12 Agosto 2006
24 - Tangentopoli al punto di partenza

Concludo oggi la pubblicazione di alcuni estratti del libro: "Intervista su Tangentopoli" della Laterza a cura di Giovanni Valentini.
GV: A anni di distanza dall'inizio di Mani Pulite, come vede ora la situazione di Tangentopoli...
ADP: Mani Pulite è stata un'operazione tecnica, giudiziaria, che ha prodotto un grande risveglio delle coscienze. Molte persone avevano preso coraggio, avevano coltivato una speranza di pulizia. Poi c'è stato un blocco. Il coraggio si è affievolito e la speranza s'è spenta. Ora però non serve voltarsi indietro, meglio guardare avanti. Tangentopoli era la punta di un iceberg. Per il futuro, la lotta alla corruzione deve diventare un fatto di costume, di cultura, un impegno etico-sociale: per evitare che il fenomeno si ripeta, bisogna in primo luogo educare e prevenire. Ma il buon esempio può venire solo dall'alto. Ecco perchè occorre una classe politica nuova, in grado di svolgere una funzione trainante nei confronti della società.
GV: Tangentopoli, 21 settembre 2000: a Milano vengono arrestate nove persone, tra cui il consigliere regionale di Forza Italia Massimo Guarischi, nello scandalo per gli appalti del 'dopo alluvioni'. E contemporaneamente, a Palermo, l'inchiesta sulle 'coop rosse' rivela presunti rapporti tra la mafia e imprese legate al Pci-Pds. Che cosa significa, senatore Di Pietro, per lei e per tutti noi?
ADP: Significa purtroppo che siamo tornati indietro al punto di partenza, in qualche caso anche con gli stessi personaggi che comparivano già nella prima inchiesta Mani Pulite. Ma da qui ora dobbiamo ricominciare per liberare l'Italia - da Milano a Palermo - dalla piaga della corrruzione.
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2 Agosto 2006
23 - Cambiare le facce della politica

Proseguo la pubblicazione di alcune domande e risposte tratte dal libro: "Intervista su Tangentopoli" della Laterza a cura di Giovanni Valentini.
GV: Lei non pensa che un certo grado di corruzione sia fisiologico in tutti i sistemi e in tutti i regimi? Oppure, in Italia il fenomeno è diventato ormai cronico?
ADP: Tutti agiscono nella realtà storica in cui vivono. E come il cannibale nella giungla, anche il cittadino di Tangentopoli alla fine si adegua. E’ la natura umana. Ma bisogna comunque ribadire il principio che l’onestà e il rispetto della legge sono fonte di guadagno e di sviluppo all’interno di uno Stato democratico, libero, solidale. Io non credo, tuttavia, che la corruzione in Italia sia stata più grave e più diffusa che in altri Paesi. Da noi, piuttosto, si pagava solo per sedersi al tavolo, indipendentemente dal beneficio effettivo, senza la sicurezza di ottenere il risultato. E’ proprio per questo ho parlato di ‘dazione ambientale’, per dire una corruzione elevata a sistema.
GV: E i rimedi, allora, quali possono essere?
ADP: Nella ricerca dei rimedi, l’Italia è più indietro degli altri a causa dell’attuale frammentazione partitica. In questo campo, però, non basta punire. Qui si tratta piuttosto di valorizzare l’opportunità e la convenienza a rispettare le regole. E’ necessario riaffermare il principio che soltanto la trasparenza e l’efficienza del sistema garantiscono effettivamente la libertà del mercato. Ma la ‘questione morale’ non può avere più una base politica o ideologica, non si può più dividere la società tra bene e male, buoni e cattivi, a seconda se si è di destra o di sinistra: ormai è una battaglia tipicamente trasversale. Per mettere fine a questo mercato di scambio, scambio di favori, occorre un nuovo sistema di controllo e di autocontrollo. Bisogna innanzitutto cambiare le facce della politica e poi costituire una barriera pre-politica, chiamando a raccolta i cittadini onesti, le persone per bene, i galantuomini.
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13 Luglio 2006
22 - La Commissione su Tangentopoli

Proseguo la pubblicazione di alcune domande e risposte tratte dal libro: "Intervista su Tangentopoli" della Laterza a cura di Giovanni Valentini.
GV: E la Commissione parlamentare su Tangentopoli, intorno a cui c’è stato tanto clamore?
ADP: Così com’era stata proposta inizialmente, era la più grossa truffa politica di questi anni. In primo luogo, non s’è mai capito quale poteva essere la sua utilità: si disse che il Parlamento doveva studiare il fenomeno, ma in realtà il fenomeno si conosce benissimo. La verità è che volevano fare il processo ai processi, mettere sotto accusa i magistrati che avevano osato indagare sui politici, volevano inquisire (e magari anche incriminare) chi li aveva inquisiti. Per fortuna al Senato, dopo che la Camera aveva già approvato un testo suicida per la credibilità delle istituzioni, vennero introdotte alcune modifiche che rimisero le cose a posto, anche in seguito alla mia fermissima posizione e alle mie denunce pubbliche. Ma proprio per questo poi non si concluse nulla.
GV: Quindi si è arenata e non si farà più?
ADP: No, visto che per i pasdaran berlusconiani in Parlamento l’unico motivo per volere la Commissione su Tangentopoli era quello di mettere sotto accusa i magistrati. Una volta che la bozza di legge non consentiva più loro di sfruttare tale strumento, hanno fatto in modo che l’iter parlamentare non proseguisse più. E in questo, peraltro, hanno trovato una sponda tra i banchi del centrosinistra, a cominciare dagli eredi del Partito socialista: per gli esponenti dello Sdi, questa benedetta Commissione sembrava essere la conditio sine qua non per concedere il loro appoggio al secondo governo D’Alema. Hanno fatto un enorme fracasso per questa ragione. Ma poi, caduto D’Alema, è arrivato Giuliano Amato, i socialisti sono entrati nel governo, si sono accomodati pure loro nelle poltrone del potere e nessuno ha più parlato della Commissione su Tangentopoli.
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9 Luglio 2006
21 - La 'soluzione politica'

Proseguo la pubblicazione di alcune domande e risposte tratte dal libro: "Intervista su Tangentopoli" della Laterza a cura di Giovanni Valentini.
GV: Cerchiamo a questo punto di tracciare una linea di confine tra passato e futuro, non sarebbe il caso di rilanciare la vostra vecchia idea di 'una soluzione politica' per uscire definitivamente da Tangentopoli?
ADP: E' un'affermazione che spesso sento ripetere, ma che a mio avviso vuol dire tutto e niente. Anzi, nelle intenzioni reali di alcuni, significa una sola cosa: facciamo una bella amnistia, mettiamoci una pietra sopra, chi ha dato ha dato e chi ha preso ha preso. Che vergogna! Questo non vuol dire che è impossibile trovare una soluzione. A suo tempo, noi abbiamo pure provato a indicarne qualcuna ragionevole, ma subito siamo stati accusati (specie da Berlusconi e dai suoi) e poi anche denunciati per attentato alla Costituzione, proprio perchè avremmo interferito con gli altri poteri delo Stato. Bisogna ricordare che cosa successe all'epoca. Era il 1994. Eravamo nel pieno di Mani Pulite e - per una questione di decenza - non si poteva certo risolvere tutto con un colpo di spugna, fingere che non fosse accaduto niente. Da una parte bisognava regolare i conti con la giustizia e dall'altra, per ridare fiato all'economia e far rpartire gli appalti, rimettere in moto le attività delle grandi imprese coinvolte nell'inchiesta. A noi, magistrati del pool, venivano poste delle domande in tal senso e in quanto cittadini rispondevamo a livello culturale, nell università, nei dibattiti, nei convegni. Proprio a me toccò il 3 settembre del '94, nel convegno promosso dallo Studio Ambrosetti a Cernobbio, formulare una proposta concordata con i miei colleghi, in modo da coniugare il rispetto della legalità e le esigenze dell'economia: l'idea era quella di una norma transitoria, valida sei mesi, per applicare una speciale clausola di non punibilità a tutti coloro che confessavano il reato, restituivano il maltolto e di conseguenza venivano interdetti dai pubblici uffici.
GV: Erano tre i punti previsti nel 'pacchetto Flick', il ministro della Giustizia nel governo Prodi...
ADP: Flick riprese qualche anno dopo la nostra proposta, ma lui voleva andare oltre, intendeva arrivare all'amnistia condizionata.
GV: Qual'è esattamente la differenza tra clausola di non punibilità e amnistia condizionata?
ADP: La 'non punibilità' vuol dire che il reato c'è, viene ammesso e riconosciuto, ma la pena principale è abbuonata: non così l'obbligo di restituire il maltolto. L'amnistia, invece, non accerta il fatto, prescinde in qualche modo dal reato e praticamente lo cancella e insieme cancella anche tutte le conseguenze accessorie: appunto un colpo di spugna. Proprio per evitare tale conseguenza, Flick condizionava l'amnistia al risarcimento del danno. E perciò non passò.
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5 Luglio 2006
20 - Tangentopoli non è finita

Proseguo la pubblicazione di alcune domande e risposte tratte dal libro: "Intervista su Tangentopoli" della Laterza a cura di Giovanni Valentini.
GV: E' un fatto, tuttavia, che la corruzione continua e Tangentopoli non è finita. Quale morale dobbiamo trarne?
ADP: Bravo, bravo. Questo significa che il fallimento della giustizia c'è, ma non è il fallimento di Mani Pulite. E la giustizia ha fallito non tanto perchè i magistrati hanno arrestato degli innocenti - anche se non voglio nascondere che tra gli stessi magistrati, come in tutte le categorie, si trovino scansafatiche e visionari - ma soprattutto per colpa di questa classe politica che incarna ormai il concorso fra gli interessi privati, processuali e personali di alcuni esponenti del Polo e gli interessi politici di normalizzazione sociale che fanno capo al centrosinistra. Negli ultimi anni, tutti gli sforzi si sono orientati in provvedimenti legislativi a favore degli imputati piuttosto che verso l'individuazione dei migliori strumenti processuali per accertare la verità. Si doveva, parallelamente all'emanazione delle regole sul diritto di difesa dell'imputato, snellire l'iter per chiudere al più presto i processi riducendo i gradi di giudizio e facendo diventare regola il ricorso ai riti alternativi; si dovevano dare agli uffici giudiziari i mezzi, gli strumenti e le riforme processuali per poter arrivare alla verità piuttosto che all'impunità; si dovevano emanare nuove norme per i reati contro la Pubblica amministrazione e sul fenomeno della corruzione; si doveva soprattutto rendere effettiva la certezza della pena, in modo che chi delinque sappia che finirà in carcere e ci rimarrà: magari un carcere più umano e decente, questo sì, ma sempre carcere per chi fa del delitto la propria ragione di vita. Questi e tanti altri dovevano essere gli obiettivi e gli interventi che il governo di centrosinistra avrebbe dovuto perseguire, appena insediato a Palazzo Chigi, invece di andare dietro alle continue richieste e agli insostenibili compromessi dei berlusconiani di turno.
GV: Ma non è anche vero, senatore Di Pietro, che voi avete creduto troppo nella 'via giudiziaria' alla Seconda Repubblica e oggi ne paghiamo le conseguenze?
ADP: Eh, sì: sta a vedere che la colpa non è di chi ha commesso i reati, ma di chi li ha scoperti. Su questo dobbiamo intenderci bene. Noi le nostre inchieste non le abbiamo fatte per arrivare alla Seconda Repubblica attraverso una via giudiziaria. La Seconda Repubblica poteva essere il risultato consequenziale all'accertamento dei fatti, dei reati commessi dai protagonisti della Prima Repubblica. Non scambiamo la causa con l'effetto. Il presupposto dell'indagine era l'accertamento delle responsabilità penali, la conseguenza poteva essere un ricambio politico. Ma il risultato è che la nuova classe politica, invece di farsi carico della necessità di celebrare i processi, si è preoccupata di approvare norme per assicurare l'impunità a coloro che dovevano essere processati.
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26 Giugno 2006
19 - Addio alla magistratura/2

Proseguo la pubblicazione di alcune domande e risposte tratte dal libro: "Intervista su Tangentopoli" della Laterza a cura di Giovanni Valentini.
GV: E che cosa poteva mai accadere in pochi mesi per farla tornare sui suoi passi?
ADP: Mentre ero ancora fuori ruolo, senza neppure interpellarmi, l'ispettorato del ministero di Grazia e Giustizia chiese l'archiviazione dell'inchiesta su Di Pietro, cioè quello che avevo chiesto io fin dall'inizio, quello che mi aspettavo. Le accuse contro di me apparivano all'evidenza non credibili (infatti, dopo una gogna di un paio d'anni, tutto è finito in una bolla di sapone). E qui mi capita d'incontrare per la seconda e ultima volta Silvio Berlusconi. Fu nella primavera del '95, se non ricordo male tra febbraio e marzo: lui non era più presidente del Consiglio, c'era il governo Dini. Allora Berlusconi mi fa sapere che vuole vedermi, perchè tanto io sono fuori dalla magistratura e possiamo riprendere il discorso interrotto un anno prima. In quel momento, ormai, eravamo due persone che potevano incontrarsi da normali cittadini, senza problemi d'incompatibilità fra loro. Né qualcuno può rimproverami perché da magistrato avevo emesso nei suoi confronti un invito a comparire...
L'incontro durò giusto il tempo per renderci conto entrambi che non eravamo fatti l'uno per l'altro...
Scoprii poi dalle carte di Brescia che, mentre cercava di catturarmi con queste proposte, Berlusconi stava lavorando in parallelo per convincere D'Adamo ad accusarmi, per fargli dire che avevo favorito Pacini Battaglia per un bel pacco di miliardi...Circa un paio di mesi dopo comunque, e precisamente il primo aprile '95, scattano le inchieste di Brescia sul mio conto: per me comincia un lungo calvario negli uffici giudiziari e soprattutto uno squallido killeraggio sui giornali e sulle televisioni, specie di area berlusconiana.
GV: Quanti processi in totale ha subito?
ADP: Ventisette capi di accusa mi sono stati contestati, dico ventisette nell'ambito di dieci processi. e sono sempre stato assolto con la stessa formula: perchè il fatto non sussiste...
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22 Giugno 2006
18 - Addio alla magistratura/1

Proseguo la pubblicazione di alcune domande e risposte tratte dal libro: "Intervista su Tangentopoli" della Laterza a cura di Giovanni Valentini.
GV:...Ma in definitiva qual'è la ragione per cui si dimette da magistrato?
ADP: Decido di lasciare il ruolo di accusatore per difendermi meglio. Con le mani libere e senza la responsabilità delle indagini, avrei avuto maggiori possibilità di controbattere - come poi sono riuscito a fare - alle calunnie e alle diffamazioni che si stavano addensando su di me. Volevo portare a casa l'onore a tutti i costi. Era l'unica cosa che mi interessava. In cuor mio mi sono detto: appena concludo l'inchiesta su Enimont, vado via, devo assolutamente salvare Mani Pulite, ne va della mia storia di uomo e di magistrato. Che cosa sarebbe rimasto del valore simbolico di quell'inchiesta se anch'io alla fine fossi stato condannato? A chi ha orchestrato la mia delegittimazione, non interessava nulla della mia posizione personale. Interessava il fatto che così avrebbe potuto dire: 'Lo vedete, siamo tutti uguali. E allora, tutti colpevoli, nessun colpevole; mettiamoci una bella pietra sopra e rassegniamoci, così va il mondo'.
GV: Per questo il 6 dicembre del '94, alla fine della requisitoria contro Cusani, lei si sfila la toga in aula e lascia la magistratura...
ADP: Attenzione, attenzione. Non confondiamo, Il 6 dicembre del '94 io non mi dimetto dalla magistratura, vado fuori ruolo: le dimissioni sono del giugno '95, sei mesi dopo. Il mio scopo iniziale non era quello di lasciare la magistratura, ma piuttosto di farmi i miei processi e poi rientrare in magistratura. Perciò chiedo ufficialmente al Csm di essere messo fuori ruolo come tanti altri colleghi che lavorano al ministero della Giustizia o in Parlamento, che hanno incarichi ministeriali o istituzionali. Fu il senatore Francesco Cossiga a consigliarmi di fare il consulente perla Commissione parlamentare stragi. Su suo suggerimento, mi misi in contatto con il presidente Giovanni Pellegrino, e così iniziai il nuovo lavoro. Rimasi in stand by per qualche mese al Senato, occupandomi soprattutto di redigere una corposa relazione sulla vicenda della Uno bianca, quella delle rapine e omicidi commessi da poliziotti. Nel frattempo volevo vedere cosa succedeva...
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17 Giugno 2006
17 - L'impero di Berlusconi

Proseguo la pubblicazione di alcune domande e risposte tratte dal libro: "Intervista su Tangentopoli" della Laterza a cura di Giovanni Valentini.
GV: E' certo, comunque, che Berlusconi ha subito un numero incredibile di sequestri e di perquisizioni.
ADP: Ma è certo pure che ha una costellazione di circa mille aziende operative che sostanzialmente fanno tutte capo a lui. Lo dice il fratello Paolo in un interrogatorio dell'agosto '94: 'Noi siamo una holding composta da tutte queste aziende, ma sono tutte riferibili alla nostra famiglia e chi prende le decisioni alla fine è sempre Silvio'. Allora non è colpa dei giudici di Milano o di quelli di Palermo se, ogni volta che s'indaga su una di queste aziende, si finisce per indagare anche su colui che di fatto ne è il dominus. Non è colpa dei giudici se loro hanno mille aziende. Quanti italiani hanno mille aziende che fanno capo a un'unica famiglia?
GV: Non saranno mille 'buchi neri', mille oggetti misteriosi...
ADP: Tutto l'impero di Berlusconi nasce in modo davvero singolare. Per avere un'idea dell'evoluzione societaria del gruppo, bisognerebbe leggersi per intero la consulenza tecnica depositata alla Procura di Palermo dal funzionario della Banca d'Italia Francesco Giuffrida, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di quel capoluogo nell'ambito del procedimento penale n.6031/94. Ma ai fini delle valutazioni che ciascuno di noi può e vuole fare in ordine alle origini vastano le prime righe: "...il 19 giugno '78 veniva costituita in Milano la 'Holding Italiana 1' così come le ulteriori società con medesima denominazione ma contraddistinte da numerazione successiva (n.2; n.23)... Il capitale sociale sottoscritto era pari a 20 milioni cadauna (quindi oltre 400 milioni dell'epoca che risultano versati per contanti); soci fondatori erano i signori Minna Armando (commercialista, quota posseduta per società singola lire 2 milioni) e Crocitto Nicla (casalinga, quota posseduta per singola società lire 18 milioni). La Crocitto veniva nominata amministratore unico in sede di costituzione delle società, peraltro così come si deduce dai mandanti fiduciari l'effettivo unico proprietario delle società era Silvio Berlusconi...".
Allora io mi chiedo: perchè fin dall'inizio un imprenditore ha bisogno di utilizzare questi sistemi di copertura? E poi, perchè Berlusconi ha fatto un ricorso così massiccio alle società off-shore? Certo, la legge te lo permette, ma se poi vuoi fare il politico di primo livello è d'obbligo spiegare agli italiani a che cosa servono tutte queste società. Anzi, non basta che lo spieghi, devi anche esibire la documentazione e non puoi più comportarti come invece hai fatto quando ti sei opposto alle rogatorie estere disposte dai magistrati. Altrimenti, ne va della tua credibilità.
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12 Giugno 2006
16 - Berlusconi

Proseguo la pubblicazione di alcune domande e risposte tratte dal libro: "Intervista su Tangentopoli" della Laterza a cura di Giovanni Valentini.
GV: Anche Silvio Berlusconi ha lamentato più volte di essere stato perseguitato, sostenendo che le sue aziende hanno subito perquisizioni più di qualsiasi altra. L'avete preso di mira perchè era amico di Craxi e per questo avete indagato a senso unico su di lui?
ADP: A senso unico? Nei confronti di altri personaggi abbiamo proceduto molto, molto di più; non è vero che abbiamo indagato nei confronti di una sola impresa e non di altre. Berlusconi è stato inquisito da me per tre o quattro casi di corruzione, per i quali è stato dapprima condannato e poi in Appello l'ha scampata grazie alla prescrizione. Noi abbiamo arrestato o inquisito alcune decine di funzionari e dirigenti della Fiat, anche ai massimi livelli come Romiti, Mattioli e tanti altri. Alla Fiat abbiamo scoperto una qurantina di miliardi di tangenti, il cosiddetto 'tesoretto', mentre nel caso di Berlusconi ho proceduto inizilamente soltanto per 300 milioni di tangenti. Poi, a forza di indagare si sono scoperte tante altre cose, a cominciare dalle transazioni finanziarie sul conto Iberian per finire alle sue 'holding off-shore'. Lui però si è messo subito a urlare e non ha mai voluto accettare il confronto processuale. Quelli della Fiat, invece, e tanti altri imprenditori hanno fatto valere le loro ragioni e quelle delle loro aziende all'interno dei singoli processi, come peraltro ho fatto anch'io quando a mia volta sono stato inquisito. L'ex amministratore delegato della Fiat Cesare Romiti, per esempio, è finito davanti alla Cassazione per il falso in bilancio, ma ha sempre tenuto un comportamento leale con la magistratura, e le vicende processuali che lo riguardavano non hanno mai avuto un rilievo particolare sulla stampa.
GV: Lei sostiene, insomma, che Berlusconi ha messo in atto una precisa strategia di comunicazione?
ADP: Beh, mi pare chiaro che abbia scelto una diversa linea processuale, rispetto a tanti altri nella sua medesima posizione. Di fatto, è ricorso allo stesso stratagemma utilizzato dal suo amico Craxi: 'Nessuno mi può giudicare e chi lo fa è un comunista e un complottardo'. Berlusconi - come Craxi - ha deciso di rilanciare, sostenendo la tesi che quella della magistratura era un'azione politica contro di lui e non l'esercizio obbligatorio dell'azione penale da parte di magistrati decisi a fare il proprio dovere. La sua è stata una vera campagna mediatica, condotta con grande dispendio di mezzi e di uomini che, forti delle televisioni e dei giornali di cui è proprietario, sono riusciti ad inculcare nell'opinione pubblica il tarlo del dubbio, trasformando nell'immaginario collettivo gli imputati in vittime e i giudici nei loro carnefici. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: s'è persa la memoria di ciò che è avvenuto negli anni della Prima Repubblica e addirittura c'è già chi dice che 'si stava meglio quando si stava peggio'. Bella educazione per le future generazioni! E questo sarebbe lo statista che ci dovrebbe guidare alla Seconda Repubblica? Ma mi faccia il piacere!
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10 Giugno 2006
15 - Craxi

Proseguo la pubblicazione di alcune domande e risposte tratte dal libro: "Intervista su Tangentopoli" della Laterza a cura di Giovanni Valentini.
GV: Quante volte aveva incontrato Craxi prima del processo? E’ vero che tra voi s’era stabilito un certo feeling?
ADP: Con Craxi ebbi quattro o cinque colloqui investigativi: chiamiamoli però interrogatori, perchè furono tutti verbalizzati e si svolsero in presenza dei suoi avvocati. All’inizio avvennero in casa di Amato, non il presidente Amato, ma Nicolò Amato, l’ex direttore delle carceri, che essendo diventato avvocato, aveva assunto la sua difesa; poi proseguirono in una palazzina dei Servizi segreti a Roma. E’ lì che Craxi mi rende note le sue informative sui finanziamenti dell’Unione Sovietica al Pci ed è lì che mi parla di una registrazione effettuata non molto tempo prima nel suo studio di Milano nei confronti dell’avvocato Pezzi, ora deceduto, all’epoca difensore di Luigi Carnevale (esponente del Pci milanese, membro del consiglio di amministrazione della Metropolitana Milanese e reo confesso per diverse mazzette girate in quell’ambito). Io utilizzo le informazioni di Craxi per procedere contro gli esponenti del Partito comunista, ma la documentazione ‘sovietica’ faceva riferimento a finanziamenti lontani nel tempo e ormai tutti irreversibilmente prescritti. A proposito sarebbe interessante capire perchè Craxi, quand’era presidente del Consiglio, e quindi pubblico ufficiale, non consegnò quei documenti ai magistrati: all’epoca i fatti erano ancora perseguibili. Ah, beata Prima Repubblica! Anche la registrazione del colloquio con l’avvocato Pezzi non conteneva comunque informazioni di rilievo contro persone specifiche. Risultava che Pezzi aveva riferito a Craxi confidenze generiche ricevute dal proprio assistito Carnevale, secondo cui anche il Pci era coinvolto nelle tangenti. Ma questo lo sapevamo pure noi, tant’è che avevamo pure arrestato Carnevale ed avevamo inquisito diversi suoi compagni di partito. E poi non potevamo certo utilizzare il nastro che conteneva le dichiarazioni di un legale su un proprio assistito, carpite di nascosto.
GV: Sul piano più personale come ricorda quegli incontri con il leader socialista?
ADP: Me lo ricordo ancora questo Craxi che fuma, fuma, fuma: ore e ore di dialogo, di confronto, di discussione sul tema dei fondi sovietici al Partito comunista italiano e sul coinvolgimento di quest’ultimo nel sistema delle tangenti. Girava e rigirava intorno a questi argomenti come un falco sulla preda, senza però mai abbassarsi per catturarla; senza mai scendere sul concreto; senza mai riferire nomi, date, circostanze; senza mai fornire prove, salvo che non riguardassero questioni tanto lontane nel tempo da non poter essere più considerate come reati. Più che parlare a me, insomma, ebbi la sensazione che intendesse mandare qualche messaggio al mondo politico. E io non potevo certo prestarmi al gioco dei sospetti. Dopo un po’ il minuetto terminò. Craxi si rese conto che non ero funzionale alla sua tattica e non lo avrei seguito nelle sue elucubrazioni. E allora cominciò a dire che nemmeno io volevo indagare sui comunisti e che la Procura di Milano applicava due pesi e due misure. Ma benedetto ( di nome e di fatto) Craxi: se sapevi qualcosa sui fatti penalmente ancora rilevanti, perchè non l’hai detto chiaro e tondo e ti facevo vedere io, accidenti, se e come avrei indagato!
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6 Giugno 2006
14 - Il Psi

Proseguo la pubblicazione di alcune domande e risposte tratte dal libro: "Intervista su Tangentopoli" della Laterza a cura di Giovanni Valentini.
GV: Cambiamo fronte, se da una parte siete stati accusati di aver avuto un occhio di riguardo per il Pci-Pds, dall’altra vi hanno addebitato una persecuzione politica contro il Psi.
ADP: Anche questa storia del Psi va chiarita una volta per tutte. Non è stata una nostra scelta se nelle vicende su cui indagavamo il Psi è stato colpito più degli altri. E’ semplicemente una questione di competenza territoriale: sono convinto che nelle stesse condizioni di tempo e di luogo – il famoso concorso di circostanze di cui parlavamo all’inizio – se il pool invece che a Milano si fosse trovato a lavorare a Napoli, sarebbe stato nelle condizioni di fare un mare di indagini sulla nomenclatura che spadroneggiava in quella zona, magari su Pomicino o De Lorenzo, su De Mita o Di Donato. Noi abbiamo indagato molto su Craxi non per idiosincrasia personale, ma per il semplice fatto che il nostro lavoro di magistrati era radicato a Milano, in una realtà in cui lui era fortemente presente. Lo sanno tutti: Milano era la roccaforte del potere craxiano. Noi non potevamo mica far finta di non vedere.
GV: Da Milano, però, siete arrivati fino a Roma...
ADP: Certo, è vero che abbiamo indagato anche sugli altri partiti e sui leader degli altri partiti. Ma li abbiamo sempre indagati incidentalmente, perchè risultavano coinvolti in inchieste che partivano da una competenza territoriale milanese. Non è colpa mia se Craxi aveva i suoi uffici in piazza del Duomo, non è colpa mia se Milano era il centro dei suoi interessi, non è colpa mia se venne coinvolto nell’affare della Metropolitana Milanese, né tantomeno è colpa mia se molti imprenditori venivano a Milano a pagare le tangenti al segretario amministrativo del Psi Balsamo, proprio negli uffici craxiani di piazza del Duomo. Non invertiamo i termini della questione. Craxi la chiamava ‘la Milano da bere’: non è colpa mia se poi lui se l’è bevuta più degli altri.
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4 Giugno 2006
13 - Le Cooperative rosse

Proseguo la pubblicazione di alcune domande e risposte tratte dal libro: "Intervista su Tangentopoli" della Laterza a cura di Giovanni Valentini.
GV: Al di là delle storie e delle tragedie personali, nella vostra inchiesta avete accertato in che modo i partiti si spartivano le tangenti? C’era una regola, un criterio? Gli oppositori di Mani Pulite sostengono che non avete indagato sul Pci con lo stesso accanimento con cui avete indagato sulla Dc e sul Psi.
ADP: E’ un’autentica falsità, e chi ha avuto la spudoratezza di sostenere un’idiozia del genere o è un’ignorante(nel senso tecnico del termine di colui che ignora le carte processuali), oppure è stato fuorviato dal bombardamento psicologico dei soliti mass media e televisioni padronali. O ancora e più esplicitamente, è lui in malafede e parla così per proprio tornaconto individuale e di fazione.
Diciamo subito che il sistema politico divideva le tangenti in quattro parti: una andava alla Dc; una la Psi; una alle altre forze del pentapartito che governavano in una determinata zona (e si sarebbero dovute spartire al loro interno, a seconda del peso politico specifico di ciascuna formazione), e infine una parte al Pci, di regola sotto forma di lavoro alle Cooperative che gravitavano nell’orbita del partito. E alcune volte con versamento di vere e proprie bustarelle, per le quali abbiamo sempre proceduto ogni volta che le abbiamo scoperte, alla faccia di un presunto favoritismo.
GV: Che cosa significa esattamente “sotto forma di lavoro”?
ADP: Le Cooperative rosse non prendevano soldi, tangenti. Anzi, semmai le pagavano: e infatti i loro legali rappresentanti, quando furono incriminati, vennero considerati corruttori e non corrotti. A loro veniva garantita una certa attività imprenditoriale: vale a dire, commesse, appalti. E’ questa la differenza sostanziale. Ecco perchè per alcuni appalti le Coop non sono state perseguite allo stesso modo: dal punto di vista formale mancava il reato, per il semplice fatto che ricevevano solo commesse di lavoro in subappalto o in associazione di imprese e il lavoro veniva svolto effettivamente. C’era quindi una controprestazione autentica e l’interesse del partito era quello di far lavorare la classe operaia. L’accusa al pool di aver favorito il Pci non sta né in cielo né in terra: laddove abbiamo scoperto bustarelle vere e proprie non abbiamo esitato un attimo a incriminare i responsabili. Non è colpa nostra se il Pci ha usato spesso un metodo diverso, che produceva ugualmente consenso; un metodo che potrà essere moralmente discutibile ma è penalmente irrilevante. E noi dovevamo attenerci al codice, mica al Vangelo!
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30 Maggio 2006
12 - Gardini

Proseguo la pubblicazione di alcune domande e risposte tratte dal libro: "Intervista su Tangentopoli" della Laterza a cura di Giovanni Valentini.
GV: Che cosa spinse Gardini a togliersi la vita?
ADP: Un atto d’orgoglio, il suo dev’essere stato un atto d’orgoglio... Io mi sono fatto questa idea. Gardini ha passato tutta una notte sapendo che il giorno dopo sarebbe stato arrestato, una notte in cui ha capito che tutto il suo mondo finiva: questo non l’abbiamo valutato né io né i suoi avvocati. Fino ad allora noi giudici conoscevamo un piccolo segmento del processo Enimont, non sapevamo ancora esattamente a chi erano andati i 150 miliardi della maxi-tangente; anzi non sapevamo neppure che esistesse una tangente di tale portata. Tantomeno sapevamo dell’esistenza di quei 63 miliardi che Cusani dice di aver restituito a Gardini e che mancano all’appello: vero o non vero, qualcuno certamente li ha presi. Gardini invece sapeva questo e altro, conosceva i rapporti della Montedison con il costruttore romano Bonifaci, e probabilmente anche gli intrecci attorno al commercialista Melpignano e alle varie compravendite immobiliari Montedison-Bonifaci e così via. C’era un mare di cose che doveva venire a raccontare alla magistratura... Io credo perciò che la sua sia stata una reazione istintiva, non meditata, un gesto di disperazione, di sfida, un ultimo atto clamoroso da grande protagonista della scena. D’altronde, fino a pochi minuti prima si stava preparando per venire in Procura.
GV: La pistola fu ritrovata però su un mobile, lontana dal cadavere. Lei non ha mai avuto sospetti sul suicidio?
ADP: No, quello di Gardini fu un suicidio vero. Ne sono certo. Io arrivai subito, pochi minuti dopo la morte, perchè come ho già detto lo stavo aspettando nel mio ufficio al Palazzo di Giustizia, a cinquecento metri di distanza da casa sua. E ho potuto sentire a caldo i testimoni: lì c’era il personale di servizio, i domestici che appena si sono accorti di quello che era accaduto, nel tentativo di rianimarlo hanno spostato la pistola e l’hanno messa sul tavolino.
GV: Qualcuno ammise di avere spostato la pistola?
ADP: Sì, è provato, è tutto provato. La collega Licia Scagliarini della Procura di Milano fece un’inchiesta nell’inchiesta, venne ricostruito tutto: attraverso i tabulati telefonici, anche le ultime chiamate di Gardini.
...
Penso proprio che il suo fu un gesto improvviso e disperato di un giocatore d’azzardo che si era accorto di aver perso l’ultima partita e si sentiva ormai al capolinea.
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28 Maggio 2006
11 - I suicidi

Proseguo la pubblicazione di alcune domande e risposte tratte dal libro: "Intervista su Tangentopoli" della Laterza a cura di Giovanni Valentini.
GV: Se durante l’inchiesta Mani Pulite non avete esercitato né abusi, né minacce, è certo purtroppo che alcune persone si sono suicidate: prima il parlamentare socialista Sergio Moroni; poi il presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari; e infine Raul Gardini. Voi non pensate di avere alcuna responsabilità in tutto questo? Lei non ha mai provato qualche rimorso per questi suicidi?
ADP: Questa storia dei suicidi è delicatissima. Prendiamo questi tre casi, e proprio esaminando questi tre casi si può vedere la strumentalizzazione di fatti così tragici, gravi, disperati, per delegittimare Mani Pulite. Cominciò Bettino Craxi con Moroni. Proviamo a leggere la lettera che Moroni scrisse prima di togliersi la vita: quella lettera non salva affatto il partito. Che cosa dice Moroni? Dice in sostanza: ‘Mi suicido perchè sono entrato in un giro in cui non si riesce a capire più niente; perchè sono finito in un meccanismo in cui mi sento stritolato; perchè mi sento oppresso dal sistema del partito e dal sistema delle indagini...’. Ma non è che si può dare la colpa di tutto ciò a chi indaga e fa il suo dovere di magistrato. Attenti: Moroni non era in galera, non stava andando in galera. Viene a sapere delle indagini sul suo conto e quindi crolla, non perchè qualcuno gli sta mettendo le mani addosso, ma perchè s’è reso conto che ormai il suo nome è venuto fuori. La verità è che all’interno dei partiti alcune persone sono state utilizzate in modo tale che alla fine loro stesse si sono vergognate, hanno sentito il peso della loro responsabilità, fino al punto di farla finita. Nessuno è stato accusato per vendetta, nessuno ha subito minacce o violenze.
GV: Gabriele Cagliari, però, quando si è suicidato si trovava in galera...
ADP: Il caso di Cagliari è ancora più incredibile, perchè il suo suicidio l’hanno sempre addebitato a Di Pietro e al pool; ma Cagliari non stava più in galera per noi. Lui faceva parte dell’inchiesta mani Pulite, ma noi l’avevamo già rimesso fuori. Cagliari era in carcere perchè responsabile di reati di corruzione e d’altro tipo più che accertati, per i quali non si è più proceduto dopo la sua morte proprio per questa ragione. Ma non era innocente, e di fatto poi la moglie ha anche restituito i soldi che aveva nascosto in Svizzera su conti correnti segreti. Noi li avevamo trovati e li avevamo bloccati quando ancora erano depositati all’estero; c’è la prova provata della sua colpevolezza. Poi, comunque, l’avevamo rimesso in libertà, perchè erano terminate le esigenze cautelari; ma nel frattempo era stato raggiunto da altri provvedimenti restrittivi (anch’essi molto circostanziati, per i quali i complici saranno poi pure condannati), emessi da altri giudici, per cui dovette restare in carcere. Quando Cagliari morì non era più detenuto per opera del pool di mani Pulite!...
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26 Maggio 2006
10 - Il 'tintinnar di manette'

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GV: Lei ha sostenuto finora che non usavate il carcere preventivo per far confessare gli inquisiti. Ma durante l’inchiesta Mani Pulite siete stati accusati anche di minacce e violenze nei loro confronti. In tutta franchezza può escludere di aver mai fatto penzolare le manette davanti agli occhi di un imputato?
ADP: A parte il fatto che nessuno di noi aveva materialmente le manette nel cassetto, io posso escluderlo anche in senso metaforico. Il nostro metodo investigativo non puntava a coartare le volontà, bensì a ottenere il consenso. Quello che cercavamo, semmai, era per così dire la complicità del difensore. Oggi sorrido amaramente a vedere tanti ex avvocati che sparano a zero contro il pool di Milano, e ricordo ancora alcuni di loro quando venivano in Procura per sollecitare la disponibilità mia o dei miei colleghi a ricevere i loro clienti perchè non ce la facevano più, avevano un attacco di... logorrea: fior di avvocati che adesso fingono di aver dimenticato, magari sono diventati parlamentari di destra o di sinistra e attaccano la magistratura un giorno sì e l’altro pure, mentre all’epoca dell’inchiesta facevano la fila per portare i loro assistiti.
GV: A chi si riferiva allora il presidente Scalfaro, nel messaggio augurale a fine ’97, quando criticò i magistrati per il ‘tintinnar di manette’?
ADP: Non c’è dubbio che intendeva riferirsi a noi, ma è altrettanto certo che sbagliava indirizzo. Scalfaro, il presidente Scalfaro... io sono rimasto perplesso, molto perplesso di fronte a questo suo modo di fare, a volte di appoggio e a volte di critica, a seconda del momento, un atteggiamento pilatesco rispetto a Mani Pulite. Io ricordo anche che subito dopo le mie dimissioni da magistrato, fui chiamato più volte al Quirinale. Ma al presidente non interessava tanto esprimermi la sua comprensione o la sua solidarietà, quanto capire che cosa avevo in mente di fare.
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22 Maggio 2006
9 - La mafia

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ADP: ...Ma gli stessi imprenditori quando avevano anche appalti al Sud, erano molto restii a parlare e a riferire come andava il mercato delle tangenti laggiù.
GV: Lavoravano per la mafia?
ADP: No, non per la mafia in quanto tale: tutti commettono questo errore. La mafia non fa impresa, nel senso che direttamente non prende la cazzuola per costruire strade e ponti. La mafia preferisce percepire gli utili dell’impresa, facendosi dare una percentuale direttamente dagli imprenditori con la scusa di assicurare così la cosiddetta pax sociale nel territorio. Insomma, per gli appalti da Napoli in giù, e soprattutt



