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9 Settembre 2010

G7 addio

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L'Italia, nel terzo trimestre di quest'anno, registrerà un calo del prodotto interno lordo dello 0,3% su base trimestrale annualizzata: lo scrive l'Ocse nell'Interim Assessment diffuso poco fa.
L'Italia è l'unico Paese del G7 ad aver registrato un Pil in retrocessione per il periodo luglio-settembre 2010.

Un disastro insomma. Ma prima di chiudere, ecco una ‘buona’ ma improbabile notizia: nel quarto trimestre l'Ocse vede per l'Italia, sempre su base trimestrale annualizzata, un ritorno alla crescita dello 0,1%. Magari!
Forse Tremonti tirerà un respiro di sollievo per questo aumento minimo del Pil dello 0,1% ma il resto della popolazione si sta già facendo il segno della croce. L’Italia si trova in una situazione di stallo, anzi è in piena recessione, da oltre tre anni. La crisi, dopo essere stata occultata dal Governo e da alcuni media pilotati da palazzo Grazioli, ora è stata accertata anche dal presidente del Consiglio, che finora ne ha negato l’esistenza. L’Italia, fanalino di coda dell’Europa, sarà esclusa dal G7, dal G8 e, se continuiamo così, rientrerà nel G20 dalla porta di servizio. L’economia è allo sbando. Il debito pubblico continua a salire, il Pil è in contrazione inesorabile, così come i consumi, e il potere d’acquisto dei salari è sotto la suola delle scarpe, ma nessuno ne parla. Inoltre, ogni lavoratore versa contributi per altri cinque individui che non lavorano (tra pensionati, disoccupati, studenti e lavoro nero). La disoccupazione è del 10% ma in realtà, analizzando i criteri secondo cui è calcolata, equivale al 15%. Le uniche industrie che continuano a macinare utili sono quelle di proprietà della famiglia Berlusconi (chissà perché), quelle intubate dallo Stato (e dunque dai cittadini) e quella della criminalità organizzata che può sfruttare il lavoro di coloro che per sopravvivere sono disposti a fare il grande salto dall’onestà all’illegalità. Il centrodestra ha fallito.

Gli italiani, secondo i sondaggi (su cui non faccio mai affidamento), sarebbero stati disposti a chiudere un occhio sui comportamenti discutibili del proprio leader ma in cambio si sarebbero aspettati almeno il risanamento dei conti, la tutela dell’occupazione, nuove strategie di sviluppo, l’apertura di nuovi mercati, la riduzione delle tasse, l’ingresso di investimenti e capitali esteri che, invece, se la sono data a gambe levate. Le risposte del governo sono andate esattamente nella direzione opposta: il debito pubblico è lievitato a livelli di craxiana memoria, molte imprese sono state costrette a chiudere e a licenziare migliaia di dipendenti, i lavoratori precari sono aumentati vertiginosamente e diverse multinazionali (Glaxo, Alcoa, Fiat, Yamaha, Motorola e Nokia) hanno optato per la delocalizzazione del made in Italy in Romania, Cina e Polonia. La già fragile stabilità economica del Paese sarà esposta a nuove e pericolose scosse con le possibili elezioni politiche. Elezioni che rappresentano l’estremo tentativo di salvare l’Italia dal crack economico e sociale che appare ogni giorno più vicino a causa della mancanza di una politica industriale da parte del governo e di un ministero essenziale come quello dello Sviluppo Economico, vacante ormai da 128 giorni.
Certo, presentarsi alle elezioni senza un leader, senza una coalizione e un programma politico chiaro sarebbe come riconsegnare il Paese alla stessa maggioranza, sarebbe dunque un suicidio politico.

L’Italia dei Valori sta lavorando per costruire un’alternativa seria, per rimettere in moto l’economia e liberare il Paese da un governo che lo ha messo in ginocchio.

Vogliamo che a questo progetto contribuisca solo chi ha fatto opposizione in questi anni, e non chi cavalca strumentalmente l’attuale rottura all’interno della maggioranza perché scorge il cadavere del proprio sodale passare sotto il ponte.

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8 Settembre 2010

Udc e Idv: una distanza siderale in sei punti

Un partito si definisce tale quando raggruppa più cittadini sotto due aspetti determinanti: la coerenza e il programma. Sono l'unica identità di un partito politico che senza coerenza e programma, dunque, non ha ragione di esistere, se non per inseguire fini individuali. 
In queste ore sto assistendo ad una corsa sfrenata alla strumentalizzazione della mia posizione circa la contestazione torinese a Schifani. Pd e Udc, in realtà, sembra stiano solo cercando di trovare una giustificazione da offrire ai propri elettori su una scelta già fatta.
Proprio per questo, e per evitare confusione nell'elettorato, voglio ribadire che l'Italia dei Valori non è contraria ad un'alleanza con l'Udc per "partito preso", come i media vogliono far intendere. Siamo distanti dal partito di Casini per divergenze sostanziali nei punti programmatici. Nell'Udc mancano quei due aspetti determinanti che devono appartenere ad un partito: la coerenza e il programma. Non c'è coerenza in un partito che, dopo aver abbandonato Berlusconi, sarebbe tornato di corsa al governo qualche settimana fa se non fosse stato per il rifiuto della Lega.
Vorrei sapere sul secondo aspetto, quello del programma, cosa pensa Casini in particolare di alcuni punti cardine dei nostri valori. 

- il primo: se intendono rinunciare al nucleare e a proporre politiche per la tutela dell'ambiente (raccolta differenziata, energie rinnovabili, no agli inceneritori,..).
- il secondo: se vogliono l'acqua pubblica, senza farsi influenzare dalle lobby collegate al partito e a Caltagirone.
- il terzo: se accettano senza riserve la regola della non candidabilità dei condannati (un presupposto che dovrebbe stare alla base di un partito che si ispira a valori cattolici come l'Udc, che invece ha fra i suoi eletti il senatore Totò Cuffaro).
- il quarto: se intendono lavorare per una legge elettorale nuova per mandare in soffitta la legge porcellum che proprio l'Udc votò contribuendo alla sua approvazione.
- il quinto: se intendono impegnarsi realmente nella lotta all'evasione fiscale, dopo aver contribuito (con la loro assenza in aula) a far approvare lo scudo fiscale.
- il sesto: se intendano metter mano una volta per tutte al conflitto di interessi, un cancro che oggi non affligge solo berlusconi ma tutta la classe politica del Paese.

Smarcati questi ed altri punti saremmo anche disposti a discutere di alleanze con l'UDC per un Governo, ma mi chiedo cosa rimarrebbe di quel partito, probabilmente solo lo scudo crociato. E' questo il motivo per il quale è impossibile pensare ad un'alleanza fra l'Italia dei Valori e il partito di Casini, o meglio di Cuffaro.
I partiti, come tali, possono decidere qualsiasi alleanza a dispetto dei propri elettori. Ma chi rispetta il ruolo di un partito e della politica non può ignorare i cittadini e le loro aspettative. E per noi i cittadini ed i nostri elettori sono tutto.

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Gli editoriali del TG1 ricordano un pò le truffe di Vanna Marchi applicate all'informazione (a guardar bene, con una parrucca, Minzolini potrebbe anche somigliargli). Per ovviare a questi penosi ed umilianti spettacoli la politica deve uscire dall’informazione pubblica a tutti i livelli. Minzolini è solo una delle tante metastasi originate dal cancro del berlusconismo. Dopo quasi tre anni di propaganda a reti unificate, che hanno lobotomizzano i cittadini meno accorti, sarà lungo il processo di recupero e di risanamento del servizio di informazione pubblico. La soluzione del conflitto di interessi aiuterà il processo. Per ora rimane l’indignazione per il fatto che il TgPdl è pagato dai cittadini. Il canone per le reti di Stato e gli stipendi a personaggi come Minzolini dovrebbero pagarli o Mediaset o il Pdl. Certamente non gli italiani.

Sen. Pancho Pardi

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7 Settembre 2010

Berlusconi salga al Colle, ma per dimettersi


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Pubblico il video del mio intervento di questa mattina a SkyTg24, nel quale ho invitato il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, a salire al Colle per rassegnare il proprio mandato e andare a votare al più presto. Il Paese, lo ribadisco, si deve liberare non del presidente della Camera, ma del presidente del Consiglio.
Di seguito una mia intervista rilasciata ad Affaritaliani.it

Antonio Di Pietro: "Quando si tratta di contestare la storia politica dei vari dell'Utri e Schifani noi stiamo dalla parte dei cittadini che la contestano perché questo è il sale della democrazia. Se per questa ragione il Pd ritiene incompatibile stare con noi, si comporta come la volpe con l'uva, dice che è acerba perché non arriva a toccarla".

Affaritaliani.it: Enrico Letta le ha un po' tirato le orecchie per aver difeso i contestatori del presidente Schifani alla festa del Pd. "Dico al signor Di Pietro che questa posizione è incompatibile con noi". Che cosa risponde?
Antonio Di Pietro: "L'Idv è un partito che risponde solo agli elettori e ai cittadini italiani. In questi anni si è trovato spesso da solo all'opposizione in Parlamento e nell'illuminare le coscienze dei cittadini italiani sul pericolo che la democrazia e le istituzioni correvano nel nostro Paese in mano al piduista Berlusconi".

Affaritaliani.it: Con chi si alleerà l'Idv?
Antonio Di Pietro: "Vogliamo continuare nella nostra azione politica proponendo un'altenativa di governo che segni lealmente una discontinuità dal modello di governo berlusconiano. Non abbiamo alcuna intenzione di scendere a patti con qualcuno su questo tema. Quando si tratta di contestare la storia politica dei vari dell'Utri e Schifani noi stiamo dalla parte dei cittadini che la contestano perché questo è il sale della democrazia. Se per questa ragione il Pd ritiene incompatibile di stare con noi si comporta come la volpe con l'uva, dice che è acerba perché non arriva a toccarla. E comunque l'Idv il 17-18-19 settembre a Vasto, nell'assemblea programmatica ha lanciato un punto straordinario che sarà il nostro programma".

Affaritaliani.it: Ovvero?
Antonio Di Pietro: "Indicheremo le condizioni per stare in una coalizione e il programma che vogliamo realizzare. E soprattutto sarà il popolo dell'Idv a decidere con chi stare perché noi democraticamente lasciamo decidere ai nostri militanti".

Affaritaliani.it: E' possibile un'alleanza con l'Udc?
Antonio Di Pietro: "Non ne voglio più parlare".

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6 Settembre 2010

Un giorno da Di Pietro

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Si sa che la gente dà buoni consigli se non può dare cattivo esempio": cantava Fabrizio De André in “Bocca di rosa”.
E’ il primo pensiero che ho avuto quando i giornalisti mi hanno chiesto di commentare il trattato sull'incoerenza esposto a Mirabello da Gianfranco Fini.
Il presidente della Camera ha attaccato Berlusconi e il berlusconismo con un discorso che, per lunghi tratti, sembrava scritto dall'Italia dei Valori. Ma non si può giocare a fare l'Antonio Di Pietro per un giorno a settimana, e stare gli altri sei dall’altra parte della barricata.
Fini, più che prendere le distanze dal Pdl, ossia da se stesso, si è proposto come il nuovo che avanza nel centrodestra, dimenticando, però, che è stato fedele alleato di Berlusconi per 16 lunghi anni. Per tutto questo tempo, Gianfranco Fini ha contribuito in modo diretto e determinante ai successi personali del Premier e alle disfatte del Paese.
Fini ha dato all'Italia i condoni edilizi e fiscali nel 2003, votando con Berlusconi.
Fini ha approvato lo Scudo Fiscale nel 2009, votando con Berlusconi.
Sempre Fini, che ieri ha parlato dei precari della scuola, ha partecipato (poiché al Governo) ai decreti legge firmati Gelmini che hanno partorito migliaia di nuovi precari nel mondo scolastico.
Ancora Fini ha fatto in modo che il Paese diventasse a uso e consumo del Premier votando almeno 18 leggi ad personam, dal digitale terrestre alla legge Cirielli, dalla legge Pecorella al lodo Alfano.
Non capisco se il Presidente della Camera, col suo discorso a Mirabello, prenda per scemi gli italiani, oppure sia subentrata in lui una profonda crisi di coscienza e di identità che lo ha spinto verso un improvviso ravvedimento operoso.
Anche in questo secondo caso non può certo proporsi come alternativa al berlusconismo.
I pentiti, anche se tali, non possono pretendere di diventare i leader dell'antimafia.
Fini ha condiviso per troppo tempo il comodo talamo del Pdl, che c’è e opera a pieno regime dal 1994, e non può tornare indietro. Il suo obiettivo, ne deduco, sia non tanto la proposta di cambiare il Paese, quanto la successione a Berlusconi.
Un piccolo indizio ce lo ha già dato durante il discorso, infatti se lasci un partito pieno di indagati e condannati, non puoi avvicinarti ad un partito il cui massimo esponente si chiama Salvatore Cuffaro. Mi sembra una contraddizione in termini.
L'Italia dei Valori rimane scettica nei confronti di un’alta carica dello Stato che polverizza l’operato del Governo ma, allo stesso tempo, promette di rimanergli fedele.
A Mirabello Fini si è anche lasciato andare all'emozione dicendo: "Fa piangere il cuore il fatto che un ragazzo su quattro non lavori", peccato che se disoccupati avessero avuto modo di parlare, Torino docet, gli avrebbero chiesto volentieri cosa ha fatto lui negli ultimi anni per loro.
Nonostante tutto ciò, gli italiani sarebbero disposti a riconoscergli l’onore delle armi a patto che ora Fini dimostri coerenza, facendo seguire alle parole i fatti e sfiduciando Berlusconi. Diversamente potremmo definirlo un comune quaquaraquà.

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Passaparola di lunedì 6 settembre

Testo:

Buongiorno a tutti, mi scuso ma oggi parliamo, a vario titolo, ancora della seconda e della terza carica dello Stato. Cominciamo dalla terza che ieri ha parlato ha Mirabello, in Provincia di Ferrara, non ha detto cose sensazionali. Ascoltate da noi non sono cose sensazionali, sono cose che sappiamo e ci diciamo dal 1994, quando Berlusconi entrò in politica, mi venivano in mente gli articoli di Montanelli del 1993, addirittura poco prima che Berlusconi entrasse in politica, ma Montanelli già l’aveva saputo, nei quali si diceva cos’è la destra, cosa dovrebbe essere la destra e si prevedeva cosa sarebbe stata quella che Montanelli chiamava questa truffa, questa patacca di destra che Berlusconi aveva in mente.

Buongiorno, Fini (espandi | comprimi)
Tutte le previsioni di Montanelli si sono avverate, la destra è diventata quella roba che Fini ieri ha descritto, peccato che Fini ne abbia fatto parte fino a ieri e questo è il punto di maggiore debolezza dell’intervento di Fini, che però ha un pregio, quello di avere preso atto sia pure con notevole ritardo, della necessità che anche in Italia nasca una destra normale e il fatto stesso che lui si sia preso la scena in una piazza molto piena come quella di Mirabello e abbia potuto grazie ai siti Internet, grazie a La Sette che ha trasmesso in diretta il suo discorso, abbia potuto descrivere come potrebbe essere una destra diversa, è un fatto in sé importantissimo.


"Schifare Schifani non è reato" (espandi | comprimi)
Chiudo la parentesi interna, chiudo quella esterna su Fini e veniamo all’altra carica dello Stato perché è successa una cosa secondo me meravigliosa sabato a Torino, giovani assolutamente auto- organizzati, mandati da nessuno, pagati da nessuno, precettati da nessuno, si sono mandati da soli dopo essersi passati la voce via Facebook e altri social network, sono andati, erano circa una cinquantina a contestare Renato Schifani, invitato opinatamente alla festa nazionale del PD sul palco di Torino a duettare con lui c'era il povero Piero Fassino che ormai proprio non ne azzecca più una neanche per sbaglio!

Battista e il Corriere della Serva (espandi | comprimi)
Sentite cosa scrive questo bel tomo Battista “Di sinistra o di destra il professionista del fischio e dello schiamazzo è convinto di stare dalla parte del bene contro il nemico da zittire, simbolo del male, è un populista all’ennesima potenza.

Questo è un bel momento (espandi | comprimi)
Squadristi, fascisti, detto da uno che crede di essere un giornalista, questo Giubilei, fascisti alla gente? Ma come ti permetti, ma chi sei? Fascisti, gazzarra intimidatoria il Capo dello Stato è intervenuto con un suo monito, era un po’ che non lanciava moniti, mi viene in mente Pertini, quello sì un vero Presidente della Repubblica, almeno personalmente quando penso a un Presidente della Repubblica penso a Pertini, a Scalfaro, a Einaudi, non certamente all’ultimo, gazzarra intimidatoria, cosa diceva Pertini?


Siete tutti invitati naturalmente, è un mese di settembre con i weekend belli pieni, Versiliana questo fine settimana e poi tra due il sabato e la domenica, 25/26 se non erro a Cesena la Woodstock con Beppe Grillo e tantissimi artisti che trovate sul blog, passate parola!

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5 Settembre 2010

La reazione degli onesti

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Rispetto ai fischi riservati al presidente del Senato Schifani, ospite ieri alla festa del Pd a Torino, pubblico una mia intervista rilasciata al quotidiano "La Repubblica"

Antonio Di Pietro: "Contestatori? Ma questi sono difensori della legalità, resistenti, altro che contestatori".

La Repubblica: Antonio Di Pietro, lei non condanna i fischi a Schifani?
Antonio Di Pietro: "Siamo alla fiera dell'ipocrisia, del perbenismo e dell'inciucio".

La Repubblica: Dentro il Parlamento è l'unico che difende la contestazione al presidente del Senato.
Antonio Di Pietro: "E questo è deprimente. La cosa peggiore è prendere atto che abbiamo a che fare con una classe politica lontana dal popolo che se la prende con chi interpreta la voce del popolo".

La Repubblica: E anche con chi zittisce alcune voci, come hanno provato a fare a Torino con Schifani.
Antonio Di Pietro: "Ma quando un cittadino si può ribellare? In uno Stato di diritto ci dev'essere un luogo per far sentire la propria voce. E dove se non in un comizio pubblico? Solo nei regimi è vietato contestare. Solo Gheddafi, quando è venuto ha preteso incontri blindati".

La Repubblica: Libero fischio in libero Stato, dunque?
Antonio Di Pietro: "Sembra che in questo Paese non stia succedendo niente. Facciamo finta che non ci sia una cricca piduista e fascista che ha occupato le istituzioni, approvando leggi liberticide e ad personam che violano la Costituzione. Però tutto questo non si può dire e si vuole togliere al cittadino il diritto di ribellarsi quotidianamente".

La Repubblica: Napolitano parla di "intimidatorie gazzarre" e di "allarmante degenerazione".
Antonio Di Pietro: "Il presidente della Repubblica, messo nei suoi panni ha il dovere, oltre che il diritto, di difendere il ruolo della seconda carica dello Stato. C'è una nobile preoccupazione dietro le sue parole. Ma non è una buona ragione per zittire il popolo".

La Repubblica: Qualche giorno fa lei ha chiesto di "zittire dell'Utri in tutte le piazze".
Antonio Di Pietro: "E lo rivendico. Rivendico la contestazione e l'esasperazione dei cittadini a Como e a Torino. E poi, io a Torino, dal Pd, ci sono stato. Qualche giorno fa, a dibattere con Franco Marini. C'erano migliaia di persone. È stato un tripudio di consensi per me. E per Marini molti fischi".

La Repubblica: Le hanno detto che si era portato la claque.
Antonio Di Pietro: "Ma quale claque: eravamo 10 gatti. C'è un popolo reale che vota e che non ne può più di questa opposizione con la cravatta al collo e la camicia bianca".

La Repubblica: Lei con questa opposizione dovrebbe allearsi, o no?
Antonio Di Pietro: "Io sto cercando di denunciare la truffa mediatica di un Berlusconi che non ha più il carisma di anni fa. A me l'Alleanza democratica proposta da Bersani sta bene: l'obiettivo è cacciare Berlusconi. Ora, però, c'è da fare il contenuto. E il Pd deve decidersi: o sta di qua o sta di là, con i Fini e i Casini. In tal caso, l'Idv resterà un punto di riferimento per la difesa di certi valori".

La Repubblica: Ma non aveva detto che era pronto ad allearsi anche col diavolo pur di mandar via Berlusconi?
Antonio Di Pietro: "L'obiettivo è quello di un governo che duri il battito d'ali di una farfalla. Per una maggioranza simile bisogna avvicinarsi anche a quei finiani che hanno rotto e hanno segnalato il problema della legalità. Poi, una volta sfiduciato Berlusconi ognuno per la sua strada".

La Repubblica: Questo clima favorisce accordi e dialogo?
Antonio Di Pietro: "C'è un popolo che reagisce. Questo clima mi ricorda gli albori di Mani pulite: ci sono migliaia di persone che si sono rotte di sentirsi prese in giro, umiliate e offese. Quelli che se ne lamentano, anni fa vedevano come una liberazione la gente che scende in piazza".

La Repubblica: Fassino li ha definiti squadristi
Antonio Di Pietro: "Parlava al suo popolo, al popolo del Pd. E se l'ha definito così, vuol dire che questi dirigenti non riconoscono più neanche i propri elettori".

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4 Settembre 2010

Primarie? Noi ci siamo

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Di seguito pubblico una mia intervista concessa al settimanale Left.

Prepara il quinto incontro nazionale dell'Italia dei valori a Vasto dal 17 al 19 settembre, è a Catanzaro alla festa provinciale del partito, va a Torino per partecipare alla Festa Democratica, rilascia interviste a tambur battente. Se il centrodestra non avesse appena scansato il rischio di elezioni anticipate, sembrerebbe quasi che Antonio Di Pietro stia accelerando verso ritmi da campagna elettorale. «Però temo proprio che le elezioni anticipate non ci saranno perché conosco i parlamentari». Il suo è il tono di chi dice “conosco i polli e pure l'intero pollaio”: «Sono tutti dei nominati e non degli eletti. Quindi la paura fa novanta: tireranno la corda ma non fino al punto da spezzarla perché non vogliono perdere il posto». Insomma, i nominati la corda magari sì ma il collo da soli di certo non se lo tirano. E questa è la sintesi. L'analisi del leader Idv invece è la seguente: «D'altro canto Berlusconi è debole sul piano politico e istituzionale. Il terzo polo pesca nell'area moderata, quindi è possibile battere il Cavaliere. Bisogna liberarsi della testa della piovra». Ossia di Berlusconi. Il ragionamento dice in buona sostanza che siccome la triplice alleanza Fini - Casini - Rutelli dovrebbe togliere un bel po' di voti all'homo arcorensis, non ci sarebbe niente di più auspicabile di andare ora a sfidarlo nelle urne.
Tuttavia Di Pietro avverte: «Il Partito democratico deve fare una scelta: stare dalla parte di una sinistra riformista oppure mettersi assieme a questo terzo polo. Costruito fra l'altro con i rimasugli della Prima repubblica». Che in dipietrese sarebbero i centristi dell'Udc. E prosegue: «Per noi non esiste nessuna possibilità di fare agglomerati con personaggi in cerca d'autore». Chissà però cosa ne pensa degli attuali dirigenti Pd con i quali dovrà mettere in piedi la coalizione di centrosinistra, esortati dal sindaco di Firenze Matteo Renzi ad andare a casa: «Facile criticare, difficile costruire. Renzi esprima le sue critiche quando saprà fare meglio. Si metta in gioco, dimostri quanto vale, allora potrà parlare». Archiviato in modo spiccio il giovane sindaco, il dato ovvio è che il nuovo Ulivo di Bersani a Di Pietro va a genio epperò con un “ma”: «Vero che il nome “nuovo Ulivo” mi piace, e mi riferisco alla proposta di un'alleanza democratica lanciata da Bersani. Ma dentro ci devono stare i contenuti. Noi dell'Idv vogliamo essere i promotori di un'alleanza riformista, solidale, democratica che si fondi su tre fattori, uniformità di programma, unità d'intenti sugli obiettivi e una leadership scelta in maniera democratica». Quindi le primarie di coalizione dovrebbero trovarlo consenziente, magari lui stesso potrebbe candidarsi alla guida del centrosinistra come auspica per esempio l'organizzatore nazionale del partito Ivan Rota, ma il leader è uno che con il trattore ci va soltanto nella campagna della sua Montenero di Bisaccia, in politica spesso preferisce il cacciavite da orologiaio pignolo: «Io candidato alle primarie? Intendiamoci: Di Pietro è Di Pietro ma anche il presidente dell'Idv. E l'Idv focalizza la sua attenzione sul candidato premier, sul programma e sulla coalizione intesi come un tutt'uno. Siccome riteniamo che sia giusto scegliere il candidato premier, siamo favorevoli alla primarie. Ma siamo contrari a primarie finte. Intendo dire che se le elezioni anticipate ci fossero fra un mese, il percorso delle primarie sarebbe molto difficile». Intende dire che se si va a spron battuto alle urne, quelli del Pd non possono dire “facciamo le primarie” perché non è una consultazione che s'organizza come una partita di calcetto fra filiali rivali d'una banca e per giunta con candidati a fare da riempitivi per certificare la democraticità del centrosinistra. Di Pietro non intende partecipare a una farsa, il candidato premier si può scegliere in altro modo e tenendo conto prima di tutto - questo è uno dei suoi due leit-motiv - sui contenuti. Quindi «bisogna da subito lavorare sulla coalizione e sapere anche se resterà il sistema bipolare perché dentro il Pd c'è chi non lo vuole». Di Pietro è nato con il bipolare e nessuno uccide la mamma a cuor leggero, ergo sulla rinnovata polemica riguardo i sistemi elettorali, modello tedesco basato sul proporzionale con sbarramento di dalemiana proposta o l'uninominale dei desideri d'un Veltroni che s'aggrega al cosiddetto “appello dei 42”, la scelta è netta: «Collegi uninominali a doppio turno con sistema maggioritario». Punto. «Noi pensiamo che i cittadini abbiano il diritto di sapere per chi e per cosa votano. Quindi riteniamo giusta l'indicazione del candidato premier».
L'altro leit-motiv è: «Con Udc e finiani non ci possiamo alleare e comunque Fini e Casini non staranno mai con il centrosinistra» Però a Futuro e libertà Di Pietro ha qualcosa da chiedere: «Sul processo breve, i finiani devono dimostrare coerenza. O fanno i furbetti oppure dimostrano resipiscenza e mandano sotto Berlusconi». E allora verosimilmente si andrebbe alla elezioni anticipate auspicate dal presidente Idv, che evidentemente sente di poter fare il balzo in avanti dall'8 per cento ad oltre il 10.
In ogni caso la battaglia d'autunno per il partito, volenti o nolenti, è sul processo breve. «Sulla definizione di “processo breve” è in corso una truffa mediatica». Già, perché obiettivamente il popolo intero auspica l'abbandono di una tempistica geologica per l'ottenimento delle sentenze. «Ma qui è come dire: hai un tumore? Bene, la vuoi una guarigione breve? Certo che la voglio, ma non se si tratta di mandarmi al cimitero prima. Quella di Berlusconi è una terminologia da venditore di banane». Allora in battaglia autunnale Di Pietro ci va in ogni caso: si tratti di primarie, elezioni, o di restare in Parlamento a fare le occupazioni delle Camere contro le leggi ad personam, come ha già annunciato. Lui preferirebbe combattere per le emergenze del Paese: «La scuola - elenca - il lavoro, il precariato, l'occupazione». Su Marchionne molla il cacciavite da orologiaio e va giù con la sciabola: «Marchionne è un furbacchione e la Fiat ancora di più. Ai lavoratori si dice: mangiate questa minestra oppure saltate dalla finestra. La Fiat è nata e cresciuta con le risorse pubbliche e occupando spazi. Poi va all'estero. Pensa solo ai risultati finale e vede il lavoratore come una cosa che ora le serve e ora no. Nelle aziende, riguardo il rapporto di lavoro, la visione ultima spetta al lavoratore perché bisogna superare anche certe posizioni retrive del sindacato». Sul sito del partito si staglia in bella evidenza, tanto per essere chiari su chi nel centrosinistra è pronto ad ogni evenienza, il programma dell'Idv in undici punti. Il fatto è che ai capitoli “Lavoro” e “Economia e finanza” ci sono solo voci di spesa. Di come fare a trovare soldi per finanziare, per esempio, il raddoppio della cassa integrazione, il salario minimo d'ingresso per i giovani, la detassazione delle tredicesime o altre cose auspicabilissime come l'abbattimento del costo del lavoro e del carico fiscale alle imprese, traccia poco o punto v'è. «Quel programma è la sintesi di un faldone di centodieci pagine con dentro la lotta all'evasione fiscale e massicci interventi di riduzione della spesa pubblica, per esempio l'abolizione delle province e delle comunità montane». In effetti è vero, le due misure stanno nel capitolo “Riforme istituzionali e riduzione dei costi della politica”. «E prevediamo fra le altre cose anche lo snellimento dei consigli di amministrazione e dei collegi sindacali delle società a capitale pubblico, l'aumento della tassazione sulle rendite finanziarie dal 12,5 per cento al 20 salvo che per i buoni del Tesoro, il ritiro dei contingenti militari che vanno all'estero con i cannoni a fare la pace». Quindi via dall'Afghanistan se il centrosinistra mai arrivasse al governo con un Idv forte.
All'incontro di Vasto di queste cose si parlerà: «Affronteremo i punti fondamentali del programma che mettiamo a disposizione del centrosinistra. Il Pd deve capire che l'Idv non è più una forza residuale e vuole incidere all'interno della coalizione. Per esempio, se i Democratici intendono promuovere il nucleare, ricordino che sui tre referendum - no al nucleare, no alla privatizzazione dell'acqua, no al legittimo impedimento - abbiamo raccolto più di due milioni di firme. A Vasto ci occuperemo anche di giovani, scuola, occupazione, che rappresentano temi fondamentali, oltreché di pluralismo dell'informazione». Argomento quest'ultimo assai sentito da Di Pietro. «La grande capacità di Berlusconi di organizzare una comunicazione truffaldina consiste nel continuo spostamento dell'attenzione sul “fattore oltre”. E se la stampa e la televisione rincorrono notizie che non servono ai cittadini, si sposta l'attenzione su dei non temi. Si parla della tenda di Gheddafi e non dello scandalo sanità. Siccome siamo in un regime, tutto è diventato gossip e non abbiamo più una comunicazione indipendente che distingua la propaganda dalle notizie. E questa è una conseguenza del conflitto di interessi». In questa melassa dell'informazione irreggimentata rientrano anche gli scandali dell'attuale estate politica italiana, forse la peggiore dal punto di vista della degradazione del dibattito pubblico dal dopoguerra a oggi. Dentro ci stanno la casa a Monte Carlo di Fini e anche i due appartamenti che per qualche giorno hanno messo a cuocere nel forno mediatico Di Pietro accusato di averli presi in affitto grazie ai buoni uffici della “cricca”. Roba da dossieraggi di servizi segreti teleguidati, si sussurra nel giro dei palazzi romani. Il leader sospira: «Distinguiamo. Intanto un politico deve sapere che il suo livello di riservatezza è minore di quello di un altro cittadino. Però in nome di questo principio, Berlusconi ha realizzato un sistema di pressione e compravendita: in sintesi, o ricatta o compra. Prima che su di me si facesse attività di dossieraggio, lui mi ha offerto il ministero dell'Interno. Tuttavia non bisogna farsi dei film sui servizi segreti. Ora è sufficiente l'attività di delazione di qualche peones che sa che un giornale pubblica fango e vuole farsi bello. Ma ci si difende denunciando e dimostrando». Infatti sulla storiaccia delle presunte case della cricca ha querelato “plurime persone” e della faccenda non si è più parlato. «Io sono sempre andato davanti ai giudici. Quelli che dicevano che non avevo la laurea, hanno smesso quando sono stati condannati». Semplice e chiaro: se la calunnia è un venticello, bisogna fare un salto in procura e aprire le finestre. «La differenza fra il caso mio e quello di Fini sta proprio nel fatto che io ho denunciato e ottenuto sentenze di condanna. Fini dovrebbe rendere nota la proprietà della casa di Monte Carlo ma se dopo due mesi non l'ha detto vuol dire che non lo può dire».

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3 Settembre 2010

Il nuovo gruppo Fininvest

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Il governo in carica non fa gli interessi del Paese. Lo hanno capito un po' tutti. Del resto, basta tastare il malumore che arriva dalle piazze, il disagio di milioni di italiani alle prese con una crisi economica ignorata. D’altronde i cittadini, a causa di una legge elettorale da terzo mondo, hanno votato alcuni simboli e si sono ritrovati con una cerchia di nominati molto larga, fra indagati, condannati e affaristi. Una squadra di politici che fa soltanto gli interessi dell’azienda Pdl, appartenente al gruppo Fininvest.
Il Presidente del Consiglio, ormai da troppo tempo, è anche ministro per lo Sviluppo Economico. Ha tenuto per sé la carica del distratto Scajola, ignorando gli appelli del Presidente della Repubblica, ruolo relegato dal Premier a quello di mero firmatario delle sue leggi. Napolitano viene applaudito o denigrato dal centrodestra in base alle posizioni sui disegni di legge.
In realtà quella di tenere per sé il ministero per lo Sviluppo Economico è una scelta pro domo sua: Berlusconi concepisce il Paese con una sua azienda, dalla quale trarre un utile (il caso Gheddafi è l'ultima conferma) e il ministero in questione è una cabina di regia troppo ghiotta. A lui non importa dei cittadini, dei precari, dei cassaintegrati, opera come l'imprenditore più cinico, cerca solo l'utile per le sue tasche. E, in queste ore, sta calcolando la tenuta del suo Governo, anche senza l'area finiana. Sta mettendo in moto una campagna acquisti spregiudicata, basata sul modello Saccà, a lui tanto caro.
Non si illuda però di trovare terreno fertile nel gruppo parlamentare dell'Italia dei Valori. Questa maggioranza non esiste più. E le elezioni rimangono l'unica soluzione per risollevare economicamente il Paese con un piano economico strategico per il futuro.

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