il guastafeste

23 Agosto 2009

Il guastafeste - Mani Pulite, i conti esteri

Riporto un brano tratto da "Il guastafeste", la mia autobiografia pubblicata da "Ponte alle Grazie" e scritta dal mio intervistatore Gianni Barbacetto, dal titolo "Mani Pulite, ancora" (pag. 173).

Gianni Barbacetto: C’è però chi vi rimprovera di non aver avuto fiducia in Falcone, di aver sospettato anche di lui, tanto da mandargli richieste di rogatoria con documenti coperti da omissis.
Antonio Di Pietro: È una stupidaggine colossale. Parlai personalmente con Falcone e gli fornii tutte le informazioni che mi aveva richiesto. L’ho sentito al telefono finanche il giorno prima del suo assassinio. È stato Falcone a stabilire il contatto tra me e i magistrati di Lugano, in particolare Carla Del Ponte, quel magistrato svizzero che già lo aveva aiutato nelle indagini sulla mafia e che pure era stato oggetto di un tentativo di attentato insieme allo stesso Falcone, quando la mafia mise l’esplosivo all’Addaura, nella villa al mare affittata dal magistrato. Un grande aiuto ci è arrivato anche da altri magistrati stranieri, soprattutto francesi, lussemburghesi, monegaschi e svizzeri come Paul Perraudin e Jean-Louis Crochet, il giudice che da Ginevra ci mandò le carte sui conti di Craxi. Reticenti e non collaborativi si mostrarono invece soprattutto i colleghi austriaci e inglesi. Una considerazione negativa a parte meritano i magistrati delle Bahamas, autentici furbacchioni che ci hanno preso letteralmente in giro: si dissero disposti a darci gli estremi dei beneficiari dei conti correnti delle loro banche, a patto che dicessimo loro chi erano gli intestatari. Ma se avessi saputo chi erano gli intestatari, non avrei avuto bisogno di chiederlo a loro!

Gianni Barbacetto: La collaborazione giudiziaria con i colleghi d’oltralpe è stata determinante, dunque?
Antonio Di Pietro: Grazie alla collaborazione giudiziaria internazionale, l’inchiesta potè fare molti passi in avanti. Sono state in tutto 256 le rogatorie internazionali attivate, con ottimi risultati in termini probatori. Grazie ai documenti che i giudici stranieri ci inviavano, abbiamo scoperti molti nomi illustri che avevano i conti correnti all’estero ben occultati e mascherati, su cui avevano fatto confluire fiumi di denaro provenienti da corruzioni e illeciti finanziamenti. Alla fine dell’inchiesta, solo noi del pool sequestrammo oltre duemila miliardi di lire. Altro che inchiesta che non ha prodotto risultati. Anche sul piano prettamente finanziario è stato un affare per lo Stato: per la prima volta un’inchiesta giudiziaria ha fatto incassare più soldi di quanti ne ha spesi!

Gianni Barbacetto: Come mai solo con Mani pulite si sviluppano le rogatorie internazionali?
Antonio Di Pietro: In verità, anche prima si facevano, ma la legislazione precedente era lacunosa e soprattutto offriva al governo la possibilità di metterci il becco e quindi di impedire o ritardare i risultati. La possibilità di scambiare i documenti direttamente tra magistrati, senza passare per il ministero, fu permessa da un accordo sulla cooperazione giudiziaria che proprio in quegli anni anche l’Italia ratificò. Quel trattato internazionale fu dirompente per i politici. Prima bisognava chiedere al ministero le carte bancarie e i documenti delle rogatorie, con il risultato che tante volte non arrivavano. Per esempio, sul Conto protezione – una storia di tangenti che coinvolgeva il venerabile della P2 Licio Gelli, il banchiere Roberto Calvi e il Partito socialista di Bettino Craxi – aveva già tentato di indagare il giudice Pierluigi Dell’Osso, che però non riuscì a scoprire a chi appartenesse quel benedetto conto. Poi, nel Conto protezione mi sono di nuovo imbattuto io, indagando su Silvano Larini: ho scoperto che, guarda caso, portava proprio a Craxi.

Gianni Barbacetto: Larini, l’architetto che portava le buste delle mazzette a Bettino Craxi.
Antonio Di Pietro: Sì. Era latitante e ricercato. Era un personaggio essenziale, perché era il «materiale percettore » delle tangenti, colui che le ritirava dagli imprenditori per conto dell’amico Craxi e gliele portava nel suo ufficio in piazza Duomo a Milano. Quando Larini annusa che stiamo per arrivare a lui, sparisce all’estero. Ma capisce che questa volta la bufera non è destinata a placarsi, com’era successo con altre indagini sui politici negli anni precedenti. Che fa? Sta all’estero, latitante, per sempre? No, avvia una trattativa con la procura, con me in particolare, attraverso il suo avvocato. Voleva tornare in Italia. Ma se torni, torni a San Vittore – gli ho fatto sapere attraverso l’avvocato – a meno che non torni con il paniere pieno, non rompi il sodalizio con i tuoi complici nel reato: e questo voleva dire parlare del ruolo ricoperto da Craxi. Lui decide di tornare. Nel febbraio 1993, parte da Montecarlo e arriva alla frontiera di Ventimiglia. Io quel giorno ero lì, proprio alla frontiera. Ci incontriamo « casualmente » e andiamo insieme alla caserma dei carabinieri di Ventimiglia. C’erano anche il suo avvocato, il compianto Corso Bovio, e il capitano dei carabinieri Roberto Zuliani, quello che aveva arrestato l’indagato numero uno, Mario Chiesa. Lì Larini fa le sue prime dichiarazioni. Ma prima io dico: immortaliamo questo momento. Così facciamo una foto in cui Larini e io ci stringiamo la mano. Una foto rimasta inedita. Devo averla ancora, in qualche cassetto…

Gianni Barbacetto: Con le dichiarazioni di Larini, a cui si aggiungeranno quelle di Giorgio Tradati, cassiere informale del PSI, mettete sotto inchiesta Craxi.
Antonio Di Pietro: Ma c’erano anche i conti esteri. E il giudice di Ginevra, Jean- Louis Crochet, in questo è stato essenziale. C’era infatti il conto Northern Holding, riferimento «grain» (grano!). E poi Crochet mi manda via fax, la mattina del 4 ottobre 1993, i documenti sul conto All Iberian, su cui erano arrivati a Craxi ben ventuno miliardi di lire. In quei giorni era in corso il processo Cusani, trasmesso in diretta TV e visto da milioni di persone. Io quel giorno scendo in aula con i fogli di quel fax ed esibisco, a sorpresa, la prova che i soldi arrivavano a Craxi.

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15 Agosto 2009

Il guastafeste - Mani Pulite, ancora

Riporto un brano tratto da "Il guastafeste", la mia autobiografia pubblicata da "Ponte alle Grazie" e scritta dal mio intervistatore Gianni Barbacetto, dal titolo "Mani Pulite, ancora" (pag. 167).

Gianni Barbacetto: Mani pulite nasce il 17 febbraio 1992…
Antonio Di Pietro: No. Non nasce quel giorno, con l’arresto di Mario Chiesa. Né nasce per caso. Io faccio arrestare Chiesa alle 5 del pomeriggio. E alle 7, due ore dopo, gli sequestro dodici miliardi di lire in conti correnti in Italia e all’estero, intestati per lo più a persone di sua fiducia, ma che sono comunque nella sua disponibilità. È ovvio, quindi, che quel giorno vado a colpo sicuro. Perché? Perché l’avevo già intercettato per quattro, cinque mesi, perché il giorno del suo arresto io sapevo già molto di lui. C’era stata una causa di divorzio in cui la sua ex moglie gli chiedeva più soldi di quanto già riceveva. Evidentemente, sapeva che ne aveva molti. Eppure, lui già le dava più di quanto guadagnava, o almeno più del suo stipendio ufficiale. Questo era di due milioni e ottocentomila lire; lui dava tre milioni alla moglie, ma lei ne voleva quattro. Dove prende i soldi Mario Chiesa, mi sono detto? Il resto è venuto da solo, è pura cronaca giudiziaria. Lo avevo messo sotto intercettazione telefonica per un’altra vicenda. Un giornalista del Giorno, Nino Leoni, aveva scritto che al Pio Albergo Trivulzio, presieduto da Mario Chiesa, c’era il « racket del caro estinto »: venivano pagate centomila lire per ogni decesso tempestivamente segnalato all’impresa di pompe funebri controllata da un certo Mario Sciannameo. Una storia che negli ospedali di Milano si è ripetuta recentemente, in maniera quasi identica. Leoni viene querelato da Sciannameo. Io non abbocco alle rimostranze del querelante e indago sì sulla diffamazione, ma anche sulla possibile corruzione. Così posso disporre intercettazioni telefoniche e scopro tante cose che mi saranno utili dopo il 17 febbraio: come i conti in Svizzera di Mario Chiesa. Quando è arrivato da me un giovane imprenditore, Luca Magni, a denunciare che Chiesa lo taglieggiava con richieste di mazzette, ecco che l’indagine parte. Ma Magni è solo la miccia che cercavo per scoperchiare il sistema. Avevo già provato altre volte, avevo già tentato altre inchieste sulla corruzione. Quando ero magistrato a Bergamo, avevo fatto un’inchiesta sui fallimenti, da cui erano nate polemiche che mi costrinsero ad andarmene da Bergamo. A Milano, avevo fatto l’inchiesta sulla Codemi, l’impresa di costruzioni dell’architetto Bruno De Mico. Ci stavano già lavorando i colleghi Filippo Grisolia e Piercamillo Davigo, ma il fascicolo fu affidato anche a me perché avevo pratica di computer, e De Mico aveva messo nel suo computer un libro mastro delle tangenti con i nomi dei politici criptati. Poi avevo fatto l’inchiesta su Lombardia Informatica, una società della Regione, e sull’ATM, l’azienda milanese dei trasporti. Con queste indagini non ero riuscito a ottenere grandi risultati giudiziari, ma avevo capito il sistema, avevo compreso che la «Milano da bere » era la Milano delle mazzette. E Mario Chiesa era uno dei tanti personaggi del sistema. Pensi che già prima di Mani pulite era stato arrestato per tangenti perfino l’inventore di questo sistema, Antonio Natali, il padre politico di Bettino Craxi, ma Craxi era andato a trovarlo a San Vittore e poi lo aveva fatto diventare senatore. Tutto si era richiuso.

Gianni Barbacetto: Invece, nel 1992 – con la politica debole e la magistratura forte delle armi offerte dal nuovo codice – cade il muro di Milano…
Antonio Di Pietro: Ma nel 1992 la politica non è debole, è arrogante. Gli uomini dei partiti credevano di poter fare qualunque cosa e di essere intoccabili. Avevano la percezione dell’impunità. I soldi giravano vorticosamente, buste, borse e valigette stracolme: avevano abbassato la guardia, non stavano nemmeno più attenti a non farsi scoprire. Quando Carlo Sama, numero uno del gruppo Ferruzzi, va da un potente ministro dell’epoca a portargli i soldi di Raul Gardini per la vicenda Enimont, prende un aereo all’alba, si ferma a Ciampino e va a casa di questo personaggio alle 8 di mattina. Quel giorno voleva andare a caccia, ma Gardini gli aveva detto: «No, prima devi portare i soldi ». Sama obbedisce, si sveglia all’alba e consegna la busta, ma il politico, invece di ringraziare, commenta: «Guaglió, è la prima e l’ultima volta che ti fai vedere a quest’ora qua. La mattina si dorme, alle 8 di mattina! » Insomma, i politici – come si dice a Napoli (e il politico in questione era di Napoli) – non tenevano più vergogna. Avevano abbassato la guardia, per cui bastava veramente soltanto cominciare a indagare e si trovava di tutto.

Gianni Barbacetto: Mario Chiesa le fornisce quindi l’innesco per un’indagine sul sistema milanese della corruzione di cui lei aveva già intuito i contorni e i protagonisti. Hanno dunque ragione quelli che ipotizzano un suo piano, preparato da tempo, per far saltare il sistema politico?
Antonio Di Pietro: Lo ripeto ancora una volta: in Mani pulite non c’è stata alcuna mano occulta. Dietro di me non c’era e non c’è nessuno. Nessuno mi ha ordinato di fare Mani pulite. Nessun grande vecchio. C’era solo la mia esperienza precedente in indagini sulla corruzione e i nuovi strumenti, del codice e dell’informatica, a mia disposizione. E c’era, ovviamente, la mia ferma volontà di andare fino in fondo. Dopo l’arresto di Mario Chiesa, Craxi reagisce dicendo che si trattava di un «mariuolo » le cui azioni non potevano infangare un intero partito. La politica critica subito l’indagine come atto politico in vista delle elezioni previste per l’aprile 1992. Ma quale atto politico – risponde il procuratore della Repubblica Francesco Saverio Borrelli – Chiesa è stato colto in flagranza di reato, con la tangente appena consegnata nel cassetto. Dunque, sarà processato per direttissima. E in quindici giorni sarà tutto finito. Questa era l’impostazione ufficiale della procura.

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6 Agosto 2009

Il guastafeste - Propagatori di menzogne

Riporto un brano tratto da "Il guastafeste", la mia autobiografia pubblicata da "Ponte alle Grazie" e scritta dal mio intervistatore Gianni Barbacetto, dal titolo "Io e Silvio" (pag. 145).

Gianni Barbacetto: Ma è vero che la prima Forza Italia le era simpatica? C’è chi ha scritto che lei l’ha anche votata.
Antonio Di Pietro: No, votata no. Ma riconosco che Forza Italia prima versione sia stata figlia (se pur illegittima) di Mani pulite. Il voto d’opinione che nel 1994 si riversa su Forza Italia è conseguente all’azione giudiziaria di Mani pulite perché nasce dallo tsunami di Tangentopoli. I cittadini hanno bisogno di un nuovo punto di riferimento dopo aver perso la fiducia nei vecchi partiti delle tangenti e della corruzione, allora ripongono negli uomini d’azienda la speranza di un rinnovamento della classe politica. Ma anche in questo c’è una truffa: è la prima truffa elettorale di Berlusconi, che fa credere agli italiani che lui scenda in politica e si sacrifichi per portare managerialità nella politica, perché nell’immaginario televisivo lui è il tycoon vincente, è l’imprenditore di successo… Appena ha ottenuto il consenso, però, che cosa fa? Va a riprendere tutte le cariatidi della prima Repubblica e le porta con sé. Il primo consigliere che porta a casa è il suo amico di P2 Fabrizio Cicchitto. Cesare Previti lo fa addirittura ministro della Difesa, e anzi lo voleva fare ministro della Giustizia. Riporta dentro la politica pezzi di PSI e di DC. Così tradisce la speranza. E, una volta conquistato il potere, fa esattamente quello che sa fare, con il suo pelo sullo stomaco. Entra nella RAI e occupa l’informazione pubblica, accentua la sua posizione dominante nel sistema televisivo privato, straborda nel sistema della pubblicità, che diventa quasi un monopolio. Insomma, controlla l’informazione. In una situazione di questo genere, i giornali fanno il resto. Alcuni diventano i suoi house organs, pochissimi si oppongono, gli altri si barcamenano. Sicché, nel corso degli anni avviene un martellamento continuo delle menti: ci sono ragazzi che sono cresciuti dentro questo clima irreale; avevano dieci anni quando Berlusconi è sceso in politica, ora ne hanno venticinque e in questi quindici anni si sono sentiti ripetere che ci sono dei magistrati cattivi che mettono in galera le persone per bene, che tanti innocenti sono andati in galera per colpa dei magistrati. A forza di sentirlo dire, molti se ne sono pure convinti, perché sono cresciuti con questa cultura. Io ricordo che cosa è successo a me una vigilia di Natale di qualche anno fa. Camminavo con mia figlia, che era ancora bambina, in piazza Duomo, a Milano; stavamo per andare a fare le ultime spese, diretti verso piazza San Babila. Passano due ragazzi, uno dei due si gira e chiede: « Di Pietro? » Io mi fermo e annuisco. L’altro grida: « Assassino! » e scappa via. Mia figlia, con le lacrime agli occhi, mi chiede: «Ma papà, chi hai ammazzato? » Vede? Non è colpa di quei due ragazzi, erano appena adolescenti, ma questo episodio dimostra che quei ragazzi, a casa, attraverso la televisione, sono stati bombardati da informazioni false…

Gianni Barbacetto: C’è stato un periodo in cui Vittorio Sgarbi, in TV, dava dell’assassino ogni sera a lei, ai magistrati di Milano, a quelli di Palermo…
Antonio Di Pietro: Sì, ma non c’è stato solo Sgarbi, ci sono stati Paolo Liguori, Giuliano Ferrara, Emilio Fede e tanti altri, che hanno bombardato gli spettatori con informazioni faziose e false. C’è poi tutta una miriade di personaggi secondari, giornalisti che hanno messo il loro mestiere al servizio di Berlusconi propagando la menzogna. Oramai ci ho fatto il callo e so che è un prezzo che devo pagare se voglio portare avanti le mie idee e le mie battaglie. Anche loro, però, questi giornalisti mestieranti, stanno pagando e devono pagare perché li ho chiamati e continuo a chiamarli a rispondere delle loro azioni davanti ai tribunali d’Italia.

Gianni Barbacetto: C’è però chi dice che ora Berlusconi è cambiato, che oggi vuole fare lo statista e dunque vale la pena di dialogare con lui.
Antonio Di Pietro: Prima faccia lo statista e poi dialogheremo. Io non lo vedo, ’sto statista. So invece che la legge di Murphy ci insegna che non c’è mai fine al peggio. All’inizio di questa legislatura, si diceva che tutto quello che doveva fare per sé l’aveva fatto nella legislatura precedente e, dunque, questa volta avrebbe fatto qualcosa per gli italiani. Invece, per prima cosa ha tenta to di sistemare Retequattro, per seconda ha sistemato i suoi processi diventando non processabile, per terza sta proibendo le intercettazioni telefoniche per non far sapere a noi i suoi giochetti. E poi va avanti con gli annunci. Invece di farci vedere i testi delle leggi, fa una conferenza stampa e dice: riduciamo le tasse, aumentiamo i servizi, garantiamo la sicurezza, rendiamo più felice il Paese. Poi guardi i testi delle leggi e ci trovi tutt’altro. Altro che felicità.

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1 Marzo 2009

Il guastafeste - Attenti al souffle'

Riporto un brano tratto da "Il guastafeste", la mia autobiografia pubblicata da "Ponte alle Grazie" e scritta dal mio intervistatore Gianni Barbacetto, dal titolo "Attenti al soufflé" (pag. 151).

Gianni Barbacetto: Oggi, dopo poco più d’un decennio, sembra di vivere in un altro mondo. L’Italia non è più un esempio per nessuno. Mani pulite è lontana. Il mondo è entrato in una fase di paura e di crisi. E lei ha intrapreso la via della politica. Da questo punto di vista, sta vivendo il suo momento magico: è oggi in Italia la figura più visibile dell’opposizione a Berlusconi, ha di molto aumentato la sua popolarità e, secondo i sondaggi, anche i voti per il suo partito. Ritiene che sia una tendenza che continuerà, oppure il suo successo di questo momento è, come dice qualche suo avversario, un soufflé destinato presto a sgonfiarsi?
Antonio Di Pietro: L’Italia dei valori, come ho già detto, è un partito politico che non ha alcuna velleità di costruire nuove ideologie o di rimanere in vita in eterno. Per scelta, noi abbiamo fatto un « partito mezzo » e non un « partito fine ». Abbiamo un obiettivo da raggiungere, poi possiamo pure appendere le scarpe al chiodo. L’obiettivo è semplice ma ambizioso: contribuire al ricambio generazionale della classe politica. Sì, con Mani pulite è stato possibile fare una radiografia accurata dei mali della prima Repubblica. Per passare alla seconda, è necessaria una terapia d’urto che solo il ricambio della classe dirigente può produrre. Coloro che avevano le mani in pasta negli affari di Tangentopoli non hanno alcuna intenzione di fare un passo indietro, tanto è vero che ce li ritroviamo ancora adesso tutti lì in prima fila a pontificare e discettare. Contro questo andazzo, la magistratura non ha potuto né può fare nulla; nemmeno le manette sono servite per fermarli. Solo il popolo – attraverso libere e democratiche elezioni – può liberarsi di queste persone, scegliendone di diverse. Ecco a cosa serve il « partito mezzo » Italia dei valori: a fare da contenitore per permettere a persone perbene e dalle mani pulite di essere elette, diventare amministratori pubblici e così sostituire la vecchia classe dirigente. Ci riusciremo? Qualche menagramo dice di no, ma io so che chi non comincia non arriverà mai. Sta di fatto che in pochi anni sono riuscito a mettere in piedi un partito dal nulla che ora è uno dei pochi rappresentati in Parlamento, che ha riconoscimenti a livello internazionale, che è presente anche al Parlamento europeo, che opera in tutto il territorio nazionale e che viene sempre di più visto come la vera, unica opposizione al modello fascistoide di governo berlusconiano, fatto di furbizie, favoritismi, leggi ad hoc, manganelli e accenni di xenofobia. L’Italia dei valori è la prima delle proposte nate nel nostro Paese dopo la caduta del muro di Berlino per creare un’azione politica che prescinda dalle ideologie, dalle appartenenze, dalle aggregazioni politiche viste fin qui. Questo non vuol dire che per noi destra e sinistra siano la stessa cosa. Abbiamo alcuni punti fermi: la nostra Costituzione (e dunque il ripudio del modello fascista) e l’affermazione del modello democratico, solidale e riformista… Io credo che tutte le persone di buona volontà dovrebbero lavorare per costituire quest’area politica, che in verità non è, non può e non deve essere rappresentata solo dall’Italia dei valori.

Gianni Barbacetto: Ma quello che lei ipotizza non è già realizzato oggi dal Partito democratico?
Antonio Di Pietro: Gli attuali partiti, proprio perché hanno una loro storia e un loro passato, finiscono per essere contenitori troppo stretti per tutta quest’area. Io sono dell’idea che noi, seppur con grandi difficoltà, dobbiamo lavorare per creare qualcosa di inedito. Un nuovo, grande partito riformista basato sui classici e irrinunciabili valori della libertà, della legalità e della solidarietà, soprattutto verso le fasce sociali più deboli, che però vada oltre e possa intercettare anche quegli elettori che non si riconoscono in un partito che ha messo insieme i gruppi dirigenti post-comunisti ed ex democristiani. Le aggregazioni che si sono realizzate finora, sia a destra (PDL) sia a sinistra (PD), sono risultati di fusioni a freddo, in cui si sono riorganizzati pezzi di ceto politico, di classe dirigente già strutturata, di apparati di potere. Le aggregazioni, sia di qua sia di là, finiscono spesso con la rivendicazione di quanti posti spettano ai vari capicorrente. Se l’Italia dei valori dovesse andare a collocarsi dentro questo Partito democratico, diventerebbe una nuova corrente accanto alle altre. No, c’è ancora tanta strada da percorrere per fare un partito davvero nuovo. Quindi, a chi dice che l’Italia dei valori sia un soufflé destinato a sgonfiarsi, io dico innanzitutto che noi non abbiamo alcuna intenzione di gonfiarci. Vogliamo invece fare un percorso che porterà, alla fine, ad affermare una classe dirigente nuova e a costruire una nuova aggregazione a cui daranno il loro contributo l’Italia dei valori, il Partito democratico e tutte quelle altre realtà che vorranno esserci, nel nome della libertà sì, ma anche della legalità e della solidarietà. Sarà una forza che si differenzierà dal centrodestra berlusconiano perché proporrà non soltanto le libertà individuali, che da sole, senza regole, danno il via libera alla competizione in cui vince il più scaltro, o il più forte, o il più spregiudicato, o il più mascalzone, ma anche le libertà insieme alla solidarietà e alla legalità. Dunque l’Italia dei valori non è un soufflé, né gonfio, né sgonfio: è una forza politica d’avanguardia che vuole dare il suo contributo per costruire la nuova politica.

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15 Febbraio 2009

Il guastafeste - Io e Silvio

Riporto un brano tratto da "Il guastafeste", la mia autobiografia pubblicata da "Ponte alle Grazie" e scritta dal mio intervistatore Gianni Barbacetto, dal titolo "Io e Silvio" (pag. 121).

Gianni Barbacetto: I suoi sostenitori apprezzano la sua combattività nei confronti di Silvio Berlusconi, con cui lei non ha mai avuto un rapporto dialogante, a differenza di altri leader del centrosinistra. I suoi detrattori, al contrario, le rimproverano di avere per Berlusconi una vera e propria ossessione, che diventa a loro dire il tratto caratteristico della sua politica. Dica la verità, lei è ossessionato da Berlusconi?
Antonio Di Pietro: Il destino ha voluto che io mi sia trovato a fare politica proprio nel periodo in cui la scena è stata occupata da Silvio Berlusconi, per cinque volte candidato alla presidenza del Consiglio, per tre volte vincitore delle elezioni. Non è dunque colpa mia se di lui dobbiamo parlare, se a lui dobbiamo opporci. Impossibile non misurarsi con questa presenza ingombrante nella situazione italiana. Io con Berlusconi ho dovuto avere a che fare per motivi di lavoro, quando ero magistrato, poi per motivi personali, quando sono stato imputato, infine, oggi, per motivi politici. L’ho conosciuto bene, ho avuto modo di rendermi conto di chi è davvero. Conosco ormai bene la sua vita, la sua storia personale, la sua storia imprenditoriale, la sua storia giudiziaria, la sua storia politica. Sono convinto che sia un’anomalia italiana. Come si fa a non occuparsene, come si fa a non denunciarla? Non sono io ad avere la mania di Berlusconi, è Berlusconi che da quindici anni è dentro le istituzioni italiane in modo anomalo, essendo in pieno e radicale conflitto di interesse. In nessun altro Paese civile al mondo, sarebbe permesso a un imprenditore, concessionario del sistema televisivo, e con gravi problemi di giustizia, di fare pure il presidente del Consiglio. In Israele e perfino in Colombia, i leader politici di quei Paesi, Olmert e Uribe, sono stati messi in discussione quando la magistratura si è dovuta occupare di loro. Da noi, invece, a fare scandalo non è chi va sotto indagine, ma chi, come me, pone un problema morale e istituzionale. Olmert, primo ministro d’Israele, dopo essere stato indagato si è dimesso, dichiarando di « essere fiero di vivere in un Paese dove il primo ministro può essere messo sotto processo ». Da noi Berlusconi dice invece che i giudici sono suoi avversari politici e li tratta come tali. Peraltro, pure truccando le carte. Infatti, in tutti questi anni, ogni volta che ha dovuto giocare una partita giudiziaria, è sempre ricorso a qualche legge ad personam che gli permettesse di rivoltare il tavolo al momento opportuno. Da ultimo, si è pure fatto fare una legge apposita – il lodo Alfano – per diventare praticamente intoccabile. Addirittura voleva scegliere come giudice costituzionale Gaetano Pecorella, che era stato il suo avvocato nelle aule di giustizia e il suo costruttore di leggi ad personam in Parlamento. E Berlusconi si è pure permesso di minacciare la Consulta, nel caso dichiari incostituzionale il lodo Alfano. Di fronte a tale scempio di legalità e democrazia, non credo proprio che si possa restare zitti e fermi a guardare. Altro che ossessione.

Gianni Barbacetto: Quando ha avuto a che fare per la prima volta con Silvio Berlusconi?
Antonio Di Pietro: Quando facevo il magistrato. Di lui, all’inizio degli anni Novanta, sapevo solo che era uno che si occupava di televisione. Avevo cominciato a sentire parlare di Berlusconi quando l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi lo aveva favorito, permettendogli di raggiungere una posizione monopolista nel settore delle TV commerciali.

Gianni Barbacetto: Quelle TV la sostennero, quando lei diede avvio all’inchiesta Mani pulite…
Antonio Di Pietro: Sì, e la più schierata con me fu – ironia del destino – proprio Retequattro. Il direttore del TG4, Emilio Fede, fece installare davanti al Palazzo di giustizia milanese una postazione fissa con un giovane cronista, Paolo Brosio, che divenne famoso proprio per i suoi collegamenti durante Mani pulite e per i rimbrotti in diretta che subiva quotidianamente da Fede.

Gianni Barbacetto: TV, sorrisi e canzoni, giornale di Berlusconi, le dedicò perfino una copertina…
Antonio Di Pietro: È vero. Berlusconi e i suoi media all’inizio hanno sostenuto Mani pulite. L’hanno fatto fino a quando erano gli altri a rimanere coinvolti nella rete delle indagini. Col senno di poi ho capito perché può averlo fatto: più imprenditori cadevano nella rete giudiziaria, più opportunità imprenditoriali si aprivano per lui. Poi, quando l’inchiesta ha cominciato a lambire anche le sue aziende e i suoi interessi, ha cambiato registro. Berlusconi si dev’essere accorto che l’inchiesta andava avanti e che rischiava di arrivare fino a lui. Lui l’ha capito prima di me, evidentemente, perché sapeva prima di me chi c’era dietro, per esempio, al conto All Iberian da cui erano transitati fondi che servirono per pagare grosse somme di denaro a Craxi. C’era lui!

Gianni Barbacetto: Una supermazzetta da ventuno miliardi di lire, la più grande tangente mai scoperta pagata a un singolo uomo politico. I soldi arrivavano dal conto estero di una società che si chiamava All Iberian. Voi del pool Mani pulite avete pensato, sulle prime, che appartenesse al costruttore Salvatore Ligresti.
Antonio Di Pietro: Invece le rogatorie internazionali ci hanno fatto scoprire che All Iberian era una società nata dal gruppo Fininvest di Silvio Berlusconi. Ecco quando nasce il conflitto ancor oggi in corso: quando Berlusconi capisce che, indagando sulle tangenti pagate a Craxi, stiamo per arrivare a All Iberian. Nello stesso periodo, erano aperte altre indagini, che avevano coinvolto suo fratello Paolo Berlusconi: indagini sul fondo pensioni della Cariplo, sulle discariche, sulle tangenti pagate alla Guardia di finanza per alleggerire i controlli fiscali. Quest’ultima inchiesta, che aveva coinvolto decine e decine di imprenditori, arriverà anche a Silvio. Tra le tante aziende che avevano subìto verifiche fiscali « ammorbidite » da tangenti, ce n’erano quattro – Mondadori, Mediolanum, Videotime, Telepiù – che appartengono a Berlusconi. Le indagini sulle verifiche della Guardia di finanza arrivano fino ai suoi collaboratori più stretti, Salvatore Sciascia, Massimo Maria Berruti. A questo punto, Berlusconi si rende conto che il cerchio si sta stringendo attorno a lui, e Mani pulite diventa, da grande indagine per pulire l’Italia, un obiettivo da colpire. E Di Pietro, da eroe da mettere sulla copertina di TV, sorrisi e canzoni, diventa un nemico da delegittimare.

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18 Gennaio 2009

Il guastafeste - La politica di Berlusconi

Riporto un brano tratto da "Il guastafeste", la mia autobiografia pubblicata da "Ponte alle Grazie" e scritta dal mio intervistatore Gianni Barbacetto, dal titolo "L'opposizione sono io" (pag. 33).

Gianni Barbacetto: Per spiegare la politica di Berlusconi bisogna parlare di strategie processuali? Non si può proprio farne a meno?
Antonio Di Pietro: No. Per parlare della politica di Berlusconi bisogna per forza parlare di processi. E dunque: quando un soggetto viene sottoposto a indagine, ha di fronte tre possibili reazioni. La prima: accettarne le regole processuali e presentarsi dal magistrato. La seconda: scappare e darsi alla latitanza. Poi c’è la terza: darsi alla politica. Oggi buttarla in politica è diventato comune, ma dobbiamo riconoscere che è un’invenzione di Berlusconi. Ci sono le prove: dentro una sentenza del Tribunale di Brescia. Nel maggio 1998, Berlusconi deposita alla Procura di Brescia una memoria in cui denuncia i magistrati Francesco Greco, Ilda Boccassini, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo e Francesco Saverio Borrelli. Tutti colpevoli, secondo lui, di averlo perseguitato in conseguenza della sua decisione di entrare in politica. Tocca al giudice bresciano Carlo Bianchetti esaminare questa denuncia e arrivare, nel maggio 2001, alle conclusioni: nessun complotto contro Berlusconi, nessuna persecuzione. Anzi: le indagini sulla Fininvest non erano state una conseguenza del suo entrare in politica, perché « avevano preceduto, e non seguito, la sua decisione di scendere in campo ». Chiaro? Non sono i magistrati a indagarlo dopo che è diventato un politico, ma è Berlusconi che decide di diventare politico dopo che su di lui e le sue aziende vengono aperte numerose inchieste giudiziarie. Io tutto ciò lo so e non me lo dimentico. Ecco perché non ho potuto seguire Veltroni nella sua strategia del dialogo.

Gianni Barbacetto: Un’opposizione pregiudiziale, «a prescindere», direbbe Totò…
Antonio Di Pietro: Non è un’opposizione pregiudiziale, ci sono quattordici anni di storia politica di Berlusconi che mostrano a chiare lettere la natura del suo operato. La sua storia è lì a dimostrare che ha sempre plasmato le sue scelte politiche sulla base dei suoi interessi personali o aziendali. Aveva anticipato la sua visione della politica già prima di farsi un partito tutto suo: già negli anni Ottanta, infatti, si faceva fare le leggi ad personam da Craxi; una volta sparito Craxi, ha cominciato a farsele da solo. Ho sempre sostenuto che la politica di Berlusconi ha una doppia faccia. Per esempio, sulla giustizia: a parole dice che la vuole riformare; ma la giustizia va sostenuta, non riformata. In pratica, l’unica cosa che vuole riformare sono le norme del sistema giudiziario che non vanno bene a lui e per suoi processi. Sulla sicurezza: sostiene che vuole dare più sicurezza ai cittadini, e intanto toglie soldi alle forze dell’ordine. Sulla scuola: dice di voler far crescere l’istruzione, e invece toglie fondi alla scuola pubblica.

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2 Gennaio 2009

Il guastafeste - L'opposizione sono io

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Riporto un brano tratto da "Il guastafeste", la mia autobiografia pubblicata da "Ponte alle Grazie" e scritta dal mio intervistatore Gianni Barbacetto, dal titolo "L'opposizione sono io" (pag. 16).

Gianni Barbacetto: Il centrodestra ha prima negato di aver voluto con i suoi interventi favorire Retequattro, e poi ha ritirato il provvedimento e rilanciato il dialogo con Veltroni.
Antonio Di Pietro: E allora è cominciato il peggio. Sono arrivate le leggi-canaglia. Dal suo punto di vista, Berlusconi è sempre stato coerente con se stesso: checché se ne dica, si è messo a fare politica per risolvere i suoi guai giudiziari e si è comportato di conseguenza. Anche questa volta, ha messo subito in cantiere le leggi che gli servivano. A Milano lo stavano processando per corruzione giudiziaria perché, secondo l’accusa, avrebbe pagato un testimone, l’avvocato inglese David Mills, per non fargli dire la verità in un paio di processi a proprio carico a Milano. Ma non c’era solo questo, c’era un caso forse perfino più imbarazzante, anche se è rimasto nell’ombra, poco raccontato dai giornali: il procedimento penale aperto a Roma a seguito della denuncia del marito di una bella e giovane nobildonna, Virginia Saint Just, per abusi e favori in cambio di sorrisi e tenerezze varie, denuncia poi in via di archiviazione. Ecco allora che il suo Consiglio dei ministri – suo nel senso letterale, perché se l’è fatto su misura, a proprio uso e consumo – approva in quattro e quattr’otto un disegno di legge, in cui dispone che tutti i processi che prevedono una determinata pena e sono stati commessi fino a un certo giorno – e il processo a suo carico per la corruzione di Mills era oramai alle battute finali e pronto per andare a sentenza – non devono essere più celebrati.

Gianni Barbacetto: È la cosiddetta legge «blocca-processi». Che però non è stata approvata.
Antonio Di Pietro: Certo. Una misura così scandalosa, che avrebbe addirittura bloccato l’intero sistema giudiziario italiano, era inaccettabile. Avrebbe fatto ribellare il Paese intero. Così Berlusconi ha optato per un’altra legge, chiamata « lodo Alfano », dal nome del suo giovane avvocato di studio fatto da lui apposta ministro della Giustizia: non sono più processabili le quattro più alte cariche dello Stato, il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio, il presidente della Camera, il presidente del Senato. Così ha ritirato la blocca-processi, che avrebbe fermato circa centomila procedimenti pur di fermare il suo. Ma con il lodo Alfano ha in cambio violentato immoralmente e incostituzionalmente lo Stato di diritto, perché, d’ora in poi, nel nostro Paese « la legge è uguale per tutti, meno che per quattro persone». Il capo dello Stato, il presidente della Camera, il presidente del Senato e il presidente del Consiglio ora possono commettere ogni tipo di reato, anche spacciare droga, rapinare banche, ammazzare le mogli, corrompere testimoni nelle aule di giustizia – che è poi proprio quello di cui doveva rispondere Berlusconi – ma i processi, durante il loro mandato, non si possono più fare. Insomma, il cittadino non può sapere subito se i suoi principali e più autorevoli rappresentanti istituzionali siano brave persone o meno. Lo potrà sapere solo dopo che hanno finito di governare e quindi quando ormai la frittata è fatta. Ma Berlusconi non si è accontentato solo del lodo Alfano. Questo gli è servito per fermare il processo di Milano. Bisognava fermare anche i giudici di Napoli. Lì, in un altro procedimento giudiziario riguardante il dirigente della RAI Agostino Saccà, stavano venendo fuori intercettazioni alquanto compromettenti per Berlusconi, che evidenziavano suoi interventi – sempre da presidente del Consiglio, nella legislatura 2001-2006 – a favore di alcune signorine e veline varie, che chiedeva di piazzare in RAI a titolo di ringraziamento per favori resi. Individuato il problema, Berlusconi ha subito trovato la soluzione: una nuova legge per impedire sia l’effettuazione che la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche. Da quel giorno, è iniziato un tam-tam da parte dei suoi giornali e delle sue televisioni per convincere gli italiani che i mali d’Italia si risolvono togliendo gli strumenti investigativi ai magistrati. Come a dire che la malattia di un ammalato la si cura eliminando il medico.

Gianni Barbacetto: Intanto, per la «grande riforma» della giustizia che Berlusconi vorrebbe realizzare in tempi stretti, si è tornati alla «bozza Boato» della Bicamerale di Massimo D’Alema: netta distinzione delle funzioni tra magistrati dell’accusa e giudici, due distinte sezioni del CSM, un organismo disciplinare per i magistrati diverso dal CSM, aumento dei membri laici (cioè politici) del CSM, azione penale non più obbligatoria, con la politica che decide quali reati perseguire e quali no… Una parte del centrosinistra ha apprezzato che sulla giustizia si torni a riforme condivise o, come si dice, bipartisan.
Antonio Di Pietro: Questa della « riforma della giustizia » è un’altra delle fisime berlusconiane che purtroppo sta prendendo piede non solo per l’innata idiosincrasia di Berlusconi verso i giudici, ma anche per una malcelata e insana condivisione di tale rancore giudiziario da parte di molti politici, sia di destra sia di sinistra. Ciò a dimostrazione che – in materia di giustizia – non esistono chiari schieramenti contrapposti. E io ne so qualcosa, avendo sperimentato sulla mia pelle, ai tempi di Mani pulite, l’ira bipartisan contro quell’inchiesta. Ora, sia chiaro: effettivamente c’è bisogno di intervenire – e anche urgentemente – sul sistema e sull’organizzazione giudiziaria, ma per renderla più efficiente e più indipendente, non per renderla più sottomessa al governo e alla politica, sottoposta al potere dei forti e dei furbi. Ciò di cui c’è bisogno per far funzionare la macchina della giustizia non sono le riforme dei massimi sistemi, bensì mirati interventi organizzativi, finanziari e procedurali: rivisitazione delle circoscrizioni giudiziarie, accorpamento di uffici periferici sottoutilizzati, riallocamento dei tanti magistrati ancora fuori ruolo, aumento del personale ausiliario, maggiori risorse economiche, ammodernamento delle strutture tecniche e informatiche di supporto, riduzione dei gradi di giudizio, snellimento delle procedure di notificazione, accorciamento dei tempi processuali, delimitazione dei mezzi e delle modalità di impugnazione e così via…

Gianni Barbacetto: I politici non stanno discutendo di queste cose…
Antonio Di Pietro: No. Non si vuole fare nulla di tutto ciò. Con la scusa della riforma della giustizia, si vuole intervenire in materie che mettono a rischio lo Stato di diritto e la stessa tenuta democratica del nostro Paese. Si vuole intervenire sulla separazione delle carriere, per mettere i pubblici ministeri sotto il controllo del potere esecutivo. Si tenta di giustificare la necessità di separare le carriere affermando che i pubblici ministeri devono essere trattati allo stesso modo degli avvocati: in realtà, gli avvocati devono battersi sempre per l’assoluzione dei propri clienti anche se colpevoli, mentre il pubblico ministero deve svolgere sempre indagini anche a favore dell’imputato e deve chiedere la sua assoluzione se si convince che è innocente. Non basta: si vuole intervenire sull’organizzazione e sul funzionamento del CSM – che è il delicato organismo costituzionale di autogoverno della magistratura, garante della sua autonomia dalla politica – prevedendo un maggior numero di componenti eletti per nomina politica (i cosiddetti componenti laici) e spezzandolo in due senza alcuna valida ragione. A che titolo? E perché? Infine, si vuole eliminare l’obbligatorietà dell’azione penale. L’Italia dovrebbe invece andare orgogliosa di questo principio, che la pone all’avanguardia rispetto ad altri Stati: tutti devono rispettare la legge, che si deve applicare a tutti, tutte le volte che vengono commessi reati. Non c’è ragione, infatti, di dire: certi fatti sono previsti come reati, ma poi si stabilisce che non sono perseguibili. La giustificazione formale di una tale proposta è davvero ridicola. Si dice che, siccome non si riescono a fare tutti i processi, allora tanto vale scegliere di farne solo alcuni. No. Se il personale, i mezzi e le strutture non sono sufficienti, devono essere aumentati e ampliati, non si deve rinunciare a intervenire. Allo stesso modo, se le carceri non sono sufficienti per contenere tutte le persone che devono stare in galera, si devono aumentare le strutture carcerarie e non mettere fuori i delinquenti. Invece, così si è fatto anche ultimamente, con « l’indulto Mastella », ancora una volta in « cooperazione colposa » tra centrosinistra e centrodestra. Ora tutti dicono che quella soluzione fu sbagliata. Ma allora perché la votarono? Perché all’epoca vi era interesse da parte di alcuni parlamentari – tipo quelli che si trovavano nella stessa posizione processuale dell’onorevole Cesare Previti, o che avevano amici o clienti che si trovavano nella stessa situazione – a fare in modo che chi doveva ancora andarci, in carcere, non ci andasse proprio. Insomma, quell’indulto non servì tanto a diminuire la popolazione carceraria, che infatti di lì a poco riempì nuovamente gli istituti penitenziari, ma piuttosto a impedire a un manipolo di impuniti di andarci, in carcere.

Gianni Barbacetto: Intanto, la Lega chiede addirittura che i PM vengano eletti dal popolo…
Antonio Di Pietro: M’immagino che cosa succederà in certe zone a forte presenza mafiosa o dove il voto di scambio è pratica di tutti i giorni… Che tipo di magistrati verrebbero eletti? E m’immagino, sotto elezioni, con quali piedi di piombo il magistrato andrà a fare indagini contro persone e gruppi a cui di lì a poco dovrà chiedere il voto! Che cosa proporrà in cambio? Suvvia, siamo seri, se non vogliamo scadere nel ridicolo!

Gianni Barbacetto: Da solo o in accordo con l’opposizione, Berlusconi riuscirà ad arrivare con i giudici a quella che un giorno ha chiamato la «soluzione finale»?
Antonio Di Pietro: Anche in altre epoche storiche è arrivata la « soluzione fi - nale » e poi si è vista la tragedia umana che ne è conseguita. Ora non siamo certo all’olio di ricino di passata memoria, ma i segni premonitori di una nuova dittatura ci sono tutti: controllo meticoloso dell’informazione, sottomissione del potere giudiziario all’esecutivo, abuso del ricorso ai decreti legge, approvazioni forzate di leggi con la mannaia del voto di fiducia, denigrazione e ghettizzazione di ogni opposizione politica non succube o compiacente, legislazione personalizzata e personalistica, impunità costruite a tavolino, uso e abuso di ruoli pubblici per fini privati, scambi di favori con cordate economiche-finanziarie finalizzate al controllo oligopolistico dell’economia pubblica e privata, e così via. Andando avanti di questo passo, non credo che bisognerà ancora aspettare molto prima che la spallata finale avvenga. Per intanto, la « soluzione finale » è vicina per i giudici. Essi rappresentano per Berlusconi ciò che gli ebrei rappresentavano per Hitler: razza infame da eliminare, anzi dementi da mandare nei manicomi. Non lo dico io: lo ha affermato lui stesso! Ma c’è ancora una possibilità di salvezza, anzi due. Innanzitutto e per fortuna, c’è la nostra Costituzione. Gli interventi che Berlusconi e i suoi sodali vogliono fare in materia di giustizia possano essere fatti solo previa modifica della Carta costituzionale. Questo significa che ci vuole il consenso di almeno i due terzi del Parlamento. Non voglio nemmeno pensare che ci sia qualcuno dell’opposizione pronto a vendersi l’anima per questo. Poi ci sono i cittadini italiani che devono essere chiamati a ratificare le modifiche costituzionali e io credo che, alla fine, la maggioranza degli italiani ci penserà due volte prima di buttare al macero le regole che i nostri padri costituenti ci hanno dato con il sangue e con la vita.

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26 Dicembre 2008

Il guastafeste - La versione di Antonio

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Riporto un brano tratto da "Il guastafeste", la mia autobiografia pubblicata da "Ponte alle Grazie" e scritta dal mio intervistatore Gianni Barbacetto, dal titolo "La versione di Antonio" (pag. 11).

"Nel 1991, uno sconosciuto magistrato della Procura di Milano pubblicava su un piccolo mensile milanese, « Società civile », un articolo in cui spiegava il sistema della corruzione nella «Milano da bere ». La chiamava « dazione ambientale »: non si capisce più chi comincia le danze, diceva, se è il politico a pretendere la mazzetta, o l’imprenditore a voler comprare l’appalto; è un sistema ormai così pervasivo che non occorre né chiedere né pretendere, la tangente è automatica, « ambientale ». Dei tangentomani delineava, in quell’articolo, i tipi umani, con definizioni fulminanti: il « ricattatore », il «mendicante », il « ragioniere », il «millantatore », il « prestanome », il « portaborse »…Pochi mesi dopo, l’Italia imparò il nome di quel magistrato: si chiamava Antonio Di Pietro. Imparò anche nomi e cognomi dei tangentomani, centinaia e centinaia di politici, amministratori, funzionari, imprenditori, manager che divennero imputati di un’indagine chiamata Mani pulite e che segnò la storia italiana. Quel magistrato divenne improvvisamente l’eroe bipartisan di un’Italia che sembrava cambiare, chiudendo, tra gli applausi, la prima Repubblica. Durò poco. Cominciarono le polemiche, le recriminazioni, gli scontri. Seguirono le accuse, i dossieraggi, i processi. Nel 1996, un professionista dei sondaggi, Nicola Piepoli, assicurò che Di Pietro, uscito dalla magistratura e sotto attacco da più parti, manteneva comunque un consenso eccezionale: «Lo sostengono otto italiani su dieci. Ha superato quella che noi chiamiamo la « soglia dell’eroe ». Solo Garibaldi ci riuscì ». Oggi anche Garibaldi è contestato, perché ha unito l’Italia, perché ha attaccato il papa, perché ha usato le armi e dunque è all’origine, secondo Ernesto Galli della Loggia, del « brigatismo senza fine ». Figurarsi Di Pietro. Ha ricominciato da capo, facendo prima l’imputato, poi scegliendo il mestiere che divide per definizione: il politico. Nel biennio di Mani pulite, univa destra e sinistra, comunisti e fascisti, cattolici e mangiapreti, rudi leghisti che agitavano il cappio e raffinati intellettuali che inneggiavano al rinnovamento e salutavano la vittoria della società civile sull’invadenza dei partiti. Un consulente dei circoli della destra americana, Edward Luttwak, glorificò Di Pietro come eroe della « rivoluzione italiana ». Tifavano per lui, e con toni da stadio, anche Galli della Loggia e Vittorio Feltri, Marcello Pera e Carlo Giovanardi. Perfino Silvio Berlusconi lo volle incontrare e gli offrì prima un ministero, in seguito un ruolo istituzionale. Poi la « soglia dell’eroe » si è infranta. L’ammirazione, che in qualche caso era diventata adulazione, agiografia, culto della personalità, si era trasformata in giudizio sprezzante. Ricordate il « dipietrese »? Esaltato dai media, nei primi anni di Mani pulite, come geniale invenzione linguistica, concentrato di spontaneità, efficacia ed eloquenza, viene poi irriso come gergo rozzo e sgrammaticato, nemico della sintassi e dei congiuntivi. Lasciata la toga e diventato uomo della politica, per Di Pietro comincia una nuova vita. Basta consenso plebiscitario. Ora divide. Anzi, Tonino l’ecumenico si è ritrovato a dividere più d’ogni altro, nel Paese delle divisioni infinite. Ma a dividere in maniera inedita, non destra contro sinistra, bensì spezzando i fronti, dentro la destra e dentro la sinistra, e ricreando strane alleanze trasversali. È, per chi lo avversa, colui che ha umiliato la politica, ha abusato delle manette, ha distrutto strumenti di democrazia. Contemporaneamente troppo di destra e troppo amico di quelli di sinistra, ma anche furbescamente antipolitico, sostenitore del « destra e sinistra, sono tutti uguali ». Uomo d’ordine, monomaniaco della giustizia, fanatico della legalità. E insensibile invece alle questioni sociali, sindacali e del lavoro. Spregiudicato nei rapporti, campione delle amicizie sbagliate, monarca in politica, fondatore e padre-padrone di un partito personale: proprio come il suo avversario. Per chi lo segue, invece, è ancora l’eroe di Mani pulite che, dopo aver distrutto, dà il suo contributo a ricostruire. Un intruso, come lo definiva un libro di Luigi Ferrarella, straniero tanto in magistratura quanto in politica? Oppure un arcitaliano, contadino furbo che in ogni contesto riesce ad affermare se stesso? Un guastafeste, certamente, che ha rovinato il banchetto felice della prima Repubblica e ora continua a spiazzare la politica con un’opposizione ruvida e netta. Oggi Di Pietro sembra vivere un nuovo momento magico: non ha riattraversato la « soglia dell’eroe », ma ha ottenuto una grande visibilità mediatica e politica, ha conquistato un ruolo centrale nell’opposizione, ha consolidato il suo partito, ha moltiplicato i consensi. Saprà approfittare di questo momento magico? Saprà fare tesoro delle esperienze passate e anche degli errori commessi? O il suo partito, come dice qualcuno, si sgonfierà presto come un soufflé? Chi, sostenitore o avversario, trova comunque interessanti queste domande potrà trovare utile anche questo libro, che presenta la « versione di Antonio » e racconta, attraverso una lunga intervista, chi è il nuovo Di Pietro."

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22 Dicembre 2008

Il guastafeste - Premessa

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Inizio da oggi la pubblicazione di alcuni brani tratti dalla mia autobiografia, intitolata "Il guastafeste", pubblicata da "Ponte alle Grazie" e scritta dal mio intervistatore, Gianni Barbacetto.

"Da Mani pulite all’Italia dei valori, dal lavoro di magistrato a quello di fondatore e capo di un partito politico, questo libro racconta la mia esperienza politica e umana. Molti si sono rammaricati perché lasciai anzitempo la magistratura e soprattutto lasciai a metà il lavoro di « pulizia ». Altri mi hanno rimproverato di aver sprecato l’occasione della mia vita quando, all’indomani delle dimissioni, non ne approfittai per diventare l’« uomo forte » che l’Italia sembrava attendere, presentandomi immediatamente alle elezioni. Altri ancora mi hanno snobbato da subito, convinti che durante l’inchiesta di Mani pulite ero stato un burattino nelle mani di altri e che quindi rappresentavo solo una bolla di sapone, un « soufflé » destinato a essere risucchiato nell’oblio nello spazio di un mattino. Si sa, la vita pubblica è come il gioco del calcio: c’è chi gioca e chi, dagli spalti, è bravo a dar consigli o a criticare inferocito. La questione di fondo è, però, scegliere che cosa si vuole fare, se il giocatore o lo spettatore. E io ho scelto di fare il giocatore, con tutti i rischi e le incertezze del mestiere ma anche tutte le soddisfazioni che può dare l’orgoglio di essere in campo, pronti ogni volta a giocarsi la partita della vita. E così, dopo aver appeso al chiodo la toga e aver rinunciato agli allori di Mani pulite, inchiesta per la quale ero stato riverito in tutto il mondo, non mi sono rassegnato ad appendere anche le scarpe. Sia chiaro: non ho lasciato la magistratura per un capriccio o perché avevo progetti alternativi. L’ho lasciata con la morte nel cuore perché costretto dalle circostanze: erano stati messi in discussione il mio operato investigativo e la mia dignità umana. Da magistrato ho fatto il mio dovere e ne ho pagato le conseguenze: ma se dovessi ritornare indietro rifarei l’inchiesta nello stesso modo e con la stessa determinazione di allora. Forse con qualche scaltrezza e qualche accorgimento in più: ma solo perché ora ho capito meglio i suoi rituali e le sue ipocrisie. Così mi sono messo in politica. L’ho fatto a ragion veduta: da magistrato avevo scoperchiato i malanni del sistema politico e imprenditoriale italiano, dunque ho pensato che da politico avrei potuto contribuire a trovarne la cura, che per me consisteva e consiste ancora essenzialmente nel ricambio generazionale della classe politica. Ho quindi iniziato una nuova avventura, ricominciando da zero: ho fondato un partito nuovo, ho girovagato di città in città, di piazza in piazza cercando di creare un nuovo ceto politico. In questi anni, passo dopo passo, mattone dopo mattone sono riuscito a costruire una casa nuova per tanti cittadini ed elettori scontenti, con buona pace di coloro che pensavano che il mio successo da magistrato fosse stato uno scherzo del destino. Certo, non è stato facile e i lavori sono ancora tutti in corso, ma le fondamenta ora ci sono tutte e sono anche belle solide. Non sempre la ciambella è riuscita con il buco e qualche volta mi è capitato di incappare in qualche ferro vecchio o in qualche mela marcia, ma questi sono gli incerti del mestiere; e chi non sbaglia mai scagli la prima pietra. L’importante è liberarsi immediatamente delle zavorre non appena si riesce a riconoscerle come tali, e io sempre così mi sono comportato e mi voglio comportare. Anche ora che faccio politica però – così come mi era successo da magistrato – montano le critiche e le riserve sul mio operato. Vengo spesso apostrofato nei modi più disparati: antidemocratico, populista, giustizialista, eversivo, pericoloso, malvagio, « analfabeta democratico », e chi più ne ha più ne metta. Sembra a volte che la colpa di tutto quello che è accaduto negli ultimi quindici anni sia mia e non di chi ha commesso reati e ruberie varie, di chi ha approfittato del proprio ruolo per farsi i comodi suoi (e anche leggi a proprio uso e consumo). Allora mi sono detto: ma è veramente così? Davvero sono io l’anomalia di questo Paese? Davvero sono io in errore e non invece chi ha bisogno di denigrare me per giustificare sé? In fondo qual è la mia colpa? Certo, anche da politico ho sempre insistito nel denunciare le ruberie della mala amministrazione e le furbizie della politica, ma ho sempre ritenuto che questo fosse un merito e non un demerito. Sono domande che mi rimbombano nella testa soprattutto quando giro per strada, organizzo e partecipo a manifestazioni, mi confronto con i cittadini comuni. Tutte queste persone hanno del mio operato una visione totalmente diversa dai signori del Palazzo: mi ringraziano, mi stimolano ad andare avanti, chiedono un impegno ancora maggiore, si riconoscono nelle mie battaglie, politiche di oggi e giudiziarie di ieri. Ho ancora dentro di me il calore dei partecipanti alle manifestazioni di piazza Navona, ho davanti agli occhi il Circo massimo e tante donne e uomini, che, pure essendo stati lì chiamate dal Partito democratico, facevano la fila ai gazebo dell’Italia dei valori per firmare il referendum contro il lodo Alfano; rivivo la calda accoglienza degli studenti e degli insegnanti alla manifestazione del 30 ottobre contro la legge Gelmini; sento sulla mia pelle l’incondizionata fiducia ricevuta dai lavoratori di Alitalia… Non posso essere io il giudice di me stesso: per questo vorrei rivolgermi idealmente ai cittadini e ai lettori e chiedere a loro che cosa pensano del mio operato. Le domande che porrei sono sostanzialmente due. Primo: da magistrato, ho fatto bene o ho fatto male a fare l’inchiesta Mani pulite nei modi e con i metodi con cui l’ho fatta? Secondo: da politico, ho fatto bene o ho fatto male a fondare un nuovo partito per rilanciare la questione morale e della legalità nella politica e negli affari, oppure per questi temi etici bastano i partiti esistenti? Sono domande, però, a cui vorrei che i cittadini – i veri e soli giudici del mio operato – potessero dare una risposta dopo aver ascoltato anche la mia versione dei fatti, giacché finora sono stato sempre « processato » solo da chi – in totale conflitto d’interessi con la mia azione prima di magistrato e poi di politico – ha avuto e ha convenienza a screditare il mio operato. Ecco, da queste riflessioni è nata l’idea di un libro che racconti la mia verità. Più che un libro è una confessione « sotto giuramento », resa a un giornalista serio e indipendente come Gianni Barbacetto. Con le sue domande senza filtro, Barbacetto si è messo nei panni di un cittadino-giudice-lettore che voglia valutare il « fenomeno Di Pietro » in modo informato. Alla fine del dialogo tra me e Barbacetto, ci siamo domandati, e insieme a noi l’editore: che titolo diamo a questo lavoro? Gira e rigira, il primo titolo a cui abbiamo pensato è stato come il primo amore, ci è tornato sempre in mente: Il guastafeste. In fondo è vero: sono stato e sono un guastafeste, nel senso più letterale del termine però, e ne sono orgoglioso. Svolgendo il mio lavoro ho « guastato la festa » a politici maneggioni, ho interrotto il banchetto di imprenditori senza scrupoli, ho scoperchiato le pentole della Casta, ho sbugiardato speculatori e finanzieri d’assalto, ho ridicolizzato le mille ipocrisie di cui si circonda il Palazzo. Per carità, niente di eccezionale, ho fatto solo il mio dovere: ma di questi tempi, fare il proprio dovere sembra sia diventata un’anomalia."

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