?  Il caso Brancher non si chiude qui. Ritengo che questa vicenda avrà altri colpi di scena per il governo. Per ora mi limito a far presente ai cittadini che l’intera situazione è stata orchestrata, montata e dismessa da chi oggi vuol farci credere che il ministro Brancher, prima nominato all’Attuazione del federalismo, poi diventato ministro del decentramento con deleghe fantasma, l’abbia portato la cicogna. E’ evidente, insomma, che il governo delle mafie sta vivendo il suo crepuscolo.    

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3 Luglio 2010

Ghe pensa la P2

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Ieri il Presidente del Consiglio ha utilizzato Tg1 e Tg5, per fare i suoi monologhi farneticanti sulla democrazia. Il governo Berlusconi sta alla democrazia come Josef Mengele, medico nazista nei campi di Auschwitz, stava alla medicina. Il "Ghe pensi mì" è un ritornello già sentito un anno fa, forse la sua memoria, sul far della senilità, lo ha tradito.
Il Presidente del Consiglio, in sostanza, dice che si occuperà personalmente di democrazia e libertà. Ve lo immaginate come un tesserato della P2 può occuparsi di democrazia?
Certamente a parole ha convinto e rassicurato qualche nonnina preoccupata del fatto che ultimamente, dal passo del San Gottardo a Ragusa, vede sempre più spesso riempirsi le piazze di cittadini insofferenti. Oggi per una fabbrica che chiude, ieri per la libertà di informazione, domani per il no all’acqua privata e al nucleare. Insomma, quel "Ghe pensi mi", oltre qualche nonnina, non può aver ingannato nessun altro. Mi chiedo perché allora il Presidente del Consiglio debba voler offendere l’intelligenza perfino dei propri elettori, parlando di democrazia e libertà? Dopo tutto, Berlusconi non sceglie chi ha a fianco perché è garante dei diritti civili e dell’uguaglianza sociale ma, semplicemente, valutando se questi è uno scaltro faccendiere.
Come può garantire la democrazia un governo che agevola gli evasori e perseguita i contribuenti?
Come può garantire la libertà un governo che blocca i processi riguardanti i propri esponenti, e che inventa uno sgorbio giuridico quale è il legittimo impedimento?
Come può garantire la libertà di impresa un uomo che ha azzerato la concorrenza verso le proprie aziende, distruggendo tre reti pubbliche e mettendo in ginocchio Sky con la bufala del digitale terrestre?
Come può parlare di libertà e democrazia chi ha reso inutile un organo come il Parlamento, attraverso continui decreti e colpi di fiducia?
Cosa intende il Premier per libertà? Forse si riferisce alla libertà di poter delinquere da parte delle Mafie, grazie al ddl sulle intercettazioni? Forse si riferisce alla libertà di non farsi processare come Aldo Brancher, fatto ministro per consentirgli l’utilizzo del legittimo impedimento?
O alla libertà garantita a Cosentino dopo una richiesta d'arresto da parte dei giudici? lo stesso Cosentino che ha alle spalle oltre 40 telefonate intercettate fra il 2002 e il 2004 nelle quali conversa d'affari sul traffico di rifiuti in Campania?
Il "Ghe pensi mì" di ieri sera è l’addio di un disperato. Servono un leader e una coalizione capace di fornire un'alternativa di governo entro l'autunno, perché Berlusconi non andrà oltre. Saranno l’acuirsi della crisi economica e la sua incapacità di risolverla a spazzarlo via.
Da tempo l’Italia dei Valori sta facendo opposizione come alternativa di governo con proposte programmatiche complete e di risposta concreta alla crisi economica che i media, però, non vogliono far conoscere al Paese. Pazienza, ci arrangeremo come sempre, con la Rete.

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26 Giugno 2010

Perseo Napolitano

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Lo stop di Napolitano al legittimo impedimento di Brancher mi ha risollevato dalla delusione per la prematura esclusione dell'Italia dai mondiali del Sudafrica.
Lo avevo scritto qui, in questo blog. Oggi è arrivata la conferma. Aldo Brancher, ex dipendente Fininvest, ieri condannato per falso in bilancio e finanziamento illecito all’allora Psi e recluso a San Vittore, oggi indagato per appropriazione indebita e ricettazione, è stato nominato ministro dal suo amico Berlusconi per beneficiare del legittimo impedimento. In questo modo, quindi, ha evitato di presentarsi questa mattina al tribunale di Milano, dove è imputato nel processo sulla scalata ad Antonveneta da parte di Bpi. Ciò è possibile grazie alle leggi di questo Governo. Leggi su misura per una classe dirigente implicata nei più disparati procedimenti giudiziari. Il legittimo impedimento è una porcata. E non è solo la vergognosa vicenda Brancher a dirlo. Lo ripetiamo da tempo, e non a caso abbiamo promosso un referendum per abrogarlo. Adesso se n'è accorta anche la Lega che abbaia comunque a testa bassa.
La realtà è chiara a tutti: questa legge non ha senso, se non quello di bloccare il corso della giustizia. Diversamente, sarebbe il caso che il legittimo impedimento venisse esteso a tutti i cittadini che hanno impegni più o meno importanti.
Un impiegato che percepisce 1200 euro al mese ha sicuramente più obblighi rispetto a Brancher. Se il primo non si presenta al lavoro per tre giorni viene licenziato. Se Brancher diserta il Parlamento per due settimane non gli succede niente. Non se ne accorge nessuno e continua ad essere retribuito a spese degli italiani.
Adesso Brancher ha un solo obbligo: dimettersi e farsi processare. Per questo, l'Italia dei Valori ha già pronta una mozione di sfiducia nei suoi confronti e ha chiesto un incontro urgente, a partire dall'inizio della prossima settimana, per concordare un unico testo insieme a tutto il Parlamento.
In Italia bisogna riscoprire il senso etico. Sono convinto che questo Paese non abbia bisogno di leggi come il legittimo impedimento. Le priorità e le necessità sono altre. Per ricominciare ad essere una nazione civile abbiamo soltanto una chance: mandare a casa non solo Berlusconi, che ormai è una parte del problema, ma tutti i suoi fiancheggiatori di governo.

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24 Giugno 2010

Come volevasi dimostrare

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La difesa di Aldo Brancher, ministro da qualche giorno e imputato a Milano in uno stralcio del processo sul tentativo di scalata ad Antonveneta da parte di Bpi, ha chiesto il legittimo impedimento per il proprio assistito. L'udienza era in calendario per sabato prossimo, 26 giugno. Brancher è stato nominato ministro venerdì scorso. Che tempestività!
Ciò a cui stiamo assistendo, non si chiama solo conflitto d’interessi, ma si chiama ladrocinio di Stato portato avanti da persone che sono andate al potere solo per poter rubare legalmente. Questa mattina avevo pregato il ministro Bondi di chiedere al ministro Tremonti di non buttare via qualche milioncino di euro per costruire un ministero solo per permettere ad Aldo Brancher, che avrebbe dovuto presentarsi dal giudice, di farla franca, eccependo il legittimo impedimento.

L’ho detto all’alba, quando ancora la richiesta di appellarsi al legittimo impedimento da parte di Brancher non era stata avanzata. Ai cittadini vogliamo ricordare che il legittimo impedimento non è altro che un provvedimento ad personam che ha voluto Berlusconi per garantire l’improcessabilità a lui e ai suoi ministri. Un provvedimento che serve, è servito e sta servendo soltanto per assicurare a delle persone la propria impunità, spendendo per la costituzione di un nuovo ministero quei soldi che, invece, dovrebbero essere destinati alla parte più povera del Paese, ai lavoratori precari, a quelli del mondo della cultura, dello spettacolo, della scuola, ai giovani in cerca d’occupazione, al comparto sicurezza.

Quello che è accaduto questa mattina fa pendant con un’altra notizia: il legittimo impedimento è stato usato anche da Silvio Berlusconi che, insieme ad altre undici persone, è coinvolto nel processo Mediatrade.
Si dice che la giustizia perde tempo, che i suoi tempi sono lunghi. Certo, se si fanno delle leggi ad hoc per non farsi processare, se si diventa ministri per sfuggire alla giustizia, ecco è questa la conseguenza. Vergognatevi! State attuando un ladrocinio di Stato.

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21 Giugno 2010

Rimborsi elettorali: Di Pietro indagato. Un film gia' visto

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La Procura della Repubblica di Roma ha fatto il suo dovere. Dopo aver ricevuto una denuncia contro di me da parte del solito onorevole Elio Veltri ha proceduto come si fa sempre in questi casi: mi ha iscritto nel registro degli indagati, come si rileva dall’agenzia stampa di oggi (cfr all. 1).
Anche stavolta ribadisco quello che ho sempre sostenuto: male non fare, paura non avere. Fornirò alla Procura di Roma tutte le spiegazioni del caso, corredate dalla relativa documentazione e chiamerò a testimoniare l’intero esecutivo nazionale di IdV per dimostrare che è tutto in regola e che né io né i miei collaboratori ci dobbiamo vergognare di nulla. Ma, anzi, dobbiamo essere orgogliosi di quello che abbiamo fatto e stiamo facendo per contrastare il malaffare e ridare dignità a questo Paese.
Nell’attesa, però, che le indagini giudiziarie facciano il loro corso, sento il dovere (ma, confesso, anche il piacere) di mettere subito a conoscenza i lettori, gli elettori e tutta l’opinione pubblica di come stanno in realtà le cose. Pubblico, qui di seguito, una dettagliata memoria esplicativa con allegati tutti i documenti ivi richiamati che consegnerò al giudice e mi scuso, da subito, per la pedanteria, ma è ora di dire basta alle illazioni ed alle falsità che circolano intorno all’Italia dei Valori.
Riepilogo, innanzitutto, l’oggetto del contendere. L’onorevole Veltri mi ha denunciato perché – a seguito delle elezioni al Parlamento europeo del lontano 2004 in cui egli si era candidato con una lista presentata da IdV con il simbolo “Società civile, Di Pietro, Occhetto” – ora ritiene di avere diritto ad una quota del rimborso elettorale che IdV ha ottenuto in quell’occasione, sostenendo che egli si sarebbe candidato per conto di altra associazione politica, diversa da IdV. Cosa che né io né il partito siamo disposti a concedere.
Inoltre, Veltri sostiene che i rimborsi elettorali attribuiti al partito IdV siano stati da me dirottati ad altra entità giuridica, diversa dal partito originario. Anche quest’altra lamentela non ha alcun fondamento, come già è stato accertato numerose volte dalle varie Autorità giudiziarie civili, penali e amministrative. Si tratta, quindi, di una minestra riscaldata che viene riproposta per l’ennesima volta al solo scopo di delegittimare la mia persona ed il partito IdV in un importante momento della dialettica politica nazionale.
Peraltro, l’onorevole Veltri non è nuovo ad accuse infondate nei miei confronti. Di recente è stato, infatti, condannato in primo grado dal Tribunale di Monza a risarcirmi con oltre 50 mila euro di danno per avermi diffamato, sostenendo che io avevo iscritto al partito dei mafiosi. Risarcimento, peraltro, non pagato personalmente da lui ma dalla società editrice di Paolo Berlusconi, proprietario della testata giornalistica su cui la diffamazione è avvenuta. Anche la denuncia, di cui trattiamo oggi, è già stata oggetto di pubblicazione sui soliti quotidiani, appena depositata in Procura (e questo non per colpa dei magistrati, sia chiaro), come, ad esempio, su Il Messaggero del 4 giugno 2010 (cfr. all. 2) .

Ecco qui di seguito la mia versione dei fatti ed i relativi documenti:

A – LE MOTIVAZIONI DELL’ESPOSTO DI ELIO VELTRI:
Elio Veltri sostiene che tre singole persone (Di Pietro – Mura - Mazzoleni), si siano fraudolentemente impossessate dei rimborsi elettorali ricevuti dal partito “Italia dei Valori” in occasione delle elezioni per il Parlamento europeo del 2004, utilizzando lo schermo di un’associazione avente la stessa denominazione del partito.
Trattasi di una falsità assoluta, che può essere facilmente e documentalmente smontata. Dapprima, però, è opportuno inquadrare il contesto da cui nasce il rancore e la frustrazione dell’on.le Veltri.
Elio Veltri, per mezzo dell’associazione il Cantiere, ha promosso diversi giudizi - che hanno coinvolto anche la Camera dei Deputati, chiamata anch’essa inopinatamente in causa - in cui detta associazione ha tentato, ovviamente senza riuscirvi, di “mettere le mani” sul 50% dei rimborsi elettorali percepiti dall’Italia dei Valori in occasione delle elezioni al Parlamento Europeo del maggio 2004, assumendo che in quella occasione vi sarebbe stata la presentazione congiunta delle liste da parte di entrambi le formazioni politiche.
Produco subito - e tanto per inquadrare la temerarietà della pretesa - la prova documentale che smonta del tutto l’assurda richiesta avanzata da “Il Cantiere”, ovvero l’atto costitutivo di tale associazione, che è del 14 gennaio 2005 (all. 3), mentre le elezioni europee a cui taluni suoi futuri esponenti hanno partecipato sotto le liste di IDV sono avvenute il 12 e 13 giugno 2004: per definizione e per logica matematica, quindi, non poteva esservi stato alcun accordo con chi prima nemmeno materialmente e giuridicamente esisteva.
La verità è molto più lineare: il partito Italia dei Valori si è presentato alle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo del 12 e 13 giugno 2004 in tutte le circoscrizioni con proprie liste elettorali sotto il simbolo composito “Italia dei Valori – Società Civile - Di Pietro Occhetto” come risulta dall’attestazione del Ministero dell’Interno del 27.04.04 (cfr. all. 4), da cui pure risulta che il predetto simbolo è di esclusiva e piena disponibilità di IDV.
Tra le diverse personalità che si sono presentate con le liste dell’Italia dei Valori vi sono state anche, oltre l’On. Veltri, l’On. Achille Occhetto e l’On. Giulietto Chiesa, persone esterne al partito ed indipendenti rispetto ad esso.
Costoro, addirittura, ebbero a sottoscrivere – come tutti gli altri candidati, d’altronde - un attestato notarile in cui riconoscevano che il contrassegno ed i rimborsi elettorali competevano esclusivamente ad IDV (all. 5).
L’IDV ha ottenuto due seggi all’esito della competizione elettorale e, in forza di tale risultato, ha conseguito il diritto a percepire i rimborsi elettorali previsti ex lege.
Senonchè nel 2007 i predetti Chiesa ed Occhetto – dopo aver costituito nel 2005 l’associazione Il Cantiere - si sono rivolti al giudice per ottenere, sia da IDV sia direttamente dalla Camera dei Deputati, parte dei rimborsi elettorali spettanti a IDV per le elezioni suddette.
La causa di merito è ancora in corso, ma nel frattempo sono intervenute – da parte del Tribunale di Roma - ben due lapidarie ordinanze di rigetto di provvisoria esecuzione avanzate da Il Cantiere che di fatto e di diritto escludono ogni pretesa avversaria.
La prima è del G.I. dott. Oddi, che, con ordinanza di rigetto n. 22077/08 del 22.07.2008 (all. 6) , così si è espresso:
“…il diritto fatto valere (da il Cantiere) … non appare sussistere poiché:
il Cantiere – associazione politica fondata il 14.01.2005 data ampiamente successiva alle consultazioni elettorali tenutesi il 12 e 13 giugno 2004 – non può aver sostenuto le spese oggetto del rimborso de quo;
il Cantiere neppure sembra potersi qualificare successore (non è precisato se particolare o universale) de “I Riformatori dell’Ulivo”, che a dire dell’opposto (il Cantiere) avrebbe partecipato alla competizione elettorale in forma federata con Italia dei Valori ed avrebbe perciò diritto a pretendere il rimborso, per due ordini di ragioni: in primo luogo, né nell’atto costitutivo né nel manifesto politico denominato “carta di intenti”, né in alcuno degli altri documenti prodotti e riferibili a Il Cantiere la veste di successore è mai, neppure indirettamente, rivendicata; in secondo luogo, un’eventuale successione sul piano politico a I Riformatori per l’Ulivo non assume alcun rilievo giuridico, posto che il procedimento successorio produce degli effetti della traslazione dell’intero patrimonio giuridico di alcune o anche di una sola situazione giuridica soggettiva di quel patrimonio da un soggetto di diritto ad un altro solo se vi sia una forma espressa di volontà del dante causa in tal senso o lo prevede espressamente la legge: nulla di tutto questo è dato riscontrare nella fattispecie in esame;
la circostanza che le stesse persone fisiche abbiano dato vita dapprima ai Riformatori per l’Ulivo e poi a Il Cantiere, ferma restando la continuità di intenti, se può assumere un qualche rilievo sul piano politico, non ha alcuna importanza sub specie iuris, poiché dimostra, al più, quei soggetti che hanno dato vita a due distinte aggregazioni, diversamente denominate, per perseguire gli stessi obiettivi politici;
peraltro I Riformatori per l’Ulivo non sembrano avere assunto la connotazione di un soggetto di diritto (associazione o altro organismo collettivo che possa essere stato centro di imputazione di rapporti giuridici), posto che non risulta prodotto (in quanto non risulta mai essere stato redatto) l’atto di costituzione previsto dall’art. 14 c.c. e posto altresì che, dalla documentazione acquisita, non è dato desumere alcun elemento che induca a ritenere l’esistenza, giuridicamente rilevante, di un simile soggetto di diritto;
ben diversamente la documentazione prodotta dimostra che la denominazione “Riformatori per l’Ulivo” era una mera designazione di un’area politica, interna allo schieramento del centro – sinistra ma ciò non è sufficiente ad integrare un soggetto di diritto
La seconda ordinanza, sempre dello stesso G.I. di Roma è del 07.10.08 ed in essa il giudice, dopo aver richiamato e fatto proprie le argomentazioni già espresse nella precedente ordinanza, testualmente afferma che “…la domanda è priva del requisito del fumus boni juris…”.(cfr. all. 7).
Nel merito, essendo la causa ancora in corso - e per quanto possa interessare in questa sede – si allega alla presente memoria la seguente documentazione di parte IDV (con annessa documentazione ivi richiamata):
comparsa di costituzione e risposta del 18 luglio 2008 (all. 8);
note di udienza del 18 luglio 2008 (all. 9);
memorie ex art. 183 VI co n. 1 cpc (all. 10);
memorie ex art. 183 VI co n. 2 cpc (all. 11);
memorie ex art. 183 VI co n. 3 cpc (all. 11 bis);
Nonostante la bruciante sconfitta giudiziaria, quelli de Il Cantiere (e Veltri con essi e per essi) azzardano un’altra carta processuale: quella di far dichiarare non più esistente l‘Italia dei Valori per mancanza della pluralità degli associati. A tal fine, essi depositano nel luglio 2007 un’istanza di nomina di liquidatore dell’IDV innanzi il Tribunale di Milano.
Il Procedimento di Volontaria Giurisdizione è stato contraddistinto con il rgn 5522/07 e il Presidente del Tribunale Dott. Tarantola fissava l’udienza per la comparizione delle parti al 29/09/2007 e nel contraddittorio delle parti costituite il prefato Tribunale, previa acquisizione del parere del P.M., con provvedimento del 22/10/2007, accertando che il partito IDV è perfettamente in grado di funzionare e raggiungere i suoi scopi, ha rigettato l’istanza di nomina di liquidatore (cfr. all. 12).
Già queste prime argomentazioni e queste prime produzioni documentali possono essere sufficienti per far rilevare come, anche in sede di causa civile, Il Cantiere - dopo aver preso atto della insostenibilità della propria pretesa a vedersi riconosciuta una quota dei rimborsi elettorali - ha cercato e sta cercando in tutti i modi di intralciare il diritto di IDV ad ottenere a sua volta i rimborsi a lei spettanti, adombrando dapprima l’inesistenza della formazione politica e poi addirittura ed al contrario l’esistenza di un doppio soggetto giuridico - il partito e l’associazione di IDV - il primo per fare politica ed il secondo per incassare privatamente i rimborsi.

B – IL PARTITO “ITALIA DEI VALORI”:
L’Italia dei Valori non è un’associazione familiare o personale, come si vuol tentare di far credere. Certo, come tutti gli altri partiti e le totalità delle associazioni, è nato per iniziativa ed impulso del suo fondatore come da atto costitutivo e relativo Statuto a suo tempo redatto (cfr. all. 13).
Nel corso degli anni, però, il partito ha avuto modo di affermarsi e radicarsi costantemente nel territorio ed è oramai un partito politico di caratura nazionale, presente come autonomo “Gruppo politico” alla Camera dei Deputati (all. 14), al Senato della Repubblica (all. 15), al Parlamento europeo (all. 16), in quasi tutti i Consigli regionali (all. 17), in molti Consigli provinciali ed in una miriade di Consigli Comunali.
Lo Statuto iniziale di IDV è stato modificato diverse volte per renderlo man mano corrispondente alle sempre maggiori attività e responsabilità che il partito è andato assumendo nel corso degli anni ed attualmente lo statuto vigente è quello varato con atto notarile Rep. 36329 – Racc. 12.113 del 01 dicembre 2009 (all. 23), modificativo del precedente del 19 gennaio 2009 (all. 24).
Preme, anche in questa sede, ribadire che il movimento politico Italia dei Valori e l’associazione politica avente statutariamente lo stesso nome non sono due entità diverse - come vorrebbe far credere l’On. Elio Veltri (già smentito dai tribunali civili e penali).
L’Italia dei Valori ha sempre avuto una ed una sola “soggettività giuridica” e come tale è stata sempre esteriorizzata. Produco al riguardo la seguente prova documentale:
unicità di codice fiscale ed unica partita IVA, sia che IDV la si voglia chiamare “associazione” che “partito”;(cfr. all. 25). Pertanto è assolutamente mistificatorio asserire - come hanno tentato di insinuare Veltri e quelli de Il Giornale - che esisterebbero due realtà associative: una facente capo a pochi intimi, titolari della posizione fiscale CF 9002459028 ed un’altra posizione fiscale facente capo al partito IDV (posizione fiscale che invece non esiste e non è mai esistita, né è mai stata esteriorizzata in alcun modo).
unicità della titolarità dei conti corrente ove sono stati fatti affluire i rimborsi elettorali e da cui sono state effettuate le relative spese elettorali e di gestione: qualsiasi rimborso elettorale ricevuto da IDV non è mai transitato da conti correnti del partito a quelli dell’Associazione o viceversa proprio perché non vi sono mai stati duplicazioni di conti o storni di fondi dall’unica Tesoreria di cui il partito-associazione si è dotato, come da documentazione prodotta agli organi competenti nel corso degli anni; (cfr. all. 26);
unicità dei bilanci annuali (e delle allegate relazioni sulla gestione) presentati da Italia dei Valori agli Organi di controllo (cfr. all. 27). Anche da essi si evidenzia e si dimostra che l’Associazione ed il partito IDV hanno la stessa soggettività giuridica;
unicità dei rendiconti presentati da Italia dei Valori con riferimento alle spese elettorali sostenute nelle varie campagne elettorali (all. 28). Se l’associazione fosse stata una realtà diversa dal partito, non avrebbe mai potuto pagare le ingenti somme sostenute per le campagne elettorali e per l’attività politica. Dai bilanci e dalle relazioni allegate risulta per tabulas che l’unica fonte di finanziamento del partito sono stati direttamente i rimborsi elettorali, rimborsi che non sono mai passati prima nella titolarità di altre associazioni se non il partito medesimo;
unicità della sede: lo stesso statuto IDV (art. n. 1) espressamente specifica che – oltre alla sede legale di Milano - l’IDV si è dato anche una sede politica a Roma di talchè è errato ritenere che a Roma ci sia la sede del partito e a Milano quella dell’associazione. E’ sempre e solo lo stesso soggetto giuridico ad aver aperto entrambe le sedi (all. 29);
unicità di legale rappresentanza: è sempre e solo lo stesso tesoriere ad agire in nome e per conto di IDV, sia che lo si voglia definire “partito” o “associazione” (all. 30);
unicità di presentazione delle liste e di deposito del contrassegno nelle competizioni elettorali politiche ed amministrative, come esemplificativamente rilevasi da alcuni dei tanti documenti depositati al Parlamento, al Ministero dell’Interno ed agli organismi elettorali territorialmente competenti (all. 31);
unicità del soggetto giuridico che infine è reso ancor più evidente dal nuovo Statuto approvato il 19.01.2009 in cui – proprio per evitare malevoli interpretazioni – è stato esplicitato che il “partito” nazionale IDV è “altrimenti denominato” “associazione” IDV: ragion per cui trattasi sempre e comunque dello stesso soggetto di diritto (cfr. precedenti allegati 23 e 24).
Ma vi è di più. E’ stata la stessa Camera dei Deputati, investita formalmente della questione ad affermare – nel rigettare il ricorso prestato da Il Cantiere – che “… l’asserita distinzione soggettiva tra Associazione e Movimento Politico “Italia dei Valori non risulta rilevante ai fini del soggetto elettorale avente titolo ai rimborsi (e cioè la lista elettorale “Italia dei Valori – Lista Di Pietro”) e delle persone fisiche titolate a ricevere i rimborsi per conto di detta lista (gli autocertificati rappresentanti della medesima)…” (cfr. deliberazione Camera Deputati n. 35 del 29 luglio 2008, all. 32).
Insomma il partito e l’associazione sono la stessa cosa, un solo e medesimo soggetto giuridico.
In sostanza l’Italia dei Valori si è comportata alla stessa stregua di tanti altri partiti, prevedendo clausole statutarie di garanzia per la funzionalità del partito e per metterlo al riparo dai tanti soggetti strani che girovagano di partito in partito alla ricerca di occasioni propizie per spillare qualche quattrino o qualche vantaggio indebito (come nel caso si specie!).
Del tutto fuori luogo, quindi, sono le mille elucubrazioni rinvenibili nelle argomentazioni di Veltri e degli altri esponenti de Il Cantiere per cercare di dimostrare che lo Statuto di IDV preveda o aveva previsto clausole organizzative a maglie così strette da rimettere tutte le decisioni in capo al solo socio fondatore Antonio Di Pietro. Non è vero (basta leggere lo Statuto nella sua attuale versione definitiva per averne la riprova) ma - anche se fosse - ciò rientra nella libera facoltà dei soci e aderenti dell’associazione, come previsto e tutelato dall’art. 36 c.c.. Peraltro e per inciso, vale la pena ricordare, anche se è fatto notorio, che - per i partiti politici - a tutt’oggi non esiste un Regolamento codificato a cui far riferimento e quindi anche per loro vale il principio della totale libertà di stabilire proprie regole interne di funzionamento e di amministrazione.
Come emerge per tabulas, la posizione fiscale è in realtà unica, il soggetto giuridico che si è presentato e si presenta alle elezioni e fa politica è uno ed uno solo – l’Italia dei Valori – ed i rimborsi elettorali ricevuti ed incassati sono sempre rimasti nella disponibilità di una sola Tesoreria ed ivi si trovano (al netto delle spese elettorali e di gestione sostenute e documentate) anche ora, dopo l’avvento del nuovo e vigente Statuto del partito.
Insomma non è proprio vera – ed anzi è gravemente calunniosa e diffamatoria - l’affermazione di Elio Veltri laddove afferma – come dichiara il Messaggero del 4 giugno scorso - che “la richiesta e la gestione dei fondi elettorali sarebbero così nella esclusiva disponibilità dei tre componenti dell’associazione” e ciò “lo dimostrerebbe il fatto che il movimento non abbia chiesto il codice fiscale, condizione necessaria per percepire il denaro”. Il codice fiscale è stato chiesto eccome, ed è stato anche ottenuto. E’ il n.ro 9002459028 8 cfr. precedente all. 25) . Tale numero è sempre stato uno ed uno solo proprio e solo perché uno ed uno solo è il soggetto giuridico Italia dei Valori. Ed infatti è sempre con lo stesso codice fiscale che Italia dei Valori ha incassato nel tempo i rimborsi elettorali, ha effettuato tutte le spese occorrenti alla gestione del partito ed ha trattenuto negli stessi depositi bancari le somme non spese, ove – ripetesi - trovansi tuttora!!!

C – CORRETTEZZA BILANCI E RIMBORSI ELETTORALI IDV:
I rimborsi elettorali erogati dalla Camera dei Deputati sono confluiti nelle casse di Italia dei Valori (soggetto, ripetesi, unitario) e da IDV sempre utilizzati esclusivamente per finalità di istituto.
Si contesta, pertanto, con tutta la forza e l’indignazione possibile l’assunto secondo cui sarebbero stati realizzati due “entità distinte” – l’associazione personale Italia dei Valori ed il partito Italia dei Valori – con finalità diverse: il partito per fare politica e l’associazione per incassare privatamente i rimborsi elettorali.
Mai alcun euro di rimborso elettorale è stato incassato privatamente da chicchessia e gli avanzi di gestione, man mano che sono maturati, sono sempre rimasti interamente nelle mani e nella disponibilità esclusiva della Tesoreria del partito.
Sempre avendo riguardo alla asserita “doppia partita contabile” (in realtà, ripetesi, inesistente) tra associazione e partito, evocata da quelli de Il Cantiere e da alcuni pseudo-giornalisti , giova in questa sede riferire che sul punto si è già espresso, e per ben cinque volte, lo stesso Ufficio di Presidenza della Camera dei Deputati riconoscendo la legittimità dell’operato di IDV, del suo Statuto e dei suoi bilanci e rendiconti, con esplicito rigetto delle istanze ex adverso avanzate da Il Cantiere.
In particolare la Camera dei Deputati ha respinto per tre volte le istanze - tendenti a far disconoscere il diritto di IDV a ricevere i rimborsi elettorali - avanzate da Occhetto per conto de Il Cantiere e per due volte quelle avanzate da un altro ricorrente, tale Di Domenico aventi lo stesso oggetto, come dimostra la seguente documentazione:
delibera Camera dei Deputati 26.10. 2004 – Di Domenico (cfr. all. 33);
delibera Camera dei Deputati 26 luglio 2005 – Il Cantiere (cfr. all. 34);
delibera Camera dei Deputati 26 luglio 2007 – Il Cantiere (cfr. all. 35);
delibera Camera dei Deputati 26 febbraio 08 – Il Cantiere (cfr. all. 36);
delibera Camera dei Deputati 29 luglio 2008 – Il Cantiere (cfr. all. 37);
Anche tutti gli altri organi amministrativi, giudiziari e di controllo hanno sempre riscontrato la legittimità dello Statuto così come adottato e la correttezza delle appostazioni di bilancio e della rendicontazione presentata da IDV, ogni qual volta detta documentazione è stata richiesta.
In particolare, la Camera dei Deputati ha sempre avuto modo di esaminare lo Statuto e l’atto costitutivo di IDV ogni qual volta fantomatiche associazioni (leggasi Il Cantiere) hanno avanzato pretese nei confronti dell’IDV senza che detto organo sollevasse alcun rilievo e/o obiezione.
Ed infatti questi organi hanno sempre ritenuto legittime le clausole statuarie previste dai soci di IDV, proprio perché trattasi di un diritto costituzionale riconosciuto a chiunque quello di associarsi “liberamente” per costituire associazioni politiche sotto qualsiasi forma e nel modo ritenuto più opportuno.
Anche le Autorità di controllo hanno sempre confermato la legittimità dei finanziamenti ottenuti da IDV e la correttezza dei bilanci e dei rendiconti predisposti e depositati da IDV.
A riprova di ciò si depositano i seguenti Referti rilasciati nel corso degli anni dal Collegio di Controllo sulle spese elettorali della Corte dei Conti, riguardanti il partito Italia dei Valori:
referto Corte dei Conti per le elezioni al Parlamento italiano del 13 maggio 2001 in cui si attesta la regolarità dei rendiconti IDV (all. 38);
referto della Corte dei Conti sui consuntivi presentati da IDV a seguito delle elezioni al Parlamento europeo del 12 e 13 giugno 2004 in cui se ne attesta la regolarità (all. 39);
referto della Corte dei Conti sui consuntivi presentati da IDV a seguito delle elezioni regionali del 2005 in cui se ne attesta la regolarità (all. 40);
referto della Corte dei Conti sui consuntivi presentati da IDV a seguito delle elezioni politiche del 9 e 10 aprile 2006 in cui se ne attesta la regolarità (all. 41);
referto della Corte dei Conti sui consuntivi presentati da IDV a seguito delle elezioni regionali Molise del 5 e 6 novembre 2006 in cui se ne attesta la regolarità (all. 42);
referto della Corte dei Conti sui consuntivi presentati da IDV a seguito delle elezioni politiche 2008 in cui se ne attesta la regolarità.
In relazione alle elezioni al Parlamento europeo del 2009, la Corte dei Conti non ancora ha rilasciato materialmente al Presidente della Camera i referti relativi a tutti i partiti che hanno partecipato alla competizione elettorale.
Anche l’Ufficio di Presidenza della Camera dei Deputati d’intesa con il Presidente del Senato, organo costituzionale a cui è demandato il compito di certificare la regolarità dei bilanci dei partiti, ha avuto modo di riscontrare e dare atto dell’assoluta regolarità dei bilanci (rectius Rendiconti di esercizio) redatti e prodotti da IDV dalla sua costituzione ad oggi, come dimostrato dalla seguente documentazione:
attestazione dell’Ufficio di Presidenza della Camera dei Deputati in relazione al Rendiconto 2001 (cfr. all. 44);
attestazione dell’Ufficio di Presidenza della Camera dei Deputati in relazione al rendiconto 2002 di IDV (cfr. all. 45);
attestazione dell’Ufficio di Presidenza della Camera dei Deputati in relazione al rendiconto 2003 di IDV (cfr. all. 46);
attestazione dell’Ufficio di Presidenza della Camera dei Deputati in relazione al rendiconto 2004 di IDV (cfr. all. 47);
attestazione dell’Ufficio di Presidenza della Camera dei Deputati in relazione al rendiconto 2005 di IDV (cfr. all. 48);
attestazione dell’Ufficio di Presidenza della Camera dei Deputati in relazione al rendiconto 2006 di IDV (cfr. all. 49);
attestazione dell’Ufficio di Presidenza della Camera dei Deputati in relazione al rendiconto 2007 di IDV;
Ad ogni buon conto – e per una migliore e più esaustiva cognizione e conoscenza da parte di codesta Autorità - si allegano i bilanci di IDV dalla sua costituzione ad oggi, così come sono stati depositati alla Camera dei Deputati e pubblicati nelle forme di legge:
Rendiconto esercizio, relazione gestione e nota integrativa 2001 (all. 51);
Rendiconto esercizio, relazione gestione e nota integrativa 2002 (all. 52);
Rendiconto esercizio, relazione gestione e nota integrativa 2003 (all. 53);
Rendiconto esercizio, relazione gestione e nota integrativa 2004 (all. 54);
Rendiconto esercizio, relazione gestione e nota integrativa 2005 (all. 55);
Rendiconto esercizio, relazione gestione e nota integrativa 2006 (all. 56);
Rendiconto esercizio, relazione gestione e nota integrativa 2007 (all. 57);
Rendiconto esercizio, relazione gestione e nota integrativa 2008 (all. 58);
Ovviamente manca il rendiconto relativo all’anno 2009, semplicemente perché non ancora scadono i termini per la presentazione (30 giugno 2010).
In conclusione, vi è la prova documentale della correttezza e regolarità della gestione finanziaria del partito Italia dei Valori.
Nessuno si è appropriato indebitamente del denaro erogato dallo Stato né lo ha utilizzato per fini diversi da quelli previsti dalla legge. Anzi, semmai, è proprio il tentativo – portato avanti anche da Elio Veltri - di bloccare i finanziamenti dovuti ad IDV per la sua attività politica a configurare una violazione del diritto costituzionale dei cittadini ad associarsi liberamente ed a partecipare in regime di pari opportunità alle varie competizioni elettorali.

D – INTERVENUTO GIUDICATO SUI FATTI DI CAUSA:
Pur nella consapevolezza che le questioni preliminari vanno affrontate e risolte preventivamente al merito, mi permetto solo ora di farne menzione in quanto sia io che gli altri dirigenti del partito abbiamo voluto soprattutto rimarcare la correttezza dei nostri comportamenti e l’infondatezza delle allusioni pubblicate.
Orbene, mi preme osservare che i fatti esposti da Veltri e di cui dà conto l’articolo sopra indicato sono stati già oggetto di approfondite indagini da parte di diverse Procure della Repubblica in occasione di analoghi esposti proposti da tale Mario Di Domenico, altro soggetto rancoroso verso l’Italia dei Valori ed ora collegato a Veltri.
Si tralasciano in questa sede le ben 17 cause civili e amministrative che hanno visto soccombente il Di Domenico ma si allegano i seguenti tre consecutivi decreti di archiviazione, emessi dal giudice penale nei miei confronti da cui risulta accertato che nella gestione del Partito IDV non è stato commesso alcun reato da chicchessia:
ll G.I.P. di Roma, dr. Imperiali, nel procedimento penale nei confronti dell’On. Di Pietro, n 81/07 RGPM – 4620/07, ha emesso decreto di archiviazione per insussistenza dei fatti (all. 59), su conforme richiesta di archiviazione del P.M. dr. Amato (all. 60).
il G.I.P. di Roma, dr. Silvestri, nel procedimento penale nrg 7739/09 instaurato nei confronti dell’On. Di Pietro, ha emesso decreto di archiviazione sempre per insussistenza dei fatti (all. 61), su conforme richiesta del PM dr. Pollidori (all. 62);
Il G.I.P. dott.ssa Cristina Marzagalli, del Tribunale di Busto Arsizio, nel procedimento penale nrg 1038/09 aperto nei confronti di Di Pietro e Mura sempre per gli stessi fatti ha disposto l’archiviazione (all. 63) su conforme richiesta del P.M. procedente richiesta di archiviazione per ne bis in idem oltre che per ulteriori ragioni di merito e processuali (all. 64).
È evidente, quindi, che nessuna irregolarità è stata riscontrata nonostante le approfondite indagini svolte: questo in quanto la gestione del partito IDV è da sempre stata trasparente in ogni suo aspetto e, per come è stato dimostrato per tabulas, tutti i rimborsi percepiti da IDV sono stati regolarmente rendicontati.

E – IL RUOLO POLITICO DEL DENUNCIANTE VELTRI:
So bene non essere questa la sede per far valere i miei diritti e quelli degli altri dirigenti del partito nei confronti delle continue diffamazioni, denigrazioni e falsità che Elio Veltri – ed altri in concorso con lui - propinano all’opinione pubblica italiana.
Devo rimarcare, però, come la reiterazione del ricorso a plurime A.G. per plurime volte nonché le ostentate pubblicazioni delle denunce stesse (subito riprese da organi di stampa compiacenti) non sono altro che un’evidente ritorsione politica nei miei e del partito Italia dei Valori. Ritorsione e rancore ancora più evidenti se si considera che Elio Veltri è già stato ritenuto responsabile di diffamazione aggravata nei miei confronti e per questo condannato, in solido con altri, a risarcire la parte civile con 44.000 euro di danni, come risulta dalla sentenza di primo grado, provvisoriamente esecutiva, del Tribunale di Monza n.ro 634/10 del 18.01.2010 (cfr. all. 65).

F – CONCLUSIONI:
Fin qui i fatti – documentati e provati – nella loro nuda e cruda realtà. Fatti che smentiscono totalmente le elucubrazioni dell’esponente e le conseguenti illazioni, strumentalizzazioni e denigrazioni contenute sui soliti organi di stampa.
Ora non mi resta che attendere fiducioso la valutazione del giudice, nei cui confronti mi sono già messo a disposizione perché – come dicevo all’inizio – “male non fare, paura non avere”.

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17 Giugno 2010

Caso Unipol: serve chiarezza

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Oggi pomeriggio ho illustrato in Aula alla Camera un'interpellanza urgente alla presidenza del Consiglio dei ministri per chiedere spiegazioni circa l'intercettazione del dialogo fra Fassino e Consorte che sarebbe giunta in modo illecito, tramite Fabrizio Favata, al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.
Di seguito (col resoconto stenografico) e in video ripropongo la mia interpellanza, la risposta del Sottosegretario Caliendo e la mia replica. Ovviamente le "motivazioni" di Caliendo non soddisfano me e non soddisfano il Paese. Con la "non risposta" che ci è stata data, il Presidente del Consiglio e il suo governo dimostrano, ancora una volta, di essere colpevoli.

L'INTERPELLANZA (espandi | comprimi)

ANTONIO DI PIETRO

Signor Presidente, chiediamo di conoscere dal Presidente del Consiglio cosa faccia, cosa sappia e come intenda comportarsi in relazione ad un fatto, in parte già accertato e che in parte può essere accertato solo con il suo contributo.
Si tratta di un fatto che, se fosse vero, sarebbe gravissimo per la stessa esistenza della democrazia e per il mantenimento di uno Stato di diritto nel nostro Paese; una vicenda sulla quale, stranamente, l'informazione ufficiale evita di riferire e di prendere posizione.
Il fatto è il seguente ed è scritto negli atti del procedimento penale che ha portato, circa un mese fa, all'arresto di un certo Fabrizio Favata, perché avrebbe ottenuto 300 mila euro da tale Roberto Raffaelli per non rivelare alla stampa la notizia di fatti illegali che avrebbero coinvolto il Presidente del Consiglio. Mi spiego meglio.
Fabrizio Favata, ex socio di Paolo Berlusconi, fratello del Presidente del Consiglio, riferisce che, insieme al suo amico e socio Roberto Raffaelli, si sarebbe recato, alla vigilia di Natale del 2005 nella casa di Silvio Berlusconi ad Arcore e che qui avrebbe fatto ascoltare ai due fratelli Berlusconi un file audio. In tale file veniva riportata l'intercettazione telefonica di una telefonata intervenuta fra l'allora capo dell'opposizione Fassino e Giovanni Consorte, cioè colui che si stava occupando della scalata alla Banca nazionale del lavoro da parte di Unipol.


LA RISPOSTA (espandi | comprimi)

GIACOMO CALIENDO (Sottosegretario di Stato per la giustizia)

Signor Presidente, leggerò la risposta all'interpellanza urgente dell'onorevole Di Pietro, che non deriva da una «letterina» della Presidenza del Consiglio dei ministri, ma da accertamenti e da richieste di dati forniti dalla procura della Repubblica Milano.
Il procuratore della Repubblica di Milano, con riferimento alla vicenda in questione, ha soltanto segnalato che nel procedimento penale n. 41895/2009 Modello 21, risulta richiesta, emessa ed eseguita un'ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Favata Fabrizio per il reato di estorsione in danno di Raffaelli Roberto, ai sensi dell'articolo 629 del codice penale. Ha aggiunto inoltre che, avendo il Raffaelli, già amministratore delegato di Rcs Srl, rassegnato, sin dal 4 dicembre 2009, le dimissioni da qualunque carica sociale e risultando i reati per i quali vi è iscrizione a suo carico riferibili esclusivamente alla persona dell'amministratore delegato, senza coinvolgimento della società, la procura di Milano non ha ritenuto di interrompere il conferimento di incarichi professionali alla Rcs Srl.


LA REPLICA (espandi | comprimi)

ANTONIO DI PIETRO

Signor sottosegretario, io le ho chiesto «fava» e lei mi ha risposto «pisello». L'interpellanza diceva testualmente: si chiede se, quanto in premessa (cioè quel che ho detto prima io), cioè se è vero o non è vero che il Presidente del Consiglio ha avuto modo di ascoltare, la vigilia di Natale, un'intercettazione telefonica illecitamente acquisita che riguardava il capo dell'opposizione, Fassino.
Inoltre, si chiedeva di sapere se sia vero o no che egli, venuto a conoscenza del fatto che questa intercettazione telefonica è stata, poi, illecitamente pubblicata da il Giornale, di proprietà di suo fratello, non abbia fatto nulla come Presidente del Consiglio per impedirla ma, anzi, si sia attivato perché ciò avvenisse.
Lei mi ha risposto: la Rcs continua a svolgere attività di consulenza per la procura della Repubblica. Che c'azzecca? Io le ho chiesto altro! Io le ho chiesto, con riferimento al Presidente del Consiglio, se corrisponda al vero e quale elemento di informazione intenda fornire al riguardo in merito alla verità se il Presidente del Consiglio si è interessato o no di questo.

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11 Giugno 2010

Intercettazioni: le mafie ringraziano

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Stamattina l'Italia s'è svegliata meno libera. Un altro pezzo di democrazia conquistato negli anni le è stato scippato dal governo Berlusconi. La legge bavaglio, approvata ieri in Senato, aiuterà le organizzazioni criminali, nasconderà gli affari delle cricche, bloccherà le inchieste, imbavaglierà la stampa libera.

Anche all'estero si sono occupati del caso intercettazioni. The Guardian parla di «Cosa da "Berlusconia", cioè da dittature corrotte del terzo mondo. Un pericolo per l'Europa, la nostra Europa». The Economist, invece, parla di «Paese notoriamente corrotto» e di «legge che dovrebbe preoccupare gli investigatori». Il settimanale sostiene anche che «tra le conseguenze dell'ascesa di Berlusconi c'è l'indebolimento della sensibilità democratica degli Italiani». Il New York Times già nelle scorse settimane aveva bocciato nettamente il disegno di legge.
Un ddl che, dopo il via libera del Senato (e la nostra resistenza), si avvia dritto verso l'approvazione definitiva alla Camera. L'Italia dei Valori si batterà con ogni mezzo affinché questa ennesima legge porcata non venga approvata.
Abbiamo occupato l'aula del Senato, faremo resistenza anche alla Camera. Infine, se la Consulta e il Presidente della Repubblica non dovessero bloccare la legge, lo faremo noi indicendo un referendum abrogativo. Il quarto, dopo quelli contro il legittimo impedimento, contro la privatizzazione dell’acqua e contro il nucleare.
E' l'unica alternativa possibile al governo dei voti di fiducia infiniti (circa 40 da quando è in carica). Un dato che, da una parte, mette in mostra il lato antidemocratico del Presidente del Consiglio, deciso a dettare le regole senza rispetto per le opinioni altrui. Mentre dall'altra fa emergere la sua paura sconfinata di non portare a termine l'obiettivo che s'è prefisso scendendo in politica: salvare le sue aziende e salvare se stesso dalla giustizia.

Intanto domani saremo in piazza, a Roma, insieme alla Cgil e al fianco di migliaia di lavoratori e protesteremo contro la manovra da 24 miliardi, destinata a colpire i ceti più fragili, e contro questa deriva antidemocratica che sta inghiottendo il Paese.
Manifestare è ancora possibile: Berlusconi non ha ancora trovato l’escamotage per vietarlo.

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10 Giugno 2010

Intercettazioni: continueremo a resistere

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Il Senato ha votato la fiducia al Governo dando il via libera alla legge bavaglio. L'azione piduista di questo Governo aggiunge un'altra pietra ad un mosaico vergognoso e antidemocratico. La battaglia dell'Italia dei Valori non si ferma. La nostra resistenza continuerà anche alla Camera dei Deputati, dove il testo tornerà nei prossimi giorni.

Di seguito riporto alcune dichiarazioni rilasciate alla stampa nel corso della mattinata:

I senatori dell'Italia dei Valori, dopo una notte passata ad occupare l'aula del Senato per protestare contro il vergognoso ddl intercettazioni, sono stati espulsi dall'aula dal Presidente Schifani prima della dichiarazione di voto. Questo è lo stato d’illegalità permanente che oggi vige in Parlamento. Neppure ai tempi di Mussolini si era verificato un comportamento del genere, con un Governo che mette la fiducia il 25 maggio su un testo ancora non definito.
Ancora una volta invece di affrontare i problemi del Paese, questa maggioranza e questo governo, con il suo antidemocratico presidente del Consiglio, preferiscono ricorrere ad un atto di forza per rimuovere tutto ciò che ostacola il loro piano piduista.
L'Italia dei Valori ha occupato l'Aula del Senato per far sapere a tutti i cittadini che questa legge criminale va cancellata dal nostro ordinamento. Questo Governo e questa maggioranza "appecoronata" al Governo devono andare a casa.
Per risolvere i problemi di questo Paese serve una nuova resistenza e ci rammarichiamo di essere stati lasciati soli nella protesta. Fare come Ponzio Pilato è peggio di essere Erode. Lo dico anche ai cittadini: svegliatevi!
Spero fermamente che il Capo dello Stato faccia sentire la sua voce, non firmando questa legge vergognosa e antidemocratica. L'Italia dei Valori non ha alcuna intenzione di fermare la sua battaglia di civiltà e democrazia. Ci rivolgeremo ai cittadini, e anche alla Camera continueremo la resistenza iniziata al Senato.

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Caso Unipol: serve chiarezza

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E' stata rinviata al prossimo 17 giugno la mia interpellanza urgente circa l’intercettazione del dialogo fra Fassino e Consorte che sarebbe giunta in modo illecito, tramite Fabrizio Favata, al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Il rinvio si è reso necessario per il prolungamento imprevisto dei lavori parlamentari dovuti alle difficoltà della maggioranza.
Ricordo, comunque, che l’Italia dei Valori ha presentato ieri una proposta di legge per l’istituzione di una commissione d’inchiesta proprio sul caso Unipol. L'istituzione di una commissione servirebbe ad individuare coloro che, nel dicembre 2005, ebbero modo di ascoltare l'intercettazione del colloquio tra l’onorevole Piero Fassino ed il Presidente dell'Unipol, Giovanni Consorte, e a verificare se, chi ne fosse eventualmente entrato in possesso, abbia intralciato le indagini svolte dalla magistratura o ne abbia fatto un uso politico. (scarica il pdf della proposta 123kb)

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7 Giugno 2010

Bastava leggere prima di scrivere

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Gli unici doveri a cui un giornalista non può sottrarsi sono la verifica delle fonti, la scrupolosità nella ricerca dei fatti, l’attenzione ai dettagli e alle prove che rendono i suoi articoli informazione inconfutabile. Una ricerca della verità maniacale che unita alla libertà di espressione lo rendono una cartina di tornasole nel mare di menzogne che quotidianamente accomunano il male al bene, l’onesto al delinquente, Di Pietro alla cricca.
Mercoledì 2 giugno, sul Corriere della Sera, Marco Imarisio scrive una pagina intera sul sottoscritto e su questioni a cui non avrei, a suo parere, mai risposto.
Il 3 giugno replico con una lettera aperta al direttore del giornale ribattendo, punto per punto, alle accuse mosse dalla penna del suo giornalista.
La mia risposta è accompagnata da megabyte e megabyte di documentazione tra sentenze, atti e citazioni che ho sperato mettessero una pietra tombale su calunnie, sempre le stesse, che riappaiono ciclicamente, come le maree.
Il giorno stesso, con la mia lettera, il Corriere della Sera pubblica anche la contro replica di Imarisio. Contro replica che dimostra palesemente come costui non abbia, ancora una volta, verificato quanto scrive né letto i documenti da me inviati.
E’ per questo che mi trovo, ancora oggi, a ribattergli, scrivendo al direttore De Bortoli, per sgombrare il campo da ombre che Imarisio, volutamente o non volutamente, lascia dietro di sé.

PS. Ringrazio Marco Travaglio e Beppe Grillo che ieri dai loro rispettivi spazi di informazione, il Fatto Quotidiano ed il blog www.beppegrillo.it, hanno voluto commentare l’improvvisa, quanto mai sospetta, caduta di stile di un blasonato quotidiano quale il Corriere della Sera.

Caro Direttore,
La ringrazio per aver pubblicato la mia risposta ai quesiti che aveva posto il dottor Imarisio. Il giornalista, però, sembra non essere rimasto soddisfatto su un punto. Infatti, ieri, è tornato sull’acquisto da parte mia di un appartamento messo all’asta (insieme a centinaia di altri), dalla Scip. Egli mi ha posto la seguente specifica domanda: “l’acquisto di un immobile inibito ai parlamentari e finito nella disponibilità dell’onorevole rientra tra quei comportamenti che avrebbero bisogno di essere spiegati meglio”.
Eccomi! Anche se devo dire che, a corredo della mia replica, avevo consegnato a Il Corriere della Sera tutta la documentazione relativa a tale operazione immobiliare, documentazione che ora risulta anche essere pubblicata sul sito www.corriere.it. Mi spiace che Imarisio non abbia avuto modo di esaminarla. Se l’avesse fatto, avrebbe evitato di fare un’affermazione tecnicamente e giuridicamente sbagliata.
L’asta della SCIP, per l’alienazione dell’immobile in questione, si è tenuta il 10 novembre 2004. L’aggiudicazione definitiva è avvenuta in data 16 marzo 2006, come risulta dal relativo verbale per atto del notaio Giuseppina Santangelo n. 256 del 16 marzo 2006. Nella stessa data ho proceduto personalmente alla stipulazione dell’atto di compravendita con la SCIP s.r.l. In pratica, contestualmente all’aggiudicazione, vi è stata immediatamente – nello stesso giorno – anche l’indicazione dell’acquirente.
Risulta, pertanto, documentalmente provato, che non vi è stato alcun acquisto per interposta persona o per “prestanome” che dir si voglia: l’atto di acquisto è stato effettuato direttamente da me, in tempo reale, lo stesso giorno dell’aggiudicazione. Il sig. Belotti si è limitato soltanto a partecipare agli adempimenti prodromici ad esso, nei modi di legge e nel rigoroso rispetto delle formalità di capitolato (che, infatti, prevedeva come modalità di partecipazione all’asta, quella prevista dall’art. 1401 c.c., ovvero che il contraente venisse nominato al momento della stipulazione del rogito).
Come è noto, all’epoca - vale a dire sia quando si è svolta l’asta: sia quando è avvenuta l’aggiudicazione, sia quando è stato fatto il rogito - io ero parlamentare europeo, mentre sono diventato Ministro delle Infrastrutture il 17 maggio 2006, vale a dire in una data successiva alla compravendita in questione.
Orbene, l’art. 1471 del codice civile specifica che non possono essere compratori, nemmeno all’asta pubblica, né direttamente né per interposta persona, gli amministratori dei beni dello Stato. Ma io non ero affatto “amministratore dei beni dello Stato” allorché venne effettuata l’asta pubblica (il 10 novembre 2004) e nemmeno quando sottoscrissi, davanti al notaio, l’atto di compravendita (il 16 marzo 2006). Sono diventato Ministro il 17 maggio 2006 (e certamente, due anni prima, ossia quando partecipai all’asta, non potevo sapere che poi sarei diventato Ministro!). Non esiste, invece, alcuna norma di legge che vieta ai parlamentari europei di partecipare a un’asta pubblica per l’acquisto di un immobile. Insomma è giuridicamente sbagliato affermare - come fa Imarisio - che io avrei provveduto “all’acquisto di un immobile inibito ai parlamentari”. Posso comprendere il suo errore, purché, però, non sia volutamente reiterato!

ANTONIO DI PIETRO

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6 Giugno 2010

Lettera al Corriere della Sera

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Con un articolo pubblicato ieri, il Corriere della Sera ha dedicato un'intera pagina al sottoscritto e al come, nonostante io abbia vinto tutte le battaglie legali in merito, alcune vicende risultassero ancora "oscure". Ritengo che non ci siano luoghi e motivazioni più appropriate di quelle fornite in un tribunale per chiarire e ribadire la buona fede di un personaggio pubblico. Non mi sono mai sottratto al confronto e ho sempre argomentato e smentito le diffamazioni a mio carico con prove e documenti inconfutabili. Lo faccio anche stavolta per rispondere al Corriere della Sera, a cui ho scritto la lettera che segue, allegando una corposa documentazione.

Caro Direttore,
Il Corriere della Sera di ieri, con un articolo in prima pagina a firma Marco Imarisio, ha adombrato il sospetto di miei “silenzi ed ambiguità” riguardo la mia storia personale.
Vorrei rispondere ai rilievi mossi, documentando punto per punto. Mi scuso, innanzitutto e preliminarmente, per la pignoleria e per la montagna di carte processuali a cui faccio riferimento e che le invio ma - mi creda - ad un persona come me - invisa a molti e con pochi strumenti di informazione a diposizione - non rimaneva e non rimane altra scelta che ricorrere alla Giustizia per vedere riaffermata, nero su bianco, la verità rispetto alle mille menzogne che sono state scritte sul mio conto in tutti questi anni. E veniamo al merito dell’articolo:

1 - Non sono stato affatto convocato dai magistrati di Firenze con “tanto di apposito decreto di notifica”.

2 - Non è affatto vero che io mi sia laureato in modo anomalo. Mi sono iscritto all’Università di Milano nell’anno 1974 e mi sono laureato nel 1978, rispettando appieno il piano di studio all’epoca previsto da quell’Università per la laurea in legge. Sono certo che anche Lei e il dottor Imarisio avete rispettato il piano di studio e vi siete laureati senza andare fuori corso. E’ semmai anomalo il comportamento di quegli studenti che sforano il piano di studio e vanno “fuori corso”, non di chi lo rispetta e si laurea nei tempi previsti. Lo stesso giornalista, peraltro, riferisce che “l’istituto di presidenza della facoltà confermò a suo tempo che tutto era in regola”. Il mio certificato di laurea e il mio libretto degli esami sono già stati pubblicati una miriade di volte e, comunque, invio anche a lei un’ulteriore copia. Le invio anche copia della causa per danni (scarica il pdf 895kb) da me notificata al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, per aver sostenuto nella trasmissione “Porta a Porta” del 10 aprile 2008 che la mia laurea fosse falsa. Causa, ad oggi, ferma alla Camera dei Deputati, a seguito della sua richiesta di insindacabilità ex art. 68 Cost.

3 - Le accuse del Gico di Firenze circa miei presunti favori ricevuti da Pacini Battaglia, da Antonio D’Adamo e da Giancarlo Gorrini sono state tutte smontate dai giudici di Brescia che, dopo due accurate e meticolose inchieste, hanno sentenziato che “i fatti non sussistono”. Al riguardo, Le invio copia della sentenza numero 3940/96 del 18 febbraio 1999 (riguardante la vicenda D’Adamo-Pacini) (scarica il pdf della sentenza 16mb) e della sentenza n.ro 189/96 del 29 marzo 1996 (riguardante la vicenda Gorrini) (scarica il pdf della sentenza: pag. 1-20 (441kb) 21-41 (501kb) 42-62 (475kb) 63-83 (496kb) 84-104 (505kb) 105-134 (696kb);

4 - Non è vero che io abbia mai avuto a che fare con i Servizi segreti, né italiani, né stranieri. Sul punto si sono espressi, già diverse volte, i magistrati (ai quali mi sono rivolto per tutelare la mia onorabilità) che hanno riconosciuto che io non ho mai avuto alcun rapporto con strutture di tal tipo. Allego al riguardo, e in via esemplificativa, la sentenza del 17 marzo 1997 del Tribunale di Milano con cui è stato condannato in primo grado l’allora senatore Erminio Boso (scarica la sentenza 1mb) per aver sostenuto una panzana del genere. Allego anche la richiesta di rinvio a giudizio della Procura della Repubblica di Torino n.ro 5981/98 del 26 ottobre 1999 che ha rinviato a giudizio Bettino Craxi (scarica il pdf 112kb) sempre per aver falsamente sostenuto che io fossi un agente dei Servizi segreti (il processo poi non si è svolto perché Craxi nel frattempo è deceduto). Se si ha l’onestà intellettuale di valutare le cose in buona fede, (come sono certo farà Il Corriere della Sera) tali sospetti non possono essere alimentati strumentalizzando la mia relazione all’Autorità giudiziaria circa la presenza del latitante Francesco Pazienza alle Seychelles, né la mia partecipazione alla cena natalizia del 1992, svoltasi presso il Reparto dei Carabinieri di Roma, su invito del Comandante col. Vitaliano, cena a cui partecipò anche il questore Bruno Contrada, allora dirigente del Sisde. Comunque, e proprio al fine di non essere accusato di reticenza, le allego l’atto di citazione (scarica l'atto in pdf 3,8mb) con annessi 18 documenti allegati (pag. 1-9 (1,7mb) 10-18 (2,9mb)) che ho proposto nei confronti di Mario Di Domenico per le false dichiarazioni dallo stesso rilasciate circa l’asserito mio coinvolgimento nella vicenda Contrada e di cui proprio Il Corriere della Sera, tempo addietro, ha dato notizia con grande risalto (atto di citazione che, come potrà constatare, non ha riguardato né Il Corriere della Sera, né il giornalista Cavallaro, proprio perché ho ritenuto e ritengo legittimo e doveroso il vostro mestiere). Allego anche l’atto di citazione che ho proposto nei confronti di Francesco Pazienza ed altri, in relazione alle elucubrazioni montate in ordine alla mia segnalazione all’Autorità giudiziaria sulla sua permanenza da latitante nello stesso posto in cui io e la mia futura moglie ci trovavamo in vacanza. Anche in questo caso, sarebbe stato anomalo il mio silenzio su quanto avevo visto e sentito circa il rifugio di Pazienza e non la pronta relazione al mio Capo Ufficio, una volta rientrato in Italia. Peraltro faccio presente che la legge impone a tutti i pubblici ufficiali di segnalare all’Autorità giudiziaria fatti e circostanze penalmente rilevanti ed io ero all’epoca magistrato!

5 - Non è vero che io abbia fatto un uso privato dei soldi del partito. Su questa questione, sono già intervenuti ben tre provvedimenti del giudice penale che ha archiviato tutte e tre le volte altrettanti esposti del denunciante Di Domenico per assoluta infondatezza dell’accusa. Allego al riguardo il decreto di archiviazione n.ro 4620/07 - GIP Imperiali di Roma del 14 marzo 2008 (scarica il pdf 1,8mb), il decreto di archiviazione n.ro 15233/09 – GIP Silvestri di Roma del 26 maggio 2009 (scarica il pdf 199kb) ed il decreto di archiviazione n.ro 860/09 – GIP Marzagalli di Busto Arsizio del 12 ottobre 2009 (scarica il pdf 220kb).

6 - Non è vero che io abbia mai fatto – con riferimento alle proprietà immobiliari di mia proprietà - una commistione tra patrimonio mio personale e patrimonio del partito Italia dei Valori. Allego, al riguardo, la sentenza del Tribunale di Monza n.ro 760/10 del 2 marzo 2010 (scarica la sentenza 1,3mb) che condanna il quotidiano Il Giornale, il direttore dell’epoca Mario Giordano e il giornalista Chiocci a risarcirmi, con 60.000 euro, il danno per le falsità e le diffamazioni pubblicate il giorno 4 agosto 2008 con un dossier intitolato: “Di Pietro ha investito 4 milioni di euro in case, ecco il suo patrimonio”.

7 - Non è vero che io abbia fatto un “uso non associativo” dei soldi del partito, come pure da taluni sostenuto. Allego, al riguardo, la memoria esplicativa - (scarica il pdf 1mb) - (con annessi 65 documenti allegati) che ho consegnato alla Procura della Repubblica di Milano (PM dottor Fusco) (scarica i documenti in pdf: 1-7 (2,9mb) 8-9 (3,6mb) 10-12 (3,6mb) 13-24 (4,1mb) 25-39 (4,3 mb) 40-50 (3mb) 51-54 (1,8mb) 55-56 (2,6mb) 57-59 (2,9mb) 60-65 (2,9 mb)). Dalla disamina dei documenti in questione si evince in modo evidente – sempre se si ragiona in buona fede – che i soldi del partito sono sempre finiti nelle casse del partito.

8 - Non è vero che io abbia acquistato case tramite “prestanome”, nel senso dispregiativo del termine, o che abbia acquistato “immobili proibiti per legge ai parlamentari in carica”, come pure si afferma nell’articolo (credo in buona fede a seguito di una martellante campagna denigratoria, svolta da altre testate giornalistiche). Allego, al riguardo, l’atto di citazione (scarica il pdf 1,2 mb) promosso nei confronti del quotidiano Il Giornale che, per primo, ha sostenuto tale falsità, con annessi 18 documenti allegati (scarica i pdf pag. 1-6 (2,9mb) 7-12 (2,9mb) 13-18 (2,1mb)), dai quali si evince in maniera incontrovertibile che non è affatto vero che io abbia acquistato un immobile “proibito per legge”, né che io abbia intestato ad altri l’immobile acquistato.

Spero, caro Direttore, che la documentazione inviata e le spiegazioni fornite possano essere sufficienti per rivedere “i dubbi e le ambiguità” che Il Corriere della Sera ha nei miei confronti. Nel caso dovessero permanere ulteriori perplessità, non si faccia scrupolo, me li chieda o me li faccia chiedere.

Cordialità,
ANTONIO DI PIETRO

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4 Giugno 2010

Fango su di me: so chi è il mandante

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Aggiornamento
Querela depositata

Come preannunciato, nella giornata odierna ho depositato una denuncia-querela alla Procura della Repubblica di Perugia nei confronti di plurime persone in relazione all’asserita locazione di due appartamenti che, secondo alcuni, avrei affittato da Propaganda Fide. Siccome tale circostanza non è storicamente vera, con tale denuncia e con la circostanziata documentazione prodotta, ho portato all’attenzione dell’autorità giudiziaria le ragioni che stanno a monte di simili strumentali e denigranti ricostruzioni.

Di seguito pubblico una mia intervista pubblicata stamattina dal quotidiano L'Unità.

Sulla storia dei due appartamenti di Propaganda Fide che secondo l'architetto Zampolini, Angelo Balducci avrebbe procurato a lui e all'Idv, Antonio Di Pietro taglia corto. «Anche un bambino di sette anni guardando i documenti che ho prodotto capirebbe che quelle di Zampolini sono solo menzogne», dice, rimandando alle spiegazioni pubblicate sul suo blog.

L'appartamento di via della Vite: che «non è mai stato nella disponibilità dell'Idv». Quello di via Quattro Fontane, dove abita la tesoriera dell'Idv Silvana Mura: a lei e allo stesso Di Pietro «fu segnalato dal collega di partito Stefano Pedica, nipote di un monsignore, con ottimi rapporti in Vaticano e non Balducci». Certo, nella querela per calunnia e diffamazione che oggi il leader dell'Idv presenterà ai magistrati di Perugia ci sarà tutto. Anche il contratto per editare il giornale dell'Idv con la società editrice Mediterranea «che invia della Vite aveva sede prima e dopo quel contratto». E quello di locazione di via delle Quattro Fontane, firmato dall'ex marito di Silvana Mura, Claudio Belletti. «Né io né mia figlia lo abbiamo mai affittato o ci abbiamo mai abitato».

Quando lo raggiungiamo l'ex pm è ancora intento a scrivere il testo della querela. E mentre scrive ha in mente solo una cosa: consentire ai magistrati di trovare «il mandante e il beneficiario occulto delle falsità di Zampolini». Una figura che per ora si limita a evocare. «Io ho in niente anche nomi cognomi e generalità concrete ma se avessi la prova li avrei già denunciati».

L'Unità: Perché parla di un mandante?

Di Pietro: «Non so Zampolini nel riferire quelle cose che riguardano la mia persona sia in buona fede o in cattiva fede. Non so se quello che racconta sia frutto esclusivo della sua immaginazione o se quei fatti a lui sono stati raccontati in quel modo falso da altri, né quando, se in precedenza o nell'arco di tempo che va dal 22 al 18 maggio scorso. So che il 18 maggio nel penultimo interrogatorio Zampolini diceva di non sanerà nulla in riferimento alla mia posizione e che il giorno 22 si ripresenta dai magistrati per raccontare con dovizia di particolari, in forma di presentazione spontanea, cose che non rispondono a verità. E di questo vi è la prova documentale che consegnerò insieme alla ricostruzione dei fatti alla magistratura perché accerti chi ci sia dietro questa operazione che coinvolge non solo me, ma Prodi, Veltroni, Rutelli».

L'Unità: Secondo lei chi c'è dietro?

Di Pietro: «Io ho in mente nomi cognomi e generalità concrete ma se avessi la prova li avrei già denunciati. So che quel mandante e beneficiario occulto, mettendo in bocca a Zampolini dichiarazioni platealmente false, prende due piccioni con una fava: mina la credibilità del teste e delle dichiarazioni vere e riscontrate che ha già fatto (vedi gli assegni girati per conto di Scajola e per conto di Incalza, i rapporti con Lunardi) e mette tutti nello stesso calderone confondendo responsabilità penali e dibattito politico. Dopo di me ci saranno altri veleni, già anticipati. Vede, Zampolini è persona che sta raccontando una serie di fatti che sono utili ad accertare la verità. E andare spontaneamente dal magistrato per dire che anche Di Pietro è stato favorito da Anemone, che anche Prodi e Rutelli e Veltroni hanno segnalato i loro professionisti, senza riscontri, fatti, circostanze, è un grave danno alla credibilità del teste e dell'inchiesta».

L'Unità: Quali erano i suoi rapporti con Balducci.

Di Pietro: «Io sono il ministro che l'ha rimosso dall'incarico di presidente del Consiglio dei lavori pubblici. Ho spostato lui come tutti gli altri. Una decisione di prevenzione generale che alla luce di ciò che è successo poi è stata lungimirante. Lui non rimase soddisfatto dello spostamento e si mise in malattia. Poi non l'ha visto più nessuno».

L'Unità: Qualche tempo dopo se lo ritrova come responsabile della struttura di missione per le celebrazioni del 150° dell'unità d'Italia. Scrive a Prodi, poco prima della fine del governo, di non fidarsi.Parla di «macroscopiche violazioni di legge».

Di Pietro: «Sì, ma non me lo sono ricordato l'ultimo giorno. In quella lettera se ne richiamano altre nelle quali già avvertivo il governo che le procedure seguite da quel comitato non erano in linea con quanto previsto dalla legge».

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25 Maggio 2010

Intercettazioni: abrogazione completa

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La loro priorità non cambia. Per Berlusconi e la sua cricca le intercettazioni sono un incubo. Per questo motivo il Governo ha fretta di chiudere la pratica. Già lunedì prossimo il testo sarà all'esame del Senato.
Per ragioni tecniche, etiche e istituzionali noi di Italia dei Valori ribadiamo il fermo contrasto all'ennesima legge criminogena che questo Governo e la sua maggioranza parlamentare si accingono a portare avanti.
Valuteremo con molta attenzione il comportamento del Capo dello Stato in relazione a questo provvedimento. Non lo vogliamo tirare per la giacchetta, non vogliamo renderlo corresponsabile, poiché questa legge criminogena è figlia esclusivamente di questo Governo. Ma certamente ci aspettiamo da cittadini, in difesa della Costituzione e dell'articolo 21, che il Capo dello Stato tenga la schiena dritta, mai come in questo momento.
C'è in ballo un provvedimento criminogeno, inemendabile, da respingere con tutte le forze democratiche possibili.
Proprio per questo l'unico emendamento che presenterà l'Italia dei Valori sarà quello relativo all'abrogazione completa del testo. Ritengo che ogni tentativo che una parte dell'opposizione si accinge a fare di emendare in qualche modo questo provvedimento, si presta a fungere da giustificazione, da contorno, da corollario.
Se questo testo dovesse diventare legge, come Italia dei Valori promuoveremo un referendum accanto a quelli per i quali è già in corso la raccolta firme (legittimo impedimento, acqua e nucleare).
Non sarà difficile raccogliere 500 mila firme, perché la realtà è che il Governo vuole questa legge solo per tutelare alcuni interessi.
Questo Governo e questa maggioranza vogliono questo provvedimento per ragioni specifiche, proprie di alcuni altissimi politici e personalità di quel mondo piduista che gira intorno al presidente del Consiglio.


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24 Maggio 2010

Tutti contrari tranne il Governo

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L’Italia annega nella crisi più nera, Tremonti paragona il Paese ad un alpinista appeso ad una parete ed in pericolo di vita. Ma loro, i compari di cordata, da Berlusconi ad Alfano, da Ghedini a Gasparri, pensano ad accelerare la discussione e l’approvazione del ddl anti-intercettazioni, paralizzando i lavori in Parlamento.
Per la manovra di risanamento si parla di misure a partire dal 2011. Non si può attendere, invece, per le telefonate del Premier ad Innocenzi, a Minzolini e alla D'Addario. O per quelle dei delinquenti fuori e dentro il Parlamento.
Le atrocità di questo disegno di legge sono tante e tali che elencarle sarebbe troppo lungo. Per farsi un’idea, il cittadino, quello informato, non ha bisogno di spiegazioni, basta che si ponga un paio di domande: ma perché sono tutti contrari al ddl intercettazioni eccetto chi lo propone? Perché il mondo parla di economia e noi di intercettazioni?
A questo ddl sono tutti contrari: il Quirinale, larga parte del Parlamento, il Csm, il sottosegretario alla Giustizia statunitense e, quindi, gli Stati Uniti d’America. Lo sono associazioni come Reporter Sans Frontiere e la Freedom House.
Sono contrari i cittadini, anche se il ministro della Giustizia del presidente del Consiglio ripete come un disco rotto che gli italiani “Non vogliono vivere in uno stato di polizia”.
Io sono convinto che i cittadini vogliono sapere se qualcuno ride alle loro spalle dopo un terremoto che ha mietuto centinaia di vittime; se la Santa Rita è il nome di una clinica o di una macelleria, se Innocenzi è un servo di partito o un membro dell’Agcom, se le maestre a cui affidano i propri figli sono delle squilibrate, se un prete è un pastore di anime o un molestatore di parrocchiane come ci hanno mostrato “Le Iene”.
In realtà, il problema delle intercettazioni preoccupa la comunità internazionale, perché l’Italia ha esportato la sua criminalità organizzata in tutto il mondo.
Infatti, anche se Alfano & Co. ripetono che mafia e terrorismo sono escluse, nessuno ci crede, poiché la loro parola è da tempo compromessa.
Questo disegno di legge non deve essere ritoccato o aggiustato, ma solo ritirato. E, se proprio volessimo riscriverlo, lo si dovrebbe fare non prima di aver definito, nel dettaglio, un piano di rilancio dell’economia urgente.
Per dormire tranquillo aggiungerei anche la clausola che dovrebbe essere riscritto da uomini di giustizia del calibro di Falcone e Borsellino, e non da sicari della giustizia che hanno il compito di tutelare, in pieno conflitto di interessi istituzionali, Silvio Berlusconi e una cerchia ristretta di beneficiari, producendo effetti devastanti sul sistema giudiziario nazionale. Il referendum abrogativo è l’unica strada per tutelare il Paese da queste leggi canaglia oltre ad essere un paracadute d’emergenza qualora le istituzioni e la Consulta fossero impossibilitate a fare il proprio dovere.
L'Italia dei Valori, il giorno dopo l'approvazione del disegno di legge, si attiverà per la raccolta firme contro questa legge vergogna.

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3 Maggio 2010

Scajola e la tecnica del confessionale

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Il caso Scajola regala un copione collaudato e grottesco. Direi, anzi, che rispecchia un affiatamento a tinte massoniche: una difesa incondizionata dei membri della cricca e l'invito a non cedere la poltrona da parte del gran maestro, il Presidente del Consiglio.

Solo negli ultimi tre mesi, Berlusconi ha utilizzato la “tecnica del confessionale” per ben quattro volte: Bertolaso, Cosentino, Fitto. Ora riceve l’assoluzione anche il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, vittima di una congiura giuridica, secondo il Premier, e reo di aver incassato 900 mila euro in nero dal costruttore Anemone per una residenza fronte Colosseo, secondo i pm.
Oggi abbiamo presentato una mozione di sfiducia nei confronti del Ministro (leggi il documento).
Il caso Scajola è un déjà vu al quale non vogliamo abituarci.
Per essere presentata alla Camera la mozione deve essere sottoscritta da 63 deputati. L'Italia dei Valori ha firmato con i suoi 25 deputati e inviato una lettera a tutti i parlamentari del Pd chiedendo di aderire.
I fatti gravissimi e le responsabilità politiche che stanno emergendo a carico del ministro imporrebbero dimissioni immediate. Di fronte a queste vicende inquietanti e a questo comportamento inaccettabile, le opposizioni devono mostrare unità, fermezza e determinazione nel difendere i principi della legalità e dell'etica politica.
Diversamente, la distanza di valori sarebbe tale da meritare un ripensamento della stessa coalizione.

L’Europa ed il mondo intero hanno mostrato più volte qual è la strada della dignità e dell’etica che deve appartenere alla politica: Tom Daschle e Nancy Killefer sarebbero diventati ministri della sanità e del budget federale dell’amministrazione Obama, ma problemi con il fisco ne impedirono la nomina all’ultimo momento. Jacqui Smith, ministro degli Interni inglese si dimise dall’incarico per una manciata di sterline in nota spese derivanti dal noleggio di un film porno.
La risposta italiana non può essere, ancora una volta, (dopo Cosentino, Fitto, Bertolaso ed altri ancora) l’assoluzione mediatica e preventiva da parte delle istituzioni di un ministro della Repubblica.

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27 Aprile 2010

Nuove toghe, schiena dritta!

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Il Capo dello Stato, nel duplice ruolo di presidente della Repubblica e di presidente del Consiglio superiore della magistratura, oggi ha ricevuto 298 nuove leve della magistratura italiana. Tra gli inviti rivolti da Napolitano ai nuovi tirocinanti alcuni sono stati indirizzati al recupero della credibilità del potere giudiziario, che deve fuggire dai protagonismi mediatici, per riconquistare così la fiducia dei cittadini.

Tutti inviti condivisibili, sui quali vorrei fare alcune considerazioni doverose per smentire tutti coloro che considerano i giudici i responsabili del rapporto degradato tra politica e magistratura. La magistratura è composta di persone, di esseri umani. Non tutte queste persone possono essere in buona fede, qualcuno magari cede alla corruzione e strumentalizza la propria posizione per fare politica e affari, pur essendo nella magistratura.

Come, ad esempio, il giudice Squillante nel processo Sme. Ma questi casi sono e rimarranno isolati, questi giudici sono mele marce che si annidano ad ogni livello delle istituzioni.

I membri del governo screditano continuamente l’operato della magistratura, la umiliano e la criticano pesantemente attraverso telegiornali, quotidiani, rotocalchi e, perfino, attraverso le dichiarazioni di chi, come il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, dovrebbe tutelarne l’operato.

E’ normale che un Presidente del Consiglio definisca politicizzata la Consulta, poiché ha respinto una legge incostituzionale o che apostrofi i giudici come estremisti, comunisti, toghe rosse, venduti, politicanti, talebani, disturbati e degni di perizia psichiatrica?

E’ normale un governo che vari leggi anticostituzionali che imbavaglino e che impediscano l’efficiente funzionamento della macchina della giustizia?

E’ normale il fatto che il governo desideri una legge per eliminare le intercettazioni?

E’ normale che la politica intervenga per avocare a sé indagini in corso, per mettere in guerra tra loro le procure al fine di insabbiare ogni forma di accertamento giudiziario e che evidenzi l’eventuale coinvolgimento di alte personalità delle istituzioni?

E’ vero o no che la riforma della giustizia messa in campo da questo governo non prevede e non risponde minimamente all’obiettivo di ridisegno di una giustizia più efficiente e più veloce?

E’ vero o no che oggi la riforma della giustizia punta alla sottomissione del potere giudiziario a quello dell’esecutivo più che a garantire il funzionamento del comparto?

Trovo naturale che una categoria posta sotto assedio possa sviluppare uno spirito di unità, così come trovo scontato che chi ha interesse a sottometterla (il Pdl), voglia farla apparire “politicizzata”, mentre in realtà i giudici stanno difendendo i più alti valori dello Stato e della Costituzione.

Ai 298 tirocinanti io raccomanderei di tenere la schiena diritta, di non cedere agli attacchi e alle ingerenze della politica, cogliendo l’occasione, magari, di lanciare l’invito al governo in carica di potenziare le risorse a disposizione del comparto della giustizia, al quale mancano i fondi, le risorse umane e tecniche.

In tal senso, se questa fosse la direzione della riforma della giustizia, allora, saremmo ben lieti di parteciparvi, mettendo sul tavolo le numerose proposte contenute nel nostro programma. Proposte che, se accolte, riteniamo potrebbero rappresentare un boomerang per questa maggioranza, poiché hanno l’obiettivo di far funzionare, e non fare a pezzi la macchina della giustizia.

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21 Aprile 2010

Intercettazioni, la disobbedienza civile di Italia dei Valori

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Contro la norma che vieta la pubblicazione delle intercettazioni fino all'inizio del processo, l'Italia dei valori fara' "disobbedienza civile". Ogni volta che ci sara' una intercettazione regolarmente depositata e a disposizione delle parti, si alzera' un parlamentare dell'Idv al termine della seduta e la leggera' in Aula alla Camera o al Senato: cosi' faranno parte del resoconto parlamentare e quindi saranno pubbliche.

Di seguito il testo della mia intervista video rilasciata per Idv Channel

Oggi facciamo il punto sulle intercettazioni telefoniche, o meglio, sulle intercettazioni che possono avvenire attraverso il mezzo del telefono, attraverso la Rete, intercettazioni ambientali. Insomma, la possibilità di ascoltare uno mentre parla con un altro da parte della magistratura per scoprire se qualcuno ha commesso dei reati e trovare le prove di essi.
Sia chiaro, stiamo parlando di intercettazioni disposte dalla magistratura, non quelle sottobanco, non quelle dei dossier, non quelle fatte in violazione della legge. Quelle sono un'altra storia e sono vietate.
Quando si vuole combattere la criminalità bisogna avere gli strumenti a disposizione. Uno degli strumenti che ha la criminalità per fare una rapina, per fare un sequestro di persona, per fare atti di terrorismo o un omicidio, è quello di parlarsi al telefono e di accordarsi. Uno dei mezzi per scoprire questi fatti è quello di mettere un registratore, una cimice, per sentire quel che due persone si dicono.
Mi pare evidente che l'intercettazione telefonica imposta dal magistrato sta all'investigazione penale come il bisturi sta al medico per fare l'operazione.
Le intercettazioni telefoniche di cui parliamo sono quindi disposte dalla magistratura per combattere la criminalità, non vi fate fregare da chi comincia a mettere in mezzo la privacy, la riservatezza.
Nessuno vuole sentire niente di fatti e di persone che non hanno a che fare con la criminalità. Stabilito questo principio, e visto che i magistrati hanno ascoltato un po' di telefonate che non dovevano ascoltare per il nostro “signore padre eterno” Berlusconi, hanno fatto una legge per impedire ai magistrati di ascoltare. Tutto questo macello è successo perché a Trani un signore, di nome Minzolini, uscito dal tribunale di quella città dov'era stato sentito in merito a fatti che doveva riferire alla magistratura, prende il telefonino e chiama a “Papi Silvio”. Non doveva sentirsi questa telefonata.
Tutta questa storia nasce perché la signora D'Addario va a finire dentro il lettone di Putin e si registra da sola l'audio ambientale. Non si doveva sapere.
Non è colpa del magistrato se indagando su fatti penalmente rilevanti viene a sentire voci e racconti di questo genere.
Secondo il loro disegno di legge si possono fare le intercettazioni solo nel caso in cui si hanno in mano evidenti prove di colpevolezza. Ma se si hanno già le prove della colpevolezza a cosa ci serve fare le intercettazioni? Visto che li abbiamo “sputtanati” su questo concetto, hanno riproposto una serie di emendamenti che dovranno essere discussi in questi giorni.
Quello che hanno proposto in questi giorni, con le riforme per far funzionare la giustizia e combattere la criminalità, non ci azzecca niente. Sapete cosa hanno proposto? Si può intercettare quando c'è un grave indizio di reato, ma soltanto le persone per cui procedi, cioè l'imputato, non persone terze: se c'è un'estorsione, è meglio intercettare il telefono dell'estorto per sentire e scoprire chi è l'estorsore, o no? E se bisogna intercettare un telefono pubblico di un bar perché si sa che è attraverso quel telefono che gli spacciatori di droga si scambiano i luoghi dove consegnare l'eroina o i soldi, non si potrà più fare.
La proposta avanzata da questo Governo non ha senso e limita enormemente la possibilità di intercettare.
In secondo luogo: secondo questa proposta le dichiarazioni dei pentiti non sono sufficienti per intercettare una persona. Mi chiedo, allora, quale deve essere l'input per intercettare una persona, se non le dichiarazioni di chi conosce quel tipo di crimine e i delinquenti in oggetto.
Secondo questa norma, ancora, ognuno di voi non può registrare quel che sente dire altrimenti commette un reato punibile fino a quattro anni. Se vi capitasse, dunque, di subire un'estorsione e vi venisse in mente di registrare il criminale che vi estorce, rischiereste una condanna. Siamo veramente l'assurdo. Se questa norma c'era già ai tempi di Mani pulite, quell'inchiesta non sarebbe mai partita.
Mani pulite è iniziata proprio perché decisi di mettere un registratore nella tasca di Luca Magni. E da quella registrazione emersero le pretese di Mario Chiesa e tutto il resto. In quel caso la registrazione la ordinai io come magistrato. Ma se a Magni fosse venuta l'idea di registrare Mario Chiesa, sarebbe finito in carcere.
Il vero obiettivo di questo Governo è nascondere intercettazioni come quelle della D'Addario.
Le intercettazioni, secondo questa proposta, possono essere utilizzate solo per i reati verso cui si procede. Dunque, se si intercetta un tale sospettato per un traffico di automobili rubate e durante un'intercettazione si apprende che ha commesso un omicidio, quella intercettazione non può essere usata contro di lui in tribunale.
E poi c'è la novità dei parlamentari: per questi le intercettazioni non sono possibili, se non dopo un'apposita autorizzazione concessa dalla Camera. E si verificherebbe il caso in cui un parlamentare in aula si trova a votare se può essere intercettato o meno. Poi magari torna a casa e usa il telefono sapendo di essere intercettato. Ci saranno anche dei parlamentari scemi, forse. Ma non fino a questo punto.
E in più, il beneficio di questa norma si estende anche a chi parla al telefono coi parlamentari. Così, se un mafioso confessa i suoi crimini al telefono ad un deputato, quell'intercettazione non è valida.
Così i parlamentari diventeranno in portatori di pizzini.
D'ora in poi la criminalità organizzata, quella dei colletti bianchi e delle menti raffinate, si individua una persona di riferimento e se la fa eleggere in Parlamento. L'esempio è facile: Riina parla al telefono col parlamentare Tizio, poi Tizio chiama a Provenzano e riferisce le cose di Riina. Non sono intercettabili e il messaggio della criminalità organizzata viaggia tranquillo.
Infine, la sorpresa della pubblicazione. Questa norma rende già quasi impossibile intercettare, ma se per ipotesi dovesse spuntare l'intercettazione, i cittadini non devono venirne a conoscenza. Perché la pubblicazione è prevista solo alla fine delle indagini. I cittadini hanno il diritto di saperlo subito, invece. Altrimenti siamo in un regime.
Per questo Italia dei Valori si fa promotrice di un'iniziativa parlamentare: disobbedienza civile. Armiamoci di disobbedienza civile.
Hanno previsto pene e multe severe per i giornali che pubblicano le intercettazioni. Ma il parlamentare, dentro il Parlamento, ha il diritto di esprimersi come ritiene più opportuno ai sensi dell'art. 68 della Costituzione. E non è punibile. E allora noi di Idv abbiamo deciso di tutelare i cittadini: segnalateci tutte le intercettazioni telefoniche legittimamente acquisite e depositate, segnalatecele alla nostra mail o avvertiteci al telefono. Ci faremo carico noi, io per primo, a leggerle in Parlamento. Perché una volta lette in Parlamento finiscono nel resoconto stenografico della giornata e vengono pubblicate in rete. Così tutti voi potrete sapere cosa succede.

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20 Aprile 2010

Grande apertura sulle intercettazioni, ma ai criminali

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L'emendamento sulle intercettazioni consegnato alla commissione Giustizia del Senato mette in evidenza una grande apertura da parte di questo Governo. Una grande apertura alla criminalita' organizzata.

I parlamentari diventano il punto di riferimento dei delinquenti e non dei cittadini perbene. Viene creata una riserva indiana per i parlamentari. Oggi permettono a tutti quelli della criminalità organizzata di avere come referente un parlamentare, così le intercettazioni non valgono più. Anche se confessa un omicidio, se c'è un parlamentare, nell'intercettazione, ci vuole un'autorizzazione del Parlamento, e la Camera si guarderà bene da dare il via libera. Oggi io aiuto te e domani tu aiuti me: tra destra e sinistra non hanno mai dato l'autorizzazione a procedere.

La proposta di oggi, quindi, la ritengo ancora più grave della precedente, perché con questi emendamenti si mette un bavaglio definitivo alla stampa: addirittura si puniscono i giornalisti, che fanno il loro mestiere. Bisogna punire invece chi rende noto, chi viola il segreto istruttorio e non il giornalista che svolge la propria funzione.
Con questo emendamento il Governo ha inferto un altro colpo al sistema giustizia. Non si capisce per quale ragione per una persona che non è parlamentare, e che può occultare tutte le prove e realizzare reati, si debba chiedere l'autorizzazione ad intercettare.  A questo punto, la criminalità organizzata potrà scegliersi i suoi adepti, il parlamentare più adatto, punto di contatto tra criminali che così non parleranno più tra di loro ma per interfaccia. Volendo fare un esempio: se due mafiosi vogliono scambiarsi delle informazioni basterà che a fare da tramite ci sia un parlamentare. Per essere ancora più chiari: se Totò Riina vuole mandare un messaggio a Provenzano basta che si rivolga al parlamentare mafioso di turno. Così, questi potrà essere l'anello di congiunzione con la criminalità. E' chiaro che per il parlamentare sarà più facile avere come punto di riferimento la criminalità.
Queste sono le prove tecniche del regime. Queste disposizioni mettono seriamente a rischio l'articolo 21 della Costituzione. Il ddl voluto fortemente da Berlusconi prevede diversi anni di carcere per chi svolge di mestiere di giornalista e dovrebbe essere un 'cane da guardia' della democrazia. In questo modo da cane da guardia diventerebbe una pecora.
Noi dell'Italia dei Valori siamo accanto ai giornalisti e ci mobiliteremo con la Fnsi, scendendo in piazza il 28 aprile, per protestare contro questo scempio del diritto e attentato alla Costituzione.

Nota
Con le norme sulle intercettazioni siamo alle prove tecniche di regime. Il disegno di legge voluto dal Governo prevede il carcere per i giornalisti che danno notizia delle intercettazioni, anche ad indagini concluse. Italia dei Valori, qualora riceverà notizia e/o testi di intercettazioni leggerà quest'ultimi in aula di Camera o Senato attraverso i propri parlamentari, in modo da rendere pubbliche attraverso i resoconti stenografici tali intercettazioni. I giornalisti, riprendendole, non potranno essere incriminati secondo la legge.

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31 Marzo 2010

Intercettazioni: vogliono impedire di scoprire i reati

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Finalmente il Presidente della Repubblica batte un colpo e rimanda alle Camere la legge che voleva modificare, anzi svuotare lo Statuto dei lavoratori. Ne siamo contenti perché l’Italia dei Valori è stato l’unico partito che, a suo tempo, si era permesso di pregare il Presidente della Repubblica di non firmare il provvedimento ma di rinviarlo alle Camere.

La decisione odierna di Napolitano dimostra anche che il rinvio alle Camere è una prerogativa che il Presidente della Repubblica ha a disposizione e quindi può tranquillamente esercitarla anche quando non si palesa l’evidente incostituzionalità. Solo per questa ragione, ci si siamo permessi di sollecitare l’utilizzo di questa funzione anche per altre leggi che non meritavano di essere approvate. Leggi, infatti, poi dichiarate incostituzionali dalla Consulta.

Ci può solo fare piacere che oggi il Presidente della Repubblica abbia esercitato il suo ruolo di garante e arbitro della Costituzione.

Ieri sera sono stato ospite di Giovanni Floris alla trasmissione Ballarò. Pubblico il video ed il testo del mio intervento in tema di intercettazioni telefoniche.

Testo dell'intervento

Floris: Come eliminiamo questo eterno nodo della giustizia, adesso che si è intrecciato con quello dell'informazione? Questo è stato un punto caldo delle elezioni, adesso che sono finite le forze politiche ricominciano a scontrarsi sul tema della giustizia.

Antonio Di Pietro: Innanzitutto, credo che gli enormi problemi che riguardano la giustizia non siano solo quelli legati alle intercettazioni. Sono certo che si metterà mano al settore, adesso che ci sono acnora tre anni di tempo prima della fine della legislatura, per dare più mezzi, più strutture, più uomini e più risorse al comparto. La mia non è una critica, ma un auspicio. Voglio essere propositivo e, quindi, non voglio fare polemica su cosa è successo nel passato, ma una cosa è certa: c'è un governo e c'è una maggioranza che ha il diritto di portare in Parlamento i provvedimenti che ritiene di dover portare. Questo provvedimento sulle intercettazioni, che io ritengo non sia una priorità per il Paese e a cui l'Italia dei Valori si opporrà, lo dobbiamo discutere per forza perché lo porteranno in Parlamento. Nel merito del provvedimento, non ha senso stabilire che le intercettazioni si possano disporre soltanto quando vi siano evidenti indizi di colpevolezza perché, se gli indizi di colpevolezza sono evidenti, non c'è più bisogno di fare le intercettazioni. Mi opporrò, inoltre, anche alla previsione di un tempo limite per le intercettazioni, ben sapendo che, per natura, alcune intercettazioni richiedono un tempo non definito per lo sviluppo delle indagini. Mi opporrò anche alla volontà del governo di pubblicare le intercettazioni solo dopo la conclusione delle indagini preliminari. Infatti, nel caso ci fosse un provvedimento cautelare legato al contenuto delle intercettazioni, è bene che il diretto interessato e l'opinione pubblica vengano a conoscenza dello stesso. Ripeto, su questo tema non voglio fare alcuna polemica. Ma chiedo che mi venga consentito il diritto, in Parlamento, di fare la mia sacrosanta opposizione ad un provvedimento che ritengo dannoso e, quindi, chiedere eventualmente un referendum. Non si arrabbino se poi chiedo il referendum, che farò sul piano tecnico e senza polemica. Ritengo però che togliere ai magistrati la possibilità di fare le intercettazioni è come togliere al medico la possibilità di usare il bisturi per fare un’operazione.

Alfano: Solo una precisazione: non abbiamo alcuna intenzione di cancellare le intercettazioni, non vogliamo consentirne l'abuso contro i cittadini e la loro privacy.

Antonio Di Pietro: Ma soltanto quando vi sono evidenti indizi di colpevolezza, cioè quando è evidente che si è colpevoli. E' una presa in giro. Per questo mi opporrò in Parlamento.

Floris: Ma non le interessano le intercettazioni a Berlusconi?

Antonio Di Pietro: Tutti conoscono i contenuti delle intercettazioni telefoniche a Berlusconi, e tutti possono darne una valutazione, ma non voglio cadere nell'errore di parlare delle sue intercettazioni per finire, ancora una volta, nella polemica e non affrontare il tema concreto. Oggi, impedire le intercettazioni telefoniche e farle soltanto quando vi sono evidenti indizi di colpevolezza, vuol dire togliere ai magistrati la possibilità di scoprire i reati.

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6 Marzo 2010

Sabato 13 marzo, piazza del Popolo chiama

L’Italia del Valori sarà a piazza del Popolo, sabato 13 marzo, insieme ai cittadini, a tante associazioni e a tutte le altre forze politiche del centro sinistra. La manifestazione sarà trasmessa in diretta streaming su questo blog e sul sito www.italiadeivalori.it a partire dalle ore 14:00.
E’davvero inconcepibile e democraticamente pericolosa la giustificazione data dal Presidente della Repubblica ai due cittadini sul sito del Quirinale. Napolitano si è giustificato sostenendo che il decreto era necessario per permettere al Pdl di partecipare alle elezioni nel Lazio e in Lombardia.

Perché questa regola non è valsa per tutte le altre forze politiche non ammesse anche in altre Regioni per mancanza di requisiti?

E perché, da cinquanta anni a questa parte, nessuno dei precedenti Presidenti della Repubblica ha mai avallato una simile soluzione pur essendosi presentati centinaia e centinaia di casi analoghi?

Perché permettere tutto questo scempio del diritto, dopo che molti esponenti del Pdl, pochi giorni fa sul caso di Bologna, hanno sostenuto che un decreto era inappropriato e incostituzionale?

Tra l’altro ciò si è verificato in una situazione in cui non c’era bisogno di alcun provvedimento, come si è visto nei casi delle liste Formigoni e Polverini, dove l’intervento giudiziario ha consentito la riammissione delle liste. Il decreto è stato uno sfregio alla legalità e alla democrazia apportato da un governo parafascista.

La verità è una ed una sola: c’è stata la volontà di favorire solo uno dei giocatori, e questo comportamento non è da arbitro imparziale, come richiederebbe il ruolo ricoperto da Napolitano.
E chi si rifiuta di ammetterlo è un pavido o un ipocrita, giacché nessuno può impedire che un Presidente della Repubblica venga criticato quando compie atti incomprensibili e inaccettabili.

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28 Febbraio 2010

In piazza contro il legittimo impedimento

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Ieri eravamo in piazza, a Roma, accanto al popolo viola, per protestare contro il legittimo impedimento e contro tutte le leggi ad personam proposte da questo governo che lavora per salvare il Presidente del Consiglio dai suoi guai giudiziari e non fa nulla per i cittadini e per affrontare la grave crisi economica che attanaglia il Paese.


Testo del video servizio

Di Pietro: E' la risposta democratica a un talebano che sta a Palazzo Chigi, che vuole fare strage di democrazia, che vuole annichilire la legalità, che utilizza le istituzioni per farsi gli affari propri. Noi dell'Italia dei Valori stiamo lavorando su due fronti: con la piazza, nella piazza e per i cittadini, per risvegliare la coscienza sociale a ribellarsi a questo regime, e dentro il parlamento facendo il nostro dovere come alternativa di governo, spronando (mi fa piacere che anche oggi alcuni esponenti del Pd ci sono) gli altri partiti a non allontanarsi dalla piazza, a non ascoltare le sirene del palazzo ma ascoltare piuttosto la voce disperata di chi è senza lavoro e di chi è senza futuro. Ringraziamo il presidente della Repubblica che ha detto in modo chiaro che non bisogna criminalizzare i magistrati che fanno il loro dovere. Noi ribadiamo, ancora, che non bisogna criminalizzare la Costituzione. Per questo leggi come quelle che sono state fatte e che vengono fatte in questi giorni, come il legittimo impedimento, il processo breve, le intercettazioni, non devono essere approvate dal Parlamento. Ci auguriamo che il Presidente della Repubblica non le firmi e comunque muoveremo le piazze anche attraverso i referendum per cancellare queste leggi vergogna.

Franco Barbato: Mancava solo che Berlusconi, dopo che fa il presidente del Consiglio escortiere, puttaniere e mafioso, con l'approvazione del legittimo impedimento è diventato anche un impedito. Abbiamo anche un presidente del Consiglio, in Italia, che è un impedito. E allora come può stare al servizio degli italiani, al servizio delle cose vere del paese, dei lavoratori che perdono il lavoro, di chi non ha mai avuto un lavoro, della difesa dell'ambiente? Se è un impedito… beh, ormai siamo alla fine. E' uno che può essere ormai solo compianto.

Stefano Pedica: Si cerca di impedire, come sempre, col legittimo impedimento, la parola alla libertà. La libertà di stampa, la libertà sulla giustizia. Il legittimo impedimento lo impediremo noi al Senato con tutte le forze possibili. Un legittimo impedimento falso che impedisce alla legge di essere uguale per tutti. E come l'Italia dei Valori, anche insieme al Popolo Viola e con tutti quelli che ci stanno, cercheremo di impedirlo con tutte le nostre forze.

Rudi Russo: Il legittimo impedimento è l'ennesimo tentativo del Premier di sottrarsi alla giustizia. Con questo lui vuole ribadire la sua diversità e la sua superiorità rispetto a tutto il resto dell'Italia. L'Italia dei Valori questo non lo può accettare e per questo siamo qui, con il Popolo Viola, a fianco a loro per manifestare e denunciare questa vergogna.

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23 Febbraio 2010

Il Gioco dell'Oca

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Il balletto pre-elettorale è penoso e appare una macabra danza della morte sul cadavere della politica. Il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha una concezione dell’amministrazione pubblica e della politica simile a quella del Gioco dell’Oca, dove “se cadi nel pollaio, salti il turno”.
Infatti sostiene che chi è condannato in terzo grado per reati contro la pubblica amministrazione non debba essere candidato “per 5 anni”: è cerchiobottismo elettorale.
Alfano, come diretto dipendente del Premier, sa benissimo che se la proposta di Fini passasse, il Pdl si fermerebbe subito.
Fini sa altrettanto bene che il sistema clientelare fittissimo su cui viaggia il partito, di cui è co-fondatore, non si basa su valori ideologici ed etici ma esclusivamente sul voto di scambio e su una rete clientelare che ha radici tanto nella criminalità organizzata quanto nel sistema economico, finanziario e lobbistico italiano. Se questa rete venisse messa in discussione, il consenso di Berlusconi crollerebbe verticalmente. Per capirci: senza i Cosentino, i Fitto, i Dell’Utri, i Miccichè, Forza Italia, oggi Pdl, non esisterebbe nemmeno. E’ per questo motivo che io preferisco il giudice Nicastro, al suo indagato, Fitto. E’ per questo che Fitto non potrebbe stare un sol giorno nell’Italia dei Valori, mentre Berlusconi ne ha bisogno per supportare Palese.

La politica non è un gioco, né una professione in sé. Ci sono milioni di persone oneste in Italia che sono da preferirsi a qualsiasi condannato, a qualsiasi rinviato a giudizio e perfino a molti degli intercettati, non ancora rinviati a giudizio, ma semplicemente perché hanno tenuto comportamenti inadatti a gestire e collaborare con l’amministrazione pubblica e lo Stato.

La politica non è una professione da sposare per trent’anni né un parcheggio per amici dentisti e avvocati personali. Il politico ideale è una figura che nasce dalla società civile prestata allo Stato per un tempo limitato e non a vita.
Questo concetto di politica ha due vantaggi fondamentali: il primo consente un più facile ricambio generazionale nel Paese, governato oggi dai capelli bianchi; il secondo impedisce che il tempo possa favorire il consolidarsi di una rete di connivenze che, oltre a distogliere illegalmente risorse pubbliche alla comunità, soffochi il tessuto imprenditoriale locale e nazionale.

Montezemolo e Marcegaglia hanno parlato della corruzione prendendone le distanze e ignorando che è il sistema di cui sono alla guida che presenta questa malattia. Una parte della platea di Confindustria, che non ha aperto bocca quando si trattava di approvare lo scudo fiscale di Tremonti, che ha applaudito l’attacco di Berlusconi ai giudici, è oggi corresponsabile del degrado del rapporto tra politica e tessuto economico del Paese.

Da loro avremmo voluto sentire parlare di giustizia e di competitività del sistema, di fuga degli investimenti esteri e di multinazionali dal Paese, di corruzione e di strozzinaggio politico più spesso e prima che il problema emergesse in tutta la sua dimensione.

L’Italia dei Valori ha presentato, già all’inizio di questa legislatura, un disegno di legge nel quale si stabilisce che coloro che sono stati condannati non possono essere candidati, le persone rinviate a giudizio non possono ricoprire incarichi di governo e gli imprenditori che hanno commesso reati contro la pubblica amministrazione non possono più partecipare a gare pubbliche. Regole-base che noi abbiamo adottato per le liste dell’IdV. Ben venga se ora qualcuno è disposto ad approfondire e prendere provvedimenti reali per risolvere alla radice la questione, anche se, per ora, chi è parte del problema continua a definire “giustizialista” questa visione di una politica pulita.

PS: solidarietà all'avvocato ed ex-parlamentare An Enzo Fragalà rimasto ferito gravemente i seguito ad una vile aggressione messa a segno questa sera da uno sconosciuto nei pressi del suo studio legale al centro di Palermo.

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3 Febbraio 2010

Il NO al legittimo impedimento

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Pubblico il testo della dichiarazione di voto dell'Italia dei Valori sul "legittimo impedimento".

Testo dell'intervento

Sig. Presidente del Consiglio,

oggi Lei e la sua maggioranza vi accingete ad approvare una leggina con cui stabilite che Lei e si suoi Ministri – per il semplice fatto che ricoprite tali cariche – potete decidere a vostro piacimento di non recarvi in Tribunale se un giudice penale vi chiama a rendere conto del vostro operato.

Si vergogni, sig. Presidente del Consiglio, per la Sua ennesima scelta immorale ed anticostituzionale!

Solo in un Paese barbaro e dittatoriale si può immaginare che un Presidente del Consiglio, poiché egli stesso è sotto processo, si fa fare una legge apposita per non farsi processare.

Ma che dico: si fa fare decine e decine di leggi a seconda del bisogno, raggirando di volta in volta la Costituzione italiana e la buona fede degli elettori.

E’ proprio vero che al peggio non c’è mai fine e lei, Presidente del Consiglio, rappresenta il peggior Capo del Governo che la storia repubblicana italiana possa ricordare.

Lei è peggio del suo sodale di un tempo, quel Bettino Craxi - che da Capo del Governo pure Lui – prima le ha venduto a suon di miliardi di lire il sistema televisivo italiano e poi, macchiatosi di gravi reati (come Lei, d’altronde), ha avuto – lui - almeno la vergogna di darsi alla latitanza.

Lei, invece, no. Lei è qui. Lei ha trovato una soluzione ancora più spudorata.

Lei – sig. Presidente del Consiglio che non c’è - ha utilizzato i canali televisivi che ha comprato grazie a Craxi, per confondere e illudere gli elettori italiani e così venire in Parlamento con un manipolo di suoi sodali e farsi le leggi che le sono servite e le servono per risolvere i suoi guai giudiziari e per manipolare le sue fortune finanziarie.

Sono ormai numerose le “leggi personali” che Lei si è fatto fare ed altre le ha già fatte mettere in cantiere dalla sua asservita maggioranza, pronta ancora una volta ad abbassare il livello della propria dignità per non perdere la poltrona.

Mi riferisco alla odierna “doppietta” che ora avete messo in cantiere: la legge sul legittimo impedimento alla Camera e la legge sul “processo breve” al Senato.

Anche i bambini possono rendersi conto che il processo è breve se in breve tempo si fa.

Se invece, si decide che dopo un certo tempo non si deve fare più, si chiama “processo interrotto”, con buona pace di tutti coloro che chiedono ed attendono giustizia.

Se davvero volete che il processo sia breve, allora fornite più mezzi, più strutture e più risorse alla giustizia, invece di togliergli anche il minimo essenziale.

La legge sul processo breve è – a differenza delle altre leggi ad personam – non solo una beffa alla giustizia ma anche un danno alla collettività perché – per salvare alcuni della casta dai processi – si lasciano fuori dalle patrie galere migliaia di delinquenti e soprattutto non si assicura giustizia alle parti lese che finora dovevano aspettare anni e d’ora in poi dovranno rassegnarsi a morire senza mai ottenere giustizia.

Ma oggi in quest’Aula sta succedendo qualcosa di più e di veramente umiliante per le istituzioni!

Oggi, sig. Presidente del Consiglio, Lei sta chiamando in correità al suo progetto criminoso, anche tutti i suoi Ministri.

Lei ha chiesto ad i suoi Ministri di venire oggi tutti in Aula per votare anche loro questa legge.

Ma, buon Dio, stiamo parlando di una legge che riguarda proprio i Ministri, oltre che Lei, Presidente Berlusconi. Una legge che in futuro permetterà anche a loro di sfuggire ai processi penali durante tutto il loro mandato!

In un Paese serio ed in uno Stato di diritto, sarebbe uno scandalo assistere a Ministri che non si vedono mai in Aula – e voi, Ministri del Governo Berlusconi, non venite quasi mai in Parlamento - salvo presentarvi proprio oggi per votare la norma che interessa voi stessi!

Ah già! Questa volta il vostro capo è stato magnanimo e voi dovete far finta di assecondarlo: ha pensato anche a Voi e alla vostra impunità e non solo alla Sua.

Tutto ciò non è solo la manifestazione plateale di un evidente conflitto d’interessi ma è anche la riprova di una malattia etica che – sulla scia dei cattivo esempio offerto da Berlusconi – sta contagiando tutto il Governo e rischia di contagiare tutto il Paese.

Lei, Presidente Berlusconi, è il responsabile ed il mandate di tutto ciò.

Lei sta ballando sul fuoco della disperazione e della rivolta sociale.

Mentre lei se la ride alla Nerone maniera, milioni di persone stanno perdendo tutti i giorni il proprio lavoro e migliaia di aziende stanno chiudendo i battenti.

Ma il tempo della resa dei conti, per fortuna, si avvicina anche per Lei Presidente Berlusconi, perché stia pur certo che il morso della fame e dell’incertezza sta inducendo milioni di italiani a ripensare e considerare mal riposta la fiducia che finora hanno avuto nei suoi confronti.

Noi - può starne certo - faremo il possibile per svegliare le coscienze e accrescere la conoscenza degli italiani sulla sua persona affinché possano impegnarsi per disarcionarla dalla sella di comando prima che sia troppo tardi.

E quando dico noi, non mi riferisco a fantomatici ed inesistenti servizi segreti stranieri che avrebbero mosso o muoverebbero le nostre mani per far cadere ora il Suo Governo e prima quello del suo padrino politico Craxi.

Mi riferisco a tutti quei cittadini italiani che non vogliono abboccare all’amo dei ricatti e dei dossieraggi che Lei, Presidente Berlusconi, è tanto bravo ad ordinare e sfruttare per raggiungere i suoi privati obiettivi.

Obiettivi che anche questa volta abbiamo capito per tempo (e che sventeremo con forza).

Lei vuole alzare un polverone di fango sull’inchiesta di Mani Pulite per far ingoiare all’opinione pubblica il ripristino del famigerato art. 68 della Costituzione, in modo da garantire per sempre l’impunità a tutti parlamentari.

No, Presidente Berlusconi: noi di IDV non ci arrendiamo nemmeno di fronte ai ricatti e per questo votiamo convintamene No anche a quest’altra sua legge-porcata!

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27 Gennaio 2010

La Famigghia

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L'estensione del legittimo impedimento a figli e amici sara' l'argomento con cui il Parlamento verra' messo a ferro e fuoco nei prossimi giorni dal Nerone nostrano.

Quest'uomo ha costretto gli italiani ad ingoiare di tutto, leggi ad personam per i suoi processi, leggi ad aziendam per i suoi soldi ed ora leggi ad familiam. L’accezione latina, in questo caso, la lascerei da parte e attribuirei al termine “familia” la venatura mafiosa: si vuole porre un clan di individui al di sopra della legge, una nuova categoria di intoccabili. Ma c’è una differenza rispetto alle precedenti norme, si è compiuto un salto in avanti con la proposta di oggi.

Le numerose precedenti leggi avevano finalità individuali ma benefici allargati (penso all’amnistia fiscale, al lodo Alfano), ora si punta ad una legge su misura per una cerchia ristretta di cittadini, politici e non. Dove vuole arrivare il Presidente del Consiglio?

Questa è da considerarsi attività sovversiva ed istigazione a delinquere che altera gli equilibri democratici e soffia sul fuoco dell’estremismo politico. Di chi è la colpa del clima d’odio? Di quale amore parla il governo? Di quello che porta vallette ed escort alle luci della ribalta o di quello che genera armonia e sana competizione politica per il bene del Paese?

Signor Presidente della Camera, Gianfranco Fini, chiedo oggi a lei: è ancora convinto che l’Italia debba scongiurare una democrazia giudiziaria piuttosto che il delirio di onnipotenza di un uomo senza più freni inibitori? Ed è sicuro che non sia meglio una democrazia giudiziaria ad un’oligarchia massonica?

Mi auguro che gli avvocati del Premier, pagati dai contribuenti, non comincino neanche a lavorare su questa indecente estensione di una norma altrettanto indecente. Infatti, questa volta, non aspetteremo né il dibattito in Aula, né l’intervento delle istituzioni o l’ultimo salvagente della Consulta, faremo subito appello alla comunità internazionale, portando il messaggio di emergenza democratica oltre i confini nazionali, perché di questo stiamo parlando.

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21 Gennaio 2010

Stato criminale

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Ieri al Senato e' stato approvato il disegno di legge che questa maggioranza, con delinquenziale maestria comunicativa, ha chiamato "processo breve" per far credere che d’ora in poi i processi si faranno prima e la giustizia funzionera' meglio.

Magari fosse così! In realtà è l’esatto opposto. Trattasi di un "processo ad impunità assicurata", nel senso che i processi d’ora in poi non si faranno più e i delinquenti se la spasseranno alla faccia delle vittime e della giustizia. Il disegno di legge in questione è un vero e proprio ammazza processi e ammazza giustizia che serve solo alla Casta degli amministratori pubblici, ai faccendieri senza scrupoli, ai truffatori, agli sfruttatori della prostituzione e a una lista infinita di soggetti che agiscono nell’illegalità e che, d’ora in poi, sanno che possono farlo anche con garanzia di impunità.

Cominciamo dal famigerato emendamento presentato dal senatore Valentino del Pdl: norma che cancella in un batter d’occhio 500 milioni di euro che Ministri, sindaci, amministratori pubblici a vari livelli e parlamentari hanno rubato alle casse dello Stato con sprechi e truffe. Soldi che, stando agli accertamenti in corso della Corte dei Conti, devono essere restituiti allo Stato a titolo di risarcimento. Ieri al Senato, la maggioranza parlamentare (quelli del Pdl e della Lega, per intenderci) ha deciso di condonare le procedure di pagamento di questi risarcimenti, senza che se ne comprenda minimamente la ragione, giacchè la Corte dei Conti fa attività completamente diversa da quella dei Tribunali ordinari italiani.

Allora, uno si domanda: ma chi sarebbero questi gloriosi fortunati beneficiari di una norma del genere? In primis, guarda caso, lo stesso firmatario dell’emendamento, nonché relatore del provvedimento, ossia il senatore del Pdl Giuseppe Valentino. Segue una schiera di Ministri passati e presenti, amministratori e parlamentari. Ecco solo alcuni dei nomi: il vice ministro leghista Roberto Castelli, gli onorevoli Jole Santelli e Alfonso Papa, di salda fede Pdl, coinvolti in un’inchiesta sulle consulenze al Ministero di grazia e giustizia; i cinque membri del centrodestra del vecchio Cda Rai, l’ex direttore generale Flavio Cattaneo e l’ex ministro dell’Economia Domenico Siniscalco; il sindaco di Milano, Letizia Moratti, e tutta la sua giunta per il caso delle “consulenze d’oro e così via.

Tra i possibili beneficiati vip della norma c’è di tutto. Il bitume processuale che abbiamo visto passare negli ultimi anni verrà scaricato a mare: dall’ex governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, al presidente di Mediobanca, Cesare Geronzi, agli ex imprenditori del calibro di Calisto Tanzi, Fiorani, Cragnotti, ma anche una pletora infinita di politici di tutti i partiti coinvolti in ogni sorta di ruberia, dai pesci grossi al plancton sparsi nelle migliaia di amministrazioni locali. Insomma verranno annullati i processi a tutti coloro sospettati dai Tribunali o dalla Corte dei Conti di aver amministrato male e sperperato i soldi dei cittadini e, persino, coloro che hanno preso tangenti.

Un regalo niente male per i fortunati e che, in questo momento di crisi economica, non è certo un toccasana per le casse dello Stato, oltre ad essere un segnale inequivocabile per tutti i cittadini onesti.

Ma l’ammazza giustizia non finisce qua. Si renderà, di fatto, impossibile l'accertamento di delitti come gli omicidi colposi, realizzati nell'ambito dell'attivita' medica, le lesioni personali, le truffe, gli abusi d'ufficio, la corruzione, le frodi comunitarie, le frodi fiscali, i falsi in bilancio, la bancarotta preferenziale, le intercettazioni illecite, i reati informatici, la ricettazione, il traffico di rifiuti, lo sfruttamento della prostituzione, la violenza privata, la falsificazione di documenti pubblici, la calunnia, la falsa testimonianza, l'incendio, l'aborto clandestino, i reati della criminalita' dei colletti bianchi. In particolare, con il disegno di legge in questione potrebbero estinguersi i reati contestati nei processi per i crack Cirio e Parmalat, per le scalate alle banche Antonveneta e Bnl, per la corruzione nella vicenda Eni-Power, per le "morti bianche" alla Thyssen, per le morti da amianto. E ancora: i processi Impregilo, Unipol, Pirelli-Telecom, Italgas, Eni-Snam. E chissà quanti altri ne scopriremo nei prossimi giorni.

Il disegno di legge grazia sì i Vip della politica, della finanza e dell’imprenditoria ma investe come una manna dal cielo anche i delinquenti di strada, quelli che vivono nella realtà delle piazze, dei mercati, delle discoteche, dei quartieri malfamati e che stuprano, rubano in appartamenti, scassinano negozi, scippano le vecchiette riducendole in fin di vita, picchiano, taglieggiano, bruciano, inquinano, danneggiano la cosa pubblica e la proprietà privata. Questa galassia, ai margini della società e con un piede nella malavita, vede in Silvio Berlusconi e nel suo governo la speranza e l’opportunità di poter delinquere in sicurezza dalla giustizia come prima e più di prima.

A questo punto anche le loro vittime, i cittadini, avranno la consapevolezza che con tutta probabilità il torto subìto non verrà punito dallo Stato.

Berlusconi, la sua maggioranza e tutti coloro che si renderanno complici di questa polizza d’impunità per malviventi saranno responsabili di aver ridotto l’Italia ad un Far West dove i cittadini, esasperati, finiranno per optare per una giustizia “fai da te”. A questi prossimi giustizieri si aggiungeranno altrettanti disperati, che oggi vivono con fatica ai margini della legalità, che decideranno di provare la strada della delinquenza che ieri il Senato ha contribuito a rendere più sicura.

Ops! Dimenticavo, di inserire nella lista un altro beneficiario, quello per eccellenza: il nostro presidente del Consiglio. Si, avevamo proprio rimosso. Guarda caso, nella lista nera c’è pure lui. Anzi, prima di tutti lui, dato che – per stessa ammissione dell’interessato – questa legge è stata da lui fortissimamente voluta proprio perché gli serviva per bloccare i processi che ha in corso.

A noi non resta che esprimere la nostra solidarietà a tutti i familiari delle vittime della Thyssen, ai risparmiatori vittime del crack Cirio e Parmalat e a tutte le altre vittime dei reati e delle gravi truffe sopra elencate.

Si, sono giorni neri per la nostra democrazia. Continuiamo a resistere democraticamente, per evitare di ripercorrere la strada del fascismo, dalla sua apoteosi fino a piazzale Loreto!

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20 Gennaio 2010

Istituzioni: se ci sono batteranno un colpo

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163 favorevoli, 130 contrari e 2 astenuti: ecco i numeri che hanno permesso l’approvazione del disegno di legge sul processo breve oggi al Senato, nel giorno che definiamo della vergogna”.
Gli effetti di questo processo sono descritti alla perfezione nell’intervento fatto oggi in Aula dal senatore dell’Italia dei Valori Luigi Li Gotti di cui riporto nel blog video e testo. I discorsi vergognosi di chi ha, con faccia di bronzo, tentato in Aula di argomentare l’opportunità del provvedimento si commentano da soli. Il processo breve è uno schiaffo agli italiani e alle umiliazioni alle quali sono stati sottoposti negli ultimi anni. Se il provvedimento dovesse diventare legge, molti reati, dal furto allo stupro, rimarrebbero impuniti. Confido che, visti gli elementi di palese incostituzionalità, il Capo dello Stato non firmi il provvedimento o che lo stesso venga dichiarato incostituzionale dalla Consulta.

Dopo tutto, a cosa servono le istituzioni se non a limitare gli egoismi della politica?

Quello che oggi mi indigna maggiormente sono le affermazioni di un senatore del Pdl: "Tutto ci favorisce: Napolitano su Craxi, il Pd che vira sull'immunità ed era favorevole pure al decreto-Consulta, i voti segreti in aula convergenti con noi, siamo sulla strada giusta". A queste dichiarazioni, si aggiunge la strafottenza di Berlusconi che ha detto: "Napolitano? Tranquilli. So per certo che il processo breve me lo firma". E’ un quadro stucchevole che vede soltanto l’Italia dei Valori impegnata a tutelare i cittadini contro una classe politica volta a tutelare solo gli interessi e gli affari propri.
Vogliamo sapere, dunque, se possiamo ancora contare sulle istituzioni, e per saperlo basterà attendere la firma, o meno, del Capo dello Stato o il giudizio della Corte Costituzionale su questa futura legge.

Resoconto stenografico intervento sen. Li Gotti:

Signor Presidente, l'Italia dei Valori annuncia un deciso no a questa sciagurata legge stessa. Senatori della maggioranza, rappresentanti del Governo: corruttori e corrotti, malversatori, autori di violenza o minaccia a pubblici ufficiali, autori di turbative d'asta, calunniatori, favoreggiatori, istigatori, contraffattori e diffusori di sostanze nocive, falsificatori, sequestratori, omicidi, violentatori, intercettatori abusivi di conversazioni telefoniche, ladri, ladri di appartamento, truffatori, ricettatori, vi ringraziano.

Alcune decine di migliaia di delinquenti, anche recidivi e socialmente pericolosi, vengono graziati. Viene cancellato il processo. Viene cancellato il reato e potranno tornare all'opera. Oltre e molto di più di un indulto.

Con l'indulto si cancellava una parte della pena ad un condannato definitivo; con l'estinzione del processo si cancella il processo, si cancellano le condanne non definitive, anche se giunte in cassazione, anche se il giudice è nel momento di emettere la sentenza. È un'amnistia per reati puniti con la pena sino a 10 anni. Mai accaduta una cosa del genere!

Decine di migliaia di vittime vengono beffate dallo Stato. Dopo aver cercato giustizia per anni, le vittime avranno dallo Stato la porta sbattuta in faccia. Aiuterete invece i delinquenti, aiuterete coloro che rendono insicuro il nostro Paese, aiuterete coloro che hanno commesso torti a tante vittime. Dite di fare ciò nel nome della civiltà e nel rispetto di tempi certi del processo penale. Le vostre cattive coscienze hanno un disperato bisogno di un alibi per ingannare voi stessi e i cittadini. Basta con la patetica ipocrisia.

Per far durare meno i processi ci vogliono norme per aggiustare la macchina del processo. Vi siete rifiutati di farlo, vi siete rifiutati di considerare tutte le nostre proposte di legge che dormono in Commissione. Avete detto no a tutti gli emendamenti necessari per contenere l'affanno della giustizia. Voi non volete migliorare la giustizia, non avete questo interesse, non vi interessa la giustizia. Invocate l'Europa e fate una legge che l'Europa non conosce. Voi volete la morte di 100.000 processi per salvare Silvio Berlusconi dai suoi processi e affrancarlo dalle sue responsabilità criminose. Voi stupirete l'Europa e il mondo.

Per fare ciò farete un danno enorme al Paese e ai cittadini. Fate pagare un costo senza precedenti; fate una norma che non esiste in nessuna parte del mondo. Applicate ai processi in corso una tempistica che incide sull'attività processuale già esaurita, norma processuale retroattiva per fatti non da compiere ma per fatti già compiuti. L'Italia, detta culla del diritto, rinnega il diritto, rinnega princìpi millenari, diventa un Paese con leggi, nell'accezione storica, barbare.

Vi siete chiesti la ragione per cui il Consiglio superiore della magistratura, il Consiglio nazionale forense, le camere penali e l'Associazione nazionale magistrati sono contro questa legge? È questa la settima legge ad personam. Dopo la limitazione delle rogatorie internazionali, la depenalizzazione del falso in bilancio, il legittimo sospetto, il dimezzamento dei termini di prescrizione del reato, il lodo Schifani e il lodo Alfano, ecco la settima legge per salvare un accusato di gravi ed infamanti delitti. Su di essi si erge però il più grave dei delitti, quello di sottomettere le istituzioni ai propri interessi, con il Parlamento smarrito ed asservito.

Ci disgusta l'insensibilità alla morale, all'etica, alla giustizia. Avete smarrito l'idea del bene comune e non sapete più cosa significhi l'interesse collettivo e il buon governo per il Paese. La vostra visione crepuscolare dei diritti si accompagna al decadimento della morale, alla sovversione dei valori, alla protezione del male. Arriverà la fine del crepuscolo e l'Italia e gli italiani si vergogneranno di questa deriva nefasta.

Il mondo guarderà e leggerà le leggi del nostro Paese e capirà come la democrazia possa essere ridotta ad un involucro, svuotata dal suo interno. Vi assumerete la responsabilità e la paternità del tarlo della democrazia, del diritto, della giustizia.

Molti di voi della maggioranza lo confidano: hanno consapevolezza che questa è la peggiore legge che si potesse fare. Molti di voi della maggioranza, e lo confidano, dicono che fra qualche mese bisognerà cancellare questa legge. Non si recupererà, però, l'immenso danno provocato.

E farete anche finta di indignarvi per le nostre accuse e rivendicherete la bestemmia della pretesa profondità garantista delle vostre leggi. Alzerete i toni, strepiterete, ma solo per trovare l'alibi di cui avete bisogno. Ma sarà solo arroganza, ubriacatura di potere e basso impero.

Forse un giorno, ma in ritardo, chiederete scusa ai cittadini. Nella storia sarete una parentesi, simbolo del degrado, dell'asservimento ad una oligarchia e della democrazia ferita.

Ieri, in quest'Aula, mentre si citava il gravissimo fatto del programmato attentato distruttivo ordito contro alcuni magistrati che combattono la mafia, una parte di quest' Assemblea ha irriso all'evocazione dei nomi delle possibili vittime. Ho provato vergogna. Sapevamo dei mafiosi che brindarono alla morte di Giovanni Falcone. Sapevamo della felicità dei mafiosi in carcere e del boato di giubilo quando la radio diffuse la notizia della morte di Giovanni Falcone e poi di Paolo Borsellino. Eravamo a questo. Eravamo a questa torbida conoscenza. Oggi abbiamo qualcosa di altro: una parte dell'Aula del Senato, ieri, ha fatto un coretto di irrisione alla pronuncia del nome di Antonio Ingroia, di un magistrato che la mafia vuole uccidere e di cui organizza l'eliminazione fisica.

L'Italia maltrattata dalla prepotenza, l'Italia del diritto calpestato troverà la forza e ritroverà la ragione. L'Italia dei Valori continuerà la sua battaglia a fianco degli italiani onesti, con i mezzi della sana democrazia, nel Parlamento e nel Paese, contro i ladri del diritto, della giustizia, dell'uguaglianza, della Costituzione, nel ricordo dei Padri costituenti e dei servitori dello Stato, caduti per la legge.

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30 Dicembre 2009

Il bottino di Bettino: come e quanto rubava

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Articolo di Marco Travaglio pubblicato su "il Fatto Quotidiano" di oggi a pagina 6. Ogni commento è superfluo, buona lettura.

"Al momento della morte, nel gennaio del 2000, Bettino Craxi era stato condannato in via definitiva a 10 anni per corruzione e finanziamento illecito (5 anni e 6 mesi per le tangenti Eni-Sai; 4 anni e 6 mesi per quelle della Metropolitana milanese). Altri processi furono estinti “per morte del reo”: quelli in cui aveva collezionato tre condanne in appello a 3 anni per la maxitangente Enimont (finanziamento illecito), a 5 anni e 5 mesi per le tangenti Enel (corruzione), a 5 anni e 9 mesi per il conto Protezione (bancarotta fraudolenta Banco Ambrosiano); una condanna in primo grado prescritta in appello per All Iberian; tre rinvii a giudizio per la mega-evasione fiscale sulle tangenti, per le mazzette della Milano-Serravalle e della cooperazione col Terzo Mondo.
Nella caccia al tesoro, anzi ai tesori di Craxi sparsi per il mondo tra Svizzera, Liechtenstein, Caraibi ed Estremo Oriente, il pool Mani Pulite ha accertato introiti per almeno 150 miliardi di lire, movimentati e gestiti da vari prestanome: Giallombardo, Tradati, Raggio, Vallado, Larini e il duo Gianfranco Troielli & Agostino Ruju (protagonisti di un tourbillon di conti e operazioni fra HongKong e Bahamas, tuttora avvolti nel mistero per le mancate risposte alle rogatorie).

Finanziamenti per il Psi?
No, Craxi rubava soprattutto per sé e i suoi cari. Principalmente su quattro conti personali: quello intestato alla società panamense Constellation Financière presso la banca Sbs di Lugano; il Northern Holding 7105 presso la Claridien Bank di Ginevra; quello intestato a un’altra panamense, la International Gold Coast, presso l’American Express di Ginevra; e quello aperto a Lugano a nome della fondazione Arano di Vaduz. “Craxisi legge nella sentenza All Iberian confermata in Cassazione - è incontrovertibilmente responsabile come ideatore e promotore dell’apertura dei conti destinati alla raccolta delle somme versategli a titolo di illecito finanziamento quale deputato e segretario esponente del Psi. La gestione di tali conti… non confluiva in quella amministrativa ordinaria del Psi, ma veniva trattata separatamente dall’imputato tramite suoi fiduciari… Significativamente Craxi non mise a disposizione del partito questi conti”.
Su Constellation Financiere e Northern Holding - conti gestiti dal suo compagno di scuola Giorgio Tradati - riceve nel 1991-‘92 la maxitangente da 21 miliardi versata da Berlusconi dopo la legge Mammì. Sul Northern Holding incassa almeno 35 miliardi da aziende pubbliche, come Ansaldo e Italimpianti, e private, come Calcestruzzi e Techint.

Nel 1998 la Cassazione dispone il sequestro conservativo dei beni di Craxi per 54 miliardi. Ma nel frattempo sono spariti. Secondo i laudatores, Craxi fu condannato in base al teorema “non poteva non sapere”. Ma nessuna condanna definitiva cita mai quell’espressione. Anzi la Corte d’appello di Milano scrive nella sentenza All Iberian poi divenuta definitiva: “Non ha alcun fondamento la linea difensiva incentrata sul presunto addebito a Craxi di responsabilità di ‘posizione’ per fatti da altri commessi, risultando dalle dichiarazioni di Tradati che egli si informava sempre dettagliatamente dello stato dei conti esteri e dei movimenti sugli stessi compiuti”.

Tutto era cominciato “nei primi anni 80” quando – racconta Tradati a Di Pietro – “Bettino mi pregò di aprirgli un conto in Svizzera. Io lo feci, alla Sbs di Chiasso, intestandolo a una società panamense (Constellation Financière, ndr). Funzionava cosí: la prova della proprietà consisteva in una azione al portatore, che consegnai a Bettino. Io restavo il procuratore del conto”. Su cui cominciano ad arrivare “somme consistenti”: nel 1986 ammontano già a 15 miliardi.
Poi il deposito si sdoppia e nasce il conto International Gold Coast, affiancato dal conto di transito Northern Holding, messo a disposizione dal funzionario dell’American Express, Hugo Cimenti, per rendere meno identificabili i versamenti. Anche lí confluiscono ben presto 15 miliardi.
Come distinguere i versamenti per Cimenti da quelli per Tradati, cioè per Craxi?

“Per i nostri – risponde Tradati – si usava il riferimento ‘Grain’. Che vuol dire grano”. Poi esplode Tangentopoli. “Il 10 febbraio ‘93 Bettino mi chiese di far sparire il denaro da quei conti, per evitare che fossero scoperti dai giudici di Mani pulite. Ma io rifiutai e fu incaricato qualcun altro (Raggio, ndr): so che hanno comperato anche 15 chili di lingotti d’oro… I soldi non finirono al partito, a parte 2 miliardi per pagare gli stipendi”.
Raggio va in Svizzera, spazzola il bottino di Bettino e fugge in Messico con 40 miliardi e la contessa Vacca Agusta. I soldi finiscono su depositi cifrati alle Bahamas, alle Cayman e a Panama.
Che uso faceva Craxi dei fondi esteri? “Craxi – riepilogano i giudici – dispose prelievi sia a fini di investimento immobiliare (l’acquisto di un appartamento a New York), sia per versare alla stazione televisiva Roma Cine Tv (di cui era direttrice generale Anja Pieroni, legata a Craxi da rapporti sentimentali) un contributo mensile di 100 milioni di lire. Lo stesso Craxi, poi, dispose l’acquisto di una casa e di un albergo [l’Ivanohe] a Roma, intestati alla Pieroni”. Alla quale faceva pure pagare “la servitú, l’autista e la segretaria”.
Alla tv della Pieroni arrivarono poi 1 miliardo da Giallombardo e 3 da Raggio. Craxi lo diceva sempre, a Tradati: “Diversificare gli investimenti”.
Tradati eseguiva: “Due operazioni immobiliari a Milano, una a Madonna di Campiglio, una a La Thuile”. Bettino regalò una villa e un prestito di 500 milioni per il fratello Antonio (seguace del guru Sai Baba).

E il Psi, finito in bolletta per esaurimento dei canali di finanziamento occulto? “Raggio ha manifestato stupore per il fatto che, dopo la sua cessazione dalla carica di segretario del Psi, Craxi si sia astenuto dal consegnare al suo successore i fondi contenuti nei conti esteri”.
Anche Raggio vuota il sacco e confessa di avere speso 15 miliardi del tesoro craxiano per le spese della sua sontuosa latitanza in Messico.

E il resto?
Lo restituì a Bettino, oltre ad acquistargli un aereo privato Sitation da 1,5 milioni di dollari e a disporre –scrivono i giudici– “bonifici specificatamente ordinati da Craxi, tutti in favore di banche elvetiche, tranne che per i seguenti accrediti: 100.000 dollari al finanziere arabo Zuhair AlKatheeb” e 80 milioni di lire(«$ 40.000/s. Fr. 50.000 Bank of Kuwait Lnd») per “un’abitazione affittata dal figlio di Craxi (Bobo, ndr) in Costa Azzurra”, a Saint-Tropez, “per sottrarlo - spiega Raggio - al clima poco favorevole creatosi a Milano”.
Anche Bobo, a suo modo, esule.

Quando i difensori di Craxi ricorrono davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, nella speranza di ribaltare la condanna Mm, vengono respinti con perdite. “Non è possibile – scrivono i giudici di Strasburgo il 31 ottobre 2001 – pensare che i rappresentanti della Procura abbiano abusato dei loro poteri”. Anzi, l’iter dibattimentale “seguí i canoni del giusto processo” e le proteste dell’imputato sulla parzialità dei giudici “non si fondano su nessun elemento concreto… Va ricordato che il ricorrente è stato condannato per corruzione e non per le sue idee politiche”.

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14 Novembre 2009

Processi brevi: il danno e la beffa

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Riporto il video e il testo del mio intervento di giovedi 12 novembre, durante la trasmissione Annozero, sul disegno di legge "Processi brevi", atto criminale che solo questo Parlamento può pensare di emanare.
Fino a quando non si risolvono i problemi strutturali che oggi impediscono ai giudici di portare a termine i processi in tempi brevi di fatto, con questa proposta, tutti rimarranno incensurati, giacché nessun processo si potrà concludere nei tempi previsti. Le norme proposte trasformeranno in incensurati anche coloro che non meritano di essere considerati tali. E tutto questo per favorire un individuo ‘formalmente incensurato’, ma sostanzialmente corruttore, qual è Silvio Berlusconi. E' per questo che Italia dei Valori, cosi come ha fatto con il lodo Alfano, qualora questo disegno di legge dovesse approvato senza significativi emendamenti può già dichiarare di essere pronta a raccogliere le firme per un referendum.

Il 5 dicembre saremo in tutte le piazze d'Italia per contare quanti in questo Paese vogliono un Italia diversa da quella decadente, corrotta e senza futuro che ci propone Silvio Berlusconi (partecipa anche tu, iscriviti al gruppo Facebook ).

Testo dell'intervento

Santoro: Dal suo punto di vista, non si stanno affrontando le cause vere per le quali non si riesce ad avere un processo nei tempi giusti, un processo breve. Allora perché si fa tutto ciò?

Di Pietro: Credo che qualsiasi persona di buon senso voglia un processo breve, ma già in questa affermazione c'è, a mio avviso, la prima truffa mediatica che si sta realizzando in questi giorni, quella di far credere che stiamo facendo una legge per abbreviare i processi, al contrario stiamo facendo una legge per non far processare le persone. Si dice semplicemente “non si fa più il processo”. Quello che bisogna fare sono una serie di interventi in materia regolamentare, in materia di interventi finanziari e di personale, per fare i processi in 2 anni. Dire che tra due anni i processi non si fanno più vuol dire la resa dello Stato di Diritto. Qual'è la ragione per cui si fa una norma che non ha alcun senso? O meglio, qual'è il senso? A chi serve tutto questo?
In Parlamento dovremmo affrontare i temi di economia, di lavoro, di sicurezza, una miriade di problemi che dovremmo affrontare per far camminare un Paese e le persone che non arrivano a fine mese. Perché teniamo il Parlamento occupato solo per fare questo?
Dovremo andare a vedere quali processi non si faranno, e troveremo il danno e la beffa. Tutti i processi in corso che riguardano gli scandali sanitari della Lombardia, della Puglia, del Lazio, tutti gli scandali per truffe, i bond argentini, il processo Parmalat, e per i processi per corruzione, non arriveranno mai a sentenza. Dicono che due anni sono tanti. Si potrebbe fare un processo in due anni, ma se un giudice si occupasse solo di quello. Il problema è che i giudici hanno migliaia di cause, riescono a fare quelli più semplici, mentre quello più complesso e criminale non riusciranno a farlo.
Dicono che vale solo per gli incensurati, ma cosi facendo rimarrà un Paese di soli incensurati per forza.
Perché tutto questo danno? Perché Ghedini non riesce a far assolvere Berlusconi, questo è il tema.

Santoro: L'analisi di Belpietro è precisa, ossia che la questione sarebbe che la Casta giudiziaria non ha voglia di lavorare e che questa è una legge che può spingere i fannulloni a lavorare.

Di Pietro: Se cosi fosse, mettendo per assurdo che il motivo siano i magistrati che non hanno voglia di lavorare, la soluzione al male è lasciare i delinquenti per strada?
La verità è che ogni magistrato ha, ogni anno, migliaia di fascicoli sul tavolo, il problema non è fare un processo in due anni, ma farne migliaia in due anni.
Pensi a quello su cui ci siamo occupati oggi in Parlamento: mentre nelle segrete stanze si mettevano su come fare questa legge, invece che discuterla in Commissione Giustizia e in Aula, la Camera si è occupata della lunghezza della coda e delle orecchie dei cani. Si rende conto di cosa ci occupiamo in Parlamento? E non siamo riusciti a metterci d'accordo ed il testo è stato rimandato in Commissione. Il problema è che mentre si fa tutto questo a parte si mette a punto un provvedimento in cui si dice “poiché mi serve una legge perché altrimenti mi processano e mi condannano, avvocato-onorevole Ghedini butta giù sta legge e falla approvare!”. Il vero motivo per cui si fa questo provvedimento, e il Paese è fermo in ginocchio, è perché Berlusconi si è messo in politica per risolvere i suoi problemi giudiziari. C'erano degli imprenditori che facevano i latitanti, c'erano degli imprenditori che facevano i pentiti, è arrivato Berlusconi che ha detto “mi metto in politica, faccio delle leggi per non farmi processare e vi frego a tutti”.

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2 Novembre 2009

Alfano nel Paese delle Meraviglie

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Non passa giorno senza che questo governo si distingua per l’indecenza del comportamento dei suoi ministri e per le loro dichiarazioni. Oggi è il turno del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, e delle sue dichiarazioni strampalate rilasciate questa mattina. Dichiarazioni su una riforma della giustizia che il guardasigilli considera ‘urgente e doverosa’ per rispetto delle promesse elettorali del Pdl sul tema.

Io non ricordo alcuna promessa del centrodestra, fatta durante la campagna elettorale, e riguardante il bavaglio alle intercettazioni, voluto per tutelare gli interessi di politici ladroni e di farabutti; non ricordo alcuna promessa sul lodo Alfano; non ricordo alcuna promessa sull’ulteriore contrazione dei tempi di prescrizione, né sull’amnistia fiscale e sui reati annessi.

Ministro Alfano, lei dove vive? Nel Paese delle meraviglie di Lewis Carroll?

Piuttosto, e questa promessa elettorale gli elettori di Berlusconi la ricordano, spieghi come mai il suo governo ha affossato, in Parlamento, l’abolizione delle Province tanto sbandierata in prima serata dal Presidente del Consiglio. La frase “noi siamo disposti ad aprire un dialogo con l’opposizione, ma siamo pronti a fare da soli”, in merito alla riforma della giustizia, è frutto di una dissociazione mentale di chi l’ha pronunciata. O suona ancor peggio, come un invito all’inciucio, un’alternativa ai soliti decreti e colpi di fiducia.

Questa è la stessa maggioranza che ha etichettato la magistratura definendola come un organo composto da “giudici di sinistra”, da fannulloni, da gente che dovrebbe sottoporsi a test psico-attitudinali. E allora, che riforma può produrre una maggioranza di questa forgia, se non ridurre in cenere, come sta facendo, il sistema giudiziario?

Perché Alfano non chiede un parere all’Anm sulle sue riforme? Che governo è un governo fatto di ministri che fanno riforme non concertate con le categorie che rappresentano? Il ministro dell’Istruzione, Maria Stella Gelmini, sta sfasciando il sistema scolastico, Maroni, agli Interni, ha tagliato i finanziamenti alle forze dell’ordine e ha lanciato le ronde, Tremonti, all’Economia, ha presentato lo scudo fiscale facendo impennare l’evasione fiscale. Alfano vada a parlare con l’Anm delle sue riforme sulla giustizia prima di cercarne l’approvazione tra i politici. O forse sa già che la giustizia, quella che funziona, è scomoda in Parlamento tanto al suo partito quanto agli altri e intravede lo spiraglio delle larghe intese, meglio noto come inciucio?

Mi auguro che l’opposizione non cada nella rete.

Per quale motivo, per rendere credibili le sue buone intenzioni, come primo gesto di ravvedimento operoso rispetto alle porcate già fatte, non propone di spazzare via l’autorizzazione a procedere nei confronti dei parlamentari, con la quale si è salvato qualche giorno fa il compare e ministro Matteoli?

Perché Alfano non ammonisce l’avvocato Ghedini sulla prescrizione breve, anzi brevissima, legge che è stata commissionata all’avvocato-deputato del premier, per vanificare i processi di corruzione a Mills e Cir, perché non gli dice che non s’ha da fare?

Lo so io perché, perché quest’apparente apertura è il solito abbraccio mortale di chi tratta, o meglio “compra”, esclusivamente alle proprie condizioni.

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1 Novembre 2009

Facce toste

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Il giudice della Consulta, Paolo Maria Napolitano, uno dei due commensali che sedette con Berlusconi ed Alfano in una cena privata a ridosso della decisione sulla costituzionalità del lodo, oggi dichiara che vuole ‘si abbandoni il voto segreto’ sostenendo che ’il giudice deve essere libero di dissentire’.

Signor Napolitano, lei che ha messo il suo voto in chiaro molti mesi prima di quel 7 ottobre con una cena, di cosa si preoccupa? La sua richiesta somiglia più ad un bieco stratagemma per intimidire i suoi colleghi al prossimo giudizio su una leggina canaglia o per mandare un messaggio di distensione a chi si è sentito da lei tradito!

Non sono contrario al voto in chiaro, anzi, grazie all’anonimato, in Parlamento si nascondono molte mele marce che tradiscono, ogni giorno, il proprio elettorato. Sono però sconcertato dalla sua sfacciataggine poiché lei dovrebbe ritenersi garante delle istituzioni e, invece, trasforma in tifoseria rossa e nera un organo super partes come la Corte Costituzionale.

La Consulta è un organo profondamente diverso dal Parlamento ma lei lo ignora, così come lo ignora un Ghedini che confonde il Parlamento con un tribunale. Della Consulta interessa il giudizio d’insieme, le argomentazioni sulla costituzionalità o meno di una legge, e non ‘la spunta’ di chi ha detto sì o no. Dopo di che, se uscendo da una Camera di consiglio, le rassicurazioni offerte a chissà chi non quadrano, questo esula dall’interesse pubblico.

Forse lei, giudice Napolitano, vorrebbe non trovarsi nell’ambigua posizione del ‘traditore del padrone’ ora che il Silvio furente ha avviato una caccia alle streghe dopo la bocciatura del lodo? Ma questi son fatti suoi. Da parte mia ritengo che quando si fanno certi mestieri sarebbe meglio ricoprirli per merito più che per riconoscenza verso terzi.

Signor Napolitano, lei ha avvilito, con una cena carbonara, la dignità dei suoi colleghi e, oggi, dimostra tutta la sua inadeguatezza e parzialità, qualità altamente imbarazzanti per la carica che ricopre.

Più che il voto in chiaro io istituirei il divieto tra giudici e giudicati di ‘far melina’ in pieno conflitto d’interessi, pena l’espulsione dalla Consulta: che ne pensate, lei ed il suo commensale Mazzella, di questa alternativa?

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31 Ottobre 2009

Morti affidati alle istituzioni

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Il caso Cucchi mi ricorda il caso Bianzino di cui Italia dei Valori si è occupata con un’interrogazione parlamentare e su cui non abbiamo ancora ricevuto alcuna risposta dal ministero competente, quello della Giustizia, da cui il corpo di Polizia Penitenziaria dipende (guarda il video). Mi ricorda anche la vicenda di Federico Aldrovandi. Sia Cucchi che Aldrovandi che Bianzino sono morti mentre erano in mano alle Istituzioni, carcerarie e dell’ordine che siano. Tutti e tre erano dei ragazzi, Bianzino anche sposato con un bambino poi rimasto solo quando, dopo qualche tempo, mancarono anche la nonna e la mamma.

Cucchi viene arrestato per possesso di 20 grammi di hashish nella notte tra il 15 ed il 16 ottobre, e finisce all’obitorio sei giorni dopo con il corpo martoriato da fratture e contusioni multiple. Le foto pubblicate in internet di Stefano e l’intervista nel blog di Grillo ad Ilaria e Giovanni Cucchi, rispettivamente sorella e padre del ragazzo, sono documenti sconvolgenti.

Non si può finire in carcere per uno spinello, o una pianta di marijuana, e uscirne in una bara di mogano senza che siano certificate e riscontate le cause eccezionalmente straordinarie all'origine del triste epilogo. E non senza che sia provata l’estraneità delle Forze dell’Ordine dalle cause dell’incidente.

Sia nel caso Cucchi che in quello Bianzino le circostanze sono tutt’altro che chiare, e naturali, e in entrambi i casi la responsabilità dei decessi punta dritto verso organi delle istituzioni.

Io credo nell'integrità delle istituzioni, credo nel lavoro delle Forze dell'Ordine e credo anche che, dentro di esse, ci possano essere mele marce che usano la mano pesante, fino ad ammazzare, o girano filmati con cui riccattano il prossimo. Lo Stato non deve cadere nella tentazione di assolvere queste mele marce, ed il cittadino in quella di fare di un'erba un fascio.

Una relazione del ministro Angelino Alfano riporta che Cucchi è “morto in seguito ad una caduta accidentale e al rifiuto di ospedalizzarsi” . Una relazione indegna che mi auguro venga valutata insieme agli altri atti all’interno del processo che seguirà la vicenda. Quelle del ministro della Giustizia sono parole gravi, superficiali, che nel peggiore dei casi possono addirittura rappresentare un tentativo di insabbiare un’omicidio. Non si possono liquidare referti medici come quelli di Cucchi con una "caduta accidentale", come non si può chiudere un caso di decesso in carcere con una relazione in cui non si siano accertati i fatti di cui si scrive. In un caso o nell'altro Alfano non ne uscirà con un "mi ero fidato di verbali e dichiarazioni del primo che passava".

L’Italia non può diventare nè un paese dove se entri in una vettura delle Forze dell’Ordine viene il timore che non farai rientro a casa, né una giungla in cui la vita vale meno di 20 grammi di hashish per colpa di mele marce.

Questo non è il paese del film di Alan Parker: fuga di mezzanotte. Non si muore in carcere così per caso o per circostanze smentite dalle autopsie. Queste vicende, la superficialità con cui vengono affrontate, queste foto, lo scarica barile di governo che da una parte offre, con La Russa, “assoluta fiducia nei Carabinieri” e dall'altra, con Alfano, liquida “morto per una caduta” un corpo straziato come quello di Cucchi, sono elementi che distruggono la credibilità delle istituzioni.
"Isoleremo le mele marce che si vestono con una divisa per umiliare le istituzioni che rappresentano", questa la prima dichiarazione che avrei voluto sentire, se non l'unica da fare in una situazione così delicata.

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29 Ottobre 2009

Giustizia: non cadiamo in trappola

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Abbiamo ricevuto l'invito a partecipare ad un tavolo "nascosto" il 4 novembre per parlare di riforme della giustizia. Abbiamo risposto: "no". Se hanno qualche proposta, la portino in Parlamento e la facciano vedere a tutti i cittadini.

Non dobbiamo cadere nel trabocchetto di parlare di riforme della giustizia perché al premier interessa soltanto una giustizia che funzioni per lui e per i suoi sodali, non quella per i cittadini.

A questa maggioranza, che ieri ha votato un provvedimento che ha consentito ad un ministro della Repubblica di non essere sottoposto a processo, non interessa la giustizia. Non è opportuno affidare a questo Parlamento a legalità relativa il compito di riformare la giustizia.

Per quanto riguarda le responsabilità dei magistrati, il giudice che sbaglia deve pagare. Già adesso paga. Tanto è vero che i giudici Squillante e Metta sono stati condannati per essere stati corrotti dall’entourage di Berlusconi. Ma Berlusconi non se l'è presa con i magistrati corrotti, bensì con quelli che hanno fatto i processi.

L'Italia dei Valori si batte per avere processi più brevi, non prescrizioni più brevi, perché altrimenti ci sarebbero più impunità, e quindi più criminalità e più delinquenti.

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25 Ottobre 2009

Solidarietà al giudice Gabriella Nuzzi

nuzzi_gabriella.jpg

Oggi su Il Fatto Quotidiano, a pagina 18, trovate pubblicata una lettera del giudice Gabriella Nuzzi che riporto qui sotto.
Il giudice Nuzzi è una delle vittime della sezione disciplinare del Csm che dispose la sospensione dalle funzioni e dallo stipendio del procuratore di Salerno Luigi Apicella e il trasferimento, appunto, di due giudici Dionigio Verasani e Gabriella Nuzzi, rei di essersi ostinati nella ricerca della verità nei finanziamenti pubblici e dell’Unione Europea alla Calabria.
Le indagini Why Not e Poseidon per capirci, quelle indagini inavvicinabili su cui politica e governo fecero quadrato affinché venissero distolte e sgretolate nel tempo. Le stesse che costrinsero de Magistris ad abbandonare la magistratura e continuare la sua lotta nella politica con Italia dei Valori.

Il giudice Nuzzi ha tutta la mia solidarietà e condivido la visione della realtà di cui lei ed i suoi colleghi furono assolutamente vittime. Uno zelo, il loro, che nella storia è stato scoraggiato con l'utilizzo del tritolo ed ora con un sistema trasversale, più sofisticato e "meno rumoroso", che si serve delle istituzioni.

Testo della lettera di Gabriella Nuzzi su Il Fatto Quotidiano:

Sono nella lista nera. Perché?
Ho osato indagare, nel legittimo esercizio delle mie funzioni, su altri magistrati di Catanzaro.
La scena finalmente si chiude, cala il sipario nero.
Regista e attori tirano un respiro di sollievo.“Giustizia è fatta”. Ma la platea è muta, nessuno plaude. L’epilogo è paradossale, grottesco. Due magistrati della Procura di Salerno sono stati severamente puniti dalla sezione disciplinare del Csm. Esautorati delle loro funzioni inquirenti, allontanati dalla sede in cui le esercitano. Cassato un pezzo di vita professionale. Ore, giorni, mesi dedicati, in silenzio, con scrupolo, a studiare carte, leggi, sentenze; a scrivere, indagare,nel tentativo di amministrare una Giustizia eguale per tutti. Tempo sprecato. I giudici disciplinari, che non avevano mai fatto mistero del proprio convincimento e chiaramente interessati al celere seppellimento della vicenda, possono finalmente veder consacrato il proprio verdetto.
Sono ufficialmente nella lista nera dei “cattivi magistrati”.
Perché, nel legittimo esercizio delle mie funzioni, ho osato indagare su altri magistrati di Catanzaro
per gravi delitti di corruzione in atti giudiziari, abuso d’ufficio, falso ideologico,omissione in atti d’ufficio, favoreggiamento, calunnia e così via, connessi all’illegale sottrazione al pm titolare Luigi de Magistris delle inchieste Poseidone e Why Not e alla loro successiva disintegrazione.
Ho osato, com’era mio obbligo, sequestrare atti e documenti processuali integranti il “corpo” di quei reati. Ho osato perquisire abitazioni e uffici dei magistrati indagati, per ricercare tracce e cose pertinenti ai reati, necessarie al loro accertamento.
Ho osato raccogliere e riscontrare minuziosamente decine e decine di denunce del pm a cui le inchieste erano state sottratte, reo anche lui di aver scoperto il sistema di illecite cointeressenze che domina la gestione del denaro pubblico. Ho osato fare i nomi e i cognomi dei presunti appartenenti e favoreggiatori di quel sistema. Ho osato volere a tutti i costi applicare la legge, senza capire, assai imprudentemente, che nel mio “m e s t i e re ” il principio costituzionale dell’eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge non vale sempre e per tutti. Esiste un superiore principio non scritto, di ordine deontologico: quello dell’ ”opportunità”.
Avrei dovuto chiedermi (e non l’ho fatto): è proprio opportuno indagare il magistrato Tizio, il politico Caio, l’i m p re n d i t o re Sempronio, il faccendiere Mevio? E’ proprio necessario perquisirne abitazioni e uffici, sequestrare carte e documenti? La risposta è variabile, dipende dalle circostanze. A volte sì, a volte no. Perché, mi dicono, la diligenza del bravo magistrato si misura sulla sua prontezza di riflessi, sulla velocità nell’intuire quando è il caso di agire e quando no; sulla sua capacità di interpretare i segnali; di ricorrere a diplomazia e compromessi; di attendere che i tempi di indagini lentamente scadano; di saper selezionare e infine archiviare. E la sua correttezza sta nell’evitare di fare i nomi di illustri colleghi, politici e imprenditori: questione di privacy. Merito una lezione. Mai eccedere nel perseguire fini di giustizia! Si spera che io abbia inteso, una volta per tutte. Lo ammetto, ignoravo l’esistenza di tali singolari regole “deontologiche”, ovviamente non scritte. Ma, a essere seri, mi sembra che la vera deontologia non c’entri un bel niente: sarebbe dignitoso per la nostra categoria non tirarla in ballo. Si tratta invece di capire le ragioni vere per cui tre pm di Salerno, doverosamente impegnati a far luce su un devastante sistema di corruzioni e collusioni giudiziarie, siano stati “fatti fuori” con gli strumenti della nuova legge disciplinare, pagando un prezzo altissimo per la loro indipendenza, politica e associativa. Si tratta di capire perché, al di là della vergognosa farsa della “guerra tra Procure ”, gli organi disciplinari stiano consentendo ad altri magistrati, indagati per gravi fatti di corruzione in atti giudiziari e così via, per giunta autori di illecite attività ai danni dei loro indagatori, di continuare impunemente ad amministrare giustizia nei contesti criminosi oggetto delle indagini di Salerno. Quali superiori principi di “deontologia professionale” vigono per costoro? Quale eccezionale criterio di ragionevolezza ha indotto i supremi organi disciplinari a non intervenire anche in questo caso con gli strumenti cautelari? Esistono forse equilibri di poteri - politici, giudiziari, criminali - dapreservare e che non possiamo conoscere? E chi ne sarebbero gli inamovibili garanti? Chi gli “eversori” da punire e cacciare? Esiste forse un modus operandi, diverso da quello del contrasto aperto e diretto al crimine organizzato di ogni livello, che tende, invece, sottobanco, all’accordo e al compromesso e che serve a salvaguardare occulti sistemi di interessi? C’ è uno sfondo, in questa nostra vicenda, che si finge di non vedere; o forse, semplicemente, fa troppo paura guardare. Credo, però, che i cittadini abbiano il diritto di sapere a che gioco stanno giocando gli apparati istituzionali, soprattutto, perché quel gioco baro danneggia la vita di integri servitori dello Stato. Ma occorre anche il coraggio del rinnovamento, anche nella magistratura, con riforme serie che non la rendano inerme, ma autenticamente indipendente sia dai condizionamenti esterni del potere politico o criminale, sia da quelli interni che possono derivare dalla dipendenza psicologica ai meccanismi di nomina, promozione, assegnazione di incarichi extra-giudiziari, o per converso, di disciplina.
La nostra amara vicenda, che segue quelle di tanti altri colleghi dimenticati o ignorati, dimostra quanto basso sia il punto in cui versa l’attuale “autogoverno” e quanto distante sia dai nobili intendimenti dei Padri Costituenti. Un “a u t o governo” totalmente prigioniero delle logiche di appartenenza e spartizione politica e correntizia, anche in spregio al diritto di difesa. E ancor più forte si fa il bisogno di un organo “sindacale” nuovo, in grado di assicurare tutela effettiva ai diritti del magistrato in quanto “pubblico impiegato”, capace di aprirsi ed interloquire con la società civile, senza tesseramenti, condizionamenti politici, ambizioni carrieristiche o di potere. Mi auguro, da buon cattivo magistrato, che l’assordante e granitico silenzio, in cui si è chiuso l’ordine giudiziario riguardo alla vicenda salernitana, serva almeno alla riflessione.

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20 Ottobre 2009

Vito Ciancimino: l'audizione negata

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Oggi, in Commissione Antimafia, abbiamo messo le mani su un documento che dimostra in modo inequivocabile che, negli anni ’92,’ 93 e ’94, un pezzo di Stato e importanti uomini politici hanno occultato la possibilità di conoscere e far conoscere al Paese le ragioni per cui in quegli anni ci furono le stragi di mafia.

E’ una questione politica e morale grossa come una casa che deve essere affrontata e risolta e riguarda i motivi per cui la Commissione parlamentare Antimafia, in quegli anni, non ritenne di ascoltare Vito Ciancimino che ne aveva fatto espressa richiesta, addirittura con una lettera scritta, nella quale testualmente affermava:<<l’omicidio dell’onorevole Lima è di quelli che vanno oltre la persona della vittima e puntano in alto, un avvertimento, come si suol dire. Sono stato, per molti anni, testimone ed in parte protagonista di un certo contesto politico. Sono convinto che questo delitto faccia parte di un disegno più vasto, un disegno che potrebbe spiegare altre cose, molte altre cose>>. Insomma, Ciancimino era a conoscenza di fatti e circostanze che riguardavano le stragi di mafia di quell’epoca (Falcone e Borsellino compresi) e degli oscuri rapporti tra mafia e Stato e voleva informarne la Commissione.

Nonostante ciò, la Commissione Antimafia, dopo aver pure deliberato, il 6 luglio ’93, di ascoltare Ciancimino, poi se ne é guardata bene dal farlo. Evidentemente qualcuno in alto, molto in alto, (come alludeva Ciancimino), non voleva che si conoscesse la verità ed ha lasciato così che prima proseguissero le stragi e poi che si instaurasse un’immorale trattativa tra Stato e mafia. Per questa ragione oggi ho chiesto l’audizione urgente dell’allora Presidente della Commissione Antimafia, l’On. Luciano Violante, affinché renda note le ragioni per cui la Commissione non ha ottemperato all’audizione di Ciancimino. Audizione che la stessa Commissione aveva disposto.

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7 Ottobre 2009

Stato-AntiStato: 1 - 0

Oggi è come se l’Italia avesse vinto i Mondiali di calcio. Quello che succederà al Paese non si sa, anzi lo sappiamo perchè ci vuole ben altro del parere della Consulta per rimuovere un folto gruppo saldamente ancorato al potere, ma oggi, almeno oggi, in questa notte del 7 ottobre 2009 gli italiani potranno sognare un’Italia diversa.
Il sogno durerà meno della vita di una farfalla, domani torneranno all’attacco dell’aticolo 3 della Costituzione: la legge è uguale per tutti, per le quattro più alte cariche dello stato incluse.
W l’Italia e quell’onestà che ancora brilla nello Stato.

Riporto alcune Ansa delle mie dichiarazioni e di esponenti dell'Italia dei Valori:


E’ incostituzionale. E noi lo abbiamo detto subito, sin da quando ci riunimmo a piazza Navona in migliaia per gridare allo scandalo su questa legge che Berlusconi si è fatto per sistemare i suoi processi. Già allora, ci rivolgemmo al Capo dello Stato per pregarlo di non firmare questo scempio di incostituzionalità e immoralità.
Allora rimanemmo stupiti che il Capo dello Stato, non solo firmò il Lodo, ma dichiarò che lo faceva non per dovere, ma perché lo riteneva del tutto costituzionale.
Spero che da oggi, alla luce della decisione della Consulta il Presidente del Consiglio la smetta di fare leggi a proprio uso e consumo, si dimetta dall’incarico e vada a fare quello che da 15 anni si ostina a non voler fare: l’imputato. E spero che il Presidente della Repubblica, d’ora in poi, non sia così frettoloso nel firmare provvedimenti incostituzionali e immorali”.
- ANTONIO DI PIETRO

"La Consulta ha bocciato non solo il Lodo ma una maggioranza che da 15 anni con arroganza e spregio delle istituzioni obbliga il Parlamento ad approvare leggi palesemente incostituzionali al solo scopo di garantire un’indebita impunità a Silvio Berlusconi. Per questo il governo ora ha il dovere morale di dimettersi e il presidente del consiglio di fare quello che qualsiasi altro italiano nelle sua condizioni dovrebbe fare: l’imputato. L’Italia dei Valori chiede che si vada subito ad elezioni" - MASSIMO DONADI Capogruppo Idv alla Camera

"La Corte Costituzionale ha riconosciuto la palese incostituzionalità del cosiddetto "Lodo Alfano": viene così eliminato dal mondo giuridico il maldestro tentativo di violare, con legge ordinaria, il sistema costituzionale ed il fondamentale principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. IDV ha raccolto un milione di firme per eliminare una legge che oltre che incostituzionale è esempio di barbrie ed inciviltà etica e istituzionale. La sentenza della Corte Costituzionale rende inutile il referendum ma dimostra come fosse fondata l'indignazione dei cittadini, e come le perplessità espresse sulla firma da parte del Capo dello Stato avessero oltre che un fondamento etico, anche un fonfamento giuridico e costituzionale". - LEOLUCA ORLANDO - Portavove nazionale di IDV

'Il presidente Berlusconi fara' bene a prendere le valige e a cambiare aria" - FELICE BELISARIO - Capogruppo Idv al Senato

"E' da mesi che sottolineavamo la manifesta incostituzionalita' del lodo Alfano perche' in palese violazione, tra l'altro, di uno dei cardini della democrazia italiana: il principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Per questo non possiamo che accogliere con soddisfazione la decisione della Consulta e il fatto che anche il presidente del Consiglio ritorni, oggi, tra noi comuni mortali, sottoposti a quel rispetto della giustizia che e' alla base della nostra Repubblica. Continueremo ad essere i custodi della Costituzione e difenderemo in Italia e in Europa la democrazia del nostro Paese''.
- - LUIGI DE MAGISTRIS - Europarlamentare Idv

Non sto nella pelle, sono felicissima ed ho la sensazione di condividere questo sentimento con parecchi milioni di italiani.
Per un anno ci siamo ostinati a credere nella Costituzione e nella Giustizia abbiamo raccolto centinaia di migliaia di firme, abbiamo girato l'Italia in lungo ed in largo per informare i cittadini e gli studenti.
Siamo stati attaccati dai servi di questo sistema di potere pidduista e mafioso e siamo stati accusati di essere pazzi, anti-italiani ed ignoranti!
Nonostante tutto a testa alta abbiamo continuato contro tutto e tutti!
Oggi abbiamo vinto questa grande battaglia e, come canta il mio amico Ligabue, questo e "il giorno dei giorni"!
- SONIA ALFANO Europarlamentare Idv

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6 Ottobre 2009

Il piano B dell'anti-Stato

laghedin.jpg

Oggi, e nei prossimi giorni, si continuerà a parlare del nulla, assistendo ad un teatrino inutile nei confronti della decisione della Consulta sulla costituzionalità del lodo Alfano.

Non importa come si esprimeranno i 15 giudici della Corte Costituzionale. Per gli italiani e per la Costituzione italiana quella legge è un aborto della democrazia.

L’appello che lancio alla Consulta è di pensare alla reputazione della Corte e del Paese. Se qualche commensale, tra i membri della Consulta, pensa che la propria decisione possa mandare a casa Berlusconi, ciò non accadrà poiché Ghedini e Alfano hanno ricevuto l’ordine di ‘fregarsene’ del parere della Corte e di predisporre il ‘piano B’ per eludere il parere di costituzionalità. “La legge è uguale per tutti, ma non la sua applicazione”: queste sono le parole con cui poco fa Ghedini ha preso per i fondelli la Costituzione e gli italiani. Come può la Consulta pensare che il suo parere e le sue toghe nere possano fermare gente con un disprezzo così viscerale per le istituzioni? Con un ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che minaccia la Consulta dichiarando che ''non immaginare neppure un giudizio che non confermi la costituzionalità della norma'', ai 15 giudici costituzionali non rimane che prendere le distanze dall’anti-Stato, salvaguardando almeno l’integrità dell’organismo che rappresentano. Diversamente ci penserà il nostro referendum.

Questa XVI legislatura è la rappresentazione della follia. Il Paese arranca con una disoccupazione che sfiora il 10% e un Pil in agonia. L’abusivismo edilizio del primo partito italiano, quello del cemento, ha mietuto oltre 300 vittime tra le case di sabbia sgretolatesi a L'Aquila e quelle travolte dal fango a Messina e prepara, inarrestabile, nuove gittate per il ponte sullo Stretto. Le Ferrovie dello Stato viaggiano su binari e strutture da roulette russa che dall’inizio dell’anno hanno visto il deragliamento di diversi convogli culminato con la tragedia delle 31 vittime di Viareggio.

Le aziende falliscono perché strozzate dalla stretta creditizia delle banche che si accingono ad accogliere a braccia aperte il fiume di soldi sporchi dello scudo fiscale. In questo quadro di degrado assoluto, il Parlamento e i partiti sono asserragliati in una guerriglia demenziale in difesa di privilegi ed impunità. Sul fronte internazionale siamo isolati a causa di un Presidente del Consiglio che dovrebbe essere affidato ad una badante che lo tuteli dalle escort, ma che lo tuteli anche dalle dichiarazioni convulse che rilascia sui processi di cui sembra aver perso memoria, complici gli eccessivi compromessi personali e pubblici a cui ottemperare.

Vorrei parlare di alternativa di governo, di programma, di contenuti ma come puoi pianificare il futuro quando stai affrontando la lotta più dura per la sopravvivenza del futuro stesso? Questo governo è un tumore della democrazia, non ti permette di pensare al tuo corpo, ai cittadini, ti attanaglia la mente e ti impegna con tutte le energie per non cedere, esattamente come si fa con una brutta malattia. Una volta passato il pericolo riusciremo a pensare alla riabilitazione, se avrà senso farla, e con l’amara consapevolezza che forse il nostro fisico non tornerà mai come prima.

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23 Settembre 2009

Scudo fiscale: sconfitta di Stato

scudofisc.jpg

Ieri sera sono stato ospite di Giovanni Floris alla trasmissione Ballarò. Pubblico il video ed il testo del mio intervento, espressione del mio pensiero e dell'interpretazione dell'Italia dei Valori di un gesto assimilabile ad una grande, ennesima, resa dello Stato di fronte alla malavita, alla corruzione e al malcostume del Paese.

Testo dell'intervento

"Noi dell'Italia dei Valori riteniamo che la legge è uguale per tutti. Tutti i cittadini devono pagare le le tasse e non bisogna fare i condoni. Sono stati fatti molti condoni in questi anni ed è lo Stato che ne è uscito sconfitto. Ogni volta che c'è un problema da affrontare lo si affronta in maniera sbagliata, depenalizzando il reato, facendo il condono, l'indulto e quant'altro.

Quello dei paradisi fiscali è uno dei problemi che l'Italia non può risolvere da sola. E' un problema che va affrontato a livello mondiale in quanto è una valvola di sfogo sulla quale gli Stati moderni fanno il giochino delle società offshore e scaricano all’estero tutte le cose che non possono fare nei loro Paesi.

Questo provvedimento chiede agli italiani che hanno dei soldi nascosti all’estero di riportarli in Italia. Se fosse denaro regolare potrebbero riportarlo in Italia subito, senza bisogno di nasconderlo. Se questi soldi sono stati nascosti è perché li hanno guadagnati in modo irregolare, attraverso l'evasione fiscale, attraverso lo spaccio di droga, attraverso il traffico d'armi e altro ancora. I soldi regolarmente acquisiti sono quelli che uno può dichiarare perché guadagnati legalmente.

Noi dell'Italia dei Valori preferiamo che questi soldi, irregolarmente tenuti all'estero, non siano condonati, ma sequestrati. Tutti quanti, non solo il 5%, ma anche l’altro 95%. Bisogna mandare un messaggio chiaro al Paese, perché la legge è uguale per tutti. Non è difficile farlo. Avete visto quante persone possiedono delle barche e dichiarano poco al fisco? Ad ognuno di questi sequestrerei la barca e chiederei di spiegarmi come l'ha presa, altrimenti manterrei il sequestro.

Il messaggio che si sta dando al Paese, attraverso questo provvedimento, è che i più furbi la fanno sempre franca e gli onesti diventano i fessi. Una cosa è il rientro dei capitali dall'estero, ma perché estendere il provvedimento anche al falso in bilancio e a tutti gli altri reati tributari?

Questo non è altro che una finestra per approfittare di un problema, quello del recupero dei soldi, per coprire tutti i reati che sono stati commessi. Questo è il vero problema."

Leggi anche:
- Scudo fiscale: legge antitaliana (www.italiadeivalori.it)

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11 Settembre 2009

Un copione gia' visto

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Cosa sta accadendo sulla vicenda delle stragi degli anni '90?

Perche' il Presidente del Consiglio e' così preoccupato per la riapertura dei fascicoli delle procure di Palermo, Milano e Firenze?

Forse conosce già gli esiti a cui porterebbero nuove indagini e, forse, sa quello che Spatuzza e Ciancimino hanno da dire.

E’ consapevole che le loro dichiarazioni sarebbero la combinazione di una cassaforte al cui interno si troverebbe il volto di quei mandanti di cui si è sempre parlato.

Io ritengo che la riapertura dei fascicoli delle stragi degli anni ‘90 stiano seguendo il copione tipico delle vicende di mafia con implicazioni politiche.

La storia d’Italia questo copione lo conosce e, i signori Spatuzza e Ciancimino sono metaforicamente nei panni dei nuovi Buscetta che, ai tempi, con le loro rivelazioni, aprirono nuovi scenari.

Ma qui mancano ancora i mandanti che sono sul punto di essere smascherati.

Mandanti ignoti ma che fanno così paura al Presidente del Consiglio da spingerlo a dire: “Con queste nuove indagini si buttano i soldi dei contribuenti”. Così paura da far intervenire il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, a far da paciere con l’Anm e da far sostenere al Presidente del Senato, Renato Schifani: “Mi piace di più quando la magistratura si occupa del contrasto diretto e senza quartiere alla mafia”, senza cercare i mandanti politici, aggiungo io.

Coloro che hanno dato una chiara interpretazione dei fatti sono il giornalista Lirio Abbate, ieri a ‘Linea Notte’ di RaiTre, in un’intervista che riporto in questo articolo, e Umberto Bossi quando afferma: "C'è la mafia dietro gli attacchi al governo". E’ vero, signor Bossi, c’è la mafia in gattabuia che si è rivoltata contro i suoi mandanti a piede libero.

Se la giustizia fosse riformata, così come la propone la nostra alternativa di governo, probabilmente questi mandanti avrebbero già un volto e l’Italia sarebbe un Paese diverso.

L’Italia dei Valori sta già guardando al dopo Berlusconi, ad un’alternativa credibile di governo che possa dar vita ad una terza Repubblica, che possa far piazza pulita delle solite facce che ammorbano la politica da mezzo secolo ed oltre.

Riporto di seguito gli obiettivi dell’Italia dei Valori in tema di Giustizia, venti proposte serie ed efficaci che questo governo equiparerebbe a scorie radioattive da cui tenersi ben lontani per sopravvivere:

  • Semplificare il processo civile prevedendo ampie possibilità conciliatorie e ampliamento dei poteri d’ufficio del Giudice, con l’obiettivo di completare ogni singolo grado di giudizio nell’arco di un anno. Prevedere la figura del giudice monocratico per i processi civili di appello
  • Eliminare nel settore civile ed in quello penale le norme che introducono inutili formalismi che rendono sempre più lontana nel tempo la decisione. Prevedere filtri per i ricorsi in Cassazione
  • Individuare pene certe e processi penali più rapidi con possibilità di applicazione della pena dopo il secondo grado di giudizio
  • Stabilire la sospensione della prescrizione dei reati dopo il rinvio a giudizio

Leggi e commenta i punti sulla Giustizia >>

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5 Settembre 2009

Il problema carceri in Italia

Pubblico il video ed il testo del mio intervento durante la puntata di "Cominciamo bene", di mercoledi 2 settembre, sul problema carceri in Italia.

Testo dell'intervento: "Aumentare la capacita' "

Con tutto il rispetto per il diritto di Caino, io sono per Abele. L'idea del carcere come dramma per coloro che stanno scontando una pena e sono dunque detenuti, credo vada considerata alla luce del dramma che vivono le loro vittime.

E' bene, quindi, che i delinquenti stiano in carcere. Non è vero che sono vittime del fato. I delinquenti, come ad esempio coloro che commettono omicidi o che spacciano, è giusto che stiano in carcere. Ritengo che sia necessario aumentare il numero delle strutture carcerarie e la loro qualità e non tentare di risolvere il problema come è stato fatto con l'indulto. Sono trent'anni che si fanno le stesse cose, non cambia niente. E' la sconfitta dello Stato che, di fronte all'aumento del numero delle persone presenti in Italia, italiani o stranieri che siano, dovrebbe aumentare il numero dei posti letto nelle carceri.

Se questo governo dovesse portare in Aula un provvedimento nel quale si chiede l'aumento di 10 mila posti letto, noi dell'Italia dei Valori risponderemmo 10 mila e uno. Noi non voteremmo contro solo perché il provvedimento è proposto da Berlusconi, il punto è che lo faccia. Detto questo, in galera non vorrei andasse soltanto il “disperato che ruba per mangiare”, ma anche l'evasore fiscale, il falsificatore di bilanci, il corruttore, il magnaccia di turno e lo spacciatore d'alto borgo.

La verità qual'è? Per fare in modo che i potenti del sistema non vadano in galera, si sono fatti molte leggi, grazie alle quali ‘i poveri cristi’ vanno in galera, e i potenti, che si trovano anche all'interno delle nostre istituzioni, no. Voglio ricordare che in materia di giustizia non esiste la destra o la sinistra, ma esistono le persone “perbene” e le persone “permale”.

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16 Agosto 2009

Il governo del favoreggiamento alla mafia

fondi_pedica.jpg

Il governo Berlusconi IV e' il governo del favoreggiamento alla mafia.

In Italia si sciolgono molte giunte in un anno, anche per futili motivi o per gli stessi di Fondi, come ad esempio Fabrizia e Vallelunga Pratameno. Allora dobbiamo chiederci: perche' il comune di Fondi, provincia di Latina, con forti infiltrazioni della ‘Ndrangheta, non è stato sciolto dopo più di un anno?

Perché il governo ha lasciato che venisse trasformato da un comune caso di infiltrazione criminale in un’amministrazione pubblica in un caso nazionale di connivenza tra politici del centrodestra e criminalità organizzata?

Perché è stata ignorata la richiesta di un prefetto, Frattasi, a sciogliere quel comune dopo 17 arresti e più di 500 cartelle giudiziarie? Forse perché la giunta di Fondi è del Pdl mentre non lo erano quelle dei comuni di Fabrizia e Vallelunga? Anche, ma non solo: qualcuno all’interno della giunta, o al di fuori poco importa, ricatta il governo, il quale a sua volta è ricattabile. Nel mezzo il vaso di coccio Maroni, leghista a fasi alterne, che tace e piega il capo ai colleghi picciotti

Il governo Berlusconi IV è il governo del favoreggiamento alla mafia per una miriade di ragioni. Lo è perché fa campagna elettorale lanciando messaggi di distensione alla criminalità organizzata. Lo è perché protegge in Parlamento, e fuori, uomini condannati per associazione mafiosa che negano perfino l’esistenza di Cosa nostra.

Lo è perché inneggia a Mangano, un assassino a cui il presidente del Consiglio ha aperto la sua casa. Lo è perché ha eliminato di fatto lo strumento d’indagine delle intercettazioni con cui venivano arrestati i capi e i sicari delle cosche. Lo è perché ha tolto soldi e mezzi alla sicurezza garantita dalle forze dell’ordine, barattata con le ronde leghiste.

Lo è perché viene ricattato, oltre che dalle escort, anche dai malavitosi. Per cosa viene ricattato i cittadini non lo sapranno mai, ma assicuro che il prezzo lo hanno pagato e lo pagheranno loro. La merce, invece, se la spartiranno ricattati e ricattatori.

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9 Agosto 2009

La lettera di Saverio

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Rispondo alla lettera di Saverio R. che si interroga sull'accanimento del governo, in base alle leggi sull'immigrazione, nei confronti di situazioni che appaiono di gravità relativa rispetto ai provvedimenti presi per contrastarli, come il caso della famiglia italiana di cui Saverio R. ci parla.

Caro Saverio R., il caso che mi segnali credo, per quanto si stia procedendo all’applicazione della legge, sia del tutto sproporzionato rispetto la gravità (minima) del reato. Purtroppo questo governo, come ripeto da tempo, è debole con i forti e arrogante con i deboli, ed i cittadini più in generale. Abbiamo, da una parte un condannato per associazione mafiosa a nove anni in Parlamento libero di girare per le strade, bancarottieri e frodatori dello Stato nelle posizioni più delicate all’interno di istituzioni e apparati pubblici, nelle banche o alla testa di colossi industriali e finanziari; e dall’altra, poveri ed inermi cittadini, rei magari di aver coltivato una piantina di marijuana, in prigione e nel peggiori dei casi anche in obitorio (vedi caso Rasman).

Mi informerò sul caso da te citato.

Italia dei Valori, ed il sottoscritto, stanno facendo il possibile per cambiare le cose, operando nelle istituzioni, nel tentativo di mandare a casa questo governo inadeguato e arrogante. Per accelerare il processo abbiamo bisogno del tuo aiuto e di quello di cittadini come te, perché è anche vostro il compito di informare chi vi è vicino. Gli italiani devono ricordarsi di questi fatti alle urne perché solo con un maggior consenso l’azione di Italia dei Valori potrà diventare politicamente più incisiva.

Testo della lettera:

Caro on. Di Pietro,

Oggi mi è capitato di leggere una notizia di qualche giorno fa. Ecco come lo Stato fa rispettare la legge. 5 anni di galera e casa confiscata. Cosa hanno fatto questi criminali? Hanno ucciso qualcuno con la violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro? Un frontale in stato di ebbrezza? o lo hanno ammazzato di botte ? Macché.

Dal Manifesto del 31 luglio 2009, pagina 7: Assumono badanti senza permesso. Casa sequestrata

"Casa confiscata e una denuncia per favoreggiamento dell´immigrazione clandestina. E. N. e A. F., madre e figlio di 61 e 83 anni, rischiano fino a cinque anni di carcere per aver assunto alle loro dipendenze due badanti straniere senza permesso di soggiorno. Intanto, la loro casa è stata sequestrata. Una villetta nella frazione di Piticchio, ad Arcevia in provincia di Ancona. L´immobile vale più di 500 mila euro e se i due cittadini italiani verranno condannati per favoreggiamento dell´immigrazione clandestina e impiego di lavoratori senza permesso di soggiorno sarà confiscata e messa in vendita. il ricavato, informano i carabinieri che hanno eseguito l´operazione, «potrebbe essere destinato al potenziamento delle attività di prevenzione e repressione dei reati in tema di immigrazione clandestina».
Questa la storia, simile a quella di migliaia di famiglie che si ritrovano con il problema di dover affidare a qualcuno una persona anziana, di non trovare lavoratori in regola che lo possano fare e che finiscono per mettersi in casa persone prive di permesso. Le conseguenze possono essere gravissime. L´intervento di Arcevia è stato coordinato dalla compagnia dei carabinieri di Fabriano durante «specifici servizi tesi a contrastare l´immigrazione clandestina», forse legati alla regolarizzazione che partirà una volta approvato il decreto anticrisi. I militari vengono a sapere che nella villetta ci sono due straniere «clandestine». In poche ore accertano il fatto, e ieri sono andati a bussare alla porta dei due italiani. Le due badanti, madre e figlia, hanno ricevuto un ordine di espulsione. La casa è stata sequestrata. E. N. e A. F., si racconta, sono rimasti sbalorditi. E ancora non si rendono conto di quanto accaduto."

Ecco come nell´Italietta di Berlusconi la Legge di marca leghista agisce, per la gioia dei fan di Borghezio e Maroni. Assumi qualcuno per farti le faccende di casa e te la sequestrano. Tanzi forse non rischia tanto, di sicuro non i tanti che causano vittime e danni, i piromani, e così via. Ma se hai una badante in nero, irregolare, allora apriti cielo! Ma tanto che ci sono, perché non mettono anche la pena di morte per questi ´criminali´ pericolosissimi.

E poi sentiamo le Forze dell´Ordine che si vantano del prestigioso successo, quello di avere tolto una casa e forse assicurato una cella a un anziano di 83 anni, ben 11 in più di certo Cesare Previti, che come è noto, ha fatto molto di peggio e non ha rischiato altrettanto. Queste leggi sull´immigrazione, come dimostra anche il suicidio di Fatima, sono una cosa inaccettabile per un Paese civile. C´é da vergognarsi di essere italiani.

Saverio R.

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29 Luglio 2009

L'impunibile

matteoli_a.jpg

Ieri, con un indecente colpo di mano, la Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dei deputati ha scippato alla giustizia ordinaria e alle regole costituzionali un pezzo da novanta della sua casta: il Ministro Matteoli. E' un copione gia' visto, la solita storia della casta che si erge al di sopra della legge per farla franca. Questi signori avranno pensato: "dopo aver dato l’impunità a Berlusconi perché non concederla anche ad un suo Ministro?”.

La storia comincia nel 2004, quando Matteoli, allora ministro dell’Ambiente, avvisa il prefetto di Livorno di un’inchiesta a suo carico riguardante la costruzione di un complesso edilizio sull’isola d’Elba: da qui l’accusa di favoreggiamento.

Il Tribunale dei ministri di Firenze dichiara la sua incompetenza sul caso in quanto: “reato non ministeriale”, da far perseguire, quindi, dalla giustizia ordinaria. Ma la casta non la pensa così. In un primo momento, prova a portare in Parlamento il lodo Consolo: l’ennesimo tentativo di salvataggio di un inquisito di razza per via legislativa. Ma l’attenzione di quella parte della stampa libera, che urla allo scandalo e punta i riflettori su questo vergognoso caso, blocca il diabolico disegno.

Ieri la Giunta della Camera avrebbe dovuto attendere la comunicazione dell’archiviazione per non ministerialità del fatto e, non condividendola, avrebbe potuto solo proporre ricorso per conflitto di attribuzioni alla Corte Costituzionale, che avrebbe determinato la natura del reato. Invece, la Camera, usurpando la propria competenza in questa fase anomala per negare l’autorizzazione a procedere, ha abusivamente e furbescamente sentenziato che i parlamentari sono giudici di se stessi e che possono salvarsi a vicenda.

Questa volta l’ennesimo colpo al principio de “la legge è uguale per tutti” è stato sferrato per mano del relatore della Giunta: il deputato del Pdl Maurizio Paniz. Infatti il signore in questione nella sua relazione, votata da tutta la maggioranza, ha sancito due principi: il primo che il reato di cui è accusato Matteoli (favoreggiamento) è ministeriale, giudizio che non compete certamente ad un organismo politico; il secondo che alla magistratura viene negata l’autorizzazione a processare l’esponente del Pdl.

Insomma la Camera non solo si è sostituita alla giustizia, ma addirittura si è pronunciata prima che da parte dei magistrati arrivasse una richiesta in tal senso. Ma evidentemente Matteoli aveva fretta di andare in vacanza.

flash2.jpg ""Come volevasi dimostrare""
Appena ieri scrivevo sull'accostamento fazioso del Corriere della Sera tra i nostri politicanti ed il comportamenti innovativi del governo inglese che invitava i propri dipendenti ad utilizzare Twitter.E' di oggi la notizia, che si commenta da se, dell'oscuramento a Palazzo Chigi di You Tube, Facebook e Twitter. L'Italia è l'unico Paese al mondo da quando è nata la Rete, al CERN di Ginevra, ad aver avuto una contrazione nella diffusione di Internet.Questo governo è ostile alla Rete e farà il possibile per reprimerne la libertà di espressione e la diffusione. Ciò che non controllano, e che non possono comprare o corrompere, lo reprimono, oramai li conosciamo.
Antonio Di Pietro

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28 Giugno 2009

DIMETTETEVI II: il 'non fatto' del giorno

corriererepubblica.jpg

Il ‘minzolinismo’ è un cancro in metastasi nel Paese. Si è diffuso da Mediaset alla RAI ed ha contagiato la stampa. Ieri infettava il Tg1 sulle escort di Palazzo Grazioli, oggi i sintomi si manifestano su La Repubblica, su Il Corriere della Sera e su altre testate giornalistiche semilibere.
Eugenio Scalfari ha tracciato un interessante quadro, che condivido, sull’evanescenza delle misure adottate contro la recessione dal Consiglio dei Ministri.
La sua analisi degli eventi importanti non può però limitarsi a questo spunto di riflessione né, tantomeno, il suo giornale può condurre una campagna serrata per la moralizzazione del Paese, indottrinandolo su escort, telefonate, sospetti, festicciole ed ogni minimo dettaglio sull’indecenza del Presidente del Consiglio, trasformando poi il fatto del giorno,  la cena vergognosa tra governo e giudici di cui è stata data notizia ieri, in un "non fatto".
Un Premier, un sottosegretario, un ministro della Giustizia, due giudici della Consulta ed un Presidente della commissione Affari Costituzionali che ripassano a tavolino la lezione sul Lodo Alfano, non è un fatto rilevante?
Che c’è di male, avranno pensato nelle rispettive redazioni i direttori “indipendentiScalfari e De Bortoli.
Poco importa se, guarda caso, il 6 ottobre la Corte si pronuncerà sulla costituzionalità del Lodo. Poco importa se tutti i commensali sono fortemente interessati all’esito di quel parere.
Perché tanto accanimento su scenari di desolazione morale e tanto ‘minzolinismo’ su questioni di rilevanza costituzionale?
Qual è l’interesse di un oscuramento bipartisan?
Perché il Pd, a caccia di bave di vento per il rinnovamento, ha evitato anche questa tempesta, così come evitò quella della raccolta delle firme per il referendum contro il Lodo Alfano?
Pesa di più un’escort o il sospetto di un inciucio per uno scacco matto alla Costituzione? Chiedetelo ai capitani coraggiosi di cui sopra, mediatici e politici.

Tuo nome:Tua mail:
A: Francesco Amirante, Presidente Corte Costituzionale
CC: Repubblica.it, Corriere.it
Oggetto: Cena vergognosa: si dimettano
Testo:
"La invito a chiedere le dimissioni dalla Consulta dei giudici Paolo Maria Napolitano e Luigi Mazzella per salvaguardare la credibilita' dell'istituzione che rappresentano, ed il giudizio che la Corte e' chiamata ad esprimere il 6 ottobre sulla costituzionalita' del Lodo Alfano."

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27 Giugno 2009

DIMETTETEVI: commensali interessati

Dimettetevi.jpg

Nessuna polemica, non vogliamo zuffe mediatiche sulla cenetta "tra vecchi amici", ma gli italiani hanno un dubbio.
Cosa ci facevano a cena insieme un corruttore improcessabile, il suo scagnozzo al Ministero della Giustizia nonché firmatario del Lodo Alfano, un indagato per corruzione aggravata dal favoreggiamento a Cosa Nostra e presidente della commissione Affari Costituzionali del Senato, il fedele sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e due componenti della Corte Costituzionale, che il 6 ottobre saranno chiamati a pronunciarsi sulla costituzionalità della legge 128 del 2008, più nota come Lodo Alfano?
Solo lo scemo del villaggio potrebbe escludere che abbiano parlato del “problemaccio” incostituzionalità. Specie se il “problemaccio”, qualora dovesse verificarsi, equivarrebbe al rientro in scena di Silvio Berlusconi nel processo a David Mills con finale scontato di condanna per corruzione.
I giudici Paolo Maria Napolitano e Luigi Mazzella hanno il dovere di non presentarsi all’udienza del 6 ottobre e di dimettersi dalla Consulta. Lo devono, non tanto agli italiani, verso cui mancano di rispetto con le ridicole spiegazioni su quei commensali così ben assortiti, ma ai loro colleghi per non compromettere la credibilità dell’istituzione che loro rappresentano.

Gli italiani non sono beoti, anche se il Presidente del Consiglio li sta facendo passare come tali, e non hanno bisogno di ascoltare le intercettazioni di quel tavolo di per capire che l’argomento più gettonato, tra un flut di Veuve Clicquot e un’aragosta, con ottime probabilità è stato il lodo della vergogna.

Su questo argomento Italia dei Valori avvierà una campagna di informazione senza scontifino al 6 ottobre.

Tuo nome:Tua mail:
A: Francesco Amirante, Presidente Corte Costituzionale
CC: Repubblica.it, Corriere.it
Oggetto: Cena vergognosa: si dimettano
Testo:
"La invito a chiedere le dimissioni dalla Consulta dei giudici Paolo Maria Napolitano e Luigi Mazzella per salvaguardare la credibilita' dell'istituzione che rappresentano, ed il giudizio che la Corte e' chiamata ad esprimere il 6 ottobre sulla costituzionalita' del Lodo Alfano."

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10 Giugno 2009

Verso l'amnistia permanente

manganosilviomarcello.jpg

Domani si voterà la fiducia per il disegno di legge sulle intercettazioni. Della crisi economica e delle soluzioni per fronteggiarla nemmeno l’ombra. Per bloccare la fiducia abbiamo fatto appello al Presidente della Repubblica che ha il dovere di pronunciarsi sull’argomento intercettazioni e sul continuo svilimento delle istituzioni da parte del governo.

Non vogliamo renderci correi dell’assassinio della giustizia e del proliferare della corruzione che dilagherà in seguito all’introduzione delle nuove norme. Uno tsunami etico e sociale paragonabile ad un’amnistia permanente. Perché di questo si tratta quando si vuole limitare l’utilizzo delle intercettazioni agli “evidenti indizi di colpevolezza”, ossia quando vi è la certezza che l’intercettato sia colpevole (motivo per cui lo si sta intercettando!).

Non basta: il clown si traveste da statista, e mentre da una parte mortifica la costituzione, la giustizia, l’informazione e l’economia, dall’altra costringe gli italiani a subire l’onta e l’umiliazione della presenza di Gheddafi, accolto come un patriota, sul suolo di un Paese ex-democratico, l’Italia.

Capisco come solo un dittatore potesse onorarlo della sua presenza, così come capisco perchè Obama rimandi la visita a un governo amico dei regimi e delle democrazie stile sovietico, ad un momento istituzionale come il G8.

Dopo Gheddafi, a cui il Presidente del Consiglio ha donato a titolo personale 5 mld di euro pubblici, ora dobbiamo aspettarci l’arrivo di Omar Hasan Ahmad al-Bashir, dittatore del Sudan, magari invitato Vip al posto di Topolanek, al prossimo party di Villa Certosa.

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28 Aprile 2009

Luigi de Magistris prosciolto: non avevo dubbi

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Oggi l'ex pm di Catanzaro Luigi de Magistris, candidato alle Europee con l'Italia dei Valori, e' stato prosciolto dall'inchiesta "toghe lucane". Il gip di Salerno Maria Teresa Belmonte scrive "e' stata provata l'assoluta correttezza e gli ostacoli posti alle inchieste dell'ex pm Luigi de Magistris" e specifica "le indagini hanno dimostrato le gravi interferenze subite nel condurre le sue inchieste". Su questo risultato non avevo dubbi.

Lascio spazio ad un'intervista di Luigi de Magistris e ad un mio intervento sulla vicenda.

Luigi de Magistris: Questo è il decreto di archiviazione del gip del Tribunale di Salerno, che accoglie una richiesta della Procura della Repubblica di Salerno, per fatti che tra l’altro sono costati il trasferimento a tre coraggiosi magistrati, di investigare sulla nuova P2 che io stavo ricostruendo a Catanzaro.
Questo provvedimento non mi meraviglia ovviamente, io ero molto fiducioso, e sono ancora fiducioso, perché avendo operato sempre nella massima trasparenza non ho nulla da temere. E’ un provvedimento molto importante perché sancisce l’assoluta correttezza del mio operato, nonostante strategie mediatico istituzionali che hanno teso, e continuano a tendere, ad infangare il mio onore e la mia professionalità, ed il lavoro che io ho svolto. Tentano di delegittimarlo ma non ci riusciranno, perché la verità è sancita nella storia di questi anni trascorsi a Catanzaro. Quello che è grave, piuttosto, è che io, per accuse strumentali, sia stato costretto a lasciare la magistratura, e di questo, il Csm, ha una responsabilità molto importante visto che io sognavo di fare il magistrato, e l’ho fatto per 15 anni con grande, anzi grandissima, abnegazione e sacrificio. Probabilmente sacrificando i migliori anni della mia vita.
Però detto questo, e lo dico con estrema serenità, poiché di fronte a provvedimenti ingiusti del Csm che non mi hanno più consentito di fare il pubblico ministero si apre uno scenario entusiasmante che è quello di portare gli stessi ideali, la stessa passione, la stessa forza in un progetto politico che passa attraverso l’attuazione e la difesa della Costituzione. L’attuazione dei diritti, diritto all’ambiente, al lavoro, all’occupazione, alla tutela delle fasce sociali più deboli. E penso che in questo momento sia fondamentale frenare il disegno voluto dalla P2, quello di annientare tutti gli organi di garanzia e controllo, dalla magistratura al pluralismo dell’informazione. Bisogna vigilare da un punto di vista democratico affinché non passi un disegno illiberale. Oggi è un giorno importante, ma non tanto per me, perché io non temevo nulla, ma per quei cittadini calabresi onesti che hanno manifestato per un magistrato, che nulla faceva, se non difendere la loro terra.

Antonio Di Pietro: De Magistris è stato prosciolto, ma questa non è una notizia. E’ ovvio che chi fa il proprio dovere non dovrebbe pagarne poi le conseguenze penalmente.
Il problema è un altro, perché è stato eliminato?
Perché non gli è stato consentito di svolgere il suo lavoro?
Perché in tutti questi mesi ed in questi anni gli è stato tolto il fascicolo?
E' stato criminalizzato come se fosse lui il criminale, come è successo a me e a tanti altri che fanno questo mestiere.
Perché chi fa il proprio dovere deve pagarne sempre le conseguenze?
Oggi certamente è una non notizia il suo proscioglimento, ma deve essere una notizia il fatto che quando si toccano i poteri forti allora scatta subito la chiusura del cerchio da parte della casta per impedire a qualcuno di fare il proprio dovere.
Ecco perché abbiamo candidato de Magistris, ecco perché l’Italia dei Valori sta insistendo molto per mandare in Europa persone di qualità, perché vogliamo che dall’Europa siano emanate direttive che facciano si che chi fa il proprio dovere possa andare avanti e non gli vengano tagliate mani e piedi.

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22 Aprile 2009

Diffamatore impunito

brunoberlusconi.jpg

Le quattro più alte cariche dello Stato sono 'fuori legge'. Tutto ciò grazie al criminogeno Lodo Alfano. Silvio Berlusconi ha voluto fortemente questo 'stupro costituzionale' per evitare di essere coinvolto e condannato nel processo Mills. L’avvocato inglese non ha avuto la stessa fortuna. Silvio Berlusconi oggi può mentire, diffamare, e compiere qualsiasi reato. Può farlo su sei televisioni ed altrettanti giornali. Contro di lui non è possibile fare altrettanto, la legge lo tutela. Gode di un’immunità beffarda che è messa nelle sue mani trasforma la legge da garanzia di tutela ad arma offensiva.

Oggi, mercoledì 22 aprile, Silvio Berlusconi ha utilizzato il lodo Alfano. Per voce del suo avvocato ha rifiutato, avvalendosi appunto del lodo, di farsi processare per diffamazione nella causa intentata dal sottoscritto il 10 aprile dello scorso anno. Quel giorno, il presidente del Consiglio, nella puntata di ‘Porta a Porta’, dichiaro' «... non ha nemmeno una laurea valida. Non ha mai presentato un diploma di laurea originale, ma sempre certificati diversi uno dall'altro, sia per data sia per voti assegnati». Per queste menzogne il sottoscritto presentò un'esposto alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bergamo che poi ha aperto un fascicolo. All’udienza preliminare odierna, ecco la porcata poc’anzi descritta, tramite interposta persona di un avvocato. Al Gup non è rimasto che rimandare l'udienza al prossimo novembre in attesa che la Corte Costituzionale si pronunci sulla costituzionalità o meno del famigerato «lodo Alfano».

E’ curioso notare come su quella puntata di ‘Porta a Porta’ non si siano scagliate allora né le critiche dei politici, né la mannaia della Commissione di Vigilanza Rai e come Bruno Vespa non abbia ricevuto da parte dei dirigenti Rai le stesse ‘attenzioni’ riservate a Santoro e Vauro.

A me non rimane che trarre una conclusione, Silvio Berlusconi, da oggi, oltre a non poter essere processato per corruzione abbiamo la prova che non può esserlo neanche per diffamazione.

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9 Aprile 2009

Io voglio sapere

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Ieri mi sono recato a L’Aquila, l’ho fatto cercando di essere il più discreto possibile. Concordo con il presidente della provincia Stefania Pezzopane quando accusa i politici ed i vari ministri, più di 10, di voler fare sciacallaggio elettorale correndo in cerca di telecamere senza curarsi di altro.
La devastazione che ho toccato con mano, in quella città a pochi chilometri dalla mia terra natale, è stata a dir poco agghiacciante. La situazione ora sembra normalizzata, gli aiuti a regime, gli stanziamenti finanziari troveranno l’unanimità di governo e opposizione, ma la terra continua a tremare.
Alla solidarietà per il dolore di questa gente, di giorno in giorno si fa largo il sentimento di rabbia e la sensazione che questa tragedia abbia imboccato, con il fronte compatto dei media e la paura dei politici, il tunnel del “non è il caso di fare polemica”.
Io non voglio nessuna polemica, voglio solo giustizia per la mia gente.

In Cina, nel maggio 2008 ci fu un terremoto violentissimo in pieno giorno, vennero giù gli edifici pubblici, tra cui molte scuole e si contarono migliaia di vittime tra cui moltissimi bambini, motivo per cui fu chiamata “la strage dei bambini”. Fu accertato che gli edifici pubblici non erano stati costruiti secondo adeguate norme sismiche. La mobilitazione degli aiuti del governo arrivarono immediati ma non bastò ed i responsabili furono costretti ad inginocchiarsi per evitare il linciaggio della folla.

Io voglio sapere.

Voglio sapere perché alcuni edifici pubblici sono crollati come castelli di sabbia al sole

Voglio sapere perché Giampiero Giuliani è stato trattato come un pazzo allarmista in un telegiornale di studio aperto il 2 aprile, 4 giorni prima del terremoto, e poi denunciato per procurato allarme.

Voglio sapere perché il governo non ha preso in seria considerazione le parole di un esperto, e con chi abbia condiviso di correre questo rischio. Sperando che la risposta non sia quella che ho già ascoltato e cioè che non si sarebbe potuto evacuare l’Abruzzo, ma almeno gli edifici pubblici a più alto rischio compresa la casa dello studente dove da giorni si udivano sinistri scricchiolii.

Voglio sapere perché i media si affannano a coprire queste notizie.

Voglio sapere perché il governo sponsorizza l’Impregilo, società coinvolta nello scandalo dei rifiuti di Napoli, nell’eterno cantiere dai finanziamenti senza fondo della Salerno Reggio Calabria, nella costruzione di parte dell’ospedale San Salvatore sgretolatosi a L’Aquila ma costato nove volte in più del preventivato.

Voglio sapere perché dopo questa conclamata inadeguatezza di uno dei più grossi gruppi edili del Paese Silvio Berlusconi si ostini ad appaltargli l’opera inutile del Ponte di Messina.

Voglio sapere come mai non sono ancora state approvate le norme tecniche per le costruzioni di un Decreto ministeriale del 14 settembre 2005 che reca la mia firma da ministro delle Infrastrutture, concepito con il pensiero rivolto al sisma del 2002 in Molise che uccise 27 bambini. Decreto la cui applicazione è stata prorogata al 2010 dal governo Berlusconi, nella persona del ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, nonostante esperti come Luca Sanpaolesi, professore di Tecnica delle costruzioni a Pisa, l’abbiano definita come “la prima normativa italiana che adotta principi seri in tema di antisismica” .

Io voglio sapere.
Lo Stato ha il dovere di sostenere nella tragedia gli abruzzesi, deve affiancare la celerità nell’individuare e non distogliere le eventuali responsabilità in gioco.

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31 Marzo 2009

Mario Chiesa: niente di nuovo sotto il sole

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Riporto un'intervista rilasciata oggi su Radio Capital riguardo l'arresto di Mario Chiesa per tangenti e traffico illecito di rifiuti.
Con l’arresto di Mario Chiesa, avvenuto il 17 febbraio del ’92, nel caso qualcuno non lo ricordasse, non comincia la storia di Tangentopoli, ma semmai quella di Mani Pulite: o meglio la fase operativa dell’inchiesta. Il presidente del Consiglio ha dichiarato due giorni fa che Tangentopoli è finita. Tangentopoli non è mai finita ma, inchieste come quella di Mani Pulite, sono state messe nelle condizioni di non ripetersi mai più. Di questo ne prendo atto. A rendere possibile questo sciagurato impedimento sono state le continue umiliazioni della giustizia, con leggi come il lodo Alfano, il bavaglio alle intercettazioni, il bavaglio all'informazione e lo sdoganamento di un sistema di potere che non ha più bisogno di agire nell'ombra ma semplicemente alla luce del sole.

Testo dell'intervista

"Niente di nuovo sotto il sole. Ho sempre sostenuto che Tangentopoli non era mai morta e che, anzi, bisognava alzare la guardia, non abbassarla. Sul piano etico e politico, Mario Chiesa non è il solo e non è il primo che viene ancora una volta accusato dopo essere caduto nelle mani di Tangentopoli. In tutti questi anni si è percepito il senso dell'impunità, il senso del poter fare tutto quello che si vuole perché tanto, prima o poi, ci sarà una legge, un condono, un indulto, una denigrazione del magistrato, un blocco dei processi, e la conseguente vittoria di chi delinque. Due giorni fa il Presidente del Consiglio ha detto che si è chiusa la stagione aperta da Tangentopoli. Berlusconi ha sbagliato termine: non è Tangentopoli che si è chiusa, ma Mani Pulite. Tangentopoli è quella città del malaffare che bisognava pulire con la ramazza. Mani Pulite era la ramazza. Quella ramazza è stata bloccata, è stata rotta, le è stato impedito di fare il proprio lavoro. In tutti questi anni si è preferito criminalizzare coloro che hanno scoperto gli autori dei reati e non gli autori dei reati stessi. Il risultato è che ci ritroviamo sempre qui, con gli stessi metodi, ma il risultato più grave è che sempre più giovani, la nuova classe sociale, prende atto che la furbizia, la strafottenza, il menefreghismo e l'approfittamento, paga. I bulli delle scuole sono i “figli” dei bulli delle istituzioni. In un’ottica di questo genere il mio impegno e dell'Italia dei Valori, è quello di porre la legalità al primo posto per avere una buona economia e una democrazia."

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25 Marzo 2009

I danni della disinformazione

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Pubblico il video ed il testo dell'intervista a Clementina Forleo e Carlo Vulpio, realizzata dal nostro inviato, sul tema dell'informazione.

Alle elezioni europee di giugno torniamo in Europa, con l'informazione vera.

Testo dell'intervista

Claudio Messora: "Oggi andiamo a Catania. L'occasione è quella della presentazione del libro "Roba Nostra", dello scrittore giornalista Carlo Vulpio, che ha pagato a caro prezzo la sua determinazione nel non lasciarsi imbavagliare circa le indagini denominate Why Not e Poseidon. Ha pagato con la rimozione dal suo incarico presso il Corriere della Sera, il giornale diretto da Paolo Mieli dove lavorava. Oggi Carlo Vulpio si candida da indipendente nelle liste dell'Italia Dei Valori per le prossime elezioni europee."

Carlo Vulpio: "Mi è stata proposta questa candidatura da indipendente affinchè continuassi a fare, con un impegno politico diretto, un lavoro da indipendente, che era quello che facevo fino a qualche settimana fa, per il giornale dove lavoro. Adesso sono in aspettativa perchè ho accettato questa candidatura, che è appunto indipendente perchè nessuno mi ha chiesto nulla in cambio, se non l'impegno a portare un valore che in Italia è un valore scarso, quello della libertà di informazione che non è garantita, quello di un'informazione vera che è un valore non ancora garantito e che ci vede collocati negli ultimi posti in Europa e nel mondo."

Claudio Messora: "All'incontro partecipa anche Clementina Forleo, un magistrato che a sua volta ha pagato a caro prezzo la sua determinazione nel portare avanti il caso dei "Furbetti del quartierino", che coinvolgeva tra gli altri anche Fassino e D'Alema.
Per ogni cittadino italiano uno dei diritti fondamentali è partecipare alla vita politica della polis decidendo attivamente leggi e regole comuni. Sembra però che oggi ci sia qualcuno che contesta che questo diritto possa applicarsi anche ad un magistrato
."

Clementina Forleo: "Un magistrato, come tutti i cittadini, può scendere in politica, e può fare della sua esperienza un patrimonio fondamentale per partecipare attivamente alla politica, intesa con la 'P' maiuscola. Ritengo però che nel momento in cui un magistrato decida di scendere in campo, debba essere necessariamente una scelta irreversibile, non può tornare a prendere la toga perchè ne verrebbe intaccata la sua immagine di imparzialità e indipendenza. Questo è un principio che io ho sempre affermato. Devo dire che mi meraviglia che solo alcuni giorni fa, con la discesa in campo di Luigi de Magistris, il problema sia stato sollevato da vertici della magistratura quali Nicola Mancino, e si sia gridato allo scandalo da parte di grossi esponenti della politica e del giornalismo. Ritengo che queste persone abbiano poca memoria e che questa discesa in campo sia pericolosa."

Carlo Vulpio: "Le parole sono importanti, e con le parole ci imbrogliano. Un esempio è questo continuo utilizzo della parola legalità, trasformata immediatamente in giustizialismo. Cioè chiunque di noi, chiunque di voi chieda l'applicazione della legge per quel famoso Articolo 3 della Costituzione, perchè ritiene che la legalità è il potere dei senza poteri, per ciò stesso evocherebbe un intervento giustizialistico, un dispiegamento di forze giustizialiste che godono al tintinnar di manette. Ecco il primo imbroglio.
Noi che stiamo qui a parlare adesso, siamo dei sovversivi. Se venisse qualcuno di questi tempi in Italia ad osservare un incontro di questo tipo e avesse sentito l'intervento della dottoressa Forleo, dedurrebbe che qui si sta lavorando alla costruzione di un covo di sovversivi, perchè si sta addirittura ponendo il problema della vigenza dell'articolo 3 della Costituzione. Niente di meno! Io l'altro giorno ho letto sul mio quasi ex giornale una filippica contro l'articolo 3 della Costituzione, e piano piano mi andavo convincendo che effettivamente anche io fossi dalla parte dei sovversivi, laddove arrivato al commento dell'articolo 3, secondo comma, della Costituzione, cioè quello che materialmente dovrebbe rimuovere gli ostacoli che si frappongono ad un'uguaglianza effettiva, diceva il commentatore di cui non farò il nome per non fargli pubblicità, che era troppo generico quest'articolo 3 della Costituzione, era troppo ampio, era troppo! E' fondamentale questo passaggio. Si comincia così. Si comincia a gettare il sasso nello stagno. Si comincia con il grande giornale, il grande commentatore magari un tanto al chilo, che propone un articolo di questo tipo, si dice tecnicamente 'detta l'agenda', detta l'agenda politica, del dibattito pubblico, e una volta dettata l'agenda le pecore, il pubblico, l'opinione pubblica che non esiste, è un'invenzione, l'opinione pubblica non c'è, segue.
E' proprio internet, è proprio la rete che in qualche maniera ci ha salvati. Ha salvato quelli come noi: giornalisti, magistrati, lavoratori comuni che non avrebbero più potuto far sentire la loro voce, sarebbero entrati definitivamente in un cono d'ombra, se non ci fossero stati i blogger, i blog, il cosiddetto popolo della rete. E grazie alla rete si è formata un'opinione pubblica nuova, con caratteristiche totalmente inedite, che ovviamente hanno allarmato i tradizionali poteri, anche quelli che editano i giornali. Se una nuova opinione pubblica si forma sulla rete, e se la rete ci salva, allora la rete diventa pericolosa. Se la rete non ci fosse stata noi non avremmo potuto parlare adesso, così, a centinaia, migliaia, milioni di persone, e probabilmente le nostre storie sarebbero state storie eccellenti, ma sarebbero deperite in questa loro eccellente solitudine.
"

Clementina Forleo: "Io credo che se siamo qui, se siamo qui questa sera a parlare di queste cose, che poi sono i temi fondamentali del libro Roba Nostra, è perchè ci sentiamo un poco intrappolati, perchè purtroppo la trappola, senza accorgercene, è scattata sulle regole, sulla democrazia, sulla legalità, sulla giustizia, sull'etica... cioè è scattata su quelli che dovrebbero essere i termometri di una democrazia moderna. E allora dobbiamo cercare di evitare di fare la fine appunto di quel famoso topolino di un altrettanto famosa metafora, il quale appunto preso in una trappola, ai suoi amici intenti a liberarlo diceva che non si lamentava poi della trappola, ma si lamentava della cattiva qualità del formaggio. E allora leggendo i giornali, soprattutto negli ultimi tempi, io ho paura appunto di questo, del fatto che ci stiamo convincendo che tutto sommato stiamo meno male di quanto si può stare.
La rete ci salva e ci salverà. Io fino a poco tempo fa avevo una speranza. Avevo la speranza che alcune testate conservassero dei margini di libertà. Purtroppo mi sono resa conto che anche in questo campo sono stata un po' ingenua, e che ultimamente le testate più libere si sono un po' asservite, probabilmente perchè i tempi sono difficili e bisogna assecondare i poteri forti, dove per poteri forti in questo caso intendo i potentati economici e politici che sorreggono le grosse testate. Quindi i blog, internet e la rete, nell'immediato quanto meno (mi auguro che nel medio e lungo termine le cose possano cambiare) sono destinati a sostituire la classica informazione, che è un'informazione deviata, un'informazione deviante, un'informazione che non ci passa le cosiddette notizie.
"

Carlo Vulpio: "In Italia siamo, per libertà di informazione, agli ultimi posti in tutte le classifiche europee e mondiali. Questo non è un fatto grave in sè, è un fatto grave perchè attraverso l'informazione che è uno snodo strategico, passano mille altre cose, alcune delle quali fondamentali per il destino di un paese. Pensate a come è stata trattata la giustizia."

Clementina Forleo: "Sul caso Salerno - Catanzaro, per esempio, è stata forse volutamente fatta passare l'opinione, attraverso un'informazione non sempre fedelissima, l'idea di questo scontro, di questa guerra tra Salerno e Catanzaro. A mio avviso non si è trattato di uno scontro, perchè uno scontro presuppone due corpi in movimento. In questo caso Salerno aveva legittimamente, come è stato appurato dal Tribunale del Riesame, disposto una perquisizione e un sequestro di atti nei confronti appunto di Catanzaro. Catanzaro non poteva replicare con un contro-sequestro per il semplice motivo che i reati ipotizzati da Catanzaro dovevano essere denunciati all'autorità competente, cioè appunto un'altra autorità, perchè evidentemente i magistrati di Catanzaro non potevano autodifendersi. Quindi non tanto la politica ma la stessa magistratura ha voluto consgnare al potere dei magistrati che stavano facendo onestamente il proprio lavoro e avevano toccato, come aveva toccato poi in fondo Luigi de Magistris, dei nervi scoperti che toccavano anche lo stesso potere giudiziario in Calabria, e che avevano aperto uno squarcio sul terzo potere dello Stato, e che poteva poi far saltare dei nervi anche in altri territori dello Stato."

Carlo Vulpio: "Pensate a come è stata trattata l'economia, pensate a come è stato trattato il lavoro dall'informazione. Un'informazione addomesticata, un'informazione orientata non serve. Per entrare davvero in Europa noi abbiamo bisogno di una informazione a livelli europei. L'Italia ai livelli europei, da questo punto di vista, non è ancora arrivata.
Tutto quello che accade nella sfera pubblica è affare nostro. Se noi non ce ne occupiamo, qualcun altro farà in modo di occuparsene al posto nostro.
"

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9 Marzo 2009

Intercettazioni: opposizione senza sconti

salvapolitici2.jpg

Domani verra' avviata alla Camera la discussione sul disegno di legge sulle intercettazioni. Anche se ci sono lievi "ritocchi" - per altro inutili e di fatto peggiorativi - sui gravi indizi di reato, la riforma rimane una gravissima limitazione ed una catastrofe per il nostro sistema giudiziario, oltre che una "museruola" all'informazione pubblica gia' profondamente controllata nel nostro Paese.

Lo spiega ampliamente un articolo apparso questa mattina su La Stampa a firma di Carlo Federico Grosso (leggi la biografia su Wikipedia), che sottolinea come la questione della privacy e degli abusi nelle pubblicazioni di intercettazioni siano, in realta', "particolarmente enfatizzati" per pilotare, come unica soluzione possibile, l'indebolimento del sistema giudiziario e della libera informazione attraverso questo disegno di legge.

L'Italia dei Valori e' pronta a fare un'opposizione senza sconti su questo tema, così come ha fatto fin da quando questa riforma è stata presentata in Aula.

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23 Febbraio 2009

Scempio intercettazioni

silviointercetta.jpg

Oggi sono intervenuto in aula contro la legge scempio sulle intercettazioni. Questa legge avrà effetti devastanti sulla giustizia, moltiplicherà il numero di delinquenti nel nostro Paese, da quelli pistola alla mano a quelli in giacca e cravatta che siedono anche nelle istituzioni. Questa legge sortirà lo stesso devastante effetto che ebbe la legge sull'indulto, votata durante il governo Prodi, e alla quale l'Italia dei Valori si oppose con fermezza. Al peggio non c'è mai fine, ma questa volta abbiamo varcato un confine inesplorato.

Pubblico il video e il testo del mio intervento, che ho diviso in capitoli per facilitarne la lettura:

- L'imputato sceglie il proprio giudice
- Bavaglio all'informazione
- Bavaglio assoluto: la prova del dolo
- La beffa della durata dell'intercettazione
- Le opposizioni di facciata: dalla padella alla brace
- Distonia del Gip
- Perché vogliono eliminare le intercettazioni



Testo dell'intervento:

"Signor Presidente, discutiamo oggi della necessità di modificare il sistema delle intercettazioni in Italia per combattere meglio la criminalità (immagino che sia questa la ragione per cui si interviene sul sistema delle intercettazioni).
Le intercettazioni - ci hanno insegnato a scuola - sono uno strumento di indagine che serve per scoprire i criminali e per individuare le loro responsabilità quando commettono i reati. Quindi un Governo, un Parlamento e istituzioni che vogliano combattere la criminalità devono ricorrere ad ogni strumento utile e necessario per combatterla. A questo servono le intercettazioni. Altra cosa sono le pubblicazioni, specie quelle arbitrarie, delle intercettazioni.
Il bisturi serve al chirurgo per intervenire in sala operatoria e salvare il malato; altra cosa è se il chirurgo utilizza il bisturi per ammazzare la moglie. Ma a nessuno viene in mente di eliminare il bisturi dalla sala operatoria, solo perché vi è qualche chirurgo matto! Pertanto, non dobbiamo intervenire sull'eliminazione delle intercettazioni, ma è necessario fare in modo che, nel sistema delle pubblicazioni, si tenga in considerazione il diritto alla privacy dei singoli, specialmente di coloro che non c'entrano nulla.
Se questo è lo scopo delle intercettazioni, a cosa serve questa proposta che ci viene fatta in Aula? Serve a combattere la criminalità? Serve ad evitare la violazione della privacy? Ma proprio per niente! Già ora, infatti, è prevista, per legge, la necessità di non violare la privacy, di rispettare il segreto istruttorio e, nel caso in cui vi sia una violazione del segreto istruttorio, di punire. Il problema è che qualcuno non fa il suo dovere. Che sia sempre il magistrato è tutto da vedere, perché (lo si vedrà in seguito), nella maggior parte dei casi, ciò avviene quando gli atti subiscono una discovery, cioè quando gli atti vengono posti all'attenzione di tante altre parti processuali, a cominciare dagli avvocati.
Vediamo, in concreto, cosa prevede la proposta sulle intercettazioni telefoniche. In essa, in realtà, si professa una ratio, ma se ne insegue un'altra: si dice all'opinione pubblica e ai cittadini che con questo provvedimento si vuole restituire credibilità allo strumento delle intercettazioni. Invece, il vero scopo è quello di evitare le intercettazioni, per evitare che si possano scoprire dei reati (cosa che, magari, a qualcuno, anche qui dentro, anche a casa del Governo, non fa comodo).
Noi dell'Italia dei Valori sappiamo che, in questo Parlamento, tale provvedimento sarà approvato, perché sappiamo che, anche qui in Aula, accadrà quel che è accaduto in Commissione. Privatamente, tutti ci dicono che il provvedimento in discussione contiene molti aspetti che non vanno e che vi sono molte questioni non accettabili. Lo si dice privatamente, magari, anche in qualche intervista, ma, poi, come soldatini fedeli ad alzare la mano, faranno passare questo provvedimento. Noi dell'Italia dei Valori, ancora una volta, ricorreremo ai cittadini attraverso il referendum: questa estate, infatti, presenteremo, in blocco, un «grappolo» di referendum, affinché l'anno prossimo i cittadini possano essere chiamati a giudicare i comportamenti di questa maggioranza e di questo Governo.
"

L'imputato sceglie il proprio giudice

Ebbene, le ragioni tecniche per cui non condividiamo il provvedimento in discussione (che abbiamo cercato in tutti i modi di contrastare in sede di Commissione) sono, quanto meno, le seguenti. In primo luogo, si prevede l'astensione obbligatoria, o altrimenti la sostituzione del pubblico ministero, ogni volta che egli risulti iscritto nel registro degli indagati per violazione del segreto istruttorio. Tradotto: qualsiasi imputato, quando sa che un pubblico ministero può arrivare a lui, lo denuncia e, obbligatoriamente, il pubblico ministero dovrà essere iscritto nel «modello 21», cioè nel registro delle notizie di reato. Vero o falso che sia, dovrà essere iscritto. L'imputato, quindi, avrà sempre la possibilità di scegliersi il suo pubblico ministero, fino a quando ne trova uno che gli conviene; e se non ne trova uno che gli conviene, fino a quando non arriverà la prescrizione. Tutti quanti dovremo correre dietro alla volontà dell'imputato! In questo modo, lo Stato abdica alla sua funzione di giudice naturale per rimetterla al suo imputato. Egli potrà scegliere il suo giudice e si sceglierà sempre e solo il giudice che gli darà ragione. Questa è anche una questione di costituzionalità, che intendiamo proporre in questa sede, come in tutte le sedi.

Bavaglio all'informazione

Riteniamo, altresì, del tutto irrazionale, illogico ed anche immorale, prevedere l'esclusione di qualsiasi pubblicazione di atti di indagine fino a quando le indagini non sono compiute. Riteniamo che anche questo sia incostituzionale ma, soprattutto, inopportuno ed immorale. Il cittadino ha il diritto di sapere se e perché accadono determinati fatti gravissimi che lo riguardano direttamente. Se intere giunte comunali, regionali e provinciali, uomini di Governo, parlamentari, sono sottoposti a processi delicatissimi, il cittadino ha il diritto di saperlo!
Se anche sono innocenti, egli ha diritto di saperlo, altrimenti non verrebbe mai informato, non potrebbe mai saperlo se non a cose fatte, quando non avrebbe più alcuna possibilità di scoprire come stanno le cose, di farsi un'idea di chi lo governa e di chi lo rappresenta nelle istituzioni. Lo stesso si può dire anche quando si prevede che i giornalisti pubblichino anche per riassunto e per estratto notizie di un processo, non coperte da segreto, perché il segreto istruttorio interno non c'è più, dal momento che gli atti sono depositati; non far sapere tutto questo al cittadino è irrazionale, illogico e immorale. Il cittadino non deve neanche più sapere chi viene arrestato e per quale motivo. Nemmeno in uno Stato di polizia questo è possibile: di nascosto dall'opinione pubblica si può arrestare chi si vuole e nessuno deve sapere, né perché e né chi.

Bavaglio assoluto: la prova del dolo

La terza ragione per cui non condividiamo questo provvedimento è riferita alle modalità con cui vengono ammesse le operazioni di intercettazione. Ricordiamo che, secondo questo disegno di legge, non esiste più la sola intercettazione telefonica, ma ne esistono ben quattro tipi: l'intercettazione telefonica classica, l'intercettazione ambientale, i tabulati telefonici e l'intercettazione mediante ripresa visiva. Proprio su questa mi vorrei soffermare: che ci azzeccano le riprese visive con le intercettazioni telefoniche? Mi dovete spiegare per quale ragione un poliziotto può stare di fronte ad una banca per vedere se arriva un delinquente e non ci può stare una telecamera. Fino ad oggi le telecamere erano né più né meno delle prove documentali atipiche; oggi la telecamera riprende un rapinatore che entra in banca e, siccome non è stata prevista l'intercettazione preventiva, questa telecamera non serve a niente. A che cavolo serve tutto questo? Così si combatte la criminalità? Chi aiuta, a chi giova tutto questo? A che serve, cosa c'entra la riservatezza, la privacy, la tutela? Una persona che va in banca sa che ci si reca soltanto per ritirare dei soldi e non ha nulla da temere, ma, se ci va con il pistolone, è meglio che ci sia una telecamera che lo guarda. Che ci azzecca tutto questo con la necessità di disporre di intercettazioni telefoniche che servano?
E le intercettazioni ambientali? Le intercettazioni ambientali, secondo questo documento, servono - o dovrebbero servire - solo se vengono utilizzate nel momento in cui si compie l'atto illecito, cioè nel momento in cui si compie la rapina o lo stupro. Ma, se so che in quel momento sta avvenendo un reato, faccio l'intercettazione o metto le manette a chi lo sta compiendo? Ho bisogno di disporre un'intercettazione se so che in quel momento sta avvenendo il reato? Arresto quella persona, la blocco, la porto in caserma. Le intercettazioni servono per scoprire i reati, non quando li ho scoperti. Le intercettazioni ambientali devono servire solo nella flagranza del reato.
E i tabulati telefonici, come li accordiamo con l'articolo 132 del codice della privacy? Ve lo ha ricordato anche il Consiglio superiore della magistratura. Pochi mesi fa, in questa legislatura, avete modificato quella norma e adesso la modificate ancora: si applicano entrambe le disposizioni o una esclude l'altra? In questo caso, qual è quella che esclude l'altra?
Se i tabulati telefonici devono servire, devono essere acquisiti solo quando vi sono gravi indizi di colpevolezza. Come fa la parte offesa a difendersi se ad essa serve un tabulato telefonico per dimostrare che un certo giorno stava in un posto piuttosto che in un altro e che, quindi, per la stessa non vi sono indizi di colpevolezza: ha bisogno di poter disporre del tabulato (non del suo, di quello di altri).

La beffa della durata dell'intercettazione

Che dire poi della durata delle intercettazioni telefoniche, il sesto punto per cui noi non condividiamo questo provvedimento? Le intercettazioni telefoniche sono state previste per un tempo massimo di 60 giorni, ma - si dice - «salvo che per le associazione a delinquere e le associazioni terroristiche». Sfido qui dentro se vi è una sola persona che abbia un po' di cognizione di investigazione - un minimo di cognizione - che può dimostrarmi che si scopre prima l'associazione a delinquere e poi il reato presupposto.
È chiaro che l'associazione a delinquere è l'atto finale di un'indagine, attraverso la quale si trovano prima un numero di persone, poi un numero di reati ed infine un'identità di disegno criminoso. L'associazione a delinquere è l'atto finale con cui il magistrato riesce ad individuare l'organizzazione, l'impresa criminale all'esito di un insieme di attività sui singoli reati e sulle singole persone.
Dire che bastano i sufficienti indizi di reità quando abbiamo l'associazione a delinquere è come dire che non scoprirò mai l'associazione a delinquere perché non posso scoprire gli altri reati, pertanto si tratta di una doppia presa in giro.

Le opposizioni di facciata: dalla padella alla brace

Questa riforma, così come modificata dagli emendamenti del Governo dopo che l'opposizione si è fatta sentire, è peggiore di quella di prima, perché più sofisticata e più criminogena.
Che dire dei procedimenti contro ignoti dove è necessaria l'autorizzazione della persona offesa? Immaginate la persona sottoposta ad usura o ad estorsione che deve dare l'autorizzazione ad essere intercettato per scoprire chi fa l'usuraio o ha sequestrato la persona e vuole un riscatto? È chiaro che avrà interesse a liberare sua figlia, ha un interesse totalmente diverso!
Che dire di altre due «perle»: l'utilizzazione delle intercettazioni in altri procedimenti è prevista solo per i reati di criminalità organizzata, solo per quelli per i quali è previsto l'arresto obbligatorio di cui all'articolo 51 del codice di procedura penale. Perché? Abbiamo fatto tanto! Se mentre ascolto legittimamente una persona, che di mestiere fa il rapinatore, scopro che ha violentato la figlia cosa faccio? Faccio finta che non ho sentito! Ma che senso ha tutto questo? Come si combatte la criminalità? Ho fatto un'intercettazione telefonica lecita, legittima e scopro che uno, che di mestiere fa il delinquente, ha commesso un reato al posto di un altro e dico «no»: volevo intercettarti per rapina e invece hai commesso solo un'estorsione! Scusa, non lo faccio più! Naturalmente di tutti gli altri nessuno deve sapere nulla, neanche la moglie deve sapere se ha violentato la figlia! Ma fatemi il piacere!
Ancora, che dire del divieto di utilizzazione dei risultati delle intercettazioni quando cambia il titolo del reato? Il mutamento del titolo del reato, per definizione è una valutazione ex post: quando procedo, lo faccio per un titolo di reato, all'esito del quale, a seguito di valutazioni, scopro che, piuttosto che sotto quel titolo, il reato rientra sotto un altro, ma gli elementi di fatto sono sempre gli stessi, il reato è stato commesso e l'acquisizione dell'intercettazione è lecita!
«No»: io volevo incriminarti per rapina e invece si tratta di un furto! E se poi è un furto invece che una rapina? Perché il furto «no»? Che senso ha tutto questo? Qual è la ratio rispetto a quella che andate a dire in giro? Voi dite in giro che volete le intercettazioni per combattere la criminalità organizzata. Ma questa è! Voi dite: «noi vogliamo che non ci siano incidenti stradali e togliamo i semafori». Ah ecco! È un modo: li fate fuori tutti così non ce ne sono più!
Inoltre, c'è la storia della proroga: posso prorogare le intercettazioni solo se esistono ulteriori elementi diversi da quelli che si scoprono attraverso le intercettazioni stesse. Che senso ha tutto questo? Quindi, attraverso le intercettazioni scopro che qualcuno sta per commettere un sequestro di persona e non posso chiedere la proroga perché non ho scoperto alcun elemento in più!
E ancora, il tempo delle intercettazioni è prefissato in massimo 60 giorni, sempre che si trovino ulteriori elementi e via dicendo. Non ho capito: ma se ho a che fare con un sequestro di persona o con reati gravissimi, come possono essere anche gli stupri e quant'altro, mi dovete spiegare, se ho a che fare con reati ad effetto permanente seppure immediati, per quale ragione, dopo un certo periodo di tempo, mi devo fermare, se non nel tempo prefissato dalle indagini preliminari.
Noi abbiamo un tempo che è indicato nel codice. Esso è il tempo delle indagini preliminari, che può essere di 6 mesi oppure anche di più. Durante questi 6 mesi il pubblico ministero deve poter svolgere tutte le indagini che gli sono consentite. Ma proprio sugli aspetti più importanti e delicati gli si dice che può occuparsene solo per 15 giorni. Non ho capito: se devo fare una cura per 6 mesi, perché devo limitarla a 15 giorni? È come se si andasse dal medico e quest'ultimo dicesse: «hai bisogno di 6 mesi di convalescenza ma non puoi fare più di 15 giorni». Che senso ha tutto questo?
E ancora, si prevede il tribunale distrettuale in funzione collegiale per decidere non solo sulle intercettazioni, ma anche sulle proroghe. Ma di tribunali distrettuali ve ne sono pochi, non sono tanti. La maggior parte dei tribunali sono quei piccoli tribunali sparsi per il territorio. Accentrare tutto a livello di tribunale distrettuale, in funzione collegiale, sapete cosa vuol dire? Significa ingolfare totalmente il lavoro dei magistrati. Vi è venuto in mente cosa comporterà tutto ciò sulla disciplina delle incompatibilità? Non avremo più magistrati in grado di poter giudicare o di poter fare intercettazioni, perché in pochissimo tempo, se solo vi è un'associazione a delinquere ben organizzata, ogni giudice è impedito a fare altre cose.

Distonia del Gip

E questa distonia tra il Gip, che può dare l'ergastolo ma che non può fare intercettazioni o una proroga, e tra il tribunale distrettuale non l'avete presa in considerazione? Che senso ha? Il Gip può condannare ma non può disporre un accertamento istruttorio. Ma che senso ha tutto questo?
E poi immaginate tecnicamente questi grandi inchieste, con un milione di fogli di carte. Le carte non passano attraverso Internet. Le carte devono andare con le carte! Immaginatevi un milione di fascicoli processuali, un milione di pagine. Ogni volta questi fogli devono andare dal territorio al tribunale distrettuale. Vanno e tornano, vanno e tornano! Ogni volta che si registra un'aggiunta, una proroga, un qualche atto in più o nel mentre che si decide questi quintali di carta, che vanno e tornano, il segreto istruttorio ve lo mando a dire io a che serve. Passiamo tutto direttamente all'ufficio stampa!
Inoltre, si deve ricordare la questione della misura della motivazione dell'ordine cautelare. Si può motivare ma solo per riassunto. Se un'intercettazione telefonica è utile e necessaria per capire il comportamento di qualcuno non vi è nulla di meglio che sentire esattamente ciò che ha detto. E invece «no»! Non si può scrivere nell'ordine di misura cautelare ma si deve scrivere per riassunto, secondo la propria interpretazione. Si deve fare di 4 righe e non di 40. Ma perché volete limitare anche il numero delle pagine? Ma vi vergognate che possa esservi qualcosa di troppo? Ma che senso ha tutto questo?

Perché vogliono eliminare le intercettazioni

Sono proprio assurde queste motivazioni, sono proprio assurde. Tuttavia, esse evidenziano un elemento di fondo e con ciò mi avvio a concludere il mio intervento. L'elemento di fondo è capire cosa siano le intercettazioni e perché questo Governo e questa maggioranza le teme. Questo è il vero problema. Il vero problema è che, grazie ad un'informazione non sufficiente, anzi ormai non più in grado di poter informare, perché la volete anche mettere a tacere totalmente, voi non volete far sapere ai cittadini quel che accade, non volete far sapere ai cittadini quel che molte persone delle istituzioni sono, non volete far sapere che, con le intercettazioni, si possono scoprire i reati. La verità, allora, è una e una sola. Questa legge sulle intercettazioni non serve a combattere la criminalità né ad assicurare la privacy. Essa serve solo ad assicurare l'impunità a qualche persona che, per assicurarsi la propria impunità, mette a rischio l'incolumità dei cittadini (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori e di deputati del gruppo Partito Democratico - Congratulazioni)."

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15 Febbraio 2009

Lo schema collaudato

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In Italia oramai lo schema è collaudato: prima preparano il terreno mediaticamente, poi sfornano un provvedimento d’urgenza.
E’ avvenuto così, ad esempio, per la monnezza campana (che è ancora lì): il governo ha urlato all'emergenza, poi si è proposto come salvatore della Patria con il caro prezzo per gli italiani e per la loro salute, di sbloccare o avviare la costruzione di decine di inceneritori.
Sta succedendo con le intercettazioni: si snocciolano casi marginali, si pubblicano testi di intercettazioni irrilevanti, al limite del gossip, si scrivono due numeri su fantomatici costi (omettendone altri ben più importanti del beneficio per i cittadini), si urla all’indecenza e ne consegue un “necessario” bavaglio d’urgenza alle intercettazioni.

In queste ore sta accadendo con la violenza sulle donne, meglio se ad opera di extracomunitari, con il fine di varare soluzioni di grande eco mediatico, ma di scarsissima efficacia sul campo. Così come tutte le soluzioni adottate da questo governo, impronte ai bambini Rom comprese.
In Italia avvengono circa 13 stupri al giorno, uno su tre è compiuto da un extracomunitario, due su tre sono italiani. Avvengono maggiormente all’interno della coppia, ad opera di un fidanzato o del marito. Questo viene rimarcato con meno “insistenza”.
Il governo ha fallito sulla sicurezza con i militari nelle città e con tutte le altre "soluzioni spot" millantate in questi mesi. E sta aggravando questo fallimento anche sul campo giuridico, impedendo le intercettazioni, strumento fondamentale, a fronte di una denuncia da parte della vittima, per incastrare lo stupratore. Se, infatti, per intercettare ci dovranno essere “gravi indizi di colpevolezza”, di fatto sarà impossibile usarle per questo tipo di reato.
Tra le panacee di facciata rispunta anche l'allungamento dei tempi di prescrizione, proposta circoscritta, ovviamente, solo al reato di stupro. Ma il governo dimentica, anzi omette di ricordare ai cittadini, che questi tempi sono stati ridotti, senza troppi distinguo tra i reati, per evitare ora un processo, ora una condanna, per Silvio Berlusconi e per i suoi sodali.
Il carcere e la certezza della pena sono importanti per ogni reato, soprattutto per uno stupro, ma non saranno la soluzione al problema. Carcere e certezza della pena sì ma per tutti, stupratori d’importazione e nostrani, compresi quelli dediti al turismo sessuale, reato compiuto da migliaia di italiani.

Ma il governo Berlusconi cerca lo spot ad effetto ed è chiaro che non ha interesse a risolvere il problema, altrimenti non varerebbe mai un provvedimento che blocca le intercettazioni, anche nei confronti degli stupratori.

P.S.: riporto il titolo di una notizia di repubblica.it di oggi. Questo è il vero volto del governo in tema di sicurezza.

La polizia con le auto in garage "A Roma e Napoli 500 mezzi fermi"
Tagliati i fondi per la sicurezza, bloccata la manutenzione delle vetture
"Possiamo permetterci solo il rabbocco dell'olio e il cambio delle gomme"

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11 Febbraio 2009

Stato di diritto, addio

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La goccia dello Stato di diritto sta per far traboccare il vaso. Ieri è cominciata, in commissione Giustizia alla Camera, la discussione sul nuovo disegno di legge del governo in materia di intercettazioni telefoniche. Dovete sapere che è un attacco allo Stato di diritto, e mi meraviglio che nemmeno i giornali "indipendenti" ne parlino.

Lascio detto oggi, quello che accadrà dello Stato di diritto quando sarà approvato questo provvedimento.

Sarà approvato cosi com’è, perché ieri ho avuto modo di riscontrare in commissione, dove ho cercato di battermi per far capire l'assurdità di certe decisioni, la certezza che non c'è peggior sordo di chi non ti vuole sentire: la maggioranza parlamentare non ti ascoltava nemmeno, non gliene fregava niente a nessuno.

Sono ben sei gli elementi che distruggono lo Stato di diritto in questo disegno di legge:
1) I criminali si scelgono il giudice
2) La beffa dell'intercettazione
3) L'inganno dell'eccezione "criminalità organizzata"
4) Eliminazione delle intercettazioni ambientali
5) La gabbia della burocrazia
6) Bavaglio ai giornalisti e Stato di polizia

1) I criminali si scelgono il giudice

Sapete cosa prevede questo disegno di legge? Il dovere di astensione e il conseguente obbligo di sostituzione del magistrato che riceve l'iscrizione nel registro di reato a seguito della denuncia da parte di una delle persone che sta indagando. Mi spiego: ogni persona che non vuole essere messa sotto indagine da un certo magistrato, può scegliersi il suo giudice, il suo Pubblico ministero. Che cosa fa l’imputato? Quando vede che c'è un Pubblico ministero che sa dove trovare le carte e le prove nei suoi confronti, basta che lo denunci. Infatti, se il magistrato risulta iscritto al registro di reato è costretto a bloccare le indagini che sta portando avanti. Ogni imputato può scegliersi il suo giudice. D'ora in poi, la criminalità organizzata, i terroristi, i mafiosi se vedono un magistrato come De Magistris, Forleo, insomma un magistrato che fa il proprio dovere, lo denunciano. In quel momento, senza guardare in alcun modo la bontà della denuncia, il magistrato si deve dimettere e non può più portare avanti l'indagine. Mi pare che questo sia di una gravità inaudita.

2) La beffa dell'intercettazione

Per poter intercettare una persona ci vogliono “gravi indizi di colpevolezza”. Significa: non puoi più intercettare se hai degli indizi di un reato che si è commesso, non puoi più intercettare se hai degli elementi da chiarire, ma puoi intercettare solo se sai che la persona è colpevole. Ma se sai che la persona è colpevole, perché la devi intercettare? La verità è che se non la intercetti non sai che è colpevole, quindi, non la puoi intercettare e non puoi scoprire il reato. Ancora una volta, sposti il magistrato e intercetti quando è inutile.

3) L'inganno dell'eccezione "criminalità organizzata"

Dicono che si può intercettare anche se non ci sono indizi di colpevolezza nei casi di criminalità organizzata. E’ un'altra truffa, perché la criminalità organizzata è composta da un gruppo di persone che commettono un numero indefinito di reati in un periodo di tempo che può essere anche lungo. Infatti sappiamo che solo alla fine delle indagini, una volta scoperta l’esistenza dell'associazione a delinquere, dell'associazione terroristica, si può scoprire che invece di una, sono coinvolte più persone, invece di uno, sono stati commessi più reati, e si scopre che questi sono legati da un unico filo criminoso. Insomma, non lo puoi scoprire prima, ma alla fine. Ma se puoi indagare solo quando hai la prova dell'esistenza dell'associazione criminale, non riuscirai mai a scoprirlo, perché lo potrai sapere solo alla fine. E’ chiaro: questo disegno di legge è scientifico, luciferino e mefistofelico.

4) Eliminazione delle intercettazioni ambientali

Per poter intercettare in via ambientale, c'è bisogno della contestualità del reato. Mi spiego: che cosa sono le intercettazioni? Sono la captazione di voci, di immagini che possono avvenire sia attraverso il telefono, sia attraverso una microspia che viene messa nel luogo in cui le persone parlano. Possono parlare a casa, al bar, ai giardinetti, ai parlatori delle carceri e in altri posti. L'intercettazione ambientale è la più importante perché al telefono non parla più nessuno, perché si sa che si può essere intercettati. Con questo sistema, con questo disegno di legge si può effettuare l'intercettazione ambientale solo nel momento del fatto, cioè questa è valida solo nel momento in cui viene commesso il reato. Quindi se vuoi intercettare una persona per sapere se farà una rapina, non la puoi intercettare il giorno prima. Insomma, lo puoi fare solo nel momento in cui fa la rapina, dove si fa tutto meno che parlare. Né puoi intercettare il giorno dopo la rapina, dove dicono "cento a me, cento a te, cinquanta alla figlia del Re". Insomma, non puoi intercettare la persone che hanno commesso il reato perché non stanno facendo più la rapina, ma si stanno spartendo il bottino.. Capite che è un'altra presa in giro!

5) La gabbia della burocrazia

Per poter fare un'intercettazione telefonica non bastano più il Pubblico ministero e il giudice, ma bisogna andare al Tribunale presso il distretto della Corte d'Appello. Immaginate quanti atti bisogna spostare. Se si trattasse di un fascicolo composto da dieci carte lo potrei capire, ma immaginate un fascicolo, come quello che avevo fatto io per Mani Pulite, un milione e mezzo di carte, o quello di De Magistris, di duemila pagine. E dove ogni volta che bisogna fare richiesta per un’intercettazione, bisogna portare questi fascicoli dalla procura, dove si sta indagando, fino al tribunale distrettuale con un camioncino, per poi aspettare che un collegio di tre giudici l'approvi.
Inoltre, un giudice basta per condannare all'ergastolo, mentre per intercettare e per acquisire i tabulati delle telefonate, ci vorranno tre giudici. Immaginate che farraginosità. Soprattutto, ogni volta che uno di questi giudici ha deciso sulle intercettazioni, non potrà più decidere sugli altri provvedimenti da prendere, e quanti giudici ci vorranno in tutti i tribunali? Ogni giudice dovrà astenersi dal procedere ogni volta che ha già proceduto una volta nei confronti di qualcuno. Resta il fatto che se c'è un'indagine di una trentina di persone nel giro di un mese, nessun giudice potrà poi giudicarli e bisognerà aspettare che arrivi un nuovo concorso tra qualche anno, o fra qualche prescrizione.

6) Bavaglio ai giornalisti e Stato di polizia

Questa è la gravità con cui si sta procedendo per impedire che si scoprano i reati. Allontanamento dei magistrati che indagano, impossibilità di indagare, ed infine l'ultima perla: l'impossibilità per voi di venire a sapere come stanno i fatti. Questa norma, infatti, non dice solo che non si può intercettare e che il magistrato può essere mandato via dal suo imputato se non gli piace, ma dice anche che i giornalisti e l'informazione non devono dire più niente. Tutto verrà fatto al buio, in uno Stato di polizia, nessuno deve sapere niente: che cosa è successo alla Clinica Santa Rita, perché a Napoli sono successe tutte quelle cose con Romeo, perché in Abruzzo è successo lo scandalo Del Turco. Nessuno deve sapere niente fino a quando non si concludono le indagini, e soltanto con riferimento alle persone direttamente interessate. Ma una cosa è il segreto istruttorio, altra cosa è il diritto dell'opinione pubblica di sapere che un sindaco, un presidente della Provincia, un presidente della Regione, un grande imprenditore italiano, a cui hai affidato i tuoi soldi, è scappato con il malloppo. Una cosa è il segreto istruttorio per non rovinare le indagini mentre si fanno, altra cosa è il venire a conoscenza delle ragioni per cui una persona viene arrestata. Perché un domani può arrivare uno Stato di polizia, uno che ti arresta e non puoi sapere il perché, non devi sapere nulla, e se chiedi qualcosa o se informi di qualcosa qualcuno, vai in galera pure tu, come si usava ai tempi del fascismo.

Conclusioni: Stato di diritto addio ed economia a rotoli

Capite che tutto questo sta prefigurando da una parte uno Stato di polizia, dall'altra uno Stato dell'impunità. Di questo si sta occupando il governo Berlusconi, invece di venire incontro alle istanze dei cittadini con disegni di legge e provvedimenti che riguardano l'economia, il lavoro, la disoccupazione, gli ammortizzatori sociali, i giovani senza futuro. Perché si occupa di questo? Per spostare l'attenzione verso quello che non sa risolvere, cioè l'economia a rotoli del nostro Paese. Riflettete amici, riflettete.

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6 Febbraio 2009

La verita' ad ogni costo

angelino_alfano.jpg

Signor Ministro della Giustizia, avvocato Angelino Alfano,

il Presidente delle Camere penali, avvocato Oreste Dominioni, ha reso noto di avermi denunciato alla Procura della Repubblica di Roma per il reato di cui all’articolo 278 del codice penale in quanto, a suo dire, avrei offeso l’onore e il prestigio del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
I fatti sono noti: ho partecipato il 28 gennaio 2009, a piazza Farnese a Roma, ad una manifestazione in difesa della legalità, indetta dall’Associazione nazionale familiari vittime di mafia. In tale occasione ho preso la parola anche per segnalare pubblicamente l’ingiustizia subita da un giovane manifestante al quale era stato tolto un manifesto di critica (e non di offesa) al Capo dello Stato (il mio discorso in piazza Farnese su You Tube).
A norma dell’articolo 313 del codice penale, il Procuratore della Repubblica di Roma, una volta ricevuta la denuncia di Dominioni, deve obbligatoriamente e necessariamente, nei successivi 30 giorni, chiedere alla S.V. l’autorizzazione a procedere per accertare i fatti.
Ciò premesso, Le chiedo – rispettosamente, ma fermamente – di concedere tale autorizzazione.

Ho il diritto, come cittadino e come parlamentare, di dimostrare davanti al mio giudice naturale che non ho offeso affatto il Capo dello Stato e che non ho mai proferito le parole che strumentalmente mi sono state attribuite da alcuni organi di stampa.

A nessuno può essere tolto il diritto di difendersi davanti al proprio giudice naturale da false accuse così pubblicamente strombazzate.

E’ ciò che, invece, accadrebbe se Ella non concedesse l’autorizzazione a procedere e non consentisse di accertare come realmente sono andate le cose e chi ha messo in piedi questa falsa accusa, per quale ragione e con quale subdola finalità.

Grazie per l’attenzione.

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1 Febbraio 2009

Intercettazioni: i silenzi non saranno compresi

napolitano_intercetta.jpg

Pubblico una lettera inviatami da Massimo Donadi, capogruppo alla Camera dell'Italia dei Valori, sul disegno di legge sulle intercettazioni presentato dal Governo. Lettera che condivido.

"Caro Antonio,

con il disegno di legge sulle intercettazioni, il Governo ha avverato la profezia di Julius Von Kirchmann: “Un tratto di penna del legislatore e intere biblioteche diventano carta straccia”. Solo che, in questo caso, a diventare carta straccia sarà la legalità e lo stato di diritto in questo Paese.
Con il disegno di legge sulle intercettazioni, il Governo di fatto ha “falcidiato” uno strumento fondamentale nelle mani dei magistrati per tutelare i cittadini di fronte ad ogni forma di criminalità e corruzione. Per andare oltre ad un’immagine a te cara, questa volta non basta dire che è come togliere il bisturi dalle mani di un chirurgo ma che al chirurgo gli vogliono proprio amputare le mani.

Sono tre i passaggi “perversi” di questo disegno di legge che metteranno a serio repentaglio la sicurezza di milioni di cittadini e che consentiranno alla criminalità organizzata di prosperare indisturbata.
Primo. Da oggi per i reati puniti con meno di 10 anni le intercettazioni sono state di fatto abrogate perché per poterle disporre occorre di fatto che si sia già provata la colpevolezza dell’indagato. Piuttosto che intercettarlo, dunque, lo si andrebbe proprio ad arrestare.
Secondo. Fissare a 60 giorni il termine massimo per le intercettazioni, significa che, se al 59 giorno, se si scoprono ulteriori complici, tutto viene vanificato. Insomma, chi delinque continuerà indisturbato a farlo.
Terzo. Se, nei casi di estorsione, il Governo pretende che sia la persona offesa a chiedere le intercettazioni, in realtà come il Sud del nostro Paese, la battaglia contro il pizzo sarà vanificata per sempre.
Per tutte queste ragioni, ritengo che la riforma delle intercettazioni sia un atto di eversione costituzionale, un attentato alla sicurezza dello Stato, un resa definitiva del Paese alla mafia, alla camorra, alla ‘ndrangheta.

Di fronte a questo scempio, che segna la vittoria di Berlusconi e dei falchi oltranzisti, non ci sono giustificazione degli alleati che tengano. E’ la sconfitta, senza mezzi termini, di Fini, di An, della Lega e di tutti quelli che, a parole, si professano e si dichiarano difensori della legalità. E’ il più grande regalo della storia del nostro Stato ad ogni forma di criminalità.
Ebbene, di fronte a tutto questo, ci aspettiamo, anzi, diamo per scontato, che le più alte cariche dello Stato, si opporranno a questa tragica scelta. Perché questa legge è ancora più grave del lodo Alfano, perché se il lodo Alfano è una norma eticamente vergognosa poiché garantisce l’impunità ad un uomo, questa sulle intercettazioni è socialmente devastante perché compromette la sicurezza e la libertà di milioni cittadini. Ed è proprio per questa ragione che siamo convinti che tutte le più alte cariche dello Stato comprenderanno che qui sono in gioco valori fondamentali di fronte ai quali, questa volta, silenzi o i mancati contrasti non saranno compresi in quanto rappresenterebbero un danno per il Paese.

Per il supremo rilievo dei valori in campo, il dibattito intorno a questa legge rappresenterà un punto di svolta nella vita democratica e nel confronto politico e istituzionale del Paese. Per questa ragione, le uniche posizioni possibili potranno essere quelle di chi sostiene la legalità o di chi la legalità la infrange, di chi questa legge la contrasta e la combatte, nelle forme e nei modi che appartengono al proprio ruolo, e di chi questa legge la consente o la avvalla. Nel mezzo, questa volta, nessuno si potrà collocare. Perché questa volta un mezzo non c’è.

Massimo Donadi"

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25 Gennaio 2009

La bufala Genchi

bufalagenchi.jpg

L’allarme intercettazioni rilanciato da Berlusconi è una bufala. Anzi una “furbata” bella e buona per confondere le idee all’opinione pubblica. Egli sta giocando d’anticipo per smorzare l’indignazione che potrebbe causare l’imminente legge che si accinge a varare sulla limitazione dell’uso delle intercettazioni da parte dei magistrati.

Non è vero, infatti, quanto da lui affermato, secondo cui “un signore ha messo sotto controllo 350.000 persone”, (riferendosi al consulente della Procura Gioacchino Genchi), né è vero che ci siano mai state intercettazioni telefoniche o acquisizioni di tabulati telefonici avvenuti abusivamente o in modo non consentito dalla legge o nei riguardi di persone che, per il loro ruolo di parlamentari o agenti segreti, non potevano essere intercettati.

Ora, che Berlusconi ed i suoi sodali dicano delle falsità è risaputo. Ma è mortificante assistere alla mistificazione che taluni attempati politici dell’opposizione, la stampa e la televisione ufficiale stanno facendo sulla vicenda: con il loro modo di raccontare i fatti stanno facendo credere che ci sia stata una persona (Gioacchino Genchi) che, in modo indebito ed illecito, abbia “raccolto informazioni” su un sacco di personalità pubbliche e che abbia fatto ciò in combutta con un magistrato megalomane (Luigi De Magistris) per destabilizzare lo Stato e per creare confusione sociale.

Le cose non stanno così. Nessuna intercettazione telefonica è stata disposta da De Magistris nei confronti di persone che non potevano essere intercettate e – fino a prova contraria - nessuna acquisizione indebita di tabulati telefonici è stata acquisita da Genchi, senza il consenso e l’autorizzazione della magistratura. E’ successo semplicemente che – in occasione delle inchieste “Why Not” e “Poseidone” - il PM De Magistris ha chiesto ed ottenuto dal giudice per le indagini preliminari di mettere sotto controllo i telefoni di diverse persone, come ad esempio quell’Antonio Saladino che, in ragione delle proprie attività, aveva a sua volta una miriade di contatti telefonici con molti esponenti delle istituzioni, dell’economia e della politica. Un magistrato, quando mette sotto intercettazione personaggi del genere, non può sapere in anticipo con chi queste persone poi si relazioneranno per telefono. Certo se, nel corso delle telefonate intercettate, si accerta che un interlocutore è un parlamentare, la legge prevede che questa telefonata non possa essere utilizzata senza autorizzazione della Camera di appartenenza, ma questo non vuol dire che l’iniziale intercettazione non potesse essere disposta (io peraltro personalmente penso che i parlamentari non debbano neanche più godere di tale privilegio rispetto ai cittadini comuni).

Parimenti è molto importante per un Pubblico Ministero, che sta indagando su una persona nei cui confronti ipotizza che abbia commesso dei reati, conoscere chi sono le altre persone con cui il sospettato abbia rapporti e contatti (immaginate un pericoloso rapinatore nei confronti del quale si deve capire come abbia fatto ad occultare la refurtiva e chi l’abbia aiutato a sfuggire alla cattura). Non v’è dubbio che in questi casi un aiuto fondamentale alle indagini possa darla l’individuazione di tutti i titolari dei numeri telefonici che egli ha contattato o che gli hanno telefonato. Ciò è possibile, appunto, con l’acquisizione dei tabulati telefonici presso i gestori delle linee telefoniche. E’ questo esattamente – e solamente – ciò che è stato fatto da De Magistris nelle inchieste che ha sviluppato a Catanzaro prima di essere rimosso dall’incarico e trasferito. Egli lo ha potuto fare perchè glielo consentiva la legge ed era stato autorizzato dal giudice per le indagini preliminari.

Il consulente del PM Genchi ha fatto ancora meno: ha semplicemente archiviato informaticamente tutti i dati dei flussi telefonici legittimamente acquisiti, mediante l’utilizzo di un semplice programma in Excel (o in Access, non fa differenza). La differenza dunque fra ciò che si fa normalmente in tutte le Procure e quella che è stato fatto nel caso di specie è di non essersi limitato ad archiviare la copia cartacea, ma i dati sono stati acquisiti e trattati informaticamente. Ma questa è un’innovazione tecnologica apprezzabile giacchè consente di raffrontare, catalogare e mettere insieme dati in maniera più veloce, più corretta e con meno errori. Insomma consente di scoprire meglio e prima i contatti e i rapporti fra un indagato e coloro con cui ha a che fare e quindi contrastare con più efficacia la criminalità (comune o politica che sia). Pensate, intorno a Genchi si sta alzando un polverone senza fine, ma nessuno riflette che, semmai, sono i gestori telefonici che – senza alcun controllo – possiedono i tabulati di tutti noi e possono farci quello che vogliono (caso Telecom docet!).

Si dirà: ma nell’elenco ci sono finite anche persone nei confronti delle quali non potevano essere effettuate indagini perché parlamentari o perché appartenenti a specifici organismi di sicurezza come i Servizi Segreti. Ma, ripeto, come potevano saperlo prima De Magistris e Genchi? I tabulati acquisiti non erano intestati a costoro direttamente ma a soggetti terzi (per lo più enti e società) per cui solo dopo la loro acquisizione poteva essere possibile comprendere chi fossero i reali utilizzatori.
Si dirà ancora: ma quando è stata accertata tale circostanza perché non si è proceduto alla distruzione dei tabulati? Semplicemente perché siamo ancora alla fase delle indagini preliminari per cui nessuno ancora può dire che quelle telefonate o quelle “tracce di telefonate” sui tabulati telefonici non siano utili per il proseguimento delle indagini o per l’accertamento delle responsabilità.

La questione, quindi, sta solo nella necessità di mantenere il più stretto riserbo istruttorio fino a quando le indagini non siano concluse. L’esatto contrario di ciò che è stato fatto. Fino a quando le risultanze istruttorie erano rimaste nello stretto riserbo dell’attività del magistrato non né successo nulla. Ora che, invece, i tabulati sono stati acquisiti con una discutibile decisione dal Copasir (che è una Commissione parlamentare e come tale un organismo che non sa tenere un cecio in bocca), assisteremo nei prossimi giorni ad uno stillicidio allarmante di fughe di notizie che serviranno, queste sì, a mettere in difficoltà (se non a ricattare) questa o quella personalità non gradita all’uno o all’altro schieramento politico.

Ed ecco allora la domanda di fondo: perché è stato montato tutto questo finto scandalo? La risposta è lapalissiana: perché si è voluto iniettare nell’opinione pubblica il dubbio che le intercettazioni siano un’arma pericolosa in mano ai magistrati e, quindi, indurli a non fare resistenza quando, fra qualche giorno, sarà presentato in Parlamento il disegno di legge che le limita grandemente.

Di chi è la colpa di questa montatura? Certamente di Silvio Berlusconi, che ha pure detto cose false per giustificare tale sua determinazione. Ma anche di molti altri, a destra come a sinistra, ma soprattutto tra gli “incappucciati” poteri forti presenti nella Pubblica Amministrazione, tutti interessati a non farsi scoprire.

Insomma il Potere non vuole controlli di legalità e, siccome ci sono magistrati che si intestardiscono a considerare tutti uguali di fronte alla legge, si accinge a risolvere il problema a monte: togliendo loro la possibilità di svolgere le indagini e demonizzandoli.

Siamo solo all’inizio, purtroppo. Anche per questo troviamoci tutti mercoledì prossimo, 28 gennaio, alle ore 9 a Roma - Piazza Farnese. E’ il solo modo per fermarli.

diretta.gif Mercoledì 28 gennaio 2009 dalle 9.00 - 14.00 Italia dei Valori ed io personalmente parteciperemo unitamente all’Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia, ad altre associazioni e ai cittadini alla manifestazione in Piazza Farnese a Roma a sostegno del Procuratore Capo di Salerno, Luigi Apicella. Chi ci vuole stare batta un colpo.
Per chi non sarà presente, invito a seguire la giornata in diretta streaming dal Blog o dal sito www.italiadeivalori.it.

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24 Gennaio 2009

Mai smettere di nuotare

nuotare.jpg

Riporto il video ed il testo del mio intervento durante la puntata di Annozero, di giovedì 22 gennaio, dove si è parlato del rapporto tra politica e appalti, e dello scontro politico dopo il "caso Napoli". I miei colleghi in trasmissione non ne sono usciti con una buona immagine, o facendo una bella figura scegliete voi. Oramai, i politici per farne in televisione (di belle figure) devono cercarsi trasmissioni senza contraddittorio con i cittadini, o ne escono con le "ossa rotte". L'amarezza più profonda l'ho provata ascoltando le parole di Giorgio Tonini quando, nel tentativo di giustificare il suo partito (Pd) per non avermi aiutato nella raccolta firme del Lodo Alfano, ha ribattuto che "c'era il rischio di un autogol", riferendosi al rischio di non riuscire a raccogliere almeno 500 mila firme per il referendum. Ed invece gli italiani hanno battuto un colpo.

Lo stesso colpo che batteranno mercoledì 28 gennaio in piazza Farnese a Roma. I cittadini vogliono cambiare i politici, non la giustizia. I cittadini vogliono tornare a sperare, non rassegnarsi a Berlusconi.

Mai smettere di nuotare caro Giorgio.

Testo dell'intervento

Michele Santoro: Facciamo una prima valutazione rapida. Che cosa sta succedendo esattamente? Penso che questo affare Napoli si sia ingrandito anche grazie al grande scandalo dei rifiuti. Questa cosa sarebbe stata meno deflagrante senza quel precedente, invece poi è scoppiata tutta la vicenda Romeo. Cos'è secondo Di Pietro la faccenda Romeo? Vorrei una valutazione generale, che cosa è successo secondo lei?
Antonio Di Pietro: Non è fumo, quell'inchiesta è arrosto. Se ne parla non per fare scandalo, ma perché Napoli, Pescara, l'Abruzzo e in tante altre parti d'Italia non è cambiato nulla. Sono cambiate alcune sigle, ma non è cambiato nulla anche con riferimento agli imprenditori. Noi del pool di Mani Pulite dicemmo allora, e per questo venimmo anche processati e accusati a suo tempo di voler interferire con il Parlamento, che quando arriva il magistrato è sempre perché il reato è già stato commesso, ed era necessario stabilire tre regole: l'impegno, anzi, la legge, perché l'impegno non va da nessuna parte, di non candidare le persone condannate con sentenza penale passata ingiudicato, non dare incarichi di governo, ne locale ne centrale, a persone rinviate a giudizio, non permettere più di partecipare alle gare imprenditori che sono state condannate in relazione a reati contro la pubblica amministrazione, fiscali e societari. Sa quante persone in meno avremmo nelle istituzioni e nelle attività commerciali? Invece quale messaggio è passato? “Il delitto paga, non c'è niente da fare”. Aver fatto tutto questo comporta avere un merito, vieni ricandidato e ritorni dove stavi. Ecco, credo che questo sia sbagliato, credo che tutti quanti dovremmo fare un'azione concreta in Parlamento.

Michele Santoro: Non c'è stata quell'azione di “pulizia” che lei nel '94 aveva chiesto.
Antonio Di Pietro: Fino a quando non si fa questa azione di pulizia non c'è niente da fare. Il problema non sono gli errori che possono capitare ad un partito dove dentro ci sono tante persone che fanno politica, ma non prendere provvedimenti, non prendere decisioni conseguenti, far finta di non vedere e prendersela con i magistrati. A proposito, ci sono magistrati che hanno cercato e stanno facendo il loro dovere, anche con riferimento a fatti gravissimi: il risultato è che hanno fatto di tutta l'erba un fascio e hanno trasferito tutti quanti. Questo comportamento piratesco non lo condivido, per questo insieme a tante altre associazioni il 28 gennaio organizziamo un'altra manifestazione come quella di Piazza Navona. Voglio anche dire che cosa ho fatto, perché non basta soltanto “dire”. Ho stabilito un principio dentro il partito, perché dalle lezioni si impara, non si fa finta di non vedere: a Napoli, cosi come in tutta Italia, se una persona che sta dentro le istituzioni viene sottoposta ad indagini il partito per prima cosa lo sospende, e se viene rinviato a giudizio viene anche espulso.

Michele Santoro: E se è innocente?
Antonio Di Pietro: Se è innocente può rientrare, ma prima corre dal giudice e poi da noi. A proposito di Napoli, bisogna dire che cosa abbiamo fatto, noi dell'Italia dei Valori. Abbiamo deciso di andare fuori da tutte le giunte e chiesto formalmente a Bassolino e Iervolino di lasciar stare cosa il giudice dovrà decidere o no, che politicamente son cotti, c'è bisogno di un nuovo rapporto di fiducia tra i cittadini e chi amministra Napoli e la Campania. Per questo abbiamo chiesto formalmente le loro dimissioni, e siamo disposti a votare qualsiasi voto di sfiducia, perché prima i cittadini scelgono i loro nuovi amministratori meglio è. Fino ad ora, ogni volta che si è parlato di giustizia si è cominciato con il Lodo Alfano, in commissione Giustizia si sta discutendo del Lodo Consolo, ed entro stasera abbiamo dovuto depositare gli emendamenti perché a giorni arriva il Lodo Intercettazioni. In realtà si parla di tante cose buone da fare, ma si fanno solo provvedimenti che servono per fermare la giustizia e per non renderla efficiente. Quando ho raccolto un milione di firme contro il Lodo Alfano i miei alleati mi hanno detto che sono eversivo.

Giorgio Tonini (PD): No, non ti abbiamo detto che sei eversivo. Ti abbiamo detto che c'era il “rischio autogoal”.
Antonio Di Pietro: Ma quale “rischio autogoal”? “Siccome c'è il rischio di affogare, non nuoto più”.

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23 Gennaio 2009

Piazza Farnese: appuntamento con la democrazia

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La manifestazione dell’Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia a sostegno del Procuratore Capo di Salerno Luigi Apicella, a cui parteciperà l’Italia dei Valori ed io personalmente, deve trasformarsi in un momento per non lasciare sola la giustizia. A sostegno di Luigi Apicella ma anche di Luigi De Magistris, di Clementina Forleo, contro il Lodo Alfano e contro l’ultima porcata governativa: il bavaglio alle intercettazioni.

Mercoledì 28 gennaio 2009 dalle 9.00 - 14.00 in piazza Farnese l’appuntamento è con la democrazia, ed i protagonisti saranno i cittadini che invitiamo caldamente a partecipare.

Un disegno di legge sulle intercettazioni, che in realtà contiene una riforma della giustizia, nasce sotto una cattiva stella.
360 emendamenti scritti perfino da chi ha proposto la legge direi che esprimono un giudizio molto negativo sul testo presentato.
La parte del leone, lo dico con orgoglio misto a preoccupazione, la fa ovviamente l’Italia dei Valori con 200 emendamenti.
Seguono Pd con 70, Pdl e Lega con 60 e Udc con 30.

Le insidie alla democrazia annegate nella proposta di legge sono molte, altre proverranno dagli emendamenti che tenteranno di completare il disegno criminogeno e di esautorare una giustizia quasi moribonda.

Mi soffermo in breve per far comprendere ai cittadini alcune, solo alcune, tra le porcate che si nascondono nel testo del disegno di legge e che diverranno effettive se non saranno accolti i nostri emendamenti.

Non si potranno più intercettare i reati puniti con pene inferiori ai dieci anni. Per fare un esempio, quelli contro, l’usura, la truffa, i sequestri di persona, il contrabbando, lo sfruttamento della prostituzione, la rapina, il furto in appartamento, l’associazione per delinquere, lo scippo, la ricettazione, i reati ambientali, reati economico finanziari, fiscali ed i falsi in bilancio.
Le conseguenze le lascio tirare a voi, ma fossi un delinquente in qualsiasi parte d’Europa sceglierei sicuramente l’Italia come Eldorado della criminalità.

Il tempo di intercettazione sarà limitato ad un tempo 15 giorni, su richiesta esteso non oltre 3 mesi, un regalo ai latitanti a cui basterà usare i pizzini per tre mesi dopo di che potranno ordinare pizze a domicilio per una vita.

L’autorizzazione alle intercettazioni e le misure cautelari verranno prese non più da un solo Gip ma da un organo di 3 giudici con dispendio di tempo, soldi e perdita di efficacia di una struttura che ad oggi manca proprio di risorse di organico.

Magistrati e giornalisti non potranno più divulgare il contenuto delle intercettazioni, perfino dopo che gli atti saranno depositati. In una situazione come quella dell’Abruzzo, che potrebbe essere quella di Pescara, di Napoli, i cittadini sarebbero tornati o potrebbero tornare a votare senza nemmeno saperne il motivo.
Onesti risparmiatori avrebbero continuato ad acquistare i bond Parmalat e sfortunati pazienti avrebbero scelto la clinica mattatoio Santa Rita in attesa degli esiti processuali.

Tutto questo è follia pura.

La macchina della giustizia ha bisogno di più risorse come ho più volte spiegato (leggi il post "Una Giustizia che funzioni"), non di catene.

Attenzione: Faccio notare che l’appuntamento si è spostato da piazza della Repubblica a piazza Farnese.

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22 Gennaio 2009

Nessuna ripresa economica senza giustizia

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Pubblico un'intervista rilasciata oggi a Sky24 sul tema delle intercettazioni e della giustizia più in generale. Non ci sarà nessuna ripresa economica con una giustizia senza strumenti per operare e al servizio di Silvio Berlusconi. Senza una giustizia indipendente il Paese è destinato alla bancarotta, vedremo ripartire l'economia mondiale e il nostro Paese rimanere al palo.

Intervista

Giornalista: Presidente, giustizia ed intercettazioni restano in cima all'agenda di governo. Ieri Berlusconi ha anche annunciato qualche novità, e ci saranno più reati intercettabili. Le basta per farle piacere questa riforma?
Antonio Di Pietro: La riforma nel suo complesso è l'ennesimo tentativo di Berlusconi di mettere il bavaglio ai magistrati che fanno il loro dovere. Tante sono le cose che non funzionano, soprattutto quello di limitare l'uso delle intercettazioni come strumento dell'indagine. Semmai, va limitato l'uso delle pubblicazioni arbitrarie di intercettazioni che non hanno alcuna funzione con le indagini. Se il bisturi viene usato da un medico per ammazzare la moglie, non vieti a tutti i medici in sala operatoria di usare i bisturi, ma metti da parte quel medico che non ha fatto il suo dovere. Ancor di più sulla questione giustizia: attenzione, perché a tutti viene data l'informazione che il pacchetto giustizia contiene solo le intercettazioni. In realtà contiene tanti altri interventi che di fatto mettono in condizione al pubblico ministero di non poter più fare il suo dovere. Ne cito un esempio: quando ho tatto Mani Pulite ho trovato un carabiniere che mi ha portato un arresto in flagranza di Mario Chiesa con 7 milioni di vecchie lire. Secondo la proposta che fanno oggi, le indagini e le notizie dei reati vengono gestite dalle forze di polizia, il pubblico ministero fa il notaio e registra quello che loro fanno. Che cosa succede? Che il pubblico ministero deve soltanto cristallizzare la notizia: avrei fatto Mani Pulite arrestando una sola persona, processando una sola persona e con un patteggiamento si chiudeva in quindici giorni. Cosa voglio dire con questo? Si sta, ancora una volta, cercando di mettere in mano all'esecutivo la scelta su quali reati perseguire e quali non perseguire, perché gli organi di polizia dipendono dall'esecutivo, non dalla magistratura. Noi invece vogliamo che rispondano direttamente alla magistratura. Faremo una grande battaglia dentro il Parlamento, con un forte ostruzionismo, e fuori dal Parlamento a cominciare dal prossimo 28 gennaio, in cui da Piazza Navona andremo a Piazza della Repubblica, per un'altra manifestazione per comunicare agli italiani questo ennesimo imbroglio."

diretta.gif Mercoledì 28 gennaio 2009 dalle 9.00 - 14.00 Italia dei Valori ed io personalmente parteciperemo unitamente all’Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia, ad altre associazioni e ai cittadini alla manifestazione in Piazza Farnese a Roma a sostegno del Procuratore Capo di Salerno, Luigi Apicella. Chi ci vuole stare batta un colpo.
Per chi non sarà presente, invito a seguire la giornata in diretta streaming dal Blog o dal sito www.italiadeivalori.it.

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21 Gennaio 2009

Da Piazza Navona a Piazza Farnese

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Why not non s’ha da fare.

E’ toccato al pm Luigi De Magistris, a cui fu avocata l’indagine e poi trasferito. E’ toccato al procuratore capo di Salerno Luigi Apicella con sospensione dalle funzioni e dallo stipendio. E’ toccato infine, con un trasferimento cautelare, ai due pm di Salerno, Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani, che indagavano sulle ragioni per cui era stato impedito da De Magistris di fare il suo lavoro.

Quello che sta avvenendo sa dell’incredibile, e quella su Apicella è una decisione senza precedenti. il Consiglio Superiore della Magistratura che ha eseguito gli ordini del ministro dell’Ingiustizia Angelino Alfano.

Le ragioni della richiesta di sospensione per bocca di Alfano sono “gli atti abnormi – riferendosi al decreto di perquisizione e sequestro disposto dai pm di Salerno gli atti dell’indagine Why Not, atti mai rilasciati alla Procura di Salerno da quella di Catanzaro – nell'ottica di una acritica difesa del De Magistris con l'intento di ricelebrare i processi a lui avocati”. Parole senza senso, che un uomo di legge, quale lui dovrebbe essere, non avrebbe mai pronunciato.

In sostanza Angelino Alfano ha messo in discussione il contenuto di un atto, la perquisizione e il sequestro chiesti dal Procuratore capo di Salerno Luigi Apicella, invece di lasciarlo impugnare davanti al Riesame o davanti alla Cassazione dagli indagati perquisiti. Atto (decreto di perquisizione e sequestro) che per lo più, successivamente, il tribunale del Riesame di Salerno, nel silenzio mediatico più assordante, ha ritenuto legittimo. Quanto accaduto è un fatto gravissimo. Unico nella storia della nostra democrazia.

Mercoledì 28 gennaio 2009 dalle 9.00 - 14.00 Italia dei Valori ed io personalmente parteciperemo unitamente all’Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia, ad altre associazioni e ai cittadini alla manifestazione in Piazza Farnese a Roma a sostegno del Procuratore Capo di Salerno, Luigi Apicella. Chi ci vuole stare batta un colpo.

Iscrivetevi alla "Manifestazione a sostegno del Procuratore di Salerno, Luigi Apicella" su Facebook.

diretta.gif Per chi non sarà presente, invito a seguire la giornata in diretta streaming dal Blog o dal sito www.italiadeivalori.it.

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19 Gennaio 2009

Intercettazioni: giu' la maschera

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Le intercettazioni sono indispensabili. Non è pensabile limitarne né impedirne l’utilizzo. Con la limitazione nell’utilizzo delle intercettazioni, il Paese finirebbe in mano alla corruzione politica, economica e alla criminalità organizzata più di quanto non sia già. Addio ai casi Fiorani, Ricucci, Del Turco, Mautone, Romeo, Tanzi. Stesso oblio per i casi delle cliniche Santa Rita.

Del tutto particolare è la questione della pubblicazione delle intercettazioni. Escono una volta depositate, non essendo più coperte da segreto istruttorio e debbono poter essere pubblicate, sempre che abbiano una rilevanza ai fini processuali o siano comunque di pubblico interesse.
La disciplina della materia può anche essere migliorata, ma certamente non può essere impedito all’opinione pubblica di conoscere i fatti in tempo reale (che non può essere la fine del processo) a mezzo della libera stampa.
Ma la riforma della giustizia di cui l’Italia ha bisogno è ben lontana da quella posposta dal primo partito dei condannati in Parlamento, il Pdl. Così come è lontana dalle proposte filo-Pdl che il partito di Cuffaro, a porte chiuse con D’Alema ed i suoi hanno partorito in barba alla linea del Pd.

L’Italia dei Valori presenterà in Parlamento entro giovedì gli emendamenti alla vergognosa proposta di legge 1415 scritta da Alfano e dettata da Berlusconi. La proposta 1415 vuole nei fatti abolire lo strumento delle intercettazioni, ricorrendo perfino alla bufala del risparmio dei costi per le casse dello Stato. Chiederei ad Alfano di fare due conti agli italiani di quanto hanno guadagnando mettendo in galera gli intercettati degli ultimi 10 anni. Il vero costo per gli italiani è il non rispetto della giustizia caro ministro dell’Ingiustizia. Giù la maschera Parlamentari, chi vota questa proposta, sotto il pretesto della privacy e del taglio dei costi, è come se ammettesse di aver compiuto o di voler compiere un reato durante proprio mandato.

Per il più ampio tema della riforma della giustizia l'Italia dei Valori ha già presentato ben 21 disegni di legge, alla Camera e al Senato, anche se ad essere sinceri, ora vorremmo dedicare le nostre energie alla situazione economica del Paese.
Sulla giustizia abbiamo messo, sul tavolo istituzionale, disegni di legge dove non si parla di riforme dei massimi sistemi, di divisione del Csm, della discrezionalità dell'azione penale. Non parlano di massimi sistemi, ma di cose concrete, tra cui: l'aumento del 30% delle risorse finanziarie attraverso il ricorso a quelli che sono i fondi attualmente sequestrati e confiscati; l'aumento del 30% del personale para giudiziario che è stato ridotto con la legge Brunetta; la riduzione dei tempi processuali attraverso una rivisitazione del sistema delle impugnazioni e delle notificazioni; la risistemazione e ridefinizione delle circoscrizioni giudiziarie, perché ci sono alcuni tribunali che sono pieni di carte e altri pieni di ferie; l'eliminazione totale di tutti gli incarichi esterni dei magistrati, cosi che tornino a fare i magistrati.
C'è, inoltre, una magistratura che si chiama “magistratura militare”, oltre a quella onoraria. Questi magistrati, che hanno studiato e hanno fatto il concorso, invece di far niente, dobbiamo impiegarli nel civile.

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7 Gennaio 2009

Referendum: un dovere civile

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Le firme che abbiamo raccolto contro il lodo Alfano non sono solo un fatto tecnico, ma un fatto politico importante, perché ci sono milioni di cittadini che dicono No al governo che si fa le leggi per non farsi processare, e dicono soprattutto Si ad una giustizia sociale uguale per tutti. Per questa ragione, noi dell'Italia dei Valori, oggi con il deposito di queste firme, apriamo l'anno 2009 con l'intenzione di fare opposizione chiara nel linguaggio, determinata nell'azione a questo governo Berlusconi che toglie ai poveri per dare ai ricchi.

Il lodo Alfano è incostituzionale, perché prevede per alcuni cittadini, quattro in particolare, non debbano rispondere alla legge anche se dovessero ammazzare la madre nel periodo in cui stanno in carica. E' immorale perché prevede due pesi e due misure, soprattutto per il fatto che viene fatto e voluto da chi deve essere sottoposto davanti al giudice per le azioni che la magistratura vuole verificare. Noi dell'Italia dei Valori ribadiamo che dobbiamo essere tutti uguali di fronte alla legge, e soprattutto che abbiamo bisogno di un governo e di un Parlamento che pensino un po di più alla giustizia sociale uguale per tutti i cittadini, perché se non c'è legalità i furbi fanno affari, come per il caso Alitalia, e tutti i cittadini e poveri cristi ne devono pagare i debiti.

Noi dell'Italia dei Valori abbiamo raccolto queste firme non per funzione elettorale, ma come dovere civile di cittadini che non vogliono stare a guardare che questo Stato venga portato ad una deriva democratica, perché ormai in Parlamento non si fa altro che alzare la mano a seconda di come vuole il despota di turno, perché il controllo di legalità viene ogni giorno frustrato, perché l'informazione è sempre di più sotto il controllo del potere politico ed economico, che è la stessa cosa, come dimostra il caso della Vigilanza Rai.

Pensiamo che il tempo tecnico per il Referendum è per la primavera del 2010, ma pensiamo inoltre che da adesso al 2010 altri Referendum saranno nel frattempo organizzati dall'Italia dei Valori, fra questi sicuramente l'abolizione dei finanziamenti ai partiti.

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28 Dicembre 2008

Intercettazioni: utili e necessarie

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Silvio Berlusconi ha dichiarato che se un giorno venisse fuori una sua telefonata "di un certo tipo" scapperebbe dal Paese.

Ho visto molte mie intercettazioni e dei miei familiari divulgate su tutti i giornali, anche senza avere alcuna rilevanza penale. Io non mi lamento del fatto che cio' che ho detto io o hanno detto i miei figli al telefono sia pubblicato, almeno i cittadini sanno cosa ci siamo detti, sanno che non ci siamo detti alcun fatto costituente reato ed io ho la possibilita' di spiegarlo. Quale miglior democrazia di questa?

Silvio Berlusconi ha già detto cosa vuole fare sulle intercettazioni: vuole impedirle per i reati contro la Pubblica Amministrazione. Le intercettazioni stanno all'attività giudiziaria come il bisturi alla sala operatoria: Sono strumenti utili e necessari.


Riporto il video della mia intervista, rilasciata lo scorso 24 novembre a SkyTG24, in tema di intercettazioni.

SkyTG24: Parliamo di intercettazioni. Il Pdl parla di gogna mediatica e pensa a limitarne l'utilizzo. Lei, che in qualche modo è stato chiamato in causa, è invece ancora di parere opposto?
Antonio Di Pietro: Assolutamente si. Le intercettazioni stanno all'attività giudiziaria come il bisturi sta all'attività di una sala operatoria di un chirurgo. Sono strumenti utili e necessari. Si tratta, evidentemente, di comprendere che non bisogna commettere i reati, e non “non bisogna scoprirli”. Si tratta di comprendere che specie in alcuni reati, come quelli contro la pubblica amministrazione, le intercettazioni sono ancora più necessarie.
Se fossimo di fronte ad un reato di omicidio avremmo il morto, la pistola, la refurtiva. Ma, in un appalto pubblico abbiamo un contratto scritto e registrato dal notaio, e di certo non ci scrivono la “clausola finale: mi devi dare mille euro altrimenti non te lo firmo questo documento”. Quello che non c'è scritto lo bisogna scoprire, ma come si fa se non ascoltando quello che si dicono in “sacrestia” prima di andare sull'altare a firmare? Ecco perché le intercettazioni sono necessarie.

SkyTG24: Quindi lei è contrario alla limitazione.
Antonio Di Pietro: Si, sono contrario. Non solo alla limitazione, a dir la verità. Non è che si può intercettare tutto e tutti. Si intercetta solo per alcuni reati e la dove i magistrati lo autorizzano nel rispetto della legge. Non sono intercettazioni illegali. Altra cosa sono quelle illegali, che fanno gli spioni e certi personaggi che mettono la microspia per ricattare la moglie, o che vanno a ricercare segreti industriali. Queste sono altre storie. Stiamo parlando di intercettazioni dell'autorità giudiziaria, che vengono messe quando, su disposizione dell'autorità giudiziaria, si sospetta che ci sia un reato in corso di cui si può scoprire. Sono convinto che vadano fatte. Ecco perché ripeto che limitare le intercettazioni è una furbata a cui vuole ricorrere chi non vuole che i reati vengano scoperti.
Sono d'accordo sul fatto che una volta che le intercettazioni sono utili all'indagine e dichiarate tali, una volta che sono state utilizzate correttamente per la motivazione dei provvedimenti che si prendono, è bene che i cittadini lo sappiano. Sono convinto che vengano pubblicate.
Sulle intercettazioni che riguardano mio figlio potrei chiedere perché le hanno pubblicate, se non costituiscono reato. Ma è bene che l'opinione pubblica sappia, con riferimento a qualsiasi personaggio pubblico, qual'è il suo comportamento: sia dove lo fa molto bene, sia dove lo fa senza alcuna rilevanza penale e con assoluta inopportunità, come nel caso di mio figlio, sia quando lo fa nel modo corretto e coerente. Quante volte mi hanno intercettato quando facevo, scusate il termine, dei “cazziatoni” a chi non faceva il suo dovere.

SkyTG24: Proprio su questa vicenda, ha insaccato la solidarietà di Umberto Bossi, che da padre ha detto “speriamo che non sia vero, sarebbe una delusione forte per un padre da parte di un figlio”. Cosa risponde?
Antonio Di Pietro: Ha ragione Bossi. Una riflessione da padre, e da padre a padre gli dico: è cosi, ma come ogni buon padre è nostro dovere aiutare i figli a crescere, e dove sbagliano tirar le orecchie.

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27 Dicembre 2008

I primati della vergogna

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La riforma della giustizia è diventata “la leva” a cui i partiti ed i politici dicono che bisogna far ricorso per risolvere i problemi del Paese.
Personalmente ritengo che sia più urgente risolvere la “questione sociale” delle famiglie (che non arrivano a fine mese) e dei lavoratori (quelli che perdono il posto e quelli che non riescono proprio a trovarlo). Ma certamente anche fare in modo che la Giustizia funzioni è importante.
Il problema è che la politica nel suo complesso non vuole riformare la Giustizia per farla funzionare meglio ma per non farla funzionare affatto. Anzi, peggio: vuole farla funzionare “a due velocità”: con estremo rigore verso la generalità dei cittadini, con estremo favore nei confronti della Casta.
Ora, poi, che si discute anche delle telefonate intercettate a mio figlio Cristiano, l’occasione è sembrata a qualcuno propizia per tentare di conquistare anche il consenso dell’Italia dei Valori. No, noi non ci stiamo. Noi riaffermiamo che la giustizia è, e deve restare, uguale per tutti.
Non c’è figlio che tenga, men che meno il mio!
Anche mio figlio, se vuole far sentire la sua voce, deve andare dai magistrati (se e quando lo dovessero chiamare perché ad oggi non è accusato né indagato di nulla). Ma nessuno si aspetti di vederlo strillare sui giornali contro i magistrati che fanno le intercettazioni, paventando improbabili e fantasiosi complotti politici.
Fatta questa premessa, mi torna in mente il “ritornello” di sempre: "ma perché ogni volta che il lavoro dei magistrati colpisce la “sinistra”, questi prendono le distanze dai giudici, salvo poi inneggiare alla magistratura quando colpisce gli avversari politici?"
L’unica risposta che riesco a darmi è che in realtà, in materia di Giustizia, non esistono “due” forze politiche che hanno diversi atteggiamenti nei confronti della Giustizia, ma una sola forza politica trasversale a cui piace, appunto applicare il principio della intoccabilità della Casta.

Quello che sembrava essere un problema di Silvio Berlusconi si è rivelato d’incanto un problema di tutti i partiti. Un articolo de L’Unità, che invito di cuore a leggere, costruito anche su dati presentati da un’interrogazione dell’Italia dei Valori di qualche settimana fa, ha evidenziato un desolante scenario dell’amministrazione pubblica di questo Paese e della sua classe politica nazionale. L’articolo sdogana la gravità del quadro tracciato, attribuendo al Partito di Berlusconi (PDL) la medaglia d’oro dei condannati, indagati e prescritti in Parlamento con 42 persone. Seguono Pd, Lega,Udc.
Al centrosinistra va invece il primato della corruzione locale.
Leggendo l’elenco delle condanne di alcuni esponenti c’è da farsi venire la pelle d’oca. Alla prima trasmissione a cui parteciperò tenterò di leggere questa lista (dei parlamentari) e le relative condanne ed imputazioni, sempre che me lo lascino fare.
E’ mia convinzione, infatti, che i cittadini siano stati nel corso di questi anni “inconsciamente intorpiditi” dall’informazione di regime, ed io vorrei ricordare a tutti, prima di andare nuovamente alle urne a votare, dove è stata riposta dai partiti la loro fiducia alle precedenti elezioni. Ce lo vedete un cittadino onesto, padre di famiglia, votare Giuseppe Ciarrapico, senatore forzista, con 5 condanne definitive per falsi e truffe varie? Solo una legge elettorale dove non puoi esprimere preferenze può consentire il sostegno politico a certi figuri. Solo una informazione pilotata (e Ciarrapico è anche proprietario di svariati giornali) può “intorpidire” la conoscenza dei fatti da parte dell’opinione pubblica.
In uno scenario del genere vi è un palese “conflitto trasversale di interessi giudiziari” fra gli attori della politica nazionale: ecco la ragione per cui molti mestieranti della politica si servono dei media per dipingersi vittime di una persecuzione perpetrata dalla magistratura e così invocare le “riforme” con nessun altro fine che precostituirsi l’impunità.
L’Italia dei Valori ed io personalmente non possiamo accettare tali furbizie ed allora ribadiamo la nostra fiducia nella magistratura, anche e soprattutto verso quella che dovesse indagare qualche volta su qualcuno di noi!

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23 Dicembre 2008

Magistrati avanti tutta

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Cittadino e politico a prova di intercettazioni ed orgoglioso del mio operato di Ministro: tale mi sento dopo la pubblicazione di alcuni stralci di intercettazioni disposte dalla Procura di Napoli nei confronti del dirigente del Ministero delle infrastrutture, dr. Mario Mautone, nell’ambito dell’inchiesta sul “sistema Romeo”, su cui sta indagando la magistratura partenopea.

Non so nulla di più di quello che ho letto sui giornali circa le accuse che vengono mosse a questo dirigente ministeriale e mi auguro che egli possa dare ogni spiegazione nelle sedi opportune per giustificare il suo operato. Però, una cosa so per certo: ed è che io – quando arrivai al ministero – presi una decisione che ora , a ragion veduta, si è dimostrata davvero azzeccata. L’ho trasferito ad altro incarico e l’ho spostato di sede, togliendogli, quindi, ogni possibilità di fare danni anche se avesse voluto. Sia chiaro, non l’ho fatto solo con lui, né perché avevo contezza di indagini specifiche sul suo conto da parte della magistratura napoletana. L’ho fatto anche con diversi altri dirigenti del ministero.

Le ragioni di questa mia decisione di allora sono state le più varie: perché “chiacchierato”, perché per lungo tempo nella stessa sede (specie quelli che, come Mautone, erano dislocati in sedi “calde” del Meridione), per permettere all’interessato di fare altre esperienze e così migliorare il proprio curriculum professionale.

Ora si scopre – ed anche io l’ho scoperto solo a seguito delle indagini che la magistratura napoletana sta svolgendo – che ci sarebbe stato anche un tentativo di intervenire su mio figlio Cristiano per evitare il trasferimento di Mautone (anzi, addirittura qualcuno dice di aver tentato di ricattare proprio mio figlio). Se così fosse il fatto è grave e vorrei sapere chi ha dato l’ordine, ma, per onestà intellettuale, dico subito che né io, né mio figlio abbiamo mai avvertito l’esistenza di tali pressioni o richieste, tanto è vero che il trasferimento c’è stato eccome, senza indugi e senza remore.

Quanto a mio figlio, egli – come consigliere provinciale di Campobasso – ha effettuato alcune telefonate istituzionali a Mautone (come entrambi hanno già pubblicamente ammesso) e ciò, soprattutto, per perorare il completamento di alcune caserme dei Carabinieri nel Molise. Fin qui ha fatto bene. Era suo dovere politico e istituzionale. Mio figlio, inoltre – come risulta da alcune telefonate – avrebbe segnalato anche il nominativo di un paio di, a suo dire, bravi professionisti al dr. Mautone. E’ un comportamento certamente senza alcuna rilevanza penale ma – a mio avviso – comunque non opportuno e non corretto. Ma siccome questo è solo il mio punto di vista e quindi è di parte (e di padre), bene fa la magistratura ad indagare per accertare come stanno effettivamente le cose. I magistrati facciano il loro lavoro. Oggi, domani e sempre. Non c'è figlio che tenga e che possa condizionare l’azione della giustizia. Chi, come me e come Cristiano, non ha nulla da temere, non può e non deve unirsi - come in molti forse speravano - alla politica paludata che se la prende con i magistrati e chiede la riforma delle intercettazioni.

Come ogni buon cittadino incoraggio l'azione dei magistrati. Chi non ha nulla da temere deve puntare alla verità. E, come ogni buon ministro, sono orgoglioso di aver preso quelle decisioni a suo tempo perché un buon ministro ha il dovere anche di evitare che si creino delle sacche di contiguità tra istituzioni ed affari.

A differenza di tanti miei colleghi politici, se le vicende che riguardano la mia persona arrivano sui giornali, non grido allo scandalo, ma al salutare intervento della magistratura. Mai e poi mai mi lamenterei del fatto che i giornali riferiscono del comportamento di un personaggio politico, anche se riguardano me o la mia famiglia. Vogliono farmi dire che le intercettazioni devono essere fermate? Mai! Sono uno strumento indispensabile per i magistrati. Anzi, auguro loro, anche a quelli della procura di Napoli: “Buon lavoro e andate avanti”.

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18 Dicembre 2008

Un altro intoccabile

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Oggi, la Camera dei Deputati ha negato gli arresti domiciliari per il deputato del PD, Salvatore Margiotta, richiesti dal Pm di Potenza Woodcock nell'ambito dell'inchiesta delle supposte tangenti per la concessione di estrazioni petrolifere. Ad opporsi sono stati soli i deputati dell'Italia dei Valori.

Di seguito i dati della votazione presso la Camera dei Deputati (nota: sono "favorevoli" i voti per la non autorizzazione a procedere):

Votanti Maggioranza Favorevoli Contrari
454 226 430 21*
* i soli deputati dell'Italia dei Valori

Riporto il video ed il resoconto stenografico del mio intervento sulla dichiarazione di voto.

Intervento:

"Signor Presidente, come abbiamo sentito dal relatore, l'inchiesta della procura di Potenza non è affatto futile, ma è necessaria, ed è stata condotta - sono parole del relatore e della relazione approvata dalla Giunta - con una meritoria attività della magistratura e delle forze dell'ordine; questo è il dato di fatto.
Stiamo parlando cioè di un fatto per cui sta indagando un'autorità giudiziaria a cui questa Assemblea, nel riconoscere e nell'approvare la relazione del relatore, riconosce meritoria attività e ringrazia anche per ciò che sta facendo. Ebbene, quella procura di Potenza sta indagando su un gravissimo giro corruttivo in danno delle popolazioni locali. Voglio ricordare che il petrolio della Basilicata è il petrolio di tutto il Meridione, e anche dell'intera Italia, e che attorno alla sua estrazione si sono verificate, e si stiano verificando, episodi di inqualificabile mercimonio di funzioni pubbliche e private. Questo credo debba destare la preoccupazione di tutti, sia di noi in questa sede, sia di tutti coloro che hanno a cuore la legalità.
L'alterazione di cui stiamo parlando, ovvero la turbativa d'asta, per stessa ammissione del relatore e della relazione che ci accingiamo ad approvare, sarebbe avvenuta mediante lo scambio materiale delle buste con le varie offerte, in modo tale da far risultare quella della ATI di Ferrara vincitrice in danno di altri concorrenti; questo è il fatto.
Rispetto a questi fatti, si tratta di vedere non quali elementi di prova ci sono a carico dell'uno, o dell'altro, perché questo spetta alla magistratura, non spetta a noi. Se dovessimo accettare questo principio, l'affermazione fatta poc'anzi - nessun cittadino deve essere privato della libertà personale -, un principio sacrosanto, noi, oggi, per questa ragione, staremmo praticando una disparità di trattamento. Quel cittadino che è in mezzo a noi, può e non deve essere privato della libertà personale. Per gli stessi fatti, altri cittadini, su questa stessa inchiesta, vengono privati della libertà personale da una magistratura che voi stessi avete detto che sta conducendo, in questa indagine, una meritoria attività di cui gli va dato atto.

Innanzitutto, vorrei ricordare che, al di là della prassi di comodo che questo Parlamento sta portando avanti da diversi anni, l'articolo 68, secondo comma, della Costituzione, riserva la possibilità di non concedere l'autorizzazione alla limitazione della libertà personale solo quando vi è un fumus persecutionis, un intento persecutorio che va accertato, va dichiarato, va provato.
È difficile davvero individuare in questa relazione un'attività persecutoria della magistratura, se quella stessa magistratura viene chiamata, per questo stesso fatto, una magistratura che sta portando avanti una meritoria attività, essa e le forze dell'ordine.

La verità è molto semplice, signori colleghi, ed è che questo Parlamento, con riferimento ad alcuni cittadini italiani, sta applicando un principio diverso, vale a dire: per i parlamentari le valutazioni sugli elementi di prova non le fa soltanto il giudice ma le fa il Parlamento.
Vorrei ricordare che esiste un sistema endoprocessuale per far valere le proprie ragioni (il tribunale del riesame, il ricorso per Cassazione e quant'altro) e che in quella sede noi ci auguriamo che le istanze del deputato Margiotta possano essere prese in considerazione in modo positivo. Noi non dubitiamo che egli saprà difendere sé e il suo onore nelle sedi debite e competenti. Non accettiamo la regola per cui una sede diversa, soltanto perché un cittadino è parlamentare, possa stabilire una giurisprudenza diversa.

Non accettiamo il principio per cui gli elementi di prova, così come descritti nella relazione, possano essere e debbano essere valutati da questa Aula, perché questo non lo dice la Costituzione, perché la Costituzione invece dice che dobbiamo valutare soltanto gli elementi persecutori. Per questa ragione crediamo che in questo momento noi ci stiamo ponendo di fronte al Paese, ancora una volta, come una casta che vuole difendere se stessa (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà e di deputati del gruppo Partito Democratico - Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).
Noi non prendiamo a cuor leggero la decisione di votare per la concessione degli arresti domiciliari del collega. Sappiamo quali sono le prerogative del parlamentare, ma sappiamo che è ora di mettere un punto fermo a questo principio, a questa prassi, a questa brutta abitudine che questo Parlamento ha preso da molti anni, tanto è vero che, nonostante molte volte siano state avanzate richieste di misure cautelari, questo Parlamento, ad eccezione di quattro volte, non le ha mai concesse alimentando così quel principio di disparità di trattamento, di possibilità di eludere il corso della giustizia. Noi crediamo che sia giunto il tempo di riflettere in modo pacato ma responsabile su quale sia il ruolo del parlamentare, e su quale sia il limite delle sue guarentigie. Io non credo che questo Parlamento debba continuare a valutare le prove, e a valutarle una volta come conviene ad una coalizione, un'altra volta come conviene all'altra coalizione, e poi trovare un incontro perché quel che succede ad una parte può succedere un domani all'altra parte.

È giusto che, in caso dovesse succedere ad ognuno di noi, si corra dal giudice a far valere le proprie ragioni. Crediamo che sia il tempo di assumersi le proprie responsabilità di fronte alla legge e di fronte al Paese, e di interrompere questo metodo che finisce per togliere ogni credibilità alla nostra azione, al nostro ruolo e alla nostra funzione.

Per questo, onorevoli colleghi, il gruppo dell'Italia dei Valori voterà per la concessione degli arresti domiciliari al deputato Margiotta (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)."

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17 Dicembre 2008

Una Giustizia che funzioni

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Lunedi 15 dicembre sono stato ospite alla trasmissione Iceberg, condotta da David Parenzo. Pubblico il video ed il testo di un mio intervento durante la puntata in tema di Giustizia.

"L'Italia dei Valori ha già presentato, e lo voglio dire al mio amico Walter, ben 21 disegni di legge, alla Camera e al Senato. Abbiamo messo, sul tavolo istituzionale, disegni di legge dove non si parla di riforme dei massimi sistemi, di divisione del Csm, della discrezionalità dell'azione penale ... Non parlano di massimi sistemi, ma di cose concrete, tra cui: l'aumento del 30% delle risorse finanziarie attraverso il ricorso a quelli che sono i fondi attualmente sequestrati e confiscati; l'aumento del 30% del personale para giudiziario che è stato ridotto con la legge Brunetta; la riduzione dei tempi processuali attraverso una rivisitazione del sistema delle impugnazioni e delle notificazioni; la risistemazione e ridefinizione delle circoscrizioni giudiziarie, perché ci sono alcuni tribunali che sono pieni di carte e altri pieni di ferie; l'eliminazione totale di tutti gli incarichi esterni dei magistrati, cosi che tornino a fare i magistrati.
C'è, inoltre, una magistratura che si chiama “magistratura militare”, oltre a quella onoraria. Questi magistrati, che hanno studiato e hanno fatto il concorso, invece di far niente, dobbiamo impiegarli nel civile.
Sa qual'è la differenza tra me ed Alfano? Che lui ha depositato il “Lodo Alfano”, io ho depositato i 21 disegni di legge per far funzionare la Giustizia. Lui per fermarla, io per farla camminare. Scegliete voi.
"

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8 Dicembre 2008

Giu' le mani dalla giustizia

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Ancora una volta si intravede all'orizzonte il tentativo di inciucio sui temi della giustizia. Ancora una volta il diavolo tentatore Silvio Berlusconi cerca di coinvolgere i partiti dell'opposizione nella proposta di una pseudo riforma che ha soltanto l'amaro sapore di una resa dei conti con la magistratura. L'obiettivo è sempre lo stesso: togliere l'indipendenza ai giudici e sottoporli al potere politico.

Un disegno che viene da lontano e che affonda le sue radici nel progetto della P2. La macchina della giustizia ha bisogno di altro: maggiori risorse economiche, più personale, e non certo dei tagli fino adesso stabiliti.

Prendiamo atto che alcuni partiti dell'opposizione si lasciano circuire, ma noi no. L'Italia dei Valori è in campo per difendere la separazione dei tre poteri, principio fondante della democrazia. E, di fronte a quest'ennesimo allarme democratico, l'Italia dei Valori è pronta a chiamare a raccolta i cittadini per altre cento e mille piazza Navona.

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7 Dicembre 2008

Why not? Guai not

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Questa vicenda “Why not” possiamo tradurla in “Guai not” per i politici.

Il sistema politico e affaristico non vuole guai, quindi se la giustizia ci mette mani dice “Why not? Guai not!”. Per questa ragione, il magistrato che stava indagando, Luigi De Magistris, è stato spogliato delle indagini e mandato da un'altra parte. Quel magistrato è andato a denunciare i fatti presso la competente Procura di Salerno, la quale sta svolgendo delle indagini da cui ha preso atto che quel magistrato veniva fermato non solo da quelli che non volevano i guai, ma anche da alcuni suoi colleghi magistrati.

La Procura di Salerno stava procedendo ed è venuto il finimondo. Alcune persone, in quanto magistrati, hanno detto di non voler essere toccati. Anche a me è capitato, da magistrato, di essere inquisito, e andavo dal mio magistrato a far valere le mie ragioni. Dicono di essere stati perquisiti, ma anche io sono stato perquisito, e non è successo niente.

Se non hai nulla da temere, che ti frega di un indagine? Se ti frega è perché quella non è “Why not”, ma “Guai not”. Ecco perché non condivido quello che il Csm ha deciso oggi: sono da spostare, per incompatibilità ambientale e funzionale, sia i magistrati che hanno indagato sia quelli che sono stati indagati.

Non è una guerra fra bande. Il Csm ha il dovere di capire da che parte sta la verità, tutelare quelli che fanno il proprio dovere e punire quelli che non lo fanno. Se si fa di tutta l'erba un fascio, chi vince è “Guai not”.

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5 Dicembre 2008

Why Not deve andare avanti

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Nel tentativo di spargere fango, in modo che non si distingua l’erba buona da quella cattiva, oggi alcune agenzie stampa hanno riportato quanto segue:

DE MAGISTRIS: SALADINO, HO AVUTO RAPPORTI ANCHE CON DI PIETRO
…In effetti anche con l'On. Di Pietro ho avuto pregressi rapporti fino alla data in cui non mi e' stato notificato il primo avviso di garanzia, ragion per cui ho comunicato ad un soggetto attualmente vicino a Di Pietro come fosse inopportuno l'incontro precedentemente fissato, proprio per non creare imbarazzo all'On. Di Pietro". Lo afferma Antonio Saladino, imprenditore ed ex presidente della Compagnia delle Opere in Calabria, principale indagato dell'inchiesta Why Not…”

Si vuol fare di tutta l’erba un fascio, al fine di confondere le idee, e buttare all’aria tutta l’inchiesta? Tra l’altro, queste notizie circolavano già in rete da parecchi mesi e non mi sembra che abbiano mai avuto chissà quale rilievo. Non so se Saladino abbia commesso qualcosa di penalmente rilevante e mi auguro, per lui e per il Paese, che non sia così. Certo è che i miei rapporti con lui non sono stati né opachi né illeciti. Non sono solo io a dirlo. Ecco, infatti, cosa hanno riportato alcune agenzie on line all’epoca, circa i miei sporadici, e solo per fini elettorali, incontri con lui:

“…Il nome di Di Pietro compare sull’agenda di Saladino, le cui copie circolano nella redazione di un grande settimanale della sinistra italiana. In esse sono annotati tre incontri: un primo avvenuto durante la prima campagna elettorale (2001) del leader del neonato partito dell’Italia dei Valori. Di Pietro e Saladino si incontrarono all’aeroporto di Lamezia Terme e viaggiarono insieme fino all’hotel Capo Suvero di Gizzeria (Catanzaro). Si discuteva di politica e Di Pietro propose a Saladino un accordo di tipo elettorale. La cosa, però, non andò a buon fine e non se ne fece nulla. Un secondo contatto avvenne invece in occasione della campagna per le politiche del 2006, e i due si ritrovarono a Roma. Era presente all’incontro anche un aspirante candidato nelle liste di Di Pietro e il leader dell’Italia dei Valori chiese di nuovo a Saladino se fosse interessato ad accordi di tipo politico. Ma, anche questa volta, la proposta non sortì effetti. Un terzo abboccamento avrebbe dovuto svolgersi invece nel marzo dell’anno scorso, quando già era scoppiato il caso Why not. Un intermediario, che lavorava nella segreteria di Nicola Mancino, si fece avanti con Saladino per chiedere un incontro. Ma fu lo stesso imprenditore a suggerire di rimandare a tempi migliori, anche per evitare imbarazzi all’onorevole Di Pietro…”

Tutto qui. Nient’altro che incontri elettorali, senza alcun altro fine. Ed allora ribadisco che è estremamente necessario ricostruire fatti e rapporti di persone citate nell’inchiesta. Chi, come me, non ha nulla da nascondere non può che auspicare che ‘Why Not’ vada avanti. Anzi, buon senso vorrebbe che a proseguire le indagini fosse proprio De Magistris, il magistrato che, avendo iniziato l’indagine, conosce a menadito tutte le carte ed ogni risvolto processuale. E’ un’inchiesta che non deve essere lasciata nel limbo perché, ogni giorno, vengono tirate in ballo centinaia di persone, a volte a proposito, ma tante altre a sproposito.
Solo la magistratura può dipanare la matassa tra rapporti leciti e illeciti. Se non può più farlo De Magistris lo si lasci fare alla Procura della Repubblica di Salerno che ha dimostrato con i fatti di non aver timore reverenziale per nessuno.

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4 Dicembre 2008

L'interessamento di Napolitano

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Prendo atto, con il dovuto rispetto istituzionale, della decisione presa dal Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, di chiedere informazioni e acquisire atti riguardanti l'inchiesta in corso sul caso De Magistris. Ciò non mi esime, però, dall'esprimere riserve circa il modo e il tono usato.

Con tale decisione si rischia la criminalizzazione preventiva e preconcetta dell'attività di indagine che sta svolgendo la procura di Salerno nei confronti dei colleghi magistrati calabresi e di atti di indagine coperti da segreto istruttorio.

Inoltre si rischia, paradossalmente, di aggravare quella "compromissione del bene costituzionale dell'efficienza del processo, che è aspetto del principio di indefettibilità della giurisdizione", parole che ha usato lo stesso Capo dello Stato nella richiesta inviata al Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Salerno.

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28 Novembre 2008

Alfano: autoassolto

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Pubblico una lettera inviatami da Luigi Li Gotti, senatore e capogruppo dell’Italia dei Valori in commissione Giustizia , sullo scandalo che ha travolto il concorso per magistrati ordinari tenutosi a Milano il 19, 20 e 21 novembre scorsi. Sono pienamente d'accordo con Luigi.

“Caro Antonio,
nei giorni dal 19 al 21 novembre 2008 si sono tenute a Milano le prove scritte del concorso a 500 posti di magistrato ordinario.
Secondo la legge è vietato introdurre nell’aula d’esame carta da scrivere, appunti, manoscritti, libri o pubblicazioni di qualunque genere non autorizzati inclusi telefoni cellulari, agende elettroniche e qualsiasi strumento idoneo alla memorizzazione di informazioni o alla trasmissione di dati.
Per introdurre qualsiasi materiale bisogna dunque seguire un’apposita procedura di consegna, controllo e convalida dei codici e dei testi di legge di cui è ammessa la consultazione in sede di esame.
Come si legge dai giornali quel che è accaduto è di una gravità inaudita. Alcuni candidati erano provvisti di materiale che non poteva essere autorizzato ma che, nelle vie di fatto, lo era stato con tanto di vidimazione del Ministero della giustizia che ne avrebbe attestato l’ammissibilita`.
Ciò che è accaduto dopo è ora in corso di verifica, alcuni candidati sono stati espulsi altri, con disparità di trattamento hanno continuato la loro prova nonostante la segnalazione di molti candidati di testi “macroscopicamente vietati” e per lo più timbrati e quindi autorizzati. Sembra addirittura con il benestare di autorità presenti e preposte al controllo.
Su questi avvenimenti gravissimi che screditano e gettano fango su un ruolo ed un settore già fortemente messo in discussione dall’operato di questo governo come quello della magistratura e della giustizia necessitano provvedimenti urgenti e la volontà di fare piena luce nel più breve tempo possibile.
Le soluzioni muscolari annunciate dal Ministro Alfano, in merito alle scandalose modalità di svolgimento della prova scritta del concorso in magistratura, appartengono alla solita e obsoleta categoria degli annunci.
In un’azienda un manager paga il suo errore o quello dei collaboratori poiché le sue responsabilità sono anche nella scelta della sua squadra e nei processi gestionali che a lui fanno capo.
Il Ministro Alfano, per ruolo e funzioni è politicamente responsabile di quanto accaduto.
E' un tipico malcostume italiano quello di non assumersi mai le responsabilità politiche degli accadimenti. Il politico per definizione “non paga”. La colpa è sempre attribuita ai suoi sottoposti e il vertice politico è in perenne autoassoluzione. Basta mostrarsi indignati e con la faccia feroce per avere la coscienza perennemente candida.
Possibile che mai nessun vertice politico risponda per le inadempienze dei propri sottoposti? Con quale esempio questa classe dirigente si presenta ai cittadini?

Con stima. Luigi Li Gotti"

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22 Novembre 2008

Predicano sicurezza, ma praticano illegittimita'

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Riporto la seconda parte della mia intervista rilasciata a "il Caffè", di Corradino Mineo, a RaiNews24.

Corradino Mineo: Di Pietro, c'è un obiezione che gli fanno in molti: personalizzando lo scontro su Berlusconi, alla fine Di Pietro fa un favore a Berlusconi e fa un danno a Veltroni. Lei cosa risponde?
Antonio Di Pietro: Ho capito. Allora lei dice che “se una persona da la botta in testa ad uno, a forza di urlare quello gode di più e gli da altre botte”. Non ho mica capito.

Corradino Mineo: Questo Berlusconi lo hanno eletto più volte gli italiani. Centrare tutto sul personaggio Berlusconi non è un limite? Non le sembra un limite della sua politica?
Antonio Di Pietro: Scusa, ma il limite della politica non è occupare il potere in conflitto d'interessi per farsi gli affari suoi? Questo si prende la vigilanza Rai, si prende il controllo del Parlamento, e nessuno deve dire niente perché se no tu parli sempre di lui. Ma è lui che occupa spazi di democrazia, è lui che viola la democrazia. Chi lo deve dire questo? E' un po come una volta, tanti anni fa, qualcuno si era messo a fare il Duce, qualcun altro ha cominciato a far la resistenza, e tutti gli altri dicevano “ma perché stai a fare la resistenza? Cosi lui fa più il Duce”. Bella roba. Se non ci fosse stato il primo resistente staremo ancora con il Duce.

Corradino Mineo: Lei dice che la responsabilità è di Berlusconi che occupa tutto il campo. Parliamo anche di altre cose. Per esempio, sulla vicenda Alitalia, il Presidente del Consiglio dice “Lufthansa è una buona soluzione”.
Antonio Di Pietro: No, mi scusi. Lo dico ancora adesso: signori economisti, professori del libero mercato, perché non reagite? Vi rendete conto che abbiamo un Presidente del Consiglio, che nel mentre si sta facendo una trattativa delicatissima che riguarda un asset fondamentale per l'economia italiana e per il trasporto italiano, va da Sarkozy e dice “mi piace venderla ad Air France”, va in Germania e dice “mi piace venderla a Lufthansa”. Non è questa una turbativa di mercato? Non è questo un comportamento inopportuno, al limite dell'illegittimo, da parte del Presidente del Consiglio? Non è un'intromissione del pubblico in una trattativa privata? Ecco cosa voglio dire: lui ha trasformato la vicenda Alitalia in un affare in cui ha messo alcuni amici suoi, soci suoi, ha permesso loro di comprare l'attivo di Alitalia a quattro soldi senza gara, e tutti i debiti li ha scaricati sugli italiani, compreso gli ultimi 300 milioni di euro. Ogni italiano dovrà pagare qualche centinaio di euro quest'anno per coprire i debiti di Alitalia, che non li hanno prodotti i dipendenti, ma i manager e qualche politico, come un ministro suo che si è fatto fare la linea apposta per andare da casa sua a Roma. La vicenda dei dipendenti Alitalia non è una vicenda di fannulloni che hanno messo in crisi la compagnia, quello lo hanno fatto i manager. E' una vicenda in cui la “compagnia del Cai” dice di voler assumere il personale in parte, guardandoli uno ad uno come si usa nelle fiere dei cavalli: “tu in cinta? No”, “tu con il bambino piccolo? No”, “tu andicapato? No”. Se li sceglie uno ad uno come si faceva con Kunta Kinte ai tempi della tratta degli schiavi.

Corradino Mineo: I suoi rapporti con Veltroni come sono?
Antonio Di Pietro: Ottimi e abbondanti. Intendo dire questo: l'Italia dei Valori è una formazione politica che sta all'interno di un'alleanza riformista, e intende costruire un'alternativa ed un alternanza, perché c'è un'altra Italia possibile al governo Berlusconi. Lavora oggi per aprire gli occhi agli italiani che sono stati truffati politicamente. Il messaggio politico di Berlusconi è stato: “votate me che state meglio voi”. Hanno votato lui, ma sta meglio lui e qualche amico suo.

Corradino Mineo: L'ultima domanda riguarda la proposta del guardasigilli Alfano: non il carcere per chi ha pene molto basse, come 4 anni, ma lavori sostitutivi come lo spazino. Le sembra una buona proposta?
Antonio Di Pietro: E' una boiata pazzesca. Se sei incensurato e fai un reato non dice “no al carcere”, ma “si estingue la pena se fai un periodo di prova come tagliare le aiuole”. Siccome ogni venti volte che si compie un reato una volta si viene scoperti, per 19 volte la fa franca, la ventesima si taglia un po di prato, il reato si estingue e lui è sempre incensurato.

Corradino Mineo: Quindi è un amnistia.
Antonio Di Pietro: I reati ambientali, i reati in materia di tutela del lavoro, i reati fiscali... ci sono tanti reati che saranno abbuonati. Come al solito questi predicano sicurezza, ma praticano illegittimità.

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15 Novembre 2008

Il quesito di Alfonso

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Tra i quesiti che ho ricevuto attraverso il sito dell'Italia dei Valori volevo riportare quello di Alfonso Garofalo, seguito dalla mia risposta.

Il quesito:

Presidente,
Sono del casertano, 21 anni.Qua sembra che ci sia una guerra civile in corso con tutte queste volanti, mancano solo i carrarmati. In verità a me sembra una messa in scena. Credo che lo Stato non voglia togliere di mezzo questa camorra, non ci vuole proprio lottare. Eppure qui tanti problemi sono evidenti a tutti! Tutti sanno del "sistema" camorra. Ma lei una risposta giusta ce l'ha al problema camorra? La si sta combattendo? Ci sono interessi per non combatterla? Desiderei da lei che tanto stimo,una risposta chiara. Grazie per tutto quello che fa per il bene dell'Italia.

La mia risposta:

Caro Alfonso,
come ha messo bene in evidenza Saviano, il Sistema della camorra si basa su meccanismi che coinvolgono l’economia (malata) a livello anche internazionale, e la sopravvivenza stessa di un territorio straordinario come quello in cui vivi. E’un fenomeno complesso che non si combatte certo con azioni eclatanti come quelle che descrivi; tanti sono i coraggiosi che combattono in silenzio da anni: parroci, forze dell’ordine, magistrati, commercianti… Noi siamo dalla parte di questi coraggiosi. Anche io ritengo che tutta questa mobilitazione sia soprattutto una “messa in scena”, e che se non si ha il coraggio di andare a colpire quei meccanismi di finanza malata e intreccio affaristico dentro e fuori la Campania, a nulla servirà mandare esercito e carri armati. Fa parte delle strategie di immagine e comunicazione di questo governo, che racconta ancora di aver risolto il problema della spazzatura a Napoli. Hanno paura di dire le cose come stanno, ma noi no. Io faccio il possibile, nella mia attuale attività parlamentare, per cercare di riaffermare un’idea della politica davvero “pulita”, e basata in primis sui valori della legalità, contro mafie, caste e privilegi, a qualsiasi livello.

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10 Ottobre 2008

La tutela dei testimoni di giustizia

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PRESIDENTE. L'onorevole Di Pietro ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00162, concernente iniziative anche di carattere normativo per tutelare tutti i «testimoni di giustizia» e misure per incentivare le testimonianze delle persone offese dai reati commessi dalla criminalità organizzata.

ANTONIO DI PIETRO. Signor Presidente, prima di aprire la tematica dell'interpellanza urgente vorrei ringraziare e scusarmi con il sottosegretario Mantovano, perché in effetti, per una questione tecnica, si poteva e forse si doveva svolgere questa interpellanza la settimana prossima, ma proprio perché con gli uffici non si è trovata altra soluzione il sottosegretario Mantovano, con encomiabile rispetto per il Parlamento, ha fatto salti mortali per trovarsi qui oggi. Quindi, devo ringraziarlo e scusarmi con lui proprio perché ha fatto il possibile.
Intendo introdurre questo tema con assoluta mancanza di ogni forma preconcetta di contrasto a ciò che sta facendo il Governo e soprattutto il sottosegretario Mantovano che si sta occupando da anni di questo tema. Chi di noi si è occupato di giustizia conosce bene il tema dei testimoni di giustizia, quindi mi limiterò ad alcune brevi osservazioni.

Qual è la premessa?
È una riflessione in Parlamento sulla questione se il ruolo del testimone di giustizia sia ancora un ruolo ritenuto importante dallo Stato, se al cittadino convenga fare il testimone di giustizia, se il cittadino, che rispetta le leggi e si fa carico di riferire all'autorità giudiziaria o comunque all'autorità ciò di cui viene a conoscenza rispetto ad altri cittadini che non rispettano le leggi, sia sufficientemente tutelato per questo, e se e cosa possa fare il Governo, il Parlamento, le istituzioni tutte per venire incontro a quelle persone che, facendo il loro dovere, ne pagano le conseguenze.
È un tema importante, è un tema che oggi poniamo all'attenzione con riferimento ad un caso specifico, quello di Pino Masciari, di cui parleremo a breve, ma in relazione al quale non vorrei che questa discussione si esaurisse con la trattazione del caso specifico, perché credo che questo tema meriti attenzione. Vi sono, infatti, situazioni delicatissime denunciate da coloro che sono testimoni di giustizia.
Ricordo a me stesso - non certo al sottosegretario Mantovano che credo sia uno di quelli che ha contribuito a scrivere la norma in materia - che ci si riferisce non ai collaboratori di giustizia, seppure la normativa sui testimoni di giustizia equipara la loro posizione, rispetto alla giustizia, ai collaboratori di giustizia. Di fatto è così; possiamo discuterne come ci pare, ma ai fini delle tutele, dei benefici e degli interventi, collaboratori e testimoni vengono visti allo stesso modo. Invece, sappiamo bene che il testimone non è colui che, dopo aver commesso il fatto, con atto di resipiscenza operosa si attiva, ma è colui che, senza aver fatto parte di organizzazioni criminali - dice espressamente la legge n. 45 del 2001 - anzi essendone a volte vittima, come esplica ancora la legge, ha sentito il dovere di testimoniare per ragioni di sensibilità istituzionale e rispetto delle esigenze della collettività, esponendo se stesso e la sua famiglia alla reazione degli accusati e alle intimidazioni della delinquenza. Mica è uno qualsiasi questo testimone di giustizia.

Per intenderci vorrei ricordarne qualcuno, anzi forse mi basterebbe ricordare una sola testimone di giustizia, una diciassettenne - credo che il sottosegretario Mantovano la ricordi bene anche lui - Rita Atria. È una ragazza che nasce da una famiglia mafiosa, a undici anni perde il padre, nel senso che il padre viene ucciso dalla mafia perché è un mafioso della famiglia di Partanna; lei è una ragazzina e il padre è un mafioso. Lei a questo punto si lega al fratello Nicola e alla cognata Piera Aiello, e ovviamente anche il fratello Nicola fa parte della famiglia mafiosa. Nel giugno del 1991 uccidono anche il fratello.
Si ritrova così a diciassette anni senza arte né parte e le due donne non sanno da chi andare e vanno da una persona che cominciano da subito a chiamare zio: è Paolo Borsellino. Questi raccoglie tutte le loro testimonianze perché Nicola si fidava della moglie e della sorella e ha raccontato loro tutto ciò che faceva insieme al padre e tutto ciò che faceva quella famiglia mafiosa di Partanna. Loro si affidano a questo zio, che sarà ucciso. Lei, disperata, una settimana dopo la bomba di via d'Amelio si uccide a Roma, dove viveva in segretezza.
Ricordo che la cognata disse queste parole, ricordando Paolo Borsellino: «Dopo la morte di zio Paolo mi sono scontrata con una realtà paradossale: oltre alla mafia dovevo combattere con i funzionari e gli apparati dello Stato per ottenere il mio diritto ad essere cittadino. Per anni ho subito bugie su bugie, umiliazioni su umiliazioni, sopraffazioni su sopraffazioni, macchine da tribunale sempre pronte a partire e ad arricchire verbali di interrogatori. Insomma, servivamo soltanto per riempire verbali di interrogatorio. Non persone, non cittadini, non pesi da trascinarsi, piuttosto pesi che di tanto in tanto vengono tirati fuori dagli armadi, vengono rispolverati con una telefonata ipocrita da parte di qualche funzionario dello Stato, poi il silenzio che uccide le speranze, lo spirito, la voglia di vivere, quel silenzio e quella solitudine che, secondo me, hanno spinto la mia cara cognata, Rita Atria, a spiccare il volo verso la libertà senza vincoli, la morte».
Questi sono i testimoni di giustizia: persone che mettono concretamente a rischio loro stessi per aiutare lo Stato a combattere la criminalità. Lo Stato ha approvato una legge molto chiara, la legge 13 febbraio 2001, n. 45, che afferma molti principi. Stabilisce che ........

devono esservi misure di protezione fino all'effettiva cessazione del servizio e del pericolo per sé e per i familiari. Quindi, una protezione vera, reale ed effettiva. Dice che vi devono essere misure di assistenza anche oltre la cessazione di questo pericolo e interventi per dare un tenore di vita personale e familiare non inferiore a quello che esisteva prima per quanti si sono recati dalla giustizia. Afferma appunto che vi devono essere una serie di interventi anche finanziari per mettere queste famiglie in condizione di vivere. Insomma, tutto sommato, la legge cerca di venire incontro a tutto questo e all'articolo 12, introducendo l'articolo 16-ter nella legge 15 marzo 1991, n. 82, chiude con una norma quadro: se lo speciale programma di protezione include il definitivo trasferimento in altra località, il testimone ha diritto ad ottenere tutte quelle stesse speranze di vita che aveva prima.
Dunque, oggi, quale questione vogliamo introdurre parlando del caso Pino Masciari, di cui vogliamo discutere, ma è soltanto l'occasione? Vogliamo cercare di dialogare con il Governo - ripeto, sottosegretario Mantovano, non è per criticare il Governo ma per dialogare con il Governo, per confrontarci con il Governo - per vedere se si può fare qualcosa di più e di meglio rispetto a ciò che si è fatto in questi anni perché non c'è testimone di giustizia che sia rimasto soddisfatto di aver fatto il suo dovere. Ogni persona che ha fatto il suo dovere (ho un elenco, ma non voglio leggerlo perché non voglio apparire patetico) dopo aver fatto il testimone di giustizia si è ritrovata a fare la fine del - come si dice dalle mie parti - «cornuto e mazziato».
Lei sa meglio di me, sottosegretario Mantovano, che non molto tempo fa a Castel Volturno ne è stato ammazzato uno che, facendo il testimone di giustizia, ha riferito tanti fatti che servivano allo Stato, dopodiché lo Stato ha revocato la sua protezione e poco tempo fa Domenico Coviello è andato in paradiso.
Dunque, ritengo che dobbiamo trovare un sistema per fare in modo che queste persone si sentano protette dallo Stato. Lei, l'altro giorno, il 6 ottobre, a Palermo, ha detto una cosa importante. È un'affermazione che forse qualcuno le ha contestato ma io credo che lei abbia ragione. Lei ha detto che il Governo proporrà l'introduzione di sanzioni all'imprenditore che gestisce apparati pubblici e non segnala la pressione delle cosche. Ha detto inoltre che intendete farlo con un emendamento al cosiddetto pacchetto sicurezza.
In altre parole voi dite all'imprenditore: «Caro signore, se qualche mafioso ti avvicina tu non devi più fare solo il testimone di giustizia se vuoi, lo devi fare obbligatoriamente, altrimenti ti vengono revocati gli appalti, avrai la risoluzione dell'appalto e vieni interdetto dall'attività di impresa». Guardi che è durissimo quello che sta dicendo lei, ma credo che abbia ragione, perché è l'unico modo per contrastare la mafia. Noi in Parlamento ci confronteremo su questo emendamento, quando lo presenterà. Noi dell'Italia dei Valori non vogliamo opporci a questo emendamento, ma vorremmo che fosse aggiunto qualcosa in più: ossia evitare che quelli che fanno il loro dovere non si trovino in braghe di tela, perché questo è il dramma.
Se prendiamo il caso di Pino Masciari, si può condividere o meno ciò che ha fatto, ma certamente, da atti non miei, ma della apposita commissione addetta al programma di protezione, ancora nel 2008 viene riferito che Pino Masciari è a tutti gli effetti inserito nel programma di speciale protezione e quindi è persona che è considerata a tutti gli effetti testimone di giustizia. E non lo è perché se lo è inventato lui o perché è stato favorito in qualcosa, ma lo è perché lo stesso Ministero dell'interno, il 24 aprile 2008 e quindi non molto tempo fa, scrive testualmente: «Il Masciari, imprenditore edile, ha reso un eccezionale contributo testimoniale all'autorità giudiziaria, consentendo la disarticolazione delle pericolose aggressioni criminali che si erano rese responsabili di continue estorsioni e vessazioni nei suoi confronti. Tali fatti hanno determinato una rilevante esposizione debitoria del Masciari (...)».
Con questo voglio dire che ci troviamo di fronte ad un altro testimone di giustizia, come tanti testimoni di giustizia, e Masciari è per me solo un'occasione per parlare di un tema importante, per vedere se si può trovare una soluzione a tutto ciò. Orbene, nel caso di Masciari il 19 settembre, poi ribadito anche il 2 ottobre, la commissione ha deciso. Masciari ha chiesto l'accompagnamento e la scorta per i suoi viaggi, ma ha chiesto l'accompagnamento e la scorta per i suoi viaggi non per motivi di giustizia, ma perché vuole andare a fare cose sue: in questo caso voleva andare a fare convegni all'università per spiegare ai giovani il dovere, oltre che il diritto, di rispettare la legge e il dovere civico di denunciare le angherie e le superbie che si possono fare da parte della criminalità mafiosa, e quindi andava a fare anche qualcosa di nobile. Rispetto a tutto ciò gli è stato risposto che gli veniva concessa la possibilità di essere assistito, ma poi il teste avrebbe potuto in ogni caso effettuare spostamenti in piena autonomia. Per il resto, le sue istanze di essere scortato non sono accolte. Qui c'è un problema: se noi decidiamo che il testimone di giustizia è tale soltanto quando ci serve, se nei confronti di coloro che fanno il loro dovere li accompagniamo, li tuteliamo, offriamo loro il cappuccino la mattina solo quando devono andare in tribunale e non quando devono vivere una vita normale, poi è difficile dir loro nello stesso tempo: «Però, se sbagli, ti ritiro l'appalto, ti tolgo il contratto e non puoi fare più l'imprenditore». Diventa difficile tutto ciò.
Ripeto: signor sottosegretario Mantovano, sarebbe davvero ingiusto criminalizzare questo Governo o dire che altri Governi hanno fatto meglio. È un tema vero, concreto, reale, con cui ci scontriamo tutti i giorni, perché è davvero difficile assicurare l'incolumità a una persona nei cui confronti la criminalità mafiosa ha deciso di regolare i conti. E siccome è difficile tutto ciò, dobbiamo tutti insieme trovare una soluzione. Allora la mia domanda è questa: che cosa - oltre al fatto che, come ha detto lei, dobbiamo costringere gli imprenditori a venire fuori e a dichiarare quanto hanno da dichiarare - possiamo fare per dare più garanzie, per farli sentire più tranquilli e più sereni, per far loro capire che non sono soltanto uno straccetto usa e getta, ma che dopo possiamo fare qualcosa con loro.
In particolare, per quanto riguarda la vicenda di Masciari se sia vero o non sia vero che c'è una discrasia tra ciò che le carte dicono che deve essere tutelato e ciò che di fatto è: ovvero che ancora oggi Masciari è senza scorta quando si sposta non per motivi di servizio. Signor sottosegretario, so che mi dirà che non è così. Prima di dirlo però - la prego - insieme a me, se vuole, di usare il videotelefonino per vedere dove si trova Masciari, in questo momento, senza scorta: in Calabria, dove nessuno lo sta scortando (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).

PRESIDENTE: Il sottosegretario di Stato per l'interno, Mantovano, ha facoltà di rispondere.

ALFREDO MANTOVANO, Sottosegretario di Stato per l'interno. Signor Presidente, benché non riguardi l'interpellanza in esame, sento il dovere di far presente alla Presidenza e ai firmatari di altri atti di sindacato ispettivo per la giornata di oggi, alcuni impegni istituzionali, ovviamente documentabili. Facevo prima accenno all'onorevole Di Pietro al disegno di legge sulla sicurezza: c'è infatti la necessità oggi, in sede di Presidenza del Consiglio, in coincidenza con la scadenza dei termini per la presentazione degli emendamenti, di coordinare la presentazione dei medesimi. Io non avevo dato disponibilità alla mia presenza e in tal senso avevo concordato con l'onorevole Di Pietro un rinvio della sua interpellanza. Le cose sono andate diversamente e la mia disponibilità, purtroppo, pur essendo di massima costante - come, credo, gli atti parlamentari dimostrano - deve limitarsi alla sua interpellanza. Ciò non significa assolutamente mancare di rispetto a chi ha presentato altri atti di sindacato ispettivo. Intendo ricordare che in questo momento il Ministro dell'interno - che ha risposto comunque su queste vicende nelle linee generali nel corso della giornata di ieri - è al Consiglio dei ministri di Napoli; altri due colleghi hanno altrettanti impegni seri e istituzionali. Io mi trovo pertanto in queste condizioni e devo ringraziare il collega Menia per la sua presenza nelle risposte.
Vengo alla interpellanza in oggetto. Uno dei limiti principali della legge 13 febbraio 2001, n. 45, che in quegli anni aveva disciplinato il sistema delle protezioni, è stato quello della mancata distinzione tra i collaboratori di giustizia (i cosiddetti pentiti) e i testimoni ovvero fra chi, al di là dei drammi interiori, ha commesso delitti e punta ai premi derivanti dalla collaborazione e chi, da persona onesta, non può e non deve subire danni per le dichiarazioni che rende su gravi fatti criminali. Il risultato è stato che, per troppo tempo, circa un decennio, i testimoni di giustizia sono stati considerati alla stregua dei cosiddetti pentiti, con profonde ferite della dignità personale unitamente a gravi disfunzioni operative.
Ritengo - e ringrazio l'onorevole Di Pietro per averlo ricordato - di aver avuto una minuscola parte nella modifica di questo sistema: ho infatti redatto, nel corso della tredicesima legislatura, per la Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia e delle altre associazioni criminali similari, una relazione sui testimoni di giustizia, approvata all'unanimità nel 1998, nella quale si descrivevano queste anomalie, partendo dall'esame di casi concreti; ho inoltre presentato, sempre nel corso della tredicesima legislatura, una proposta di legge tesa al riconoscimento di un vero e proprio statuto del testimone di giustizia, poi recepito nella legge n. 45 del 2001, di riforma del sistema di protezione. Quella legge ha introdotto - anche questo è stato ricordato - profonde innovazioni in materia, partendo dal presupposto che i testimoni di giustizia non hanno soltanto un indubbio valore processuale, dal momento che la loro parola non necessita, a stretto rigore, di riscontri, ma hanno un valore civile ancor più certo, soprattutto nelle aree di consolidata tradizione omertosa, nelle quali sono rari i casi di testimoni oculari di delitti. Proprio per questo, la legge di riforma ha differenziato in modo netto la posizione dei testimoni da quella dei collaboratori, con le disposizioni a tutti note. La legge è poi stata seguita, nel 2004, da un decreto ministeriale di attuazione. Dall'ottobre 2001 fino al maggio 2006 e poi a partire dal luglio 2008, sono chiamato quotidianamente ad applicare queste norme quale presidente della commissione sui programmi di protezione. Nel periodo intermedio tale compito è stato svolto dall'onorevole Minniti, quale viceministro dell'interno. Vorrei ricordare questo per sottolineare l'assoluta continuità: non si parla di questo o dell'altro Governo, si parla dello Stato e della sua posizione nel confronti dei testimoni di giustizia. In tale veste posso dire, con assoluta serenità - ma cercherò di documentarlo con dati oggettivi - che nell'atto di sindacato ispettivo vi è una serie di inesattezze.
Per cominciare non risponde al vero che, come si scrive nell'interpellanza, la delibera che assegna le condizioni di protezione e mantenimento deve essere accettata, pena il decadimento di tutti i diritti di protezione. I diritti e i doveri derivanti dalla condizione di soggetto protetto derivano dalla legge, non da una delibera di commissione, e sono contenuti, come certamente l'interpellante sa, nell'articolo 12 della legge, così come modificata nel 2001, e nell'articolo 9 del decreto ministeriale 23 aprile 2004. Le disposizioni contenute nelle due fonti appena enunciate vengono trasferite nel contratto che il testimone è chiamato a sottoscrivere all'atto dell'ingresso nel programma.
Dall'insieme di norme primarie e secondarie va detto ancora che non risponde al vero che i testimoni di giustizia abbiano un trattamento parificato, se non addirittura inferiore, a quello dei collaboratori di giustizia: ci sono delle differenze importanti. Segnalo che i testimoni di giustizia hanno accesso a mutui agevolati senza dover prestare garanzie, in virtù di una convenzione stipulata con un importante istituto bancario e questo non accade per i collaboratori. Hanno facoltà di chiedere allo Stato l'acquisizione, a prezzi di mercato, dei beni che lasciano nella località di origine se si sono trasferiti, e anche questo non accade per i collaboratori.
Possono, inoltre, servirsi di consulenti di loro fiducia, le cui prestazioni sono integralmente a carico del servizio centrale di protezione, per qualsiasi problema legato alle pregresse attività lavorative e a quelle future da intraprendere. Ricevono assegni mensili di mantenimento di importo superiore - ma per delibera oggettiva - del 50 per cento, a parità di consistenza del nucleo familiare, rispetto a quello dei collaboratori di giustizia, con possibilità di integrazione maggiore in presenza di un reddito pregresso documentato.
Godono del rimborso delle cure mediche, comprese quelle odontoiatriche, effettuate in regime privatistico, di contributi straordinari relativi al tenore di vita preesistente, rimborso vacanze, acquisto testi e attrezzature scolastiche e della possibilità, come è giusto che sia, di visionare preventivamente gli alloggi scelti per loro dal servizio centrale di protezione che sono sempre di livello almeno pari a quello occupato nella località di origine. Possono, inoltre, fruire, a richiesta, di colloqui di orientamento e sostegno con i direttori tecnici psicologi del servizio centrale di protezione e del risarcimento del danno biologico, in merito all'accertamento del quale vige da tempo una convenzione con il servizio medico legale dell'INPS.
Dall'approvazione della legge 13 febbraio 2001, n. 45 si è molto lavorato sul terreno del reinserimento socio - lavorativo del testimone, nella consapevolezza che esso non può prescindere, così come prescrive la legge, dal tenore di vita e dal tipo di attività che ha preceduto l'ingresso nel programma di protezione.
Il discorso è relativamente più agevole quando il testimone, in precedenza, aveva svolto un lavoro autonomo, per esempio aveva gestito un esercizio commerciale o aveva condotto una azienda, mentre presenta aspetti più problematici nelle ipotesi in cui l'attività antecedente alla deposizione era alle dipendenze dei privati, ma anche da questo punto di vista si è lavorato per reinserire chi aveva questa condizione pregressa.
La trattazione dei singoli casi riguardanti i testimoni è avvenuta e avviene col coinvolgimento attivo degli stessi interessati ai quali è chiarito, nel corso delle audizioni svolte in commissione, che non devono in alcun modo in sentirsi controparte rispetto allo Stato, bensì protagonisti delle scelte relative al proprio futuro, contribuendo in modo propositivo alla formazione delle decisioni che li riguardano. Le audizioni, peraltro, permettono alla commissione di avere l'esatta cognizione della condizione dei testimoni di giustizia e quindi di poter adottare i provvedimenti ritenuti più aderenti alla soluzione dei problemi rappresentati.
Sui testimoni giochiamo una partita difficile: quella della credibilità delle istituzioni nella lotta la criminalità. La garanzia di un adeguato futuro ai testimoni e alle loro famiglie è in grado di incoraggiare altri a non avere remore nel riferire quanto è a propria conoscenza alle forze dell'ordine e all'autorità giudiziaria. Obiettivo primario, peraltro, è consentire il più possibile, se ovviamente il testimone lo desidera o lo chiede, la permanenza nel luogo di origine attraverso adeguate misure delle quali, in ogni caso, va sempre verificata la possibilità.
Attualmente il numero dei testimoni protetti in loco è in totale di ventuno: non c'erano prima della legge 13 febbraio 2001, n. 45. Dodici si trovano in Campania, quattro in Calabria, tre in Sicilia e due in altre regioni.
Questo, a mio avviso, rappresenta un segno di vittoria dello Stato in tutti questi casi specifici, pur nelle obbiettive difficoltà di tutela, perché quando un testimone viene ammesso al programma, la sua protezione, con il trasferimento in una località protetta, è garantita dalla mimetizzazione. Si porta il testimone a mille chilometri di distanza in un luogo dove nessuno, perlomeno in teoria, lo conosce.
La protezione in loco, dove invece è conosciuto, richiede un meccanismo di tutela imponente per uomini (scorta per più turni) e per mezzi (spesso anche impianti articolati e complessi di video sorveglianza). Tuttavia, si affronta questo tipo di sacrificio perché va nella direzione di garantire il minor disagio possibile al testimone, ma anche di trasmettere un messaggio di forte presenza dello Stato che non costringe chi collabora per l'accertamento dei fatti delittuosi ad allontanarsi e a lasciare il luogo d'origine.
Intendo, più in generale, ricordare un solo dato relativo proprio all'applicazione della nuova legge. Si tratta del dato relativo alle nuove ammissioni a programma di testimoni di giustizia dal momento in cui è iniziata l'applicazione della legge n. 45 del 2001. Nel periodo compreso tra il secondo semestre 1996 e il primo semestre 2001, quindi prima che entrasse in vigore la suddetta legge n. 45, i nuovi testimoni ammessi al programma furono complessivamente ventisette, in media poco più di cinque all'anno.
Dal secondo semestre 2001, ossia da quando è operativa la nuova legge, fino ad oggi, vi sono state 116 nuove ammissioni, con una media di più di sedici all'anno e cioè più del triplo rispetto a prima del varo della legge n. 45 del 2001, a dimostrazione del successo delle nuove disposizioni. Grazie a Dio, ma soprattutto grazie a chi ha lavorato - in particolare tra le forze di polizia - per l'attuazione della nuova legge, viviamo tempi ben lontani da quelli della giovane Rita Atria che lei prima ha ricordato.
Veniamo ora a trattare l'argomento relativo a Giuseppe Masciari. Egli viene ammesso al programma di protezione, con delibera della commissione centrale, il 17 marzo 1998, su proposta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Nel programma erano inclusi la moglie e i due figli minori. L'imprenditore edile aveva riferito, in qualità di testimone, di essere stato oggetto di estorsioni che gli avevano provocato una grave esposizione debitoria, anche per effetto dei prestiti usurari contratti nei confronti di appartenenti a organizzazioni criminali, ai quali era stato costretto a rivolgersi. Tale situazione debitoria aveva provocato il dissesto della sua impresa e, quindi, la dichiarazione di fallimento nell'ottobre del 1996.
Non risponde al vero che è mancato il sostegno per l'inserimento lavorativo della moglie di Masciari, odontoiatra. Ella, infatti, ha ricevuto, poco dopo l'ingresso nel programma, un contributo pari a lire (all'epoca vi erano le lire) 388.631.000, oltre alle spese necessarie per il trasferimento delle attrezzature di lavoro. Tale contributo è stato incassato e mai utilizzato secondo la destinazione, nonostante la legge preveda che esso debba essere impiegato e che l'impiego debba essere documentato. Ella ha, altresì, rifiutato di lavorare presso una ASL, lavoro che le era stato procurato, e ha altresì rifiutato un impiego in uno studio privato e una collaborazione di odontoiatra con un docente universitario.
Non risponde al vero che è mancato il sostegno per il reinserimento lavorativo di Masciari. È vero il contrario. Proprio al fine di permettere il pieno reinserimento nella vita economica e sociale, la commissione ha anzitutto acquisito elementi che provassero il collegamento tra l'estorsione e l'usura subita e il precipitare della sua condizione fino al fallimento. Tali elementi in origine erano assenti. Inoltre, ha puntato ad articolare una via d'uscita al fallimento in assenza della quale il pregiudizio a suo danno derivante dalle inibizioni collegate allo status di fallito avrebbe precluso ogni seria ripresa di attività.
Ciò ha impegnato la commissione in un lungo e complesso lavoro di audizioni e di contatti fra i vari soggetti istituzionali interessati, colmando lacune comunicative da parte di più di un ufficio giudiziario e colmando documentazioni inadeguate da parte di Masciari.
Fra il 2001 e il 2004 la commissione ha ascoltato in audizione Masciari per ben sette volte (per brevità evito di citare le date, ma sono disponibile a fornirle). La commissione ha, altresì, ascoltato in audizione il giudice delegato e il curatore del fallimento di Masciari il 22 gennaio 2003. Il 6 ottobre 2004 ha ascoltato, sempre in audizione, il pubblico ministero delegato a seguire i procedimenti che interessavano Masciari quale testimone.
Benché il magistrato avesse sostenuto che il collegamento fra la testimonianza e il fallimento non fosse munito di specifici riscontri, tuttavia la circostanza che alcuni immobili, già intestati alla Masciari costruzioni, fossero nella disponibilità degli imputati da lui accusati, ha fatto propendere la Commissione per una indiretta conferma del nesso causale tra le estorsioni subite e l'esposizione debitoria che aveva condotto al fallimento.
Tale conclusione, lo ripeto, è stata frutto di un approfondimento svolto dalla Commissione più che dall'autorità giudiziaria proponente. A seguito dell'istruttoria complessa prima descritta, esito di contatti con gli organi del fallimento, il 27 ottobre 2004 a Masciari è stata proposta una definizione della posizione, incaricando il servizio centrale di protezione: di porre a disposizione degli organi del fallimento una copertura finanziaria pari a 1.293.418,60 euro per la chiusura della procedura concorsuale mediante concordato fallimentare; di erogare a Masciari, a chiusura (cioè dopo la procedura concorsuale e non prima, altrimenti ci sarebbe stato l'assorbimento dal passivo fallimentare) della capitalizzazione delle misure di assistenza economica nella misura massima prevista dalle determinazioni riguardanti i testimoni di giustizia. In base al decreto ministeriale la capitalizzazione può avvenire da un minimo di due anni di assegno mensile di mantenimento (con tutte le integrazioni, locazioni eccetera) fino a un massimo di dieci anni, ed è stata proposta la misura massima per un totale di 267.400 euro; di erogare a Masciari e alla moglie, a chiusura della procedura concorsuale, le somme determinate a titolo di danno biologico risultanti dalla perizia medico legale dell'INPS, eseguita su incarico della Commissione, sulla base delle tabelle del tribunale di Roma secondo gli indici ISTAT, pari rispettivamente a euro 18.870 per Masciari e 29.670 per la moglie; di fare salvi gli effetti della delibera del 23 marzo 2000, in quanto finalizzata alla realizzazione del reinserimento sociale della moglie di Masciari e, quindi, di mantenere a suo favore il contributo straordinario all'epoca erogato di 388.631.000 lire oltre a quelli necessari per il trasporto e il montaggio delle attrezzature; di prorogare, nelle more della definizione della procedura concorsuale, il programma speciale di protezione nei confronti di Masciari e del suo nucleo familiare per ulteriori cinque anni a decorrere dal marzo 2000 (siamo all'ottobre del 2004), fatte salve le ulteriori determinazioni.
La Commissione non si pronunciava sul mancato guadagno di cui all'articolo 16-ter della legge sui collaboratori di giustizia, ritenendo gli elementi informativi acquisiti, in assenza di un valido contributo anche da parte dell'interessato, insufficienti per pervenire alla valutazione; l'accertamento, però, limitatamente a tale aspetto, veniva demandato al commissario per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura, organo competente in merito alla concessione delle provvidenze relative. Quindi, non vi era un rifiuto a considerare tale aspetto (il mancato guadagno), ma un rinvio all'autorità competente, peraltro più volte presente in Commissione per esaminare congiuntamente alla commissione il caso e, quindi, a conoscenza, in dettaglio, dello stesso.
Contro questo provvedimento Masciari e la moglie hanno presentato ricorso al TAR del Lazio e il TAR del Lazio fino ad oggi non si è pronunciato. Tale pendenza giudiziaria - credo che vada sottolineato - non ha causato nessun danno a Masciari, il quale è rimasto nella pienezza del programma assistenza e protezione, in attesa della definizione del giudizio.
Concludendo sul punto, il reinserimento di Masciari sarebbe avvenuto già da quattro anni se lo stesso Masciari non avesse rifiutato, impugnandola, la delibera della Commissione che riportava le voci prima elencate; e sarebbe avvenuto restando impregiudicata la protezione personale e la definizione mancato guadagno per un importo complessivo di 1.810.069,76 euro.
Lo Stato, quindi, già da quattro anni, ha proposto a Masciari, ricevendo un rifiuto, una definizione non inferiore, lo ripeto, a più di 1.800.000 euro. La sua posizione è stata ripresa sotto il precedente Governo dalla Commissione presieduta dal Viceministro, onorevole Minniti.

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30 Settembre 2008

Parlamento: rifugio per delinquere

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Neanche ha fatto in tempo, il giudice di Milano, a mandare gli atti alla Corte Costituzionale con riferimento all'incostituzionalità della legge con cui Berlusconi è stato dichiarato non imputabile fino a quando sarà Presidente del Consiglio, il cosiddetto “Lodo Alfano”, che già un altro parlamentare si preoccupa di estendere il lodo a tutti i ministri, il cosiddetto “Lodo Consolo”. Un'altra furbata, perché è cosi che questo governo e questa maggioranza pensa di risolvere i problemi. “Ogni volta che mi becchi in castagna, invece di rispondere di ciò che commetto, mi faccio una norma per cui dico che non è più reato quello che prima era reato”. Dobbiamo stare attenti, perché l'informazione di parte fa credere che stanno facendo qualcosa nell'interesse dei cittadini e invece lo fanno per conto loro.

Apro una seconda finestra su cui voglio invitarvi a riflettere, per farvi capire che cosa sta succedendo in questo Parlamento di dipendenti “berlusconiani” e di dipendenti che, pur essendo all'opposizione, piegano il capo. Lo scorso 24 settembre, al Senato, si doveva decidere sulla richiesta di arrestare un senatore in carica, che, per diventare tale, ha fornito false generalità facendosi eleggere nella “circoscrizione estero” e facendo credere che viveva all'estero.
Ha truffato lo Stato dando false generalità per poter essere candidato ed eletto e, una volta scoperto, lo stanno processando. Dopodiché, come tutti i falsari, dovrebbe essere mandato via. Solo che lui non si dimette ancora dal Parlamento. Il risultato qual'è?
Se non si dimette, continua a perpetuare il reato.
Quando smette di fare questo reato? Quando smette di fare il parlamentare.
E questo che cosa fa? Continua a fare il parlamentare perché nessuno lo può buttare fuori.
Al che il giudice ha richiesto gli arresti domiciliari.
Non c'è un caso più classico di questo per far rilevare come ci sia la necessità di arrestare un parlamentare: sta commettendo un reato, è in flagranza di reato e lo continua a commettere.

In Parlamento hanno negato l'autorizzazione all'arresto, facendolo restare a fare quello che vuole.
Quali sono stati gli unici parlamentari che hanno votato a favore dell'arresto? L'Italia dei Valori, perché questo è un truffatore, al contrario di maggioranza e opposizione.
Capite che quando un istituzione parlamentare si piega in questo modo non c'è più garanzia ne di certezza di diritto, né di Stato di diritto, ne di Stato democratico.

Vi dovete chiedere:ma perché tutti questi parlamentari fanno questo favore a questo truffatore?”.

La risposta è:oggi tocca a lui, magari un domani tocca a me”.

Creano il precedente affinché poi basta fare il parlamentare e non avere più niente da temere. Una volta chi voleva delinquere faceva il latitante, ora aspira a fare il parlamentare.

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24 Settembre 2008

Il quesito di Emanuela

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Il portale dell'Italia dei Valori ogni giorno che passa dà sempre nuovi servizi ai cittadini che vogliono collegarsi, che vogliono conoscere e che vogliono interagire con me e i parlamentari dell'Italia dei Valori. Abbiamo deciso di rompere il "meccanismo di mediazione" tra cittadini e partito politico inaugurando lo scorso 16 maggio un'area dove possono scriverci, porci dei quesiti, sugerrimenti e critiche.
Tra i quesiti che ho ricevuto attraverso il sito dell'Italia dei Valori ce n'è uno che mi sta particolarmente a cuore. Riporto in seguito il quesito di Emanuela De Piano e la mia risposta.

Emanuela De Piano: Sono rimasta senza parole! Ho appena letto dell'inciucio tra Violante e Ghedini per svuotare, di fatto, i pm di qualunque potere investigativo e rimettere tutto nelle mani degli organi di polizia che, per quanto dediti alla loro funzione, sono pur sempre soggetti gerarchicamente al ministro! E tutto con la semplice cancellazione di alcune parole dagli art. del c.p.p., tutto alla luce del sole e nessuno che si opponga! Ma dico: siamo davvero allo sbaraglio? Ma non c'è più nessuno che abbia a cuore la giustizia di tutti, la trasparenza, l'uguaglianza di tutti davanti alla legge? Si accentua sempre più la differenza tra chi ha i suoi 'protettori', e chi, invece, gente comune, deve scontrarsi con poteri ed organi spesso ottusi ed incompetenti. E' davvero scoraggiante e sconvolgente leggere certe notizie. Stiamo cadendo troppo in basso. Dobbiamo risvegliare le nostre coscienze, non possiamo lasciare tutto nelle mani di persone che, pur dovendo essere i nostri rappresentanti, in realtà si preoccupano solo dei propri interessi e di mettersi al rischio da eventuali problemi. Onorevole Di Pietro, mi rivolgo a Lei, mi dia rassicurazioni, chiarimenti: non è possibile che questo sia il Paese che aspetta noi giovani.

Antonio Di Pietro: È ormai evidente che questo governo è intenzionato a sfasciare la giustizia non certo a garantine il buon funzionamento. È una linea di pensiero evidente che ha nel Lodo Alfano il suo presupposto più grave, che la legge non sia più uguale per tutti. È chiaro allora che si fa di tutto o meglio non si fa proprio niente o magari si tagliano i fondi, per creare il maggior disagio possibile in chi e preposto ad amministrare la giustizia.

E' evidente il potenziale conflitto d'interessi da parte di questo governo e da parte del Parlamento Italiano, dove attualmente sono presenti 18 condannati con sentenza definitiva e 70 tra condannati in primo o secondo grado, prescritti, indagati, imputati e rinviati a giudizio. Tale situazione può generare nei cittadini dubbi ed una caduta di credibilità delle stesse, contribuendo ad accrescere quella distanza tra istituzioni e cittadini che invece bisogna impegnarsi per colmare, impegno che noi dell'Italia dei Valori non vogliamo abbandonare.

Oggi, in diretta streaming alle ore 15:05 dalla Camera dei Deputati, presenterò un'interrogazione a risposta immediata rivolta al Ministro della Giustizia Alfano in relazione al tema.

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16 Settembre 2008

Legalita': i si ed i no

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Come ho scritto ieri ogni giorno pubblicherò una parte del mio discorso sugli 11 punti della linea programmatica dell'Italia dei Valori affrontati a Vasto.
L'Italia dei Valori è impegnata in un'opposizione determinata. Siamo oggi l'unico partito politico che ha tutelato, e tutelerà, senza esitazioni gli interessi dei cittadini italiani.
L'immagine che la Casta ed i suoi organi di informazione vogliono trasmettere è quella del partito dei "manettari". Falso. Il vero problema, in questo caso, è il filtro posto dai media ai nostri messaggi affinchè ciò appaia. Certo, per fare opposizione, quella vera, bisogna saper dire anche no.
Lascio alla Rete il compito di veicolare i nostri si, le nostre proposte, perchè la Rete i politici non possono controllarla e qui "il filtro-bavaglio" non esiste.

Pubblico oggi il punto 3: la legalità

".. E’ stata letteralmente calpestata dal Governo Berlusconi e dalla sua maggioranza parlamentare ricattata o connivente. Ebbene IDV risponderà colpo su colpo ad ogni tentativo di ridurre la Giustizia ad un colabrodo di impunità. Il nostro faro è il principio “la legge è uguale per tutti” e non “per tutti meno 4 persone” come il Lodo Alfano ha previsto. Contro la legge “salvapremier” che Berlusconi si è fatto fare per assicurarsi l’impunità noi – a partire da ottobre e per tre mesi - riempiremo le piazze d’Italia per una massiccia raccolta di firme finalizzata ad un referendum abrogativo di tale legge che consideriamo una vergogna per la storia del nostro paese. Cominceremo il prossimo 11 ottobre con una manifestazione nazionale che vogliamo svolgere significativamente ancora a Roma, a piazza Navona, una piazza che non rinneghiamo ma che anzi rivendichiamo come luogo di coraggio e di libertà (vivaddio, anche di satira, perché la libera manifestazione del pensiero è garantita dalla nostra costituzione). Contestualmente tutti voi militanti di IDV siete pregati di apprestare nella stessa giornata dell’11 ottobre innumerevoli punti di raccolta firme in tutte le province italiane per dar modo a tutti i cittadini che vogliono condividere con noi questa battaglia di civiltà di poter dare il loro contributo. Nei mesi di ottobre, novembre e dicembre ripeteremo ogni fine settimana queste “giornate della legalità” in modo itinerante per tutto il paese: Milano, Napoli, Torino, e così via nei capoluoghi di ogni regione.

Sempre in materia di giustizia e legalità, segnaliamo – agli alleati e agli avversari politici - che IDV non intende aderire a nulla a “scatola chiusa” ma nemmeno intende arroccarsi dietro preconcetti di facciata.
Ed ecco allora quale sarà il nostro comportamento:

I NOSTRI NO

-Diciamo NO ogni forma di sottomissione della magistratura all’Esecutivo ed a ogni tentativo di minarne l’indipendenza.

-Diciamo NO a sdoppiamenti del CSM, tipo un CSM per i giudici ed uno per i P.M. e diciamo no ad aumenti delle sue componenti laiche nominate dal potere politico.

-Diciamo NO all’introduzione della discrezionalità dell’azione penale, perché la riteniamo un canale che apre pericolosamente la via ad arbìtri e favoritismi inaccettabili in uno Stato di diritto. Conosciamo la facile giustificazione in cui si rifugiano coloro che propugnano una tale soluzione: l’azione penale già oggi sarebbe rimessa sostanzialmente alla discrezionalità dei vari magistrati per via dei troppi processi che hanno in carico. A costoro rispondiamo: se il problema è l’insufficienza delle strutture giudiziarie e l’esiguità del personale giudiziario e paragiudiziario, allora le si aumentino ma non si rinunci a perseguire i criminali. Per intenderci, se le sale operatorie sono insufficienti non può né si deve dire: Lasciamo morire alcuni ammalati. Bisogna aumentare le sale operatorie ed i medici chirurghi. Così è e deve essere per la giustizia se vogliamo che ad essa facciano affidamento i cittadini. Altrimenti finiranno per farsi giustizia da sé.

-Diciamo NO ad ogni forma di limitazione degli strumenti di indagine a disposizione dei magistrati e quindi diciamo - e diremo in Parlamento - no ai limiti all’uso delle intercettazioni da parte dei magistrati durante le indagini. Noi vogliano una società dove non si commettono reati non dove questi non possono essere scoperti. E non ci si venga a dire che per i reati gravi - come l’associazione mafiosa o quella terroristica - rimarrebbe comunque la possibilità per i magistrati di effettuare intercettazioni. La prova dell’esistenza di una associazione mafiosa o terroristica di regola la si scopre alla fine di un percorso investigativo e non all’inizio. Ma se all’inizio – per i singoli reati - non è possibile ricorrere ad intercettazioni - l’esistenza di una associazione criminale rischia di non essere mai scoperta. Ed a proposito di chi vuole giustificare la restrizione delle intercettazioni telefoniche con il fatto che spesso queste poi finiscono anzitempo sui giornali, attendando al sacrosanto diritto alla privacy delle persone, vogliamo ricordare che già oggi esiste il divieto per le notizie coperte da segreto istruttorio. Dobbiamo scoprire e punire i responsabili, non impedire ai magistrati di investigare altrimenti sarebbe come dire che - per evitare che il poliziotto usi la pistola per ammazzare la moglie – gliela togliamo e lo mandiamo ad affrontare i rapinatori a mani nude. E poi, se le pene attualmente previste per la pubblicazione arbitraria di notizie riservate non sono ritenute sufficienti, le si aumenti – almeno nei confronti di quei pubblici ufficiali (ma anche avvocati, ausiliari e collaboratori vari) che forniscono le notizie ai giornalisti - ma non si tolga la possibilità all’opinione pubblica di conoscere per tempo, una volta che i fatti sono stati portati a conoscenza dell’indagato, le ragioni per cui si procede nei confronti di questa o quella persona. Pensate - se fosse già vigente la nuova legge sul divieto di pubblicazione di indagini giudiziarie – gli italiani non saprebbero ancora nulla dello scandalo delle tangenti alla Regione Abruzzo, dei casi Parmalat, Cirio, Bond argentini, spazzatura napoletana, furbetti del quartierino vari, le nefandezze della clinica Santa Rita. Tutto rimandato alla fine dei processi, che ci sarà fra qualche anno (se mai ci sarà tra una prescrizione, una depenalizzazione e l’altra).

-Diciamo NO a forme surrettizie per incidere sul ruolo del P.M., come da ultimo ventilato a proposito di chi vuole togliere al PM la direzione delle indagini della polizia giudiziaria. L’on.le Violante – che è stato indicato da Repubblica come l’ideatore insieme all’on.le Ghedini di una tale sciagurata soluzione - ha smentito di averci messo lo zampino ma proprio ieri in una sua lettera a Repubblica ha finito per rilanciarla affermando che si deve modificare la norma affinchè il PM possa intervenire solo “dopo” – udite bene, solo dopo – che la Polizia ha trasmesso la “notizia di reato” o al massimo – se ritiene che possa configurarsi una notizia di reato deve chiedere alla Polizia di trasmettergli un rapporto al riguardo. E perché mai deve fare solo da passacarte? E perché mai deve accontentarsi solo di quello che gli passa la Polizia che sono pur sempre dipendenti del potere esecutivo? E perchè mai non può fare lui quel che può delegare di fare agli altri? Ma pensate davvero che Buscetta si sarebbe messo a fare il pentito davanti ad un poliziotto sapendo che poi questo doveva riferire al Governo dell’epoca? E pensate davvero che Mani Pulite – che arrivò a toccare ministri in carica e Capi di Governo - poteva decollare in un ufficio di Polizia? Possibile che ogni volta che c’è una norma che funziona ci deve essere sempre qualcuno ci si mette di mezzo per fermarla?

-Diremo anche NO ad ogni forma di indulto o amnistia palesi o mascherate che siano. Così, ci opporremo al ricorso al braccialetto elettronico per sfoltire le carceri. Il braccialetto è gia’ stato sperimentato e si è dimostrato un colabrodo. Finora sono state spese già oltre 10 milioni di euro e solo sette persone – dico proprio sette, di numero – non sono scappate. Sappiamo che le carceri sono sovraffollate ma sappiamo anche come risolvere la situazione: riaprendo gli istituti penitenziari chiusi, riadattando quelli in uso, costruendone di nuovi, anche ricorrendo all’uso di alcune delle tante caserme in disuso. Sappiamo anche cosa fare per non creare tanta delinquenza: favorire con incentivi ed interventi mirati l’occupazione giovanile, sviluppare la cooperazione e la collaborazione con i paesi di origine degli immigrati.

Diremo insomma tanti No ma sapremo dire anche tanti SI a quelle che consideriamo le vere priorità per il funzionamento della giustizia.

I NOSTRI SI

-Diremo SI all’ accelerazione delle fasi processuali, alle facilitazioni in materia di acquisizione ed utilizzo delle prove nei processi, ad un nuovo e più funzionale sistema delle notificazioni, ad una diversa e più omogenea soluzione in materia di impugnazione (oggi esclusa al PM in caso di assoluzione dell’imputato in primo grado), alla reintroduzione del reato di falso in bilancio, alla riduzione dei gradi di giudizio, alla sospensione della prescrizione dopo il rinvio a giudizio e soprattutto allo snellimento ed alla velocizzazione del processo civile.

-Ed ancora diremo SI alla ridefinizione delle circoscrizioni giudiziarie, all’aumento del personale giudiziario e paragiudiziario, a maggiori risorse finanziarie da destinare al Comparto Giustizia.

-Insomma diremo SI a tutti quegli intereventi diretti a far funzionare bene e meglio l’apparato giudiziario non ad impedire ai giudici di applicare le leggi. Così, prima di metterci contro la volontà espressa dal Governo di voler contrastare con maggiore efficacia lo sfruttamento della prostituzione, specie quella minorile e di voler procedere con mano pesante contro i bulli nelle scuole o i volenti negli stadi, vogliamo leggere bene la proposta formulata. Purchè si passi dalle parole ad i fatti però, e purché alla fine non si risolva tutto colpendo i più deboli e indifesi come lo sono le ragazze e i ragazzi costretti a prostituirsi. Si utilizzi il Parlamento per fare queste leggi piuttosto che quelle sulle intercettazioni telefoniche.

-Vorremmo che si dicesse SI alla nostra proposta di denunciare in sede internazionale – ed europea in particolare – il comportamento di taluni Stati, come il Liechtenstein, che rifiutano la collaborazione giudiziaria per scoprire evasori fiscali, corruttori e falsificatori di bilanci. Proprio l’altro ieri la Procura di Firenze ha dovuto archiviare la posizione di una ventina di cittadini toscani che avevano aperto conti correnti a Vaduz in quanto – non essendo la normativa fiscale italiana prevista come reato anche in quel paese - non è tecnicamente possibile acquisire informazioni bancarie per “difetto di reciprocità di legislazione”. Noi vogliano che lo Stato italiano si faccia promotore presso la Comunità europea affinchè dichiari l’embargo commerciale, finanziario e bancario nei confronti di questi Stati canaglia. Altrimenti, come al solito, i furbi la fanno franca a scapito degli onesti, che finiscono pure per fare la figura dei fessi.

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7 Settembre 2008

Indulto mascherato

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Il ministro della giustizia Alfano, dopo l'impunità alle quattro più alte cariche dello Stato, vuole lasciare un solco ancora più profondo nella storia della giustizia avviandosi verso un indulto mascherato.

La soluzione del braccialetto elettronico è completamente inutile e destinata a fallire come accaduto in altri paesi, cosi come è destinata a fallire l'espulsione dei detenuti stranieri se non si ha la certezza di accompagnarli nel loro Stato ed essere certi che scontino la pena del reato compiuto. Come ho più volte ribadito i cittadini preferirebbero ampliare le carceri piuttosto che svuotarle per riempire le strade di delinquenti.

Gli extracomunitari che vengono in Italia e rubano, rapinano e violentano devono sapere che se lo fanno per loro ci sarà la certezza della galera. Sia nel nostro Paese che nel loro. Per questo, e' doveroso accertarsi che vadano nel loro Paese, non a casa ma in carcere. Siccome molti governi di questi paesi sono instabili e non possono garantire certezze, bisogna stare attenti altrimenti il rischio e' di regalare a chi commette un crimine, anche grave, l'impunita'.

Il messaggio deve essere chiaro: pena uguale per tutti e certezza della pena. Chi delinque deve andare in galera e l'espulsione non deve essere un regalo ma una pena ulteriore ed accessoria che si somma al carcere.

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22 Agosto 2008

Facce di bronzo

facce_bronzo.jpg

Il Presidente del Consiglio Berlusconi è ritornato a parlare di giustizia. Non vuole che gli altri parlino di giustizia. Ogni volta che ne parlo dice, sia lui che i suoi accoliti, che “Di Pietro e l'Italia dei Valori sono monotematici, hanno la fissa della giustizia e solo di quello sanno parlare”. In realtà è solo lui che si occupa di giustizia, quella che serve a lui. L'ultima perla di agosto è proprio quella dove dice che bisogna riformare la giustizia perché cosi voleva il giudice Falcone.

Falcone è una persona che ci ha rimesso la vita per fare in modo che la legge fosse uguale per tutti e per combattere la grande criminalità organizzata e soprattutto il connubio, la connivenza, tra criminalità organizzata e mondo delle istituzioni. Berlusconi, richiamandosi a Falcone per parlare di giustizia, si è comportato come il diavolo che si dichiara all'acqua santa per farsi gli interessi propri.

Falcone combatteva la mafia. Berlusconi, con lo stalliere mafioso ci ha convissuto, lo ha portato a casa propria. Berlusconi, colui che conosce bene quel mondo e che ha rapporti di frequentazione con gente mafiosa come Dell'Utri portandola in parlamento, chi vuole prendere in giro?

Falcone non era affatto contro l'indipendenza della magistratura. Berlusconi, invece, vuole che la magistratura dipenda dall'esecutivo. Vuole addirittura che il Consiglio Superiore della Magistratura sia composto da maggiori esponenti laici, ossia da persone nominate dalla politica. Vuole una magistratura sottomessa dalla politica e che quando si tratta di giudicare i politici faccia un passo indietro. L'esatto contrario di quello che voleva Falcone. Ogni volta che glielo faccio notare, lui e i suoi portaborse dicono che “L'onorevole Di Pietro non si deve permettere di utilizzare il nome del giudice Falcone”, ma in verità è lui che lo usa.

Vorrei dire e ricordare a quelle persone come Martelli, quel ministro della giustizia condannato con sentenza passato in giudicato nell'inchiesta Enimont che ha detto in queste ore che “Di Pietro lasci stare Falcone, perché Falcone disprezzava l'inchiesta di Mani Pulite e i giudici di Milano” (detto da un condannato nell'inchiesta Mani Pulite ha il valore che ha), che Falcone all'epoca in cui iniziammo Mani Pulite, e prima di essere ammazzato, si è occupato come direttore generale degli affari penali di gestire la delicata fase delle rogatorie internazionali, che per conto della procura di Milano venivano trasferite e trasmesse alle varie autorità giudiziarie del mondo, in particolare quelle della Svizzera. Le prime rogatorie furono fatte proprio grazie al contributo, ai consigli e all'interessamento di Falcone, carta canta, posso produrre documenti.

La persona che ci mise in contatto con il giudice Dal Ponte, la persona che realizzò e trasmise le prime rogatorie contro 42 persone, che io stesso scrissi, fu proprio Giovanni Falcone. Non credo proprio che un giudice che disprezzasse i giudici milanesi e odiasse l'inchiesta Mani Pulite facesse parte attiva nel portare avanti le rogatorie degli stessi giudici di Milano.
Questa è la verità. Le altre sono quelle di comodo di indagati e condannati che vogliono stravolgere la storia per utilizzare il nome di un eroe per interessi personali.

Continuo a ripetere, non sono io che ho tirato fuori il nome di Giovanni Falcone. Lasciamolo riposare in pace dopo che in vita lo hanno combattuto in molti ed infine ammazzato. Ma non si può permettere al Presidente del Consiglio, che ha fatto spesso comunella con persone che hanno avuto a che fare con la mafia, di utilizzare il nome di chi è morto per mafia per farsi bello e per dare una giustificazione di riforme che sono in verità controriforme per non far funzionare la giustizia, altrimenti rischia di andarci di mezzo pure lui. Non dimentichiamo che il provvedimento sulla giustizia che ha fatto è stato creato apposta per per non farsi processare, altrimenti non avremmo un Presidente del Consiglio, ma quanto meno un Presidente del Consiglio giudicato e forse anche condannato.

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20 Agosto 2008

Colpo di sole estivo

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I senatori del governo e dell’opposizione di facciata si sono riuniti e, in seguito ad un colpo di sole estivo, hanno partorito l'Atto di Sindacato Ispettivo che esprime in misura molto chiara la volontà di riformare la giustizia piegandola al controllo politico. Non lo affermo solo io, ma anche Bruno Tinti, procuratore aggiunto presso la Procura di Torino e autore del libro "Toghe rotte" (link).
Nell'articolo, pubblicato sull'Unità di ieri, Bruno Tinti spiega in pochi punti come l'abolizione dell'obbligatorietà penale sia un errore clamoroso che può portare a interpretazioni locali della giustizia e a pesanti interferenze politiche sulla scelta dei reati da perseguire.

L’autore evidenzia inoltre una serie di riforme della giustizia per rendere la macchina più efficente con risorse già esistenti ed evitando clamorosi colpi di spugna. Una democrazia non può esistere se la Giustizia è sotto il controllo dell’Esecutivo.

Riporto l'articolo di Bruno Tinti dal titolo "Giustizia, che cosa fare subito".

"Il 29 luglio alcuni senatori del PdL e del PD hanno partorito l’ "Atto di Sindacato Ispettivo n° 1-00019", contenente una somma di proposte in materia di giustizia che, con lodevole eufemismo, possono dirsi poco condivisibili. Qui ne commento una.

La pattuglia mista inviata in missione esplorativa propone: "a) l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale, con la previsione di un procedimento per la fissazione dei criteri per l’uso dei mezzi di indagine e per l’esercizio dell’azione penale nonché di un procedimento che veda la partecipazione dei pubblici ministeri e di altri soggetti istituzionali e che individui un soggetto istituzionale politicamente responsabile di fronte al Parlamento per la loro effettiva ed uniforme implementazione a livello operativo;".

Detta così, c’è da essere ragionevolmente sicuri che i cittadini non capiscano nemmeno di cosa si stia parlando; proviamo a tradurre.

Obbligatorietà dell’azione penale significa: ogni volta che viene scoperto un reato si deve processare chi viene sospettato di averlo commesso. Il suo contrario è appunto la non obbligatorietà dell’azione penale: non per tutti i reati scoperti si debbono fare processi ma solo per alcuni. È un po’ come dire che, se uno abita in una grande casa, può decidere di pulire tutte le stanze; oppure di pulirne solo una parte.

Ma perché si dovrebbe fare una cosa del genere? È ovvio che è più bello e salubre vivere in una casa pulitissima piuttosto che in una pulita solo a metà. La risposta è ovvia: perché non si hanno abbastanza domestici per pulirla tutta; oppure si hanno domestici pigri e fannulloni; oppure di alcune stanze non si ha proprio bisogno ed è inutile pulirle. Così si debbono prendere delle decisioni: assumere più domestici (ma magari non me lo posso permettere); licenziare quelli pigri (è inutile, sono uno peggio dell’altro); traslocare in una casa più piccola (non ce ne sono o mi dispiace). E allora mi tocca lasciare alcune stanze sempre sporche, non c’è niente da fare.

Quindi, tornando alla giustizia, si può anche decidere di non fare tutti i processi che si dovrebbero fare e mandare impuniti un sacco di delinquenti; se le risorse non ci sono c’è poco da fare. Ma prima bisognerebbe vedere se questo è proprio vero; se, in realtà, prima di garantire l’immunità (parola ormai sdoganata da apposito provvedimento legislativo) a chi delinque, non sia possibile trovare altre risorse o usare bene quelle che ci sono. Ciò perché la non obbligatorietà dell’azione penale ha dei costi non da poco. A parte l’immoralità di non perseguire chi ha commesso un reato, che si traduce anche in un messaggio criminogeno nei confronti dei cittadini (commettete pure reati, tanto non vi facciamo niente); c’è un problema difficile da risolvere: chi sceglie quali reati perseguire e quali no?

Le soluzioni praticabili sono due: il fai da te e il lascia fare al legislatore. Che vuol dire, nel primo caso, che ogni procura della repubblica decide quali reati privilegiare e quali lasciar perdere; e, nel secondo caso, che il Parlamento (o magari addirittura il Governo, così si perde meno tempo in discussioni inutili) stabilisce quali processi si debbono fare e quali no.

La prima soluzione è certamente sbagliata: magari in Sardegna il reato più frequente e grave (nel senso che dà origine a faide sanguinose ed infinite) è l’abigeato (sarebbe il furto di bestiame); e al Nord ci si dedica con entusiasmo al falso in bilancio e alla frode fiscale; e magari al Centro e al Sud predominano corruzione e abusi d’ufficio. Che si fa? Il codice penale applicato a macchia di leopardo? E se poi un procuratore sardo arriva a Milano e si mette in testa che, anche lì, l’abigeato è una realtà criminosa gravissima? Chi lo controlla? Anzi, chi li controlla tutti questi procuratori dotati di un potere così grande di cui però non rispondono a nessuno?

Insomma questa strada è sicuramente sbagliata.

La seconda è assai peggiore. Che succederebbe nel nostro Paese se fosse la politica a stabilire quali reati vanno perseguiti e quali no? Non a caso ho usato il termine "politica" per indicare l’assetto organizzativo cui allude l’ "Atto di Sindacato Ispettivo" della pattuglia di senatori in servizio estivo. Perché, sia il "procedimento per la fissazione dei criteri per l’uso dei mezzi di indagine e per l’esercizio dell’azione penale" sia il "procedimento …. per la loro effettiva ed uniforme implementazione a livello operativo" hanno una caratteristica: l’individuazione, quale boss di tutto il procedimento, di "un soggetto istituzionale politicamente responsabile di fronte al Parlamento". Dunque una scelta politica dei reati da perseguire e di quelli da lasciar perdere.

Bene. Qualcuno ha dei dubbi sulla categoria nella quale sarebbero alloggiati i reati di falso in bilancio e gli altri reati societari? O quelli di frode fiscale? O quelli di corruzione? O quelli di abuso edilizio? O quelli di abuso di ufficio? Mi viene in mente anche il reato di finanziamento illecito dei partiti politici ma quasi non lo scrivo perché mi viene da ridere.

Insomma voglio dire che affidare alla classe politica la scelta dei reati da non perseguire produrrebbe in automatico una lista dei reati tipici della classe politica stessa.

Sicché si vede bene che abbandonare il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale (puliamo tutta la casa) e adottare quello della non obbligatorietà (ne puliamo solo alcune stanze) è una scelta complicata. E però può anche darsi che sia necessaria. Ma allora prima vediamolo, se è proprio necessaria.

Il processo penale è lunghissimo (troppo dice, con ragione, la pattuglia di senatori). Allora rendiamolo più corto. Ci avete provato? Avete nominato i giudici necessari, bandendo i relativi concorsi (sono scoperti circa 1500 posti)? No, vero? Avete assunto il personale amministrativo che manca (il 30 % dei funzionari amministrativi)? No, vero? Avete comprato computer, stampanti, fotocopiatrici, autovetture, sistemi informatici moderni, insomma quello che serve per lavorare? No, vero? Allora perché, prima di lasciare sporca metà della casa, non provate a procurarvi le risorse necessarie per tenerla pulita tutta?

Ma perché, mi pare di sentirli, mica viviamo nel paese dei puffi, noi tutti questi soldi non li abbiamo. E magari hanno ragione. Allora proviamo con le soluzioni che non costano niente.

Avete ridisegnato le circoscrizioni giudiziarie e abolito più o meno la metà dei tribunali e delle procure italiane? Anche questo no, eh? Eppure lo sapete che otterreste un sacco di risorse in più per far funzionare quelli che restano e che risparmiereste anche un sacco di soldi. Eh, ma come si fa con gli amministratori locali, compagni di partito che non ne vogliono sapere di far perdere alla loro città il tribunale; magari perdono qualche voto… E gli avvocati delle piccole città dove li mettiamo, anche loro sono elettori. Mi rendo conto…

Avete previsto un diverso regime delle notifiche, per esempio l’obbligo per ogni avvocato di avere un indirizzo e-mail e la validità delle notifiche effettuate in questo modo (così si risparmiano gli ufficiali giudiziari)?

Avete previsto l’obbligo per ogni imputato di eleggere domicilio presso il suo avvocato? Così non dobbiamo fare i salti mortali per trovarlo ogni volta e rinviare il relativo processo.

Avete previsto l’abolizione del processo d’appello (per tutti, non solo in caso di appello del pubblico ministero; che diamine, accusa e difesa con pari diritti, lo dite sempre). Eppure dovreste sapere che nella maggior parte dei Paesi occidentali (che vengono sempre portati ad esempio, in genere a sproposito, quando conviene) il processo d’appello non esiste.

Avete previsto la depenalizzazione di quei reati che potrebbero essere puniti con una multa ad opera di Vigili Urbani, ASL, Ufficio delle Imposte, INPS etc. (dalla sosta con il tagliando falsificato all’omesso versamento delle ritenute INPS)?

Avete previsto una delle decine di riforme che qualsiasi magistrato è in grado di indicarvi, che non costerebbero niente, farebbero risparmiare soldi e renderebbero celere il processo? Dimenticavo, senza toccare le garanzie difensive, per carità, siamai che un colpevole abbia meno chances di scamparla. Ma certo che non avete fatto nulla di tutto questo.

Allora perché decidere di lasciare metà della casa sporca senza prima sbattersi per vedere come è possibile tenerla pulita? Sarà che, in quelle stanze buie e non frequentate, qualcuno ci si troverà bene?"

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29 Luglio 2008

Responsabilita' politiche del G8 di Genova

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Diversi nostri lettori ci hanno chiesto le ragioni per cui l’Italia dei valori ha votato contro la costituzione di una Commissione di inchiesta sulle violenze del G8 di Genova.

Assicuro che noi dell’Italia dei Valori abbiamo sempre sostenuto la necessita’ di fare piena luce sui fatti verificatisi in occasione del G8 di Genova e soprattutto di ben individuare le responsabilità a tutti i livelli di quanto è accaduto. Noi pretendiamo e continueremo a pretendere la verità sulle responsabilità politiche. Lo pretendiamo per le vittime di un vero e proprio massacro, ma lo pretendiamo anche per restituire dignità ad uno Stato uscito umiliato a livello internazionale dalle violenze di Genova.

Ciò che ci ha lasciato a suo tempo perplessi è che ad accertare fatti penalmente rilevanti potesse essere un organo parlamentare quale la “Commissione di inchiesta”, che per definizione è di parte e dipende dalla maggioranza numerica del momento, e non invece la Magistratura, che essendo terza garantisce migliore obiettività circa il risultato, a cui poi poteva e ben può affiancarsi una “Commissione di indagine”.

A questo punto, però, è bene fare chiarezza sulla distinzione concettuale che noi abbiamo posto tra una “Commissione parlamentare di inchiesta”, su cui all’epoca abbiamo espresso riserve, e una “Commissione parlamentare di indagine”, verso cui noi invece propendevamo e che ancora oggi siamo disposti a sostenere. La Commissione parlamentare di inchiesta e’ titolare di poteri analoghi a quelli della Magistratura, compresi gli interrogatori, le perquisizioni e quant’altro di investigativamente rilevante, e sull'attività della Magistratura può interferire, pur essendo, spesso, del tutto priva della necessaria autonomia ed indipendenza, in quanto espressione dei partiti e di maggioranze politiche, variabili per definizione.

Oggi, a distanza di solo pochi mesi, possiamo dire che i fatti hanno dimostrato che le nostre preoccupazioni erano fondate. La magistratura ha processato e sta processando i responsabili mentre la Commissione di inchiesta sul G8 di Genova, se costituita, sarebbe oggi nelle mani blindate di chi nel 2001 aveva la responsabilità dell’ordine pubblico, di chi avrebbe interesse personale a fare emergere verità diverse da quelle che comunque cominciano ad emergere dai processi, di chi avrebbe addirittura la possibilità di interferire con la stessa attività dei Giudici.

La Commissione parlamentare di indagine che noi auspichiamo, invece, avrebbe compiti di sola valutazione politica sulla base dei risultati di indagini acquisite dalla magistratura senza interferenze e nel rispetto della diversità dei ruoli. A nostro avviso questa soluzione sarebbe lo strumento più efficace per accertare responsabilità politiche ormai quasi inequivocabili, anche grazie a quanto continua ad emergere dai processi. La verità non e’ certo emersa dall’indagine conoscitiva “farsa” messa in campo dal precedente governo Berlusconi. Ma la verità non sarebbe emersa neppure da una attività di inchiesta contrapposta a quella dei Giudici e pilotata di volta in volta dai Partiti al potere.

Forse abbiamo fatto bene, forse abbiamo sbagliato. Ma l’abbiamo fatto con totale buona fede e concreto spirito costruttivo.

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23 Luglio 2008

Telecom: la doppia verita' ( II parte )

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E’ passato solo un giorno dal deposito delle carte processuali da parte della Procura di Milano e già la matassa comincia a dipanarsi.

Innanzitutto ora cominciano ad essere note le dichiarazioni rese ai P.M. dal diretto interessato Marco Tronchetti Provera. Al di là delle formali prese di distanza dal suo accusatore – nella sostanza Tronchetti riconosce quel che sostiene Giuliano Tavaroli: l’essersi costui adoperato per fissargli appuntamenti con varie personalità politiche. Certo, Tronchetti Provera si dice ora “…convinto ex post che lui, Tavaroli, mi ha usato molto per accreditare se stesso…”. Ma resta il fatto che fino al 2006 glielo ha lasciato fare. Quindi Tronchetti a Tavaroli nel suo Ufficio lo riceveva eccome e da lui – volente o nolente – riceveva informazioni. Certo, dice che Tavaroli “…non è mai stato mio riporto diretto…” ma ammette che non era uno qualsiasi all’interno di Telecom in quanto “…ha iniziato a dipendere direttamente dal dr. Buora…” (che era il n. 2 dell’azienda, subito dopo Tronchetti stesso) e comunque “..in casi specifici, se era una cosa di importanza generale dell’azienda che mi riguardava direttamente come presidente della società, il sig. Tavaroli si rivolgeva direttamente a me…”.

Insomma, Tavaroli, in azienda si comportava proprio come si doveva comportare un riconosciuto ed accreditato Responsabile della Sicurezza: riferiva di regola all’amministratore delegato ed all’occorrenza direttamente al Presidente.

Quindi, quando Tavaroli riferisce fatti e circostanze, queste non possono essere, sic et sempliciter, cestinate ma bisogna andare a ricostruire il contesto ed a andare a “ripulire” le sua affermazioni per cercare di dipanare la matassa della verità da quella delle possibili dicerie, del millantato credito o della calunnia.

Sempre dalle carte, però emerge un’altra circostanza che retrodata nel tempo, al 2001 (e cioè in epoca incompatibile con l’arrivo dello stesso Tronchetti in azienda) l’operazione “OAK FUND”, ovvero l’operazione spionistica messa in piedi da Tavaroli e Cipriani (investigatore privato a libro paga Telecom, ora indagato pure lui) conclusasi con l’attribuzione ad esponenti del partito D.S. di un conto estero a Londra ove sarebbero stati fatti affluire somme di denaro per conto di Colaninno, che per prima si interessò all’operazione Telecom.

Se ciò è vero - questo vuol dire che – indipendentemente dalla verità o meno dell’operazione OAK FUND – Tronchetti Provera non può essere accusato di alcunché di penalmente rilevante rispetto ad essa. Nemmeno se - successivamente al suo arrivo in Telecom – ciò gli fosse stato riferito da Tavaroli (come quest’ultimo sostiene e come Tronchetti un po’ pudicamente nega).

L’attenzione deve essere pertanto spostata altrove: chi aveva interesse a ricostruire l’operazione in questione? O meglio: chi aveva interesse a “costruirla”, ad imbastirla, cioè per calare un “abito di responsabilità” addosso all’allora segretario dei D.S. Fassino? E soprattutto proprio nello stesso periodo in cui un altro abito sporco si cercava do calare addosso a Fassino con un il falso scoop Mitrokin? E chi aveva dato l’ordine a Tavaroli di eseguirla? Ed ancora in modo più pregante: l’ordine era di scovare una tangente o di costruire false prove – anche attraverso compiacenti riscontri documentali – per fare apparire che ci fosse stata? E siamo sicuri che chi è andato alla ricerche delle “prove disseminate” lungo il tragitto che ha portato i soldi a Londra era a conoscenza della eventuale strumentalità con cui erano state predisposte apposta ed a comando? Da queste risposte potremo sapere se ci troviamo di fronte ad una madornale bugia ovvero a “due verità” che – nonostante la apparente contraddizione logica - possono invece convivere fra loro: quella di Tavaroli che riferisce del conto OAK FUND (di cui peraltro qualche riscontro documentale seppur poco leggibile sarebbe agli atti del fascicolo processuale) e quella di Fassino che si è visto cadere quest’altra tegola addosso dopo il fantomatico caso Mitrokin.

A noi non resta che seguire da vicino la vicenda, convinti come siamo che la partita è appena cominciata e che il vero “puparo” che muove i fili deve ancora venire fuori.

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22 Luglio 2008

Telecom: la doppia verita' ( I parte )

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L’inchiesta della Procura di Milano sull’attività di dossieraggio e spionaggio messa in piedi dalla Telecom è terminata con ben 41 capi di imputazione a carico di 34 persone: funzionari di sicurezza della Telecom stessa, prezzolati investigatori privati,qualificati esponenti dei servizi segreti, da ufficiali e sottufficiali di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza. Sono 371 pagine che illustrano uno spaccato d’Italia fatta di spioni e maneggioni che hanno lavorato alle nostre spalle e sulle nostre teste per raccattare informazioni e ricattare personalità e istituzioni. Chi volesse leggere tutto l’atto di accusa integrale clicchi qui.
Fin qui nulla di nuovo sotto il sole: è la solita Italietta dei servizi segreti deviati, delle centrali di disinformazione, dei centri di potere occulti, delle tante piccole e grandi “P2” di ritorno.

C’è però un “ma”, una discrepanza che impedisce la chiusura del cerchio: chi era – anzi, chi è - il beneficiario delle loro attività di spionaggio e dossieraggio? Si badi bene, sul piano strettamente penale, il “beneficiario” non può che essere – per geometrica sovrapposizione - anche il mandante dei delitti commessi.
L’ordinanza non lo dice, o meglio lo dice ma – almeno allo stato - non lo identifica come una “persona fisica” bensì come “due persone giuridiche”: Telecom Italia Spa e Pirelli Spa.
Se non conoscessi come lavora la Procura di Milano e non avessi certezza dell’altissima professionalità dei magistrati inquirenti che hanno operato le indagini, sarei portato a pensare che si sono nascosti dietro ad un pannicello caldo per non mettere per il momento il nome e cognome del mandante “fisico”, giacchè – per definizione e per natura – nessun crimine può essere commesso da un soggetto inanimato, come sono appunto le persone giuridiche Telecom e Pirelli, ma sempre e solo da persone che hanno occhi, mani e soprattutto “testa”.
Siccome, però, conosco come funzionano le indagini, sono pronto a scommettere che l’avviso di chiusura indagini di oggi in realtà non è una “chiusura”, ma solo una “nuova apertura”. Una nuova fase della “partita a scacchi”, ancora tutta da giocare e che la Procura di Milano si appresta a farla a tutto campo, utilizzando la fase dibattimentale come “grimaldello” investigativo per superare la cerchia di omertà e coperture che potrebbe essersi formata attorno alle dichiarazioni di Giuliano Tavaroli, organizzatore della centrale di depistaggio. Una tecnica già sperimentata da tanti altri investigatori ed anche da me all’epoca di Mani Pulite, allorché nel processo ENIMONT chiesi il rinvio a giudizio inizialmente solo di Sergio Cusani, per poi utilizzare la fase dibattimentale per mettere una di fronte all’altra le varie versioni di comodo che i protagonisti della vicenda stavano recitando.

Pure nella vicenda Telecom penso che succederà così perché è impensabile (e per Armando Spataro impossibile solo pensarlo) che la Procura di Milano abbia rinunciato a cercare il “mandante”. Tavaroli - che tanto ha fatto per la sua azienda e nell’interesse della quale lavorava - si sentirà scaricato e si vendicherà vomitando addosso ai suoi “mandanti” tutti i fatti e misfatti di cui è a conoscenza (o più semplicemente di cui dice di essere a conoscenza).
Quello sarà il momento più delicato per il lavoro dei magistrati perché dovranno distinguere i fatti dalle opinioni, il vero dal verosimile, le certezze dalle illazioni, le conoscenze dirette da quelle riferite, la verità dalle vendette.
Un assaggio della delicatezza della partita che si giocherà nei prossimi mesi è stato fornito – tra oggi e ieri – dallo stesso Tavaroli con due “messaggi cifrati” mandati attraverso interviste esclusive riferite dal quotidiano Repubblica che, intendiamoci, se da una parte ha fatto bene a pubblicarle, dall’altra deve ora stare attenta a non prestare la voce e la penna a chi “parla a nuora per far capire a suocera”: a chi, cioè, come potrebbe aver fatto Tavaroli, ha rilasciato le interviste che abbiamo letto, non tanto per far sapere ciò che abbiamo letto tutti ma per far sapere alle persone di cui non ha parlato che – prima o poi – potrebbe farlo anche nei loro riguardi se non dovessero tutelarlo a sufficienza.
Insomma un “assaggio”, o meglio un “messaggio”.

E i fatti che racconta a Repubblica – tutti ben imbastiti da una analisi storica nient’affatto peregrina – sono come fiammiferi accessi all’interno di una polveriera. Accenna a conti esteri a Montecarlo di Tronchetti Provera, butta lì i nomi dell’on.le Brancher (già condannato durante Mani Pulite) di tal Luigi Bisignani (pure lui figura di rilievo nelle stesse indagini) e così via, fino ad arrivare al conto londinese Oak Fund che egli attribuisce addirittura nella disponibilità di altissimi dirigenti DS (Fassino) e riferisce che sarebbe stato alimentato per conto di Colaninno, all’epoca della prima scalata Telecom.
E qui sta il primo inghippo: Tavaroli in questo caso non riferisce fatti di cui si dichiara a conoscenza diretta ma dice che questi risulterebbero da “…quel che ha scritto Cipriani (investigatore privato a libro paga Telecom a cui avrebbe commissionato il lavoro di accertamento, ora indagato pure lui) nel dossier chiamato “Baffino”, ora nelle mani della Procura di Milano…”.

Il “distinguo” di Tavaroli è sopraffino: egli riferisce un fatto di portata esplosiva ma di cui – almeno per ora - non si attribuisce la paternità della conoscenza ed inoltre fa riferimento ad un dossier che potrà pure esserci ma che nessuno – se non Cipriani – potrà dire che è vero. Il “messaggio” è bello che confezionato: innanzitutto per Cipriani, di cui cerca la complicità all’occorrenza (e solo Cipriani “sa” fino a che punto potrà smentirlo dato i mille rivoli di rapporti ed affari che sono intercorsi fra loro); ma anche per tutti gli altri che hanno avuto a che fare con la “centrale di informazione e controinformazione” che Tavaroli aveva architettato e messo in piedi (sembra di sentirlo: “vedete, se posso permettermi di fare addirittura il nome di una persona al di sopra di ogni sospetto come Fassino, immaginate cosa posso dire di ognuno di voi altri che invece con me avete avuto a che fare tutti i giorni).
La partita è appena cominciata e noi – da questo sito - vi terremo costantemente informati. Per ora non ci resta che prendere atto che Piero Fassino è soltanto un’esca dentro una palude di pescecani.

Leggi la seconda puntata

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21 Luglio 2008

La metastasi di Tangentopoli

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Durante il mio incontro con la stampa estera, di martedì 15 luglio, ho affrontato diversi argomenti, tra i quali quello dello scandalo delle mazzette nella sanità evidenziandone le peculiarità e differenze rispetto a Tangentopoli.

Antonio Di Pietro: In Italia c'è una questione morale irrisolta dagli inizi degli anni 90.
La questione morale degli anni 90 fu chiamata con un termine che spiega bene il problema, Tangentopoli. All'epoca si voleva intendere una situazione ambientale in cui la corruzione era la merce di scambio negli affari e nella politica nella gestione delle istituzioni. Questa è una questione morale che ha creato un deficit enorme nel nostro Paese e anche una riduzione degli spazi di democrazia ed economia liberale.
La caratteristica di quell'ambientalità del fenomeno, o meglio, il treno vettore di quella ambientalità venne individuato nel sistema infrastrutturale, cioè negli appalti pubblici nell'ambito delle infrastrutture in genere, strade, ferrovie e quant'altro. A distanza di 15 anni quel sistema è rimasto intatto, il sistema cioè di una Tangentopoli diffusa e di un'azione ambientale, di una corruzione come merce di scambio, che tiene ancora bloccato il sistema liberale economico e la democrazia liberale istituzionale.
La differenza tra allora e adesso sta innanzitutto nel fatto che si è spostato il treno vettore dal settore infrastrutturale al settore sanitario. Questo comporta una maggiore difficoltà di percezione del fenomeno e una maggiore difficoltà di lotta allo stesso. All'epoca potevamo centralizzare le indagini in quanto le maggiori imprese nell'ambito del settore infrastrutturale avevano sede a Milano e indagando sul sistema imprenditoriale, sul falso in bilancio, sulle appropriazioni indebite, sui fallimenti e quant'altro, ci è stato possibile coordinare in modo unitario le indagini nei vari settori. La sanità è una di quelle materie che sono state sottoposte al cosiddetto federalismo regionale.
Al federalismo regionale tipico del sistema sanitario si è giustapposto il federalismo tangentizio, quello delle tangenti e della corruzione. Ogni regione ha il suo sistema e quindi sono nate tante piazze, tante tangentopoli. Non c'è più una Tangentopoli unitaria come negli anni 90, ma un infinità di tante piccole tangentopoli che rendono ancora più difficile la percezione del fenomeno nella sua gravità globale, e che rendono ancora più difficile il contrasto di questo tipo di criminalità perché appunto pur fermando un anello non si ferma la catena, perché ogni anello è fine a se stesso.
Nella Tangentopoli degli anni 90 indagando sul sistema dei finanziamenti ai partiti a livello nazionale dei partiti si è bloccata. Nella Tangentopoli degli anni 2010 se tu blocchi e individui i fatti che succedono in Abruzzo ti scappano quelli che succedono in Calabria.

Giornalista: Sono tanti soldi 110 miliardi di euro che volete spendere quest'anno nella sanità dello Stato. Ma bisogna cambiare il sistema della sanità?
Antonio Di Pietro: Più che cambiare il sistema della sanità bisognerebbe cambiare le persone. Sono sempre stato dell'idea che ogni volta che succede qualcosa cambiano le procedure, ma se non cambiano le persone non si cambia nulla. Il vero problema è che in Italia la classe dirigente che è rimasta compromessa è rimasta al suo posto, invece noi dell'Italia dei Valori abbiamo sempre sostenuto che ci vogliono quattro norme chiare che possono dare un segno di inversione: chi viene condannato non può essere più candidato, chi viene condannato deve essere espulso dalle istituzioni in qualsiasi ruolo abbia come impiegato pubblico, chi viene messo sotto processo deve essere sospeso dalle sue funzioni, e infine devono essere sequestrati non solo i proventi del reato di cui è stato sorpreso, ma anche i suoi beni per il pagamento dei risarcimenti dei danni. Se non si da l'idea che chi sbaglia paga non si va da nessuna parte. Io sono stato sempre accusato che mettevo dentro le persone, ma sono sempre dell'idea che menomale le mettevo dentro.

Giornalista: A proposito di Tangentopoli, se si tirano le somme non c'è una situazione paradossale per cui al posto di migliorare l'Italia ha creato i presupposti per l'affermazione di Berlusconi in politica?
Antonio Di Pietro: Anche lei, mi deve perdonare, incorre nell'errore in cui incorre sempre l'informazione, e cioè confondere Tangentopoli con Mani Pulite. Tangentopoli è una cosa, Mani Pulite è un'altra.
Tangentopoli è quel sistema di malaffare che ha corrotto la democrazia e l'economia liberale italiana. Mani Pulite è stata una potente inchiesta giudiziaria che ha fatto la radiografia del sistema. La colpa di quello che è successo dopo non è del medico che ha fatto la radiografia, ma della malattia.

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18 Luglio 2008

Zitto tu, poliziotto

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L'Italia dei Valori è un partito fuori dalle logiche della corruzione, e per questo rappresenta una piaga per gli atri partiti.
Quanto sta accadendo in Abruzzo è già accaduto nel Lazio e più recentemente nelle cliniche lombarde. Nulla di nuovo sotto il sole e nulla cambierà, statene certi, finchè non si rinnoveranno le facce della politica.
Durante tangentopoli gli imprenditori edili pagavano mazzette ai politici per poter lavorare, ora i politici dispongono dei soldi, quelli del sistema sanitario, affidati alle autonomie di ciascuna regione, e con quei soldi comprano favori e voti affinché il sistema reiteri e garantisca la loro permanenza al potere.
L'Italia dei Valori ripudia questo modo di fare politica. E' un partito che vuole invece denunciare il marcio della politica perchè non ne accetta i suoi compromessi. Questo comportamento "virtuoso", che noi definiamo "normale", infastidisce centrodestra e centrosinistra e attira su di noi e sulla mia persona attacchi di ogni genere da parte di politici, che spesso utilizzano l'informazione pubblica da loro manovrata.
L'opera assidua volta a screditarci è vanificata dai fatti che vedono la classe dirigente ogni giorno coinvolta in ruberie e atti di malcostume di ogni sorta.
La nostra protesta è sempre più forte perchè ogni giorno i cittadini si accorgono di essere oggetto di vergognosi raggiri e si uniscono a noi. L'Italia dei Valori non ha i giornali, non ha le televisioni di cui dispongono questi signori, noi dalla nostra abbiamo solo l'etica, la moralità, la competenza e il senso civico.
C'è voglia di cambiare nel paese, l'Italia dei Valori rappresenta l'unica, reale alternativa per una riforma radicale della politica italiana.

In questa intervista rilasciata alla stampa estera ho illustrato le vere riforme di cui c'è urgenza per riformare il sistema giudiziario e metterlo nelle condizioni di funzionare efficacemente. Riforme ben lontane dei vili attacchi, dai decreti, dalle leggi vergogna che questo governo sta mettendo in atto dal giorno dopo le elezioni con l'unico obiettivo di liberarsi della macchina della giustizia per poter agire indisturbato.

A breve il testo dell'intervista.

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16 Luglio 2008

Silvio libera tutti

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Oggi ho rilasciato alcune dichiarazioni ad una trentina di giornalisti della stampa estera. Ho trovato i giornalisti molto interessati, se non increduli, per quanto sta accadendo nel nostro Paese. Una fase economica molto difficile, di recessione, aggravata da un dilagante malcostume nella gestione della res publica e da una classe politica che sembra vivere su un altro pianeta. Effettivamente questa sensazione è più che giustificata vista l’attività parlamentare di questi ultimi mesi. Riporto una parte del discorso sulla nuova e sbalorditiva norma “salva amici del Premier”. Il discorso è semplice, la larga maggioranza dei reati non è più punibile. Ora il sistema giudiziario italiano è KO, speriamo sia sufficiente per permettere alla banda di governo di fare gli interessi dei cittadini.

Intervista:

Antonio Di Pietro: Io credo che il compito principale del governo, e anche dell’opposizione, oggi nel nostro Paese, ma non solo nel nostro Paese, debbano essere le questioni di rilevanza economica, specie in vista di una recessione cavalcante e in vista di un potere d’acquisto bloccato da parte delle famiglie e, per quanto riguarda l’Italia, a differenza di altri Paesi, di un deficit pubblico potenzialmente in aumento e di uno spreco di pubblico denaro irrazionale e ancora non controllato.
Questi sono i mali d’Italia che si innestano sui mali delle moderne democrazie liberali che troviamo all’interno del mondo occidentale. Rispetto a questi temi, che rappresentano l’urgenza dell’agenda politica italiana, al contrario, già dal primo giorno in cui si è insediata l’attuale legislatura, ci stiamo occupando di tutt’altro. Addirittura ce ne stiamo occupando con decretazione d’urgenza, come se queste fossero le urgenze e le emergenze del Paese e non le questioni a cui ho prima accennato.
Tra queste segnalo una progressione di leggi fatte approvare per specifici interessi personali del premier. Segnalo innanzitutto questa situazione: fin’ora non c’è stato un solo provvedimento d’urgenza che non contenesse in sé almeno una norma che interessi in via personale il premier stesso, o qualcuno dei suoi amici. E l’anomalia che noi dell’IdV contestiamo è che queste norme ad personam sono inserite all’interno di provvedimenti, che di per sé potrebbero avere una valenza anche importante, ma che diventano veicolo di interessi strettamente personali. Fatta questa premessa, ripercorrendo la normazione d’urgenza fatte in queste settimane, noi vediamo che il primo atto del governo è stato il decreto legge con cui sono stati approvati e ratificati una serie di disposizioni dell’Unione europea e della commissione europea, con cui sono stati prorogati tutta una serie di termini obbligatori che erano in scadenza: il cosiddetto decreto “proroga - termine”. Il primo decreto ad essere stato fatto. Si tratta di un decreto realmente urgente. Se scadono i termini, e le cose non sono finite, bisogna farle, ma inserire all’interno di quel provvedimento e per di più in violazione della Corte di giustizia europea, la norma salva Rete 4 è un abuso personale in atti legislativi. E così, è necessario fare una serie di interventi per rendere più efficiente la lotta alla criminalità, ma all’interno di questi inserire una norma per ridurre le intercettazioni, impedendo la pubblicazione di quelle rilevanti, in virtù di esigenze personalissime del Presidente del Consiglio, addirittura esigenze notturne dello stesso, a noi questo pare davvero un abuso di funzione.
Così noi dell’Italia dei Valori contestiamo il fatto che, all’interno di un pacchetto sicurezza, che di fondo noi auspichiamo poiché c’è bisogno di una legislazione che dia più sicurezza ai cittadini, vengano inserite norme che di fatto arrivano a creare ancor più insicurezza.
Con il provvedimento approvato ieri, un ultimo emendamento, dell’ultimo minuto, di fatto ha reso impunibili tutti i criminali che vengono condannati ad una pena effettiva fino a sette anni e mezzo. Ogni cittadino italiano che alla fine del processo riceve una pena fino a sette anni e mezzo, non farà un solo giorno di carcere.

Giornalisti: Perché?
Antonio Di Pietro: Ed è amaro per me, conoscitore della materia, costatare come l’informazione su questo tema, sia sostanzialmente assente. Io ieri l’ho detto nel corso mio intervento, ma evidentemente è un’informazione che nono si vuol far circolare. Allora, vediamo cosa è stato inserito in questo provvedimento: è stata inserita una norma che io ho definito “salva-amici del premier”. Ma facciamo un passo indietro. Noi ogni giorno facciamo un decreto legge finalizzata a sistemare una pratica che serve a lui, aveva necessità di fare una legge che bloccasse i suoi processi, perché alcuni processi sono arrivati a sentenza e non riesce in questa legislatura a fare ciò che è riuscito a fare nell’altra: restringere i tempi sulle prescrizioni, depenalizzare alcuni reati, in questa legislatura il premier ha dovuto per forza pretendere una norma che bloccasse i processi che lo riguardassero, così ha fatto la salva- premier. La “salva premier” salva il premier ma non i cittadini. e nel processo salva premier, quello David Mills gli imputati sono due, lui e David Mills, ma il reato è uno, in concorso fra tutti e due. Allora, facciamo il caso che l’imputazione fosse di rapina, in concorso tra me ed un’altra persona, e su di me non si potesse procedere, il giudice che fa la sentenza nei suoi confronti, per motivare la sua colpevolezza, cioè aver fatto una rapina insieme a me , deve necessariamente parlare anche di me. Deve spiegare chi ha fatto il palo, e chi ha preso i soldi. Deve necessariamente motivare su tutti e due. Pur avendo salvato sé stesso da un processo penale, ciò non lo salva da un processo politico e morale nei confronti del premier. Perché il processo nei confronti di David Mills va avanti lo stesso. L’altro ieri è stato fatto il processo salva-premier, io con quel processo ho chiesto di rivedere gli atti., denunciai e dissi al premier, i suoi avvocati hanno sbagliato ancora una volta dissi ieri, perché hanno pensato ma salvare lei, ma si sono dimenticato di salvare il suo complice, quindi lei riceverà lo stesso la condanna morale e politica. Neanche a farlo apposta, il giorno dopo, hanno inserito anche la norma “salva-amici del premier”. Io lo denunciavo per la scorrettezza, loro hanno fatto due scorrettezze.

Giornalisti: Cosa dice questa norma?
Antonio Di Pietro: Questa norma dice.. ma dobbiamo fare ancora un passo indietro, in Italia come in tanti altri ordinamenti giudiziari, esiste l’istituto del patteggiamento, un istituito di rilevanza inglese ? , cioè la possibilità che accusa e difesa si accorgano della possibilità di patteggiare una pena e in quel caso il giudice riduce di un terzo la pena. La caratteristica, la ratio, quale è? Io Stato non perdo tempo a fare un processo, ad acquisire prove, ad ingolfare la giustizia, in cambio se voi vi accordate sulla pena, riduco di un terzo quello che alla fine ti dovrei dare. Di più, nella motivazione della sentenza, non devo spiegare le ragioni della colpevolezza, perché il patteggiamento non equivale a sentenza di condanna, ma a sentenza di presa d’atto sull’accordo di una pena, a prescindere dalla colpevolezza. È un modo che si usa in tutte le legislazioni per abbreviare i tempi e per trovare un punto d’incontro sull’applicazione di una legge.
L’emendamento emesso ieri all’ultimo minuto, che cosa ha detto? Ha detto che l’applicazione della pena, cioè il patteggiamento si può fare anche con i processi in corso e già finiti. Intanto, aveva un senso fare il patteggiamento della pena, secondo la norma originaria, in quanto si faceva prima del processo, adesso si dà la possibilità a tutti di fare il processo, di perdere ugualmente tempo, di arrivare alla fine, e il giorno prima di andare in Camera di Consiglio,per decidere quale è la pena, l’imputato ed i suoi difensori, sanno che prove si sono acquisite nel dibattimento, e se sono colpevoli, mica sono scemi! Si prendono un terzo della pena in meno. Perché è stata introdotta questa diversità? che è un assurdo perché non ha più quella ratio propria di chi dà un terzo di pena in meno prima che si fa un processo e quindi prima che si accerta la colpevolezza. Perché è stata tolta? Perché così nel processo Mills il coimputato, lui per cui non era stato accettato il procedimento iniziale – non era stato richiesto perché speravano di trovare una soluzione iniziale - adesso a processo finito, possono applicarla. L’applicazione del patteggiamento al processo Mills comporta innanzitutto che Mills avrà una pena che non dovrà scontare perché ridotta si ridurrà entro i limiti che vi dirò tra poco. E quindi a Mills ciò potrà andare bene, una volta che valuta le carte e pensa di poter essere condannato. Secondo, che nella motivazione non dovrà più spiegare la colpevolezza, e quindi nessuno potrà più permettersi di dire “Berlusconi ma tu sei co-reo perché la motivazione dice la tua colpevolezza. Per ottenere questa assurda soluzione personalissima, volete sapere quali sono i danni per il paese? Sono i seguenti. Mettiamo che l’imputato sia condannato a sette anni e mezzo, la condanna effettiva che si riserva a rapinatori, stupratori, spacciatori di droga effettiva, perché una condanna a quindici anni tra attenuanti generiche, incensurati, una condanna a sette anni e mezzo è già una bella pena, nel processo di tangentopoli nessuno è stato condannato a più di sette anni, addirittura i tentati omicidi. tutti questi reati, alla fine del processo l’interessato cosa dice? Bene, patteggio a sette anni e mezzo, con il patteggiamento a sette anni e mezzo, la pena si riduce di un terzo, e si arriva a cinque anni. Tre anni l’abbiamo abbonati per l’indulto dell’anno scorso – e sono due - con la condanna a due anni è obbligatorio l’affidamento ai servizi sociali, l’imputato non può andare in galera. La condanna a sette anni e mezzo comprende quasi la totalità dei reati, fatta eccezione per l’omicidio, i sequestri di persona a scopo di estorsione e i reati di terrorismo, su sette anni e mezzo a causa del patteggiamento si scende di un terzo, due anni e mezzo, quindi cinque anni rimangono. A questo punto dovrebbero essere scontati cinque anni ma tre anni sono stati condonati a causa dell’ indulto schifoso, noi abbiamo detto no.. e quindi ne rimangono due. Quando hai una pena fino a due anni, la legge italiana prevede l’obbligatorietà dell’affidamento ai servizi sociali, perché è una pena minima e quindi non si manda in carcere.

Giornalisti: Come per Previti?
Antonio Di Pietro: Si, come per Previti.
Allora per non avere una motivazione di coimputati, da cui si poteva rilevare una prova morale e politica di una corresponsabilità, inserisce una norma del pacchetto sicurezza e attenzione è proprio questo il dramma, stiamo parlando di un pacchetto in cui viene detto ai cittadini "stiamo facendo una serie di norme per combattere la criminalità e per produrre più sicurezza", e prevede tutta una serie di norme che però non produrranno alcun effetto perché tutti i criminali restano fuori. Questo ho cercato di spiegare ieri, forse ho sbagliato a leggerlo, perché avrei dovuto parlare in “dipietrese” , ogni volta che leggo non parlo dipietrese e questo mi crea dei problemi, prometto che non lo faccio più!

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10 Luglio 2008

Ingiustizia approvata

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Oggi ho pronunciato in aula la nostra dichiarazione di voto contraria alla "salvapremier", o lodo Alfano, perché viola il principio secondo cui tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, nessuno escluso.

"Sig. Presidente del Consiglio che non c’e’,
Oggi Lei non è soltanto assente. Oggi Lei è contumace!
Sì, contumace - sig. Presidente del Consiglio che non c’è - perché oggi in quest’Aula non si sta approvando una legge giacchè una legge per definizione dovrebbe essere una norma generale che riguarda tutti.
E non ci venga a dire che non c’è perché impegnato altrove. Possiamo benissimo aspettare che ritorni, giacchè non vediamo proprio alcuna urgenza per approvare una legge del genere.
Stiamo approvando, invece uno specifico provvedimento che serve a Lei e solo a Lei!
Lei, in altri termini, ha trasformato il Parlamento in “magistrato speciale” che ora è chiamato – ma che dico, obbligato – ad emanare un provvedimento para-giudiziario di proscioglimento perché l’imputato si chiama Silvio Berlusconi!
Insomma lei – sig. Presidente del Consiglio contumace – finalmente è riuscito nel suo scopo: scegliersi il giudice che più le piace.
Un giudice, diciamo così domestico!
Ed appunto perché tratta il Parlamento come suoi domestici, non ci degna della sua presenza neanche oggi che ci chiama a violare la Costituzione per farle un favore.
Certo, in quanto suoi domestici, alcuni di noi possono sempre sperare che – poi - alle prossime elezioni Lei, dall’alto della Sua magnanimità, li riconfermi nell’incarico visto che la legge elettorale Le consente questo potere di vita o di morte!
Ma, mi creda, sig. Presidente del Consiglio contumace, ci avrebbe fatto davvero piacere guardarla in faccia almeno oggi che la mandiamo in Paradiso.
Però attenzione, imputato Berlusconi! Attenzione perché ho l’impressione che qualche suo domestico parlamentare – per la troppa fregola di difenderla – credo abbia sbagliato ancora una volta a scrivere la norma.
Se lo ricorda il caso Previti? Anche quella volta, per la troppa fretta di fermare il processo, la legge che si era fatta confezionare venne dichiarata incostituzionale e si risolse in un boomerang tanto che Lei dovette sacrificare il suo fido Previti per salvare se stesso!
Anche ora il caso può ripetersi perché anche questa volta Lei è sotto processo insieme ad un altro complice: l’avvocato inglese David Mills. Sì quel “testimone un po’ così” che, purtroppo per Lei, ha già ammesso per iscritto – brutto comunista che non è altro in combutta con altrettanti brutti e cattivi giudici comunisti inglesi – di aver ricevuto da Lei una cospicua somma di denaro per dire il falso ai giudici italiani in un processo dove Lei, Presidente Berlusconi era imputato!
Ed allora, come crede Lei di poter svolgere serenamente le sue funzioni nel caso il suo complice venga condannato per un reato che – secondo l’Accusa - avete fatto insieme?
Ohh, lo so! Qualcuno, per Lei, andrà dal giudice per dire che anche il processo al sig. Mills si deve fermare.
Ma Lei, oramai, dovrebbe saperlo: a Milano non ci sono i giudici domestici che oggi Lei si è nominato in questo Parlamento. Lì ci sono giudici veri che la legge la applicano veramente e seriamente.
Ah, certo! A quel punto, Lei andrà a sostenere che – siccome i giudici di Milano non le hanno dato ragione - vuol dire che ce l’hanno con lei e che c’e’ in atto un teorema politico dei soliti comunisti brutti e cattivi per impedirle di camminare sulle acque e di moltiplicare i pani e i pesci necessari per sfamare il popolo italiano!
Ma a quel punto – glielo segnalo per tempo – sig. Presidente del Consiglio contumace - i giudici di Milano faranno ricorso alla Corte Costituzionale – non perché lo dico io, ma perché è nella logica delle cose - e vedrà che anche questa volta la norma verrà dichiarata abusiva rispetto alla nostra Carta Costituzionale.
A meno che Lei non voglia riservare anche alla Corte Costituzionale lo stesso trattamento che voleva riservare al Consiglio Superiore della Magistratura, allorchè si permise di dissentire dalla sua dissennata proposta di legge tesa a bloccare oltre 100.000 processi e tutti i tribunali italiani solo per bloccare il Suo. Proposta che ora – con una faccia tosta che non ha pari - è disposta a ritirare visto che non le serve più.
Ma in quel caso – stiano tranquilli i cittadini italiani – ci vuole una legge di modifica costituzionale e quindi saranno alla fine chiamati loro stessi ad esprimersi se accettare o meno la dittatura dolce che il Governo Berlusconi vuole propinarci!
Dica la verità, sig. Presidente del Consiglio contumace, Lei si è pure fatto mettere una norma di “sfogo” nella sua “salvapremier”: la facoltà di rinunciare alla sospensione del processo.
Non perché ci voglia rinunciare già da oggi ma solo per tenersi una chance nel caso il coimputato Mills venga assolto. Beh, allora – e solo allora – lei rinuncerà alla immunità. Solo quando avrà letto una sentenza che la proscioglie.
Sia chiaro, noi dell’Italia dei Valori votiamo contro il provvedimento “salvapremier” perché siamo contrari a questa norma a prescindere dal fatto che oggi essa serva per favorire Berlusconi e domani chissà chi.
Noi dell’Italia dei Valori siamo contrari a questa legge perché riteniamo immorale – prima ancora che incostituzionale – che 4 cittadini italiani 4, per il solo fatto che svolgono un lavoro invece che un altro, possano commettere qualsiasi reato durante il loro mandato senza che nessuno possa dire loro nulla, nemmeno se impazziscono e se si mettono ad uccidere mogli, stuprare bambini, violentare o subornare donne indifese, detenere e spacciare droga, arraffare la cassa dello Stato, costituire nuove P2 e così via.
Riteniamo poi un pasticcio giuridico il fatto che – siccome è stato previsto che la sospensione avvenga solo ad azione penale avviata (e cioè solo dopo la chiusura delle indagini preliminari ed a richiesta di rinvio a giudizio depositata) - potremmo un domani avere il caso di un Presidente che viene pure arrestato in flagranza di reato per il quale il provvedimento cautelare è obbligatorio ex art 68 Cost e siccome non può essere processato rimane a svolgere le sue funzioni dal carcere dell’Ucciardone invece che da Montecitorio!
E con quali garanzia di terzietà potrà svolgersi l’azione civile al posto dell’azione penale prevista dalla odierna legge per tutelare le parti offese se ad essere offeso dovesse essere lo Stato stesso in caso ad esempio di peculato? Potrebbe mai aver un senso una causa civile intentata mettiamo dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi contro l’imputato Berlusconi Silvio in cui la stessa persona con una mano chiede il risarcimento del danno e con l’altra la nega?
Insomma, noi dell’Italia dei Valori siamo dell’idea che tutti i cittadini devono essere considerati uguali davanti alla legge e se una delle alta cariche dello Stato è accusata di aver commesso qualcosa di penalmente rilevante deve essere semmai giudicato prima e non dopo gli altri.
Lo dico in modo chiaro non solo ai colleghi della maggioranza ma anche a quegli amici del Partito Democratico che oggi hanno dichiarato la loro disponibilità a considerare possibile in futuro la previsione di una norma generale ed astratta che preveda la sospensione dei processi alle alte cariche dello Stato.
Anche di questo ovviamente dovremo tenere conto allorché ci sarà da ridiscutere il modo di stare insieme, come da voi ieri chiesto ed oggi anche – ancora di più - da noi!"

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3 Luglio 2008

Le nomine dei procuratori

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Pubblico il video e il resoconto stenografico della mia interpellanza urgente illustrata oggi alla Camera dei Deputati: "Orientamenti del Ministro della giustizia in merito al concerto da esprimere per la nomina del dottor Antonio Franco Cassata a procuratore generale presso la Corte di appello di Messina"

"Signor Presidente, stiamo parlando della futura nomina a procuratore generale presso la Corte di appello di Messina del dottor Antonio Franco Cassata, nei confronti del quale, nel maggio 2008, la competente commissione del CSM ha proposto la nomina ed oggi il Ministero della giustizia è chiamato ad esprimere il proprio concerto.
Vorremmo, da questi banchi, fare alcune «fotografie» e, con una sequenza quasi fotografica, illustrarvi chi è il dottor Antonio Franco Cassata, affinché voi, nella vostra responsabilità, possiate decidere se dare o meno il concerto alla nomina a procuratore generale presso la Corte di appello di Messina di tale magistrato.
Abbiamo molto rispetto della magistratura e di tutti i suoi componenti, l'abbiamo sempre difesa, però riteniamo che sia necessario che, quando si occupano cariche di questo genere, chi deve assegnare questo incarico, deve prendere atto non solo dei fatti soggettivi che riguardano la persona, ma anche dell'ambiente in cui egli viene a trovarsi ad operare e delle eventuali incompatibilità o inopportunità che questa nomina possa essere assegnata."

Pertanto, permettetemi di fare alcune «fotografie» della situazione che, lì, si sta verificando: chi è il dottor Antonio Franco Cassata? Egli si trova alla procura generale di Messina, dove svolge funzioni di sostituto dal 1989; da sempre si trova lì e da sempre svolge, appunto, attività di pubblico ministero alla procura generale. Egli stato anche già, per molto tempo, presidente di un circolo culturale a Barcellona Pozzo di Gotto, che si chiama Corda fratres: un circolo culturale di cui è stato presidente e, per sua stessa ammissione, il principale animatore; un circolo culturale che era ben frequentato: era frequentato da importanti esponenti della massoneria, della realtà che conta nel luogo ed anche da tale Giuseppe Gullotti.
Giuseppe Gullotti non è un personaggio qualsiasi; è un boss incontrastato della mafia barcellonese, che è anche il mandante (riconosciuto con sentenza passata in giudicato, mica si manda a dire!) dell'omicidio del giornalista Beppe Alfano, avvenuto a Barcellona Pozzo di Gotto l'8 gennaio 1993. Tale Giuseppe Gullotti, appunto, era anch'egli socio e frequentatore di questo circolo culturale.
Oddio, lo stesso circolo culturale Corda fratres era frequentato anche da un altro socio importante, tale Rosario Cattafi - lo ricordo anch'io, pensi un po', nelle mie indagini - già indagato dalla procura della Repubblica di Caltanissetta nell'indagine sui mandanti occulti delle stragi di Capaci e via d'Amelio, ma, soprattutto, destinatario nel 2000 della misura di prevenzione antimafia della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno con provvedimento definitivo.Perché ha ricevuto tale misura antimafia? Perché Cattafi aveva legami accertati con «piccoli» personaggi: Benedetto Santapaola, Pietro Rampulla, Angelo Epaminonda, Giuseppe Gullotta e altri ancora, tutti boss di buon calibro. Questo è l'ambiente in cui si trova ad operare e a fare anche circolo culturale il dottor Antonio Franco Cassata. Lo ripeto, egli gestisce anche un museo etno-antropologico a Barcellona Pozzo di Gotto, una realtà che riceve finanziamenti dalla regione Sicilia, dal comune di Barcellona Pozzo di Gotto e dalla provincia di Messina; insomma, riceve finanziamenti da enti importanti i cui rappresentanti e dirigenti operano nel territorio dell'ufficio giudiziario. Ci si chiede se possa essere assegnato un ruolo a chi esercita attività in un museo etno-antropologico, per cui riceve da parte di enti finanziamenti che devono essere controllati anche dalla magistratura.
Ma vediamo un'altra «fotografia». Il dottor Cassata ha uno strano comportamento durante la latitanza di Giuseppe Gullotti (lo ricordate? È il mandante dell'omicidio di Beppe Alfano). Nel settembre del 1994 il dottor Cassata viene avvistato da due carabinieri mentre conversa in strada con una signora che si chiama Venera Rugolo: è la figlia di Francesco Rugolo, ma, soprattutto, è la moglie di Giuseppe Gullotti, cioè è la moglie del mandante dell'omicidio di Beppe Alfano. Nei giorni successivi il dottor Cassata, presso il proprio ufficio, esercita pressione nei confronti dei due carabinieri, affinché la loro relazione di servizio venga soppressa: ne nasce un'indagine. Sia chiaro, il dottor Cassata ammette l'incontro con la moglie di Gullotti, ma dice: «ma no, si trattava di un fatto occasionale, abitiamo tutti lì in paese! Stava lì con il bambino nella carrozzina e io ho dato una carezza al neonato».
Gli accertamenti successivi del Consiglio superiore della magistratura hanno permesso di accertare - per affermazione dei due carabinieri nell'esercizio delle loro funzioni - che quando il dottor Cassata colloquiava con Venera Rugolo si trovavano da soli e non vi era alcuna carrozzina. Non sappiamo di cosa parlassero, non vogliamo accusare nessuno, ma certamente vogliamo illustrarvi il quadro di relazioni e la situazione ambientale in cui egli da tempo si trova. Non faccio alcuna accusa (anche se poi chiederemo qualcosa di specifico), ma vi invitiamo a riflettere sull'opportunità che, in un contesto così delicato e in una realtà territoriale così martoriata, persone con tali frequentazioni possano poi assumere il ruolo di procuratore generale.
Vi illustro qualche altra «fotografia». Nel 1974 il dottor Cassata è protagonista di un viaggio in auto a Milano. Non va da solo, ma in compagnia di un certo Giuseppe Chiofalo: anch'egli è un boss della mafia. Non lo sostiene una persona qualsiasi, lo fa rilevare inizialmente un senatore che conosce entrambi, Carmelo Santalco, e poi lo stesso Chiofalo, messo alle strette, il 20 febbraio del 2004, quando viene sentito dal tribunale di Catania, ammette che, in effetti, quel viaggio vi è stato.
Vi invito a riflettere, quindi, prima di prendere una decisione di questo genere, e, anzi, vi vorrei illustrare anche qualche altra «fotografia».
Nel 1998, il dottor Cassata esercitava pressioni presso un altro magistrato del tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, il dottor Daniele Cappuccio. Cosa chiede, egli più anziano, a questo magistrato Daniele Cappuccio? Gli chiede di fargli il favore di rinviare la trattazione dell'udienza preliminare a carico di un certo Giuseppe Cannata. Chi è Giuseppe Cannata? È un consigliere comunale di Barcellona Pozzo di Gotto, quel comune da cui riceve i finanziamenti l'ente culturale di cui ho parlato.
Perché deve rinviare l'udienza preliminare (questo Giuseppe Cannata è sotto processo)? Perché, nel frattempo, Cannata deve essere nominato vicepresidente del consiglio comunale di Barcellona Pozzo di Gotto. Cassata, quindi, chiede a Cappuccio di fargli il favore di rinviare l'udienza, in modo da far prima diventare Cannata vicepresidente del consiglio comunale, e poi, eventualmente, di rinviarlo a giudizio.
Per l'amor di Dio! La discrezionalità delle scelte rimane in mano ai magistrati, ma mi chiedo sempre se è opportuno, in questo momento, affidare l'incarico di procuratore generale a una persona che, nell'ambiente in cui si trova ad operare, ha queste rappresentazioni.
Vi illustro un'altra «fotografia», che risale al 1997 e che risulta da un'intercettazione di una conversazione telefonica (a proposito di conversazioni telefoniche, sulle quali si dice che non si deve più sapere nulla: non avremmo conosciuto questa vicenda). C'era una vicenda giudiziaria che riguardava un carabiniere che faceva da autista al dottor Cassata. Quest'ultimo va da un ufficiale dei carabinieri e gli dice di cercare di frenare le indagini sul suo autista; anzi, siccome c'era un denunciante, egli direttamente interloquì con un complice del suo autista, prospettandogli la necessità di intimidire il denunciante. Dice al complice del suo autista, del suo carabiniere, di andare a intimidire il denunciante del carabiniere, in modo che la smetta di denunciarlo.
In effetti, il suo interlocutore, quello cui si rivolge, segnalandogli l'opportunità di intimidire il teste, il denunciante, va a intimidirlo. Il denunciante non si intimidisce e va dai magistrati; denuncia questa intimidazione e questa persona patteggia la pena per il reato di minacce nei confronti del denunciante di questa vicenda.
Vale a dire, Cassata si fa promotore di dire ad una persona sottoposta ad indagine di andare da chi lo denuncia a fargli capire che è meglio che la smetta; questo ci va, i fatti accertano che vi è stata minaccia e quello che ha minacciato patteggia.
Certo, non vogliamo nasconderci che il 21 maggio 2002, su La Gazzetta del Sud, un giornale locale, viene riportata la notizia che Gullotti voleva la morte del procuratore generale Cassata (Gullotti era quello che era socio, con Cassata, del famoso circolo culturale Corda fratres).
Questa notizia viene fuori perché, in dichiarazione spontanea, il giorno prima, al tribunale di Catania, Luigi Sparacio, quell'altro boss di cui parlavamo prima, affermava che il dottor Cassata era inavvicinabile e per questo Gullotti nel 1990 lo voleva uccidere; tutto ciò che si raccontava, quindi, era falso, perché - pensate un po' - Sparacio, spontaneamente, ha detto che Cassata non era amico di Gullotti, tanto che Gullotti lo voleva uccidere! Sennonché - questo è un fatto di cui neanche aveva avuto conoscenza il Consiglio superiore della magistratura, quando ha proceduto, ex articolo 2, per poi archiviare, nei confronti di Cassata - si accertò che le dichiarazioni spontanee, precedentemente rese nel processo a carico, fra gli altri, di diversi magistrati, tra cui il magistrato Lembo, difeso dallo stesso Cassata in ambito disciplinare, erano false. Insomma, queste le testuali dichiarazioni di Sparacio nel corso del verbale di udienza del 5 novembre 2004: «Se ho fatto quelle dichiarazioni, cioè se ho detto che Gullotti voleva la morte del procuratore generale Cassata, era per mandare messaggi. Non è vero: volevo mandare un messaggio».

PRESIDENTE. La invito a concludere.

ANTONIO DI PIETRO. Capisco che mi devo avviare alla conclusione; avrei molte altre cose da dire.
Tante altre «fotografie» si possono dare di questa realtà fattuale. Una per tutte: bisognerebbe rileggere il dialogo tra Sonia Alfano e un ministro al di sopra di ogni sospetto, in cui si racconta di quanto sia stato difficile il lavoro di un altro magistrato, il giovane sostituto procuratore De Feis, che insieme a un giovane ufficiale dei carabinieri, tale Cristaldi,...

PRESIDENTE. La invito nuovamente a concludere.

ANTONIO DI PIETRO. ...ha tentato di fare chiarezza in quel territorio; l'unica cosa che hanno ottenuto è che sono stati trasferiti.
Allora, mi chiedo e le chiedo, riservandoci di fare ulteriori «fotografie» di questa realtà: in una situazione così delicata, in situazione così compromessa, è davvero necessario o piuttosto è inopportuno (come noi pensiamo) nominare procuratore generale della corte d'appello di Messina Antonio Franco Cassata? Come intende valutare tutti gli elementi di cui oggi ci facciamo carico di dare segnalazione? E, in particolare...

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Di Pietro.

ANTONIO DI PIETRO. Ho concluso. Vorrei soltanto dire che, in particolare, chiediamo se non ritenga doverosa l'adozione di un'attività ispettiva presso gli uffici giudiziari suddetti (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).

PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per la giustizia Maria Elisabetta Alberti Casellati ha facoltà di rispondere.

MARIA ELISABETTA ALBERTI CASELLATI, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Signor Presidente, gli interpellanti traggono argomento dalla recente proposta della quinta commissione del CSM di nominare il dottor Antonio Franco Cassata procuratore generale presso la corte d'appello di Messina, per porre in evidenza talune circostanze emerse nell'ambito di un procedimento avviato nei suoi confronti ai sensi dell'articolo 2 del Regio Decreto n. 511 del 1946.
Tali circostanze, secondo gli interpellanti, pur non essendo state ritenute dall'organo di autogoverno tali da giustificare il trasferimento d'ufficio del dottor Cassata per incompatibilità ambientale (il procedimento è stato, infatti, definito nel 2003 dal plenum del CSM con l'archiviazione su proposta conforme della prima commissione), non possono tuttavia - essi dicono - non destare apprensione. Esse, infatti, sarebbero indicative di una possibile contiguità tra il dottor Cassata, nella sua qualità di sostituto procuratore generale presso la corte d'appello di Messina, con esponenti della criminalità organizzata.
In particolare, dette circostanze sono emerse nel corso di un'audizione resa il 6 novembre 2001 dinanzi alla prima commissione referente del Consiglio superiore della magistratura dall'avvocato Ugo Colonna, il quale riferiva, tra l'altro, di illecite pressioni e di rapporti del dottor Cassata con esponenti della criminalità organizzata di Barcellona Pozzo di Gotto e, in particolare, con il boss Giuseppe Gullotti, ritenuto il capo delle cosche di quella città.
Tali dichiarazioni hanno dato origine al procedimento penale n. 478 del 2002 a carico del dottor Cassata per il delitto di cui all'articolo 416-bis del codice penale, definito però con decreto di archiviazione del GIP di Reggio Calabria il 18 aprile 2002 in accoglimento della richiesta formulata dalla locale procura distrettuale.
Nella parte espositiva dell'interpellanza vengono, inoltre, stigmatizzate alcune condotte poste in essere dal dottor Cassata riconducibili, da un lato, ad illecite frequentazioni dello stesso e, dall'altro, ad illecite pressioni esercitate nei confronti di colleghi.
Con riferimento alla prima tipologia di comportamenti, gli interpellanti ricordano, in primo luogo, che «il boss incontrastato della mafia barcellonese Giuseppe Gullotti, al momento in cui si rese responsabile quale mandante (come riconosciuto con sentenza passata in giudicato) dell'omicidio del giornalista Beppe Alfano avvenuto a Barcellona Pozzo di Gotto l'8 gennaio 1993, era socio e frequentatore del circolo culturale Corda Fratres, del quale il dottor Cassata, già presidente, era per sua stessa ammissione il principale animatore».
Tale circostanza è stata recisamente negata dal dottor Cassata, il quale - come segnalato dal PM di Reggio Calabria nella richiesta di archiviazione datata 5 aprile 2002 - ha per contro dichiarato di non sapere che Gullotti, «iscritto alla Corda Fratres nell'anno 1980, quando era celibe, incensurato e studente universitario, fosse mafioso»: ciò sino al 1993, anno in cui «provvide immediatamente alla sua espulsione dal circolo», atteso il contenuto di una relazione della Commissione parlamentare antimafia che lo indicava come personaggio emergente della mafia barcellonese. Il Gullotti, all'epoca libero e non ancora indagato, avrebbe assunto il comando di un clan dopo l'arresto di tale Carmelo Mirone.
Del resto, come è stato osservato nella menzionata richiesta di archiviazione, l'assunto difensivo del Cassata è stato ritenuto credibile, apparendo inverosimile ipotizzare che il dottor Cassata, ove consapevole della caratura criminale del Gullotti, potesse aver attivato legami con un personaggio appartenente alla criminalità organizzata dando agli stessi il carattere dell'ufficialità attraverso l'iscrizione ad una associazione pubblica da lui presieduta.
Né sembra indurre ad una diversa conclusione l'ulteriore circostanza, riferita dagli interpellanti, secondo cui, «durante la latitanza di Giuseppe Gullotti, sottrattosi ad una misura cautelare emessa nel procedimento relativo all'omicidio Alfano, il dottor Cassata, nel settembre 1994, era stato avvistato da due carabinieri mentre conversava in strada con Venera Rugolo, moglie di Giuseppe Gullotti». Sempre secondo gli interpellanti, nei giorni successivi a quell'incontro con la moglie del Gullotti, il magistrato avrebbe esercitato pressioni nei confronti di uno dei due carabinieri che avevano redatto al riguardo apposita relazione di servizio per ottenerne la distruzione. Tale incontro infatti, come osservato dal PM di Reggio Calabria, non sembra indicativo di alcunché: lo stesso dottor Cassata lo ha in effetti ammesso, facendo peraltro presente che esso fu del tutto occasionale, in quanto la Rugolo all'epoca gestiva due negozi che si trovavano ai lati della sede di ingresso della Corda Fratres; il magistrato ha, inoltre, precisato di essersi trovato solo e senza scorta perché poteva fruire della tutela solo per i spostamenti di ufficio. Tale circostanza è stata confermata dal maresciallo dei carabinieri Campolo Antonino, autore della relazione di servizio di cui sopra si è detto. Questi ha, infatti, riferito che la relazione fu redatta per finalità cautelative, in quanto il magistrato era privo di tutela, e di aver spiegato ciò allo stesso magistrato, che si era in un primo momento rammaricato per quella relazione, non avendone compresa l'esatta ragione.
La tesi difensiva della occasionalità ha trovato il necessario riscontro proprio in considerazione dell'obiettiva vicinanza fra i due negozi gestiti dalla donna e la sede dell'associazione culturale, nonché nel fatto che l'ormai nota estrazione criminale del Gullotti avrebbe consigliato ogni cautela nell'accettare frequentazioni pubbliche nel centro cittadino con la moglie di un pericoloso boss. Tuttavia, ciò che ha indotto l'autorità giudiziaria a ritenere del tutto infondati i sospetti di una possibile contiguità del dottor Cassata con ambienti malavitosi è la deposizione resa dal dottor Marcello Minasi, sostituto procuratore generale presso la corte d'appello di Messina, incaricato della trattazione del processo d'appello relativo all'omicidio del giornalista barcellonese Giuseppe Alfano.
Tale magistrato ha, infatti, dichiarato di essere riuscito ad ottenere la condanna di Giuseppe Gullotti, assolto in primo grado, proprio grazie alle informazioni fornitegli dal collega Cassata, il quale gli aveva fatto notare come la causale mafiosa del delitto fosse riconducibile al Gullotti, all'epoca dei fatti unico capomafia barcellonese, essendo priva di fondamento la tesi, accolta dal giudice di primo grado, secondo cui vi sarebbero stati più capi in contrasto tra loro, essendo in realtà costoro, all'epoca del delitto, detenuti o defunti.
Dalla deposizione del dottor Minasi è inoltre emerso che, in occasione della presentazione del libro dal titolo Gli insabbiati di Luciano Mirone, il dottor Cassata rivolse al collega Minasi un pubblico elogio perché era riuscito a far arrestare e condannare il Gullotti quale mandante dell'omicidio del giornalista Alfano e, per tale motivo, aveva rilasciato ad un quotidiano locale dichiarazioni di compiacimento proprio all'indomani della sentenza.
A questo proposito, il dottor Minasi ha ricordato di aver ringraziato il dottor Cassata per il suo sostegno, invitandolo però nel contempo ad una maggiore cautela visto che risiedeva nella stessa città controllata dal Gullotti. Non a caso il dottor Cassata, come riferito dagli interpellanti, avrebbe prodotto al CSM un articolo apparso il 21 maggio 2002 su La Gazzetta del Sud dal titolo: «Gullotti voleva la morte del procuratore generale Cassata». Tale articolo riportava le dichiarazioni spontanee rese il giorno prima al tribunale di Catania da tale Luigi Sparacio nel corso del processo a carico, tra gli altri, del magistrato Giovanni Lembo e, alla luce di quanto sin qui evidenziato, la successiva ritrattazione da parte dello Sparacio non rende per ciò solo poco credibile la reale esposizione del Cassata a pericoli per la sua incolumità personale.
Secondo gli interpellanti, inoltre, il predetto magistrato avrebbe avuto contatti anche con altri esponenti della criminalità organizzata barcellonese, tra cui Rosario Cattafi, già indagato dalla procura della Repubblica di Caltanissetta nell'ambito dell'indagine sui mandanti occulti delle stragi di Capaci e via D'Amelio, e Giuseppe Chiofalo, con il quale il dottor Cassata avrebbe condiviso un viaggio in auto a Milano nel 1974.
In particolare, nell'atto di sindacato ispettivo si sottolinea l'esistenza di un presunto collegamento tra il dottor Cassata ed il Cattafi, visto che anche quest'ultimo era socio della Corda Fratres. Tuttavia, tale circostanza è risultata infondata: infatti, come accertato ed evidenziato dalla procura distrettuale di Reggio Calabria nella successiva richiesta di archiviazione avanzata in data 14 maggio 2002 all'esito del procedimento penale n. 1796 del 2002 originato dalla riapertura delle indagini autorizzate dal GIP con provvedimento del 24 aprile 2002, Cattafi Rosario Pio, personaggio gravato da precedenti penali anche di natura associativa, «non risulta iscritto al circolo Corda Fratres». Il procedimento in questione è stato, pertanto, definitivamente archiviato con decreto del GIP il 28 maggio 2002.
Quanto, poi, al presunto viaggio in auto con il boss Chiofalo, si deve rilevare che l'episodio è stato riferito in un esposto, risultato generico e privo di concreti riscontri, del senatore barcellonese Carmelo Santalco, il quale ha altresì fatto presente che il dottor Cassata gestisce a Barcellona Pozzo di Gotto un museo etno-antropologico che riceve considerevoli finanziamenti dalla regione siciliana e da enti locali, quali il comune di Barcellona Pozzo di Gotto e la provincia di Messina, operanti proprio nel territorio dell'ufficio giudiziario di pertinenza di detto magistrato. Si deve rilevare che l'esposto in questione è stato archiviato dalla procura generale della Corte di Cassazione, «non essendo emersi, in seguito agli accertamenti compiuti, comportamenti non dovuti, pregiudizievoli per il prestigio dell'ordine giudiziario».
Il procuratore generale di Messina ha al riguardo osservato di non poter escludere che la causa dell'accanimento dell'esponente nei confronti del dottor Cassata sia da individuare nel risentimento per mancati interventi a favore del figlio, coinvolto nel maxiprocesso cosiddetto «Mare Nostrum». Risulta, peraltro, documentato che la realizzazione del museo di cui sopra si è detto è, in realtà, da attribuire al padre del dottor Cassata, avendone quest'ultimo proseguito l'arricchimento con nuove acquisizioni e nuove iniziative e che i contributi, successivi all'edificazione del museo ed al suo allestimento, sono stati destinati esclusivamente al funzionamento di tale struttura.
Gli interpellanti si soffermano, infine, su alcune pressioni a loro dire esercitate dal dottor Cassata nei confronti di colleghi e, in particolare, dei dottori Daniele Cappuccio e Andrea De Feis, rispettivamente GUP e PM presso il tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, nonché nei confronti del titolare - identificato nel dottor Siciliano - del procedimento penale riguardante «un carabiniere che al tempo gli faceva da autista», il carabiniere Napolitano.
In particolare, quanto al primo episodio, dalle stesse dichiarazioni del dottor Cappuccio è emerso che il dottor Cassata ebbe a chiedergli, nel 1998, il differimento oltre l'estate di un processo che riguardava due imputati di estorsione per fatti non connessi alla criminalità organizzata, al fine di non pregiudicare uno dei due imputati, tale Cannata, che era in procinto di assumere un incarico presso il consiglio comunale. Tale vicenda è stata ritenuta dalla competente autorità giudiziaria penalmente irrilevante, non essendo in alcun modo sintomatica di una eventuale contiguità del dottor Cassata con il Gullotti o con altri esponenti della criminalità organizzata locale in quanto, come sottolineato dallo stesso dottor Cappuccio, i due imputati non risultavano coinvolti in reati di mafia. Sul piano strettamente disciplinare, si segnala che la vicenda è stata anche oggetto di un'inchiesta amministrativa disposta dal Ministro pro tempore in data 16 ottobre 1998, all'esito della quale si è disposta l'archiviazione, su conforme parere dello stesso ispettorato generale, in quanto il comportamento tenuto dal magistrato, ancorché inopportuno, non aveva integrato un'ipotesi di interferenza disciplinarmente rilevante, dovendosi intendere per tale, secondo una consolidata giurisprudenza, una condotta non occasionale, tale da realizzare una forma di pressione psicologica sul collega interessato, volta ad ottenere un provvedimento «favorevole» alla parte: ipotesi non verificatasi nel caso di specie.
Analoghe considerazioni possono valere anche con riferimento agli altri due episodi citati dagli interpellanti, ove ugualmente non è stata rilevata un'ipotesi di interferenza disciplinarmente rilevante.
In particolare, il dottor Cassata avrebbe esercitato delle pressioni sul dottor De Feis, all'epoca dei fatti magistrato delegato ad una indagine relativa all'amministrazione comunale di Terme Vigliatore, perché non venisse formalmente acquisita agli atti del procedimento penale un'informativa del 29 aprile 2005 dei carabinieri di Barcellona Pozzo di Gotto, dalla quale potevano emergere elementi coinvolgenti il dottor Olindo Canali, magistrato in servizio presso la medesima procura di Barcellona Pozzo di Gotto.
In relazione a tale episodio, alla luce della ricostruzione compiuta dall'ispettorato generale, non sono stati ravvisati profili di possibile rilievo disciplinare. Infatti, si deve in primo luogo segnalare che nessun addebito è emerso a carico del dottor Canali e, inoltre, quanto al dottor Cassata, lo stesso dottor De Feis, in occasione della sua escussione innanzi alla procura della Repubblica di Reggio Calabria, ha chiarito che si trattò di un incontro del tutto informale ed occasionale cui parteciparono egli stesso, il procuratore capo, il dottor Cassata ed il dottor Canali. Nel corso dell'incontro si discusse sull'opportunità di acquisire agli atti l'informativa della polizia giudiziaria. Il dottor De Feis ha testualmente precisato come, nell'occasione, il dottor Cassata si fosse rivolto a lui con tono «... certamente non intimidatorio in senso diretto», quanto piuttosto «... sgradevole ... e comunque invadente ...» e come la sua opinione contraria all'acquisizione dell'informativa, anche per la parte riguardante il dottor Olindo Canali, avesse avuto carattere eminentemente tecnico e di opportunità e fosse, quindi, priva di connotati di interferenza od intimidazione. La vicenda è stata, pertanto, valutata in senso liberatorio dalle competenti articolazioni ministeriali ed archiviata dal Ministro pro tempore il 26 marzo 2008.
Quanto, infine, all'ultimo episodio, relativo ad una presunta interferenza del dottor Cassata nella vicenda giudiziaria concernente il suo autista, il carabiniere Napolitano, nel decreto di archiviazione emesso dal GIP di Reggio Calabria del 21 giugno 2002 (su conforme richiesta della locale procura) viene sottolineato che si è trattato, in sostanza, «di un interessamento del Cassata, animato da sentimenti di familiarità nei confronti del carabiniere Napolitano (del quale fu anche testimone alle nozze), al solo scopo di comporre una vicenda nata da alcune denunce sporte nei confronti del Napolitano a seguito di una relazione extraconiugale che questi aveva intrattenuto con altra donna. Giova ricordare - aggiunge il GIP - che qualsivoglia interessamento del Cassata non può comunque che essere interpretato nell'ottica del benevolo rapporto umano instauratosi con il carabiniere, e non certo di una illecita strumentalizzazione dei suoi poteri, essendo, peraltro, risultato pienamente improduttivo; il Napolitano fu poi condannato con decreto penale esecutivo per il reato di cui all'articolo 660 del codice penale, come egli stesso dichiara, e fu trasferito d'ufficio». Alla luce di quanto sino ad ora riferito, non può che osservarsi che le vicende menzionate dagli interpellanti sono già state tutte ampiamente valutate in senso liberatorio sia in sede penale, sia in sede disciplinare e che, per converso, la prospettazione dei fatti delineata nell'atto di sindacato ispettivo è stata smentita dalle risultanze documentali acquisite ed è risultata priva di concreto riscontro. Al riguardo, si richiamano testualmente le considerazioni svolte dal GIP di Reggio Calabria nel decreto di archiviazione del 18 aprile 2002 in merito ai rapporti intercorsi tra il dottor Cassata e l'avvocato Ugo Colonna, le cui dichiarazioni hanno dato adito al sospetto di una possibile contiguità tra il primo e la criminalità organizzata barcellonese: «(...) le numerose notizie date sul suo conto sono state smentite, altre ancora sono rimaste prive di adeguato riscontro. Del resto, i contrasti tra il dottor Cassata e l'avvocato Colonna risultano pacifici (...). Ciò può aver determinato un'enfatizzazione delle notizie, spesso vaghe, di seconda mano, generiche, apprese dall'avvocato Colonna, con conseguente debolezza del quadro d'insieme dei suoi rilievi».
Conclusivamente, sulla base di tali considerazioni, non possono esservi margini per una nuova valutazione di carattere disciplinare delle circostanze sopra riferite e risultate prive di fondamento.
In definitiva, onorevole Di Pietro, lo sviluppo delle fotografie dei fatti (come lei dice) non sembra definire lo stesso quadro di eventi.
Comunque, per un'ulteriore valutazione di tali circostanze, da compiere, secondo gli interroganti, in occasione del concerto che il Ministro della Giustizia sarà chiamato ad esprimere per la nomina del dottor Cassata quale procuratore generale della Repubblica di Messina si ritiene di non poter prescindere dalle motivazioni, ancora non note, che la quinta commissione del CSM ha posto a base della sua proposta. Si osserva, peraltro, che ai fini del concerto assumono particolare rilievo e costituiscono oggetto di specifica valutazione le capacità organizzative e gestionali del magistrato e che, nel caso di specie, i fatti sopra evidenziati erano già noti allo stesso CSM, che li aveva valutati in senso favorevole all'interessato. Infine, quanto all'ultimo quesito proposto nell'atto di sindacato ispettivo, non può che rilevarsi che non vi sono i presupposti per una verifica ispettiva in ordine a fatti risalenti nel tempo, la cui veridicità, peraltro, come ripetutamente segnalato, è stata già esclusa dalla competente autorità giudiziaria.

PRESIDENTE. L'onorevole Di Pietro ha facoltà di replicare.

ANTONIO DI PIETRO. Signor sottosegretario, la ringrazio per l'analitica esposizione dei fatti, anche se avevo chiesto qualcos'altro. Noi non chiediamo di rifare i processi né di condannare disciplinarmente o di iniziare un'azione per una condanna disciplinare nei confronti del procuratore generale Antonio Franco Cassata. Di questo se ne sono occupati e se ne occuperanno - nella maggior parte dei casi se ne sono già occupati - gli organi competenti. La ragione per cui oggi siamo intervenuti è riflettere insieme su un tema importante che credo non possiamo disconoscere. È vero o non è vero che è stata approvata una norma, peraltro criticatissima, che prevede che, dopo quattro anni, i dirigenti delle procure devono ruotare ed essere trasferiti, perché è opportuno che in un territorio non si crei un'ambientalità tale da determinare una sorta di conoscenza continua, che non garantisce neanche l'apparenza dell'indipendenza della giurisdizione?
Pertanto, insieme a lei, vorrei rileggere non ciò che noi interpellanti abbiamo esposto, ma quel che lei ha esposto. Proviamo a rivedere insieme tutte queste fotografie, perché viste singolarmente possono apparire sfocate, ma tutte insieme fanno rilevare che siamo in un territorio, quello di Calabria e Sicilia, con magistrature, l'una che indaga sull'altra da tempo immemorabile.
È un ufficio giudiziario che molte volte viene messo sotto la lente di ingrandimento da denunce di cittadini coraggiosi e di testimoni di giustizia. Sui fatti di tale ufficio vi è poi un altro ufficio giudiziario, dall'altra parte della sponda dello stretto, che valuta e decide, e viceversa.
In questo rimpallo di valutazioni, si crea una situazione delicatissima. Pertanto, se è vero, com'è vero, il principio secondo il quale ci deve essere una rotazione, mi chiedo se una persona che dal 1989 è nello stesso ufficio e svolge di fatto sempre le stesse funzioni, nella realtà di un ufficio giudiziario chiamato molte volte a giudicare colleghi dall'altra sponda, sia idonea a ricoprire il posto in questione. Di tutto questo insieme di elementi, che sono emersi, lei stessa ha dato atto.
Lei ha affermato che non ci sono fatti disciplinarmente rilevanti. Forse tali fatti non sono disciplinarmente e penalmente rilevanti, ma lo sono dal punto di vista ambientale, in questa contiguità esistente.
Il giovane sostituto ha affermato che certamente c'è chi ha tenuto un comportamento sgradevole e invadente, ma cosa potrebbe dire di più. In molte decisioni, è stato detto che il comportamento è stato inopportuno, ma tutto sommato! È una progressione continua di pacche sulla spalla, di cui prendiamo atto, che rispettiamo. Ci mancherebbe altro, ma mi chiedo e chiedo al Ministro della giustizia, nella sua funzione concertante - l'avrei chiesto e vorrei chiederlo, ma non posso e non devo, anche alla V sezione del CSM - se risulti, rispetto ad una situazione così debordante di accadimenti continui, che vi sia stato o meno un certo comportamento, se si intendeva o meno fare qualcosa, se si trattava o meno di un'amicizia, se frequentava qualcuno e via seguitando.
Anche affermare: «ma io ho gioito quando è stato condannato» non è una giustificazione. Sapete quante ne ho sentite di persone (anche coloro che hanno fatto il mio mestiere lo possono dire) affermare di gioire quando veniva condannato qualcuno per poi scoprire che erano complici? Non voglio accusare qualcuno in questo caso specifico, ci mancherebbe altro, ma voglio dire che è ininfluente un'affermazione di questo genere, perché ne abbiamo sentiti anche di politici attuali affermare: «la mafia mi fa schifo» per poi essere condannati per favoreggiamento ai mafiosi, anche nello stesso territorio siciliano. Ecco perché mi chiedo e vi chiedo se non si possa dare una mano a venir fuori da un verminaio continuo e se all'interno di una realtà territoriale contigua tra Sicilia e Calabria non si possa creare un'occasione favorevole di ricambio generazionale della classe dirigente della magistratura. Vorrei chiedere al Ministro della giustizia che ha competenza a decidere se non sia questa l'occasione propizia, visto che si parla tanto di funzionalità del sistema giustizia, di far camminare quei giovani magistrati che vogliono darsi da fare o quegli anziani magistrati che tanto si sono dati da fare piuttosto che continuare a insistere con questa burocrazia basata sull'età che avanza nella quale, per caduta, «oggi tocca a me e domani tocca te»? Non credo che sia opportuno, in una situazione di questa genere, procedere alla nomina di un socio del circolo Corda fratres (questo nome importante la dice tutta su questa fratellanza di conoscenze e di partecipazioni). Insomma, ho apprezzato molto la sua relazione, l'ho ascoltata con molta attenzione, conosco anch'io queste soluzioni, sapevo che, ogni fatto preso singolarmente, sarebbe stato chiuso con una frase del tipo: «va bene, per questa volta va bene così ». Ma questa frase: «per questa volta va bene così» non produce il sospetto che sia opportuno agire? Il nostro appello è che si svolga una riflessione profonda sulle nomine delle alte cariche della magistratura, perché riteniamo che, a volte, il mero accadimento burocratico, per cui dopo diversi anni si assume un certo ruolo, permette, di far assumere funzioni e posizioni importanti a persone che si trovano o si sono trovate ad operare in una realtà sulla quale difficilmente possiamo avere la certezza dell'indipendenza di giudizio.
Immaginate, per un solo istante, questi finanziamenti che pervengono a questo museo etno-antropologico che, certo, è stato fatto dal padre, si tratta di una cosa buona giusta ed i cui finanziamenti sono finiti proprio per cose buone e giuste. Stiamo parlando, però, dello stesso magistrato che dovrà giudicare eventuali comportamenti della provincia e del comune. Avete visto cosa è successo con il consigliere comunale che doveva diventare presidente del consiglio comunale? È stato chiesto al magistrato di aspettare prima di rinviarlo a giudizio al fine di consentire l'elezione a vicepresidente del consiglio comunale. Allora, in una situazione di questo genere anche l'apparenza comporta trasparenza. Quello che chiedo e vi chiedo è se non sia il caso, non di stabilire soluzioni disciplinari sulle quali sono state già prese decisioni che rispettiamo, ma di operare un ricambio. Stiamo parlando di una persona nei cui confronti le autorità competenti hanno rilevato non esservi fatti penalmente rilevanti, di una persona che ha operato ed opera a più livelli in una realtà territoriale dove svolge il ruolo di procuratore generale della Repubblica ma anche una serie di attività associative, conoscitive e di frequentazione che comportano di dover valutare fatti di cui è parte. Mi chiedo, quindi, se non vi sia bisogno di questo ricambio.
È un appello che le rivolgo nel rispetto di quelle sue argomentazioni che - lo ripeto - non sono campate in aria, ma documentate (per questo le rispetto); tuttavia, proprio per le affermazioni che lei ha svolto, invito il Ministro della giustizia a riflettere se non sia proprio questa la ragione per procedere ad uno scatto di qualità e verso una nuova dirigenza in un territorio che ha bisogno di venir fuori da un verminaio che da troppi anni lo sta abbattendo (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).

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La non risposta di Ronchi

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Nella mia interpellanza di ieri al ministro per le politiche europee Ronchi, sulle risposte che il governo deve fornire ai quesiti che la Corte di Giustizia europea pone sulla vicenda Europa7, c'è stata la massima evasivita'. Allego il resoconto stenografico del ministro Ronchi perchè i cittadini sappiano che queste risposte ancora non ci sono e che le parole del dipendente di Silvio Berlusconi, Andrea Ronchi, sono una presa per i fondelli ai cittadini italiani. Sappiamo fin d'ora che non c'è nessuna intenzione da parte del Presidente del Consiglio di cedere le frequenze occupate da Rete4 al legittimo proprietario. Sappiamo fin d'ora che gli italiani pagheranno 350 mila euro al giorno con effetto retroattivo a partire dal primo gennaio 2006.

Antonio Di Pietro: Noi dell'Italia dei Valori vorremmo sapere come il Governo in carica intenda rispettare la sentenza della Corte di giustizia europea, giacché il 31 gennaio 2008 essa ha condannato lo Stato italiano, perché non rispetta il principio di libera prestazione dei servizi né i criteri obiettivi, trasparenti e non discriminatori nell'assegnazione delle frequenze. La Commissione europea, la settimana scorsa, ha rivolto ben venti domande specifiche per chiedere come il Governo intenda dare esecuzione alla sentenza della Corte di giustizia europea.
Poiché il Governo italiano, nell'ultimo decreto-legge - nonostante recasse espressamente il titolo esecuzione di sentenze e di provvedimenti dell'Unione europea - non ha voluto dare corso alla risoluzione di questo problema, vogliamo sapere, adesso, in modo chiaro chiaro, che cosa intende fare, rispetto alle domande rivolte dalla Commissione europea?

Maurizio Lupi: Il Ministro per le politiche europee, Andrea Ronchi, ha facoltà di rispondere.

Andrea Ronchi: Signor Presidente, ringrazio l'onorevole Di Pietro per questa interrogazione a risposta immediata, con la quale chiede al Governo di fornire elementi in merito alla tematica delle autorizzazioni a trasmettere e all'attribuzione delle frequenze con la modalità digitale, con particolare riferimento ai rilievi formulati in sede comunitaria sulla legislazione preesistente e sulle norme recentemente approvate.
Si evidenzia in modo preliminare che, avendo la Commissione europea inviato il questionario al quale si fa riferimento nel testo dell'interrogazione lo scorso 25 giugno ed essendo, dunque, in corso l'elaborazione delle risposte ai quesiti posti, non è, allo stato, possibile fornire una risposta definitiva sulle specifiche tematiche oggetto del questionario.
Ciò premesso, occorre in primo luogo precisare che, con parere motivato del 18 luglio del 2007, la Commissione europea aveva formulato rilievi di incompatibilità comunitaria con riferimento agli aspetti inerenti al titolo per l'esercizio dell'attività di operatore di rete in tecnica digitale su frequenze terrestri e al regime dei trasferimenti di impianti di frequenza al fine della realizzazione delle reti digitali terrestri.
In merito al primo profilo, la Commissione europea ha rilevato che il regime transitorio delle licenze individuali del testo unico della radiotelevisione sarebbe in contrasto con le disposizioni della direttiva di autorizzazione, in quanto, ai sensi del quadro comunitario, il titolo per esercitare l'attività di operatore di reti è l'autorizzazione generale e non la licenza individuale.
Le modifiche introdotte su iniziativa del Ministero dello sviluppo economico si manifestano, appunto, idonee a rimuovere questa censura, in quanto l'articolo 8-novies, comma 1, della legge n. 101 del 2008 modifica l'articolo 15, comma 1, del testo unico della radiotelevisione, al fine di precisare che l'attività di operatore di rete in tecnica digitale è assoggettata al solo regime dell'autorizzazione generale, ciò anche con riferimento al periodo transitorio.
Coerentemente con tale impostazione, il successivo comma 2, per un verso abroga esplicitamente il comma 12 dell'articolo 25, il quale, nel periodo transitorio, prevedeva, quale titolo abilitante, la licenza individuale in luogo dell'autorizzazione generale e, per l'altro verso, dispone la conversione delle attuali licenze individuabili in autorizzazioni generali da effettuarsi entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto-legge.
È così del tutto venuta meno la necessità della preventiva approvazione dell'attività dell'operatore di rete da parte della pubblica autorità, caratteristica della licenza individuale o, più in generale, dei regimi concessori in cui la Commissione europea, nel parere motivato, aveva ravvisato una ragione di contrasto con la direttiva del 2002.

Maurizio Lupi: La prego di concludere.

Andrea Ronchi: Concludo, signor Presidente. L'attività di operatore di rete televisiva digitale terrestre è oggi, pertanto, da ritenersi subordinata al solo titolo abilitativo dell'autorizzazione generale con effetto immediato e ciò conferma che chiunque può chiedere tale autorizzazione, avendo così accesso al comparto televisivo.
In conclusione, con riferimento al tema della gestione delle frequenze, la Commissione europea ha rilevato, sostanzialmente, che in Italia la transizione al digitale terrestre non poteva essere legalizzata per mezzo dell'assegnazione di diritti d'uso su nuove frequenze...

Maurizio Lupi: La prego di concludere.

Andrea Ronchi: ...questo è un punto per noi importante, in ragione della situazione di sostanziale saturazione dello spettro e, in tali circostanze, l'accesso al mercato di operatori di rete su frequenze terrestri in tecnica digitale.

Maurizio Lupi: L'onorevole Di Pietro ha facoltà di replicare.

Antonio Di Pietro: No! Signor Presidente del Consiglio dei ministri che non c'è, lei ha fatto arrampicare sugli specchi il suo Ministro, perché lei avrebbe dovuto dire solo una cosa: la Corte di giustizia delle Comunità europee ha emesso una sentenza di condanna e noi dobbiamo rispettare quella sentenza e, quindi, adeguarci, non riempire di numeri noi, la Corte di giustizia delle Comunità europee e la Commissione europea!
Lei, signor Presidente del Consiglio dei ministri che non c'è, avrebbe dovuto far dire, oggi, che è dal 1985 che sta facendo il «furbacchione»! Lo ha fatto con Craxi, quando si è fatto varare un provvedimento ad hoc per rendere lecito quel che era illecito, e lo ha fatto anche pagando bene, attraverso il conto corrente All Iberian. Lo ha rifatto nel 1994, quando la Corte costituzionale ha dichiarato abusiva la frequenza Retequattro, e lo ha rifatto nel 1999, quando ha vinto la causa Europa 7.
La verità è una, e una sola, signor Presidente del Consiglio dei ministri che non c'è e che fa dire un sacco di numeri e fa dare i numeri al suo Ministro: lei è un imprenditore dell'informazione abusivo, al pari di quegli immigrati clandestini che lavorano in nero!
Come tale, anche a lei dovrebbe applicare quell'obbligo di espulsione dalle istituzioni democratiche per palese conflitto di interesse (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).
Lei deve dare esecuzione a un provvedimento giudiziario della Corte di giustizia delle comunità europee, solo questo deve fare! Oggi noi siamo in mora perché la Corte di giustizia delle comunità europee ha dichiarato di doverlo fare immediatamente. La Commissione europea le ha dato un termine che è già scaduto ed entro il quale avrebbe dovuto rispondere per dire: obbedisco! Lei non obbedisce neanche alla Corte di giustizia delle comunità europee, neanche al giudice europeo, non solo a quello italiano! Ecco perché lei è un abusivo delle istituzioni democratiche, signor Presidente del Consiglio (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).

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2 Luglio 2008

L'incallito furbacchione

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Pubblico il video ed il resoconto stenografico del mio intervento alla Camera dei Deputati di questa mattina sul decreto sicurezza.

Vi invito a commentare il mio intervento sul blog, commenti che leggerò attentamente per conoscere la vostra opinione.

Antonio Di Pietro: Signor Presidente del Consiglio che non c'è (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).

Gianfranco Fini: Onorevoli colleghi, per favore! Prego, onorevole Di Pietro.

Antonio Di Pietro: Signor Presidente del Consiglio che non c'è (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).

Gianfranco Fini: Onorevoli colleghi, vi prego di non disturbare l'oratore! Prego, prosegua pure onorevole Di Pietro.

Antonio Di Pietro: Signor Presidente del Consiglio che non c'è (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).

Gianfranco Fini: La prego di proseguire, onorevole Di Pietro.

Antonio Di Pietro: Ancora una volta lei fa l'incallito furbacchione. Lei utilizza lo strumento del decreto-legge per farsi ancora una volta i cavoli suoi.

Matteo Brigandì: Presidente, il turpiloquio no!

Antonio Di Pietro: Oddio, è vero che l'articolo 77 della Costituzione ammette che in casi straordinari di necessità e urgenza il Governo può adottare, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, ma certamente i nostri padri costituenti non pensavano mai che tra i casi straordinari di necessità e urgenza vi dovesse essere anche quello di un Presidente del Consiglio in carica che, per paura di una condanna penale per corruzione in atti giudiziari, si emanasse, da sé medesimo, con il suo consiglio di amministrazione una legge per sospendere il suo processo.
Dica la verità, signor Presidente del Consiglio che non c'è, lo sapeva e lo sa pure lei che una furbata del genere non si può fare. Per questo ha usato un altro trucchetto. Non ha inserito nel testo originario (il decreto-legge da sottoporre al vaglio preventivo del Presidente) la norma che sospende processi in corso, ma l'ha fatta introdurre da qualche suo dipendente successivamente in Parlamento come emendamento. Bravo furbacchione! Così ha raggirato, sì, ha proprio raggirato anche il Capo dello Stato a cui spettava il primario compito del vaglio costituzionale a norma del quinto comma dell'articolo 87 della Costituzione.
Per queste ragioni noi, deputati dell'Italia dei Valori, chiediamo alla Camera dei deputati di non procedere all'esame del decreto-legge n. 92 del 2008, perché quanto disposto dall'articolo 2-ter del decreto in questione viola l'articolo 77 della Costituzione. Sappiamo bene che la maggioranza di questo Parlamento farà finta di non leggere, di non vedere, e di non riflettere sull'articolo 77 della Costituzione, ma il problema è proprio qui: la Costituzione, a una maggioranza parlamentare che ha deciso di servire gli interessi personali del capo del Governo, interessa poco.
Ugualmente chiediamo, affinché questa nostra richiesta pregiudiziale rimanga agli atti, che sia dichiarata l'incostituzionalità del predetto articolo 2-ter del decreto n. 92 del 2008, sempre rispetto all'articolo 77 della Costituzione, per estraneità assoluta della norma che dispone la sospensione dei processi. Perché questo? Perché quando avete emanato questo decreto-legge avete detto che questo provvedimento doveva servire ad apprestare un quadro più efficiente per contrastare fenomeni di illegalità diffusa collegati all'immigrazione illegale e alla criminalità organizzata. Ora, ci dica signor Presidente del Consiglio che non c'è, che ci azzecca la sospensione del processo a suo carico con il fatto che così facendo si riesce a combattere meglio la criminalità organizzata o l'illegalità diffusa? O forse ci azzecca, ci azzecca (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)!
Ancora una chicca, signor Presidente del Consiglio che non c'è, di cui dovrebbe proprio spiegarci la ratio: perché ha scelto proprio la data del 30 giugno 2002 come parametro temporale per individuare quali processi sospendere? Che cavolo sarà mai successo di così importante prima di tale data che deve essere sospeso ad ogni costo, altrimenti la giustizia non funziona più? E perché mai, se gli stessi reati sono avvenuti dopo tale data, non importa più e possono essere perseguiti?
Se lo scopo dichiarato di alleggerire il lavoro dei giudici da reati a basso contenuto di allarme sociale fosse vero, ciò dovrebbe valere sia per i reati commessi prima sia per quelli commessi dopo il 30 giugno 2002. Anche per questa ragione, quindi, chiediamo l'approvazione della questione pregiudiziale, declaratoria di incostituzionalità, che sappiamo voi non approverete ma sappiamo anche che resterà agli atti, cosicché, in seguito, quando la Corte Costituzionale ne prenderà atto, qualcuno rifletterà su come ha usato il proprio mandato.
Riteniamo, inoltre, che sia del tutto incompatibile con l'ordinamento costituzionale una norma che riconduce un aggravamento obbligatorio della pena alla mera sussistenza di uno status personale. Mi riferisco all'articolo 1, comma 1, lettera f) del decreto-legge in esame, dove è introdotta una circostanza aggravante comune: trovarsi nel territorio nazionale, vale a dire l'aggravante della nazionalità della persona sottoposta ad indagine. Vorrei ricordare che gli articoli 2 e 7 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo ma anche gli articoli 3, 10 e 11 della Costituzione non pongono differenza tra nazionalità, sesso, razza e quant'altro. Stabilire un'aggravante semplicemente perché il fatto è commesso da uno straniero, piuttosto che da un italiano, è un'illogicità, una incongruenza e anche una disparità di trattamento inaccettabile in uno Stato di diritto. Andando avanti di questo passo stabiliremo anche aggravanti anche per chi è di colore nero invece che di colore bianco, per chi è di razza ebrea invece che di razza ariana, per chi è zingaro invece che cittadino italiano (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà). Dunque, mi sembra che questa norma contenga tutti i parametri per una dittatura alle porte. Riteniamo che sia incostituzionale tale norma e, in particolare, l'articolo 2-bis del decreto-legge anche perché, dando precedenza ad alcuni reati rispetto ad altri, viola l'articolo 112 della Costituzione.
L'articolo 112 della Costituzione è quello che a voi e a lei, signor Presidente del Consiglio che non c'è, non piace, e che stabilisce il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale; ma a noi dell'Italia dei Valori piace perché l'obbligatorietà dell'azione penale pone tutti in modo uguale di fronte alla legge; non tutti, quindi, meno qualcuno.
Noi riteniamo che l'articolo 3 della Costituzione, secondo il quale tutti devono essere uguali di fronte alla legge, sia un articolo di cui essere fieri e che non deve essere calpestato, neanche per ragioni di urgenza, quali sono quelli di salvaguardarsi dai processi in corso. Riteniamo, signor Presidente del Consiglio che non c'è, che la sospensione riguardante un numero ingente di dibattimenti, creerà un'ulteriore dilatazione dei tempi della giustizia e, quindi, in questo senso, violerà ancora una volta l'articolo 111 della Costituzione.
Vogliamo che anche questo resti agli atti, perché con questa norma non si dà più efficienza alla giustizia ma si rallenta il corso della giustizia e si impedisce di avere giustizia, soprattutto alle parti lese per le quali il procedimento non prevede la possibilità che venga negata la sospensione su loro richiesta. Le parti lese devono soltanto subire ciò che il legislatore stabilisce e, quindi, non possono difendersi in alcun modo. Si dice che la parte civile costituita può trasferire l'azione in sede civile, come se in sede civile vi fosse la stessa possibilità di acquisire la prova dei fatti penalmente rilevanti che in sede penale.
Non capiamo proprio per quale ragione questa norma assegna al presidente del tribunale - mi riferisco al comma 8 dell'articolo 2-ter del decreto-legge - e non al giudice naturale il compito di accogliere la richiesta dell'imputato: il presidente del tribunale in via amministrativa e non il giudice naturale assegnato e precostituito per legge.Vogliamo che resti agli atti anche questo - sebbene sappiamo che a voi non interessa nulla, così come buona parte della Costituzione -, e cioè che questa disposizione viola l'articolo 25, primo comma, della Costituzione, perché viola la disposizione sull'assegnazione al giudice naturale precostituito per legge e viola anche il diritto di difesa, quello che tanto decantate, ma che boicottate quando non vi serve (articolo 24 della Costituzione).
Che dire poi della violazione dell'articolo 79 della Carta costituzionale, con riferimento alla sospensione facoltativa, quella cioè ancorata alla prossimità della prescrizione, quella che costituisce una sorta di vera e propria amnistia occulta, applicata al di fuori dell'articolo 79 della Costituzione, appunto, senza prevedere nemmeno un termine preciso per la ripresa dell'attività processuale dopo la sospensione. Si dice: si sospenda, poi anche se non si riprende più, non fa niente. Sicché, alla fine, si realizza un'amnistia occulta senza che una legge sull'amnistia occulta lo possa decidere. Insomma - e concludo - signor Presidente del Consiglio che non c'è, non crediamo, a differenza di altri colleghi, che la vostra sia una scelta politica: crediamo che sia una scelta personale ed un uso personale delle funzioni pubbliche, che lei e il suo Governo state portando avanti.

Gianfranco Fini: Concluda, prego.

Antonio Di Pietro: Per noi dell'Italia dei Valori deve essere chiaro che la via maestra non è quella di ripristinare una generale garanzia costituzionale per tutti: per noi la via maestra è l'articolo 3 della Costituzione, per cui tutti sono uguali di fronte alla legge e lei, signor Presidente del Consiglio, si faccia giudicare come tutti gli altri, e la smetta di cercare, attraverso la legge, di sfuggire alle maglie della giustizia (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori e di deputati del gruppo Partito Democratico).

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28 Giugno 2008

Magnaccia di governo

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Poco fa mi sono espresso senza mezzi termini di fronte alla stampa sulle intercettazioni tra Berlusconi e Saccà, definendo questa classe politica più simile a dei magnaccia intenti a piazzare veline a destra e manca, a spese del contribuente, piuttosto che occuparsi dei loro problemi.

Penso anche che il presidente del Consiglio farebbe molti meno sforzi, e rischierebbe molto meno, visti i recenti sviluppi, se facesse queste dubbie intermediazioni con le proprie televisioni, piuttosto che con quelle pubbliche.

Il problema è sempre lo stesso, utilizzare ruoli pubblici per gestire affari privati. Lo dimostra il fatto che per vincere le elezioni Berlusconi e Bossi hanno utilizzato l’allarme sociale, amplificandolo a dismisura, sull’immigrazione clandestina. Ecco che in tutta fretta l’immigrazione clandestina diviene reato. L’Europa condanna, il Governo ignora. Dopo tutto la strada verso la dittatura dolce è già segnata. Il Governo ha ignorato l’Europa sul prestito ponte Alitalia, l’ha ignorata sulla sentenza contro l’occupazione abusiva delle frequenze da parte di Rete 4, nulla impedisce di farlo anche per l’immigrazione clandestina.

Dopo l’ illusione mediatica offerta agli elettori su tutti i TG e giornali arriva subito la contropartita personale di Berlusconi. Pochi giorni dopo infatti, mentre la Lega gonfia il petto per aver mantenuto la promessa elettorale, al Governo è costretta a voltare le spalle agli stessi elettori. La blocca processi infatti oltre a bloccare il reato di corruzione giudiziaria, che metterebbe al sicuro Berlusconi per un anno da certi, e a lui sfavorevoli, sviluppi del processo Mills, blocca anche il reato sull’immigrazione clandestina. Ma di questo “dettaglio” ai sudditi cittadini non è dato sapere, e cala il consueto silenziatore mediatico, di giornali e televisioni “libere”.

Tutto sommato la blocca processi serve sia a destra che a sinistra, forse a non volerla siamo solo noi dell’Italia dei Valori poiché siamo all’opposizione. L’unica opposizione.

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27 Giugno 2008

Cittadini, non sudditi

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La Lodo-Schifani è una vergogna correlata alla vergona dell'emendamento blocca-processi. Una è figlia dell'altra.

La blocca-processi vuol sospendere per un anno 100 mila processi, tra i quali uno che coinvolge Silvio Berlusconi, e per farlo produrrà gli effetti di un indulto.

La Lodo-Schifani fa la stessa cosa definendo una cerchia di politici intoccabili e sospendendone i processi per cinque 5 anni.

I cittadini vogliono alle più alte cariche dello Stato persone oneste, da cui prendere esempio, senza condanne, senza processi aperti, senza conti in sospeso con la giustizia.

E' molto difficile far accettare quest'idea ad un Parlamento con 17 condannati in via definitiva ed almeno 70 persone con problemi giudiziari.

Lunedì 7 luglio si terrà l'udienza deil processo Mills a carico del presidente del Consiglio, poi ci saranno altre due date prima della sospensione per l'estate, il 14 ed il 18 luglio.

In occasione di queste date, così come ho fatto per il processo Spartacus, un inviato dell'Italia dei Valori fornirà un resoconto dettagliato del dibattimento processuale.

L'8 luglio dalle ore 18:00 poi, ricordo a tutti i sostenitori, saremo a piazza Navona, per riprenderci ciò che questi intoccabili vogliono toglierci: la dignità.

E' la dignità che distingue il suddito dal cittadino.

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26 Giugno 2008

Di Pietro il giustizialista

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Pubblico una lettera ricevuta da Alfredo Amato, un cittadino come tanti che traccia un quadro del nostro Paese facendo riferimento a fatti più o meno recenti. Il titolo di questa lettera lo ha deciso lui spiegando poi nelle prime righe il senso di questa "etichetta", senso che condivido.

"Buongiorno On Di Pietro!
Quello in oggetto era il titolo di un mio post sul sito SocialistaLab.it probabilmente censurato perchè non in linea con le idee del partito di cui io faccio parte.
Ho aderito sulla base di una promessa di rinnovamento che, sinceramente, al momento non vedo. Ma la militanza in uno schieramento opposto al Suo non mi impedisce di vedere le cose con obiettività, non diminuisce la mia stima per Lei e non mi imbavaglia. Accade spesso di sentire etichettare Di Pietro come giustizialista. E ancora più spesso, l'etichetta è appiccicata con una strumentale urgenza di riforme di cui gli italiani avrebbero bisogno e che porrebbero in ennesimo piano questioni che, invece, io ritengo di gravità enorme!
Innanzitutto il diritto di Europa 7 di utilizzare le frequenze televisive indebitamente e abusivamente mantenute da Rete 4. Essendoci, su questa vicenda, una direttiva europea, mi chiedo come mai il governo italiano si preoccupi di attuare con rigore le direttive europee in materia di quote latte mentre ignori completamente quelle in materia di frequenze televisive.
Esiste, poi, la questione del falso in bilancio. Che non è un problema personale ma una questione di principio su cui si fonda la credibilità di un gruppo dirigente, che si tratti di un'azienda o di un governo non importa.
E che dire della ventennale gestione camorristica dei rifiuti campani, con la solita ipocrita e falsa estraneità delle regioni del Nord Italia, che alla parola "racket" preferiscono la più elegante "business"? In un video recente si vede un esercito che pattuglia un'area critica e, davanti, indisturbato, un esercito di motociclisti senza casco.
E in quest'ottica permissivista e garantista, il PM De Magistris viene definito un malato di protagonismo, glissando spudoratamente sul coinvolgimento di personaggi di spicco della politica nelle inchieste Poseidone e Why Not.
La Forleo viene "massacrata" dal mondo politico e dalla stessa magistratura non appena si permette di chiedere l'autorizzazione ad utilizzare le intercettazioni telefoniche a carico di D'alema in merito alla vicenda Unipol-BNL. E il governo, per tutta risposta cosa fa? S'inventa una legge per censurare le intercettazioni!
Si è detto che la maggior parte degli italiani si sente spiata al telefono...ma se è vero che c'è un'emergenza di riforme...se è vero che la gente non ce la fa ad arrivare a fine mese, a chi volete che importi di essere intercettato? Magari a chi sta rovinando un'azienda, sta trasferendo soldi all'estero, sta "piazzando" il figlio deficiente a capo di un ospedale, sta bruciando 100 mila miliardi di vecchie lire oppure sta avvertendo un capo mafia di una imminente indagine!
E così, i Testimoni di Giustizia, come Pino Masciari, diventano le vittime di uno Stato assente prima ancora che delle mafie. Quelle mafie che li hanno privati del presente e del futuro.
Mentre Andreotti, colpevole del reato di mafia negli anni 80, risulta assolto perchè innocente e non perchè il reato è andato in prescrizione.
E mentre ci interroghiamo sbigottiti sul perchè 8 sudenti su 10 ritengano inutile la scuola, perchè 9 milioni di neodiplomati risultino di un'ignoranza abnorme, perché un esperto del ministero ignori i contenuti della traccia di un esame di stato, perchè dei giovani assassini decidano di lanciare dei sassi da un cavalcavia, 200 giovani torinesi assaltino un'auto dei vigili urbani, un gruppetto di deficienti ammazza la noia devastando una scuola, frotte di automobilisti utilizza la comune strada per ingaggiare sfide quasi sempre a spargimento di sangue, sul perchè di questa perdita di valori, del senso di responsabilità prima che di autorità...mentre ci interroghiamo, appunto, il garantismo della casta passa sopra gli scempi edilizi, ambientali, i depuratori che non esistono, i reati di corruzione, di concussione, le assunzioni "pilotate", i figli di papà disseminati in ogni dove, i "regali" del governo a lobby, gli abusi delle aziende nei confronti dei dipendenti o, peggio, dei precari.
Il garantismo dei furbetti protegge le famiglie mafiose, non indaga su abusi e pestaggi come quelli del G8 di Genova e del giovane Federico Aldrovandi.
Ed è di questi giorni la norma "salva premier", le decisioni in materia di nucleare, l'esortazione ad accettare il trattato di Lisbona etc etc..
Così, attraverso il suo esercito di burattini senza fili che popolano la politica, le istituzioni, i posti di potere, i partiti, si attua il disegno di un potere superiore occulto.
Grazie" Dott. Alfredo Amato

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24 Giugno 2008

Il voto della vergogna

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Oggi si è espresso al Senato il voto della vergogna. La maggioranza ha votato compatta a favore della legge “blocca-processi”, piegando il capo al volere di Silvio Berlusconi.

Non credo che i cittadini che hanno votato la Lega o gli ex An si aspettassero dai rispettivi leader un tradimento della fiducia accordata con il voto del 13 e 14 aprile. Forse, e lo spero nel profondo, neanche gli elettori ex Forza Italia se lo aspettavano un decreto del genere.

Nessun cittadino si aspettava un decreto contro la loro sicurezza, esattamente come nel precedente governo nessuno si aspettava l’indulto. Semplicemente perché nessun cittadino lo aveva chiesto e nessuna forza politica lo aveva inserito nel proprio programma.

Travaglio, durante la trasmissione Passaparola di ieri, ha fornito un elenco esaustivo dei reati che la macchina della giustizia deve obbligatoriamente “ignorare”.

Li riporto di seguito, uno sull’altro, come si fa per un elenco mortuario, perché oggi muore una parte di democrazia di questo Paese.

- aborto clandestino
- abuso d’ufficio
- adulterazione di sostanze alimentari
- associazione per delinquere
- bancarotta fraudolenta
- calunnia
- circonvenzione di incapace
- corruzione
- corruzione giudiziaria – è quella per cui Silvio Berlusconi ha fatto questo decreto
- detenzione di documenti falsi per l’espatrio
- detenzione di materiale pedo-pornografico
- estorsione
- falsificazione di documenti pubblici
- frodi fiscali
- furto con strappo
- furto in appartamento
- immigrazione clandestina (“pensate, dopo tutte le menate che fanno con la storia dell’immigrazione clandestina, adesso sospendono i processi” – Marco Travaglio)
- incendio e incendio boschivo
- intercettazioni illecite
- maltrattamenti in famiglia
- molestie
- omicidio colposo per colpa medica
- omicidio colposo per norme sulla circolazione stradale vietata (“tutti quelli che stendono la gente per la strada ubriachi, bene quelli non li si processa” – Marco Travaglio)
- peculato
- porto e detenzione di armi anche clandestine
- rapina
- reati informatici
- ricettazione
- rivelazioni di segreti d’ufficio
- sequestro di persona
- sfruttamento della prostituzione
- somministrazione di reati pericolosi
- stupro e violenza sessuale
- traffico di rifiuti
- truffa alla Comunità Europea
- usura
- vendita di prodotti con marchi contraffatti
- violenza privata

Tutti questi, essendo puniti con pene inferiori ai dieci anni, vengono sospesi.

Per sospendere il processo di un cittadino, Silvio Berlusconi, l’Associazione Magistrati ha calcolato che neverranno sospesi circa centomila.

La mobilitazione nelle piazze è ormai inevitabile. Sul blog ho deciso di lanciare questa iniziativa contro la blocca-processi, iniziativa appello a tutti gli elettori, perché si dissocino dalle scelte dei rappresentanti del loro partito.

La legalità è la base di ogni democrazia. Senza legalità c’è solo il regime totalitario o l’anarchia.

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20 Giugno 2008

Processo Spartacus - Sentenza d'appello

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Il 4 giugno avevo dichiarato su questo blog che avrei seguito da vicino il processo Spartacus e che vi avrei tenuto informati. Pubblico il resoconto del nostro inviato a Napoli, Daniele Martinelli.

"Giovedi 19 giugno 2008. Un cordiale saluto da Daniele Martinelli. Mi trovo all’esterno del carcere di Poggioreale, a Napoli, per il processo Spartacus di cui è attesa la sentenza d’appello per esponenti del clan Casalesi. In tutto una trentina di esponenti che secondo calcoli approssimativi hanno un giro d’affari attorno ai 30 miliardi di euro e ramificazioni in mezzo mondo.
Si vive un po' di tensione attorno al carcere per i timori di atti eclatanti dopo le minacce pronunciate verso i giornalisti in aula durante l’udienza di lunedì da parte di Sandokan, alias Francesco Schiavone, che ha detto di non voler essere ripreso dalle telecamere. Schiavone già condannato in primo grado all’ergastolo. Quindi, sosta vietata attorno al perimetro del carcere, tiratori scelti negli edifici circostanti, vigilanza armata agli angoli delle strade e anche un’ispezione dentro delle fogne perimetrali del penitenziario che fortunatamente non portano alla luce ordigni. Nel frattempo noi operatori della stampa veniamo fatti entrare nell’aula bunker in attesa dell’arrivo dei giudici della corte d’appello, che infatti si presentano a mezzogiorno.
Come già detto prima, gli imputati sono una trentina di camorristi, tra cui gli storici capi clan accusati di ben 16 omicidi compiuti tra il 1988 e il 1991 nell’area del lagro aversano. La sentenza di primo grado del settembre del 2005 si era conclusa con 21 condanne all’ergastolo. Il procuratore generale, Francesco Iacone, rappresenta l’accusa in questo processo. Tra la folla si intravede nascosto dietro un muro di agenti anche lo scrittore Roberto Saviano, autore di Gomorra, il libro che con nomi e cognomi ha messo in luce la camorra imprenditrice di Casal di Principe. Saviano per ciò vive sotto scorta e non lo si può avvicinare nemmeno per un intervista. Nell’aula bunker in teleconferenza sono collegati gli avvocati difensori di alcuni imputati rinchiusi nelle carceri dell’Aquila e Alessandria.
Ora sentiamo la lettura della sentenza del Presidente della Prima sezione della Corte d’Assise d’appello di Napoli, Raimondo Romeres:

Ergastolo con isolamento diurno per anni 2 per Bidognetti Francesco, Caterino Giuseppe, Iovine Antoni, Schiavone Francesco del '54, Schiavone Francesco del '53, Schiavone Walter e Zagaria Vincenzo. Ergastolo con isolamento diurno per anni 1 e mesi 6 per Alessandro Cipriano e Diana Raffaele. Ergastolo con isolamento diurno per mesi 3 per Martinelli Enrico e Zara Alfredo. Ergastolo per Caterino Marco, Ian Giuseppe, Diana Giuseppe, Tanaro Sebastiano, Canosa Luigi e Zagaria Michele.

Quindi sono trenta le condanne emesse, di cui 16 ergastoli, come richiesto dai pubblici ministeri, qualche attenuante per alcuni collaboratori. Colpiti quindi tutti i capi storici della banda criminale, da Francesco Schiavone a Francesco Bidognetti, e anche Antonio Iovine e Michele Zagaria, entrambi latitanti. Sono state poi derubricate alcune accuse di estorsione a minaccia.

Sentiamo qualche dichiarazioni del pg Iacone: “Sono contento salvo poi a valutare meglio il dispositivo con la motivazione di questa sentenza, ci sono state delle attenuanti comunque, certamente, ma sono state ancorate o alla confessione o alla collaborazione.” Il clan dei Casalesi a questo punto? “E chi lo sa, lo deve chiedere al clan.

Ai condannati rimane la carta della Cassazione, intanto va ricordato che il clan del Casalesi è tra i principale sospettati anche dell’omicidio dell’imprenditore Michele Orsi, ucciso a colpi di pistola poche settimane fa a Casal di Principi, per il quale sono in corso indagini serrate. Riporto l’intervento dell’avvocato Caterino: “Sono impegnato in quel processo, sono state fatte varie ipotesi accusatorie, allo stato, se mi si consente non voglio interferire nel merito di un'indagine della magistratura. Se a voi fa piacere giornalisticamente ritenere esistente questo clan dei Casalesi allora ben venga... ma non esiste una sentenza definitiva e finché non esiste una sentenza definitiva ritengo che non esiste un clan dei Casalesi.

Mi rivolgo a Geppino Fiorenza, dell’associazione Libera contro le mafie.

A suo avviso il fatto che anche un politico di alleanza nazionale sia finito indagato perché pare avere avuto dei collegamenti, anche se la sentenza di oggi non ha relazione diretta con questa vicenda, Michele Orsi, comunque sempre clan dei Casalesi...
Ancora tutte le cose devono essere chiarite in quel caso.. è indiscutibile che ci siano collusioni con aspetti della politica malsana, insomma le mafie non potevano diventare così potenti e anche con aspetti di imprenditoria. Io credo che nessuno si può meravigliare del fatto che per esempio quando c'è stato l'accumulo di ricchezze per lo sversamento di rifiuti tossici in Campania, certo, a qualcuno, anche agli imprenditori del Nord questo faceva comodo come ha ricordato il Capo dello Stato”.

Ma queste sentenze alla fine decapitano il clan dei Casalesi oppure il clan ha al suo interno elementi liberi in grado di influenzare la vita pubblica poi alla fine perché poi anche i rifiuti sono un po' collegati.
Le rispondo con una sola parola quella di Don Luigi Ciotti: continuità anche un'affermazione come quella di oggi che è importante da parte dello Stato non può essere un'affermazione fine a se stessa. E' indiscutibile che le mafie si riorganizzano, tra l'altro la differenza tra le camorre rispetto alla mafia siciliana è quella proprio di avere un'organizzazione più orizzontale, quindi è evidente che c'è un ricambio e a maggior ragione quella continuità significa non abbassare mai la guardia ma andare avanti con continuità e che vincere si possa questo è nelle cose…

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19 Giugno 2008

Trionfo della Giustizia

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Foto da La Stampa

La sentenza del processo d'appello Spartacus di oggi è il trionfo della giustizia sulla piaga della camorra. E' una vittoria importante che dà nuovamente fiducia ai cittadini e restituisce dignità alle Istituzioni.

La camorra va combattuta con tutte le forze e la sentenza di oggi deve essere un monito per il governo e il Pdl. Non bisogna ridurre gli strumenti di indagine a disposizione dei magistrati, a cominciare dalle intercettazioni, né bloccare i tribunali con le vergognose norme 'salvapremier', che avranno l'effetto di paralizzare circa centomila procedimenti, scaricandone così il peso sulle udienze dell'anno prossimo e determinando un caos senza precedenti per gli uffici giudiziari. Occorre, invece, dare più risorse ai magistrati e dar loro strumenti legislativi che consentano di colpire inesorabilmente i patrimoni illecitamente accumulati.

Nella giornata di domani pubblicheremo il servizio del nostro inviato al processo Spartacus.

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18 Giugno 2008

Processo Spartacus

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Il 4 giugno avevo dichiarato su questo blog che avrei seguito da vicino il processo Spartacus e che vi avrei tenuto informati. Domani verranno pronunciate sentenze che metteranno i cittadini al sicuro da molti criminali che hanno vessato questo Paese e la sua imprenditoria per decenni. Criminali che hanno seminato e coltivato morte, corruzione, abbandono, sfruttamento e di cui non voglio pronunciare neanche il loro squallido nome.

Tutto il nostro appoggio ai pm che hanno svolto e svolgeranno ancora per lungo tempo un egregio lavoro intorno a questi processi che vedono sul banco degli imputati oltre la criminalità organizzata anche società e parte del tessuto economico italiano. Ma un sistema così complesso e redditizio non poteva essere allestito senza reclutare alleati prezzolati all’interno delle istituzioni, del tessuto sociale, giuridico, politico.

L'imprenditore Michele Orsi è stato assassinato il 1 giugno nella piazza di Casal di Principe in maniera plateale, aveva reso ai pm della Dda di Napoli dichiarazioni che riguardavano i rapporti che vi sarebbero fra il sistema politico-giudiziario e i boss della camorra. Anche sui nomi di questi “falsi politici” e “falsi giudici” vi terremo aggiornati.

Domani un nostro inviato sarà a Napoli per un resoconto dell’importante tappa di questo maxi processo e raccoglierà testimonianze ed interviste che pubblicherò su questo blog.

Leggi anche:
- Le preoccupazioni delle istituzioni
- Unica Opposizione: Menzogne di governo

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17 Giugno 2008

Strategie criminali

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Berlusconi sta portando avanti una strategia criminale studiata a tavolino. Passo dopo passo,il Presidente del Consiglio ha pensato a come potersi liberare dei giudici di Milano.

Prima ha proposto la sospensione dei processi per basso allarme sociale, adducendo come fine quello di dare precedenza ai più gravi, poi, con una lettera a Schifani, ha attaccato direttamente i giudici e, infine, ha ricusato il giudice Nicoletta Gandus. Una strategia studiata nei dettagli per bloccare il processo che lo riguarda.

Questa mattina ho partecipato ad Omnibus, anche lì Berlusconi aveva inviato i suoi lacchè a parlare per lui e a difendere la sua “proposta indecente”. Incredulo ho ascoltato perfino una senatrice leghista, Carolina Lussana, difendere la scelta di Berlusconi, quella stessa Lega che da una parte si batte per la sicurezza dei cittadini e dall’altra blocca i processi di “corruzione in atti giudiziari”.

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Unica Opposizione: arrestateci tutti

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Eccoci qua ancora una volta a parlare e decidere cosa fare in merito alle intercettazioni telefoniche, secondo provvedimento emanato dal consiglio dei ministri qualche giorno fa. E’ un disegno di legge, quindi deve ancora passare in Parlamento.

Noi dell’Italia dei Valori faremo sentire la nostra voce fuori dentro e fuori il Parlamento, perché sono state prese delle decisioni che vanno chiaramente contro l’interesse della magistratura e degli inquirenti, ma soprattutto nostro, sui reati che vengono scoperti. Soprattutto poi c’è tutta una serie di provvedimenti presi per impedire a voi di sapere. Voi non potrete più sapere nulla fino a quando non ci sono stati i dibattimenti, è come se si facessero i processi a porte chiuse come nella santa inquisizione. Non si deve più sapere se c’è qualche clinica degli orrori, se ci sono i furbetti del quartierino, se c’è il presidente del consiglio che si mette d’accordo per mandare alcune trasmissioni si, alcune trasmissioni no, per la lottizzazione tra il servizio pubblico e privato. Con la scusa della privacy vogliono "fare tutto in privacy", e questo non va bene.

Noi dell’Italia dei Valori abbiamo deciso di fare due cose importanti. Primo, sul piano tecnico giuridico questa legge può essere fermata, se non in Parlamento, e noi ce la metteremo tutta, lo faremo grazie a voi con un referendum abrogativo, che subito dopo l’approvazione anche in Parlamento noi dell’Italia dei Valori avvieremo chiedendo aiuto ai blogger e facendo grandi manifestazioni per sensibilizzare l’opinione pubblica e raccogliere le adesioni. Almeno cinquecento, seicento mila firme le dobbiamo raccogliere in poche settimane.

Invitiamo tutti coloro che hanno la possibilità di aiutarci in questa manifestazione di massa e di essere con noi. E poi attraverso un atto di disobbedienza civile, che non vuol dire violare la legge. Vuol dire mettere in discussione questa legge rispetto ai principi costituzionali e rispetto ai principi stabiliti dall’Unione Europea, che è quella della libertà d’informazione inteso come libertà d’informare, di essere informati e di potersi informare. Sono principi costituzionali che vengono violati da questa legge.

Noi su questo blog trasmetteremo tutto ciò che non vogliono farvi sapere. Lo trasmetteremo lo stesso raccogliendo l’invito di Marco Travaglio. Anche lui ha detto che non si farà mettere il bavaglio alla bocca e trasmetterà lo stesso a costo di andare in galera. Lo faremo anche noi al costo di andare in galera, ma siamo convinti che alla fine ce li manderemo in galera, perché questa è una legge criminogena, che viola la Costituzione, che viola le leggi internazionali sulla libertà di stampa e di espressione, sulla libertà di poter dire le cose come stanno.

Ovviamente su questo blog non trasmetteremo cose false, ma cose vere di cui ci assumeremo la responsabilità, e invitiamo a tutti voi, blogger, che come noi venite a conoscenza di fatti simili di raccontarli, di diffonderli. Potrete anche rivolgere a noi direttamente per diffonderli. Se le diffondete voi e qualcuno vi fa questione legale, l’assistenza legale ve la diamo noi purché i fatti siano veri, non perché non vogliamo raccontare fatti falsi, ma non vogliamo tacere a raccontare fatti veri.

Aiutateci per questa battaglia di libertà.



Vi invito a diffondere il banner: “Arrestateci tutti” in Rete.

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16 Giugno 2008

Arrestateci tutti

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Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non ha tempo per gli italiani, per le vere emergenze del Paese. Il suo tempo lo dedica esclusivamente ai problemi personali, alle pendenze giudiziarie (dal processo Mills alla vicenda delle intercettazioni con Saccà), alla difesa ad oltranza delle concessioni pubbliche che gli consentono di trasmettere Rete4 e di incassare gli introiti pubblicitari attraverso Publitalia. Berlusconi non ha tempo per occuparsi degli italiani, è troppo occupato, anzi pre-occupato per le sue vicende private. Il suo è un governo ad personam, composto da persone fidate e nominate ministri per proteggere i suoi interessi.

La cosiddetta legge sulle intercettazioni, che tappa la bocca ai giornalisti e impedisce alla magistratura di indagare sulla maggior parte dei reati, non è voluta dagli italiani onesti, ma da politici disonesti. Questa legge impedirà la cronaca giudiziaria su atti pubblici. Non verremo più a sapere dei furbetti del quartierino, delle operazioni omicide compiute all’ospedale Santa Rita di Milano. Questa è una legge fascista. Esiste di fronte allo scempio della democrazia il diritto di disobbedienza civile da parte dei cittadini. Ed è esattamente quello che farò in questo blog e nel sito dell’Italia dei Valori, che pubblicheranno senza alcun timore delle conseguenze ogni atto pubblico di natura giudiziaria che sia di interesse dell’opinione pubblica.

Inoltre, l’Italia dei Valori darà il proprio supporto legale a tutti i blogger che saranno perseguiti per aver pubblicato notizie giudiziarie pubbliche.

Berlusconi deve sapere che l’Italia non è ancora di sua proprietà e che la democrazia non si può negoziare.

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13 Giugno 2008

Giustizia imbavagliata

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Il Governo ha violentato una norma necessaria ai magistrati. La proposta varata dal Cdm è solo una parziale marcia indietro rispetto agli annunci dei giorni scorsi, ed è grave.

Alcune disposizioni sono illogiche, contraddittorie e controproducenti. Di fatto rendono più difficile un’intercettazione che è doverosa per la magistratura e necessaria per contrastare la criminalità. Ecco alcune perle:

1) Il Governo intende limitare l’intercettazione ai reati da dieci anni in su e quindi rimangono fuori fattispecie di reato come il falso in bilancio, l’evasione fiscale, i reati societari in genere e la truffa aggravata ai danni dello Stato. Insomma proprio i reati tipici della “casta”. Non si capisce la ragione di questo o meglio la si capisce benissimo. E’ stata tolta ai magistrati la possibilità di intercettare proprio per quei cinque, sei reati limitati alla solita categoria di persone molto vicina agli interessi del Cavaliere.

2) Per il Governo, l’ intercettazione deve essere autorizzata da ben tre giudici, collegialmente. Noi dell’Italia dei Valori non condividiamo questa impostazione. Infatti la proposta è incongruente rispetto al fatto che attualmente nell’ordinamento giudiziario è previsto il giudice unico per decisioni finali, come la sentenza. Abbiamo, dunque, da una parte il giudice unico che può decidere la condanna definitiva di una persona, dall’altra occorrono ben tre giudici anche per attivare le indagini preliminari. Soprattutto non siamo d’accordo perché quando si prendono decisioni che aumentano il lavoro dei magistrati bisogna anche creare le strutture e le condizioni che le supportano.
Con lo stesso numero di giudici, con lo stesso numero di procedimenti in corso, ma senza riforme in ordine all’accelerazione dei processi, si finisce per imporre un alto carico di lavoro. Per cui, giorno dopo giorno, le stesse persone hanno un maggior numero di lavoro e i processi rallentano ancora di più invece di essere abbreviati.

3) Il Governo ha previsto che i risultati delle intercettazioni per il procedimento penale non possano essere utilizzati in altri procedimenti. Questo lo contestiamo decisamente, proprio nel merito: riteniamo assurdo che mentre si ascolta un’intercettazione per uno specifico reato, tanto grave da aver messo l’utenza sotto controllo, se si vengono a scoprire elementi di prova in ordine ad un altro reato per cui si sta procedendo in un differente procedimento penale, non si possano utilizzare. Paradossalmente noi potremmo avere nei confronti dello stesso soggetto una Procura della Repubblica che procede per omicidio e la stessa Procura, ma con un altro pubblico ministero con un altro fascicolo che procede per accusa di rapina. Ad esempio: se un soggetto, indagato per omicidio, riceve una telefonata dalla quale si evince che lo stesso ha commesso un ulteriore e differente reato, non si può utilizzare l’intercettazione per l’altro procedimento. Quindi, la norma proposta dal Governo è un assurdo che serve solo ad impedire ai magistrati di utilizzare la nuova prova emersa dalla conversazione.

4) Il Governo ha previsto che “sic et simpliciter” il risultato delle intercettazioni telefoniche non possa esser reso noto all’opinione pubblica prima dell’inizio del dibattimento.
Noi dell’Italia dei Valori non lo condividiamo. Vogliamo ricordare che il dibattimento comincia dopo l’udienza preliminare e quindi può cominciare anche dopo anni dal fatto commesso. Bene, allora dobbiamo distinguere le telefonate utili per le indagini da quelle inutili, che non servono.
Delle telefonate utili alle indagini e che facciano capire all’opinione pubblica cosa sta accadendo nel nostro Paese, dobbiamo stabilire, solo per ragioni di segreto investigativo, che non possono essere pubblicate fino a quando non sono conosciute dall’interessato. Ma nel momento in cui vengono conosciute dall’interessato, come ad esempio per un provvedimento di misura cautelare, a seguito di deposito, è bene che l’opinione pubblica sappia, perché siamo in uno stato democratico, chi e perché viene messo sotto indagine dalla magistratura e di cosa sia accusato. Ad esempio, secondo la proposta del Governo, casi come quello della clinica di Santa Rita a Milano non avremmo potuto conoscerli fino al momento dell’inizio del dibattimento. Credo, invece, necessario che l’opinione pubblica debba sapere in tempo cosa stia accadendo, senza aspettare l’inizio del processo.
Altra cosa, invece, e totalmente diversa, sono le telefonate per fatti ininfluenti, in cui ben vengano gli atti di segretezza.
Allora è giusto che chi ha divulgato l’intercettazione venga accusato, e non tanto i giornalisti che la rendono nota all’opinione pubblica.

5) E’ falso che le intercettazioni siano consentite per i reati relativi alle indagini su mafia e terrorismo. Infatti rimangono fuori falsa testimonianza e altri reati connessi.

Noi dell’Italia dei Valori faremo sentire le nostre ragioni dentro e fuori dal Parlamento e, nel caso di conversione del provvedimento in legge, proporremo un referendum.
Così il Governo capirà che i cittadini non considerano queste norme una garanzia alla loro sicurezza.

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12 Giugno 2008

Inciucio e intercettazioni secondo Cicchitto

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Pensavo di dovermi confrontare su dei contenuti di un programma elettorale politico e non a dover impegnare la maggior parte del mio tempo a lottare per i fondamentali diritti di una democrazia. Le dichiarazioni del capogruppo alla Camera del Pdl, Cicchitto, mi lasciano letteralmente attonito per la loro ingenuità. Cicchitto afferma che maggioranza e "opposizione ombra" si troveranno d'accordo perchè ognuno ha i propri intercettati da salvare (leggi le dichiarazioni di Cicchitto). L'affermazione di circoscrivere intercettazioni a reati con pene superiori ai 10 anni è ridicola e una presa per i fondelli del popolo italiano, se consideriamo che in Italia le pene raramente comportano un’entità della pena cosi rilevante. Faccio un esempio per tutti: la pena edittale (sulla carta) in Italia per reati quali, ad esempio, la corruzione per un atto di ufficio, la frode nelle pubbliche forniture, la falsita’ del pubblico ufficiale in atti pubblici, il sequestro di persona, la truffa prevedono condanne con un massimo della pena al di sopra dei 2 anni ma con un minimo spesso al di sotto. Basta giocare con il futuro del Paese.

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11 Giugno 2008

Interpellanza al Ministro della Giustizia

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Poco fa ho presentato, presso la Camera del Deputati, un'interpellanza urgente rivolta al Ministro della Giustizia Alfano in relazione al tema delle intercettazioni telefoniche. Riporto di seguito il rapporto stenografico dell'intervento:

"Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, noi del gruppo dell'Italia dei Valori abbiamo presentato questa interpellanza urgente, perché siamo tra quelli che pensano che le interpellanze si debbano presentare prima, non dopo che il fatto è accaduto, in quanto, dopo che il fatto è accaduto, si può solo piangere sul latte versato.
Dico ciò, perché ho già sentito dire nei corridoi o anche in affermazioni pubbliche da parte di rappresentanti del Governo frasi del tipo: «Non abbiamo ancora approvato niente, di che cosa vi lamentate?»
In realtà, noi non ci lamentiamo; noi interroghiamo e lo facciamo, perché ce lo consente il Regolamento della Camera dei deputati, laddove afferma e spiega che l'interpellanza va rivolta, per iscritto, ogni volta che un gruppo o un parlamentare vuole conoscere gli intendimenti della condotta del Governo. Noi vorremmo proprio conoscerne gli intendimenti e vorremmo una risposta nel merito, non il rinvio ad un giorno successivo a venerdì, perché, dopo tale data, il danno è fatto. Vorremmo, cioè, che si rifletta insieme nel merito e prima di adottare il provvedimento sul fatto se quest'ultimo serva al Paese o serva a chi.
L'interpellanza urgente che abbiamo presentato - lo ripeto - è volta a sapere se è vero o no che il Governo intende modificare le procedure per le intercettazioni telefoniche; se è vero o no che, modificando queste procedure, intende attenersi a ciò che formalmente, ufficialmente - non nel bar dietro l'angolo - ha riferito il Presidente del Consiglio, che è tale per 24 ore al giorno, non soltanto quando sta seduto a Palazzo Chigi o quando si trova all'associazione dei giovani industriali o quant'altro. Quando egli afferma di volere fare qualcosa come Presidente del Consiglio, le sue parole le prendiamo per oro colato (forse sbagliamo troppo quando pensiamo a questo Presidente del Consiglio).
Non era di sera tardi, ma di prima mattina, quando egli ha affermato testualmente che intende, al più presto, adottare un provvedimento, insieme al suo Governo, impegnando la sua maggioranza, per prevedere un divieto assoluto - non di commettere reati, non quello - ma di ordinare, eseguire e diffondere intercettazioni telefoniche, salvo che per inchieste riguardanti camorra, mafia, 'ndrangheta e terrorismo.
Cerchiamo di capire: il divieto assoluto riguarda l'ordinare, l'eseguire ed il diffondere intercettazioni telefoniche. Vorrei ricordare a me stesso (non posso certo ricordarlo al rappresentante del Governo che io conosco bene, perché abbiamo un passato insieme negli stessi uffici giudiziari di Milano e quindi sa quanto me - o io so per averlo appreso da lui - cosa sono) che le intercettazioni telefoniche sono testualmente un mezzo di ricerca della prova e sono strumenti che servono all'autorità giudiziaria per individuare - dice la legge - ed assicurare al processo elementi utili sui fatti che si riferiscono all'imputazione, alla punibilità e alla determinazione della pena. Pertanto, l'intercettazione telefonica è come il bisturi in sala operatoria, uno degli strumenti di cui il chirurgo ha bisogno per intervenire. E il chirurgo, in sala operatoria, ha bisogno di intervenire con il bisturi non solo, quando c'è una metastasi - ossia un'associazione criminale - ma anche quando c'è un intervento specifico che riguarda una grave malattia ossia un grave reato.
Mi permetta di pregarla, signor sottosegretario, di riferire al Presidente del Consiglio - dal momento che lei lo sa bene - che i reati associativi a cui lui si è riferito quali camorra, terrorismo, 'ndrangheta e mafia sono reati che intanto hanno ragion d'essere, intanto possono essere scoperti, in tanto possono essere contestati, in quanto, a monte o a valle, esistono dei reati specifici che vengono commessi. Ossia una associazione si organizza per commettere tutta una serie di reati.
Allora, quando il pubblico ministero vede una sparatoria e ci scappa il morto, come fa a sapere che quel morto è stato sparato, perché dietro c'era un marito tradito e non un'associazione a delinquere di tipo criminale, se non fa le indagini per saperlo?
Ogni reato, ogni associazione a delinquere ha bisogno, per poter vivere, di una serie di reati che vengono commessi e l'associazione a delinquere è il risultato di un'indagine. Solo a seguito di una serie di investigazioni, che si fanno su una serie di reati commessi dalle stesse persone, in associazione tra di loro, si può dire che c'è l'associazione a delinquere.
Insomma, lei mi insegna che l'associazione a delinquere è il momento finale di un accertamento istruttorio, non il momento iniziale. E se è il momento finale di un accertamento istruttorio, come faccio a fare le indagini, se uno dei mezzi fondamentali della prova per accertare il reato per cui, poi, posso contestare l'associazione a delinquere, l'intercettazione telefonica, mi viene tolto?
Ecco perché interveniamo prima: per cercare di invitare alla ragione chi sta adottando questo provvedimento. Non può essere questa la ragione! Non si possono limitare le intercettazioni ai soli reati associativi; bisogna, invece, prevederle per tutta quella serie di reati gravi già previsti dall'articolo 266 del codice di procedura penale. Esso non dice che si può procedere a intercettazioni nei confronti di tutti i reati, ma per i delitti non colposi (per quelli per i quali è previsto l'ergastolo, naturalmente, ma anche per quelli con pena superiore a cinque anni), per i delitti contro la pubblica amministrazione (come la corruzione e la concussione, per i quali si vorrebbe eliminare la possibilità di utilizzare le intercettazioni), per i delitti concernenti sostanze stupefacenti e psicotrope, per i delitti concernenti le armi e le sostanze esplosive, per i delitti di contrabbando e anche per i reati di ingiuria, minacce e molestie a mezzo telefono. Come faccio a scoprirli, se non faccio le intercettazioni?
Insomma, la norma già adesso fornisce dei precisi parametri e paletti di riferimento. Ci sono dei delitti che possono essere commessi da singoli o da associati, ma sono gravi e così tanto gravi che è bene che tra i mezzi istruttori siano permesse anche le intercettazioni.
Le garanzie affinché esse vengano fatte nel rispetto della legge sono già previste adesso dalla stessa, perché si prevede come presupposto, primo, che vi sia un'assoluta indispensabilità per le indagini; secondo, che vi sia la sussistenza di gravi indizi circa il reato commesso.
C'è già un giudice, un organo di garanzia che valida tutto questo. Diciamo subito le cose come stanno: chiediamo formalmente, adesso e prima del tempo, che, nell'intendimento del Governo, che dovrà esprimersi nei prossimi giorni, vi sia un ripensamento operoso rispetto all'azzardata e avventata affermazione fatta dal Presidente del Consiglio, che vuole eliminare le intercettazioni in questi casi."

"
Le giustificazioni addotte, così come le ha addotte il Ministro della giustizia, non un passante al bar, non ci soddisfano affatto. Il Ministro della giustizia formalmente, in Commissione parlamentare e nelle aule del Consiglio superiore, presso l'Associazione nazionale magistrati ha giustificato questo provvedimento con il fatto che le intercettazioni costano troppo.
Non costavano troppo i polmoni espiantati alla clinica «Santa Rita» in questi giorni (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)? Sono stati scoperti grazie alle intercettazioni! È più importante far risparmiare lo Stato, non rubando in una clinica privata come quella, o far risparmiare lo Stato, spendendo qualche soldo a favore delle intercettazioni per scoprirlo?
Vorrei ricordare che giacciono depositati negli uffici postali e nelle banche oltre un miliardo e seicento milioni di proventi di reati, confiscati. Questi soldi ci sono e possono servire per far funzionare la giustizia. Non si riducono i fondi e i mezzi per combattere il crimine; si deve ridurre il crimine e si devono utilizzare i fondi provenienti dal crimine per aumentare le risorse a favore della giustizia, per aumentarne l'efficienza.
Si dice: ma costano troppo, e in modo sperequato fra vari tribunali. Bene: fate una gara unica per il miglior offerente su tutto, intervenite sulle modalità tecniche, ma non eliminate il mezzo! Se un bisturi costa di più rispetto a un altro, in una sala operatoria non si elimina il bisturi, si va a cercare chi lo offre a meno (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)!
Si dice: troppe persone sono intercettate. Innanzitutto è un falso storico, che troppe persone sono intercettate: l'Italia è il Paese d'Europa e del mondo dove vigono le migliori e le maggiori garanzie per un'intercettazione, che viene fatta con la garanzia di un giudice terzo che le controlla. Negli altri Paesi ci sono poche intercettazioni classificate come intercettazioni della magistratura, perché molte altre strutture realizzano le intercettazioni. Chi sa qualcosa del progetto Echelon, realizzato negli anni passati e nei decenni passati dagli Stati Uniti, sa bene che tutta l'Europa era intercettata. Chi sa come funzionano i satelliti sopra di noi, sa bene come funzionano le intercettazioni: ognuno di noi è in ogni momento sezionato da organismi che non conosciamo; e su questo, che viene fatto sotto il controllo della magistratura, in modo trasparente, dicono che ci sono troppe persone intercettate.
Certo, si dice che ci sono troppi abusi nelle comunicazioni sui giornali. Ed ecco la proposta che noi vi consigliamo, vi facciamo, vi lasciamo, vi depositiamo. Non v'è dubbio che c'è un insieme di intercettazioni che sono utili alle indagini, e un insieme di intercettazioni che sono inutili alle indagini, perché anche due delinquenti parlano di cose che non c'entrano niente con la delinquenza, e anche due persone normali possono rimanere coinvolte. La nostra proposta è questa: fate in modo che ci sia un'udienza specifica e diretta fra le parti interessate in cui, in modo anticipato rispetto ai canoni attuali, il pubblico ministero e il difensore della parte scelgono quali sono le intercettazioni di cui si vogliono avvalere. Quanto alle altre, qualcuno ne propone la distruzione: credo che sia bene prima disporne piuttosto l'acquisizione in un luogo riservato presso il tribunale o presso la corte d'appello, fino a quando non finisce il processo, perché ci può sempre scappare la novità, che può sempre essere utile. Credo quindi che questo problema può essere risolto nel merito, facendo in modo che non ci sia la disponibilità delle parti e tra le parti di quelle intercettazioni che non servono ai fini del processo.
Lo dico a lei, rappresentante del Governo, già magistrato: lei sa meglio di me che questa accusa generalizzata, per cui ogni intercettazione che viene pubblicata è colpa del magistrato, è un'accusa infondata, falsa e calunniosa! Ci può essere anche qualche magistrato che non fa il suo dovere, e su questo va perseguito, ma la maggior parte, la quasi totalità, oserei dire la totalità dei casi delle intercettazioni che vanno a finire sui giornali vengono pubblicate il giorno dopo in cui sono depositate a disposizione delle parti, e ne prendono conoscenza gli avvocati, gli interessati, mille altri soggetti!
Quindi questa criminalizzazione, come se la colpa fosse dei magistrati e solo di essi, non ci sta bene. E comunque sia, si punisca chi viola la legge, ma non si tolga l'arma, una delle armi fondamentali, che è quella di combattere il crimine con le intercettazioni; né si dica, alla fine: basta con le intercettazioni, si ritorna alle indagini come un tempo. Ma lei che ha i capelli bianchi come me, un tempo come facevamo le indagini? Avevamo la lente di ingrandimento? Le indagini come si fanno, se non con i mezzi di ricerca della prova, le intercettazioni, le perquisizioni, i sequestri, le acquisizioni di documenti, gli interrogatori, le assunzioni di informazioni testimoniali, le testimonianze? Insomma, come vuole che si facciano, quali sono questi mezzi che usava una volta Sherlock Holmes per trovare la prova? Ma come sono fatti questi mezzi?
Ieri ancora un rappresentante del Governo ha detto: per esempio, alla clinica Santa Rita non c'era bisogno di fare le intercettazioni, bastava leggere le cartelle cliniche. Ma lei, che ha fatto il mio mestiere, ha mai visto scritto, su una cartella clinica o su un documento: io ho commesso questo reato? Sulla cartella clinica dovrebbe essere scritto: dovevo togliere un foruncolo, le ho tolto un seno: ma non scrivo così, scrivo che un seno è malato! La prova di un reato commesso, vale a dire scrivere una cosa rispetto a un'altra, diventa la prova della non commissione del reato! Stiamo coi piedi per terra, e lasciamo fare a ciascuno il proprio mestiere. In conclusione, noi chiediamo formalmente e per tempo che il Governo ci dica cosa intenda fare esattamente, e ce lo dica oggi, nel merito: se intende ridurre le intercettazioni solo a particolari tipi di reati rispetto a quelli previsti attualmente; se intende addirittura vietare la pubblicazione di quelle che sono messe a disposizione delle parti, sulle quali è bene che i cittadini sappiano subito come stanno i fatti, perché all'opinione pubblica interessa sapere oggi che succedeva alla clinica Santa Rita, non fra dieci anni, quando il processo sarà finito: bisogna sapere oggi che cosa sta succedendo, perché siamo in una democrazia diretta!.
Domandiamo inoltre al Governo cosa intenda fare per aumentare le spese a favore della giustizia: in questo senso noi proponiamo formalmente che provveda all'acquisizione immediata di quei 1.600 milioni di euro che sono depositati presso le banche e gli uffici postali con un capitolo di bilancio da mettere esclusivamente a disposizione per le esigenze della giustizia (Applausi dei deputati dei gruppi Italia dei Valori e Partito Democratico)."

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10 Giugno 2008

Intercettazioni: nessuna apertura di credito

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Ieri ho partecipato alla trasmissione Primo Piano dove si è parlato della proposta di legge sulle intercettazioni. Ospiti in sala il sottoscritto ed il ministro della difesa Ignazio La Russa.

La Russa, così come ci si aspettava facesse, ha improntato il suo discorso sul fatto che questo decreto legge non è stato ancora presentato e quindi non sappiamo nulla, aggiungendo anche che durante Mani Pulite non furono usate le intercettazioni. Si sbaglia in entrambi i casi.

Di questo disegno di legge sappiamo tutto, anche senza leggerlo, perchè conosciamo chi lo propone: un intercettato, Silvio Berlusconi. Su Mani Pulite sbaglia ancora perché senza le intercettazioni su Mario Chiesa non sarebbe accaduto quello che poi accadde in quegli anni.

Tornando sul Presidente del Consiglio, il caso vuole sia sotto processo per corruzione grazie alle intercettazioni (ascolta la conversazione) tra lui ed Agostino Saccà, ex direttore di Rai Fiction. Il primo beneficio tangibile di questo disegno di legge vergognoso, guarda caso, lo avrebbe proprio il Presidente del Consiglio poichè le inchieste della procura di Napoli e Roma diverrebbero carta straccia.

Nessuna apertura di credito da parte di Italia dei Valori nei confronti di una persona che ha dimostrato più volte di farsi le leggi a proprio uso e consumo.

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9 Giugno 2008

Ancora leggi bavaglio

Luciano MoggiAntonio FazioStefano Ricucci
Silvio BerlusconiAgostino SaccàMassimo D'Alema

Le intercettazioni sono strumento vitale per condurre la lotta alla criminalità organizzata, al terrorismo, al contrabbando, alla droga, alla corruzione del sistema economico e per smascherare i manovratori che spesso si nascondono a livello politico. Il governo di centrodestra e coloro che mantengono posizioni ambigue in Parlamento su questa proposta di "legge bavaglio" non hanno alcun rispetto dei cittadini se affermano che la limitazione delle intercettazioni è a tutela della privacy (leggi le dichiarazioni del Ministro della Giustizia Alfano) dell’individuo quando negli ultimi anni le intercettazioni si sono rivelate l’unica tutela dei cittadini dalla disonestà di molti politici. Il Pd tentenna ed anche in questa battaglia spetta all’Italia dei Valori il ruolo di schierarsi come unica vera opposizione.

Oggi ho ospitato sul mio blog la diretta di Marco Travaglio così come faccio ogni lunedì. Marco ha parlato di intercettazioni spiegando molto approfonditamente cosa gli italiani non avrebbero saputo se questa proposta di legge vergogna fosse stata in vigore durante ultimi anni di storia di questo Paese. La maggior parte dei casi citati dal giornalista coinvolgono politici di tutti i colori e discutibili uomini d’affari, accomunati da un comun denominatore: la disonestà.

"Buongiorno a tutti.
Allora, sia nel blog di Beppe un certo Daniele mi chiede della legge sulle intercettazioni che è stata annunciata da Berlusconi al convegno dei giovani industriali a Santa Margherita Ligure - mi chiede e mi domanda se potrebbe essere incostituzionale o oggetto di un pronunciamento della Corte di Giustizia Europea - sia sul mio blog, voglioscendere.it, Cle e Carla C. mi chiedono anch'esse di parlare di questa legge. E allora parliamone perchè è il tema del giorno e credo che rimarrà il tema della settimana e forse del mese. Siamo alla prima legge vergogna che riguarda i processi di Berlusconi e che ha qualche speranza di passare, dopo quella per ora tramontata sul patteggiamento allargato che avrebbe spostato in là i processi al Cavaliere. Intanto vediamo quello che vuole fare Berlusconi, secondo quanto lui ha annunciato di voler fare. Lui ha detto: "divieto assoluto di intercettazioni, salvo per i reati di mafia, di camorra, di 'ndrangheta, di criminalità organizzata e di terrorismo". Per chi le fa, cioè per i giudici che le dispongono al di fuori di questi reati - ammesso che ce ne siano ancora, ovviamente - e per gli agenti che poi le realizzano assieme ai gestori telefonici che prestano il loro supporto: cinque anni di galera. Questa la pena massima prevista. Per i giornalisti che le pubblicano, cinque anni di galera anche a loro. Si corona così il sogno del Cavaliere di arrestare tutti coloro che lo dovrebbero controllare e che lo controllano ancora, cioè magistrati e giornalisti. Invece di arrestare le persone che vengono intercettate e hanno commesso dei reati, si decide di arrestare coloro che le hanno scoperte e coloro che lo hanno fatto sapere. Che già non è male, devo dire. In più prevede, dice lui, "una forte penalizzazione economica per gli editori che pubblicano questi articoli contenenti intercettazioni". Quindi, in teoria, dovrebbe essere condannata anche la sua famiglia, visto che i suoi giornali hanno abbondantemente pubblicato intercettazioni - sempre quelle degli altri di solito, mai le sue. L'annuncio era già scritto nel programma della Casa delle Libertà, era già stato detto in campagna elettorale. Il problema è che Berlusconi ha questa grande fortuna: viene sempre sottovalutato. Si dice: "sì, lui dice così. Poi in realtà non è vero...". No, in realtà è vero. E infatti, ciò che sembrava impossibile, il divieto di intercettazioni per tutti i reati che non siano di mafia e terrorismo - stando a quello che lui dice, sempre che non sia stato frainteso o non parlasse a titolo personale - sarà oggetto della prossima legge in materia di giustizia. E così sono serviti tutti quegli allocchi, magistrati, associazione magistrati, partito democratico, che pensavano di poter dialogare con un soggetto del genere. Per fortuna che a mettersi di traverso contro il dialogo è sempre Berlusconi poi, alla fine. è interessante il fatto che lui annunci tutto questo proprio mentre a Napoli e dintorni lui va predicando che con lui ritorna lo Stato, arriva il pugno di ferro, arriva la tolleranza zero, arriva la certezza della pena. Arriva il castigamatti, insomma, e bisogna rigare diritto. E annuncia una legge che va esattamente in controtendenza. Non è una legge "ad personam", nel senso che non serve solo a lui. è una legge "ad personas" nel senso che serve a tutta la classe dirigente. è un altro cunicolo enorme scavato sotto le carceri e sotto i tribunali per farci passare naturalmente le solite pantegane grandi così, ma da quello stesso cunicolo passeranno anche topolini medi e piccoli, che sono poi quelli che vanno ad accrescere l'emergenza sicurezza, la percezione di insicurezza. Ragion per cui poi bisogna ritornare indietro e fare altri pacchetti sicurezza. è un continuo. è il pendolo che una settimana dopo le norme per la sicurezza, torna indietro e si mette a salvare i colletti bianchi, ma anche, come vedremo fra un attimo, le principali categorie criminali che rendono rinomato nel mondo il nostro Paese. Facciamo degli esempi. Per l'omicidio, ad esempio, non è più possibile intercettare, se ha un senso quello che ha detto Berlusconi. Perchè l'omicidio non è nè mafia, nè 'ndrangheta, nè camorra, o meglio, ci sono anche omicidi che non fanno parte di quelle organizzazioni. Per l'omicidio semplice - cioè io ammazzo un tizio non essendo un camorrista, un mafioso, un 'ndranghetista e nemmeno un terrorista - non mi possono intercettare. Di solito, per scoprire chi è stato ad uccidere una persona si mettono sotto intercettazione tutti quelli che fanno parte della sua cerchia: parenti, amici, conoscenti, colleghi di lavoro per cercare qualche attinenza tra la morte di quella persona e le conoscenze che ha. Non si potrà più fare. Quindi, molti più omicidi impuniti. Okay?
Rapine in banca. Mettiamo che per fortuna una telecamera abbia ripreso di sguincio uno dei rapinatori e che gli inquirenti illuminando bene le immagini riescano a intuire chi potrebbe essere fra le loro vecchie conoscenze, spulciando tra le foto segnaletiche. Bene, per trovare la prova che è veramente lui gli mettono il telefono sotto controllo, vedono se parla di bottino. Se ne parla con altri complici, arrestano anche i complici e si riesce a sgominare la banda. Non si potrà più fare. La rapina, se non è fatta da mafiosi, camorristi o terroristi, sarà impossibile, o quasi, da punire...
Mettiamo il classico caso del sequestro di persona a scopo di estorsione. Un gruppo di sbandati sempre più spesso capita, ormai non c'è più la grande "anonima sequestri", ci sono gruppi di sbandati che si organizzano. Sequestri lampo. Prendiamo l'imprenditore. Ci facciamo dare il riscatto. Lo liberiamo. Di solito si mette sotto controllo il telefono della famiglia, i telefoni delle famiglie amiche, in modo che quando il sequestratore telefona per chiedere il riscatto si risale telefonicamente a lui e spesso lo si acciuffa. Con questo sistema sono stati sgominati moltissimi sequestri e restituiti alle famiglie tantissimi ostaggi. Perfetto. Non si potrà più fare. A meno che il sequestro non sia opera di mafia, camorra o 'ndrangheta, però come sappiamo fanno i soldi in maniera diversa e molto più facile.
Prendiamo il molestatore che telefona, con telefonate oscene, alla ragazza. Tipico caso: la ragazza fa denuncia, mettono il telefono sotto controllo, risalgono al molestatore e il molestatore viene preso. Non si può più fare. Perchè? Perchè, o il molestatore è un mafioso, un camorrista, un 'ndranghetista o un terrorista, cosa che di solito non è, oppure niente da fare.
Mettiamo una donna picchiata e violentata magari dall'ex marito o dall'ex fidanzato, o cose di questo genere. Trova il coraggio di denunciare. Mettono sotto intercettazione il presunto aggressore per vedere se è proprio vero ciò che dice la donna. Non lo si potrà più fare.
Prendiamo la ricerca dei latitanti. Tutti quelli che sfuggono alla giustizia. Non lo so... dal mago di Vanna Marchi che scappa in Brasile, a quelli che fanno le rapina, a quelli che fanno gli omicidi, ecc. Ecco, se non sono mafiosi o terroristi, non si potrà più usare lo strumento delle intercettazioni per andare a vedere dove sono scappati e riacchiapparli.
Finora non ho citato i reati finanziari naturalmente. Ci sono ancora le estorsioni. Pensate a quanta gente denuncia l'estorsore, quello che gli va a chiedere qualcosa, che li minaccia. Se non è un mafioso, non si potrà più controllare il telefono delle persone che ricevono queste richieste estorsive. Per non parlare delle truffe. Pensate a quante intercettazioni su Vanna Marchi ci hanno aiutato a scoprire le minacce che lei e la figlia facevano a quelle povere credulone che pagavano continuamente temendo chissà quali conseguenze negative, fino alla morte. Quelle telefonate non si potranno più, non dico utilizzare, non si potranno più intercettare e quindi ovviamente avremo molti più truffatori e molti più truffati perchè poi alle vittime non ci pensa nessuno.
Non ho parlato ancora dei reati finanziari che sono in realtà la vera ragione per cui non si vuole più che si utilizzi da parte della magistratura lo strumento delle intercettazioni. E questo è ovvio. Dato che i reati finanziari sono i più nascosti e i più difficili da vedere, non solo non si sa chi li ha commessi, ma non si sa nemmeno chi li abbia commessi. Mentre l'omicidio, la truffa, il furto, quelli si vedono perchè c'è una vittima dichiarata che li va a denunciare. La corruzione, chi la viene a sapere? Se non parla quello che ha pagato e non parla quello che ha preso i soldi, la corruzione non si sa. E poi il falso il bilancio, chi lo può notare che un bilancio è falso? Quindi sono i reati che hanno più bisogno di intercettazioni. Bisogna scoprire anche che sono stati commessi, oltre a dover scoprire chi li ha commessi. Anche per questi, silenzio di tomba. Non sapremo mai nulla.
Naturalmente, che cosa succede? Succede che tutti quelli che li commettono potranno commetterli liberamente. Quando passerà la legge, saranno molte di più le persone che li commetteranno perchè a quel punto il rischio di essere scoperti e puniti è zero e quindi noi perderemo ancora più soldi con i reati finanziari di quelli che stiamo perdendo.
Io vorrei fare solo alcuni esempi di processi dei quali non avremmo saputo nulla. Processi che non si sarebbero mai aperti, quindi tutti imputati che non sarebbero imputati se fosse passata questa legge.
Il caso, per esempio, delle scalate bancarie. C'erano dei furbetti del quartierino che, contro la legge, cercavano di appropriarsi di due banche: Banca Nazionale del Lavoro, le cooperative rosse e l'Unipol di Consorte; Antonveneta, la Banca Popolare di Lodi di Giampiero Fiorani; Rizzoli Corriere della Sera, cioè il più grosso gruppo editoriale indipendente non controllato dai partiti, che doveva finire nella mani di Ricucci il quale poi, secondo alcuni, l'avrebbe girato ai soliti amici di Berlusconi. Bene, queste tre scalate furono bloccate da Clementina Forleo e dalla procura di Milano, grazie a intercettazioni. Con questa nuova legge, niente intercettazioni, scalate a buon fine. Compreso il loro protettore massimo, cioè Antonio Fazio, che continuerebbe a essere governatore della Banca d'Italia non sospettato di niente. Sebbene, come abbiamo visto dalle telefonate, fosse colui che faceva il regista e il giocatore di queste partite, nelle quali avrebbe dovuto rimanere terzo distaccato e arbitro.
Nessuno saprebbe le cose perchè nella legge si prevede anche che nessuno le pubblichi. Quindi, dato che il processo non è ancora partito, noi non sapremmo ancora praticamente nulla di Fazio. E quindi Fazio sarebbe doppiamente al suo posto, sia perchè non sarebbe stato scoperto, sia perchè, anche se l'avessero scoperto, nessuno avrebbe poi potuto raccontarlo.
Pensate ai riscontri che sono stati trovati sulle denunce di Stefania Ariosto sui giudici corrotti a Roma, con tutte le intercettazioni dell'enturage del giudice Squillante, dell'avvocato Pacifico, ecc.
Niente. La truffa di Milano di Poggi Longostrevi che faceva le ricette facili a spese della Regione, con i rimborsi gonfiati ecc. 150 medici condannati grazie alle intercettazioni. Niente. Non avremo più nulla di tutto questo. A Torino, l'amministratore delle Molinette arrestato grazie alle intercettazioni perchè pigliava le tangenti in ufficio su ogni fornitura, Luigi Odasso, anche lui sarebbe ancora al suo posto. Pensiamo al Lazio, grazie alle intercettazioni hanno trovato i riscontri alle denunce di Lady ASL, quella che ha raccontato il grande scandalo della sanità, che poi è responsabile del grande buco della sanità del Lazio, che per fortuna si è tamponato grazie all'intervento della magistratura, non avremmo saputo quasi niente.
Pensate al caso di spionaggio. I casi di spionaggio illegale che abbiamo avuto in questi anni. Lo staff di Storace che fa spiare Alessandra Mussolini e Piero Marrazzo alla vigilia delle elezioni regionali del 2005.
Il SISMI di Pollari e Pompa, che fa i dossieraggi sui giornalisti, i magistrati, i politici ritenuti pericolosi per Berlusconi. Il SISMI che, secondo l'accusa della Procura di Milano, collabora al sequestro di un cittadino egiziano, Abu Omar, a cui noi avevamo dato ospitalità per motivi politici e poi l'abbiamo fatto rapire dalla CIA e mandare in Egitto a torturare.
Nulla si saprebbe senza le intercettazioni, nemmeno ovviamente di quel caso patetico del giornalista Farina, alias Betulla, che lavorava a depistare le indagini sul sequestro.
Pensate ai dossieraggi della Telecom. I dossieraggi della security della Telecom. Migliaia e migliaia di dossier accumulati illegalmente da Tavaroli e i suoi uomini, tutto grazie alle intercettazioni. Non sapremmo nulla.
Pensate a ministri, sottosegretari. Abbiamo il ministro Fitto, che è stato preso grazie a intercettazioni in un processo per le tangenti della famiglia Angelucci per le cliniche nella Puglia.
Abbiamo il sottosegretario Martinat che è sotto processo a Torino per gli appalti truccati del TAV e della Olimpiade Invernale del 2006.
Pensate al ministro Matteoli che addirittura è sotto processo per le fughe di notizie per abusi edilizi all'Isola d'Elba.
Tutte persone che non sarebbero ovviamente sotto processo. Come ovviamente non sapremmo niente del ruolo avuto, secondo la procura di Genova, dal capo della Polizia dell'epoca, Gianni de Gennaro, nei possibili depistaggi delle indagini sul G8. Come non sapremmo nulla della mega truffa sui farmaci appena scoperta da Guariniello a Torino. Come non sapremmo nulla della mega truffa sui rifiuti appena scoperta, coi 25 arresti dai magistrati di Napoli, per quanto riguarda la Campania.
Non sapremmo nulla quello che ha fatto Mastella, la sua famiglia e il suo partito, smascherati dall'inchiesta di Santa Maria Capoa Vetere, poi passata a Milano. Non sapremmo nulla delle ruberie sui fondi pubblici in Calabria, che De Magistris ha scoperto e infatti gli sono costate una dura punizione dal Consiglio Superiore della Magistratura, mentre alcuni colleghi gli stanno smontando le indagini. Ecco, da questo punto di vista Clementina Forleo e De Magistris con una legge come questa già in vigore da qualche anno sarebbero a posto, in una botte di ferro. Perchè se la legge avesse loro impedito di scoprire gli scandali di bancopoli e della Calabria, loro non avrebbero pagato le conseguenze quindi, almeno dal loro punto di vista, questa legge li avrebbe lasciati lavorare in pace, proprio perchè avrebbe impedito loro di lavorare e di scoprire alcunchè.
Allora, quali sono i motivi con i quali ci viene indorata la pillola. Ci viene presentata questa legge come assolutamente urgente e necessaria. Oggi si sono mossi anche insigni tromboni per dare copertura questa legge vergognosa. La prima è che bisogna tutelare la privacy. Naturalmente la privacy è già tutelata da una legge, persino eccessiva, che è la Legge sulla Privacy che però ha una clausola assolutamente ovvia. Cioè che la privacy può essere tutelata, salvo esigenze di giustizia. Quando ci sono esigenze di scoprire reati e tutelare le vittime di quei reati, la privacy viene meno. Ciascuno di noi rinuncia a un pezzo della sua privatezza per consegnare allo Stato la possibilità di difenderci quando poi viene attaccata, non la nostra privatezza, ma la nostra vita, la nostra incolumità, il nostro patrimonio, i nostri interessi. La privacy non c'entra nulla. E del resto, quando si chiede: "ma quando mai è stata violata la privacy dalle intercettazioni o dalla pubblicazione delle intercettazioni?" rispondono sempre: "la povera Anna Falchi che si è ritrovata un sms sui giornali che diceva "ti amo". A chi? A Ricucci. Che era che cosa? Suo marito. Pensate che violazione della privacy far sapere che c'è una moglie che dice "ti amo" a suo marito. Deve essere stato un danno irreversibile. Per il resto sono tutte balle.
Dicono che ci sono troppe intercettazioni. E qui non si sa rispetto a cosa. C'è un numero ideale, un numero perfetto di intercettazioni? Quale sarebbe? Il numero delle intercettazioni dipende dal numero dei reati che si commettono. In Italia ci sono quattro regioni nelle mani della mafia? Perfetto, avremo un po' più di intercettazioni rispetto alla Finlandia o alla Danimarca.
E poi non è vero che abbiamo troppe intercettazioni rispetto agli altri paesi, perchè negli altri paesi non si sa quante siano le intercettazioni. L'unico paese di cui con certezza si sa quante intercettazioni si facciano è l'Italia. Per quale motivo? Perchè in Italia le può fare soltanto la magistratura e risultano tutte, dalla prima all'ultima, con tanto di autorizzazione di un giudice terzo. Mentre all'estero le fanno i servizi segreti, le forze di polizia, senza nessun controllo. Pensate, in Inghilterra le fa perfino il servizio ambulanze. Ci sono 156 enti, compresi gli enti locali, che possono fare le intercettazioni. In America le fa la SEC, che è l'equivalente della nostra CONSOB, solo che quella funziona e che controlla appunto le attività di borsa.
Quindi in Italia non è vero che ce ne sono di più, le controlliamo tutte. Mentre all'estero ci sono, ma non incontrollate, quindi non si sa quante sono.
L'argomento che fa più presa è che costano troppo. Costano troppo, ci dicono. E allora io vi do i dati. Due anni fa, l'ultimo anno dei quali abbiamo le statistiche, le procure italiane, che sono 165, hanno speso per intercettazioni 240 milioni di euro. Secondo altri calcoli il coso sarebbe pure inferiore. Ma prendiamo per buono il più grosso, cioè 240 milioni di euro. Che erano 40 in meno rispetto all'anno prima. Sono quattro euro per ogni cittadino. Quattro euro e qualcosa per ogni cittadino. La domanda è: "siete disposti da dare quattro euro all'anno, cioè quattro caffè all'anno, per sentirvi più sicuri e protetti contro reati di ogni genere?". Penso che la risposta, se la domanda viene posta correttamente ai cittadini, sia sì. Potremmo risparmiare? Certo, potremmo averle gratis le intercettazioni. Sapete perchè le paghiamo? Le paghiamo perchè lo Stato, quando da la concessione alla Telecom, alla Vodafone e agli altri gestori telefonici potrebbero mettere una clausoletta nella quale c'è scritto: "voi siete concessionari pubblici dello Stato italiano. Perfetto. Avete un obbligo. Quando un magistrato vi chiede di tenere sotto controllo un telefono, voi lo fate gratis. Invece lo Stato italiano paga i gestori telefonici che sono suoi concessionari. Per cui li potrebbe tenere per le palle e fargli fare quello che vuole. Quando un magistrato chiede a una banca: "fammi quell'accertamento bancario", la banca mica si fa pagare. Eppure la banca è un ente privato. Questi sono concessionari pubblici e lo Stato italiano paga loro ogni intercettazione. E in più, ad ogni indagine che deve fare, affitta un macchinario che non è proprio, da un'azienda privata. Basterebbe comprarli una volta, i macchinari per fare le intercettazioni e i costi verrebbero praticamente azzerati.
Quindi, vi stanno raccontando balle anche quando vi dicono che questa legge è per risparmiare sui soldi. No, questa legge è per risparmiare sui processi. A chi? A Berlusconi e alla classe dirigente. C'è un piccolo problema. Berlusconi naturalmente ha un processo in corso a Napoli, d'udienza preliminare, insieme al suo amico Saccà, direttore di Rai Fiction sospeso, perchè? Perchè al telefono gli prometteva aiuti per una sua attività privata, a Saccà, in cambio dell'assunzione da parte di Saccà di alcune ragazzine, di alcune ragazzine che interessavano in parte a Berlusconi, e in parte a un misterioso senatore dell'Unione che un anno fa, in cambio del piazzamento della ragazzina a Rai Fiction, a spese nostre, avrebbe fatto cadere il governo Prodi. Pare, come ha scritto Repubblica ieri, che ci siano altre telefonate ancora più sfiziose su questo vero e proprio uso criminoso della televisione pagata con i soldi pubblici.
E allora? Bisogna impedire che vengano fuori, con una legge che salverà migliaia di criminali, per salvare uno o due imputati.
Passate parola.

Marco Travaglio"

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8 Giugno 2008

La norma salva Casta

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Riporto una mia intervista pubblicata su La Repubblica di oggi sul tema delle intercettazioni.

Antonio Di Pietro: «Con quella legge lì, Mani Pulite sarebbe nata e subito morta. Perché Mario Chiesa lo abbiamo arrestato in flagranza, sì, ma solo perché era sotto intercettazione. E così tutti gli altri dopo di lui».

La Repubblica: Divieto assoluto di intercettazioni, cinque anni a chi le esegue e a chi le pubblica. Onorevole Di Pietro, il premier Berlusconi ci riprova. Ma stavolta i numeri della maggioranza sono dalla sua.
Antonio Di Pietro: «È un progetto criminogeno, che noi di Idv tenteremo di contrastare, dentro e fuori il Parlamento. Se necessario anche facendo ricorso al referendum. Perché non è degno di uno stato di diritto che di fronte a un problema reale, il crimine, vengano eliminati gli strumenti a disposizione per combatterlo».

La Repubblica: La stretta farebbe salve le inchieste su criminalità organizzata e terrorismo. Ma non i reati per corruzione e concussione. Insomma, i reati dei colletti bianchi. Cosa vuol dire?
Antonio Di Pietro: «Intanto, vuol dire che il governo rinuncia a perseguire anche la grande criminalità. Perché per scoprire che un gruppo di persone delinque in modo organizzato, che una serie di reati specifici fanno parte di un disegno criminoso, occorrono prima indagini, intercettazioni, appunto. Nel momento in cui impediscono di farle, escludono la possibilità di risalire all´organizzazione».

La Repubblica: Ha la sensazione che si tratta di una legge ad personam?
Antonio Di Pietro: «È il solito modello berlusconiano. Mano dura nei confronti dei più deboli e occhio di riguardo verso gli amici. Piuttosto la definireri una legge ad personas. In favore di quelle che fanno parte della casta. Ecco cos´è, una norma salva casta».

La Repubblica: Carcere per i giornalisti, pesanti multe per gli editori. Ha l´impressione che nel mirino ci sia l´informazione?
Antonio Di Pietro: «Altro che impressione, è proprio così. Con l´intento evidente di impedire all´opinione pubblica di conoscere quel che di illecito accade dentro il palazzo del potere».

La Repubblica: Ammetterà che in questi anni non sono mancati gli eccessi. Dialoghi privati intercettati e poi immotivatamente pubblicati.
Antonio Di Pietro: «Distinguiamo tra intercettazioni lecite e quelle illegalmente acquisite. Queste ultime, tipo Telecom o Pio Pompa per intenderci, non vanno pubblicate. Ma per quelle lecite, va solo evitato che la pubblicazione avvenga prima del deposito degli atti. Il resto deve essere rimesso alla deontologia del giornalista, che non può essere definito tale se scrive dei baci mandati via sms da Anna Falchi a Ricucci. Non per questo, però, l´opinione pubblica deve restare all´oscuro del traccheggio tra i furbetti del quartierino e il governatore della Banca d´Italia».

La Repubblica: Il Guardasigilli Alfano ha ricordato che le intercettazioni pesano per il 33 per cento della spesa complessiva per la Giustizia: «Un eccesso». Concorda?
Antonio Di Pietro: «Perché non risparmia anche sul restante 70 per cento? Magari riducendo le indagini di polizia e carabinieri? I tagli vanno fatti agli sprechi a tutti i livelli, non sugli strumenti dei magistrati. Il ministro dovrebbe ricordare che negli ultimi dieci anni sono stati confiscati ai criminali e depositati presso gli uffici postali 1 miliardo 560 milioni. Quanto una mini manovra. Anche grazie alle intercettazioni. Peccato che quel tesoro giaccia inutilizzato: noi proponiamo che venga invece impiegato per il funzionamento della giustizia. Se Alfano ha bisogno di soldi, li recuperi da lì, non impedisca agli inquirenti di lavorare».

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31 Maggio 2008

Magistratura al guinzaglio

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Pubblico sulla vicenda dei rifiuti di Napoli un articolo di Marco Travaglio apparso sull'Unità di ieri che condivido pienamente. Riporto inoltre un illuminante dichiarazione del Presidente del Consiglio: "le leggi devono essere adattate per far vivere meglio i cittadini". Parole degne di un uomo che non ha la minima idea di quello che sia uno Stato, il diritto, la Costituzione e la democrazia.

"Non potevano trovare un nome migliore gli inquirenti napoletani per l’inchiesta su politica&monnezza. “Operazione Rompiballe” allude alle ecoballe, niente eco e molto balle. Ma anche, involontariamente, all’ennesima porcata del governo per mettere la magistratura al guinzaglio del potere politico con la scusa dell’emergenza rifiuti. Perchè è di questo che stiamo parlando, come spiega Rodotà su Repubblica e come sostengono 75 pm campani: il decreto del governo è incostituzionale, perché sospende “de jure” lo Stato di diritto in una regione dove già era sospeso “de facto”.
Le trombette berlusconiane sono già al lavoro per rivoltare la frittata e far passare per ribelli proprio i magistrati che difendono la Costituzione, non il governo che la calpesta. Spettacolare il Corriere che, sorpreso il giudice Nicola Quatrano, a spasso per Chiaiano, lo torchia per bene per sapere che ci facesse lì, vedi mai che alzasse barricate e lanciasse molotov. Come se un libero cittadino non potesse andare dove gli pare. In effetti, secondo il decreto, non si può più manifestare liberamente, in Campania: si rischia di passare per sabotatori delle discariche, dunque nemici pubblici.
Intanto il governo si fabbrica un bel superprocuratore regionale per i rifiuti, roba mai vista nemmeno sotto il fascismo, che accentra le competenze delle procure territoriali. Nessun giudice potrà più sequestrare discariche irregolari o pericolose, anche perchè i rifiuti tossici e nocivi vengono equiparati a quelli urbani ordinari, per decreto, in barba a tutte le leggi nazionali ed europee, e soprattutto alla salute di chi se li beve o se li respira. Insomma, vietato disturbare il manovratore: che oggi è il supercommissario di governo - l’ineffabile Bertolaso, l’uomo per tutte le stagioni, quello che due anni fa da commissario non combinò un bel nulla e ora, chissà perché, dovrebbe fare il miracolo - ma domani potrebbe essere il presidente del Consiglio. Perché, se passa il precedente di un “governo che si sceglie i magistrati che devono controllare le sue iniziative” (Rodotà), poi non ci si ferma più.
Lo Stato italiano ha sconfitto il terrorismo e combattuto la mafia con ottimi risultati - per due o tre anni, non di più - senza strappi alla Costituzione. Non si vede perché oggi non possa rimuovere la monnezza senza violentare la Carta costituzionale. Se le nuove discariche saranno a norma di legge, nessun giudice le bloccherà. Ma impedire preventivamente ai giudici di bloccarle è come ammettere di sapere in anticipo che saranno irregolari, dunque inquinanti, dunque pericolose per la salute pubblica. Dunque l’intervento della magistratura rimane l’unico scudo per i cittadini.
Resta da capire perché mai, dal Pd, non si sia levata una sola voce critica contro il colpo di mano berlusconiano. Anzi, dopo la parentesi dell’ostruzionismo su Rete4, si è tornati precipitosamente a un “dialogo” che conviene solo al governo. Eppure non occorre un genio per intuire che la guerra all’indipendenza e autonomia delle toghe con la monnezza non c’entra niente. C’entra con altre monnezze: per esempio, con l’ansia di vendetta del Cainano contro i pm di Napoli per l’inchiesta sull’acquisto di Saccà e di alcuni senatori. “Questi pm sono ingovernabili”, ha denunciato, sgomento per l’esistenza di qualche toga che ancora prende sul serio la Costituzione (“la magistratura è autonoma e indipendente da ogni altro potere”): un pericoloso precedente che va subito sanzionato.
Intanto si cerca un pretesto per varare l’agognata legge contro le intercettazioni, che proprio sulla monnezza han dimostrato la loro efficacia, dunque vanno abrogate. Il ministro ad personam Alfano annuncia che la nuova porcata è pronta. Meno pronta è la reazione dell’Anm, che seguita a “dialogare” col governo che si accinge a disarmarla. E ancor meno pronta è quella del Pd, che ha addirittura avviato consultazioni del ministro-ombra della Giustizia, tal Tenaglia, con l’Alfano medesimo, non si sa bene a che pro. Intanto Ermete Realacci si associa agli alti lai berlusconiani pro Bertolaso e contro il blitz dei giudici: “Intervento spettacolare e fuori contesto” che rischia di “ostacolare la soluzione del problema rifiuti”. La prossima volta, prima di arrestare qualcuno, i giudici chiederanno il permesso a lui (“Ci scusi, Realacci, avremmo intenzione di arrestare Tizio e Caio. Le pare il contesto giusto o gradisce un rinvio? Ha qualche data libera, in agenda?”). Dio salvi i rompiballe."

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Fiducia sulla magistratura

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Riporto il testo del mio intervento alla trasmissione Otto e Mezzo di giovedi 29 maggio, dove rispondo alle domande di Lanfranco Pace sul tema della magistratura.

Antonio Di Pietro: Lei ha affermato: "Non le pare che insistere sul principio di legalità sia un accanimento?". No, non mi pare. Il principio di legalità, chi lo reclama non si accanisce, afferma un principio democratico. Seconda cosa. Lei ha detto: "Ma è mai possibile che tutti i magistrati fanno bene e nessuno sbaglia?". Come no, sbagliano. Il problema è che nel nostro Paese, da un po di tempo, più che prendersela con quelli che sbagliano, se la prendono con quelli che non sbagliano e che invece fanno il loro dovere. Se lei mi dice "trovi il nome di un magistrato che ha sbagliato", bene, il magistrato Squillante che è stato condannato ha sbagliato o no? Si.

Lanfranco Pace: Mi faccia il nome di un magistrato punito dall'alto governo della magistratura.
Antonio Di Pietro: Segua. Squillante...

Lanfranco Pace: Va beh, ma questo è stato punito dalla magistratura per altri reati, non nell'esercizio delle sue funzioni.
Antonio Di Pietro: Come no?

Lanfranco Pace: C'è un magistrato che ha fatto una fesseria nel suo operato?
Antonio Di Pietro: Ce ne sono tanti.

Lanfranco Pace: Sono stati puniti dal Csm?
Antonio Di Pietro: Certamente si. Facciamo una cosa, prenda una buona abitudine: vada a vedere tutte le punizioni che il Csm ha dato e sta dando ancora in questi ultimi tempi a magistrati che si ritiene non abbiano fatto il loro dovere. Secondo, ritengo che ci siano magistrati che sbagliano e che non fanno il loro dovere, ed è bene procedere nei confronti di questi. L'anomalia italiana non sta in questo, ma sta nel fatto che da 10 anni a questa parte, da quando è scoppiata Tangentopoli, vengono criminalizzati coloro che fanno il loro dovere. Vede, quando i magistrati di Milano hanno fatto determinate indagini nei confronti di persone vicine e legate al Presidente del Consiglio, tutta l'informazione pilotata e tutta la politica ha sempre attaccato i magistrati che facevano le indagini, non quelli che commettevano reati. Se la sono presi, per intenderci, con la Boccassini e non con Squillante nel processo di Milano. Quello che sto cercando di far capire è che pensare di scaricare le colpe sul magistrato che indaga e non su colui che commette i reati è una delle più gravi anomalie del nostro Paese, soprattutto dovuta al fatto che un sistema d'informazione italiana, in mano ad un conflitto d'interessi palese, deforma la realtà, che fa passare per guerra fra bande quella che è una guerra tra guardia e ladri, aggravata dal fatto che qualche volta il ladro è pure il magistrato.

Ritanna Armeni: Mi scusi, però non potrà negare una cosa, che la magistratura ha fatto spesso l'impressione, piuttosto vistosa, di intervenire nella politica in maniera molto invadente.
Antonio Di Pietro: E viceversa, eh.

Ritanna Armeni: Forse anche viceversa. Le ultime vicende di Napoli con 25 avvisi di garanzia...
Antonio Di Pietro: A Napoli dell'inchiesta si sa da tempo, tanto che da gennaio si sono chieste le misure cautelari. Per fare una misura cautelare di 800 pagine, e leggere almeno un milione e mezzo di pagine, ci vogliono almeno 2 o 3 mesi. L'anomalia non sta nel fatto che i magistrati di Napoli hanno proceduto oggi nel confronto di alcune persone per ipotesi di reato, ma che quelle persone, sapendo la situazione in cui si trovano, si mettono a fare un'attività istituzionale proprio per i fatti per cui sono sotto indagine. L'anomalia quindi non sta nel magistrato che indaga, ma nel fatto che chi è sotto indagine invece di correre dal magistrato corre a mettersi in una posizione per diventare impunito. Abbia pazienza.

Lanfranco Pace: L'anomalia secondo lei non è fare un ordinanza di rinvio a giudizio di 600 pagine e presentare un milione e mezzo di pagine in faldoni, cioè mille cinquecento faldoni da mille pagine che sono l'enciclopedia britannica moltiplicata mille. Le sembra un'idea di giustizia rapida e moderna? Non credo.
Antonio Di Pietro: Non è cosi, mi spiace, nel senso che lei non può prendere un po di prove ed un po di fascicoli e buttarli via semplicemente per fare un fascicolo più corto. Abbia pazienza, ma che giustizia è?

Lanfranco Pace: Son sempre tanti.
Antonio Di Pietro: La colpa non è dei magistrati, ma di quelli che commettono fatti per il quale bisogna metterci tante pagine per verbalizzare.

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22 Maggio 2008

Blitz della dittatura dolce

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Ancora una volta Berlusconi si dimostra un furbo, anzi un furbastro. Inserisce all’interno di provvedimenti doverosi, emendamenti che servono a lui, sicché il provvedimento si deve approvare per forza in quanto ci sono dei doveri verso l’Unione Europea però lo si approva anche a uso e consumo proprio.
La Corte di giustizia europea dice allo stato italiano "la devi smettere di rinviare, di utilizzare una legislazione transitoria per una questione che deve essere risolta una volta per tutte" e cioè appunto il rispetto della legge e la pluralità dell’informazione e il fatto che anche Rete 4 debba andare sul satellite perché quella sua frequenza a suo tempo fu vinta dall’Europa7. Lo dice l’Unione Europea e lui fa, inserisce un emendamento all’ultimo secondo senza poterne discutere, senza farlo sapere all’opinione pubblica, con un blitz degno della dittatura dolce che io dico sempre. Un emendamento che serve appunto a dire "ancora una volta in via transitoria volgono le frequenze cosi come a suo tempo assegnate”. E' esattamente il provvedimento che fece Craxi negli anni ‘90 quando a suo tempo fu deciso di obbligare Berlusconi di restituire la frequenza a chi ne aveva diritto. A quell’epoca lo fece Craxi con un decreto legge clandestino, urgente che doveva servire per pochi mesi, sono passati ormai 15 anni, quasi 20 e siamo al punto di prima con un emendamento che ancora una volta rinvia sine die questa approvazione,questa decisione.
È un modo politicamente scorretto ai limiti della illegalità istituzionale, sicuramente che ci porta in Europa ad essere derisi e irrisi perché ancora una volta dimostriamo che le leggi, le istituzioni, il parlamento, il governo vengono usati per fini personali.

Noi dell’Italia dei Valori da dentro il Parlamento e fuori dal Parlamento all’insegna dell’impegno che ci siamo presi con gli elettori: vera opposizione, unica opposizione, faremmo sentire la nostra voce in ogni momento perché noi abbiamo memoria, non vogliamo perdere la memoria, e come abbiamo detto all’inizio della legislatura, sappiamo la storia e conosciamo la storia personale e imprenditoriale, politica e giudiziaria del Presidente del Consiglio e certamente a noi non ci raggirerà.

Leggi anche:

127 milioni di euro annui a Rete 4
Lettera aperta a Romano Prodi e Paolo Gentiloni
Schizofrenia di Stato
Tre firme per liberare l'informazione
Idv: unico partito per un'informazione indipendente
Pagheremo noi per lui
Democrazia e informazione
Europa 7: applichiamo la legge
Etere senza legge
Fine dell'occupazione abusiva delle frequenze

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13 Maggio 2008

Il silenzio dei magistrati

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Bavaglio all'informazione e bavaglio alla giustizia sono questi i primi fatti tangibili del governo del centrodestra a cui fa sponda un tacito consenso di questa finta opposizione.
Oggi Clementina Forleo verrà "cacciata" da Milano, non potrà più esercitare in quella città. Le parole di oggi di Silvio Berlusconi secondo cui "il rispetto va ai magistrati che compiono in silenzio il proprio dovere" trovano da subito effettivo riscontro. Lascio, come altre volte ho fatto, all’articolo di Marco Travaglio “Colpirne una…” de l’Unità, che condivido completamente, il commento a questa vicenda:

"Se il plenum del Csm confermerà l’indicazione data ieri dalla Commissione competente, Clementina Forleo sarà cacciata da Milano per “incompatibilità ambientale”. Il suo peccato mortale, come tutti han capito fin troppo bene, è stato quello di mettere nero su bianco i nomi dei parlamentari intercettati durante le scalate di Antonveneta, Rcs e Bnl e chiedere al Parlamento l’autorizzazione a usare le loro telefonate. Non potendo dichiarare ufficialmente che andava punita per questo, a perenne ammonimento per tutti gli altri magistrati che osassero fare altrettanto, insomma a futura memoria, la commissione ha deciso di cacciarla perché avrebbe cattivi rapporti con i cancellieri del tribunale (testuale); perché avrebbe turbato l’opinione pubblica con denunce infondate (e pazienza se poi si son rivelate fondatissime), perché avrebbe detto a un convegno cose che non ha mai detto, e perché avrebbe chiesto a un pm notizie di un provvedimento interdittivo che la Procura le aveva preannunciato dicendole di tenersi pronta. Insomma, incolpazioni inventate o faccenduole che sono normale routine in un ufficio giudiziario. Alla fine, in questo mondo alla rovescia, il topolino ha partorito la montagna: una sanzione mostruosa, che sarebbe apparsa sproporzionata anche se gli addebiti mossi alla Forleo fossero stati fondati. Clementina Forleo non potrà più fare il giudice a Milano e dovrà emigrare altrove con quel che resta della sua famiglia già falcidiata da lutti, minacce e attacchi. Il voto è stato tutt’altro che unanime, a riprova del fatto la sanzione non era affatto obbligata. Per il trasferimento han votato i membri laici, cioè politici: la comunista Vacca (che aveva anticipato il giudizio prim’ancora che iniziasse il procedimento, ma non ha sentito neppure il dovere di astenersi: bella garanzia di “terzietà”) e Anedda di An; e poi il togato di Unicost, Roia. Contro, ha votato il presidente della commissione, Patrono di MI. I due di Md, pilatescamente, si sono astenuti: se avessero votato contro sarebbe finita 3 a 3. E la manovra sarebbe fallita. Una manovra che, molto probabilmente, è illegittima. L’ordinamento giudiziario Castelli-Mastella vieta trasferimenti d’ufficio dei magistrati per fatti che implichino comportamenti colpevoli: l’incompatibilità può derivare solo da fatti incolpevoli, per esempio da parentele con altri giudici o con imputati dello stesso distretto. Ma qui le condotte contestate alla Forleo, se dimostrate, implicano che lei sia colpevole. Dunque andavano esaminate in sede disciplinare, con una procedura molto più garantista. Ma si temeva di non riuscire a punirla nemmeno sul fronte disciplinare: perché, per una dimenticanza degli analfabeti che hanno approvato la Castelli-Mastella, nella lista degli illeciti disciplinari non figurano le esternazioni. E qui proprio di esternazioni si tratta. Dunque, sapendo che in sede disciplinare non c’era trippa per gatti, si sono usate condotte ipoteticamente colpevoli per dichiarare l’incompatibilità. Il risultato è a metà fra l’inquietante e l’esilarante: se qualcuno ritiene che la Forleo sia una pazza furiosa che litiga con tutti e lancia allarmi infondati, che senso ha spostarla da Milano a Roma o a Vipiteno? Il fatto è che anche la manovra per farla apparire pazza è fallita: tutti conoscono la sua preparazione giuridica, la sua laboriosità, il suo carattere. Come diceva Montanelli, “tutte le persone di carattere hanno un pessimo carattere”. Ma che c’entra il carattere con la capacità di un giudice? Patrono ha votato contro il trasferimento anche perché, per la nuova legge, la Forleo è “scaduta” come gip avendo esercitato l’incarico da più di 10 anni e, al pari di centinaia di gip, dovrà passare al tribunale. Bastava aspettare qualche mese (in attesa che il Csm bandisse quei posti) e il nodo si sarebbe sciolto da sé. Ma qui bisognava dare una lezione purchessia, a prescindere. La sentenza, richiesta a gran voce dai politici di destra e sinistra, era scritta fin da luglio, quando la gip osò fare il suo dovere anziché voltarsi dall’altra. Calamandrei diceva: “Non temo i giudici corrotti, ma i giudici conformisti”. Questo Csm e questa politica temono i giudici anticonformisti. Colpirne uno (anzi due: c’è pure De Magistris) per educarne diecimila."

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7 Maggio 2008

Vane speranze

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Riporto una mia breve dichiarazione, rilasciata oggi al termine della consultazione al Quirinale con il Presidente della Repubblica, in tema di giustizia.

"Se è vero come è vero che il buongiorno si vede dal mattino, capiremo già nelle prossime ore che cosa intende fare questo Governo e il suo Presidente del Consiglio quando potremo valutare il nome del ministro della Giustizia, perchè da quel nome capiremo che spazio concreto sarà dato ad un impegno verso temi fondamentali per cui il centrodestra ha anche vinto le elezioni facendo credere agli italiani che può occuparsi meglio di noi in materia di giustizia e sicurezza.
Se davvero ci dovesse essere un ravvedimento operoso, e quindi un’azione concreta in materia d’interventi sulla sicurezza, l'Italia dei Valori darà il proprio contributo di idee, di soluzioni e d’appoggio. Naturalmente, conoscendo con chi abbiamo a che fare, vogliamo prima leggere le carte, valutarle e poi prenderne atto."

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5 Maggio 2008

Violenza e propaganda politica

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Il ragazzo picchiato a Verona da un gruppo di naziskin per una sigaretta negata è morto. Faccio le mie condoglianze ai suoi genitori e spero che i colpevoli paghino per i loro crimini.
I partiti stanno già strumentalizzando la sua morte: è una morte di destra, come la morte della signora Reggiani per mano di un rom era una morte di sinistra.
La violenza sta diventando un alibi per orientare l’opinione pubblica e creare sempre nuovi mostri.

Il problema della violenza deriva dalla non punibilità della maggior parte dei reati, da una destabilizzazione della magistratura avvenuta durante i governi degli ultimi quindici anni.

La magistratura non ha mezzi materiali, né giuridici per intervenire effettivamente. E’ necessario cancellare le leggi vergogna, semplificare e accorciare l’iter processuale per ristabilire un corretto rapporto tra i cittadini e la giustizia.

Forse è arrivato il momento in cui nel Paese si inizi a discutere delle ragioni per le quali la giustizia è diventata inapplicabile e di chi sono i responsabili di questa situazione.
I cittadini non possono più essere presi in giro, da una parte si invoca la sicurezza, dall’altra si rende impossibile l’applicazione della pena.

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28 Aprile 2008

Tra buonismo e finta solidarieta'

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Riporto una mia intervista rilasciata al Corriere della Sera sul tema dell'immigrazione e della sicurezza. In calce troverete i miei articoli sull'argomento, alcuni anche molto duri. Su questo tema è stata strumentalmente giocata la campagna elettorale nelle elezioni sia politiche che amministrative. Ora non rimane che rispettare le promesse elettorali.

Antonio Di Pietro: Sui rumeni occorre intervenire. E se Berlusconi lo farà, non ci vergogneremo di appoggiarlo.

Cds: Perché?
Antonio Di Pietro: E’ ovvio che per il centrosinistra dire che si è offuscata la vista agli italiani è semplice. Fin troppo. Ma non è con le paure che si rincorre il voto. Io spero che dopo l’ubriacatura di centrodestra l’elettore apra gli occhi. Però…

Cds: Però?
Antonio Di Pietro: Però è vero che tra buonismo e finto solidarismo abbiamo creato una situazione ingovernabile. E ora tutti si scoprono giustizialisti.

Cds: Berlusconi annuncia misure.
Antonio Di Pietro: E noi le appoggeremo. Sempre dopo averle lette.

Cds: Voterete con il Pdl?
Antonio Di Pietro: Non ci vergogneremo di dare forza a un atto che consideriamo di resipiscenza: a partire dall’ingresso indiscriminato i guai li hanno creati loro. Sarà il primo atto di una opposizione costruttiva.

Cds: Cosa auspica?
Antonio Di Pietro: Filtri agli ingressi dalla Romania. Rimandare indietro tutti i rumeni senza fissa dimora o lavoro. Più fondi e personale a polizia e tribunali per accelerare l’iter processuale anche con l’esecuzione della pena dopo il primo grado di giudizio. E soprattutto che non ci siano trucchi.

Cds: Teme qualche emendamento-truffa?
Antonio Di Pietro: Eh si. L’altra volta hanno fatto un provvedimento per allungare la prescrizione ai recidivi e l’hanno accorciata a Berlusconi cosi i processi a lui non si fanno mai. Ma ora, sistemati i suoi problemi, forse può risolverli agli italiani.

Articoli precedenti:
La Sicurezza per i cittadini
L'Italia ventre molle dell'Unione Europea
Moratoria, subito
Immigrazione e criminalità

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11 Aprile 2008

Unico partito a condannati zero

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Pubblico l'articolo di Repubblica di oggi, a pagina 4, con la situazione situazione giudiziaria dei futuri eletti del nuovo Parlamento. L'Italia dei Valori, come ho più volte dichiarato in questa campagna elettorale, ha solo persone con fedina penale pulita.

"Maglia nera l´Udc di Pier Ferdinando Casini, primi della classe i dipietristi di Italia dei valori. Nella classifica delle "liste pulite" del futuro Parlamento, i due partiti rappresentano gli estremi negativo e positivo. Il 9 per cento dei futuri parlamentari centristi, infatti, risultano condannati in primo grado, in secondo o in attesa del pronunciamento di appello e Cassazione. A fronte del 100 per cento delle teste di lista dell´Italia dei valori che non ha riportato non solo alcuna condanna, ma neanche rinvio a giudizio. La classifica è stata stilata, al termine di un´indagine incrociata sulle liste presentate da tutti i partiti, dal sito "lavoce. info". E fa riferimento alla situazione giudiziaria dei futuri eletti o primi esclusi, già presumibili in base alla composizione delle liste e delle proiezioni.
«C´è del marcio in Parlamento», è il titolo dell´inchiesta-classifica sui virtuosi. In testa risulta appunto l´Idv con il 100 per cento di candidati privi di qualsiasi coinvolgimento giudiziario. Segue la Lega col 93,1 per cento. Quindi, il Pd con il 98,8, il Pdl col 96,7, la Sinistra arcobaleno con il 98,1. Fanalino di coda l´Udc di Casini con l´85,3 per cento. Il sito informa che «la principale fonte riguardante la situazione penale dei candidati è il libro "Se li conosci li eviti" di Peter Gomez e Marco Travaglio (Chiarelettere, ed.) e le sentenze della Cassazione penale»
."


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3 Aprile 2008

Sono amico di Pino Masciari

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Voglio lanciare un appello, come cittadino e come rappresentante dell'Italia dei Valori. Voglio lanciare quest’appello a favore di Pino Masciari. Forse non tutti lo conoscono, ma chi s’intende di cose di giustizia dovrebbe ricordarselo.

Pino Masciari è una vittima della 'Ndrangheta, perchè da imprenditore ha ritenuto di non subire le pressioni da coloro che volevano il pizzo, ma di denunciarli. Noi abbiamo esperienze importanti d'imprenditori che hanno fatto questa scelta: un'imprenditrice, la signora Cordopatri, anch’essa si è occupata di reagire al pizzo, si è vista aggredire, lei è stata ferita e suo fratello ammazzato. Noi l'abbiamo candidata al Parlamento perchè vogliamo far portare avanti queste battaglie, ma nel frattempo c'è un problema umano, drammatico, ma anche un problema di politica giudiziaria: Pino Masciari, per aver fatto il suo dovere, si trova fuori dalla Calabria, perchè se torna gli fanno la pelle. E' da tempo che è fuori dal suo territorio, che non può svolgere la sua attività, che vive sotto scorta, che vive al nord sotto copertura. Questo fino ad ora, e ad oggi non ha più neanche questa possibilità.

Lui vorrebbe non solo una vita da testimone di giustizia per cui deve essere messo sotto sicurezza, e già questo gli manca, ma una vita che torni ad essere normale. Per questa ragione, stanco di aspettare, ha deciso di tornarsene in Calabria. Ha deciso questa mattina di prendere un viaggio, di tornare in Calabria e di dire "vado lì ad affrontare il mio destino".

L'Italia dei Valori non vuole lasciare solo né Pino Masciari né tutti quelli come lui, e per questa ragione ha fatto delle scelte di campo. Oltre a lanciare quest’appello, ha candidato in Parlamento una persona che sta nelle stesse condizioni, Teresa Cordopatri, affinché anch’esse, insieme a tutti noi in Parlamento, possano combattere e contrastare queste assurdità che mettono in condizione a chi fa il proprio dovere di non poter più vivere, mentre a chi sta contro la legge di poter andare in Parlamento e farsi delle leggi per raggiungere l'immunità.

Leggi anche:
Il Blog di Pino Masciari
I candidati IdV: Teresa Cordopatri
Antonio Di Pietro a Break the mafia

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27 Marzo 2008

Il mondo rovesciato

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Alle mie osservazioni su un veto ad personam su di me per il Ministero della Giustizia sono seguite numerose, scomposte e anche ridicole dichiarazioni di esponenti politici, in particolare del centro sinistra.
Riporto un articolo di Marco Travaglio che le commenta.

"Se in Italia le Authority fossero una cosa seria, ce ne vorrebbe una per la tutela delle parole. Contro gli abusi e le torsioni che subiscono, contro l'immondo mercato che le trasforma in merci buone per tutti gli usi. Esempio: si discute sull'opportunità o meno di nominare Di Pietro ministro della Giustizia, dopo che Veltroni ha detto alla Bignardi che non se ne parla proprio. Ciascuno può pensarla come gli pare, purchè – possibilmente - argomenti il suo pensiero. Non è questo il caso di Polito che ha dichiarato al QN: «Di Pietro ministro di Giustizia in un governo del Pd è inimmaginabile: è come se, sul versante opposto, pensassero a Previti ministro della Giustizia. Previti e Di Pietro sono i due estremi di una guerra tra politica e magistratura, alla quale il Pd si propone di mettere fine». Concentriamoci sulle parole «Previti», «Di Pietro», «estremi», «guerra». Previti è un pregiudicato, condannato definitivamente a 7 anni e mezzo per corruzione giudiziaria, avendo pagato alcuni giudici per comprare due sentenze: la prima procurò all'amico Rovelli un risarcimento non dovuto di 1.000 miliardi dallo Stato; la seconda procurò all'amico Berlusconi la Mondadori, sottratta al proprietario De Benedetti. Di Pietro è un ex pm, noto per aver condotto con alcuni colleghi la più importante indagine anticorruzione della storia d'Europa, facendo condannare 1200 colletti bianchi e salvando il Paese dalla bancarotta finanziaria e morale. Fra l'altro Di Pietro non s'è mai occupato di Previti, essendosi dimesso dal pool nel dicembre '94, mentre le indagini sulle toghe sporche iniziarono nell'estate '95. In che senso i due sarebbero gli «estremi di una guerra fra politica e magistratura»? Quale guerra? Dichiarata da chi? Combattuta, vinta, persa, pareggiata da chi? Negli Usa il governatore di New York è l'ex procuratore Rudolph Giuliani, noto per le sue indagini sulla mafia e i colletti bianchi di Wall Street (vedi film con Michael Douglas), che fece arrestare in gran quantità: a qualcuno è mai venuto in mente di paragonarlo ai suoi ex-imputati, di dire che questi e quello sono gli «estremi di una guerra tra mafia/alta finanza e magistratura»? Totò direbbe: «Ma mi faccia il piacere, parli come bada». Sullo stesso tema si esercita un altro gigante del pensiero, Boselli, quello che usa Gesù come testimonial per far rieleggere De Michelis e Bobo Craxi: «Di Pietro è il simbolo della giustizia spettacolo, non può fare il Guacdasigilli». Che significa «giustizia spettacolo»? Di Pietro partecipò forse a show televisivi ai tempi di Mani Pulite? Mai visto in tv, mai dato interviste ai giornali (salvo una, molto generica, a Biagi). Giustizia spettacolo è quella di Cogne, Rignano, Erba, Perugia, Garlasco, cioè dei processi celebrati in tv: Di Pietro i suoi li faceva in aula, infatti i colpevoli venivano scoperti e condannati. Boselli dica che Di Pietro non gli piace perchè ha fatto condannare i suoi migliori amici e lui non se n'è ancora riavuto. Ma che senso ha vaneggiare di «giustizia spettacolo»? Il fatto è che, quando si parla di giustizia, chi non ha argomenti innesta il pilota automatico e dà fiato alla bocca con le solite frasi fatte senza senso. Don Gelmini, imputato di molestie sessuali su dieci ragazzi, ha così commentato la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla Procura di Temi: «È il risultato della tempesta mediatica che ha accompagnato I'inchiesta». Ma l'inchiesta non è stata accompagnata da alcuna tempesta mediatica, visto che se n'è saputo qualcosa solo quand'era finita. I giornali ne hanno scritto per la notorietà dell'indagato e per la gravità delle accuse: ma questa si chiama cronaca giudiziaria, non tempesta mediatica. E non può essere la causa dell'indagine, visto che è venuta dopo: è l'effetto. Così come la richiesta di rinvio a giudizio è l'effetto dell'indagine, non della cronaca giudiziaria. Sergio Romano, che sulla giustizia non ne ha mai azzeccata una, si arrampica sugli specchi del Corriere a proposito degli evasori in Liechtenstein: a suo avviso c'è stata una «reazione giustizialista di una parte dell'opinione pubblica». Che significa «reazione giustizialista»? E, di grazia, quale sarebbe la reazione appropriata del cittadino che paga le tasse anche per i furboni che occultano il bottino a Vaduz? Dovrebbe chiamare i furboni per complimentarsi? O scrivere ai giudici perché non li disturbino? Ci faccia sapere."


Presentazione di Jean-Leonard Touadi, candidato IdV


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25 Marzo 2008

Una politica giudiziaria chiara

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Noi dell’Italia dei Valori in questo momento non ci occupiamo, né preoccupiamo, di chi deve andare ad occupare un ministero piuttosto che un altro. Veltroni ha semplicemente dato un’indicazione di quelle che possono essere le mie possibilità.

In materia di politica giudiziaria tutti vorranno dare atto che l’Italia dei Valori si è rifatta all’esperienza di mani Pulite per indicare una serie di politiche in materia giudiziaria ben precise: cancellazione delle leggi ad personam, ampliamento delle risorse finanziarie in materia di sicurezza e di giustizia, riduzione dei tempi processuali, aumento del personale giudiziario, aumento delle forze di polizia. Allora, perché l’Italia dei valori, che ha una politica giudiziaria così chiara, dovrebbe far paura a qualcuno anche se dovesse assumere un ruolo nel Ministero della Giustizia? Berlusconi lo ha già detto, che l’idea stessa che io con la mia storia passata possa andare alla Giustizia gli fa orrore. Ma lo comprendo: un tempo ho scoperto i suoi altarini, ed oggi, se andassi in quel Ministero, mi occuperei come prima cosa di eliminare le leggi vergogna che si è fatto fare per non processare i suoi amici, farei una legge per impedire che i condannati con sentenza passata in giudicato possano ancora candidarsi, ed eviterei quindi che i suoi collaboratori, quelli che hanno pagato le mazzette alla Guardia di Finanza, in relazione a verifiche fiscali che riguardavano le sue aziende, continui a candidarli in Parlamento. Di questo me ne occuperei, ed invito i cittadini ad occuparsi e a preoccuparsi di questo modo di fare politica per interessi personali che sta portando avanti questo signore.

Mi preoccupo per il fatto che tutto ciò che stiamo facendo possa costituire per qualcuno dei nostri alleati, non certo per Veltroni, un motivo per mettere degli ostacoli all’Italia dei Valori. D’altronde, nel programma del Partito Democratico, noi dell’Italia dei Valori abbiamo sottoscritto un patto ben chiaro che la politica giudiziaria del modello riformista, che ha in Veltroni il candidato premier, è e deve essere una cosa tutta diversa dalle leggi ad personam che si è fatto fare Berlusconi. Noi crediamo che l’azione di politica giudiziaria dell’Italia dei Valori debba essere semmai esaltata, e non compressa con affermazioni che non avrebbero alcun senso, come quelle che qualcuno è andato dicendo: “Di Pietro è meglio che non faccia il Ministro della Giustizia”. Non l’ho chiesto e qualcuno mi dovrebbe spiegare perché mai non sarebbe possibile. Non certo perché non so come funziona la macchina della Giustizia, perché se guardo indietro ai ministri che ci sono stati fino ad ora, forse ho avuto modo di avere un po’ più d’esperienza rispetto a loro.

Proprio per quella mia azione giudiziaria che ho fatto durante Mani Pulite, è bene che una volta per tutte, in modo forte e chiaro, si dica una cosa: il guaio del nostro Paese non è, e non è stata, l’azione di Mani Pulite, ma l’azione delle malversazioni, dei peculati, delle corruzioni, degli illeciti finanziamenti, della mala politica che ha infestato la nostra classe dirigente. Non si risolvono i problemi prendendosela con il medico che scopre la malattia, ma prendendosela con la malattia e cercando di debellarla: è quello che l’Italia dei Valori vuol fare all’interno del Parlamento e del Governo nella prossima legislatura.

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24 Marzo 2008

Una questione di giustizia

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Riporto una mia intervista rilasciata alla stampa estera in tema di giustizia.

Se potesse diventare Ministro della Giustizia, come risolverebbe i tanti problemi della giustizia in Italia? I processi che durano troppo tempo, i carceri che sono troppo pochi, e la certezza della pena?
Antonio Di Pietro: La giustizia ha la necessità d’interventi ordinari ed efficaci, e non di discussioni meta-giuridici che non hanno a che vedere con la quotidianità. In questi anni si è discusso di grandi temi, come la separazione delle carriere, il ruolo del Csm, l'ordinamento giudiziario, ma cito quattro punti, come indice, di cui la giustizia ha bisogno: un aumento del 30% delle risorse finanziarie a favore del comparto giustizia; un aumento del personale ausiliario del magistrato, sia civile che penale, che oggi è sotto del 30%, ma con riferimento all'organico di venti anni fa, nonostante siano aumentate le competenze; una riaggregazione dei tribunali e delle corti d'appello, soprattutto i tribunali, dove alcuni sono sovraccarichi e altri poco lavoro, in modo da ottimizzare il lavoro dei magistrati e del personale ausiliario; una ridefinizione del ruolo e delle attività del personale di polizia giudiziaria, carabinieri, polizia e guardia di finanza soprattutto, affinché possano svolgere le loro attività soltanto in materia di polizia giudiziaria e sicurezza, e non anche compiti amministrativi, tipo scorte o altre attività che possono essere svolte da altre realtà. Sul piano processuale intendo intervenire sulla riduzione dei tempi processuali, innanzi tutto eliminando la legge sulla riduzione dei tempi della prescrizione, fatta dal governo Berlusconi con una legge ad personam. In secondo luogo, riducendo i gradi di giudizio da tre a due, eliminando un grado di giudizio d’appello perchè siamo in un processo accusatorio e non inquisitorio. In terzo luogo, facendo una norma che interrompe la prescrizione con il rinvio al giudizio, evitando cosi i mille codicilli degli avvocati. Sul piano sostanziale, una riduzione importante delle tipologie di reato: i cosiddetti reati bagatellari devono essere depenalizzati a favore della lotta contro la grande criminalità.

Rispetto alle riforme sulla giustizia, avete molti galeotti fuori e mancano le carceri. Ha toccato un'altra questione, ma sembra che lo stato italiano abolisca i reati.
Antonio Di Pietro: Sono convinto, e per questo mi sono sempre opposto ad ogni forma d’indulto e d’amnistia, che vi deve essere la certezza della pena, perché uno deve sapere che il delitto non paga. Per questa ragione mi sono beccato molte volte del forcaiolo e del giustizialista: non sono né uno, né l’altro, ma rivendico il fatto che il delinquente deve stare in galera se non riesce a capire e a risocializzare in un mondo normale. Ciò premesso, affinché sia chiaro che non sono solo parole le mie, voglio riferire qui cosa è successo in occasione dell’ultima finanziaria del 2008, quando negli ultimi minuti della discussione del Consiglio dei Ministri ho preso atto che ancora una volta non era stata messa alcuna somma per l’implementazione delle strutture carcerarie, e dopo aver chiesto più volte al collega della giustizia che insistesse su questo tema, ma parlavano tutti di grandi temi, ho richiesto personalmente ed ottenuto che fosse fatto un capitolo del bilancio al Ministero delle Infrastrutture, che non dovrei azzeccarci niente perché mi occupo di strade e ferrovie, ma considerando come infrastrutture anche le carceri, perché almeno 80 milioni di euro che vengono dati a disposizione del ministero vengano usati per le infrastrutture carcerarie. In parole povere, dal 2008 ci sono i soldi per implementare le carceri addossandomi le spese come Ministero delle Infrastrutture, facendo passare per infrastrutture quello che dovrebbe essere un qualcosa di diverso: la sicurezza.

Lei ha le idee molto chiare sulla giustizia. Se le offrissero di fare il Ministro della Giustizia, accetterebbe?
Antonio Di Pietro: Rispondo senza infingimenti: vorrei carta scritta con le possibilità che mi danno per fare quelle cose che vi ho appena detto, perché fare la bella statuina senza le risorse finanziarie, senza possibilità operativa e mettere la faccia sul non fare, non sono disponibile.

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23 Marzo 2008

Veto ad personam

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Se la coalizione di cui faccio parte vincerà le elezioni dovrà affrontare immediatamente un problema: “Quale ministero assegnare ad Antonio Di Pietro?”. E’ un problema così serio da essere dibattuto continuamente, e senza che io abbia avanzato alcuna richiesta, sia dal centro destra che dal centro sinistra. Il partito di Berlusconi non vuole che diventi ministro della Giustizia. Da parte del capo del PDL è assolutamente comprensibile. Il mio obiettivo è infatti di cancellare subito le leggi ad personam e di far funzionare la macchina della Giustizia per ripristinare in questo Paese la certezza della pena e l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.

I veti che arrivano da esponenti del centro sinistra, un giorno sì e l’altro pure, non sono altrettanto comprensibili e neppure accettabili. Che cosa deve fare Antonio Di Pietro per avere la possibilità di diventare ministro della Giustizia? Quali qualità deve avere? Gli ultimi due ministri sono stati Castelli e Mastella. Hanno ridotto la Giustizia in macerie, nessuno dei due aveva la minima competenza in materia. Nessuno, però, si è opposto a priori, come sta avvenendo ora per una mia eventuale candidatura. Mani Pulite brucia ancora a gran parte della classe politica, forse hanno il timore che voglia finire il lavoro.

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22 Marzo 2008

G8: accertare i mandanti politici

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Noi dell’Italia dei Valori riteniamo che, in quei giorni del G8, ci furono una serie d’illegalità, una più grave dell’altra. La prima fu quella dei facinorosi che, mischiati ai legittimi manifestanti, con caschi e materiale contundente, hanno aggredito forze di polizia, commercianti e cittadini inermi. Su quei fatti la magistratura sta facendo chiarezza, avendo già chiesto giudizi e condanne.

Si è verificato un altro fatto ancora, a Bolzaneto e alla Diaz. Si sono cioè verificati comportamenti da parte di alcuni esponenti delle forze dell’ordine che, non per legittima difesa, ma per ritorsioni, hanno aggredito alcuni cittadini, quando questi non erano o non erano più in condizione di offendere. Questo fatto è ancora più grave perché non è stato commesso da un cittadino normale, ma da un cittadino con la divisa e, anche per questo fatto, la magistratura sta procedendo. Come Italia dei Valori riteniamo che dobbiamo lasciare alla magistratura il compito di accertare i fatti penalmente rilevanti.

Ma questi esponenti delle forze di polizia che hanno usato violenza lo hanno fatto perché sono impazziti improvvisamente, o perché eccitati, indotti, indottrinati da una classe politica che voleva mostrare il pugno di ferro attraverso la repressione postuma? In questo senso, chi era quella persona, appartenente alla classe politica allora al governo, che stava dentro le caserme a dare le disposizioni per l’ordine? Credo che una verifica politica su questo tema sia doveroso farla, per una questione di lealtà, chiarezza e di verità.

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18 Marzo 2008

La giustizia e' la base della democrazia

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Angelo Panebianco, autorevole editorialista del Corriere della Sera, ha scritto un articolo dal titolo "L'ipoteca giustizialista" criticando l'accordo tra PD e IDV.

La tesi di Panebianco può essere riassunta dalle parole da lui stesso utilizzate. "Di Pietro rappresenta l'antipolitica nella variante giudiziaria-giustizialista", "l'esproprio proletario di alcune reti televisive", "rimettere ordine in modo consensuale nel sistema giudiziario italiano", "sviluppi patologici del nostro sistema giudiziario", "intercettazioni selvagge", "limitare l'uso mediatico delle intercettazioni".

Panebianco confonde la giustizia con il giustizialismo, le leggi sono fatte per essere applicate e i politici non sono una categoria a parte. Se il sistema giudiziario oggi funziona poco o male è dovuto alla continua intromissione della politica attraverso leggi ad personam e, quindi, con l'incertezza della pena.
Voler limitare l'uso mediatico delle intercettazioni, che in altre parole, vuol dire non pubblicarle fino al dibattimento, equivale aspettare anni per venire a sapere di Fazio, di Fiorani, di Cuffaro, di Berlusconi-Saccà che, nel frattempo, sono sottratti al giudizio dell'opinione pubblica. La legge attuale consente ai giornalisti di pubblicare le intercettazioni quando vengono depositate a disposizione degli indagati e degli avvocati. Diffondere le intercettazioni a queste condizioni non è un reato, è informazione. Altro che "intercettazioni selvagge".
Di Pietro, e i suoi elettori, non rappresentano una variante giustizialista, ma la volontà di applicare le leggi senza guardare in faccia a nessuno. A iniziare, ad esempio, dalla recente sentenza europea sulla assegnazione delle frequenze di Rete 4 a Europa 7, che è giunta dopo numerose altre. Panebianco desidera la fine dei conflitti tra centro destra e centro sinistra che imputa a derive giustizialiste che hanno prevalso per anni al posto del dialogo.

Non c'è dialogo senza giustizia, dottor Panebianco, al suo posto rimane solo l'"inciucio".

Il dottor Mario Caristo, Procuratore Generale Onorario presso la Corte Suprema di Cassazione ha inviato una lettera a Panebianco, e per conoscenza a Mieli, direttore del Corriere della Sera, al sottoscritto, a Silvio Berlusconi, a Vittorio Grevi e a Sergio Romano.

Vi allego la lettera di Mario Caristo.

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15 Marzo 2008

La legge sulla prescrizione

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Riporto una mia breve intervista, rilasciata lo scorso 14 marzo a Taranto, sul tema della prescrizione.

Giornalista: Con la ex Cirielli, a Taranto, si rischia la prescrizione per molti importanti processi. Lei che cosa intende fare, qualora andasse al Governo?

Antonio Di Pietro: Innanzi tutto, ad una domanda di questo genere, tutti i politici risponderebbero allo stesso modo: “C’impegneremo affinché non avvenga”. Ma non ci credete, e guardate chi ha fatto veramente qualcosa nella scorsa legislatura: ad impedire l’indulto c’eravamo io e pochi altri, a dire che la ex Cirielli, la legge sulla prescrizione, andava modificata c’ero soltanto io, non ce n’erano altri. Tutti dicevano che bisogna ridurre i tempi della prescrizione.
L’impegno concreto che io prendo con l’Italia dei Valori, se mi lasciate andare in Parlamento, è proprio questo, però ci vogliono i numeri. Ecco perché ci vuole il voto, perché ci vogliono i numeri, perché lì, in Parlamento, se ne fregano. Oggi dicono una cosa e ne fanno un’altra. Ci vogliono i numeri.
L’impegno concreto è questo: eliminazione della legge che preveda la prescrizione breve e introduzione di una norma che preveda che, dopo il rinvio a giudizio, non ci sia più prescrizione. Non ci sia più tempo di prescrizione dopo il rinvio a giudizio, cioè dopo che c’è un capo d’imputazione e inizia un processo. L’assoluzione non può essere che il merito: o sei innocente, o sei colpevole. Non deve accadere che, prima che si decida se uno è innocente o colpevole, si dica: “non si procede più”.
Questo giochino di dare un tempo entro il quale, se nulla è deciso, non si decide più, è diventato uno strumento, grazie alla legge che si è fatto Berlusconi, per arrivare prima all’impunità, poi alla verità.
Questo, con me, non potrà capitare.

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27 Febbraio 2008

L'orrore per la giustizia

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Oggi Silvio Berlusconi ha pronunciato queste parole a "Radio anch'io": "Io ho orrore di Di Pietro e lo dico alto e forte».
Di seguito la mia risposta su corriere.it.

Berlusconi mi ricorda la storia di quella volpe che non potendo arrivare all'uva dice che era acerba. Anni fa mi voleva Ministro dell'Interno oggi vorrebbe che non fossi in Parlamento.
La verità è semplice, teme che l'accoppiata Italia dei Valori -Partito Democratico possa vincere le elezioni perchè più credibile nei suoi uomini e nel suo programma, per cui confrontiamoci su temi concreti invece di denigrare l'avversario.
L'unica mia colpa è stata quella di aver fatto Mani Pulite, di orribile c'erano le tangenti e le appropriazioni che allora avvenivano e oggi avvengono non quello dei magistrati che fanno il loro dovere o di quei politici che pretendono che in Parlamento si facciano delle leggi che ridiano trasparenza alla politica ed agli affari.

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26 Febbraio 2008

Pedofilia: le proposte di legge ci sono gia'

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Pubblico un comunicato sulla violenza ai minori di Egidio Pedrini, deputato idv e segretario della Commissione Comunicazioni della Camera.

"Veltroni interviene oggi sul problema della pedofilia, un tema sul quale nessuno deve abbassare la guardia. Desidererei pero' che Veltroni prendesse buona nota che nel giugno scorso fu approvata dalla Camera una mozione, la numero 1-00194 , che tra gli impegni per il Governo prevedeva quello di 'esercitare ogni azione affinche' l'Onu riconosca i reati di pedofilia come crimine contro l'umanita', o ancora nel luglio 2007 veniva depositata la proposta di legge sulla pedofilia numero 2941 a prima firma del sottoscritto, che inasprisce e garantisce la certezza della pena per i pedofili, o ancora la proposta di legge 3310 del dicembre 2007, sempre a mia firma, che integra il codice penale introducendo il reato di sequestro di minori. Entrambe le proposte di legge prevedono l'imprescrittibilita' del reato di violenza sui minori o la prescrittibilita' a decorrere dalla maggiore eta' della vittima. Queste due Proposte di Legge sono sul sito della Camera e chiunque puo' constatarne il progresso dell'iter parlamentare. Volendo su un tema come quello della lotta alla pedofilia che riguarda tutta la societa', si potrebbe chiedere una convergenza unanime, se pur a Camere sciolte, anche perche' i pedofili o chi compie violenza contro i minori puo' colpire in qualsiasi momento.
Pedrini Egidio"

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31 Gennaio 2008

La legge non e' uguale per tutti

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Con la depenalizzazione del falso in bilancio, approvato da Berlusconi e dalla sua maggioranza, il conflitto d’interessi emerge in tutta la sua gravità.

Se non si provvede a risolvere il conflitto d’interessi non si avrà mai la certezza che chi sta nelle istituzioni faccia gli interessi della collettività piuttosto che i suoi. Nel caso specifico Berlusconi era sottoposto ad un processo per il reato di falso in bilancio ma, avendo provveduto a modificarlo, l’ha fatta franca.

Noi abbiamo ripristinato quel reato con un ddl ma intanto, per Berlusconi, c’è stata l’impunità. E’ già molto grave che, per sistemare un caso personale, si modifichi una legge; ora, alla beffa, si aggiunge il danno gravissimo per il Paese e per quei cittadini che sono state vittime di chi, macchiatosi dello stesso reato, non sarà condannato.

Articoli precedenti:
Vado diritto per la mia strada
Consiglio dei Ministri. Il falso in bilancio
No ai colpi di spugna per i bancarottieri
L'indulto per i corruttori

Leggi anche:
La condanna della Corte di giustizia europea (www.italiadeivalori.it)

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29 Gennaio 2008

I politici si facciano processare

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Riporto una mia intervista rilasciata al Corriere della Sera sulla possibilita' di una condanna per Silvio Berlusconi nel procedimento giudiziario sui diritti Mediaset.

CdS: Ministro Antonio Di Pietro, sono in corso le consultazioni da parte del Presidente della Repubblica, c'è aria di elezioni politiche e si torna a parlare di un processo che vede imputato Silvio Berlusconi e di come esso e le decisioni della magistratura possano influire sulla campagna elettorale
Antonio Di Pietro: È significativo che tutti si stiano preoccupando della prescrizione di questo processo e di come arrivarci al più presto. Grazie alle leggi approvate durante il governo del centrodestra questa prescrizione molto probabilmente arriverà prima che il processo si sia concluso con l'ultimo grado di giudizio.
Il problema sostanziale per il Paese è un altro: vogliamo che un presidente del consiglio, se Berlusconi dovesse farcela, ottenga la prescrizione per l'ennesima volta oppure che sia accertato che non ha commesso reati? Nessuno, tanto meno la magistratura, avrebbe mai potuto pensare alla caduta del governo Prodi quando fu chiesta la riunione dei due processi.

CdS: Dai legali di Berlusconi, da Forza Italia e da altri ambienti politici invece si parla proprio di questo.
Antonio Di Pietro: Non è il lavoro della magistratura condizionare le elezioni, semmai sono le elezioni ad essere un elemento di disturbo per il processo. Sarebbe bene che tutti coloro che ora si stringono intorno a Berlusconi chiedessero che questi due processi si chiudano al più presto, entro qualche mese e prima che la campagna elettorale entri nel vivo, affinché venga accertata la piena innocenza dell'imputato e lavata ogni ombra di sospetto.
E poi, come si può parlare di intervento politico quando siamo ancora in una condizione di pre-crisi e non sappiamo ancora se ci saranno una campagna elettorale e delle elezioni?.

CdS: E' come dire tanto rumore per nulla?
Antonio Di Pietro: E allora, ripeto, che Berlusconi si faccia processare. Non conviene neppure a lui che ci siano dibattimenti in corso.
Credo sia arrivato il momento che il cittadino italiano si ribelli a questa informazione distorta e condizionata. Che apra gli occhi e che si chieda se la colpa di tutto questo clamore è della magistratura o di chi commette i fatti di cui essa si deve obbligatoriamente interessare.


Leggi l'ultimo articolo del portale dell'Italia dei Valori:
Parola alla magistratura - Il caso Peride Martella

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28 Gennaio 2008

Comune di Vittoria: no al pizzo

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Pubblico due interviste dedicate alla lotta alla mafia.
La prima intervista è a Leoluca Orlando, deputato dell’Italia dei Valori, impegnato da tempo nella lotta al racket e alla mafia in Sicilia. La seconda intervista è a Giuseppe Nicosia, sindaco di Vittoria, provincia di Ragusa, che ha deciso di concedere esenzioni e agevolazioni, per chi denuncia il pizzo e il racket.
Su alcuni provvedimenti (Il pizzo e Confindustria) mi sono espresso, in passato, con qualche perplessità. Ciò non toglie che l’operato di queste persone rappresenti comunque un punto di rottura con il vecchio sistema di connivenze tra criminalità organizzata e politica.

"Per la quarta volta, nella realtà siciliana, la polizia e le forze dell’ordine con azione meritoria hanno scoperto i pizzini: gli elenchi di operatori economici e commerciandi che erano costretti a pagare il pizzo ai mafiosi. E’ la conferma che la mafia non si arresta ma continua, la conferma che c’è bisogno di continuare in questa azione di repressione, da parte della magistratura e delle forze dell’ordine, ma che occorre anche introdurre delle misure che servano a giovare questo lavoro delle forze dell’ordine.

In una terra come la nostra, nella quale un presidente della regione, condannato a 5 anni ed interdizione dai pubblici uffici per avere favorito boss mafiosi, ha l’arroganza di voler restare in carica e festeggiare con i cannoli, c’è anche una Confindustria Sicilia che dice “non può far parte dell’organizzazione degli imprenditori chi ha comunque rapporti con mafiosi, anche se non commette reati”.

C’è una società civile che cerca di ribellarsi, c’è Addiopizzo, ci sono commercianti che coraggiosamente pubblicano nomi, ci sono cittadini che dichiarano di far la spesa soltanto da imprenditori che dichiaratamente sono contro il pizzo e collaborano con la polizia per scoprire gli estortori."

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sindaco_nicosia.jpg

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27 Gennaio 2008

Ammazzateci Tutti risponde

ammazzateci20tutti.jpg

Riporto una lettera di Aldo Pecora, Sonia Alfano e Rosanna Scopelliti del movimento "Ammazzateci Tutti" in risposta al post dal titolo "L'appello di un cittadino" pubblicato nel mio Blog il 24 gennaio.

"Esimio Onorevole Di Pietro,
ci segnalano dal nostro osservatorio web del Movimento un recente intervento della signora Ida Annamaria Rotella, cancelliere presso il Tribunale di Catanzaro.
Pur apprezzando lo “spirito” che anima le intenzioni della signora Rotella e che traspare evidentemente nella lettera da Lei pubblicata sul Suo blog nella giornata di ieri, non possiamo però esimerci dal replicare alle richieste – legittime – che la Sua lettrice sottopone tirandoci in ballo direttamente come Movimento.
Come Lei saprà, come sanno le poche associazioni calabresi “vere” riunite nel Comitato Pro De Magistris, come sanno i ragazzi e le ragazze dei Meetup di Beppe Grillo, come sanno anche molti militanti del Suo partito, abbiamo in questi mesi tutti insieme animato gran parte delle mobilitazioni a sostegno del Pm Luigi De Magistris, raccogliendo decine di migliaia di consensi sia in termini di firme sia in termini di gente, in grandissima parte giovani, fatti scendere nelle piazze calabresi e che hanno riempito in ogni ordine di posto gli auditorium, i cinema ed teatri di mezza Italia (basti pensare all’iniziativa “Break the Mafia” al Teatro Carcano di Milano, alla quale anche Lei ha partecipato in prima persona)."

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26 Gennaio 2008

De Magistris lascia l'Anm

luigi_demagistris.jpg

Riporto una lettera scritta da De Magistris e pubblicata dall'Espresso in esclusiva in seguito alle sue dimissioni dall'Associazione nazionale magistrati. Lettera che deve far riflettere.

"Già da alcuni mesi avevo deciso - seppur con grande rammarico - di dimettermi dall'Associazione nazionale magistrati. I successivi eventi che mi hanno riguardato, le priorità dettate dai tempi di un processo disciplinare tanto rapido quanto sommario, ingiusto ed iniquo, mi hanno imposto di soprassedere.
Adesso è il tempo che 'tutti i nodi vengano al pettine'.

Vado via da un'associazione che non solo non è più in grado di rappresentare adeguatamente i magistrati che quotidianamente esercitano le funzioni, spesso in condizioni proibitive, ma sta - con le condotte ed i comportamenti di questi anni - portando, addirittura, all'affievolimento ed all'indebolimento di quei valori costituzionali che dovrebbero essere il punto di riferimento principale della sua azione."

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25 Gennaio 2008

Le nomine del Ministro della Giustizia

mastella_prodi.jpg

Ho inviato al Presidente del Consiglio e Ministro della Giustizia Romano Prodi una lettera per esprimere le mie preoccupazioni sulle recenti nomine del Comitato direttivo della scuola della Magistratura di Benevento. Nomine fatte, tra gli ultimissimi atti del suo mandato, dall'ex-ministro della Giustizia Mastella.
Già nei mesi scorsi avevo inutilmente lanciato l’allarme sul fatto che alcune modifiche normative, fortemente sostenute dal Ministro della Giustizia dell’epoca, palesavano il rischio di possibili condizionamenti dell’autonomia della magistratura. E le nomine, consumate nell’ultimo giorno in carica del precedente Ministro, non possono che avallare quei timori

Pubblico qui il testo della lettera:

"Alcune recenti vicende emerse nella gestione del Ministero della Giustizia destano viva preoccupazione.
Mi riferisco alle delicate nomine dei componenti del Comitato direttivo della Scuola della Magistratura di pertinenza del Ministro della Giustizia.
Già nei mesi passati, in occasione dell’esame delle modifiche alla disciplina istitutiva della scuola, avevo lanciato ripetutamente – inascoltato – un grido di allarme sui rischi che si adombravano dietro modifiche normative, così tenacemente sostenute dal Ministro della Giustizia dell’epoca, che palesavano il rischio di possibili condizionamenti della autonomia della magistratura: se persino l’istituzione di formazione della futura generazione di magistrati e di aggiornamento dell’intera categoria, non solo inopinatamente trova sede nel medesimo collegio elettorale prediletto dal Ministro della Giustizia di turno, ma vede il suo organo collegiale direttivo dominato, in virtù della preponderanza numerica, dai componenti designati direttamente dallo stesso Ministro, evidentemente sono chiare oltre ogni dubbio le manipolazioni di intangibili precetti costituzionali."

Leggi il testo completo
Comunicato stampa

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24 Gennaio 2008

L'appello di un cittadino

perdemagistris.jpg

Pubblico una lettera di Ida Annamaria Rotella, Cancelliere della Procura di Catanzaro. E' un appello accorato a tutte le parti sociali, ad una parte della politica e dell'informazione libera a non dimenticare quanto sta accadendo al magistrato Luigi De Magistris.
Io e l'Italia dei Valori abbiamo sempre sostenuto e continueremo a sostenere l'operato della magistratura volto al rispetto della legalità.

"Egregio Dr. Di Pietro, sono un Cancelliere della Procura della Repubblica di Catanzaro, l'ufficio ormai famoso per essere l'ufficio del Dr. De Magistris.
La ringrazio per essere stato l'unico politico che ha sostenuto pubblicamente il Dr. De Magistris, credo che in lei è sicuramente rimasto il cuore di Magistrato.
Nel mio ufficio sono una delle poche persone che è moralmente vicina a questo Magistrato ma, dopo il responso del CSM che ha disposto il prossimo trasferimento dello stesso, ho avuto la sensazione che egli sia stato abbandonato dall’opinione pubblica e lo si sostenga solo sottovoce.
Dov'e' l'indignazione popolare? Dove sono i ragazzi di "Adesso ammazzateci tutti”? Dove sono i giornalisti "dissidenti" che hanno creato "il caso" sui Media?
In quest’ultimo mese in cui il Dr. De Magistris potrà fare ricorso, sarebbe opportuno che si facesse una serrata e pubblica opera di sostenimento del Magistrato, ancora più dura dell'autunno scorso, per tentare il tutto per tutto a scongiurare l'attuazione dell'esito ingiusto del CSM .
La Giustizia sembra essere in "coma", il mio ufficio, ad esempio, sta "naufragando" per mille motivi; nessuno ci ascolta e la Calabria è sempre più in ginocchio.
Perchè Italia dei Valori non si è ancora mobilitata? Forse stiamo aspettando di sfilare al grido di "GIUSTIZIA PER DE MAGISTRIS" alla Stazione Ferroviaria, quando questo Magistrato partirà per sempre?
Grazie e cordiali saluti.

Ida Annamaria Rotella"

Articoli precedenti:
Antonio Di Pietro a Break The Mafia
Magistratura indipendente dalla politica (www.italiadeivalori.it)

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23 Gennaio 2008

Lettera a Prodi

Lettera a Prodi.jpg

Pubblico una lettera inviata oggi al Presidente del Consiglio e Ministro della giustizia, Romano Prodi e per conoscenza al Ministro dell'interno e al Ministro degli affari regionali.
L'oggetto della lettera è la sospensione dalla carica di Presidente della Regione Siciliana dell’On.le Salvatore Cuffaro.

La lettera:

Come Ti è noto, il 18 gennaio scorso il Tribunale di Palermo ha pronunciato sentenza di condanna per favoreggiamento e rivelazione di segreto nei confronti del Presidente della Regione siciliana.

I fatti addebitati al Presidente Cuffaro ed accertati dal Tribunale con la sentenza di primo grado, emergono nella loro estrema gravità, non solo per come attestato dalla pesante pena irrogata (cinque anni di reclusione e interdizione perpetua dai pubblici uffici), ma soprattutto in quanto si tratta di comportamenti di favoreggiamento e rivelazione di segreto d’ufficio su indagini riguardanti affiliati mafiosi.
Al riguardo mi preme sottolineare due ordini di considerazioni.
In primo luogo, la condivisione sulle modalità per intervenire sulla vicenda, facendo puntuale applicazione di quanto già l’ordinamento vigente impone.

Leggi la lettera completa

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18 Gennaio 2008

No al mercato dei voti

noalmercatodeivoti.jpg

Vorrei dirvi cosa ne penso del caso Mastella, della politica campana e non solo.

La politica nella Prima Repubblica, per finanziarsi, ricorreva al sistema delle tangenti, cioe' a finanziamenti illeciti ai partiti o direttamente a uomini politici. In cambio si elargivano favori, come per esempio appalti, commesse di favore, incarichi di ruolo, soprattutto nell’imprenditoria. C’era un anomalia, e cioè che non sempre le imprese migliori vincevano le gare, e i partiti, avendo soldi a disposizione, avevano la possibilità di poter avere più successo elettorale anche se non facevano una politica migliore rispetto ad altri.

Nella Seconda Repubblica, quella dopo Tangentopoli, il sistema si è ingegnerizzato: non si commette più reato, ma si occupa direttamente il potere negli uffici pubblici e nelle amministrazioni, dando incarichi e ruoli a persone di propria appartenenza e propri amici, in modo che questi poi possano controllare i cosiddetto mercato del voto.
Le mazzette non girano più in modo sistematico come una volta, perché se queste mazzette dovevano essere destinate ad avere soldi per finanziare il partito, adesso invece, mettendo gli uomini giusti nei posti giusti si fa in modo di convincere poi tutte le persone che dipendono, che agiscono e che interagiscono con queste "persone giuste" (presidenti delle ASL, presidenti dei vari uffici pubblici e quanto altro) a votare per il partito di rappresentanza. Ecco quindi che si fanno assunzioni a iosa.
Vedete la questione rifiuti in Campania, dove c’è il più alto tasso di spazzini e il più alto tasso di sporcizia.

In una situazione di questo genere il problema non è tanto giudiziario. Personalmente ritengo difficilmente probabile che la signora Mastella abbia messo paura a Bassolino, ma credo piuttosto che in uno scambio di ruoli riposti (“tanti posti a me” reclamava l’Udeur, tanti posti il Partito Democratico e tanti posti un altro partito) si siano arrabbiati tra di loro, ma da qui a dire che il fatto sia penalmente rilevante è difficile da dimostrare.

La questione che dobbiamo porci non è se Mastella, Bassolino o altri siano colpevoli o meno sul piano penale, questo riguarda il giudice, ma se è giunta o non è giunta l’ora che non si faccia più politica cercando il consenso attraverso il mercato del voto, attraverso la lottizzazione, il nepotismo, il familismo, il clientelismo, se la politica deve tornare servizio o se la politica deve rimanere un occasione di conquista di potere, in questo caso di conquista del mercato del voto.

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17 Gennaio 2008

Soli per la legalita'

soliperlalegalit.jpg

Pubblico l’intervento di Massimo Donadi, Capogruppo alla camera di Italia dei Valori. La trascrizione dell’intervento è tratta dai resoconti stenografati alla Camera. Il discorso è stato applaudito dai soli esponenti dell’ Italia dei Valori.

In tutta questa vicenda lo sconcerto è nel registrare che l’Italia dei Valori (e pochi altri deputati) è isolata nella difesa della magistratura e della legalità.

"Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, abbiamo apprezzato il richiamo contenuto nel suo intervento all'autonomia e all'indipendenza della magistratura. Tuttavia, signor Presidente del Consiglio, noi crediamo che governare significhi, sempre e innanzitutto, assumersi fino in fondo la responsabilità di dare risposte concrete alle necessità e ai bisogni del Paese. Ebbene, noi riteniamo che oggi il Paese abbia bisogno di sapere dal Presidente del Consiglio se sia vero o non sia vero che in questo Paese vi sono frange di magistratura che tentano di abbattere i loro avversari politici (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).Il Paese ha bisogno di sapere se..."

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16 Gennaio 2008

Le dimissioni di Mastella

mastella_lonardo.jpg
foto da repubblica.it

Esprimo la mia umana comprensione per la vicenda che riguarda la moglie del ministro Mastella. E’ altresì apprezzabile il senso di responsabilità e la correttezza istituzionale che hanno portato il ministro della Giustizia ad annunciare in Parlamento le sue dimissioni, gesto che, siamo certi, contribuirà a rasserenare il clima ed a sgomberare il campo da basse strumentalizzazioni.

Ciò non di meno, come Italia dei Valori, non possiamo non prendere le distanze dalla parole pronunciate dal Guardasigilli, nei passaggi in cui parla di giustizia ad orologeria, di giudici che cercano di abbattere i loro nemici politici, o di magistrati che fanno ostaggi. Queste parole non le abbiamo tollerate quando erano altri ad invocare queste argomentazioni, non possiamo ora, per la nostra coerenza, accettarle da chi è ministro della Giustizia in carica, anche perché, quando si pensano queste cose della Magistratura italiana, diventa veramente difficile svolgere con equilibrio un ruolo delicato come quello del Guardasigilli.

Ribadisco, infine, anche in questa occasione, il concetto per cui quando si ha a che fare con la giustizia ci si difende nelle aule dei tribunale e non al di fuori di esse.

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12 Gennaio 2008

Contrastiamo il racket

racket.jpg

Pubblico una lettera di Leoluca Orlando, Portavoce nazionale dell'Italia dei Valori, sulla proposta di legge per il combattere il racket.

"Caro Presidente,

come a Te ben noto, abbiamo predisposto una proposta di disposizioni per il contrasto del fenomeno dell’estorsione e di sostegno alle vittime esercenti attività economiche.

Tale proposta, della quale Ti invio ulteriore copia, dovrà essere confrontata con forze politiche e associazioni di categorie e ha già costituito parte significativa dell’odierna riunione di maggioranza tenutasi a Palazzo Chigi sui temi dello sviluppo economico e dell’equità sociale.
La politica deve sostenere autorevolmente, anche con provvedimenti legislativi organici, la lotta al racket e alla criminalità organizzata, che sta realizzando buoni risultati.

Dopo le inchieste giudiziarie e le operazioni delle forze dell’ordine, a seguito di importanti iniziative di associazioni di cittadini e della forte presa di posizione di Confindustria e di altre categorie, la politica non ha ancora fatto sentire la sua voce.
Non possiamo consentire che la politica resti inerte e appaia quasi in imbarazzo nel constatare la capillarità del fenomeno estorsivo in alcune realtà del nostro paese. Questo fenomeno tende sempre più a diffondersi sul tutto il territorio nazionale e pone a rischio ogni operatore economico del paese.

E’ inaccettabile che su questo tipo di dramma sociale ed economico la politica si affidi alla pur meritoria azione giudiziaria, o si limiti a plaudire ad iniziative di imprenditori singoli o associati. Proprio per questo vogliamo rendere per legge conveniente collaborare nella lotta all’estorsione.

L’estorsione si configura ormai come una vera e propria “fiscalità criminale” alla quale occorre contrapporre una serie di benefici e agevolazioni per quanti forniscono “utile collaborazione” ad individuare estortori e accertare responsabilità. La proposta prevede, infatti, significativi sgravi fiscali e contributivi,nonché totale copertura dei danni subiti e garanzia dello Stato per ottenimento dei crediti necessari a seguito di danneggiamenti criminali.

Destinatari di tale benefici sono imprenditori, commercianti, artigiani e liberi professionisti iscritti in albi previsti per legge, con meno di 15 dipendenti o con meno di un milione di euro di fatturato annuo. Sono queste categorie che costituiscono una significativa parte del nostro sistema economico, sono le piccole e medie attività economiche maggiormente esposte ed indifese rispetto al fenomeno criminale delle estorsioni.
La proposta è destinata ad avere efficacia per un anno; al termine del quale potranno prendersi in considerazione, alla luce dell’esperienza e dei risultati conseguiti, estensioni temporali e modificazioni.

E’ questo un ulteriore contributo di Italia dei Valori al consolidamento di una etica della responsabilità individuale e collettiva, resa non solo necessaria ma conveniente.

In tale prospettiva, la proposta prevede il rafforzamento dei sistemi di sicurezza, anche come video-sorveglianza, e il rafforzamento della presenza sul territorio delle forze dell’ordine. Prevede, altresì, tra le pene accessorie, per quanti non collaborino o utilizzino fraudolentemente le disposizioni della legge, la possibilità di sospendere le attività economiche-professionali per un periodo da tre mesi o a un anno.

E’ importante ricevere indicazioni e proposte di modifiche, al fine di pervenire a un testo definitivo.

Un cordiale saluto

Leoluca Orlando"

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27 Dicembre 2007

Grazia o giustizia?

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Il Presidente della Repubblica ha ricevuto una domanda di grazia da Giuseppe Lipera, avvocato di Bruno Contrada, ex dirigente del Sisde condannato in via definitiva per dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa. La domanda è motivata dalle condizioni di salute di Contrada.

Una richiesta sbagliata nel merito, come lo stesso Capo dello Stato ha tenuto a sottolineare spiegando che: “Qualsiasi provvedimento in materia di differimento della pena, basato sulla gravità delle condizioni di salute dei condannati che stiano scontandola in carcere, è com'è noto di esclusiva competenza della Magistratura di sorveglianza”. Bruno Contrada ha scontato sino ad ora solo sette mesi di carcere a Santa Maria Capua Vetere, accertato che la grazia e le condizioni di salute sono due cose ben diverse, se la magistratura competente lo riterrà potranno essere prese le misure necessarie per un eventuale ricovero di Contrada. La grazia per un funzionario dello Stato condannato per attività mafiose non può essere “un atto dovuto” come sostenuto dal ministro della Giustizia, non esistono i presupposti, né il pentimento che non è avvenuto, né una collaborazione con la magistratura, che non c’è stata.
Le sentenze vanno rispettate e l’età di Contrada non è una giustificazione necessaria per farlo passare da vittima.
Se i familiari vogliono possono chiedere il riesame del processo, la grazia non può essere una scorciatoia per sfuggire a una condanna per associazione mafiosa.

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20 Dicembre 2007

Sicurezza subito!

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Riporto una mia intervista pubblicata da Il Giornale di mercoledi 19 dicembre 2007.

Antonio Di Pietro: Fosse per me, toglierei quella norma che e' confusa e scritta male, e andrei avanti col decreto.

Il Giornale: Perche', secondo lei, bisognava andare avanti?
Antonio Di Pietro: Di sicurezza c’e' bisogno come il pane e l’acqua in questo paese, e di interventi c’e' ancora piu' urgenza. Per questo abbiamo provveduto per decreto.

Il Giornale: Però è emerso lo scoglio di quell’articolo sull’omofobia…
Antonio Di Pietro: Per ragioni politiche, peraltro non condivisibili. Ma quell’articolo, con la sicurezza non c’azzecca niente, come avrebbe detto il vecchio Di Pietro. E’ una chiara forzatura di una parte della coalizione, per infilare nel problema della sicurezza che attiene al Paese un altro problema che appartiene alle coscienze e alla cultura.

Il Giornale: Dunque è contrario al ritiro del decreto?
Antonio Di Pietro: Ritengo del tutto fuori luogo, fuori tempo e fuori dal buonsenso, rinunciare all’intervento per decreto sulla sicurezza. Io credo che il governo dovrebbe fare due cose con urgenza: prendere atto che quella norma non c’azzecca nulla con la sicurezza, e assumersi la responsabilità di non andare in ferie, perché a Natale e Capodanno c’è ancora qualche giorno utile per non lasciare scadere il decreto: affrontare dignitosamente e a testa alta il voto al Senato, mettendo con le spalle al muro quanti vogliono strumentalizzare il loro voto per ottenere una cosa diversa dalla sicurezza.

Il Giornale: Sta dicendo che Prodi dovrebbe insistere, togliere quell’articolo e andare avanti?
Antonio Di Pietro: Certamente si, perché qualche giorno c’è ancora, e il motivo vero perché non lo facciamo è per il timore che qualche testa calda al Senato dica “allora io non lo voto”. Ma questo è un ricatto, un ricatto politico-ideologico di chi, nonostante l’urgenza e la necessità di intervenire sulla sicurezza, cerca di ottenere un vantaggio competitivo.

Il Giornale: Con distacco, che ne pensa lei della norma contro l’omofobia?
Antonio Di Pietro: Il principio per cui non deve esserci discriminazione e quindi debbano essere puniti coloro che discriminano per motivi razziali, religiosi o sessuali, è giusto ed è previsto nella dichiarazione dei diritti dell’uomo. Ma quella norma, cosi come è stata posta in essere, è cosi ambigua e allargata che finisce paradossalmente col punire anche il prete che nell’omelia raccomanda di tenere un certo comportamento sessuale. Quella norma va scritta con senso di responsabilità, non con decretazione d’urgenza, e stabilendo precisi paletti fra i comportamenti discriminatori, da punire con mano pesante, e le opinioni, che sono invece esercizio del libero pensiero.

Il Giornale: Perché Prodi non osa?
Antonio Di Pietro: Che poteva rispondermi? Purtroppo non può tenere conto soltanto delle mie valutazioni. E io, stando nelle istituzioni, ho imparato che le regole di coalizione impongono di fare uno scalino alla volta. Il problema non è il Presidente del Consiglio, è l’irresponsabilità di chi vuol proffittare di ogni situazione. Ma questo pone il problema di sempre, cioè la compatibilità di una maggioranza cosi risicata a poter governare il Paese. Noi dell’Italia dei Valori diciamo che questo è possibile, purché ci sia il senso di appartenenza alla coalizione. Senso che oggi c’è sempre meno, è sempre più sfilacciato, e ognuno si comporta come i topi che abbandonano la nave cercando un proprio spazio vitale.


Domani, venerdì 21 dicembre alle ore 15 circa, mi collegherò al Blog e al sito Idv in diretta streaming. Parlerò di un anno di lavori, di appuntamenti importanti e delle iniziative 2008.

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16 Dicembre 2007

L'autonomia della Guardia di Finanza

viscospeciale.jpg

Riporto una mia intervista pubblicata dal Corriere della Sera di oggi sul caso del generale della Guardia di Finanza Roberto Speciale.

ADP: Il governo deve prendere atto che ha fatto un errore, ma prendersela con il ministro dell'Economia, Tommaso Padoa Schioppa, sarebbe fuori luogo. Non può diventare lui il capro espiatorio di una decisione che fu presa da tutto il consiglio dei ministri, con un solo voto contrario: il mio.

CdS: Quella di destituire il comandante della Guardia di Finanza Roberto Speciale?
ADP: Esatto. Fu una decisione inopportuna e illegittima. Speciale aveva difeso l'indipendenza del Gdf dalle pressione politiche di chie voleva togliere dalla procura di Milano l'ufficiale scomodo.

CdS: Il vice ministro Vincenzo Visco?
ADP: Come Idv chiedemmo e ottenemmo che a Visco fosse tolta la delega della Guardia di Finanza. La cosa sarebbe dovuta finire lì, invece, il consiglio dei ministri volle rimuovere anche Speciale, facendo appunto un errore. Ma dire oggi che io lo avevo detto è inutile.

CdS: L'opposizione reclama le dimissioni di Padoa Schioppa.
ADP: Non sono d'accordo ed ho già detto perché.

CdS: Nel mirino della polemica politica c'è anche Visco.
ADP: Per noi la questione si è chiusa con il ritiro della delega e il ritorno della stessa in capo al ministro Padoa Schioppa. Non c'è quindi bisogno delle dimissioni di Visco che tra l'altro sta facendo un ottimo lavoro contro l'evasione fiscale ed è bene che continui a farlo.

CdS: quindi la pronuncia del Tar che ha annullato la rimozione dei Speciale, non avrà conseguenze pratiche?
ADP: La sentenza riafferma l'autonomia della Guardia di Finanza dalla politica, che era stata difesa da Speciale. Quanto al governo, questo rimane un errore che finirà nel bilancio di cose positive e negative che abbiamo fatto sul quale il corpo elettorale ci giudicherà.

Articoli precedenti:
Visco, un passo indietro - 24 Settembre 2007
La credibilità dell’esecutivo - 12 Giugno 2007
Consiglio dei Ministri. Le deleghe di Visco- 2 Giugno 2007
Consiglio dei Ministri. Il caso Visco - 24 Maggio 2007

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7 Dicembre 2007

Piu' investimenti per la sicurezza

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Le forze di polizia si sono lamentate perche' nell'ultima Finanziaria non ci sono sufficienti stanziamenti nei loro confronti. Diciamo subito che non e' vero che non c'e' nulla, ma sicuramente e' insufficiente, ed e' importante saperlo perche' poi dei luoghi comuni se ne approfittano un po’ tutti.

Questa Finanziaria prevede piu' fondi per l'ammodernamento dei mezzi e per il personale rispetto all’anno scorso, dove vi erano 7 miliardi 334 milioni, mentre in questo anno vi sono 7 miliardi 550 milioni. Ciò dimostra che c’è stato un aumento, e non una diminuzione, di quasi 200 milioni. Il problema è che non bastano.

Quali sono i tre temi in cui vogliamo impegnarci con riferimento a ciò che ci chiedono le forze dell’ordine per lavorare meglio? Ci chiedono che sia aumentato il fondo a disposizione delle questure per avere più benzina, più fogli di carta per scrivere e per l’acquisto del materiale di tutti i giorni.
Ci chiedono di riaprire i concorsi. Ci sono 6000 posti vacanti, che vanno coperti.
Infine ci chiedono di aumentare ed ampliare le strutture di addestramento. Erano 12, ne hanno ridotte a 3, che in un idea di funzionalità va meglio, se poi però questi 3 producono tanto quanto producevano in 12.

Chiedono poco le forze dell’ordine, e con opportuni tagli e armonizzazioni questo è possibile: è questa la nostra azione.

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4 Dicembre 2007

I processi scomparsi

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Quello che più colpisce nelle vicende legate ai magistrati Luigi De Magistris e Clementina Forleo è che sono state oscurate completamente le inchieste che stavano conducendo. Di Why Not e di Unipol non parla più nessuno. Stiamo andando oltre alla metafora del dito che indica la luna. Qui hanno fatto scomparire direttamente la luna e ci hanno lasciato solo il dito da guardare.

Ho, come sempre, il massimo rispetto per le decisioni prese dagli organi della magistratura, ma anche il legittimo sospetto che ci sia un’influenza da parte della politica nell’accanimento verso due magistrati scomodi. Il problema non è più soltanto giudiziario, è soprattutto politico. Ai cittadini ormai non interessa sapere per via giudiziaria se dei politici sono colpevoli di qualche reato, per i cittadini l’allontanamento dei magistrati che indagavano su di loro è di per sé un’ammissione della colpevolezza dei politici e l’ennesima affermazione dell’utilizzo di due pesi e due misure tra eletti e elettori. L’opinione pubblica ha la certezza che gli eletti non si possono processare.

Va francamente ammesso che la gestione dei casi De Magistris e Forleo, foss’anche ineccepibile dal punto di vista formale, è una grave sconfitta politica di cui dovremo pagare le conseguenze.

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3 Dicembre 2007

La Sicurezza per i cittadini

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Quando si parla di sicurezza bisogna partire dalle cifre, a riferimento del tipo di reati, al numero dei delitti, e anche alle persone, ivi inclusa la nazionalita', che li commettono.

L’aumento di alcuni tipi di reati, e la percezione di insicurezza conseguente, è strettamente legata all’immigrazione clandestina, ma non solo, anche dall’immigrazione regolare dei cittadini comunitari. E’ un dato di fatto, che piaccia o non piaccia, che nel triennio 2004-2006 la prima nazionalità straniera per omicidi volontari, violenze sessuali, furti, rapine, estorsioni, è quella rumena, che non fa parte dell’immigrazione clandestina. E’ sempre immigrazione, comunitaria e legittima, almeno per il nostro Paese, ed è legittima perché non regolamentata, perché conseguente al diritto di accesso dei cittadini rumeni in tutti i paesi della Comunità Europea dopo che sono diventati soggetti comunitari.

E’ un dato di fatto, perché ci viene immediatamente da pensare ai cittadini extracomunitari e ai clandestini, invece la maggiore causa di insicurezza, sia reale che sentita, è quella proveniente dalla cittadinanza comunitaria. Se questo è il dato di fatto, il buonismo all’insegna dell’Europa unita, che leggiamo tutti i giorni a scuola, non serve a nulla.
Ebbene, in questo tema c’è la prima critica che sento di fare a me stesso, perché faccio parte di questo Governo, e confesso la mia impotenza come forza politica attuale per poter cambiare lo stato delle cose. Devo dire, a onor del demerito, che nemmeno le forze politiche dell’opposizione, e del Governo di ieri, si sono fatte ascoltare, perché se è vero che dal gennaio 2007 abbiamo la presenza di rumeni, è vero soprattutto che questo è stato possibile perché negli anni precedenti non si è dato corso, mentre si ratificavano i relativi trattati, a regolamentare anche attraverso moratorie l’ingresso dei rumeni. E’ una responsabilità politica della classe politica di oggi e di ieri.

Vorrei ricordare a me stesso, alla classe politica e a tutti, che se è vero che la sicurezza è un diritto, questo diritto è garantito dalle convenzioni europee e dal trattato europeo d’istituzione dell’UE, da ultimo richiamato anche al C6 in Polonia, dove nell’incipit fondamentale del documento che è venuto fuori si dice che la sicurezza sia interna che esterna all’UE è uno dei diritti fondamentali della stessa UE.
Se la carta costituzionale che vorremmo, e il trattato che abbiamo riconfermato nel C6 in Polonia, ci dice che la sicurezza interna è un diritto fondamentale, da ciò scaturisce il dovere di considerare la regolamentazione dei flussi anche con riferimento dei paesi dell’UE.

L’Italia dei Valori deve rilanciare la propria azione di governo, e di informazione, con riferimento alla necessità di una regolamentazione, ivi compreso la moratoria, per quelli che sono i cittadini che pur entrati nell’UE devono fare i conti con quello che sono le regole e le necessità del nostro Paese.
Con riferimento a questo nuovo fenomeno, c’è la necessità di strumenti nuovi e aggiornati per combattere la criminalità, quella fondamentalista islamica a livello internazionale, e quella internazionale e nazionale con riferimento alle nuove figure di reato.

Certamente alcune cose importanti sono state fatte in materia d’immigrazione, partendo da un dato di fatto che la legge Bossi-Fini, cosi strutturata, non poteva andare bene, perché ci vuole il contratto di lavoro con la persona che si trova ancora nel suo Paese, altrimenti non può venire in Italia. Sfido una sola persona italiana che fa un contratto di lavoro con una persona che viene da non si da dove e senza neanche conoscerla. Noi abbiamo fatto la Turco-Ferrero, che ha una rivisitazione del tutto diversa, basata sui flussi, basata sulla possibilità di trovare anche attraverso dei tutor un contratto di lavoro, e basata su tutta una serie di interventi che permettono di conoscere e di conoscersi.

Certamente, non ha risolto il problema dell’immigrazione clandestina, però mi sento di assumermi la responsabilità, cosi come l’Italia dei Valori, di aver firmato la Turco-Ferrero perché riteniamo che sia meglio della Bossi-Fini, perché cerca di contrastare l’immigrazione clandestina, ma soprattutto di dare una speranza all’immigrazione regolare.
Per quanto riguarda la Turco-Ferrero, riteniamo che essa vada condivisa e ampliata per quanto riguarda le misure di sicurezza, con riferimento a coloro che sono privi di dimora e non hanno la possibilità di dimostrare il proprio sostentamento.

La necessità di una moratoria per quanto riguarda anche i Paesi dell’UE, i cui cittadini entrando in Italia non possono dimostrare come possono vivere e sostenersi, e questo non perché il nostro Paese sia diverso dagli altri, ma perché è già stato fatto anche da altri Paesi dell’UE, come la Germania, il Belgio, la Danimarca, il Lussemburgo e l’Olanda, che fanno parte dell’UE ma che hanno stabilito la regolamentazione dei flussi.

Il pacchetto sicurezza, varato nelle settimane scorse, che è importantissimo, ci sentiamo di condividerlo; l'ho votato con convinzione al Consiglio dei Ministri e il nostro partito lo difenderà in Parlamento. Sono quattro i punti, a qui si è aggiunto un quinto su nostra specifica azione, e cioè il ritorno del reato in falso in bilancio, di cui c’è una norma di legge che abbiamo voluto fortemente e che siamo riusciti a far passare nel Consiglio dei Ministri, la quale riguarda la sicurezza urbana, ossia quella che da la possibilità di punire lo sfruttamento dei minori in attività criminali, di rendere più efficace la collaborazione tra referenti e sindaci, di rafforzare la collaborazione tra i vigili urbani e le forze dell’ordine, di attribuire ai prefetti il potere d’espulsione e di rendere più facilmente perseguibile il reato di occupazione pubblica e danneggiamento.

Poi abbiamo fatto un altro pacchetto importante che riguarda una maggiore accentuazione in termini di custodia cautelare per i reati a grave danno sociale. Abbiamo rivisto l’abolizione della Ex-Cirielli, quella che faceva la prescrizione breve e per cui determinati reati andavano sempre prescritti. Abbiamo per esempio previsto la possibilità per i condannati di fare la certificazione ad una banca dati del DNA. Infine, abbiamo previsto tutta una serie di misure di contrasti contro la criminalità organizzata.
Se queste norme fossero leggi, oggi avremmo una percezione di insicurezza minore. L’azione dell’Italia dei Valori sarà determinata a rilanciare all’ordine del giorno, subito dopo il voto alla Finanziaria, l’inserimento delle misure legislativa sulla sicurezza, perché sono importanti e sono necessarie.

Uno dei vinti della nostra azione governativa è che teniamo giustamente da conto la solidarietà, ma se questa viene presa a scapito della sicurezza non va bene. Deve essere presa a scapito dei costi della politica, dell’inefficienza della burocrazia, a scapito dei furbetti del quartierino, e a scapito soprattutto delle tante inefficienze, a cominciare dalla consulenze e quanto altro, che la politica produce.


Articoli precedenti:
L'Italia ventre molle dell'Unione Europea
Moratoria, subito.
Immigrazione e criminalità

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2 Dicembre 2007

L'Italia ventre molle dell'Unione Europea

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Quando si parla di sicurezza bisogna argomentare con le cifre. Il tipo, il numero di delitti e chi li ha perseguiti è documentato.
L’aumento di alcuni tipi di reati è strettamente legato all’immigrazione clandestina o non regolamentata di cittadini neo comunitari. Quest’ultima, paradossalmente, si è dimostrata molto pericolosa. Nel triennio 2004/2006 la prima nazionalità straniera per omicidi volontari consumati, violenze sessuali, furti di autovetture, rapine in abitazione, furto con destrezza, rapine in esercizi commerciali e estorsioni è stata quella rumena.

Dal primo gennaio 2007 la Romania è diventata uno Stato comunitario e quindi i suoi cittadini hanno avuto libero accesso in Italia, senza espulsione automatica, questo per decisione delle autorità italiane, non di quelle europee. Infatti molti altri Stati hanno applicato una moratoria di alcuni anni per gli ingressi temendone le conseguenze.

Austria e Germania applicano una moratoria di almeno tre anni. Belgio, Danimarca, Francia, Lussemburgo e Olanda toglieranno gradualmente le restrizioni all’ingresso nell’arco di tre anni. Infine, la Gran Bretagna il 24 ottobre scorso ha annunciato che permetterà l’ingresso da Romania e Bulgaria solo di pochi esperti, non specializzati nel settore agroindustriale, fino a un numero massimo di 20.000. L’Italia, insieme a Finlandia, Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Svezia non ha applicato alcun tipo di moratoria.
Rispetto a questi Paesi l’Italia ha un problema in più, da noi le pene non si applicano mai e il livello di tolleranza verso fenomeni come le baraccopoli di rom che cingono le nostre grandi città sarebbe impensabile in Svezia o in Finlandia.

Cosa è successo dal primo gennaio 2007? La Romania non è entrata in Europa, ma solo in alcune nazioni europee, e in particolare in Italia, ventre molle per l’applicazione della pena e meta irresistibile per chi vuole delinquere.
Per fare un semplice esempio provate a ipotizzare le baraccopoli che hanno invaso il Tevere a Roma costruite sul Tamigi a Londra. Duravano mezz’ora. L’aumento di delitti da parte dei cittadini rumeni è stata una ovvia conseguenza. Al 30/6/2007 nelle carceri italiane erano detenute 43.957 persone, di queste 15.658 erano straniere e 2.267 erano rumene, il secondo gruppo straniero dopo il Marocco con 3.326 persone.

Per salvaguardare i cittadini rumeni onesti, che sono tantissimi, e gli italiani nel nostro Paese è indispensabile una moratoria, per poter decidere chi entra e chi sta fuori in base a criteri comuni a qualunque democrazia del mondo: lavoro, residenza, fedina penale.

L’Italia dei Valori si batterà fino in fondo per una moratoria che oggi non è voluta da nessuno, neppure dal centro destra, e per la sua estensione ai nuovi Paesi che entreranno nell’area di Schengen nel 2008.

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29 Novembre 2007

Consiglio dei Ministri. Piano italiano di azione sulle droghe

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Consiglio dei Ministri di giovedì 29 novembre. Un giorno prima perché domani il Presidente del Consiglio e' impegnato.

Abbiamo discusso di tante cose, abbiamo fatto anche tante riunioni collaterali al Consiglio dei Ministri (CIPE, Arcus, 150 anni per l’unita' d’Italia e altro ancora), ma abbiamo anche discusso di tante cose ordinarie. Abbiamo pero' trattato tre temi che mi pare importante segnalarvi, perche' magari non fara' parte dell’informazione 'ufficiale'. Per prima cosa, il Governo intende a farsi carico di un nuovo piano italiano di azione contro la droga, dopo che abbiamo fatto nelle settimane passate il nuovo piano di azione per le politiche abitative.

Intendiamo fare una serie di interventi strutturali e preordinari nel tempo a difesa delle fasce sociali più deboli, perché c’è bisogno di difendere anche costoro. Il piano è stato previsto in bozza e adesso deve essere discusso da tutte le parti interessate, come l’associazionismo, il Parlamento, le Regioni e gli enti territoriali. Allora mi sono detto: perché non ne discute direttamente il nostro datore di lavoro, e cioè voi cittadini?

Pubblico nel mio Blog la proposta di piano di azione del nostro Governo sulle droghe, cosi che ognuno di voi può leggerlo e può fare le sue osservazioni, di cui farò una sintesi che porterò senz’altro nelle sedi opportune, a cominciare dal Consiglio dei Ministri.
Leggetelo e aiutateci a fare meglio il nostro dovere.

L'altra questione che abbiamo affrontato, e che mi preme segnalarvi, è l’EXPO 2015 a Milano. Abbiamo invitato il Sindaco Moratti, avendone la prima responsabilità, di individuare quelle azioni necessarie e sufficienti affinché la comunità internazionale, quella economica, quella istituzionale, tutto il mondo, individui in Italia e proprio a Milano la sede dove fare l’EXPO 2015, la maggiore fiera internazionale di tutto ciò che il mondo produce o può produrre, e quindi un punto di attrazione dell’economia verso il nostro Paese che ci porterà tanti vantaggi in termine di credibilità, di scambi culturali, finanziari e commerciali.

E’ importante farlo, e abbiamo deciso, invitando e coinvolgendoci tra di noi (Governo di centrosinistra, Sindaco di Milano e Governo Regionale della Lombardia del centrodestra), di dire per una volta tanto che l’Italia sia una sola e una soltanto nei confronti dell’esterno per produrre un progetto credibile. Il progetto, la sua bozza, lo troverete nel mio Blog, perché anche in questo caso ritengo sia importante che i cittadini, cioè voi, datori di lavoro, leggete prima ciò che stiamo facendo e ci diate qualche consiglio prima di fare qualche danno. Mi sembra una cosa buona, la metto in rete cosi potremmo interloquire assieme e anche in questo caso mi farò carico di riportare in ogni sede la valutazione sintetica e comprensiva del vostro intervento.

Un altro tema che abbiamo trattato, tra i tanti, è la questione di risarcimento danno nei confronti di coloro che sono vittime, o perché addirittura ci rimettono la vita, o perché subiscono violenze e minacce, da parte di fatti violenti, in particolare di tre categorie di cui si parla poco e di cui si fa un po’ di confusione: le vittime del dovere, le vittime della mafia e le vittime dei fatti terroristici.
Come vedete, sul piano delle conseguenze, che si riceva una lesione o addirittura si venga uccisi, dal gesto terroristico, dal gesto mafioso o dal gesto di chi esercita il proprio dovere e per questo viene offeso, il danno che si riceve è uguale. Abbiamo previsto di accorpare questi tre gruppi di vittime di reati e prevedere un unico sistema di risarcimento danni.

Prima c’erano diversi sistemi: la persona vittima di terrorismo prendeva un risarcimento maggiore a chi è stato vittima di mafia, ed entrambi prendono un risarcimento maggiore di chi è vittima del dovere. Avete capito la differenza? C’è un fatto terroristico, dove un terrorista mette una bomba, e chi viene danneggiato è vittima del terrorismo. C’è il mafioso che chiede il pizzo ad un impresa e la fa fallire, il danneggiato è vittima di mafia. C’è un Maresciallo dei Carabinieri che va al supermercato perché riceve una telefonata e il balordo gli spara, è vittima dell’esercizio del proprio dovere.
A questo punto abbiamo deciso di prevedere due tipi di indennizzi: una somma una tantum, che si può definire un elargizione immediata, e poi un vitalizio per la sua famiglia, altrimenti come fa ad andare avanti? Abbiamo previsto di accorpare questi due tipi di interventi finanziari, per renderli omogenei qualunque sia la vittima, che sia di terrorismo, di mafia o di servizio del proprio dovere, perché riteniamo che tutti e tre i casi sono persone che immolano la propria vita o che subiscono delle violenze per permettere a questo Stato di essere più Stato di diritto.

Il giorno che non avremo più vittime vorrà dire che lo Stato di diritto funziona.

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25 Novembre 2007

Giornata internazionale Onu contro la violenza alle donne

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Appello ai naviganti: ricordatevi la data del 25 novembre 2007. E’ la giornata che l’Onu ha dedicato alla lotta contro la violenza alle donne. Una giornata di riflessione, d'impegno civile e rinnovato impegno a tutti i livelli, politici per quanto mi compete appunto come esponente di Governo, affinché cessi questa continua violenza sulle donne.

E’ inutile che facciamo finta che non c’è, e non c’è solo nel terzo mondo dove c’è l'infibulazione, c’è anche nel nostro paese e nel nostro quotidiano. E non c’è soltanto tra i cosiddetti immigrati clandestini, c’è anche tra i cittadini nostrani.

Una giornata mondiale quindi di riflessione e d’impegno. Cosa fa il Governo italiano su questo? Vi invito a leggere tutto ciò che abbiamo messo in piedi sia sul piano normativo, sia sul piano dell’azione concreta, sia sul piano dell’educazione civica, affinché cessi la violenza alle donne e affinché il nostro paese possa essere d’esempio alle tante ingiustizie contro le donne che ci sono nel mondo.

Leggete e soprattutto applichiamoli insieme questi sani principi.

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13 Novembre 2007

Moratoria, subito.

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La situazione dell’ordine pubblico legato ai flussi dei cittadini comunitari dall’est sta sfuggendo di mano. E’ un dato di fatto.
Le rapine in villa e gli episodi di violenza anche in locali pubblici, anche in pieno giorno, sono diventati consuetudine. L’ultima vittima è un pensionato milanese morto ieri notte soffocato durante una rapina a opera di tre persone con forte accento dell’est. Repubblica propone oggi un’inchiesta sulla prostituzione minorile maschile a Roma.
Scrive di centinaia di ragazzi dell’est affittati a ore o a settimane. Il tutto alla luce del sole.
Il decreto sulla sicurezza, pur utile, non è sufficiente. E’ superato dagli eventi. Va attuata una moratoria per almeno 2/3 anni nei confronti della Romania e della Bulgaria e lo stesso per i Paesi che entreranno nell’area di Schengen nel 2008.
Gli irregolari vanno rimpatriati. Chi arriva in Italia deve avere un alloggio e un lavoro, non siamo il vespasiano d’Europa.
Infine le pene per chi dà lavoro nero a questi disperati, a chi sfrutta la prostituzione minorile e ai loro clienti vanno inasprite. Non si può più aspettare.

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12 Novembre 2007

Berlusconi e lo Stato di diritto

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foto Adnkronos

In merito ai commenti rilasciati da Silvio Berlusconi ieri a Montecatini sui giudici e sulla magistratura, mi pare che a Berlusconi manchi il senso dello Stato di diritto, più che della divisione dei poteri. E' in linea con il personaggio: c'è chi sta con i Falcone e i Borsellino e chi con i Mangano...
Ma il problema, più che Berlusconi, sono quegli italiani che vogliono chiudersi gli occhi e fare finta che ci sia una guerra per bande fra politica e magistratura: una cortina fumogena per criminalizzare alcuni Pm che indagavano sui potenti.

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9 Novembre 2007

Condannati in Parlamento, nessuno sconto

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L'Italia dei Valori depositerà martedì 13 novembre in 1°Commissione Affari Costituzionali una proposta di modifica all'emendamento del relatore sulla incandidabilità dei condannati in Parlamento.
.
Il capogruppo dell'Italia dei Valori alla 1°Commissione Affari Costituzionali, Carlo Costantini, presenterà un subemendamento per estendere l’incandidabilita’ in Parlamento ai condannati anche ad un solo giorno di reclusione.
Dopo varie discussioni sul tipo di reato e sull’entita’ della pena da prendere in considerazione per escludere i condannati dal Parlamento, e’ arrivata in 1° Commissione Affari Costituzionali della Camera la proposta del relatore del Partito Democratico che ha scoperto finalmente le carte con il suo emendamento.
L’emendamento presentato dal relatore escluderebbe dal Parlamento i soli condannati alla pena effettivamente comminata di due anni di reclusione per delitti non colposi.

La pena edittale (sulla carta) in Italia per reati quali, ad esempio, la corruzione per un atto di ufficio, la frode nelle pubbliche forniture, la falsita’ del pubblico ufficiale in atti pubblici, il sequestro di persona, la truffa prevede condanne con un massimo della pena al di sopra dei 2 anni ma con un minimo spesso al di sotto.
Nella realtà, poi, quello che accade a conclusione di un processo è ben diverso nel nostro Paese, infatti nella maggior parte dei casi le condanne comminate (effettive) per i reati citati sono di sovente inferiori ai due anni.

E’ evidente che a questa proposta risponderemo martedì 13 novembre, scadenza dei termini per depositare eventuali subemendamenti, con l’unica controproposta possibile in questa fase dell'iter legislativo: un subemendamento per estendere l’incandidabilita’ ai condannati anche ad un solo giorno di reclusione.

PS:
Segnalo un iniziativa dell'Italia dei Valori nelle giornate di domenica 11 e lunedì 12 novembre per la raccolta di firme a sostegno di una magistratura indipendente. In queste due giornate saranno coinvolte oltre 30 piazze della Puglia con i nostri attivisti davanti alle sedi dei tribunali pugliesi.

Troverete maggiori dettagli, anche sulla raccolta di firme, nel sito del partito www.italiadeivalori.it

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7 Novembre 2007

I giudici diventano imputati

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foto da repubblica.it

In questi giorni stiamo assistendo a un rovesciamento dei ruoli: i giudici sono indagati per azioni disciplinari come nel caso di Clementina Forleo e di Luigi De Magistris e invece dei politici implicati nelle loro indagini non parla più nessuno.
Le lacrime di un giudice vengono fatte passare per lo sfogo di una persona sull’orlo di una crisi di nervi, come a testimoniare la sua inattendibilità. Le indagini Unipol e Why Not vedono coinvolti personaggi di primissimo piano appartenenti a entrambi gli schieramenti politici, delle loro eventuali responsabilità si è persa ogni traccia. Si preferisce orientare l’opinione pubblica sulle presunte mancanze dei giudici che sono diventati imputati.
La gente assiste a un teatrino di cui ha capito da tempo la trama e gli attori. Gli attacchi alla Forleo e De Magistris allontanano i cittadini dalla politica. E’ passato il messaggio, ancora una volta, che i politici sono intoccabili. Tutto questo rende la nostra democrazia ogni giorno più debole.

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30 Ottobre 2007

La questione del G8 di Genova

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Ho visto parecchi commenti sul mio blog, di cui molti negativi, sul fatto che Italia dei Valori non abbia dato il suo consenso alla Commissione d’inchiesta parlamentare per valutare i fatti del G8 di Genova del 2001.
Una premessa: siamo favorevoli ad una Commissione d’inchiesta su questo tema ma a condizione che si indaghi su tutti i fatti. Le questioni sono due: i comportamenti dei manifestanti e quelli della Polizia.
I no-global hanno sfilato per manifestare contro i potenti della Terra esercitando, legittimamente, un loro diritto. Alcuni, però, non si sono limitati a manifestare: hanno sfasciato vetrine, hanno incendiato macchine, hanno aggredito le forze dell’ordine. Una frangia di essi, quindi, ha commesso dei reati gravissimi per la quale la Procura della Repubblica e i giudici stanno procedendo, anzi hanno chiesto svariati anni di carcere. I fatti sono già accertati.
Cosi come è accertato, purtroppo e sotto certi aspetti ancora più grave, il fatto che le forze dell’ordine, per scoprire i colpevoli, non hanno fatto un’indagine di polizia giudiziaria nell’immediatezza, ma hanno rinchiuso alcune persone in una caserma e le hanno malmenate, provocando lesioni, comportandosi peggio degli altri.
Questa è una brutta pagina che merita un approfondimento innanzitutto in sede giudiziaria, e i giudici se ne stanno occupando: anche i poliziotti che sono accusati di aver commesso quei reati sono stati rinviati a giudizio.
Oggi, in Parlamento, cosa si voleva fare? Una commissione d’inchiesta limitatamente ai comportamenti della Polizia. Che Commissione d’inchiesta è questa?
Un’inchiesta sui fatti del G8 deve essere fatta tenendo conto dei comportamenti di tutti coloro che erano parti in causa; degli errori, degli abusi, delle omissioni e delle violenze commesse da tutti. Allora si può ricostruire una pagina di Storia secondo verità.
Ecco perché noi dell’Italia dei Valori non possiamo consentire che una commissione nasca con il fine di indagare solo su una parte dei fatti.
Ciò che abbiamo proposto è una Commissione d’inchiesta sugli abusi del diritto di manifestazione da parte di alcuni manifestanti - non di tutti perché vanno rispettati quelli che hanno rispettato la legge -, e di alcuni poliziotti - non tutti perché vanno rispettati quelli che hanno rispettato la legge. Vanno puniti coloro che hanno abusato della loro funzione.
Si deve ricercare la verità: un risultato falsato dall’origine non sarà mai positivo.
Mi dispiace che, ancora una volta, si riferisca solo la parte d’informazione che interessa.
L’Italia dei Valori non è contro la Commissione sul G8: è contro l’uso strumentale della Commissione.

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29 Ottobre 2007

Il pacchetto sicurezza

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Testo:

"Il Consiglio dei Ministri si accinge ad approvare un importante provvedimento per contrastare la criminalità, sia quella comune, il disperato di strada che rapina la vecchietta, che quella organizzata o derivante dal terrorismo.
Verranno varate anche regole per riformare il procedimento penale affinché i processi siano più veloci, per rendere più difficile farla franca con la prescrizione. Ricordiamo la famosa legge ex-Cirielli che dimezza i tempi del processo, ma non le attività processuali bensì il termine entro il quale il processo deve andare a conclusione.
Il cittadino sente oggi il senso di insicurezza e vive oggi il dramma della criminalità. Sapete che quando si prendono decisioni importanti per il Paese, possono essere varate tramite disegno di legge o decreto legge: il decreto legge è un provvedimento urgente emanato dal Governo che entra immediatamente in vigore e che verrà poi ratificato dal Parlamento. Il disegno di legge, invece, è una proposta che deve essere prima discussa dal Parlamento, con tempi molto più lunghi.
Vi spiego di cosa si tratta il cosiddetto “pacchetto sicurezza” per farvi comprendere perché, a mio avviso, andrebbe approvato con decreto, immediatamente.
Sono quattro disegni di legge:

- il primo pacchetto riguarda le disposizioni in materia di lotta alla criminalità organizzata;
- il secondo le disposizioni in materia di lotta al terrorismo;
- il terzo riguarda la sicurezza urbana
- l’ultimo riguarda la cosiddetta certezza della pena, in particolare riforme del codice penale su reati particolarmente allarmanti.

Siccome i cittadini hanno bisogno di sicurezza subito, io dico che questo disegno di legge, che io condivido, si deve approvare, almeno per la parte più importante, per decreto.
Non lo dico solo a voi: l’ho detto anche al Presidente del Consiglio e al Ministro degli Interni con lettera del 25 ottobre in cui, condividendo appieno il pacchetto, chiedo che venga approvato per decreto almeno per gli argomenti più importanti, ad esempio l’archivio delle impronte digitali per gli immigrati che vengono in Italia o il database del DNA per chi commette reati gravi. Provvedimenti che io riterrei opportuno estendere anche agli italiani: per chi non ha nulla da nascondere non vedo problemi di privacy.
Ho anche chiesto al Presidente del Consiglio e all’intero Consiglio dei Ministri che vengano inserite in questo pacchetto alcune norme come l’eliminazione della ex-Cirielli o l’esecuzione anticipata della pena dopo la sentenza di primo grado: molto spesso accade che criminali incalliti, pedofili, stupratori vengono rilasciati perché il processo non è concluso. Non è giusto.
Deve essere data la possibilità al giudice di applicare la pena dopo il processo di primo grado, di fronte a prove schiaccianti.
Ho chiesto anche la revisione del falso in bilancio: se si chiedono, con questo provvedimento, 3 anni di carcere per il lavavetri non si può punire solo con una multa chi ruba milioni o miliardi di euro.
Carta canta.
Sia chiaro, non vorrei essere frainteso: non sto imponendo ultimatum al governo.
Io sto dando un’indicazione, ma sono norme così importanti che piuttosto che non farle è meglio approvarle con disegno di legge. Non sono contro queste disposizioni che anzi approvo in pieno e vorrei in vigore immediatamente.
In caso contrario, il mio impegno e quello di Italia dei Valori è che sia aperta quanto prima la discussione in Parlamento e che al più presto il pacchetto possa diventare legge."

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24 Ottobre 2007

La legge non è uguale per tutti

la legge.jpg

L’informazione in Italia è funzionale al mantenimento dei poteri costituiti.
Questa affermazione può apparire scontata, in particolare se detta da me e dall’Italia dei Valori che ci battiamo da tempo per un’informazione libera.
I media hanno strumentalizzato la mia richiesta di restituire a De Magistris l’inchiesta Why Not trasformandola in una contrapposizione tra me e il ministro della Giustizia. La contrapposizione è invece tra il Paese e questa classe politica che non vuole farsi giudicare.
Sul trasferimento di De Magistris, tranne rare eccezioni, sono d’accordo tutti, nel centro sinistra e nel centro destra.
Se l’inchiesta di De Magistris avesse riguardato cittadini comuni e non dei politici ci sarebbero stati la richiesta di trasferimento di De Magistris, la continua fuga di notizie e la loro pubblicazione sui giornali, l’avocatura e, infine, il trasferimento degli atti dell’inchiesta alla procura di Roma? La risposta non può che essere negativa.

Why Not coinvolge in prima persona il presidente del Consiglio e il ministro della Giustizia in una vicenda legata all’erogazione di miliardi di euro di fondi europei in Calabria. De Magistris deve andare fino in fondo o il Governo sarà, di fatto, delegittimato.

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22 Ottobre 2007

Prima che sia troppo tardi

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Testo:

"Oggi dobbiamo fare qualche riflessione importante e delicata sullo Stato di Diritto nel nostro Paese e sulla tenuta democratica del nostro Paese.
Lo dobbiamo fare anche perché i giornali di oggi, ancora una volta, spacciano per litigio fra Di Pietro e Mastella una questione politica che io ho posto e che, con malaccorta indecenza, il mio collega cerca di ribaltare riversando su di me ingiurie e contumelie.
Una premessa: Mastella se la prende con me dicendo che avrei fatto chissà cosa di poco trasparente, nella vita passata. Sui fatti che mi riguardano è bene ripetere ancora una volta che allorché fui messo sotto indagine mi dimisi, prima da magistrato e poi da ministro e corsi dal mio giudice per farmi giudicare. Il giudice prosciolse me e condannò per diffamazione e calunnia i miei accusatori. Questa è la mia storia personale. E’ finita. Non se ne parli più.

Il problema non è questo: fossi anche il diavolo della situazione, la questione è l’inchiesta che a Catanzaro si sta portando avanti nei confronti di una classe politica e la reazione della stessa atta a far togliere l’inchiesta a quel magistrato. A questa domanda dobbiamo dare una risposta.

Di che cosa stiamo parlando? E’ successo che nei mesi scorsi un magistrato, fino a quel momento poco conosciuto, ha messo in piedi un’inchiesta detta “Poseidone” riguardante contributi, anche europei, finanziamenti non trasparenti e rapporti fra politica e affari.
In questa inchiesta era coinvolto un tale Pittelli, parlamentare di Forza Italia, e addirittura personaggi vicini al Procuratore Capo di Catanzaro. A farla breve: questa inchiesta è stata tolta al magistrato titolare.
Nel frattempo lo stesso magistrato aveva istruito anche l’inchiesta “Why not”, pure riguardante contribuzioni pubbliche e “scorciatoie” per acquisire questi fondi e per dare e avere favori.
Nell’ambito di questa inchiesta, sono finiti sotto indagine anche il Presidente del Consiglio Romano Prodi e il ministro della Giustizia Clemente Mastella.
Non credo ci sia niente di più doveroso, quando un magistrato fa indagini su politici di rilievo, che gli si lasci fare il proprio mestiere.
Invece è stata attivata, per lui, una procedura di trasferimento proprio dal ministro della Giustizia. L’immagine che ne viene fuori è di una Casta che non vuole farsi giudicare, di un potere che respinge lo Stato di Diritto e la legalità uguale per tutti, di una magistratura delegittimata ogni volta che cerca di fare il proprio dovere. Questa non era la politica di Berlusconi?
Non era questa la ragione per cui abbiamo chiesto agli italiani di votarci, per fare una politica giudiziaria totalmente opposta?
Abbiamo iniziato con l’indulto e finiamo con la delegittimazione dei magistrati.
Diranno che è tutto corretto, a norma di legge. Sì, è tutto corretto. Diceva Morvillo, cognato di Falcone, che la colpa dell’attentato al giudice era dei “professionisti delle carte a posto”.
Professionisti che pongono in essere degli atti che sicuramente potevano essere posti in essere, ma che messi insieme uccidono lo Stato di Diritto e, a volte, le persone come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Destabilizzazione, isolamento, delegittimazione portano a questo.

Io ho chiesto una cosa al Presidente del Consiglio, al Consiglio dei Ministri e al Parlamento, l’ho chiesto da ministro in carica e da Presidente di un partito che tiene in piedi questa maggioranza: ci si deve interrogare su quale politica giudiziaria vogliamo fare per questo Paese. Vogliamo che ci sia una discussione pubblica e trasparente, non questi continui colpi di mano che finiscono per essere colpi allo Stato di Diritto se non veri e propri colpi di Stato.
Io voglio portare all’attenzione la necessità che si faccia una riforma del processo penale: pochi reati ma con pene certe. Una riforma del diritto penale procedurale: si deve arrivare alla sentenza in un terzo dei tempi attuali. Una riforma finanziaria sulla struttura degli uffici: accorpamento delle circoscrizioni giudiziarie, gestione computerizzata delle procedure, dei carichi pendenti, del casellario giudiziale, dei rapporti fra gli organi di polizia e magistratura. Una struttura che permetta alla Giustizia di funzionare meglio.
Questo non è stato discusso né dal precedente governo né da quello attuale. Noi dell’Italia dei Valori chiediamo che su questi temi venga rilanciata l’attenzione prima che sia troppo tardi e per questo abbiamo deciso di lanciare una campagna nazionale di informazione a partire dalla fine di questa settimana, con una manifestazione per chiederci se è finito lo Stato di Diritto, affinché si discuta una volta per tutte sui soggetti legittimati, capaci e volenterosi di realizzare una nuova politica giudiziaria per questo Paese.
Voglio sapere se il ministro della Giustizia vuole questa nuova politica o se si sia ridotto ad essere una "longa manus" di chi vuole bloccare le indagini.

Questo fine settimana chiamiamo tutti al primo appello di una manifestazione in difesa della Giustizia e dello Stato di Diritto e contro le procedure barbariche di prevaricazione nei confronti dei magistrati che fanno il proprio dovere.
Prima che sia troppo tardi. Prima che “i professionisti delle carte a posto” si rendano colpevoli di qualche mano pesante che a posto mette la vita di qualche magistrato."

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21 Ottobre 2007

La fine dello Stato di diritto

de magistris.jpeg

Non è scaricando contumelie ed insulti su di me (cfr. articolo ANSA.it), peraltro per fatti che si sono risolti con la condanna dei miei diffamatori, che Il Ministro della Giustizia può pensare di sfuggire alla responsabilità politica di aver provocato, con la sua intempestiva ed inopportuna azione disciplinare nei confronti del magistrato De Magistris, un corto circuito politico giudiziario che ha provocato la caduta di credibilità delle istituzioni e che rischia di travolgere l’intero Governo.
So bene che con l’avocazione dell’inchiesta da parte della Procura Generale, il procedimento penale continua il suo corso ma non è questo il punto. Il problema è che quell’avocazione è stata provocata proprio da chi era o poteva essere messo sotto indagine dal magistrato destituito.
Ciò che emerge dallo scontro che il Ministro della Giustizia ha provocato scientemente nei confronti del magistrato che lo ha messo sotto indagine è l’immagine di una classe politica che, sulla falsariga del Governo Berlusconi, non si vuole far giudicare e per questo ne inventa di tutti i colori pur di fermare i magistrati che fanno il loro dovere.
Ancora una volta si dà l’impressione, vera o no che sia, che i potenti di turno cercano, e riescono a trovare, scorciatoie per eliminare magistrati scomodi e per minare l’indipendenza della magistratura.
Si dà l’impressione che i potenti, e solo loro, siano in grado di muovere meccanismi che permettono di scegliersi il magistrato che fa comodo e togliere di mezzo chi non si adegua. E’ questo un dato politico di estrema gravità in cui è coinvolto non solo il Ministro della Giustizia ma l’intero Governo ed in primo luogo il Presidente del Consiglio.
Romano Prodi è chiamato ora ad una delicata assunzione di responsabilità specie con riferimento all’opportunità di permettere che in capo allo stesso soggetto possa mantenersi, in quanto Ministro della Giustizia, il ruolo di titolare dell’azione disciplinare nei confronti del magistrato che lo ha sottoposto alle indagini.

Siamo di fronte ad un bivio che, se non affrontato subito e con determinazione, ci travolgerà tutti perchè stiamo rischiando di mettere in pericolo lo Stato di diritto, come giustamente affermano alcuni autorevoli osservatori e la maggioranza dell’opinione pubblica.

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20 Ottobre 2007

Giustizia al capolinea.

ministero grazia e giust.jpg

Oggi è stato dato un duro colpo alla credibilità delle Istituzioni, alla Giustizia, allo Stato di diritto e anche a questo Governo.
Rispetto a priori sia le decisioni giurisdizionali prese da De Magistris, sia quelle prese dalla Procura Generale che ha avocato l'inchiesta, come previsto in caso di motivi di incompatibilità.
De Magistris si trova nell’oggettiva situazione di chi sta indagando ed è, allo stesso tempo, sottoposto a provvedimento disciplinare a causa delle persone su cui sta svolgendo l’azione giudiziaria.

La questione non è nel provvedimento della Procura Generale, ma nelle ragioni a monte che lo hanno determinato. Perchè se è vero, come è vero, che De Magistris ha un’indagine in corso nei confronti di personaggi politici, tra i quali il presidente del Consiglio e lo stesso ministro della Giustizia, si doveva evitare di porlo sotto indagine .
Ogni volta che un magistrato tenta di fare luce su comportamenti che riguardano i poteri forti, il suo operato è passato alla lente d’ingrandimento, fino ad arrivare ad indagare su di lui.
Un espediente per depistare e delegittimare la magistratura.
Un’azione precostituita con il fine di bloccare chi conduce un'azione penale.
Lo Stato di diritto finisce nel momento in cui si mina l’indipendenza della magistratura.

Lo dico con amarezza: questo Governo sta arrivando al capolinea; dal punto di vista politico/giudiziario ha fallito ignorando la richiesta di legalità dei suoi elettori.
La furbata di aver provocato l’avocazione dell’inchiesta di De Magistris sarà pagata a caro prezzo da tutto il centro sinistra.

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13 Ottobre 2007

Immigrazione e criminalità

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L’immigrazione sta diventando un problema sociale. Due elementi in particolare hanno determinato questa situazione: l’indulto che ha messo in libertà almeno 30.000 persone, molte delle quali stranieri, e l’ingresso di alcuni Paesi dell’est nell’Europa comunitaria.

L’indulto è stato votato dalla maggior parte del Parlamento, in fretta, nel mese di agosto 2006, per la cosiddetta emergenza carceri. Il risultato è che un anno dopo le carceri si sono riempite di nuovo e che nel frattempo sono stati compiuti delitti, furti, stupri, omicidi che potevano essere evitati.
L’indulto, va ricordato, è stato fatto per evitare il carcere agli amministratori pubblici, ai finanzieri. Nessuna azione di recupero è stata attuata per gli ex detenuti.

Nell’ambito dei Paesi dell’est merita una particolare attenzione la Romania: si poteva agire diversamente, fare una moratoria come hanno fatto altri Stati comunitari. In Romania ci sono due milioni di rom, decine di migliaia sono già entrati in Italia. Vanno fermati.
Il Paese non è in grado di accoglierne ancora. Oggi anche i buonisti, per effetto dell’esasperazione dei cittadini, cominciano a diventare sceriffi. La parte più indifesa della popolazione si trova a dover convivere con una criminalità quotidiana di importazione.

Non si può più rinviare il problema. In Italia deve entrare solo chi ha un lavoro regolare o ci aspetta un nuovo razzismo dalle conseguenze imprevedibili. Siamo arrivati al paradosso di esportare capitali per investimenti in Romania e di importarne i disoccupati.

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3 Ottobre 2007

Solidarietà a Luigi De Magistris

Luigi_De_Magistris.jpg

Lunedì 8 ottobre il CSM deciderà in merito al trasferimento del Pm di Catanzaro Luigi De Magistris in seguito alla richiesta del ministero di Grazia e Giustizia. Il Pm De Magistris sta indagando su possibili relazioni tra uomini delle istituzioni e associazioni criminali, chiederne il trasferimento vuol dire non aver capito nulla di quello che sta succedendo nel Paese. Questa richiesta è percepita dall’opinione pubblica come l’ennesimo atto di prevaricazione della classe politica.
In questo clima non si può chiedere che la puntata di Anno Zero dedicata a De Magistris del 4 ottobre non vada in onda. Il mio commento è che solo in Birmania possono succedere cose simili, e forse neppure lì. L’informazione non la fanno, o almeno non la dovrebbero fare, i ministri, ma i giornalisti. Si chiamino Floris o Santoro, finché riportano la verità fanno solo il loro dovere e vanno lasciati in pace.
La politica e l’informazione devono essere separate per legge, autonome una rispetto all’altra. L’Italia potrà considerarsi un Paese civile solo quando questo avverrà. Luigi De Magistris ha tutto il mio appoggio.

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24 Settembre 2007

Visco, un passo indietro.

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Pubblico una mia lettera al Corriere di oggi

"Caro direttore,
le considerazioni avanzate da Piero Ostellino nell’editoriale di ieri del Corriere riguardo al caso Visco-Guardia di Finanza, meritano attenzione.
La Procura della Repubblica di Roma ha richiesto l’archiviazione del procedimento penale a carico di Visco sostenendo che-pur avendo emanato un “atto illegittimo”-non ha però commesso un “atto illecito” tale da poter essere valutato penalmente, vale a dire che l’atto, seppur illecito, non contiene alcuna sanzione di tipo penale. In altri termini, il viceministro, ha violato comunque un precetto di legge, a cui-in uno (per dirla alla Ostellino)-non può che conseguire una sanzione che potrà e dovrà, di volta in volta, essere valutata in altri ambiti: sul piano civile (e infatti il generale Speciale si sta adoperando per richiedere il risarcimento dei danni); sul piano amministrativo, con riguardo all’efficacia delle soluzioni adottate (la sostituzione del generale Speciale stesso); sul piano della opportunità politica, con particolare riferimento alla persistente delega al viceministro di responsabile politico della Guardia di Finanza.
E’ proprio quest’ultimo aspetto che mi preme sottolineare: l’illegittimità del comportamento del viceminitsro rilevata dalla magistratura mina il rapporto di fiducia che deve necessariamente esserci tra lui ed il corpo della Guardia di Finanza di cui ha la responsabilità politica. Si appalesa, quindi, l’opportunità di un suo passo indietro (quanto meno rispetto alla specifica delega di cui si discute).
Tale decisione potrebbe fare da preludio o essere concomitante a un altro e più importante atto di responsabilità politica di tutto il Governo: la riduzione del numero di sottosegretari e viceministri dalle attuali 102 unità a non più di cinquanta e soprattutto la riduzione a non più di 15 del numero di ministri (magari a cominciare proprio da quello delle Infrastrutture che io dirigo e la cui separazione da quello dei Trasporti si sta rivelando del tutto anacronistica).
Sarebbe una bella ventata di innovazione di cui la nostra azione di Governo a questo punto ha bisogno se vuole non solo sopravvivere ma anche essere credibile."

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19 Settembre 2007

Delinquenti in libertà, comici in carcere

Clemente_Mastella.jpg

Beppe Grillo ha intervistato il figlio dei due coniugi di Gorgo al Monticano massacrati con ferocia bestiale da due criminali, di cui uno uscito grazie all’indulto, e ha pubblicato il video dell’intervista sul suo blog.
I toni di Daniele Pelliciardi sono molto pacati, dice di aver scritto al ministro della Giustizia senza aver ricevuto alcuna risposta, non è d’accordo con la legge sull’indulto, ne chiede le ragioni, e lo si può capire. Grillo ha inoltre scritto di voler raccogliere le testimonianze delle persone colpite da criminali rilasciati grazie alla legge sull’indulto.
Clemente Mastella non risponde alle parole di Daniele Pelliciardi, risponde invece a Grillo nel suo blog insultandolo con il termine: “delinquente senza cuore”.
Io non credo che sia tollerabile l’uso di un tale linguaggio da parte del ministro della Giustizia nei confronti di nessun cittadino. E’, a mio avviso, sia una caduta di stile che una intimidazione non suffragata da alcun fatto specifico. Per ora i delinquenti sono stati scarcerati, non vorrei che si voglia, in compenso, mettere in carcere un comico per un delitto di lesa maestà.

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14 Settembre 2007

Si alla richiesta della Forleo

Fassino_Dalema.jpg

Le intercettazioni attinenti a un reato vanno utilizzate nei confronti di chiunque, in particolare se rappresenta i cittadini in Parlamento e nel Governo. Quindi anche per Fassino e D'Alema. Io auspico che le Giunte di Camera e Senato diano l’autorizzazione alla richiesta del magistrato Clementina Forleo. L'Italia dei Valori voterà a favore. Ritengo che sia interesse degli stessi politici dimostrare in tribunale le loro estraneità dei fatti, per una operazione di trasparenza nei confronti del Paese e dei loro elettori, piuttosto che utilizzare come paravento la Giunta delle autorizzazioni della Camera e prestarsi così a strumentalizzazioni.
Chi è innocente non ha paura della legge. Uno non può decidere se farsi processare o no.
Il cosiddetto vento dell’antipolitica, che in realtà è solo una valutazione negativa della classe politica, non va alimentato evitando un possibile giudizio in virtù della propria posizione parlamentare.
Il deputato dell’Italia dei Valori nella Giunta per le autorizzazioni, Federico Palomba, darà voto favorevole all'utilizzo delle intercettazioni, spero che i colleghi degli altri partiti facciano lo stesso.

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2 Settembre 2007

Il pizzo e Confindustria

Logo_Confindustria.jpg

Prodi ha dichiarato che la decisione di espellere da Confindustria gli imprenditori che pagano il pizzo è: “Un bellissimo esempio”. Molti altri si sono dichiarati a favore.
Io credo che sia invece un grosso errore.
Espellere chi è soggetto a estorsione da parte della mafia senza rimuovere prima le cause, senza riportare sotto il controllo dello Stato intere aree in cui la criminalità la fa da padrona è un controsenso.
Si confondono le cause con gli effetti e si agisce solo su questi ultimi. I lavavetri si combattono impedendo l’ingresso ai clandestini in Italia e rendendo realmente esecutiva l’espulsione, non criminalizzando chi lava i vetri di un’automobile. Lo stesso vale per chi paga il pizzo. Vanno eliminate le cause, anche politiche, che determinano la forza della mafia prima di chiedere il conto a chi ne è vittima. Al posto degli imprenditori che pagano il pizzo vanno espulsi gli imprenditori che con la mafia fanno affari, in Sicilia come al Nord, e che alla mafia devono le loro fortune. Vanno altresì espulsi gli amministratori della Pubblica amministrazione siciliana con dimostrate relazioni con esponenti della mafia. E per finire vanno cacciati da Confindustria gli imprenditori condannati in via definitiva per reati come corruzione, tangenti, falso in bilancio ed evasione fiscale. Quando Luca Cordero di Montezemolo ne proporrà l’espulsione mi congratulerò con lui.

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20 Agosto 2007

Il 28 agosto IDV alla manifestazione contro la 'Ndrangheta

ammazzateci_tutti.jpg
www.ammazzatecitutti.org

La ‘Ndrangheta, come tutta la criminalità organizzata, si combatte con fatti concreti e posizioni pubbliche coerenti.
E' per questo che l’Italia dei Valori, con le proprie strutture locali e nazionali, conferma la partecipazione alla manifestazione del 28 agosto prossimo che si terrà in Calabria. Una presenza per ribadire la volontà di un’azione concreta contro un fenomeno che espande e ramifica, sempre di più, la sua azione criminale.
Nella mia qualità di ministro e responsabile dell’attuazione del “codice degli appalti” presenterò, nel prossimo decreto correttivo, la norma che prevede la stazione appaltante unica a livello regionale. Una struttura per la trasparenza ed il controllo sugli appalti pubblici e le infiltrazioni mafiose che in questi tendono ad insidiarsi determinando gravi ripercussioni per l’economia pubblica e l’imprenditoria privata.
Mi auguro che le forze politiche, le quali oggi si dicono d’accordo a parole, dimostrino coerenza nei fatti, approvando la mia proposta..

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11 Agosto 2007

Le scarcerazioni facili

incidente_Pinerolo.jpg

Pubblico parte dell’intervista rilasciata a Repubblica sulle scarcerazioni facili.

ADP: Basta con i politici che chiedono tolleranza zero e controlli ai magistrati che hanno applicato la legge. Cambino le leggi invece di volere ispezioni.
R: Ma Di Pietro che dice, scusi, proprio lei?
ADP: Lo ripeto. Basta con i politici che chiedono tolleranza zero ad ogni occasione ma in realtà lo fanno solo per farsi belli sui giornali visto che poi in Parlamento non si comportano di conseguenza.
R: E chi sono?
ADP: Niente nomi, dovrei farli tutti o quasi. Perchè a centinaia, deputati ma anche ministri che hanno chiesto rigore, fermezza e poi nulla.
R: Un esempio?
ADP: Tutti quelli che hanno firmato l’indulto. tanto per fare un esempio recente.
R: Ma adesso si parla di magistrati che hanno scarcerato piromani e automobilisti ubriachi.
ADP: A criticare, a dire che le cose non vanno sono tutti bravi e capaci. La realtà è che ognuno ha le sue competenze.
R: Competenze diverse, e allora?
ADP: La questione è questa: se il magistrato ha messo fuori il piromane o il responsabile di un omicidio colposo non è colpa del magistrato ma della norma che lo consente.
R: Vanno cambiate le leggi?
ADP: Esatto.
R: E come?
ADP: Ci vogliono norme che prevedano la tolleranza zero, e non chiedere ai magistrati di fare quello che non possono, che la legge non gli consente. Non se la possono mica inventare.
R: Cosa propone?
ADP: In questo caso l’arresto, la custodia cautelare in carcere per chi viene sorpreso ubriaco o drogato alla guida.
R: In ogni caso, a prescindere?
ADP: Per dare un senso di maggior rispetto della legge bisognerebbe prevedere la custodia cautelare in base alla gravità del fatto e basta.
R: Perchè ora com’è?
ADP: Ora è prevista la custodia cautelare in carcere solo se vi è anche la pericolosità sociale o la possibilità di reiterare il reato o la fuga.
R: Come dire?
ADP: Che un marito che ammazza la moglie e si costituisce non va in cella perchè non è scappato e visto che la donna è morta non può ripetere il reato.

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28 Luglio 2007

Consiglio dei Ministri. Giustizia: separazione delle carriere

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Testo:

"Altro venerdì, altro Consiglio dei Ministri, altro grappolo di decisioni importanti. Abbiamo deciso molte cose ordinarie, tra cui un codice correttivo al codice degli appalti che rappresenta l'insieme delle regole con cui si devono fare gli appalti. Questo codice è un enorme summa di articoli, si dovevano fare una serie di correzioni per renderlo più trasparente ed efficiente, me ne sono occupato io, le ho portate al Consiglio dei Ministri e le abbiamo approvate.

Abbiamo approvato anche un decreto legislativo per la modifica di un altro codice, quello sull'ambiente. Lo ha fatto il collega Pecoraro. Anche quello è passato con alcune riserve mie e di altri.
Una in particolare che ho fatto è rimasta lì e mi auguro possa essere presa presto in esame: la procedura di impatto ambientale. Per la procedura di impatto ambientale ci vogliono ben 500 giorni e per la procedura di valutazione di impatto strategico ci vogliono 350 giorni.
Per fare un opera, prima di mettere la prima pietra, ma che dico, per superare una autorizzazione, l'autorizzazione del Ministero dell'Ambiente sono previsti 850 giorni, a me sembra un esagerazione, a me sembra che questi tempi si dovrebbero ridurre ad 85 giorni. Devo dire che su questo tutti mi hanno dato sostanzialmente ragione, però alla fine, è la ragione dei fessi, se non si cambia la legge. Speriamo quindi che ci sia un ripensamento operoso all'interno delle istituzioni, del Parlamento e del Governo per questa procedura che è necessaria e utile per assicurare il rispetto dell'ambiente, la tutela del territorio, ma dannosa per i tempi biblici con cui si prevede sia realizzata.

Abbiamo affrontato un'altra discussione importante per quanto riguarda la metropolitana di Milano, ho chiesto fondi, ho chiesto autorizzazioni, ma c'è un problema enorme lì, caro sindaco Moratti, c'è il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali che non dà il parere, e non me lo dà perchè ancora non glielo chiedete. O meglio, a suo tempo non fu chiesto, ora glie lo avete chiesto e si sta attivando. A volte ci perdiamo dietro un mare di carte dove una volta ha ragione uno, una volta l'altro, ascoltandovi sembra abbiate ragione entrambi, ma questo mare di carte ci sta affogando.
Come sta affogando la laguna di Venezia, lo dico perchè anche per il Mose si sta discutendo se rifinanziare il progetto o meno. Al prossimo CIPE vorrei riportare un finanziamento su cui tutti si pronunciano a sfavore. Siamo già a metà dell'opera, adesso fa caldo e non piove, ma se dovesse esserci un inondazione poi, che facciamo? Quindi io sono preoccupato anche per questo.

Ultima cosa, si sta discutendo in Parlamento, in queste ore, motivo per cui devo scappare subito dopo questa registrazione sull'approvazione della riforma del sistema giudiziario e nella maggioranza c'è qualcuno, in particolare la Rosa nel Pugno, parliamo della maggioranza attenzione, della nostra coalizione, che sta facendo degli emendamenti al decreto Mastella, lui che sia arrabbia sempre con me, ma alla fine gli emendamenti al suo decreto li fanno anche gli altri, emendamento che chiede la separazione delle carriere.
Tutto il centrodestra sta votando a favore, più una parte del centrosinistra. A favore di che cosa? Di separare la carriera del giudice da quella del pubblico ministero e far in modo che il pubblico ministero si metta sotto il ministro...Avete visto che già adesso il ministro di Grazia e Giustizia, appena la Forleo ha chiesto autorizzazione ad utilizzare alcune intercettazioni, ha chiesto le carte per metterlo sotto inchiesta? Cosa succederà un domani se anche il giudice, oltre al pubblico ministero diventeranno una parte del ministero? io credo che l'indipendenza della magistratura vada sal-va-guar-da-ta per il bene del Paese. Ecco perchè oggi tolgo i panni del ministro e vado ad indossare i panni del parlamentare e vado a votare no contro questo emendamento della Rosa nel Pugno. Questo è quanto.
Ci vedremo al prossimo Consiglio dei Ministri che sarà l'ultimo prima dell'estate, nel frattempo qui, questa settimana in questo Ministero succederà qualcosa. Cambio le carte , mischio le carte, cioè sposto molti direttori generali. Cambiare ogni tanto aumenta le professionalità e ...diminuisce le tentazioni."

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26 Luglio 2007

Autorizzare le intercettazioni

parlamento_italiano.jpg

Il centrosinistra non deve cadere nella trappola tesa da Berlusconi e dai suoi.
Farsi paladino nel dire no alle intercettazioni dei giudici di Milano è solo il tentativo per mettere sullo stesso piano i parlamentari direttamente interessati di Forza Italia e quelli del centrosinistra . A me pare, invece, che ci sia una bella differenza; non fosse altro per il fatto che alcuni di quelli che militano nelle fila del partito di Berlusconi sono già indagati. Inoltre c'è l'intenzione di uniformare centrodestra e centrosinistra alla stessa logica di un attacco ai magistrati, piuttosto che indurre ad una doverosa sottomissione alla legge e alla giustizia.
La maggioranza dovrebbe evitare di rimandare a dopo le ferie il voto per autorizzare l’utilizzo delle intercettazioni depositate. Dare subito il parere positivo alla richiesta avanzata dal Gip Forleo scongiurerebbe tali pericoli e sarebbe un segnale di trasparenza che la pubblica opinione accoglierebbe con favore.

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23 Luglio 2007

1994 - 2007: lo stesso film

Giorgio_Napolitano.jpg

Prima il ministro della Giustizia che interviene sugli atti della Forleo, ora il Procuratore Generale della corte di Cassazione, con in mezzo il monito ai giudici del Presidente della Repubblica a stare attenti a quello che scrivono. Mi sembra un film già visto.
Nel 1994 allorché arrivammo ai piani alti della politica, tutto il sistema si coalizzò per criminalizzare i magistrati, piuttosto che farsi un serio esame di coscienza su che cosa era accaduto nei rapporti tra politica e affari.
A distanza di tredici anni, la questione si ripropone tale e quale ad allora. Ed ancora una volta sembra che la colpa sia dei magistrati che tentano di fare il proprio dovere e non della politica che cerca di approfittare del proprio ruolo.
Ora come allora, però ho l’impressione che ci sia un chiaro scollamento tra il Paese legale, quello delle Istituzioni altisonanti, ed il Paese reale, quello del popolo che vuole vera giustizia, uguale per tutti.

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22 Luglio 2007

L'Italia dei Valori favorevole alla richiesta della Forleo

Clementina_Forleo.jpg
foto da corriere.it

L’Italia dei Valori voterà in Parlamento a favore dell’autorizzazione all’utilizzo delle intercettazioni telefoniche trasmesse dal Gip del Tribunale di Milano Clementina Forleo. Se la magistratura ritiene che le intercettazioni telefoniche possano essere utili alle indagini, queste devono essere messe nella disponibilità della magistratura.
Mi auguro che gli stessi parlamentari coinvolti, che i loro partiti di appartenenza, Ds e Forza Italia, non si oppongano alla richiesta della Forleo. Un tale atteggiamento sarebbe valutato dai cittadini come una ammissione di colpevolezza. I parlamentari sono cittadini più uguali degli altri, nel senso che, per la loro responsabilità pubblica, devono rendere conto in totale trasparenza dei loro comportamenti. Non è tollerabile una giustizia che vale per i cittadini, ma non per i deputati e i senatori, che ne sono gli “ipotetici” rappresentanti. Ipotetici perchè non sono stati eletti con la preferenza diretta grazie alla legge elettorale “porcata”.
Sui casi Bnl/Unipol/Rcs/Antonveneta è ormai evidente che nell’estate del 2005, al di là di effettive responsabilità dei parlamentari chiamati in causa, ci sia stato un disegno bipartisan per spartirsi una fetta dell’economia e dell’informazione italiana, sfuggendo a ogni regola di mercato. E’ di questo che si deve parlare e va ricordato che nulla sarebbe emerso senza le intercettazioni telefoniche che ora buona parte del Parlamento vorrebbe eliminare.

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19 Luglio 2007

Borsellino, 15 anni dopo

Borsellino_92_07.jpg

Oggi ricorre il quindicesimo anniversario della morte di Paolo Borsellino. Voglio ricordarlo con una lettera di suo fratello Salvatore.

19 Luglio 1992 : Una strage di Stato.

"Per anni, dopo l’estate del 1992 sono stato in tante scuole d’Italia a parlare del sogno di Paolo e Giovanni, a parlare di speranza, di volontà di lottare, di quell’alba che vedevo vicina grazie alla rinascita della coscienza civile dopo il loro sacrificio, dopo la lunga notte di stragi senza colpevoli e della interminabile serie di assassini di magistrati, poliziotti e giornalisti indegna di un paese cosiddetto civile.
Poi quell’alba si è rivelata solo un miraggio, la coscienza civile che purtroppo in Italia deve sempre essere svegliata da tragedie come quella di Capaci o di Via D’Amelio, si è di nuovo assopita sotto il peso dell’ indifferenza e quella che sembrava essere la volontà di riscatto dello Stato nella lotta alla mafia si è di nuovo spenta, sepolta dalla volontà di normalizzazione e compromesso e contro i giudici, almeno contro quelli onesti e ancora vivi, è iniziata un altro tipo di lotta, non più con il tritolo ma con armi più subdole, come la delegittimazione della stessa funzione del magistrato, e di quelli morti si è cercato da ogni parte di appropriarsene mistificandone il messaggio.
Per anni allora ho sentito crescere in me, giorno per giorno, sentimenti di disillusione, di rabbia e a poco a poco la speranza veniva sostituita dalla sfiducia nello Stato, nelle Istituzioni che non avevano saputo raccogliere il frutto del sacrificio di quegli uomini, e allora ho smesso di parlare ai giovani convinto che non era mio diritto comunicare loro questi sentimenti, soprattutto che non era mio diritto di farlo come fratello di Paolo che, sino all’ultimo momento della sua vita, aveva sempre tenuto accesa dentro di sé, e in quelli che gli stavano vicino, la speranza, anzi la certezza, di un domani diverso per la sua Sicilia e per il suo Paese.
Per anni allora non sono neanche più tornato in Sicilia, rifiutandomi di vedere, almeno con gli occhi, l’abisso in cui questa terra era ancora sprofondata, di vedere, almeno con gli occhi, come tutto quello contro cui Paolo aveva lottato, la corruzione, il clientelismo, la contiguità fossero di nuovo imperanti, come nella politica, nel governo della cosa pubblica, fossero riemersi tutti i vecchi personaggi più ambigui, spesso dallo stesso Paolo inquisiti quando ancora in vita, e nuovi personaggi ancora peggiori dato che ormai oggi essere inquisiti sembra conferire un’aureola di persecuzione e quasi costituire un titolo di merito.
Da questa mia apatia, da questo rinchiudermi in una torre d’avorio limitandomi a giudicare ma senza più volere agire, sono stato di recente scosso da un incontro illuminante con Gioacchino Basile, un uomo che ha pagato sempre di persona le sue scelte, che, all’interno dei Cantieri Navali di Palermo e della Fincantrieri, ha sempre condotto, praticamente da solo e avendo contro lo stesso sindacato, quella lotta contro la mafia che sarebbe stata compito degli organismi dello Stato, Stato che invece, secondo le sue circostanziate denunce, intesseva accordi con la mafia trasformando le Partecipazioni Statali in un organismo di partecipazione al finanziamento e al potere della mafia in Sicilia.
I fatti riferiti in queste denunce, di cui Paolo Borsellino si era occupato nei giorni immediatamente precedenti il suo assassinio, sono state oggetto di una “Relazione sull’infiltrazione mafiosa nei Cantieri Navali di Palermo” da parte della Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia (relatore on. Mantovano) ma come purtroppo troppo spesso succede in Italia con gli atti delle commissioni parlamentari, non hanno poi avuto sviluppi sul piano parlamentare mentre su quello giudiziario, come sempre succede quando si passa dalle indagini sulla mafia a quello sui livelli “superiori”, hanno subito la consueta sorte dell’archiviazione.
Gioacchino Basile è convinto che l’interesse personale che Paolo gli aveva assicurato nell’approfondimento di questo filone di indagine e l’averne riferito in uno dei suoi incontri a Roma nei giorni immediatamente precedenti la sua morte, sia il motivo principale della “necessità” di eliminarlo con una rapidità definita “anomala” dalla stessa Procura di Caltanissetta e che la sparizione di questo dossier dalla borsa di Paolo sia stata contestuale alla sottrazione dell’agenda rossa.
Per parte mia io credo che questo possa essere stato soltanto uno dei motivi, all’interno del più ampio filone “mafia-appalti” che lo stesso Paolo aveva fatto intuire fosse il motivo principale dell’eliminazione di Giovanni Falcone insieme alla sua ormai certa nomina a Procuratore Nazionale Antimafia.
Il motivo principale credo invece sia stato quell’accordo di non belligeranza tra lo Stato e il potere mafioso che deve essergli stato prospettato nello studio di un ministro negli incontri di Paolo a Roma nei giorni immediatamente precedenti la strage, accordo al quale Paolo deve di sicuro essersi sdegnosamente opposto.
Su questi incontri, che Paolo deve sicuramente aver annotato nella sua agenda scomparsa, pesa un silenzio inquietante e l’epidemia di amnesie che ha colpito dopo la morte di Paolo tutti i presunti partecipanti lo ha fatto diventare l’ultimo, inquietante, segreto di Stato, come inquietanti sono i segreti di Stato e gli “omissis” che riempiono le inchieste su tutte le altre stragi di Stato in Italia.
Ma il vero segreto di Stato, anche se segreto credo non sia più per nessuno, è lo scellerato accordo di mutuo soccorso stabilito negli anni tra lo Stato e la mafia.
A partire da quando i voti assicurati dalla mafia in Sicilia consentivano alla Democrazia Cristiana di governare nel resto dell’Italia anche se questo aveva come conseguenza l’abbandono della Sicilia, così come di tutto il Sud al potere mafioso, la rinuncia al controllo del territorio, l’accettazione della coesistenza, insieme alle tasse dello Stato, delle tasse imposte dalla mafia, il pizzo e il taglieggiamento.
E, conseguenza ancora più grave, la rinunzia, da parte dei giovani del sud, alla speranza di un lavoro se non ottenuto, da pochi, a prezzo di favori e clientelismo e negato, a molti, per il mancato sviluppo dell’ industrializzazione rispetto al resto del paese.
A seguire con il “papello” contrattato da Riina con lo Stato con la minaccia di portare la guerra anche nel resto del paese (vedi via dei Georgofili e via Palestro), contrattazione che è stata a mio avviso la causa principale della necessità di eliminare Paolo Borsellino, e di eliminarlo in fretta.
A seguire, infine, con l’individuazione di nuovi referenti politici dopo che le vicende di tangentopoli aveva fatto piazza pulita di buona parte della precedente classe politica e dei referenti “storici”.
Accordi questi che costituiscono la causa del degrado civile di oggi dove si consente che indagati per associazione mafiosa governino la Sicilia e dove, a livello nazionale, cresce, almeno nei sondaggi, il consenso popolare verso chi ha probabilmente adoperato capitali di provenienza mafiosa per creare il proprio impero industriale con annesso partito politico.
Come possono allora chiamarsi “deviati” e non consoni all’essenza stesso di questo Stato quei “Servizi” che, per “silenzio-assenso” del capo del Governo o su sua esplicita richiesta, hanno spiato magistrati ritenuti e definiti “nemici” nei relativi dossier e addirittura convinto altri magistati a spiare quei loro colleghi che, sempre negli stessi dossier, venivano definiti come “nemici”, “comunisti” e “braccio armato” della magistratura, con un linguaggio che non è difficile ritrovare negli articoli di certi giornali e nelle dichiarazioni di certi poltici.
Giaocchino Basile mi dice che sarebbe mio diritto “pretendere” dallo Stato di conoscere la verità sull’assassinio di Paolo, ma da “questo” Stato, dal quale ho respinto “l’indennizzo” che pretendeva di offrirmi quale fratello di Paolo, indennizzo che andrebbe semmai offerto a tutti i giovani siciliani e italiani per quello che gli è stato tolto, sono sicuro che non otterrò altro che silenzi.
Gli stessi silenzi, lo stesso “muro di gomma”, che hanno dovuto subire i figli del Generale Dalla Chiesa, i parenti dei morti in quella interminabile serie di stragi, la strage di Portella della Ginestra, la strage di Piazza Fontana, la strage di Piazza della Loggia, la strage del Treno Italicus, la strage di Ustica, la strage di Natale del rapido 904, la strage di Pizzolungo, le stragi di Via dei Georgofili e di Via Palestro, delle quali oggi si conoscono raramente gli esecutori, mai i mandanti e spesso neanche il movente, susseguitesi mentre nel nostro Sud, grazie alla latitanza delle altre istituzioni dello Stato, uno dopo l’altro venivano uccisi tutti i Magistrati e i rappresentanti delle forze dell’ordine che della lotta alla mafia avevano fatto la propria ragione di vita, in una tragica sequenza che non ha eguali in nessuno degli altri paesi del mondo cosiddetto civile.
Io mi chiedo invece, con amarezza , di quante altre stragi, di quanti altri morti avremo ancora bisogno perché da parte dello Stato ci sia finalmente quella reazione decisa e soprattutto duratura, come finora non è mai stata, che porti alla sconfitta delle criminalità mafiosa e soprattutto dei poteri, sempre meno occulti, ad essa legati, perché venga finalmente rotto quel patto scellerato di non belligeranza che, come disse il giudice Di Lello il 20 Luglio del 1992, pezzi dello Stato hanno da decenni stretto con la mafia e che ha permesso e continua a permettere non solo la passata decennale latitanza di boss famosi come Riina e Provenzano ma la latitanza e l’impunità di decine di “capi mandamento” che sono i veri padroni sia di Palermo che delle altre città della Sicilia.
Da parte mia sono certo che non riuscirò a conoscere la verità in quel poco che mi resta da vivere dato che, a 65 anni, sono solo un sopravvissuto in una famiglia in cui mio padre, il fratello di mio padre, mio fratello, sono tutti morti a 52 anni, i primi per cause naturali, l’ultimo perché era diventato un corpo estraneo allo Stato le cui Istituzioni egli invece profondamente rispettava (sempre le Istituzioni, non sempre invece quelli che le rappresentavano).
Spero soltanto che, in questo anniversario, mi siano risparmiate la vista e le parole dei tanti ipocriti che oggi piangono su Paolo e Giovanni quando, se fossero ancora in vita, li osteggerebbero accusandoli, nella migiore della ipotesi , di essere dei “professionisti dell’antimafia” o li farebbero addirittura spiare da squallidi personaggi come Pio Pompa come “nemici” o come “braccio armato della magistratura” .
Chiedo solo, in questa occasione, di avere delle risposte ad almeno alcune delle tante domande, dei tanti dubbi che non mi lasciano pace.
Chiedo al Proc. Pietro Giammanco, allontanato da Palermo dopo l’assassinio di Paolo, ma promosso ad un incarico più alto piuttosto che rimosso come avrebbe meritato, perché non abbia disposto la bonifica e la zona di rimozione per Via D’Amelio.
Eppure nella stessa via, al n.68 era stato da poco scoperto un covo dei Madonia e, a parte il pericolo oggettivo per l’incolumità di Paolo Borsellino, le segnalazioni di pericolo reale che pervenivano i quei giorni erano tali da da far confidare da Paolo a Pippo Tricoli lo stesso 19 Luglio: “è arrivato in città il carico di tritolo per me”.
A meno che, come affermato dal Sen. Mancino in un suo intervento del 20 Luglio alla camera, anche lui credesse che “Borsellino non era un frequentatore abituale della casa della madre” : infatti vi si recava appena almeno tre volte alla settimana!
La stessa domanda inoltro all’allora prefetto di Palermo Mario Jovine anche se la risposta ritiene di averla già data con l’affermazione fatta in quei giorni: “Nessuno segnalò la pericolosità di Via D’Amelio” .
Affermazione palesemente risibile : in quei giorni si erano susseguite le segnalazioni di possibili attentati a Paolo Borsellino e bastava interrogare gli stessi agenti della scorta, cinque dei quali morti insieme a lui, per sapere quali erano i punti più a rischio.
Chiedo alla Procura di Caltanissetta, e in particolare al gip Giovanbattista Tona, il motivo dell’archiviazione delle indagini relative alla pista del Castello Utveggio: eppure proprio da questo luogo partirono, subito dopo l’attentato, delle telefonate dal cellulare clonato di Borsellino a quello del dott.Contrada, oggi finalmente condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione per collusione e favoreggiamento.
Chiedo alla stessa Procura di Caltanissetta, e sempre allo stesso gip Giovanbattista Tona, i motivi dell’archiviazione dell’inchiesta relativa ai mandanti occulti delle stragi.
Per un’altra archivazione, quella relativa alle vicissitudini del fascicolo Fincantieri ho già inoltrato richiesta di chiarimenti in via ufficiale.
Chiedo alla Procura di Caltanissetta di non archiviare, se non lo ha già fatto, le indagini relative alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo e di chiarire il coinvolgimento dei tutte le persone, dei servizi e non, in essa coinvolte.
Chiedo soprattutto al sen. Nicola Mancino, del quale ricordo, negli anni immediatamente successivi al 1992, una sua lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo, lacrima che mi fece indignare al punto da alzarmi ed abbandonare la sala, di sforzare la memoria per raccontarci di che cosa si parlò nell’incontro con Paolo nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte.
O spiegarci perché, dopo avere telefonato a Paolo per incontrarlo mentre stava interrogando Gaspare Mutolo, a sole 48 ore dalla strage, gli fece invece incontrare il capo della Poliza dott. Parisi e il dott. Contrada, incontro dal quale Paolo uscì sconvolto tanto, come raccontò lo stesso Mutolo, da tenere in mano due sigarette accese contemporaneamente. Altrimenti, grazie alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo, non saremo mai in grado di saperlo.
E in quel colloquio si trova sicuramente la chiave dalla sua morte e della strage di Via D’Amelio."
Salvatore Borsellino

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6 Luglio 2007

Il Sismi sotto accusa

pollari.jpg

Pubblico l'intervista che ho rilasciato a La Stampa sul tema dello spionaggio dei magistrati ad opera dei Servizi Segreti.

LaStampa: Ministro, facciamo un passo indietro. Racconti di quando gli 007 ce l’avevano con lei.
ADP: «Eh, senza voler fare di tutta un’erba un fascio, e facendo sempre salve le istituzioni, è vero che nei servizi segreti ci sono certi mezzi, si usano determinati metodi, e c’è un tale alone di irresponsabilità, che sembra un telefilm. E c’è il pericolo, se non c’è maturità professionale, data la sete di potere di qualcuno, anzi chiamiamola ubriacatura, insomma c’è il pericolo che si vada fuori dai compiti istituzionali».

LaStampa: Spiando i magistrati…
ADP: «Appunto. Io personalmente ho vissuto da questo punto di vista, da parte di alcuni ufficiali del Gico della Guardia di Finanza, un’attenzione smodata. Ipotesi assolutamente fantasiose. Pioggia di dossier. Lettere anonime. Ho dovuto subire non pochi torti. E mi sono riuscito a difendere perché venivo da quella esperienza che sapete. Ma m’immagino i poveri cristi… C’è da restare stritolati per come ti vestono un abito addosso. I servizi segreti sono un arma fondamentale, ma pericolosissima. Un po’ come i bisturi: indispensabile per il chirurgo, ma se vuole ammazzare la moglie è micidiale»

LaStampa: Come Pool eravate nel mirino del Sisde, giusto?
ADP: «A quel tempo, con i miei colleghi, abbiamo subito di tutto e di più. Si scoprì che alcuni soggetti rispondevano a singoli esponenti istituzionali. Nel mio caso, poi, Bettino Craxi, per giustificare la conoscenza e l’uso illegittimo del mio traffico telefonico, disse che quei dati li aveva ricevuti da un capo della polizia, dal prefetto Vincenzo Parisi, che nel frattempo è morto anche lui».

LaStampa: Insomma a lei, pm di punta che indagava su Tangentopoli, la spiavano tutti: Finanza, polizia, Sisde, Sismi. Manca qualcuno?
ADP: «Craxi, con quella sua spavalderia, lo ammise apertamente».

LaStampa: Passando all’oggi, che ne pensa di questo Sismi che spiava di nuovo i magistrati? Ci vede l’iniziativa di qualche singolo sconsiderato oppure una direttiva che veniva dall’alto?
ADP:«Non v’è dubbio che questo “servizio” fatto da pezzi del Servizio, scusate il gioco di parole, è stato fatto su richiesta di qualcuno che poteva richiederlo. Lo ripeto, nel mio caso la richiesta venne addirittura da Craxi. Però resta il fatto che si tratta di richieste illegittime. Ma tanto, si sa, quando ci sono in gioco le progressioni di carriera, o addirittura le riconferme in certe stanze, e queste scelte dipendono da chi ha il potere in mano, allora s’incontrano le ambizioni smodate e scatta la compravendita di favori».

LaStampa: Perdoni, Di Pietro, allora anche lei pensa che c’entrano i vertici di allora. Il famoso Nicolò Pollari. Ma lei non l’aveva difeso, l’ex direttore del Sismi?
ADP: «Io difendo le istituzioni. Con Nicolò Pollari, così come con Roberto Speciale, io dico che non ci si può essere questa dicotomia. Da una parte si dice che hanno commesso atti gravissimi, e intanto gli si concede posizioni di grande privilegio. Questa tattica ha il fiato corto. Ci vuole coerenza. Sul conto di Pollari, comunque, io ho votato contro, in Consiglio dei ministri, quando il governo ha opposto il segreto di Stato all’indagine su Abu Omar. No. I magistrati vanno aiutati a indagare, non ostacolati! E non mi va bene che siano stati criminalizzati di fronte alla Corte costituzionale».

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4 Luglio 2007

No all'inciucio sulla Giustizia

Lettera_giustizia.jpg
foto da Lastampa.it

Pubblico la lettera che ho inviato, questa mattina, al presidente del Consiglio Romano Prodi e ai ministri Chiti e Mastella.

"Il testo del provvedimento di riforma dell’ordinamento giudiziario approvato dalla Commissione giustizia del Senato presenta vistosi elementi di forte perplessità che, alterando sensibilmente l’assetto delle questioni come deliberate dal Consiglio dei Ministri, ne minano pericolosamente la stessa legittimità.
Delle molteplici modifiche apportate in Commissione rispetto al testo approvato dal Consiglio dei Ministri, infatti, voglio segnalarne alcune in particolare che introducono palesi violazioni ai canoni costituzionali di indipendenza della magistratura.
La rilevanza delle questioni impone che, a fronte della valutazione positiva in merito alla compatibilità del provvedimento in oggetto con la Costituzione già in sede di votazione parlamentare sulle questioni pregiudiziali, in occasione dell’esame del provvedimento medesimo presso l’Aula del Senato, dal Governo giunga la puntuale rassicurazione, della presentazione di emendamenti governativi correttivi delle distorsioni segnalate, in grado di fornire le dovute chiarificazioni sull’effettivo orientamento del governo e della maggioranza sui problemi più spinosi che si prospettano nel senso coerente con l’orientamento già assunto dal Consiglio dei Ministri nella sua collegialità.
Nel merito, le questioni in esame sono tre.
La prima attiene alla introduzione di nuovi e inopinati vincoli al passaggio di funzioni (da requirenti a giudicanti e viceversa) per i magistrati ben oltre quanto definito in Consiglio dei Ministri, così in realtà dissimulando l’intenzione di introdurre il perno della inaccettabile separazione delle carriere.
A conferma dell’irrigidimento in questo modo inserito si segnala la nuova previsione che vincola anche il numero di volte nelle quali nell’arco dell’intera carriera è consentito il passaggio di funzioni, espressione anche questa volta solo di una volontà di accentuazione della divisione che prelude alla separazione.
È altrettanto non accettabile che l’organizzazione degli uffici di procura sia sottratto alla valutazione preventiva ed oggettiva che è assicurata dall’apposito programma, che consente anche agli organi di autogoverno la possibilità di consapevole ed approfondito esame di eventuali problematicità emergenti.
Del pari del tutto inaccettabile è la previsione che consente agli avvocati componenti del Consiglio giudiziario di esprimersi anche sulle questioni afferenti alla progressione in carriera dei magistrati. Sono fin troppo evidenti, in questo caso, i rischi di conflitti di interessi che la questione può comportare, senza una necessità funzionale di sorta. Senza contare il conseguente rischio di paralisi successiva dell’attività giudiziaria, di fronte alla evidente necessità di astensione di un magistrato già valutato (positivamente o negativamente) da un avvocato poi costituito nei successivi giudizi a lui rimessi, ovvero semplicemente a fronte della futura valutazione che proprio da quell’avvocato sarà condotta.
Per questi motivi, non dubitando certo della opportunità della composizione dei consigli giudiziari arricchiti con tali partecipazioni, è necessario che il ruolo dei rappresentanti del mondo forense sia limitato alle altre questioni di competenza dei consigli giudiziari, relative alla funzionalità degli uffici giudiziari del territorio, senza intromissioni nel campo della valutazione circa la progressione in carriera del magistrato.
Le ragioni esposte impongono, come detto, un immediato e forte impegno del governo che sia in grado di offrire rassicurazioni nell’unico senso descritto, a garanzia della inviolabilità di valori civili fondamentali e insopprimibili precetti di matrice costituzionale.
Sono convinto che, su questa base, condividete le mie preoccupazioni e troveremo l’adeguata soluzione che la delicata questione impone."
Antonio Di Pietro

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12 Giugno 2007

La credibilità dell’esecutivo

governo_prodi_06.jpg

Riporto un'intervista rilasciata al Corriere della Sera e pubblicata oggi a pagina 9:

ROMA – Adesso può dire che l’aveva detto. Perché sin dall’inizio Antonio Di Pietro ha contestato l’operato del governo sul «caso Visco», arrivando a presentare al Senato una mozione per il ritiro della delega sulla Guardia di Finanza al viceministro dell’Economia. E costringendo così l’esecutivo a doverlo assecondare per non rischiare di essere battuto a Palazzo Madama.

CdS: La Corte dei conti le dà ragione?
ADP: «La fretta è cattiva consigliera e quindi evidentemente ha causato anche errori procedurali. Ma non è il problema principale, perché questo tipo di sbagli si superano facilmente».

CdS: E il resto?
ADP: «Appunto, quello è più difficile da superare».

CdS: Che cosa non l’ha soddisfatta?
ADP: «Resta l’incongruenza tra le ragioni della sostituzione e la nomina a magistrato della Corte dei Conti sulla quale, con molta schiettezza e onestà intellettuale di cui bisogna dargli atto, ha avuto modo di esprimersi lo stesso ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa».

CdS: Non bisognava proporre il nuovo incarico al generale Speciale?
ADP: «Assolutamente no! Non si può revocare un ruolo ad una persona – sia essa un alto ufficiale o un impiegato – qualificandola come indegna e poi chiederle di andare alla Corte dei Conti».

CdS: E allora qual era la soluzione?
ADP: «Bisognava aprire una normale procedura di avvicendamento con tempi tecnici da rispettare e con il consenso dell’interessato. Oppure bisognava qualificarlo per come è stato qualificato, ma allora andava deferito di fronte alla Corte dei Conti, non designato a farne parte».

CdS: Lei resta dunque negativo su tutto?
ADP: «Certamente, ma non perché adesso ci siano anche dei rilievi formali di cui tenere conto. Questo, lo ripeto, non è il punto critico. In gioco c’è la credibilità del governo, che deve essere assolutamente ricostruita».

CdS: Come?
ADP: «Mi auguro che prima o poi, a mente fredda, ci possa essere una valutazione pacata di quanto è accaduto. La questione è chiara: o si restituisce l’onore al generale Speciale o si motiva la sua destituzione in modo concreto, con accuse precise che vanno al di là delle considerazioni politiche. E ricordandosi sempre che quando si fanno le cose in fretta, questi sono i risultati che si ottengono».

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10 Giugno 2007

Via gli intoccabili!

Franca_Rame.jpg

Pubblico una lettera aperta di Franca Rame a Romano Prodi sui funzionari pubblici condannati.

“Gentile Presidente del Consiglio Romano Prodi,
noi cittadini le chiediamo di porre rimedio a un’infamia che mina l’efficienza e l’onestà della Pubblica Amministrazione. Chiediamo di affermare il patto di correttezza tra lavoratori e aziende anche all’interno della Pubblica Amministrazione. Chiediamo che tutti i funzionari pubblici condannati vengano automaticamente licenziati senza possibilità di scappatoie. Esiste un progetto di legge in bozza, avanzato all’interno della maggioranza, che determinerebbe il licenziamento soltanto per i dipendenti pubblici condannati a più di due anni per corruzione, violenza sessuale, pedofilia. In questo modo il 98% dei condannati resterebbe nella Pubblica Amministrazione! Si tratta di una proposta intollerabile e insultante per i cittadini e per i funzionari pubblici onesti!
Un funzionario pubblico rappresenta lo Stato. Quindi deve essere una persona integerrima. Oggi individui come l’ex ministro De Lorenzo sono ancora sul libro paga delle istituzioni. Addirittura restano al loro posto insegnati condannati per pedofilia!
Il Parlamento sta per prendere in esame la nuova legge sul licenziamento dei funzionari pubblici condannati.
Se vogliamo rifondare il rapporto tra cittadini e istituzioni è indispensabile partire da qui.

Chiediamo che la Pubblica Amministrazione pretenda un risarcimento per il danno di immagine che reati del genere comportano.

Chiediamo inoltre che insieme a questa legge sul licenziamento dei dipendenti pubblici corrotti sia approvata anche la proposta di legge la me presentata sul codice di procedura sui giudizi innanzi alla Corte dei conti, che annulla il condono emanato dal Governo Berlusconi, condono che permette ai funzionari pubblici condannati di evitare il pieno risarcimento dei danni arrecati.

Chiediamo infine che sia revocato il trasferimento di Luigi Magistro, creatore del sistema di controllo informatico contro le truffe fiscali dell’Audit: è mai possibile che una volta che c’è un funzionario che combatte con successo la corruzione lo si debba punire?

Nella certezza che Lei vorrà impegnarsi in questa “operazione di pulizia e giustizia” dando un segno forte e chiaro al Paese, La salutiamo cordialmente.”
Franca Rame.

Per sottoscrivere l’appello: www.francarame.it

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8 Giugno 2007

La legge è uguale per tutti

legge.jpg

Riporto una mia intervista rilasciata a La Repubblica sull'attacco mediatico al Gip di Milano Clementina Forleo:

Repubblica: Mastella contesta la Forleo. Va oltre i suoi poteri?
ADP: «Fino a quando il centrosinistra insisterà nel prendersela coi magistrati ogni volta che svolgono indagini sui parlamentari si comporterà come la fotocopia del centrodestra nella politica della giustizia. Un Paese credibile è quello in cui chi sta in Parlamento non commette reati, non quello dove non si può indagare per sapere se un deputato o un senatore li ha commessi. L’autorizzazione a procedere ha fatto il suo tempo e ha degenerato dalle sue funzioni originarie. Da istituto di immunità è divenuta strumento di impurità per soggetti che approfittano del loro stato per diventare legibus soluti».

Repubblica: Allora Mastella sbaglia?
ADP: «Stavolta non cado nel trabocchetto della diatriba Di Pietro-Mastella. Lui è solo l’interprete e il braccio operativo di una volontà che lo sovrasta, condivisa da centrodestra e centrosinistra per fare quadrato contro l’azione legittima della magistratura che vuole indagare a 360 gradi. La Costituzione tutela i parlamentari, ma dice pure che tutti sono uguali davanti alla legge. Invece l’abuso e l’uso distorto dell’autorizzazione crea due giustizie, una dura coi poveri cristi e una nuda verso chi detiene il potere. Di tutto questo l’Italia dei Valori non ne può più».

Repubblica: Se attacca Mastella deve prendersela pure con Marini e Bertinotti che hanno scritto una lettera identica alla sua.
ADP: «Ciò conferma la mia tesi, ma Mastella esegue un mandato parlamentare e istituzionale per bloccare ogni indagine sui colleghi. E’ un clamoroso errore perché mai come in questo caso il lavoro dei magistrati aiuta le persone coinvolte».

Repubblica: Si riferisce ai DS?
ADP: «E’ evidente che quelle intercettazioni non sono penalmente rilevanti, perché se lo fossero state sarebbero già state prese in esame nei provvedimenti cautelari emessi a suo tempo. Ma impedirne l’uso equivale ad assicurare non solo l’immunità dei parlamentari, ma anche l’impunità per tutti quelli per i quali le intercettazioni potrebbero costituire una prova».

Repubblica: Mastella trova «inaccettabile» che la Forleo dica «Io applico la legge e la politica non è affar mio». Chi ha ragione?
ADP: «Il comportamento della Forleo rispecchia letteralmente il dettato costituzionale perché al giudice non deve interessare la politica, deve sottostare solo alla legge. Che è chiara: le intercettazioni con valenza processuale devono obbligatoriamente essere messe a disposizione delle parti perché possano valutare e chiedere integrazioni. Impedirlo significa bloccare le prove per accusa e difesa e quindi lo stesso esercizio dell’azione penale. Dirlo è solo riaffermare non un diritto ma una responsabilità».

Repubblica: E allora perché Bertinotti sostiene che serve «prima» il parere della Camera?
ADP: «C’è un evidente equivoco di fondo, che mi auguro non sia voluto. Non v’è dubbio che la giunta sia sovrana, ma solo per i parlamentari e non anche per i terzi. Altrimenti si verificherebbe un abuso di potere».

Repubblica: Torniamo allo scontro di Mani pulite del ’93?
ADP: «Siamo alla fotocopia di quello che avvenne allora quando i magistrati entrarono nel sancta sanctorum del Parlamento per reati gravissimi e chi stava dentro si arroccò dietro autorizzazione. Ne nacque una sollevazione popolare che portò a rivedere l’istituto, ma da allora, con interpretazioni estensive, deputati e senatori si stanno riappropriando dell’impunità come luogo dell’impunità».

Repubblica: Lei batte sull’autorizzazione, ma dove mette la reazione di D’Alema e Fassino che parlano di « spazzatura» buttata in giro ad arte?
ADP: «Il sistema di dossieraggio c’è oggi come ieri e più di ieri. Io che lo ho vissuto sulla mia pelle lo confermo. Ma la magistratura non c’entra perché, proprio grazie ai giudici, sono saltate le trappole.Solo loro possono fermare lo sciacallaggio trasversale messo in atto da un mix di personaggi che si avvalgono anche delle loro funzioni istituzionali per delegittimare l’avversario. Ma l’unica difesa passa per l’appoggio alla magistratura. Anche il killeraggio contro D’Alema, al quale va tutta la mia solidarietà, può essere smascherato in fretta dai giudici e trasformato in un boomerang per chi lo ha prodotto».

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17 Maggio 2007

Luigi Calabresi, 35 anni dopo

Luigi_Calabresi.jpg

Pubblico la lettera di Luigi Li Gotti, Sottosegretario alla Giustizia per Italia dei Valori, per il trentacinquesimo anniversario della morte del commissario Luigi Calabresi.

"Alle 9.15 del 17 maggio 1972 in via Cherubini a Milano veniva ucciso il commissario di Polizia Luigi Calabresi. L'assassino lo colpiva esplodendo due colpi di pistola alla nuca e alla schiena mentre il giovane commissario era intento ad aprire la portiera della sua Fiat 500.
Per quel delitto sono stati definitivamente condannati Ovidio Bompressi (esecutore materiale), Leonardo Marino (alla guida dell'autovettura utilizzata per la fuga), Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani (mandanti del delitto).
Questo omicidio è stato una delle pagine più turpi del terrorismo politico in Italia. Luigi Calabresi venne per anni minacciato di morte, ma continuò a svolgere il suo lavoro al servizio dello Stato, della Legge e dei cittadini. Le vergognose menzogne scritte contro di lui hanno una ben individuata paternità, non disconosciuta.
E' stato infatti Adriano Sofri l'autore di scritti vergognosi e macabri.
Il giovane commissario venne strumentalmente accusato di essere il responsabile della morte di Giuseppe Pinelli. La magistratura accertò che quando Pinelli precipitò dalla stanza al quarto piano della Questura di Milano, Calabresi non era neppure presente. Ciò nonostante il giornale Lotta Continua, diretto da Adriano Sofri, scrisse che poco importava l'assenza di Calabresi in quella stanza e che il commissario era comunque responsabile, tanto da essere stata decretata la sua morte.
La campagna di odio non è cessata con la morte di Luigi Calabresi perchè, per anni e anni, il suo nome e il suo ricordo sono stati offuscati da numerosi cosiddetti intellettuali e politici.
Oggi lo Stato e le istituzioni recuperano la memoria e, dopo 35 anni, Milano solennemente ricorda il suo sacrificio.
L'Italia dei Valori si inchina, nel ricordo di un uomo onesto, leale Servitore fedele dello Stato.
Luigi Calabresi appartiene alla Storia del nostro Paese e costituisce una figura esemplare di grande italiano.
Così intendiamo ricordarlo e onorarlo."
Luigi Li Gotti

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15 Maggio 2007

La legge sull'immigrazione

bus.jpg

Oggi è stato dirottato un pullman di linea vicino a Novara. Un agente è stato ferito, il pullman è stato incendiato. Gli autori sono tre extracomunitari. Si tratta dell’ennesimo episodio riconducibile di una immigrazione non governata e che danneggia per primi gli immigrati regolari. Uno straniero che delinque o che entra irregolarmente in Italia deve essere immediatamente rimpatriato.
La pena deve scontarla al suo Paese.
Le leggi fin qui prodotte hanno generato insicurezza nei cittadini, e così sarà fino a quando non verrà applicato il principio che chi entra in Italia ne deve osservare le leggi senza se e senza ma. Il buonismo e l’attendismo di alcuni partiti sia al Governo che all’opposizione stanno generando nell’opinione pubblica un rifiuto dello straniero. Le regole vanno cambiate prima che l’intolleranza e il razzismo dilaghino. Ogni giorno le notizie riguardanti reati compiuti da stranieri irregolari sono sulle prime pagine dei quotidiani insieme a nuovi sbarchi.
E’ evidente che non si può continuare a lungo così.
La legge va cambiata, coloro che vengono fermati in quanto clandestini non possono più essere rilasciati con un foglio di via.
Vanno immediatamente espulsi e rimpatriati. Né più, né meno di quello che avviene nella maggior parte dei Paesi occidentali.
Non ha senso inviare truppe in Afghanistan se non siamo in grado di garantire prima i confini nazionali.

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11 Maggio 2007

No ai colpi di spugna per i bancarottieri

bancarottiere.jpg

Oggi il Consiglio dei Ministri, anche su mia richiesta, ha evitato di esaminare il disegno di legge delega per la riforma delle disposizioni penali in materia di procedure concorsuali.
Si tratta di un disegno che trova la mia ferma contrarietà nella parte in cui è prevista una diminuzione delle pene massime per alcuni reati come la bancarotta fraudolenta.
Sarebbe gravissimo diminuire le pene perché comporterebbe l’automatico accorciamento dei termini di prescrizione. Con l’effetto che processi come quelli relativi agli scandali Cirio e Parmalat avrebbero la quasi certezza di non essere celebrati.
È un risultato che non possiamo permetterci. L'Italia dei Valori vuole restituire ai cittadini una giustizia giusta, efficiente e credibile e io non voterò mai sconti di pena per bancarottieri che hanno rovinato migliaia di famiglie.
Per questi motivi ho chiesto formalmente la soppressione della parte del disegno di legge delega che prevede pene massime inferiori a quelle attualmente vigenti. Il tempo che abbiamo a disposizione prima che il testo venga esaminato dal Consiglio dei ministri dovrà servire a modificarlo per eliminare delle prescrizioni di fatto. Se ciò non avverrà esprimerò parere contrario alla sua approvazione.
In aggiunta, resta sempre il problema del falso in bilancio, che il precedente Governo ha depenalizzato. Anche in questo caso, ho avanzato formale richiesta agli uffici legislativi di Palazzo Chigi, affinché il ddl delega sia integrato con il ripristino delle norme che punivano il falso in bilancio come delitto, perseguibile d’ufficio e con una previsione di misure sanzionatorie e termini di prescrizione adeguati.

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3 Maggio 2007

La legge sulle intercettazioni

ddl_intercettazioni.jpg

Rispondo alle molte mail che mi sono pervenute sull’approvazione del ddl Mastella relativo alle intercettazioni telefoniche. Abbiamo ritenuto necessario fare questo provvedimento per regolarizzare l’uso, e anche l’abuso che spesso si fa, delle intercettazioni. Il nostro voto favorevole del provvedimento è stato per senso di responsabilità poiché è del tutto evidente che c’è una necessità di tutelare chiunque resti coinvolto in intercettazioni ma totalmente estraneo all’inchiesta. Così come ci siamo posti il problema di salvaguardare lo strumento delle intercettazioni quale metodo necessario e insostituibile d’indagine. Riteniamo che il provvedimento sia sostanzialmente buono nell’impianto generale e che, in specifiche parti, ci siano margini di miglioramento. Ci auguriamo che al Senato si possano apportare ancora delle modifiche ed arrivare ad un maggiore equilibrio tra tutela del diritto all’informazione e tutela della Privacy.
L'Italia dei Valori si è battuta soprattutto per evitare che il provvedimento si muovesse in una direzione di eccessiva penalizzazione, sotto il profilo penale per i giornalisti, opponendosi alla reclusione fino a 3 anni come chiesto, con un emendamento, da AN e FI. Un’altra battaglia che il partito ha portato avanti è sulle intercettazioni cosiddette “illecite” le quali non saranno distrutte se costituiscono corpo di reato; se ritenute utili alle indagini, confluiranno in un archivio riservato al quale potrà accedere il titolare dell’inchiesta. Ed infine, sempre sotto l’aspetto deontologico riguardante la stampa, abbiamo inteso tutelare le persone che vivono una oggettiva condizione di inferiorità fisica o sociale. Per tali soggetti infatti, in caso di pubblicazione di notizie che li riguardano, ma non utili ai fini dell’inchiesta, il garante può disporre che la testata ripari con una esplicita ammissione, attraverso le pagine dello stesso organo di stampa, dell’abuso gratuito e infondato del quale si è dato notizia.

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29 Aprile 2007

Il processo Sme

tribunale_di_Milano.jpg

La sentenza del processo Sme dimostra che non c'è stato accanimento giudiziario nei confronti di Berlusconi. L'esercizio dell'azione penale della procura milanese è stato legittimo e doveroso perchè il fatto è risultato vero, visto che per quello stesso episodio altre persone, in intima colleganza con l'imputato assolto, sono state condannate, seppur in via non definitiva per un rinvio dell'ultima ora della Cassazione. Mi riferisco a Cesare Previti.
Se c'è qualcuno che ha strumentalizzato le inchieste politicamente vorrei capire chi è. In questi anni la vera vittima della strumentalizzazione è stata la magistratura, e in particolare quella milanese, che ha dovuto subire una pressione politica da parte di altre istituzioni, in particolare dal Parlamento che negli anni passati ha emanato leggi ad personam a mano a mano che servivano ad alcuni dei suoi componenti.
Per quanto riguarda una valutazione di merito stiamo parlando di un fatto risultato vero perchè in appello Previti è stato condannato per aver effettuato quel reato in nome e per conto di Berlusconi. Ma va ammesso in effetti, che a sinistra, come a destra, questo caso, che era e doveva rimanere giudiziario, è stato strumentalizzato. Ma così si è fatto solo il gioco di Berlusconi che è riuscito a fare meglio ciò che fin dal primo tempo aveva in mente. E cioè buttarla in politica facendo passare la sua vicenda giudiziaria come scontro politico, mentre era solo un confronto suo personale con la giustizia.
Berlusconi, una volta indagato, aveva due strade: correre dai magistrati per far valere la sua innocenza, e il caso si sarebbe chiuso in pochi mesi. Oppure scontrarsi con loro cercando di rimandare il più possibile il momento del giudizio. Ha scelto la seconda strada.
Lasciando alla storia le carte processuali, la morale è che le istituzioni ne sono uscite sconfitte. Lo sono perchè, quando ci sono le assoluzioni, come nel caso di Berlusconi, la magistratura inquirente viene criminalizzata. E quando, invece, ci sono le condanne, come nella vicenda analoga Imi-Sir, chi è condannato, e mi riferisco ancora a Previti, non ne paga le conseguenze, visto che dovrebbe decadere da deputato, e invece, a quasi un anno dalla sentenza defintiva, è ancora parlamentare.

(*) testo da una intervista al Corriere della Sera

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19 Febbraio 2007

Caso Abu Omar: lettera al Governo

abu_omar.jpg

Oggi ho scritto una lettera al Presidente del Consiglio Prodi, al Ministro della Giustizia Mastella e al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Letta per sollecitare una discussione all'interno della maggioranza e del governo sulla questione Abu Omar. Prima che il guardasigilli riferisca al parlamento e prima di assumere decisioni rilevanti, trovo infatti necessario far chiarezza all'interno dell'esecutivo sui temi del sequestro di Abu Omar, sulle richieste a tal riguardo avanzate dalla procura di Milano e sul tema della reale collaborazione tra Governo e magistratura.
Da troppo tempo il Governo, infatti, non da' risposta alla procura di Milano sulla richiesta di estradizione per i 26 agenti Cia coinvolti nel sequestro di Abu Omar, sequestrato e in seguito torturato, come richiesto dai pm milanesi. Non voglio come parte di questo Governo che i cittadini italiani pensino che ci sia continuità tra il governo Berlusconi e quello Prodi.
Inoltre, l'opposizione del segreto di Stato, richiamato dall'esecutivo, nulla ha a che vedere con la richiesta di estradizione.
Per fare chiarezza su tutti questi temi, ho chiesto al premier, al guardasigilli e al sottosegreatrio una discussione franca e collegiale, per marcare in tema di giustizia, una vera discontinuità con l'esecutivo e la maggioranza precedenti.

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16 Febbraio 2007

Rapimento di Stato

rapimento_Abu_Omar.jpg

Il rinvio a giudizio degli investigatori italiani, in concorso con quelli americani, nel sequestro di persona di Abu Omar, è un atto che non ha, e non deve avere, alcuna valenza politica. La magistratura, in applicazione delle leggi nazionali, ma più in generale dei principi di tutela dei diritti dell’uomo, è tenuta a verificare se, nel comportamento tenuto sia da italiani che da stranieri, vi siano gli estremi di un vero e proprio sequestro di persona operato sul nostro territorio.
Un reato è un reato, e nessuno può permettersi di ignorarlo, anche in presenza di esigenze superiori dello Stato.
In particolare quando si sequestra una persona per torturarla al fine di estorcergli una confessione.
Chi confonde la giustizia con la politica, tentando di criminalizzare i magistrati e ogni cittadino che voglia far prevalere la legge, definendolo antiamericano, è in completa mala fede. La Magistratura è tenuta ad accertare la realtà dei fatti. Se qualcuno ha giustificazioni in ordine al proprio comportamento la sede processuale è la sola idonea per far valere la propria difesa. Ci sia un sereno giudizio che accerti quali sono i reati commessi e chi ne è stato l’esecutore. Si lasci lavorare la magistratura di Milano senza frapporre ostacoli di cui uno grave è, oggi, quello che non permette l’esecuzione dell’estradizione. Ogni blocco all’accertamento della verità deve essere al più presto rimosso . Il Governo deve dare una risposta immediata e concreta alla richiesta della Magistratura, se non vuole apparire come complice di una situazione del tutto anomala per uno Stato di diritto.

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24 Gennaio 2007

No ai condannati in Parlamento

bilancia_della_giustizia.jpg

L'Italia dei Valori, pur sostenendo le riforme nel settore della giustizia proposte dal ministro Mastella, chiede all'Unione di procedere al più presto all'abolizione delle leggi 'vergogna' ad personam approvate dalla Cdl nella passata legislatura e l'esame di una proposta di legge per impedire la candidatura alle elezioni di chi abbia avuto condanne penali passate in giudicato.
Si chiede l'abolizione della ex Cirielli, della Pecorella e del falso in bilancio.
I tempi della giustizia sono intollerabili, per questo l’Italia dei Valori propone un pacchetto di interventi per accorciarli e, allo stesso tempo, apportare alcuni cambiamenti necessari come la ineleggibilità dei condannati.
Ho richiesto che quest’ultimo provvedimento venga messo all’ordine del giorno e ci si possa esprimere in Parlamento con un voto esplicito.

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20 Gennaio 2007

Fondazioni politiche

costi_della_politica.jpg

Oggi ho rilasciato un'intervista alla Repubblica sulla proposta di fondazioni poltiche per finanziare i partitii avanzata da Sposetti (Ds) e Tremonti (FI).

ADP: Sono solo furbizie e furbate. Non solo noi dell'Idv voteremo contro, ma cominciamo a chiederci, quando ci viene chiesta una firma, dov'è il trucco, e se è meglio dire all'interlocutore di turno "voglio vederci chiaro, ripassa domani".
La Repubblica: La proposta Sposetti Tremonti è un modo surrettizio per finanziare la politica?
ADP: E' un'altra delle perle che si inserisce nel progetto assai poco nobile che vede trasversalmente d'accordo tutti i partiti. Dovendo ripianare le casse, si mettono insieme per fare le leggi che danno una veste giuridica ai loro comportamenti anomali.
La Repubblica: La disturba soprattutto il fatto che sia un'operazione bipartisan?
ADP: Come l'indulto, è una manovra trasversale, una brutta operazione fortunatamente scoperta, come è avvenuto per l'emendamento Fuda, che tagliava la prescrizione. Dietro c'è un'evidente morale: al di là delle litigate in tv, sui temi che riguardano la sopravvivenza del personale poltico non c'è alcuna differenza tra destra e sinistra. I partiti trovano un'intesa con la furbizia di inserire la norma all'ultimo momento in contenitori anomali, in modo che nessuno se ne accorga.
La Repubblica: Se si arriverà al voto che farete?
ADP: Voteremo contro, ma sarà ininfluente se non ci sarà una forte protesta dei cittadini.Qui si rischia una maggioranza bulgara del 70-80 per cento. Come piccolo partito sono preoccupato che un'altra volta una cosa del genere non venga scoperta.
La Repubblica: Mani Pulite non è servita a niente?
ADP: A ben vedere, è stata più un danno che un vantaggio visto che alla fine il risultato è che si è 'ingegnerizzato' il sistema per aggirare le regole sul finanziamento pubblico.
La Repubblica: In che senso?
ADP: Da quando i cittadini, con il referendum, lo hanno bocciato, si è scatenata una corsa agli interventi artificiosi. A cominciare dal nome, quello che prima si chiamava finaziamento adesso è solo un rimborso. Poi ci sono le furbizie inserite cammin facendo, visto che la seconda Repubblica dà lezioni alla prima dove i finanziamenti illeciti erano almeno penalmente perseguibili. Ora c'è l'escamotage: i partiti si fanno dare i soldi dallo Stato. Non sono più illeciti, ma restano immorali.
La Repubblica: Qual'è l'anomalia di fondo?
ADP: Due esempi: a ogni elezione è previsto un rimborso che copre l'intera legislatura, anche se s'interrompe prima. E' una furbata perchè i soldi si sommano. Il rimborso poi è calcolato in base a ogni cittadino elettore e non su chi ha votato. In più, per lo stesso partito, sono previsti soldi per ogni gruppo di eletti alle Camere, in Europa, nelle Regioni. E' una moltiplicazione dei pani e dei pesci che decuplica i costi della politica.

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18 Gennaio 2007

La targa a Bettino Craxi

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La moralità di un Paese si giudica anche da chi viene onorato con la dedica di una via o di una piazza. I molti consensi per una targa a Bettino Craxi a Milano denotano un Paese dai valori sempre più confusi e contraddittori. Craxi è morto da latitante per evitare il carcere. Nella targa cosa si dovrebbe scrivere? Bettino Craxi corruttore? Perchè questa e non altra è la verità.
Il tempo non cancella i fatti. La memoria di un Paese è importante. I cittadini onesti sarebbero umiliati da un riconoscimento a Craxi. Si afferma che la targa rappresenterebbe la fine di un’epoca dove la magistratura ha comandato sulla politica. Nulla di più falso. La magistratura ha solo applicato la legge per il cittadino Craxi che è stato riconosciuto colpevole di corruzione e finanziamento illecito ai partiti. La targa a Craxi sarebbe un ulteriore conferma del tramonto dei valori della giustizia dopo le leggi ad personam e l’indulto.

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14 Gennaio 2007

Livorno, Italia

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Una pattuglia dei Carabinieri è stata aggredita a Livorno mentre interveniva per spostare alcune auto parcheggiate in seconda fila di fronte a un bar e permettere il passaggio di un’autopompa dei vigili del fuoco. Ottanta persone che sostavano di fronte al bar hanno picchiato tre carabinieri dopo aver lanciato bulloni e biglie d’acciaio contro la loro macchina. Si tratta di vigliacchi, come ha correttamente dichiarato il comandante provinciale dell’Arma dei Carabinieri Pasquale Santoro. I Carabinieri rischiano la vita ogni giorno per proteggerci: vanno rispettati.
Livorno non può essere criminalizzata per questo episodio, in quanto è allo stesso livello di ogni altra città italiana. La mancanza di senso civico sta purtroppo entrando nel nostro tessuto civile. Gli esempi di indifferenza verso i principi di legalità che vengono da una parte consistente del Parlamento, e mi riferisco sia all’indulto che ai parlamentari condannati in via definitiva anche per reati gravi, generano l’dea che in Italia tutto sia lecito, tutto sia permesso contro le istituzioni senza subire nessuna conseguenza.

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4 Gennaio 2007

La questione morale

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Oggi mi sono espresso sul Corriere della Sera sulla questione morale. Riporto le mie dichiarazioni.

Se Mastella dice che sono una zavorra morale ha ragione. Ne sono onorato. Vuol dire che tengo fermo chi, nella maggioranza, vuol realizzare cose immorali. La mia posizione non è quella di sommo moralizzatore. Io sono solo un politico che ha ricevuto un mandato. Ma mi sto rendendo conto che nella coalizione mi ritrovo sempre in solitudine quando si tratta di difendere la questione morale. Una questione che non è stata ancora affrontata come si dovrebbe, né durante il governo Berlusconi, né con questo esecutivo di centrosinistra. Il fatto che si discuta ancora di questione morale, infatti, è la prova che non è stata risolta. La nostra maggioranza è divisa tra chi la vuole affrontare e chi no. Basta vedere le dichiarazioni di Prodi sull'indulto: prima ha detto che è una legge che non condivideva, poi che la rifarebbe. Una schizofrenia dettata dalle contraddizioni interne.
Il nodo non è Clemente Mastella. Lui è solo uno abituato con spregiudicatezza a cavalcare nicchie di consenso per tornaconto politico. Nella difesa del comma Fuda sulla prescrizione dei reati contabili, il suo tentativo è stato quello di ingraziarsi Fuda stesso e la miriade di amministratori locali chiamati a restituire davanti alla Corte dei Conti quello che hanno sperperato per negligenza o imperizia. Mastella conta di fare cassetta elettorale. Un mercimonio della politica che lascio a chi lo pratica. Ho chiesto a Prodi di convocare al più presto una riunione programmatica sui temi della giustizia e della questione morale dove decidere cosa realizzare e soprattutto come.
In merito al comma Fuda rivendico di aver chiesto l'intervento della magistratura. Perchè non è una questione politica: ci troviamo di fronte a un falso in atto pubblico. Al Consiglio dei ministri che si è tenuto prima del deposito del maxiemendamento quel comma non c'era. Quindi è stato inserito dopo l'approvazione. E solo un funzionario governativo poteva fare una roba del genere. Il mandante politico, poi, è da scoprire. Intanto voglio il nome del funzionario che ha tradito Parlamento e Governo. E che va cacciato subito via. Ho sventato il colpo di spugna che si voleva realizzare con quel comma. Il Premier è con me e lo ha dimostrato eliminando il comma all'ultimo Consiglio dei ministri. Ha fatto una scelta di campo che gli fa onore. Il problema, semmai, è per Mastella. Se dice che la prescrizione Fuda è giusta si sta opponendo al Premier e al Consiglio dei ministri. Li sta offendendo ipotizzando che sono tutti sotto il mio ricatto, mentre è lui a porsi sempre in termini ricattatori. Vada via dalla maggioranza, se non è contento. Perchè io, invece, ho intenzione di restare e di vigilare sulla questione morale.

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31 Dicembre 2006

Il responsabile della norma sui reati contabili

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Nell’ultima riunione del Consiglio dei ministri è stata abrogata la norma che riduceva i tempi di prescrizione per reati contabili compiuti da dipendenti pubblici. L’autore dell’inserimento della norma nella Finanziaria in modo fraudolento è sicuramente una persona che ha abusato della fiducia che gli è stata accordata.
E’ necessario che Romano Prodi, o il Presidente della Camera Bertinotti, disponga subito degli accertamenti interni per individuare:
- la persona che ha inserito il falso comma all’interno del maxiemendamento dopo l’approvazione da parte dell’Esecutivo
- il mandante che ha commissionato l’operazione
- le ragioni alla base di tale richiesta.
Si tratta di un accertamento doveroso che potrebbe avere rilevanza penale, non potendosi escludere che vi siano gli estremi di falso ideologico e materiale. Per queste ragioni, l’Italia dei Valori depositerà una segnalazione presso la Procura della Repubblica di Roma.

Un sincero augurio di buon 2007.

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15 Dicembre 2006

La prescrizione dei reati contabili

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Ho chiesto un chiarimento politico sul tema della legalità e della giustizia in merito alla norma inserita in Finanziaria sulla ‘prescrizione di fatto per i reati contabili’.
Un provvedimento disastroso per la credibilità dell'Unione.
Un emendamento che, di fatto, allinea il comportamento dell’Unione a quello di Berlusconi. Dopo aver combattuto, a parole, per cinque anni le leggi 'ad personam' del governo Berlusconi, si introduce, con un sotterfugio, una norma che impedisce allo Stato di recuperare le somme di cui si sono appropriati indebitamente funzionari e dipendenti corrotti dello Stato. Questo emendamento è di una gravità assoluta anche perchè tradisce la buona fede dell’Italia dei Valori sul fatto che il maxi-emendamento governativo rispettasse il programma dell'Unione. L'Italia dei Valori si trova, purtroppo, a condividere una responsabilità oggettiva per un emendamento non concordato. Un emendamento che non approverà.
Eliminare l’emendamento non è comunque sufficiente. I responsabili vanno identificati attraverso un’inchiesta interna e presi immediati provvedimenti nei loro confronti.

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13 Dicembre 2006

Sit-in per la giustizia

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Domani 14 dicembre, dalle ore 9.00 alle 13.00, con un sit-in davanti a Montecitorio, Italia dei Valori manifesterà per richiamare l’attenzione dei politici, degli organi di informazione e dei cittadini su due gravi ingiustizie.

La prima riguarda Cesare Previti, condannato in via definitiva per corruzione della magistratura a sei anni di arresti domiciliari, ridotti a tre per l’applicazione dell’indulto, e alla pena accessoria dell’interdizione perenne dai pubblici uffici.
Il deputato di Forza Italia continua ancora a ricoprire la carica di membro del Parlamento, con tanto di indennità, dopo quasi otto mesi dalla pronuncia della sentenza.
Domani è stata convocata l’ennesima riunione della Giunta parlamentare per le elezioni, da cui ci si aspetta un pronunciamento sulla incompatibilità della sua carica di deputato.

La seconda è relativa a Europa 7, emittente televisiva che ha ottenuto nel 1999 due frequenze del circuito televisivo nazionale terrestre, ma continua dopo sette anni a non poter trasmettere sulle frequenze ancora occupate da Rete 4.

Questa situazione evidenzia uno stato di degrado della vita democratica dell’Italia. La giustizia deve essere uguale per tutti: anche per Previti, anche per Rete 4.

Alla manifestazione parteciperanno insieme a me Francesco Di Stefano, imprenditore proprietario delle emittenti televisive Europa 7 e 7 Plus, i Deputati, i Senatori ed il Gruppo della Regione Lazio di Italia dei Valori. La manifestazione è aperta al pubblico.

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8 Novembre 2006

Manifestazione per la legalità e la sicurezza

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Sabato 11 novembre, a Napoli, Italia dei Valori ha organizzato una manifestazione pubblica a cui parteciperò per rilanciare, partendo da questa città, i temi della legalità e della sicurezza.
La recrudescenza criminosa che sta tenendo Napoli sotto scacco, peggiorata dopo l’approvazione dell’indulto, le mancate riforme in materia di giustizia, il continuo stato di illegalità e mancanza di sicurezza, spingono l’Italia dei Valori a lanciare un chiaro segnale di allarme a tutte le forze politiche e alla società civile. Per questo, abbiamo voluto - in tempi brevissimi – organizzare proprio a Napoli una manifestazione pubblica di rilancio della campagna per la legalità e la sicurezza dei cittadini, come elementi di sviluppo e di progresso della città partenopea, simbolo del Mezzogiorno. Senza legalità non ci sarà mai crescita del Paese e noi vogliamo partire proprio da qui per dire basta e cominciare il nuovo cammino per un vero Stato di diritto.

PS: La manifestazione sarà aperta al pubblico, si terrà a Napoli presso l'Hotel Terminus, Piazza Garibaldi 9 dalle ore 11:00 alle 13:30.
Alle 10:30 è prevista una conferenza stampa di presentazione della manifestazione e della campagna “Legalità e sicurezza”.

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4 Novembre 2006

I meriti della Guardia di Finanza

Guardia_di_Finanza.jpg

In questi giorni vi sono stati costanti attacchi alla Guardia di Finanza da parte dei media sul caso del cosiddetto 'spionaggio fiscale' che, in verità, a quanto risulta, interessa il Corpo in modo del tutto marginale, anche in considerazione del fatto che su 128 indagati solo dieci sono finanzieri, peraltro di grado non elevato.
Voglio ricordare a suo merito che la Guardia di finanza lo scorso anno ha scoperto imponibili sottratti al fisco per 19,4 miliardi di euro e un’Iva evasa pari a 4,7 miliardi e, per quanto riguarda il lavoro nero, ha individuato più di trentamila lavoratori irregolari. Inoltre, ha accertato frodi ai bilanci pubblici per 428 milioni sui fondi comunitari e 260 a Stato, Regioni ed enti locali.
Questa è solo una parte della sua attività, ci sono anche il contrasto al riciclaggio del denaro sporco, all’usura, alla contraffazione, al traffico di droga e soprattutto a operazioni come le truffe alla Parmalat, alle scalate degli immobiliaristi.
La Guardia di finanza ricopre compiti di assoluta importanza e delicatezza nella lotta all’evasione fiscale che deve essere una costante priorità di questo Governo.
La Guardia di finanza è una realtà scomoda per molti che considerano l’evasione fiscale non immorale.
L’evasione fiscale è un furto alla società. Chi la pratica è un ladro che costringe gli altri cittadini a pagare le tasse anche per lui e che usufruisce però dei servizi sociali.
La Guardia di Finanza va potenziata e protetta da attacchi pretestuosi.

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2 Novembre 2006

Napoli e l'indulto

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foto da ansa.it

L’indulto ha generato nelle organizzazioni criminali un senso di impunità senza precedenti. Ben 1.000 reati sono stati finora compiuti da chi è stato scarcerato. Tra questi anche alcuni omicidi. L’indulto non ha neppure risolto il problema delle carceri. La prova provata è Regina Coeli la cui popolazione carceraria è passata da 900 detenuti pre-indulto, a 746 post-indulto, per raggiungere i 980 attuali. L’indulto è servito solo ai furbetti del parlamentino, oltre che alla criminalità organizzata. Previti è tuttora in Parlamento. Molti processi contro chi ha commesso reati contro la pubblica amministrazione non si terranno grazie all’indulto e chi sarà condannato beneficerà di sconti di pena fino a tre anni. E, in questo clima di dissoluzione del senso civico e morale nel Paese, ci meravigliamo di ciò che accade a Napoli? Se non facciamo, presto, piazza pulita delle leggi contro la giustizia volute da Berlusconi e non mettiamo le Procure nelle condizioni di operare dando loro strumenti e mezzi finanziari, quello che succede a Napoli sarà solo l’inizio. L’indulto è stata un’operazione scellerata, sia dal punto di vista morale, che da quello politico. L’Unione è oggi vista dai cittadini come unica responsabile del clima di lassismo nel Paese e dei delitti conseguenti all’indulto. Dimenticandosi che l’indulto è stato votato da una maggioranza bipartisan e che il partito che ne ha avuto i maggiori benefici è stato Forza Italia. Davvero una grande operazione di comunicazione.

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24 Ottobre 2006

I debiti dello Stato

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foto da lastampa.it

Un uomo si è suicidato davanti al Palazzo di Giustizia di Torino.
Si chiamava Rocco Agostino, era titolare di due autosoccorsi ACI nei quali teneva in custodia giudiziaria circa 5.000 auto per la Prefettura, il Tribunale e la Procura. Si è ucciso per protestare contro il ritardo dei pagamenti che, a suo avviso, lo Stato gli doveva da tempo. Sulla fondatezza delle sue ragioni farà chiarezza un’inchiesta, ma sui frequenti ritardi dei rimborsi e dei pagamenti dovuti dallo Stato a privati cittadini e a aziende non ci sono dubbi.
La lotta all’evasione va accompagnata da un intervento serio e definitivo per dare tempi certi e equi ai rimborsi fiscali e ai pagamenti per le attività prestate all’amministrazione pubblica.
I ritardati pagamenti alle aziende possono creare situazioni di difficoltà, ritardare gli investimenti, ridurre l’occupazione, talvolta portare alla chiusura. Nei confronti dei privati generare una sfiducia nei confronti dello Stato, oltre che causare difficoltà economiche anche gravi.
La competitività delle aziende e la credibilità dello Stato dipendono dal rispetto dei patti sociali e dalla reciprocità di trattamento. Lo Stato deve dare l’esempio.

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9 Ottobre 2006

Schema 28

Tar Lazio.jpg

Schema 28 e i suoi legali, piuttosto che minacciare il Governo, dovrebbero leggersi in maniera più approfondita le motivazioni della sentenza del Tar del Lazio pubblicate appena due giorni fa.
La lettura di quella sentenza potrebbe illuminarli meglio. Mi riferisco alla valutazione in ordine al price cap con riferimento ai mancati investimenti.
Segnalo che a riguardo il Tar del Lazio ha condannato una società, controllata proprio da Aspi, per aver applicato in modo errato ed arbitrario le tariffe, ma anche per non aver effettuato gli investimenti previsti in convenzione.
Ripeto per l’ennesima volta che il Governo, e per quanto mi riguarda il Ministero delle Infrastrutture, non intende in nessun modo toccare gli assetti societari, ivi compresi le prospettive di fusione.
E’ ora però che si realizzino in modo certo gli investimenti e che si applichino le tariffe nell’interesse pubblico dei consumatori e dei contribuenti.
Segnalo, anzi, rimando nuovamente alla lettura della sentenza del Tar del Lazio, la quale ha ribadito che la concessione non è un contratto privato gestibile in piena autonomia, ma che implica degli obblighi pubblici nell’interesse della collettività, a cui la società si deve attenere.
Far rispettare la legge è obbligo del Governo e del mio Ministero. Ad essi mi attengo e non mi intimoriscono i toni minacciosi prospettati nella nota di Schema 28.

PS.Price cap: è il metodo più diffuso nei paesi industrializzati per l’individuazione di un prezzo massimo inferiore a quello praticato in monopolio non regolato.

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6 Ottobre 2006

La mancata abrogazione della legge Castelli

Roberto_Castelli.jpg

La legge sulla Giustizia proposta da Clemente Mastella è stata votata. E’ la prova provata che le polemiche dei giorni scorsi sulla mancata approvazione della legge a causa dell’astensione dei senatori dell’Italia dei Valori erano strumentali e inconsistenti. Non si voleva semplicemente che l’inciucio tra maggioranza e opposizione venisse alla luce.
L’Unione in campagna elettorale ha affermato che la Castelli andava abrogata in quanto incostituzionale. Una promessa, e purtroppo non l’unica, non mantenuta. Una promessa che si poteva facilmente mantenere. Con i voti dell’Italia dei Valori in Senato ci sarebbe stata la maggioranza per cancellare la legge Castelli. Si è preferito un brutto accordo con la Cdl piuttosto che mantenere la parola verso i propri elettori.
L’Italia dei Valori non farà cadere il Governo per senso di responsabilità verso il Paese, ma chiede pari dignità rispetto agli altri partiti di Governo. L’Italia dei Valori è il quarto partito della coalizione, la sua voce non può essere né ignorata, né sottovalutata. Esattamente come quella del Paese.

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4 Ottobre 2006

Il voto sulla Giustizia

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Riporto l’intervista che ho rilasciato oggi al quotidiano La Stampa.

La Stampa: Mastella dice ‘mi sono rotto i coglioni di Di Pietro’, Di Pietro che dice?
ADP: Guardi, sto appena tornando dal Mugello, dove ero a un incontro in qualità di ministro per le Infrastrutture, e già questo fa capire quant’è misera l’educazione di chi mi attacca, io a Roma non c’ero neanche... ovviamente mi assumo la responsabilità di quanto hanno deciso gli onorevoli dell’Italia dei Valori, ma perché attaccare me e non criticare loro? In questo modo Mastella li tratta come burattini, manca di rispetto a loro tre prima che a me... poi le frasi, le parolacce... sul piano personale non intendo scendere, ognuno usa il linguaggio che gli è proprio.

La Stampa: Lei usi il suo, allora.
ADP: Io a Mastella lo trovo anche umanamente simpatico, ho simpatia per il personaggio che parla in modo schietto, usa il dialetto, ha il coraggio di dire le cose che tanti altri pensano senza dirle. Però non intendo rispondergli nello stesso modo in cui lui tratta noi dell’Italia dei Valori, cioè con ripicche o bambinate.

La Stampa: Era parecchio arrabbiato, dice che per lui la politica è scienza, e a differenza di voi non fa ‘imboscate’ e neppure ‘ricatti’.
ADP: Ma quali ricatti e imboscate! Più che le parole, che spesso volano a sproposito ma chissenefrega, ritengo offensiva l’impostazione di Mastella. In Senato ci sono persone dotate di autonomia, che votano con il loro cuore e la loro testa. Certo, io ne condivido le scelte e me ne assumo tutta la responsabilità. Ma pensare che siano dei burattini in mano mia è ingeneroso nei loro confronti.

La Stampa: Avrà pur saputo quello che stavano facendo,no?
ADP: Le dico, ero a Bologna a occuparmi di infrastrutture. Certo, sono venuto a conoscenza di un ennesimo episodio di colpevole negligenza verso di noi....

La Stampa: Diciamo che nel governo non vi filavano e gliel’avete fatta pagare.
ADP: Non ci filavano ma non vogliamo farla pagare a nessuno, vogliamo solo porre un problema e cercare di modificare un po’ un testo.

La Stampa: Così però il primo risultato che ottenete è far gongolare la destra, che dite di contrastare assai più fermamente di Mastella. Astenendosi davate un bel colpo non solo a una legge che non vi piace, ma anche a una maggioranza, non crede?
ADP: Ma il colpo non è risolutivo! ...e oltretutto per approvare comunque la legge sulla sospensione della riforma Castelli si è scelta la strada di vasti e trasversali appoggi che non mettevano affatto a rischio di caduta la maggioranza. Poi noi abbiamo sempre votato rispettando il vincolo di coalizione, e anzi le annuncio fin da ora che lo faremo anche nel voto finale. Questo però non era il voto finale; e soprattutto abbiamo sempre votato sì tranne che nel caso di quell’articolo 5. Vuole sapere perché l’abbiamo fatto?

La Stampa: Posto che non sia per contrattare chissà che, come crede Mastella.
ADP: L’abbiamo fatto perché nel programma dell’Italia dei Valori c’è scritto in modo impegnativo che noi avremmo cercato di abrogare la riforma Castelli. Questa legge di cui si discute è invece frutto di un basso compromesso con la maggioranza, un tanto al chilo a te e un tanto al chilo a me... E nonostante questo finora ci siamo sempre turati il naso, esprimendo il dissenso in tutte le sedi ministeriali, ignorati; ora però basta trattarci come il brutto anatroccolo. Chi ricatta è Mastella, non noi. Non capisco perché, dinanzi a un’astensione che significa solo questo - la richiesta di discutere un po’ di più, e ascoltare anche le nostre ragioni - il ministro di Giustizia s’inalbera così tanto. Abbiamo sempre rispettato la coalizione e continueremo a farlo, ma almeno che si possa discutere e cambiare un po’ il testo in Parlamento. Sennò che ci stiamo a fare?

La Stampa: Dice che lei e Clemente non vi sopportate anche perché nessuno riesce a togliersi i panni di dosso, lei vecchio pm, lui vecchio democristiano inquisito durante Tangentopoli, e uscito assolto da tutte le inchieste.
ADP: Glielo giuro, a me Mastella sta simpatico, quando è venuto a Vasto alla nostra festa ci siamo anche fatti delle risate insieme. Però il rispetto politico all’Italia dei valori lo deve.

La Stampa: Ora che succederà? Mastella dice: Di Pietro chiarisca o si dimetta.
ADP: Dimettermi? Non ci penso proprio... la verità è che con l’astensione abbiamo chiesto un atto di umiltà, e non di arroganza e prepotenza, al ministro di Giustizia e all’intero governo. Per il resto non saremo certo noi a far cadere l’Unione.

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28 Settembre 2006

Telecom Italia e le intercettazioni

telecom_italia.jpg

Oggi il presidente del Consiglio Romano Prodi riferisce in Parlamento su Telecom Italia. E’ giusto che Prodi si esprima pubblicamente sulla più grande azienda del Paese e sulle valutazioni del Governo.
Telecom è al centro dell’inchiesta sulle intercettazioni, ci sono stati numerosi arresti e, tra questi, quello di Giuliano Tavaroli, uomo di fiducia di Marco Tronchetti Provera e ex responsabile della security di Telecom. Le intercettazioni illegali se, come sembra, sono state effettuate per anni sul mondo economico, industriale, politico e dei media sono adesso, in questo momento, un rischio assoluto per la democrazia. I media ne hanno parlato diffusamente nei primi giorni, ma oggi sembra essere diventato per loro un tema di minore importanza. Ovviamente non lo è e i giornalisti, per primi, dovrebbero saperlo.
Tavaroli ha dichiarato ai magistrati che rispondeva all’amministratore delegato di Telecom Carlo Buora. Io non voglio esprimere nessun giudizio di correità o di colpevolezza, ma credo che una autosospensione di Carlo Buora dalle sue cariche in Telecom per il tempo necessario alla definizione di sue eventuali responsabilità sarebbe apprezzabile.

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14 Settembre 2006

I nuovi campi di concentramento

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119 cittadine e cittadini polacchi sono svaniti nel nulla in Puglia. Le loro foto sono presenti sul sito ufficiale della polizia polacca . Foto di uomini e donne venuti nel nostro Paese alla ricerca di un lavoro e, molto probabilmente, uccisi dalla criminalità organizzata. I corpi di quattordici polacchi sono stati trovati all’interno della zona di raccolta del pomodoro, alcuni strangolati, altri bruciati. Ci preoccupiamo, giustamente, della pace in Medio Oriente e non siamo capaci di controllare il territorio italiano. Una parte della Puglia non è più sotto il controllo dello Stato italiano.
Cittadini stranieri vengono sfruttati, torturati, uccisi e il meglio che sa fare l’informazione italiana, tranne poche eccezioni, è relegare questa strage nelle pagine di cronaca. La questione è nazionale, politica, non può essere trattata come un semplice episodio di delinquenza. Oggi i campi di concentramento esistono ancora, si trovano anche in Puglia. Una situazione intollerabile che richiede misure estreme, anche quella di inviare l’esercito.
Chiedo a chiunque riconosca nelle foto riportate nel sito un cittadino polacco di informare le forze dell’ordine.

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6 Settembre 2006

La macchina (inceppata) della Giustizia

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Quando l’Unione si è presentata agli elettori ha promesso di cancellare le leggi ad personam. E’ stato invece approvato un indulto che include i reati finanziari, contro la pubblica amministrazione e societari. Le leggi ad personam non sono state toccate.
Di questo l’Unione pagherà un caro prezzo alle prossime elezioni, indipendentemente da quando si terranno. Nonostante il continuo discutere sulla Giustizia. Nonostante articoli, dossier, discorsi parlamentari, di Giustizia, sino ad ora, non si è veramente parlato. Le carceri erano piene e lo torneranno presto (il Parlamento farà allora un altro indulto?) per l’inefficienza della macchina della Giustizia. In Italia oltre alla mancanza di certezza della pena vi è anche la mancanza di certezza del giudizio. I processi hanno una durata intollerabile, i tribunali mancano non solo di personale, di fotocopiatrici, fax, computer, ma persino della carta. In queste condizioni bisogna semplificare l’iter giudiziario, potenziare la magistratura, rendere efficienti i tribunali, destinare alla Giustizia i fondi necessari per il suo funzionamento. I tribunali vanno messi nelle condizioni di funzionare perchè lo Stato possa funzionare, perchè l’economia possa ripartire, perchè i cittadini onesti siano tutelati

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29 Agosto 2006

L'indulto, Prodi e Papa Giovanni Paolo II

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Con Romano Prodi mi trovo spesso in sintonia, ma, e questo è noto, non lo sono affatto sull’indulto. Il presidente del Consiglio ha dichiarato rispondendo a un cittadino in merito alla legge sull’indulto:
“... era un doveroso atto di clemenza verso migliaia di disperati che hanno solo vista ridotta la loro permanenza in un sistema carcerario vicino al collasso. Ero e sono cosciente che questo gesto non era politicamente conveniente, ma vi sono decisioni che devono essere prese anche quando non sono convenienti. A margine mi chiedo dove sono finiti coloro che applaudivano in modo corale e senza riserve Giovanni Paolo II quando chiedeva non solo l’indulto, ma anche l’amnistia”.

I cosiddetti disperati sono persone che hanno infranto la legge e nulla più della certezza della pena evita la reiterazione del reato. Il sistema carcerario ridotto al collasso non può essere una scusa, non lo è. Le soluzioni al sovraffollamento sono note: accelerare i tempi dei processi, portare a compimento le numerose carceri in corso d’opera e, infine, far scontare al Paese d’origine la pena ai carcerati extracomunitari. L’indulto, e qui Prodi ha ragione, non è stato politicamente conveniente. Questo per un semplice motivo: gli italiani, in larghissima maggioranza, non erano e non sono d’accordo. Credo, quindi, che l’indulto rappresenti un gesto di arroganza del Parlamento nei confronti dei cittadini che sono stati del tutto ignorati.

In ultimo il riferimento a Papa Giovanni Paolo II di cui riporto il passo a cui si fa riferimento:
“... senza compromettere la necessaria tutela della sicurezza dei cittadini, merita attenzione la situazione delle carceri, nelle quali i detenuti vivono spesso in condizioni di penoso sovraffollamento. Un segno di clemenza verso di loro mediante una riduzione della pena costituirebbe una chiara manifestazione di sensibilità, che non mancherebbe di stimolarne l'impegno di personale ricupero in vista di un positivo reinserimento nella società”.
Premesso che Stato e Chiesa sono due entità separate e che la carità è un fatto privato, mentre la legalità è la base stessa dell’esistenza dello Stato. Questo premesso, il Papa ha parlato di recupero e di reinserimento nella società. Di quale recupero e di quale reinserimento si può parlare di persone senza lavoro, senza dimora, senza assistenza, senza nulla. Con, spesso, l’unica possibilità di tornare a delinquere per sopravvivere.
L’indulto è servito ai furbetti del quartierino e anche del parlamentino, ma di questo scriverò prossimamente.

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23 Agosto 2006

L'indulto con gli occhi di una vittima

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Ho ricevuto numerose lettere sull’indulto, pubblico oggi quella di Emanuela, una ragazza di 18 anni di Reggio Calabria.

“Caro Ministro Di Pietro,
mi chiamo Emanuela, ho 18 anni e sono di Reggio Calabria. Le scrivo perchè ho apprezzato la sua ostinazione contro la legge sull'indulto, soprattutto perchè lei si è esposto in prima persona. Questa lettera non avrebbe importanza, o forse non sarebbe nemmeno stata scritta se io non fossi tra le vittime che lei difende; infatti deve sapere che circa un anno fa il mio ex ragazzo, solo perchè non avevo intenzione di continuare ad essere la sua ragazza non faceva altro che picchiarmi per futili motivi, ha attentato alla mia vita dandomi quattro coltellate alle spalle, arrecandomi gravi danni al polmone, al fegato e al rene, e se sono rimasta viva è grazie al pronto intervento e alla bravura dei medici e forse anche per un miracolo, dato che le mie condizioni non davano speranze di vita agli stessi medici. Bene, veniamo al dunque, non è giusto che chi ha sofferto, chi è stato una vittima continui ad esserlo, infatti quale indulto ci sarà per le quattro coltellate che ho ricevuto, per tutte le violenze che ho subito e per il dolore che continuo a provare? E' ingiusto che lo Stato non tuteli abbastanza, anche perchè non essendoci stato ancora, nel mio caso, l'appello e la cassazione lui sta scontando la sua pena agli arresti domiciliari, e la paura che lui potesse scappare, appena ho saputo di ciò, mi ha portato a tentare il suicidio. Io vorrei maggior tutela, vorrei avere le forze per battermi per i miei diritti, ma chi mi ascolterebbe?
La ringrazio per aver dato ascolto ai miei dolori e per essersi schierato a favore di noi vittime.
Distinti saluti. Emanuela.”

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19 Agosto 2006

L'arresto di Pacenza

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Stupisce la solidarietà che alcuni parlamentari calabresi dell’Unione hanno portato in carcere al capogruppo dei DS in consiglio regionale della Calabria Franco Pacenza arrestato per concussione. Stupisce soprattutto che ciò sia avvenuto nonostante il divieto di colloqui imposto dal magistrato inquirente e l’assenza di qualsiasi specifica autorizzazione. Lo stesso comportamento di sfida e contrapposizione alla giustizia fu tenuto nel 1985 da Bettino Craxi quando i magistrati milanesi arrestarono il primo politico di Tangentopoli, Antonio Natali, collettore di tangenti per conto di partiti e politici milanesi.
Il risultato allora fu che l’inchiesta si fermò perché Antonio Natali venne candidato e fatto eleggere in Parlamento, acquisendo l’immunità parlamentare.
La colpevolezza di Pacenza deve ancora essere provata e va considerato innocente fino ad eventuale sentenza definitiva di condanna. Ma questa è una sua vicenda personale che seguirà il corso della giustizia.
Quello che sconcerta è il “messaggio politico” che la “visita corale” dei politici ha comportato. Un messaggio che equivale a dire “stiamo dalla tua parte”, non dalla parte della giustizia che ricerca la verità, ma dalla parte di “uno di noi” che viene difeso dal “gruppo” a prescindere dalla conoscenza specifica degli atti d’accusa.
Le conseguenze di questi “attacchi politici” alla magistratura sono sotto gli occhi di tutti: il male per il nostro Paese sono diventati i giudici e chi vuole far rispettare la legge. Non chi commette i reati. E’ con questa logica che è stato possibile l’indulto allargato ai fatti di corruzione. E l’indagato Franco Pacenza, se non dovesse risultare innocente, ha già in tasca un bonus di tre anni di carcerazione da evitare, in quanto l’indulto è valido anche per reati accertati successivamente, se commessi entro maggio 2006.
La stessa manifestazione davanti al carcere di Cosenza dei parlamentari calabresi dell’Unione per Francesco Pacenza rasenta una contrapposizione tra poteri dello Stato.
Un fatto giuridico non deve essere trasformato in un fatto politico: ciò che sta accadendo a Pacenza deve rimanere una vicenda processuale ed essere risolta all’interno del sistema giudiziario. La politicizzazione della custodia cautelare sta trasformando un caso giudiziario nell’ennesimo attacco alla Magistratura, per giunta da parte di parlamentari di area governativa.
Per tutte queste ragioni, i parlamentari che hanno manifestato hanno fatto bene a parlare di dimissioni, ma non devono chiederle ad Antonio Di Pietro per aver denunciato il fatto, ma bensì a loro stessi.

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6 Agosto 2006

Le modifiche alla legge sulle intercettazioni

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Nel Consiglio dei ministri di venerdì sono state accolte alcune mie richieste di modifica alla legge sulle intercettazioni.
I rilievi da me posti erano legati sostanzialmente al mantenimento delle potenzialità investigative delle intercettazioni e all’eliminazione delle pene detentive per i giornalisti e per gli editori.
Su quest’ultimo punto si dovrà comunque, prima della ratifica della legge, fare assoluta chiarezza.
Infatti, andrà esplicitato che il testo che prevede da uno a tre anni per “chiunque illecitamente prende diretta cognizione di atti delle indagini preliminari coperti dal segreto” non potrà in alcun modo riguardare giornalisti ed editori.
I limiti più evidenti alle attività dei magistrati e dei giornalisti sono stati rimossi.
Un clima punitivo nei confronti di queste due categorie sarebbe comunque inaccettabile. Informazione e Giustizia non possono avere bavagli.

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4 Agosto 2006

Fuori i ladri, dentro i giornalisti

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L’Espresso di oggi contiene una mia intervista con il titolo: “Fuori i ladri, dentro i giornalisti”. Riporto le mie valutazioni sul provvedimento relativo alle intercettazioni telefoniche.

ADP: ... Bisognava intervenire sulla pubblicazione delle intercettazioni di persone che non hanno nulla a che fare con i reati per mettere fine a questa sorta di gossip giudiziario. Invece, con la scusa di proteggere la privacy, è stato varato un provvedimento che da un lato ostacola il lavoro del pm e dall’altro rende sempre più rischioso il lavoro del giornalista.
Espresso: Quali saranno le conseguenze?
ADP: Sarà più difficile indagare. Il disegno di legge, nella sua versione iniziale a cui mi sono opposto con tutte le mie forze, pone un tempo massimo di tre mesi. Ulteriori intercettazioni possono essere concesse solo se si scoprono nuovi elementi mediante fonti di prova diverse. Per fare un esempio: se il pm ascolta l’ultimo giorno del terzo mese un criminale che annuncia una consegna di droga per l’indomani, teoricamente non potrebbe intercettarlo mentre la esegue perchè ha scoperto il reato ascoltando il telefono. E’ un non senso. Ci sono sequestri di persona che durano un anno e solo con le intercettazioni si possono sventare. Questa legge metterà in moto un meccanismo di ricorsi che inficerà le intercettazioni.
Espresso: Il progetto Mastella vieta anche la pubblicazione dei contenuti di tutti gli atti, non solo le intercettazioni, prima della fine delle indagini. Se fosse già legge, per esempio, non sapremmo nulla del caso Unipol. Le sembra un passo avanti?
ADP: Questa norma restringe troppo. Il testo integrale o il virgolettato degli atti è bene che non sia pubblicato durante le indagini. D’altro canto non si può tenere all’oscuro l’opinione pubblica per tanto tempo. Il contenuto dell’atto, insomma il fatto in sé, è bene che si sappia subito. La norma diventa invece troppo permissiva dopo la chiusura del procedimento, in caso di proscioglimento o archiviazione. Non è giusto, in quel caso, permettere di pubblicare tutto.
Espresso: Il giornalista che legge un atto segreto, secondo il disegno di Mastella, deve andare in galera. Non le sembra un norma da Stato di polizia?
ADP: E’ una norma ridicola. Prima si puniva con la multa il giornalista che pubblicava l’atto segreto, ora si punisce addirittura con la reclusione chi semplicemente prende visione dell’atto. Anche se non pubblica nulla. Tecnicamente si anticipa la punizione alla fase del semplice pericolo (la semplice visione delle carte) senza aspettare il danno, cioè la pubblicazione. E’ una scelta sbagliata che punta a zittire la stampa. Non si può punire il giornalista che fa il suo lavoro. Il pubblico ufficiale che gli passa un documento deve essere punito, ma ve lo immaginate voi un giornalista che di fronte a un documento segreto chiude gli occhi e dice: “Non lo voglio nemmeno vedere?”.
Espresso: La Procura di Milano indaga sulle intercettazioni illegali contro i giornalisti. Il disegno di legge non se ne preoccupa. Non le pare strano?
ADP: In questo disegno di legge manca un intero capitolo. Quello delle intercettazioni illegali abusive fatte al di fuori del controllo dell’autorità giudiziaria. Se il fine fosse stato davvero quello di tutelare la privacy, bisognava prevedere un capitolo apposito. Ma l’obiettivo del disegno di legge è un altro: rendere molto più difficili le intercettazioni da parte dei magistrati e criminalizzare l’informazione. Così non va.

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3 Agosto 2006

L'indulto e i reati contro i lavoratori

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Nella legge sull’indulto sono stati inclusi alcuni reati contro i lavoratori.
Una decisione singolare e grave da parte di una maggioranza parlamentare nei confronti degli italiani.
Una decisione in controtendenza rispetto al crescente aumento degli infortuni mortali sul lavoro.
I sindacati hanno scritto un comunicato che pubblico di seguito.


Indulto, Infortuni sul lavoro.
Cgil Cisl Uil: Grave non esclusione dal provvedimento dei reati contro i lavoratori
"Il sindacato valuta particolarmente grave la non esclusione dal provvedimento di indulto dei reati contro i lavoratori”. Lo affermano in una nota congiunta i segretari confederali di Cgil, Cisl, Uil, Paola Agnello Modica, Renzo Bellini, Paolo Carcassi.
“Il provvedimento sull’indulto – spiegano i tre dirigenti sindacali - che riduce di tre anni le pene previste per tutti i reati commessi entro il 2 maggio 2006, comporta, un rilevante sconto di pena anche per le violazioni delle norme in materia di salute e sicurezza del lavoro (oltre quelli già previsti per motivi sostanziali e di rito quali il patteggiamento e il rito abbreviato). Considerando – aggiungono - che gli omicidi colposi da infortunio sul lavoro e da malattie di origine professionale non vengono per lo più sanzionati con pene superiori a quelle previste dall’indulto, ciò implica di fatto che questa tipologia di reati risulterà nella stragrande maggioranza impunita. Analogamente per quanto riguarda le pene pecuniarie, escludendo quelle superiori ai 10.000 euro, il provvedimento sembra interessare in maniera particolare proprio i reati commessi a violazione delle norme di tutela della salute e sicurezza sul lavoro. Per non parlare poi dei lavoratori colpiti dalle patologie dell’amianto, ad esempio, che vedono pregiudicate, con la cancellazione della pena, anche le concrete possibilità di risarcimento”.
“L’ostinato ripetersi in questi giorni di infortuni sul lavoro - rilevano - con una frequenza e una gravità che attualmente caratterizzano l’anno in corso con un trend particolarmente negativo, evidenzia la stridente contraddizione tra i provvedimenti appena assunti dal governo e la necessità per il paese di adottare un quadro di misure ben maturate, in grado di eliminare le carenze e le incoerenze del quadro legislativo e dell’assetto istituzionale che impediscono di contrastare il fenomeno”.
E’ su questo terreno che Cgil Cisl Uil - ribadendo che “sanzioni e vigilanza garantiscono la esigibilità delle norme, ma consapevoli altrettanto che la prevenzione è molto più efficace della repressione, intendono continuare ad impegnarsi nei prossimi mesi con proposte articolate e costruite il più possibile nel dialogo con le associazioni datoriali, in un serrato confronto con il Governo e con le istituzioni competenti, a cui chiediamo una inequivoca espressione di volontà politica ed un impegno concreto, in un’ottica unitaria che superi l’attuale divisione di competenze e responsabilità”. “Contemporaneamente Cgil Cisl Uil – concludono Agnello Modica, Bellini, Carcassi - chiedono un altrettanto inequivoco impegno del Governo e del mondo datoriale a far sì che in tutti i posti di lavoro siano applicate le norme legislative e contrattuali in materia. Già questo ridurrebbe in modo molto consistente infortuni e malattie professionali”.

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24 Luglio 2006

In piazza Montecitorio contro l'indulto

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Domani a partire dalle ore 9.00 davanti a Montecitorio l’Italia dei Valori organizza un sit in di protesta contro il provvedimento di indulto che sta per essere varato dal Parlamento.

All’iniziativa saranno presenti tutti i parlamentari di Italia dei Valori, il professor Pancho Pardi, Marco Travaglio, gli Amici del Blog di Beppe Grillo e tutti coloro che sono contrari a questo provvedimento che getta un colpo di spugna su dieci anni di malaffare di economia e finanza.

La legge sull’indulto, nata per liberare le carceri, è stata estesa ai reati di falso in bilancio, corruzione, reati fiscali e finanziari anche nei confronti della Pubblica amministrazione. Siamo di fronte a un colpo di spugna, un atto gravissimo del quale è riportata un’informazione parziale, e spesso strumentale, da parte di giornali e televisioni.

Gli italiani devono fare sentire e forte la loro voce, in tutti i modi legittimi possibili, per evitare un ennesimo passo indietro della democrazia.


P.S. Su Repubblica c'è un sondaggio sul tema dell'indulto.

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17 Luglio 2006

Vincenzo Visco e la Guardia di Finanza

Vincenzo_Visco.jpg

I vertici della Guardia di Finanza della Lombardia saranno trasferiti o destinati ad altri incarichi. Alcune delle più importanti indagini, tra le quali Parmalat, Unipol e Antoveneta, sono svolte dalla Procura di Milano in collaborazione diretta con la Guardia di Finanza. E’ legittimo da parte dei cittadini conoscere le ragioni di questa importante decisione presa dal vice ministro dell’economia Vincenzo Visco. Non possono esserci ombre di nessun tipo sulla rimozione di funzionari dello Stato che hanno svolto un ruolo decisivo in alcune delle più importanti indagini degli ultimi anni. Pur prendendo atto della dichiarazione rilasciata da Vincenzo Visco: “Nego categoricamente qualsiasi riferimento al caso Unipol negli avvicendamenti disposti dal comando generale della Guardia di Finanza. La notizia è un falso costruito ad arte”, la vicenda non mi convince.
I magistrati della Procura di Milano hanno incontrato questo lunedì i vertici della Guardia di Finanza e, prima, ti avevano scritto una lettera scongiurandoti di non procedere al loro trasferimento per consentire il completamento di delicate indagini. Nel giro di pochi giorni si è assistito a un accordo trasversale in Commissione giustizia per l’estensione ai reati finanziari della legge sull’indulto e, subito dopo, alla decapitazione della Guardia di Finanza lombarda. Coincidenze?
Ti chiedo, caro collega, di chiarire pubblicamente o in commissione parlamentare le motivazioni di questa decisione per evitare che i cittadini l’addebitino, come sta succedendo, alla necessità di insabbiare le indagini sulla Unipol, ed anche per evitare conflitti con la magistratura.

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15 Luglio 2006

L'indulto per i corruttori

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I cittadini hanno scelto il centro sinistra per voltare finalmente pagina dopo anni in cui il concetto della giustizia è andato declinando fino quasi a scomparire del tutto. Leggi ad personam, condoni, delegittimazione della magistratura, esaltazione dell’impunità.
I cittadini italiani che ci hanno votato, e mi sento di poter parlare a nome di tutto il centro sinistra e non solo per l’Italia dei Valori, lo hanno fatto anche per non garantire più con il beneplacito del Parlamento l’impunità a corruttori ed evasori fiscali. Su questo punto, su questa volontà degli elettori, credo che i segretari di partito della coalizione di centro sinistra e lo stesso Romano Prodi non possano che concordare.
Se siamo in Parlamento, se siamo ministri, sottosegretari, presidenti dei due rami del Parlamento è solo perchè gli italiani, pur con un’esigua maggioranza di voti, hanno voluto un cambiamento per un’Italia nuova, un’Italia pulita.
E noi, oggi, cosa facciamo? Ignoriamo i nostri elettori, occupiamo le nostre confortevoli poltrone e deliberiamo una proposta di legge sull’indulto che manda liberi i responsabili di corruzione, concussione, peculato, falso in bilancio. Individui che in carcere non ci vanno mai, altro che indulto per liberare le carceri. Un indulto per questi signori, anche esponenti di partiti, sia di centro sinistra che di centro destra, in attesa di giudizio per i quali si potrebbero presto aprire le porte del carcere, è scandaloso.
L’Italia dei Valori voterà contro questa proposta di legge.
I cittadini, nel caso, dovesse essere approvata, saranno stati ingannati. Non è un bel viatico per un governo che vuole durare cinque anni.

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6 Luglio 2006

Il Sismi e il rapimento di Abu Omar

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Due funzionari del Sismi, Marco Mancini e Gustavo Pignero, sono stati arrestati per concorso in sequestro di persona, aggravato dall’abuso di poteri di pubblico ufficiale, per il rapimento dell’egiziano Abu Omar a Milano nel dicembre del 2003. Abu Omar è tuttora detenuto in Egitto.
I magistrati milanesi che hanno disposto l’arresto hanno correttamente esercitato il loro mandato in quanto nessuno, neppure i servizi segreti, può agire al di fuori della legge.
Va comunque sottolineata l’importanza dei servizi segreti e la loro legittimità. In ogni stato democratico sono indispensabili per tutelare la sicurezza del Paese, in particolare nei confronti del terrorismo.
I servizi segreti italiani hanno operato in accordo con la Cia. Non è credibile che i servizi americani abbiano sequestrato in uno Stato straniero una persona senza avere l’autorizzazione preventiva di George Bush e che quest'ultimo non abbia avvertito il governo italiano. I funzionari del Sismi sono responsabili solo se si sono mossi in autonomia dai poteri istituzionali, senza ricevere ordini da parte dell’ex presidente del consiglio. In caso contrario, il più probabile, Silvio Berlusconi deve recarsi al più presto dalla magistratura, assumersi le sue responsabilità ed invocare il segreto di Stato se ci sono le ragioni di sicurezza nazionale.

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21 Giugno 2006

Il decreto contro le intercettazioni

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Il ministro della Giustizia sta valutando un decreto legge per limitare lo scopo e la diffusione delle intercettazioni dopo l’ennesimo scandalo italiano svelato dalle intercettazioni su Vittorio Emanuele e su Salvatore Sottile. In questa sua posizione è supportato da parte del centro destra e dal suo primo esponente che ha dichiarato: “Basta con la barbarie”.
Il ministro della Giustizia ha dichiarato, di fronte alle mie perplessità sull’aiuto chiesto al centro destra per limitare l’azione della magistratura: “Se Di Pietro vuole fare il ministro al mio posto si accomodi, ma la smetta di fare il giudice in modo permanente”.
L’ho già scritto e lo ripeto: il centro sinistra NON è stato eletto dai cittadini per fare l’amnistia, ma per rendere più efficiente la macchina della giustizia. NON è stato eletto per mettere la mordacchia alle investigazioni, ma per abolire le leggi approvate a colpi di maggioranza nella precedente legislatura.
Ci vogliamo ricordare cosa abbiamo detto ai cittadini in campagna elettorale, vogliamo rileggerci il programma dell’Unione?

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3 Giugno 2006

No all'amnistia

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La mia posizione sull’amnistia l’ho già espressa in questo sito con chiarezza nei giorni scorsi.
Oggi l’ho ribadita in un’intervista alla Repubblica che riporto.

ADP: Il ministro della Giustizia affronta il problema prendendolo dalla coda anziché dalla testa. Il problema carceri – un problema serio – non si risolve andando in giro tra i detenuti in un giorno di festa annunciando amnistie...
CF: Ministro, perché non è d’accordo con un atto di clemenza per i detenuti?
ADP: Perchè un provvedimento di amnistia non è una soluzione del problema, ma un’abdicazione dello Stato di diritto. Una resa della legalità, una resa alla logica che l’Italia dei Valori non ha mai condiviso. Semmai è meglio l’indulto.
CF: Quale “la testa” da dove il Guardasigilli dovrebbe cominciare per affrontare il sovraffollamento delle carceri?
ADP: Prima di tutto è sbagliato fare annunci su una cosa di cui il Governo non ha discusso e il Parlamento non è stato informato. Di proposte se ne possono fare una al giorno, sull’amnistia ci saranno già trenta disegni di legge depositati. Poi però quelle proposte vanno approvate...
CF: Fin qui è una questione di metodo. Nel merito lei come lo risolverebbe il problema carcere che con 62.000 detenuti stipati in 209 istituti di pena è un’emergenza?
ADP: Con un provvedimento di amnistia vengono messi fuori 20.000 poveracci che tra pochi mesi sono di nuovo tutti dentro. E’ un palliativo, non una soluzione. Quello che serve invece è un piano di ridefinizione del sistema carcerario, la riqualificazione dei quelli che ci sono e il ripensamento della stessa funzione del carcere che ora è solo punitiva e non socializzante. Servono poi misure applicative della pena e alternative al carcere, penso ad esempio ai lavori socialmente utili che alcune fasce di detenuti potrebbero svolgere.
CF: Un progetto complesso. Alcune risposte invece servono subito.
ADP: Occorre però iniziare in maniera organica e da qua per quello che riguarda il carcere. Il ministro della Giustizia, poi, dovrebbe occuparsi prima di tutto di far funzionare la giustizia.
CF: I detenuti sono un altro problema...
ADP: Il sovraffollamento nasce anche dal fatto che circa il 40 per cento dei detenuti sono in attesa di giudizio. Allora, il ministro della Giustizia prima deve far funzionare i tribunali e le procure dando i soldi per la carta, i mezzi e il personale. Poi dovrebbe realizzare la riforma del processo civile e penale per abbreviare i tempi dei processi che sono per lo più a rischio prescrizione.
CF: L’ultimo pacchetto amnistia-indulto risale al 1990. Sono passati sedici anni...
ADP: Perchè allora fu detto mai più con questo provvedimenti abnormi. Ed è stata introdotta la maggioranza dei due terzi. Non capisco perchè dovremmo replicare adesso.
CF: Nel Governo avete mai parlato di amnistia?
ADP: Non ne abbiamo mai discusso. E questa è la posizione, credo molto chiara, dell’Italia dei Valori. Noi diciamo “poco carcere perchè pochi reati”. Non serve fare uscire le persone dal carcere quando poi la società li mette in condizione di delinquere di nuovo, senza una casa e senza un lavoro.

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14 Maggio 2006

Addio pizzo

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In Sicilia è nata un’associazione di cittadini coraggiosi che si sono ribellati alla mafia; si chiama Addiopizzo ed è formata da 7325 persone che hanno deciso di acquistare solo da negozi e aziende che abbiano dichiarato di non subire ricatti ed estorsioni mafiose. Il primo gruppo di aderenti è di 104 imprese, tra queste un albergo di Palermo, il cui proprietario, Maurizio Vara, è stato subito oggetto di atti intimidatori.

Il pizzo è un delitto odioso che ha prodotto in Sicilia mortificazioni, morti, chiusura di attività, emigrazione, impossibilità di attrarre investimenti.
Il nuovo governo deve mettere la parola fine a questa vergogna.
L’Italia dei Valori aderisce da subito a Addiopizzo, e appoggerà l’iniziativa pubblicando in modo permanente su questo sito l’elenco delle società che vi aderiscono ed invitando i siciliani a sostenerle.
Inoltre chiedo a tutti gli iscritti e i simpatizzanti siciliani del partito di dare un segno di solidarietà e di iscriversi
ad Addiopizzo.

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12 Maggio 2006

L'amnistia non è una priorità

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Tra pochi giorni sarà formato il nuovo governo. Ci sono i numeri nei due rami del Parlamento. Sono stati insediati i presidenti di Camera e Senato ed è stato eletto il presidente della Repubblica. Le linee guida per l’azione di governo sono contenute nel programma dell’Unione. Ora, finalmente, dopo l’incarico a Prodi e la nomina dei ministri si potrà governare. I primi 100 giorni di solito sono quelli che danno l’impronta all’azione di governo.
Le priorità sono molte e, come ci ricordano i vari organismi mondiali quasi giornalmente, la prima in assoluto è l’economia.
Sono quindi rammaricato e sorpreso (ma non troppo) della proposta urgente di parte della coalizione: Ds (Angius e Brutti), Verdi (Boato), Rosa nel Pugno (Pannella e Bonino) di avviare immediatamente un’amnistia per “liberare le carceri e smaltire i nove milioni di processi pendenti (Bonino)” e perchè “è il momento propizio per una larga intesa (Brutti)”.
Una larga intesa che certo non può mancare da parte di Forza Italia che è ”convinta che l’elezione di Giorgio Napolitano possa “essere la buona occasione per fare l’amnistia (Ghedini e Pecorelli)”.
Prima di fare l’amnistia ci sono cose ben più urgenti che riguardano i cittadini onesti e i problemi del Paese. L’Unione non è stata eletta per aprire le carceri come segno di resa della macchina della giustizia. Mettiamo mano a una serie di riforme per migliorarla ed accorciare i tempi dei processi e solo dopo valutiamo se e come applicare un eventuale indulto , cosa ben diversa dall’ amnistia che, lo ricordo, può riguardare reati fino a cinque anni, quindi anche reati gravi.

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11 Maggio 2006

Vacanze romane

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Piazza Farnese

La detenzione per il pregiudicato Previti è durata 120 ore. La condanna a sei anni per corruzione di giudici per una tangente di 67 miliardi nella vicenda Imi-Sir è stata tramutata, per decisione del Tribunale di sorveglianza, in arresti domiciliari. Il Tribunale ha deliberato “in via provvisoria (la decisione va ratificata) e urgente”. La scarcerazione di Previti è stata possibile grazie all’applicazione dell’ex Cirielli, legge su misura fatta approvare dalla Cdl. La legge recita: “il giudice può concedere i domiciliari quando il condannato ha compiuto i 70 anni di età e non ci sono elementi ostativi”. Gli arresti domiciliari sono stati inoltre concessi perchè “i reati sono stati commessi in epoca ormai lontana”. Il pregiudicato Previti potrà godere di due ore di libertà giornaliere, ricevere, nella sua casa su due piani di piazza Farnese con dieci finestre, chi vorrà e telefonare liberamente.

La ex Cirielli è una delle tante leggi della Cdl che dovranno necessariamente essere riviste in questa legislatura visti i suoi primi effetti. Suona come una beffa un rilascio motivato da reati compiuti in epoca ormai lontana, se Previti fosse stato processato in tempi rapidi sarebbe in carcere da anni. Il trattamento ricevuto da Previti grazie alla sua età a questo punto deve essere immediatamente applicato a tutti coloro che hanno superato i 70 anni con “procedura di urgenza”, in caso contrario si dimostrerà ancora una volta che in Italia esistono due giustizie, una per i cittadini comuni e una per i politici.

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7 Maggio 2006

Inciuci presidenziali

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Le elezioni del presidente della Repubblica non possono essere considerate merce di scambio con la giustizia. L’Italia dei Valori è disponibile a votare il candidato dell’Unione, ma non ad ogni condizione.
L’intervista rilasciata da Piero Fassino al Foglio di Giuliano Ferrara mi lascia perplesso. Molto perplesso. La lealtà dell’Italia dei Valori nei confronti della coalizione non è in dubbio, ma allo stesso tempo non sono in discussione i nostri principi e le nostre motivazioni politiche.
L’impegno dato da Fassino al centrodestra che D’Alema presidente della Repubblica, e quindi capo del Consiglio Superiore della Magistratura, darebbe assicurazione di “evitare ogni cortocircuito tra politica e giustizia” non è accettabile.

Magistratura e politica sono due poteri separati e tali devono rimanere in democrazia. L’Unione non ha vinto le elezioni allo scopo di mettere sotto controllo il potere giudiziario.
Dopo la vittoria dell’Unione sono stati incarcerati Provenzano, Ricucci, Previti ed è scoppiato lo scandalo legato a Moggi. Ritengo, come ho già detto, che questo sia solo l’inizio per ripristinare la legalità in questo Paese. Forse qualcuno vuole già fermarsi. Certamente l’Italia dei Valori non farà sconti a nessun nuovo inciucio, a cominciare dalle elezioni del presidente della Repubblica.

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Pulizia nel calcio

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Il presidente della Figc Franco Carraro deve dimettersi. Gli arbitri implicati nelle telefonate intercettate devono dimettersi. Luca Cordero di Montezemolo, in rappresentanza della proprietà, anche se ha mille impegni, dovrebbe occuparsi della Juventus e rimuovere la sua dirigenza al completo. Non solo Luciano Moggi. E’ infatti del tutto improbabile che Franzo Grande Stevens (presidente) Bettega (vice presidente) e Giraudo (amministratore delegato) non fossero in parte al corrente delle attività del direttore generale della società.
Un ricambio ai vertici della società sarebbe tanto più credibile se avvenisse subito, prima che il campionato di calcio si concluda con un’eventuale vittoria della squadra torinese. Rimandare la decisione per avere maggiori possibilità di vincere lo scudetto non appartiene allo stile della famiglia Agnelli.

Mi sorprende sempre la reazione delle persone coinvolte in questi scandali, invece di occuparsi dei possibili reati contestati, e confutarli, attaccano chi li accusa. Giraudo che dice: “Violati i nostri diritti” è parente di Previti: “In galera da innocente”.
Il calcio non è solo un gioco. E’ una delle industrie più importanti nel nostro Paese. La Juventus è quotata in Borsa, così come altre squadre potenzialmente danneggiate dal comportamento di Moggi.
Il calcio è anche un veicolo di immagine dell’Italia nel mondo, è lo sport più popolare del pianeta. E leggere il giornale francese L’équipe che titola: “La Juve sceglieva gli arbitri” avvilisce sia lo sport che il nostro Paese. In particolare nell’anno dei mondiali in Germania.

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5 Maggio 2006

Previti condannato

previti.jpg

La sesta sezione della Cassazione ha stabilito che Previti ha corrotto i giudici del caso Imi-Sir. La condanna è di sei anni. Previti è stato incarcerato nel pomeriggio a Rebibbia

La sentenza pone una seria questione sul piano politico ed istituzionale. E’ ormai appurato che l’ex presidente del Consiglio ha utilizzato Previti con il compito di corrompere giudici e che solo grazie alla prescrizione ha evitato condanna e carcere.

I segretari dei partiti, sia di destra che di sinistra, non possono più ignorare una situazione che delegittima le istituzioni e quindi loro stessi.
Il mandante della corruzione di giudici della Repubblica non può e non deve rappresentare più nessuno. Non può e non deve essere interlocutore dell’Unione per scelte fondamentali come l’elezione del presidente della Repubblica.
Ancora oggi Berlusconi ha rilasciato questa dichiarazione: “Apprestiamoci a resistere alla sinistra, non arretreremo neanche di un passo”.
Ritengo che più che alla sinistra debba prepararsi a resistere ai processi che ancora lo aspettano insieme ai suoi sodali, ed anche all’opinione pubblica che, seppur lentamente, comincia a conoscere la verità.

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3 Maggio 2006

No al condonismo

Condono.jpg

Non è l’entità della pena, ma la certezza della sua applicazione che garantisce il rispetto della legge. I passati Governi hanno ignorato una delle regole fondamentali della convivenza civile con il solo obiettivo di fare cassa. Il cosiddetto condonismo è stato utilizzato per rimediare all’incapacità di fare pagare le tasse a tutti i cittadini. Il condono fiscale o edilizio è quanto di peggio lo Stato possa fare ai cittadini onesti. A quelli che pagano regolarmente le tasse, a coloro che non si macchiano di abusi edilizi.

Il condono è di fatto il riconoscimento da parte dello Stato della sua inettitudine. Una resa senza condizioni nei confronti dei disonesti e, allo stesso tempo, un invito implicito ai cittadini onesti ad allinearsi ad un malcostume ormai diffuso. Il mio partito si opporrà, lo scrivo anche se forse è superfluo per chi mi conosce, a qualunque ipotesi di condono. La recente tragedia di Ischia è purtroppo solo uno dei tragici esempi che hanno come origine l’abusivismo.
Mai più condoni, ma solo la certezza della legge.

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10 Aprile 2006

Soccorso rosso

pronto_soccorso.jpg

In queste ultime settimane si è assistito ad un fiorire di buonisti e di “utili idioti”, secondo la famosa definizione di Lenin, che hanno rassicurato Berlusconi sul fatto che le “sue” televisioni” non saranno messe in discussione.
Le “sue” televisioni, lo ricordo, sono tali perchè usano le “nostre” (dello Stato) frequenze pubbliche. Le “sue” televisioni sono state per anni un organo di disinformazione plateale, pubblico, con giornalisti “dipendenti” pagati per attaccare l’asino dove voleva il padrone.
Le “sue” televisioni vivono grazie ad una vergognosa politica attuata da una presunta opposizione nelle precedente legislatura.
La “sue” televisioni vivono grazie ad una attribuzione quasi monopolista della pubblicità televisiva esercitata da Publitalia.Pubblicità che paghiamo tutti quando compriamo i prodotti che vengono promossi.
Questa situazione, che anche l’Economist in un suo recente articolo ha qualificato come pericolo per la democrazia, la dobbiamo alla politica dell’”inciucio” di parte della sinistra e, giusto per non fare nomi, dei Ds in particolare.
Quelli di “Mediaset risorsa del Paese”, della bicamerale, della mancanza di volontà politica di mettere mano alla legge sul conflitto di interessi.
Leo Longanesi disse che gli italiani accorrono sempre in soccorso del vincitore; certa sinistra ha esteso il concetto: accorre sempre in soccorso di Berlusconi, che vinca o che perda.

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7 Aprile 2006

Il primato della Giustizia

borsellino_falcone.jpg

Berlusconi si sente minacciato dai giudici. Lo è da sempre e questa è la principale ragione del suo ingresso in politica. Senza leggi ad personam il suo iter giudiziario sarebbe stato ben più difficile, senza l’ombrello della politica forse la sua carriera imprenditoriale sarebbe già finita da molto tempo.

Le sue parole dette in veste di presidente del Consiglio, in un luogo istituzionale come la sala stampa di palazzo Chigi sono state aberranti, impronunciabili da chiunque in possesso di senso dello Stato: “Infamità dei Pm, tramano con il centrosinistra” in relazione al caso Mills nel quale è accusato di corruzione di teste.
La prima udienza è fissata a Milano il 5 giugno, in quella sede l’imputato Berlusconi potrà portare le sue ragioni, come ogni altro cittadino italiano.
Non abusando invece della sua carica e attaccando la magistratura, che come chiunque, può commettere degli errori, ma che va protetta e potenziata per garantire la giustizia in questo nostro Paese.
Il contrario di ciò che ha fatto questo governo.

E mi riferisco a tutto il governo, a partire dalla solidarietà di Casini, presidente della Camera, a Dell’Utri dopo la condanna per associazione mafiosa in primo grado. Non è possibile distinguere il loglio dal grano in questa compagine di governo che quando si è trattato di limitare i poteri della magistratura si è dimostrata sempre compatta.
In rete è possibile vedere l’ultima intervista fatta da due giornalisti francesi ad un eroe italiano, Paolo Borsellino, poco prima della sua morte. Dura dieci minuti, vi invito ad ascoltarla.

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6 Aprile 2006

No allo scrutinio elettronico!

Florida_presidenziali_2000.jpg

Domenica scorsa ho indirizzato al ministro dell’Interno Pisanu alcune precise domande sulle possibilità di brogli in merito all’introduzione dello scrutinio elettronico. L’ho fatto comprando parte di una pagina su Repubblica.
Non ho avuto (che vi aspettavate?) nessuna risposta.

Ma la Repubblica di giovedì 6 aprile ha sollevato nuovi dubbi con un articolo dal titolo: “Falle nel sistema di voto elettronico”. Articolo nel quale si legge:
“Secondo un rapporto pervenuto nei giorni scorsi ai responsabili del ministero degli Interni, il sistema – appaltato dal Viminale a tre società private – è esposto ad attacchi, incursioni, blocchi. Inoltre il rapporto segnala l’individuazione all’interno del ministero degli Interni di postazioni in grado di entrare nel sistema senza motivo apparente”
“Lunedì scorso una riunione dei responsabili dell’operazione ha comunque ritenuto che le falle non impediscano di proseguire...”

Anche l’International Herald Tribune di mercoledì 5 aprile si è occupato delle possibili conseguenze dell’adozione dello scrutinio elettronico in un lungo articolo del quale riporto alcuni passi.

“ Il decreto relativo al nuovo metodo di scrutinio (elettronico) dei voti, approvato dal governo Berlusconi in gennaio, indica che in caso di contestazione dei voti scrutinati elettronicamente, questi non saranno considerati validi e saranno utilizzati i voti scrutinati manualmente.
Ma i critici affermano che un tale sviluppo potrebbe portare a una crisi simile a quella avvenuta in Florida nelle elezioni presidenziali americane del 2000.
I critici sottolineano inoltre che il figlio di un ministro (Pisanu) è partner in una delle società che gestiranno il processo dello scrutinio elettronico (Accenture).
...
Il contratto principale è stato assegnato, senza un bando pubblico, a Telecom Italia...
Telecom Italia ha rifiutato di commentare sulla sua scelta di utilizzare Accenture...”

Non credo che Pisanu risponderà alle mie domande di domenica scorsa o a alle perplessità sollevate da Repubblica e dall’International Herald Tribune.
Ma se qualcosa dovesse succedere la risposta la dovrà fornire agli italiani subito dopo le elezioni.

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3 Aprile 2006

Posti di lavoro elettorali

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Il Governo che ci lasciamo alle spalle è il Governo degli sprechi, delle Grandi Opere Inutili, dei trasporti allo sfascio.
Un Governo che ha prodotto tali guasti, in virtù di un dilettantismo nella gestione dello Stato e di un clientelismo di stampo elettorale, da far esplodere i conti pubblici ed indebitare in modo pauroso il Paese.

Gli esempi sono ovunque. Il costo dell’inutile Ponte sullo Stretto di Messina è di 3,88 miliardi di euro, una cifra enorme, incomprensibile per i pendolari abituati a ritardi cronici e ad un servizio da terzo mondo, incomprensibile per i siciliani che vorrebbero prima un sistema di trasporti adeguato nella loro regione.
Il federalismo di cui si riempiono la bocca i politici della Cdl è in realtà una nuova Cassa del Mezzogiorno, che utilizza le risorse del Paese per attività improduttive e senza futuro.
Al posto di investimenti nel Sud si è creata occupazione assistita.
Più di sessantamila precari lavorano per la sola pubblica amministrazione in Sicilia e di questi ben 24.000 tra forestali e lavoratori socialmente utili si sono visti aumentare dalla Regione Sicilia le attività per una spesa pari a 75 milioni di euro.

Quando paghiamo, giustamente, le tasse dovremmo domandarci dove vanno a finire i nostri soldi. Se in infrastrutture, servizi, scuole e ricerca che garantiscano un futuro ai nostri figli, o in donazioni elettorali, sprechi, burocrazia socialmente inutile.
Le tasse sono un dovere sociale, il loro corretto utilizzo altrettanto. Il rientro dal debito del nostro Paese non si ottiene con i tetti alla spesa pubblica, ma con un taglio radicale delle sovrastrutture inutili, delle greppie elettorali, funzionali solo alla sopravvivenza dei professionisti della politica.

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Gli pseudogarantisti e il conflitto di interessi

Citizen_Kane.jpg

Vorrei essere chiaro una volta per tutte con le anime belle del centrosinistra: io mi batterò da subito, dal giorno dopo le elezioni, dall’11 aprile perchè venga approvata una legge sul conflitto di interessi.
Sto parlando in particolare a Franco Debenedetti, a Massimo D’Alema e a Luciano Violante.
Non esiste democrazia al mondo che permetta a chi possiede il controllo sostanziale dell’informazione di poter fare politica.
Le scorse elezioni le ha perse l’Italia, le ha perse il sistema democratico che dovrebbe essere basato sulla parità di accesso ai mezzi d’informazione da parte dei partiti.
Nel 2001 non ha vinto Berlusconi, hanno piuttosto perso la pavidità e il tatticismo di certa sinistra e, in definitiva, hanno perso gli italiani.
Qualunque venditore di spazzole con tre televisioni e un numero sterminato di giornali avrebbe potuto candidarsi alle elezioni con buone possibilità di vittoria.

Ma questa verità così solare, così evidente, non può non essere chiara anche ai Ds e, allora, quali sono i motivi che in passato li hanno spinti a proteggere l’impero mediatico di Berlusconi e che oggi producono pudiche dichiarazioni da verginelle come quelle rilasciate da Franco Debenedetti al Corriere della Sera?
Masochismo? Pseudogarantismo? Contiguità economiche di fatto?

La situazione economica dell’Italia è gravissima. Per saperlo è sufficiente leggere il Guardian, Le Monde, Newsweek, il Wall Street Journal. Senza giornali e televisioni Berlusconi sarebbe stato mandato a casa da anni. I suoi media sono un’emergenza democratica che va affrontata immediatamente e con decisione, per il bene del nostro Paese.

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29 Marzo 2006

Corruttori in Parlamento

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Ieri sono state depositate le motivazioni del processo Sme-Ariosto dai giudici della Corte d’Appello di Milano che il 2 dicembre del 2005 confermarono la condanna a cinque anni di reclusione per Cesare Previti per il reato di corruzione dell'ex magistrato Renato Squillante.

Sul tema ho rilasciato una breve intervista a Repubblica :

Di Pietro: “Berlusconi dovrebbe dire: ringrazio i magistrati che mi permettono di scoprire chi ha usato i miei soldi di nascosto da me. E invece cosa fa? Criminalizza i giudici. Da anni ce l’ha con chiunque effettui controlli nei suoi confronti, dice peste e corna dei giudici e poi li paga pure...”

Giornalista: “Onorevole Di Pietro, lei leader di Italia dei Valori e ex pm di Mani Pulite, conosce bene l’iter del processo Sme, ora provoca?”

Di Pietro: “Non è una provocazione la mia, ma una constatazione. In un Paese normale una persona come Berlusconi dovrebbe sentire il dovere morale di farsi da parte. Carta canta”

Giornalista: “Lei sta accusando il premier di essere coinvolto?”

Di Pietro: “Il coinvolgimento è dimostrato dalle cose: quale dipendente si sognerebbe di usare i soldi del suo datore di lavoro e utilizzarli senza chiedere il permesso?”

Giornalista: “Finivest ha ribadito che non ci fu corruzione”

Di Pietro: “Sono stati dati denari a Squillante perchè portasse i capelli bianchi?! Voglio fare una valutazione politica, non giudiziaria”

Giornalista: “Qual è la responsabilità politica di Berlusconi?”

Di Pietro: “La responsabilità politica e morale è enorme. Tutte le volte che Berlusconi ha scoperto che qualcuno usava i suoi soldi per corrompere, invece di allontanarlo, lo ha fatto eleggere. In Parlamento: Previti, Brancher... Basta nascondersi dietro alle prescrizioni, le amnistie o le leggi ad personam. Berlusconi ha una responsabilità morale che prescinde dai risultati processuali ottenuti ricorrendo ai cavilli”

Giornalista: “Non è un autogol per il centrosinistra usare l’arma giudiziaria per attaccare il premier?”

Di Pietro: “Ma non è possibile tacere! Questo finto buonismo di certa sinistra pseudolegalitaria è ipocrita. Il problema è che Berlusconi e i suoi amici sono un gruppo spregiudicato di persone che hanno deciso di piegare le istituzioni a fini personali e stanno trasformando il nostro Paese da Stato di diritto in repubblica delle banane. Guai lasciargli il Paese per altri cinque anni”.

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10 Marzo 2006

Intercettazioni elettorali

francesco_storace.jpg

Le intercettazioni telefoniche sulle conversazioni di Piero Marrazzo e di Alessandra Mussolini nel corso della campagna elettorale per le regionali 2005 in Lazio rappresentano un episodio di estrema gravità.
Le intercettazioni sono attribuite a funzionari dello Stato ed avrebbero avuto l’obiettivo di favorire la rielezione di Francesco Storace.
I servizi deviati appartengono purtroppo alla storia del nostro Paese ed un eventuale spionaggio all’interno della stessa coalizione di Governo non rappresenta una sorpresa in sé.
Le intercettazioni sono lecite solo se consentite dalla magistratura.

Chi ci garantisce che oggi, in campagna elettorale, alcuni servizi dello Stato non stiano intercettando le conversazioni dei leader dell’Unione e dei principali oppositori di questo Governo?
Anch’io sono stato vittima di intercettazioni , come attestato dalla sentenza del gip di Brescia del 1998, in cui è stato provato che Berlusconi e Previti avevano commissionato a Roberto Gasparotto un’intercettazione nella casa di Arcore di una loro conversazione pilotata, poi inviata alla procura di Brescia per false accuse contro di me.
All’epoca l’opera di delegittimazione non ebbe rilievo sui media perché faceva comodo sia a destra che a sinistra che un personaggio pubblico che poteva loro togliere consensi fosse messo sotto inchiesta.

Le dimissioni di Francesco Storace da Ministro sono state solo un atto dovuto.
Qui siamo di fronte a situazioni che possono prefigurare un colpo di Stato.
La latitanza del precedente Governo di centro sinistra su temi importanti come l’assetto del sistema radiotelevisivo e sul conflitto di interessi ha consentito alla Cdl di vincere le elezioni. Ora, la stagione degli sconti è finita.

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7 Marzo 2006

L'evasione fiscale

Repubblica_Italiana.jpg

L’evasione fiscale è un problema congenito del nostro Paese che si è aggravato nell’ultimo periodo. Un periodo fatto di condoni, di prescrizioni di reato, di depenalizzazione del falso in bilancio. Il messaggio che questo Governo ha dato agli evasori è stato un messaggio di tolleranza e di complicità.

Un messaggio che non poteva essere raccolto da pensionati e lavoratori dipendenti che pagano sempre fino all’ultima lira, ma pienamente recepito da coloro che sono privi di reale senso civico.
Un Paese in cui non si pagano le tasse, che anzi considera con indulgenza chi non le paga, non è un Paese civile.
L’esempio deve venire dall’alto, dal Governo, la pena per l’evasione deve essere il più possibile certa.
E questo non è stato.

I condoni hanno minato la fiducia dei cittadini nell’equità dello Stato, condoni che hanno premiato comportamenti illegali e hanno penalizzato chi ha pagato regolarmente, inducendo anche questi ultimi all’evasione.
L’esistenza dello Stato si basa sul gettito fiscale e l’evasione va considerata un reato molto grave perchè distrugge le basi della stessa struttura dello Stato e i principi di solidarietà sociale.

I servizi pubblici, la sanità, i trasporti, le scuole, tutto si basa sulla contribuzione dei cittadini.
Chi non partecipa, i cosiddetti “furbi”, provoca il degrado dei servizi sociali e l’aumento della tassazione in chi già paga le tasse, che a questo punto è beffato due volte.
Gli evasori vanno colpiti molto duramente, per giustizia sociale e per garantire al nostro Paese le risorse finanziarie per lo sviluppo. Oggi si stima che l’evasione corrisponda al 30% del PIL, se queste risorse fossero in parte recuperate il Paese ripartirebbe.

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23 Febbraio 2006

Un Parlamento senza condannati

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foto da microsoft.com


Nel mio programma elettorale è presente un punto che ritengo fondamentale per il rilancio del nostro Paese: la credibilità dei parlamentari, la reputazione di chi ci rappresenta.
Per questo ho inserito nel programma, cito testualmente:
Impedire la candidatura alla Camera e al Senato e al Parlamento Europeo di persone condannate in via definitiva “.

Il Parlamento non può essere, come è invece oggi, un luogo dove le regole non valgono allo stesso modo che per gli altri cittadini italiani. Un luogo in cui l’accesso alla carica di parlamentare è consentito a chi ha mentito, corrotto, truffato, frodato il fisco e per questi reati è stato condannato in via definitiva.
Un requisito per accedere a un posto pubblico è la mancanza di condanne, ma questo non vale per il ruolo di parlamentare.
Da oggi ho deciso di pubblicare, riprendendolo dal blog di Beppe Grillo, l’elenco dei condannati in via definitiva con i reati per i quali hanno ricevuto una condanna con un’immagine permanente su questo sito dal titolo: “Parlamento Pulito!”.

Chi è condannato non può fare il parlamentare.
L'Italia dei Valori applica a sè stessa questa regola a prescindere dall'esistenza di una legge.

Non è possibile che le leggi siano scritte da chi le ha violate.

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9 Febbraio 2006

La legge pro-tangenti

tangente.jpg

I pubblici dipendenti e gli amministratori pubblici negligenti, distratti o evasori consapevoli tireranno un sospiro di sollievo.
Gli amministratori onesti e i cittadini hanno invece, ancora una volta, la prova che in Italia il delitto paga e paga bene.
Nella legge finanziaria ai commi 231, 232 e 233 si inaugura il “condono pubblico”: chiunque sia stato condannato per la sua condotta ed abbia arrecato un danno allo Stato potrà cavarsela risarcendo al massimo il 30% del danno prodotto.

In pratica se un amministratore pubblico è condannato, ad esempio per una tangente di 10 milioni di euro, in primo grado dinanzi alla Corte dei Conti, può restituire 3 milioni di euro e continuare a fare il suo mestiere.
Se non si è condannati si porta a casa tutto, se va male il 70%, che è sempre una bella somma.
Che beffa.

Un imprenditore privato che fallisce non può esercitare un’attività economica o finanziaria per cinque anni.
Un amministratore pubblico che delinque rimane al suo posto.

Ma il Ministro della Giustizia Castelli non ha dubbi sulla validità della legge: “E’ una follia parlare di sanatoria per le tangenti, sulle tangenti si risponde in sede penale”.

La legge pro tangenti vale però solo per il passato introducendo anche una disparità tra nuovi e vecchi ladri.
Questa legge mi è particolarmente odiosa, introduce l’impunità nell’utilizzo illegale delle nostre tasse, di soldi pubblici.
Ma si può andare avanti così? Diciamolo in dipietrese: “E’ uno schifo!”.

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8 Febbraio 2006

Un ricordo di Paolo Borsellino

paolo_borsellino.jpg

Lo scorso 4 febbraio ho partecipato insieme a Rita Borsellino a Palermo al convegno: "Prospettive di sviluppo economico-sociale in un contesto di legalità condivisa" per ribadire il concetto che senza legalità non ci può essere sviluppo economico.

Ho avuto l'onore di conoscere suo fratello, Paolo Borsellino, un uomo eccezionale, morto per il nostro Paese.
Lo voglio ricordare attraverso le sue parole dette in commemorazione di Giovanni Falcone il 25 maggio 1992
nella chiesa di San Domenico:

"Il nostro lavoro stava smuovendo le coscienze, rompendo i sentimenti di accettazione della convivenza con la mafia, che costituiscono la vera forza della mafia. La lotta alla mafia non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti, e soprattutto le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale.
Questa stagione di "tifo" per noi sembrò durare poco, perchè ben presto sopravvenne quasi il fastidio, l'insofferenza al prezzo che per la lotta alla mafia doveva essere pagato dalla cittadinanza: l'insofferenza alle scorte, l'insofferenza alle sirene, l'insofferenza alle indagini, l'insofferenza che finì per legittimare un garantismo di ritorno che ha finito per legittimare a sua volta provvedimenti legislativi che hanno estremamente ostacolato la lotta alla mafia, o peggio hanno fornito un alibi a chi, dolosamente spesso, colposamente ancor più spesso, di lotta alla mafia non ha voluto o non ha più voluto occuparsi..."

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4 Febbraio 2006

Non lasciamo soli gli italiani onesti!

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Qualche anno fa un giovane avvocato di Arzano, in provincia di Napoli, mi contattò e mi offrì la sua disponibilità ad aiutare il mio partito, l’Italia dei Valori.
Ci sentimmo più volte, si iscrisse al partito, si candidò alle elezioni comunali di Arzano.
La gente lo votò per la sua onestà e per le sue capacità. Diventò Presidente del Consiglio Comunale.

Il suo nome è Elpidio Capasso.
Il 31 gennaio, il giorno successivo alla sua richiesta di inviare il Piano Regolatore di Arzano alla Procura di Napoli, ha ricevuto un pacco bomba a casa.
Il pacco è stato consegnato da una ragazzina che è scappata subito dopo, probabilmente per non subire gli effetti dell’esplosione.

La moglie, Francesca Vitagliano, togliendo una bottiglia dal pacco, che aveva l’apparenza di un cestino di regali, è stata gravemente ferita.
Il pacco è stato confezionato da professionisti del crimine che volevano uccidere, non intimidire, e che hanno usato una ragazzina impaurita per i loro scopi.

Mi sento il dovere di dire a Elpidio e a Francesca che io non li lascerò soli, che l’Italia dei Valori non li lascerà soli, come non lascerà soli gli italiani onesti, che sono ancora la maggioranza nel nostro Paese, nella loro battaglia per l’affermazione della legalità.
E’ una promessa.

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2 Febbraio 2006

Lettera aperta ai cittadini italiani

Lettera_cittadini.jpg

Lunedì 30 gennaio ho pubblicato sull’Unità una lettera aperta a tutti i cittadini italiani.
La pubblico anche su questo spazio per coloro che non l’avessero letta.

Lettera aperta ai cittadini italiani.

“Cari cittadini,
il prossimo 9 aprile andremo a votare.

E’ importante ricordare quali sono le poste in gioco per il nostro Paese: la democrazia e la libertà di informazione.

Questo Governo vi ha tolto la possibilità di scegliere per nome e cognome il vostro candidato.
Le liste dei candidati saranno determinate dai segretari di partito.
Poche persone decideranno per tutti noi chi governerà nei prossimi cinque anni.
Nelle liste saranno presenti candidati che faranno i loro interessi, non quelli dei cittadini.

Io mi impegno a fare tutto il possibile per cambiare questa legge elettorale per permettere ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti.

Io mi impegno a far cancellare tutte le leggi ad personam (in primis la ex-Cirielli e la legge sulla depenalizzazione del falso in bilancio) approvate in questa legislatura.

Io mi impegno a riportare la moralità nel nostro Parlamento con alcuni cambiamenti che riguardano i deputati e i senatori:
- nessuno potrà più essere candidato (senza eccezioni) per più di due legislature successive
- nessuno più essere candidato se condannato in via definitiva.

Oggi, va ricordato, 24 pregiudicati ci rappresentano.

Io ho sempre mantenuto le promesse, manterrò anche queste.”

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30 Gennaio 2006

BPI, corrotti o incompetenti

Antonio Di Pietro2.jpg

Venerdì scorso ho rilasciato una dichiarazione sulla BPI, riportata di seguito, confidando nella sensibilità di Divo Gronchi.
Sensibilità che non c’è stata.
In particolare verso i risparmiatori e i piccoli azionisti.
Due persone del consiglio di amministrazione precedente, quello con Fiorani per intenderci, Olmo e Castellotti, sono state rielette.
E’ una vergogna che cercherò di cancellare!

“L’assemblea della Banca Popolare Italiana di domani, 28 gennaio 2006, nominerà il nuovo consiglio di amministrazione e le relative cariche sociali.
Il direttore generale Divo Gronchi ha proposto una lista di consiglieri di amministrazione.
Tra questi vi sono Giorgio Olmo e Guido Castellotti che erano presenti nel precedente consiglio con Gianpiero Fiorani amministratore delegato.
Questo è inaccettabile.
Olmo e Castellotti, in quanto consiglieri, erano tenuti a vigilare sul corretto operato della Banca. Non l’hanno fatto allora, perché dovrebbero farlo adesso?
Erano responsabili come lo era Fiorani.
I motivi della loro negligenza possono essere solo due: collusione con Fiorani o incapacità. In entrambi i casi devono lasciare l’incarico.
Chiedo pertanto che queste due nomine siano ritirate e, allo stesso tempo, che la Banca Popolare Italiana promuova contro l’intero consiglio di amministrazione precedente un’azione di responsabilità.
Gronchi ha dichiarato che “la BPI deve restare autonoma e indipendente”. Io aggiungerei che deve essere soprattutto gestita da persone oneste ed espressione dell’intero azionariato.

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