La mia storia

31 Gennaio 2012

Vi racconto Mani Pulite

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Qui sotto l'intervista che ho rilasciato oggi a L'Eco di Bergamo.

Mani pulite vent'anni dopo. Antonio Di Pietro vent'anni dopo. Il magistrato di ieri e il politico di oggi. Forse per gli italiani il pubblico ministero per eccellenza. Osannato e demonizzato, come la sua inchiesta, lontana ormai una generazione, quando le tangenti si pagavano ancora in lire. 17 febbraio 1992, l'arresto del presidente del Pio Albergo Trivulzio Mario Chiesa: il lunedì più nero della Prima Repubblica comincia così, con un socialista pizzicato con la mazzetta incassata da un imprenditore. Sette milioni di vecchia moneta, banconote segnate e fotocopiate: una ogni dieci portava la firma del capitano dei carabinieri Roberto Zuliani su un lato e quella di Di Pietro sull'altro.

«Mike» e «Papa», così si parlavano in codice alla radio durante le indagini sfociate nell'arresto che avrebbe travolto un'intera classe politica. MP era la sigla che finiva nei verbali, Mike-Papa, quando Mani pulite ancora non esisteva. «Lui era Mike e io Papa – ricorda Di Pietro –. MP nasce prima di Mani pulite. Quel nome l'ho inventato io dopo, quando è stato il momento di decodificare la sbobinatura delle intercettazioni ambientali fatte a Chiesa. Bisognava spiegare quella sigla, che ricorreva un po' ovunque nelle carte. Dire che lui era Mike e io addirittura Papa? Mi sono inventato Mani pulite».
S'è inventato Mani pulite. Tonino «Papa» Di Pietro è fatto così, prendere o lasciare. «Quando arrestammo Chiesa, a Borrelli (all'epoca procuratore capo di Milano, ndr) obbiettarono subito: "Ecco, adesso che ci sono le elezioni, si fanno questi arresti". Lui rispose dicendo che non era affatto così, che Chiesa era stato colto in flagrante, che sarebbe stato fatto il processo per direttissima e si sarebbe chiuso tutto lì. Ma io la direttissima non la feci, aspettai dopo le elezioni e poi andai avanti». Fu un domino di arresti, un colpo sparato a Milano ma che deflagrò in tutta la sua potenza nella capitale, il cuore del potere politico. Due anni di indagini forsennate, tra i peana dei sostenitori e i feroci attacchi dei detrattori. Nessuna mezza misura. Un milione di pagine di atti. «Ma Mani pulite non è stata la mia inchiesta più grossa – racconta l'ex pm –. No, quella più grossa è stata la difesa dal dossieraggio fatto contro di me in seguito a Mani pulite: quattro anni di lavoro e ben due milioni di pagine tra i fascicoli. E vorrei ricordare come è finita: dieci proscioglimenti perché il fatto non sussiste in fase istruttoria, non sono mai andato a processo».
Ma i processi si fanno anche fuori dalle aule di giustizia, e vent'anni dopo la stagione che mise sul banco degli imputati Tangentopoli, la rilettura di quella primavera giudiziaria divide ancora. Se per molti la toga dei magistrati milanesi era quasi un mantello da eroe, per altri non era che la cappa sotto la quale si nascondeva la mano di un grande vecchio.

«Eutanasia di un potere». De Benedetti, nel libro scritto dal giornalista Marco Damilano, torna a battere il tasto di un'accusa reiterata nei confronti del pool, e cioè che Mani pulite in qualche modo risparmiò il Pci.
«Io vorrei confrontarmi con De Benedetti guardandolo in faccia, perché deve spiegare anche a me che cosa vuol dire che la sinistra è stata aiutata. Mani pulite l'ho fatta io, e io non sono stato né etorodiretto né imboccato da alcuno. In quell'inchiesta, come in tutte le inchieste e come in tutte le cose della vita, qulache volta ho sbagliato bersaglio, ma questi errori non rientravano certo in un'azione dolosa, omissiva o abusiva. Mani pulite non è nata per fini politici, non si è sviluppata per fini politici e tantomeno ha perseguito fini politici. È stata un'inchiesta giudiziaria come altre, che di politico aveva gli indagati».

I comunisti hanno avuto meno conseguenze giudiziarie rispetto ad altri, come lo spiega?
«Lo spiego subito, e non sulla base di considerazioni soggettive, ma sulla base di atti. Ricordo che durante un interrogatorio ci feci proprio la pizza (un grafico-torta, ndr): ogni anno le imprese davano una percentuale rispetto al tipo di lavori che ottenevano. Dato cento il totale, la pizza era divisa in quattro parti. Ogni cento lire di tangenti, 25 andava alla Democrazia cristiana, 25 ai socialisti e un altro 25 al sistema dell'amministrazione: per intenderci, il ministro competente, assessori, consiglieri, sindaci, chi di fatto firmava gli atti necessari per appalti e quant'altro. Restava ancora un 25, ma non si trattava di soldi. No, qui si parlava di lavori o di servizi assegnati al mondo che ruotava attorno alle cooperative. E tu vallo a tradurre in un articolo di reato... Io davo tutto a Davigo (Piercamillo Davigo, storico componente del pool, di cui era considerato la mente, e noto anche come il "dottor Sottile", ndr) e lui mi chiedeva: "Che reato è?". Risposta: "Reato di porcata, poi vedi tu che veste penale dargli". A volte si riusciva e a volte no, ma perché c'erano difficoltà istruttorie oggettive. Questi a sinistra si erano già ingegnerizzati, erano avanti. Non mi son fatto paura di Craxi, avrei dovuto farmi paura di Occhetto? Altro che grande vecchio. Però, adesso che ci ripenso, uno c'era...».

Chi?

«Il presidente Cossiga. Nel periodo di Mani pulite ogni mattina alle cinque, massimo alle sei, mi suonava il telefono: era lui. Non parlava mai dell'inchiesta, non mi ha chiesto mai nulla che avesse un vago accenno al fronte giudiziario. Mi domandava come stavo, cosa avevo mangiato, domande del genere. Aveva capito come mi stavo muovendo, aveva capito che stava cambiando il mondo».

Dopo vent'anni, che lettura dà di quella stagione e di quell'inchiesta, e anche delle conseguenze che ha avuto, da magistrato e da politico?
«Mani pulite è stata una potente radiografia del Paese, la diagnosi di una profonda e radicata malattia sociale: la corruzione. Ma bisogna distinguere fra Tangentopoli e Mani pulite. Tangentopoli è quella città virtuale in cui, dal Dopoguerra al '92, il rapporto tra i poteri è stato travisato e inquinato dal fatto che il sistema degli affari e quello della politica, corrompendosi tra loro, hanno indebitato il nostro Paese, hanno reso la nostra pubblica amministrazione inefficiente. L'essenza di tutto questo è stata la P2».

Mani pulite è partita nel '92. E prima?
«Fino ad allora l'anomalia nei rapporti tra affari e politica non aveva assunto e non poteva assumere valenza penale».

Vale a dire che si pagavano tangenti senza commettere reato?

«Il sistema si era, diciamo così, affinato. Si agiva in modo da non rendere i fatti penalmente rilevanti. Mi spiego meglio. Ogni tanto capitava che qualcuno venisse scoperto, preso e condannato, ma tutto finiva lì. Si procedeva per un fatto circoscritto. Ma la politica capì che in questo modo si correvano dei rischi, che qualcuno prima o poi sarebbe potuto cadere, e allora ideò il cosiddetto sistema Cusani. Le imprese si assumevano l'onere percentuale di pagare, ciascuna in relazione al proprio fatturato, un tot ai vari partiti; questi ultimi, da parte loro, sapevano quali erano le società di riferimento, che costituivano una sorta di cartello: chi stava dentro lavorava, chi stava fuori no. Le gare d'appalto venivano fatte, ma si sapeva già chi ne sarebbe uscito vincitore. Esempio: se un appalto valeva cento, tutte le società partecipavano alla gara presentando preventivi per mille. Tutte tranne una, che correva con un preventivo di 999. Sicuramente era il prezzo inferiore e quindi quest'impresa si aggiudicava i lavori, però quel 999 era ben più alto di cento. In questo modo l'appalto, alla pubblica amministrazione, veniva a costare dieci volte tanto. È qui che è caduto, nei quarant'anni della storia italiana, l'indebitamento pubblico: nell'aver portato all'esasperazione il costo. Pensiamo alla Tav: per la realizzazione di un chilometro dell'Alta velocità in Francia si spendono nove milioni di euro, in Germania 11 e in Italia 48. A tutto questo, poi, si aggiungeva un'ulteriore anomalia: tra chi pagava e chi riceveva il denaro c'erano quelli che lo consegnavano, e allora ogni volta succedeva che usciva cento e a destinazione arrivava cinquanta. Per l'affare Montedison, Gardini, quando si accordò con Forlani, consegnò al suo uomo di fiducia un miliardo e mezzo di lire da far avere alla Dc: il suo uomo, a sua volta, passò il denaro a un terzo, e così via. Alla fine alla Dc arrivò mezzo miliardo; e se si considera che da via Del Gesù alla sede della Montedison ci sono settecento metri...».

Lungo la strada si è perso circa un milione e mezzo di lire al metro...
«In pratica sì, mangiavano un po' tutti. Nel tragitto da Gardini a Citaristi un bel po' di soldi si è volatilizzato. Ma qui mi sento di testimoniare sull'onestà personale di Citaristi. Io gli ho inviato 71 avvisi di garanzia, un record, ma non ho mai trovato una sola lira incassata da lui. Citaristi era conscio del proprio ruolo, era stato messo lì perché di lui si fidavano, il partito sapeva che non prendeva nulla per sé, a differenza di tanti altri segretari amministrativi che invece lo hanno fatto».

Torniamo a Tangentopoli.
«Il dramma è che pagare per ottenere un lavoro era diventato qualcosa di scontato. Io la chiamavo "dazione ambientale". La tangente non era necessario né chiederla né proporla: era automatica, "ambientale", appunto. Coniai questo termine dopo aver interrogato un imprenditore varesotto che lavorava nel settore edile-stradale, con appalti soprattutto nel Milanese. Lo sentii in ospedale, dov'era ricoverato: otto ore di domande, avevo le carte che parlavano, ma quello niente, un altro po' e confessavo io. Quest'uomo aveva fatto la guerra, non cavai un ragno dal buco. Alla fine mi ricordo che, sconsolato, chiusi il fascicolo e feci per andarmene. Allora lui mi prese la mano e disse: "Giovanotto, mi pare che lei sia in buona fede. Ho ottant'anni, vorrei che non succedesse più tutto quello che è successo a me, però non ci provi più a pretendere da me le cose, perché io non ho paura di lei: ho fatto la prigionia in guerra, si figuri. Si rimetta seduto che glielo spiego io come stanno i fatti". Allora io per farmi bello tirai fuori di nuovo il fascicolo con le contestazioni, erano circa una cinquantina, e cominciai con la prima. E lui mi rimbrottò: "Lasci stare, è dal '48 che faccio questo lavoro, le dico io i tre casi in cui non ho pagato, così facciamo prima". E mi raccontò tutto. Subito dopo interrogai un ragazzo di 29 anni. Ricordo che si mise seduto nel mio ufficio e otto secondi dopo aveva già confessato. Ma io dovevo pur darmi un certo tono, era durato tutto troppo poco. Allora cercai di andare oltre, di capire, e gli chiesi: "Perché ha pagato?" Risposta disarmante: "Perché così faceva papà prima di me". Dazione ambientale, si pagava a prescindere».

E oggi?
«L'amarezza dopo vent'anni e che tutto è cambiato, ma nulla è cambiato. La Tangentopoli si è ampliata, il sistema si è ingegnerizzato ed è più difficile da aggredire. In questi anni, poi, ha avuto una copertura perché si è fatto credere, e si continua a far credere, che si tratta di una guerra tra bande, tra magistratura e politica. In realtà è una guerra tra guardia e ladri, dove non tutti i politici sono ladri e non tutti i magistrati sono guardie».

Appunto. Qualche peccatuccio l'avranno commesso pure i magistrati. E magari anche qualcosa di più.

«Io voglio salvare la magistratura, non le singole azioni. Certo, ci sono stati magistrati che non hanno fatto il loro lavoro, penso a Metta, Pacifico o Squillante, però il cancro l'abbiamo diagnosticato. Toccava alla politica curarlo. Bisognava fare un'opera di prevenzione. Con Mani pulite è come se si fossero eseguiti degli interventi chirurgici, ma se a questi non segue una terapia, il tumore torna. Ed è tornato, sta portando alla morte istituzionale, economica ed etica del nostro Paese».

Qual è oggi il rapporto tra denaro e potere?
«Ieri il potere serviva per fare denaro, oggi il denaro serve per raggiungere il potere. Si sono invertiti i ruoli. Il politico si è fatto imprenditore e viceversa, non ha più bisogno di pagare per ottenere qualcosa: fa tutto da sé, in pieno conflitto di interessi. Non parlo solo di Berlusconi, lui è il caso più evidente. Oggi le imprese fanno le consulenze, i finanziamenti vengono messi a bilancio. Tutto è ufficializzato. Ci sono multinazionali italiane che alla vigilia delle elezioni riuniscono il Consiglio d'amministrazione, deliberano e mandano soldi ai partiti in proporzione al peso dei singoli gruppi in Parlamento, a tutti. Li hanno mandati anche noi dell'Italia dei valori, li abbiamo rispediti al mittente».

Insomma siamo punto e a capo. Però all'epoca di Mani pulite Di Pietro era un magistrato e faceva le radiografie di Tangentopoli, oggi sta dall'altra parte, con la classe politica.

«Già, ma in questi vent'anni si è combattuto più il medico che la malattia, si è buttata in uno scontro tra politica e affari quella che doveva restare solo una questione giudiziaria. Questo è stato il dramma. Quando si è capito come si scopriva la malattia, si è posta in essere una serie di azioni per non farla più scoprire. Risultato: la malattia è degenerata, ma gli strumenti a disposizione per combatterla sono diventati minori. Uno su tutti: la depenalizzazione del falso in bilancio. Sa, tutta Mani pulite si è basata su un'intuizione che, sì, rivendico a me stesso: ho creato una tecnica d'indagine inversa a quella dei miei predecessori. Loro cercavano di scoprire chi aveva preso i soldi, cosa che non riuscivano a fare quasi mai perché, essendo la corruzione e la concussione reati in concorso, c'era un'omertà obbligata tra i due soggetti coinvolti. Io invece ho ignorato questo aspetto: sono partito dai falsi in bilancio. Quando scoprivo che c'erano cifre non giustificate, andavo dall'imprenditore e gli dicevo: "O il reato te lo tieni tu, procedura fallimentare e societaria, o mi dici che fine hanno fatto i soldi". Agli industriali, specialmente questi al Nord, che si spezzano la schiena per l'azienda, non gli facevano paura tre giorni di carcere. No, gli faceva paura l'idea di veder morire la loro creatura, l'impresa, per il fatto di aver pagato. Non dimenticherò mai quell'imprenditore che viveva a Milano Torre Velasca: andammo a suonargli il campanello la mattina presto e cominciò a confessare al citofono. "Fermati", gli dissi, "aspetta, scendi giù almeno". E lui: "No, non venire su", mi pregava. Capisce? Oggi non si potrebbe più fare. La legislazione ha prodotto una lavanderia industriale, per cui è stato sbiancato il reato».

E allora che si fa, alziamo bandiera bianca?

«No, ma la cura non la può fare questo Parlamento, perché, per farla da sé, dovrebbe suicidarsi. Io la mia proposta l'ho già depositata da tempo, ma figuriamoci: l'attuale Parlamento è in totale conflitto d'interessi. Solo alla Camera, su oltre seicento deputati, 150 sono avvocati e 150 imputati, non puoi chieder loro la luna».
In conclusione, quand'era magistrato la politica a un certo punto l'ha ostacolata e ora che è in politica, il problema è sempre lo stesso?
«Ricordo bene il 2 settembre del '92, quando Craxi disse: "Non è tutto oro quello che luccica". Fu in quel preciso momento che capii che da volpe sarei diventato presto lepre. E così avvenne, anche sulla stampa. Alla fine, però, è stata anche una fonte di guadagno, per via dei risarcimenti. Un giornale a un certo punto, parlando di me, avanzò dei sospetti su come avessi potuto permettermi una certa casa. Al processo per diffamazione che seguì, risposi producendo gli assegni ricevuti dallo stesso giornale come risarcimento per un'altra diffamazione».

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7 Febbraio 2011

Loro calunniano, io pubblico tutto

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Oggi la macchina del fango è tornata in modo recidivo su di me con arroganza e spudoratezza.

Giacché sui fatti sparati in prima pagina da `Libero` e, soprattutto, sui racconti fantasticati da Mario Di Domenico nel suo libro, sono già intervenute plurime sentenze di condanna dei diffamatori certificando la correttezza dei miei comportamenti. Sentenze, per altro, note da tempo che sono state ampiamente pubblicate e riportate anche in Rete. Ciò a dimostrare che la macchina del fango viene portata avanti da un`organizzazione criminale, montata proprio allo scopo di intimidire tutti coloro che si oppongono al governo Berlusconi. I diffamatori risponderanno delle loro azioni nelle sedi giudiziarie, ma dobbiamo reagire a questo modello dell`infamia e della calunnia usato per bloccare chi non si adegua al regime. Per capire chi sono i personaggi che vengono richiamati da Di Domenico, per avallare le sue folli tesi, basta cercare con Google il nome di Pio Maria Deiana, un noto faccendiere già coinvolto nella vicenda Telekom Serbia.

Comunque, con riferimento alle accuse rivoltemi dal quotidiano ‘Libero’, pubblico di seguito, come ho sempre fatto e sempre farò, tutta la documentazione relativa alle accuse diffamanti e denigratorie del signor Di Domenico.

Dalle carte risulta come egli sia stato già condannato e apostrofato come un ‘grafomane di professione’. Infatti, il signor Di Domenico ha perso ogni iniziativa civile che ha avviato contro di me e, non avendo pagato le spese processuali, ha subito il pignoramento della sua abitazione che è finita all’asta.

Elenco sentenze contro Mario di Domenico

Atto di Citazione di Mario Di Domenico per questione Contrada

Sentenza di rigetto della richiesta di risarcimento danni di Mario Di Domenico nei confronti di Antonio Di Pietro

Decreto Archiviazione Gip Bonaventura

Decreto di archiviazione del giudice Imperiali (prima parte)

Decreto di archiviazione del giudice Imperiali (seconda parte)

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29 Dicembre 2010

Per colpa loro sono cornuto e mazziato

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Qui sotto la mia intervista con Marco Travaglio pubblicata oggi su "Il Fatto Quotidiano" Guarda il PDF


Il leader Idv risponde all’attacco di Flores, De Magistris e Alfano
di Marco Travaglio

Mentre risponde alle nostre domande sul cellulare, dal telefono fisso sta commissariando l’Idv in Piemonte. “Non si può mai stare tranquilli. Da una parte mi accusano, a me!, di questione morale, e intanto io commissario il nuovo coordinatore piemontese che ha appena imbarcato un tizio che vuole stare con noi ma intanto dichiara che resta fedele al sindaco di San Mauro Torinese del centrodestra. Dopo i Razzi e gli Scilipoti, ci mancava solo questo!”.

Com’è questa storia del Piemonte? C’entra qualcosa col precedente coordinatore che s’è rivolto ai giudici per contestare la regolarità dell’ultimo congresso?
C’entra e non c’entra. Il congresso in Piemonte, l’ha stabilito il giudice in via d’urgenza, era regolare. Andrea Buquicchio, che ha fatto per 10 anni il coordinatore regionale e per 5 il consigliere regionale, ha perso il congresso e voleva farlo invalidare perché un altro l’ha battuto. L’altro, Luigi Cursio, un medico, uno della mitica ‘società civile’, in buona fede per carità, diciamo per inesperienza, era così contento di avere strappato uno al Pdl che non gli ha chiesto nemmeno di scaricare la giunta Pdl di San Mauro. La società civile è una bella cosa, lo dico a Flores d’Arcais: ma a volte combina certi casini… Flores non ha idea di cosa vuol dire creare dal nulla e poi organizzare un partito, basato tutto sul volontariato.

Per un riciclato che respingete, altre centinaia ne avete imbarcati. Soprattutto mastelliani.
Ma non è che chiunque abbia fatto politica in altri partiti ha la peste addosso. Abbiamo delle regole: niente inquisiti, men che meno condannati. Ai congressi votano gl’iscritti, e mai per delega: bisogna essere presenti fisicamente. Se poi uno ha consensi e prende più voti di un altro, che ci posso fare io? E’ questione morale o è democrazia? Sapesse quanti trombati perdono il posto e si mettono a strillare alla questione morale.

Lei ha fatto intendere che De Magistris vuole il suo, di posto.
Ma quando mai. Mi riferivo alle lamentele che arrivano da tanti trombati sul territorio. Luigi mica l’abbiamo trattato come un corpo estraneo: è parlamentare europeo, presiede un’importante commissione sull’erogazione dei fondi europei, è capo del dipartimento Giustizia dell’Idv. Non ha bisogno di posti, li ha già e mi aspetto che si responsabilizzi di più, che mi aiuti a risolvere i problemi. Come l’altra sera, quando ha presenziato al vertice in Campania che ha eletto coordinatore una figura specchiata, Lorenzo Diana. Con lui comunque ci sentiamo due o tre volte al giorno, pure in questi giorni, nessun problema di posti.

E qual è il problema allora?
Che lui, la Alfano e Cavalli hanno sbagliato i tempi e le parole. Dire “questione morale” significa che il partito è marcio, il che è falso e offensivo. Mortifica e avvilisce non solo me, ma i nostri 1500 eletti e i nostri dirigenti che da anni si fanno un mazzo così, spesso senza gratificazioni. Dirlo a freddo, poi, all’indomani della compravendita di Razzi e Scilipoti, è una coltellata. Per carità, mi prendo le mie responsabilità per averli scelti, ma come potevo prevedere che dopo 10 anni di dipietrismo e antiberlusconismo, quei due, dalla sera alla mattina, passavano con Berlusconi?

Beh, a volte bastano i curricula, le facce…
Senta, lo sa qual è la verità? Che, se volevo tenermeli, Razzi, Scilipoti e pure Porfidia me li tenevo. Ma a un prezzo: rinunciare alle nostre regole, cioè proprio alla questione morale tanto sbandierata da De Magistris, Alfano, Cavalli e Flores.

Si spieghi meglio.
All’ultimo esecutivo Idv abbiamo deciso che ci si può candidare solo nella propria regione. Scilipoti sapeva che nel suo territorio, Barcellona Pozzo di Gotto, gli avremmo preferito Sonia Alfano: al confronto con Sonia s’è sentito come il due di coppe quando a briscola comanda bastoni. Oltretutto, nel frattempo, è venuto fuori che è sotto processo. E noi chi è sotto processo non lo candidiamo.

E Razzi?
Idem: non sarebbe stato ricandidato, sia perchè strada facendo è saltato fuori un processo anche su di lui, sia perché comunque a Lucerna non poteva più chiedere voti, né avrebbe potuto ricandidarsi in un’altra zona d’Italia. Quindi si son messi sul mercato prima ancora che Berlusconi facesse l’offerta. Certo, se gli dicevo “tranquilli, vi ricandido lo stesso anche se indagati o imputati”, quelli restavano. E’ per la questione morale che li abbiamo persi. E ora, dopo averli persi, mi si imputa la questione morale?! Cornuto e mazziato.

E Porfidia? Eletto in Campania, indagato per violenza privata con aggravante mafiosa, passato da Idv a Noi Sud.
Le rivelo una cosa. Quando l’abbiamo candidato, aveva il certificato penale intonso. Poi viene indagato: lo stesso giorno lo mettiamo fuori dal gruppo e dal partito. Qualche mese fa viene da me: “Tonino, se resto indagato o mi rinviano a giudizio, tu mi ricandidi?”. Se rispondevo sì, restava. Invece ho risposto: “No, non posso”. Così se n’è andato. E ora Luigi, Sonia e Cavalli mi incolpano di “questione morale” pure per Porfidia. Ma dovrebbero dirmi bravo! Era questione morale se lo tenevo!

Flores, e non solo lui, insiste da anni sulla selezione delle classi dirigenti a livello locale.
Ecco, appunto, grazie. Ma, se scelgo io i candidati come mi impone di fare questa legge elettorale di merda, non va bene perché sono un dittatore. Se gli organi dirigenti li scelgono i congressi, non va bene lo stesso perché passa qualche riciclato. Si invoca continuamente la “base”, ma che cos’è la base? Io non conosco altra base se non gli iscritti. Poi lo so benissimo che il De Gregorio di turno si crea “più base” e porta più gente a votare per lui ai congressi e alla fine vince, e non è detto che sia il migliore. Ma qual è l’alternativa? Facile mettersi a tavolino, accendere il computer e, anzichè aiutare con critiche costruttive, criticare o lanciare pseudosondaggi natalizi. Facile cercare il capello nell’uovo e mai la trave che si ficca nell’occhio…

Il detto non è proprio quello, ma rende l’idea.
Sono anni che tutti ci passano ai raggi X, poi quando si scopre che siamo sani, nessuno lo scrive. Ricorda il casino che han fatto due anni fa su mio figlio Cristiano indagato a Napoli per lo scandalo Romeo-Mautone? Ho appena scoperto che Cristiano non è mai stato indagato. Nulla di nulla. Ricorda le accuse sull’”associazione familiare” di Di Pietro che succhiava i finanziamenti al partito? Due anni di linciaggio e umiliazioni, poi il giudice ha archiviato: partito e associazione erano la stessa cosa, tutto regolare, anzi chi mi ha denunciato non poteva neppure farlo perché non era parte lesa. Ma non l’ha scritto nessuno (vedi articolo in cima alla pagina, ndr).

“Micromega”, per aiutarla a fare pulizia, ha pubblicato mesi fa una lista di impresentabili dell’Idv.
Bene, chi non era degno di restare l’abbiamo messo alla porta. Altri avevano l’unico peccato di venire da altri partiti. Ma che ragionamento è? Siccome Flores fa politica da trent’anni, allora non ci parlo più? In quella lista c’erano poche decine di persone, su un partito che in dieci anni ne ha candidate decine di migliaia, tra elezioni politiche, europee, regionali, provinciali, comunali.

Da chi ha messo i “valori” nel logo del partito ci si aspetta più rigore che dagli altri.
Se mi dicono dove si vende il Pentotal per il siero della verità, lo compro di corsa. Ma il solo modo per non sbagliare è non far nulla e criticare gli altri. Già abbiamo regole e filtri che non ha nessun altro partito. Noi non paracadutiamo i candidati dalla Sicilia al Trentino: sei calabrese, lombardo, abruzzese? Ti candidi a casa tua, così la gente ti conosce e, se sei un pezzo di merda, prima o poi viene fuori. Certo, su migliaia di candidati, qualcuno sfugge sempre. Ma, quando lo becchiamo, lo cacciamo.

Visti i risultati, si può fare di più.
E infatti lo faremo. Ogni giorno – vedi commissariamento del Piemonte – facciamo pulizie cammin facendo perché l’attenzione non è mai abbastanza. Il 14-15 gennaio ci ritiriamo in convento in Umbria per l’esecutivo nazionale. Lì proporrò una norma anti-riciclati: chi viene da altri partiti deve fare un anno di noviziato prima di prendere i voti, cioè prima di candidarsi alle elezioni o ricoprire incarichi nel partito, così intanto lo studiamo bene. Un anno di dieta vegetariana: niente carne, così non ingrassa… De Magistris e gli altri hanno altre proposte? Benvenuti, quella è la sede. Se Flores vuole venire a spiegarci il suo sistema, siamo felici. Per me ha sbagliato, ma in buona fede: ora, fatta la frittata, chiudiamo la polemica e passiamo alla pars construens. Staniamo il Pd per fare subito la grande coalizione - meglio con un leader scelto con le primarie - con noi e Sel per battere Berlusconi.

Ma Flores l’accusa di aver taroccato il suo sondaggio.
Ma io a Natale ero tutto preso da messa, presepe e capretto in famiglia. Figuriamoci se pensavo al suo pseudo-sondaggio. Poi è ovvio che in Rete i fans dell’uno e dell’altro organizzano le catene di Sant’Antonio: non c’erano solo gli sms “vota Di Pietro”, ma anche quelli “affossa Di Pietro”. E’ normale. E comunque non avevo bisogno di quello pseudo-sondaggio per sapere che dobbiamo sempre fare di più.

De Magistris invoca una cabina di regia per scegliere meglio i candidati.
Ma c’è già. E’ l’esecutivo nazionale, che riunisce i parlamentari italiani ed europei, i consiglieri e i coordinatori regionali e i responsabili dei dipartimenti tematici. Ne fanno parte non solo Luigi, ma anche la Alfano, responsabile del dipartimento Antimafia, e Cavalli, consigliere regionale con importanti incarichi politici in Lombardia. A proposito: mi dicono che non so scegliere i candidati, ma loro tre chi li ha scelti? Io. E non le dico le resistenze che ho incontrato nella pancia del partito, sempre diffidente sugli innesti di esterni e indipendenti.

Pentito?
No. Tornando indietro, anche dopo queste critiche che reputo ingiuste, li sceglierei di nuovo tutti e tre. Perché lavorano benissimo. Però chiedo più rispetto per quei poveri stronzi di militanti e dirigenti anonimi che, nel silenzio di stampa e tv, han raccolto un milione e mezzo di firme per i referendum su nucleare, acqua pubblica e legittimo impedimento: è grazie a loro se nemmeno in caso di pronuncia favorevole della Consulta sul legittimo impedimento Berlusconi otterrà l’impunità: a giugno decideranno i cittadini.

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24 Dicembre 2010

Carta canta: IDV e Di Pietro sono trasparenti, lo dice il giudice


Da qualche parte si parla della questione morale ed etica all'interno dell'Italia dei Valori. Voglio rassicurare tutti sul fatto che c'è un impegno preciso del partito per una militanza trasparente del quale parleremo in un esecutivo nazionale a Gennaio.
Posso invece garantire sulla correttezza dei dirigenti del partito rispetto al passato e per oggi. Lo faccio alla maniera mia più consona: pubblicando gli atti ufficiali, in modo che tutti possano leggere e diffondere. In questo caso si tratta della richiesta di archiviazione del Giudice per le Indagini Preliminari di Roma per il procedimento penale instaurato nei nostri confronti dal duo Veltri e Occhetto e dal loro difensore Paola...

Oggi vi voglio parlare del partito Italia dei Valori. Ne voglio parlare sia con riferimento alle preoccupazioni di alcuni dirigenti e militanti che hanno posto il problema se esista o meno una questione morale all'interno dell’IDV, sia con riferimento ad alcune denunce che furono presentate a suo tempo in ordine ad asserite illegittimità o irregolarità nella gestione dei conti economici e dei rimborsi elettorali del partito. Lo faccio con tutta pacatezza perché, come si dice dalle mie parti, carta canta.
Sulla questione morale, non v'è dubbio che un partito che nasce dal nulla – ho sempre detto come fiore spontaneo di campo – ogni tanto si trova costretto a vedere nel proprio campo qualche erbaccia cattiva.
Il compito nostro è di rimuovere le erbacce e di far crescere l'erba buona. Per farlo ci vuole tempo, perseveranza, costanza, umiltà, determinazione, partecipazione. La critica soltanto, senza apporto costruttivo, è critica fine a se stessa. Però noi la critica la dobbiamo ascoltare, per migliorarci sempre. Ed è questo l'impegno che io ho preso e che intendo continuare a prendere.
Alcune persone ci hanno lasciato, altre persone si sono dimostrate non all'altezza, a volte non all'altezza morale, della situazione, e noi le abbiamo anche espulse. Se dovessimo trovare altre situazioni poco chiare, provvederemo di conseguenza. Ma proprio questo deve dimostrare la nostra voglia di migliorarci ogni giorno: questo continuo interrogarci, questo sforzo fatto con umiltà per intervenire laddove c'è qualche situazione non convincente.
Epperò, insisto, non è che chi critica ha sempre ragione. Ha volte chi critica è interessato a prendere lui stesso il posto di chi viene criticato. Voglio tranquillizzare tutti sul fatto che, piano piano, l'acqua sta diventando pulita, e più l'acqua diventa pulita e limpida, più dobbiamo essere orgogliosi dell'Italia dei Valori.
In particolar modo oggi, e vengo al secondo tema. Vi ricordate? Alcune delle grandi accuse che ci sono state fatte in questi anni, le hanno mosse soprattutto da Occhetto e Veltri, difesi da un tal avvocato Francesco Paola, sia attraverso interviste, sia attraverso articoli ripresi dai giornali, e soprattutto dal “Giornale”. Veltri, per una intervista al “Giornale” è stato anche condannato, insieme al “Giornale” stesso, a risarcire un danno importante, di alcune decine di migliaia di euro, per diffamazione. In realtà poi ha pagato il “Giornale” di Berlusconi e anche questo fa pensare.
Una delle accuse che queste persone hanno cercato di portare avanti negli anni è che esisterebbero due realtà: associazione e partito, e che i fondi a nome del partito se li sarebbe presi un'associazione personale, gestita da me, mia moglie e la tesoriera del partito stesso. Oggi il gip di Roma, pronunciandosi definitivamente, per la quarta volta dice: “L'opposizione proposta da Elio Veltri e Occhetto è inammissibile, in quanto non rivestono la qualifica di parte lesa”. Loro, cioè, si sono sempre lamentati di essere stati lesi in qualche diritto. Il giudice dice che non sono manco parte lesa, quindi non hanno diritto ad alcunché.
Dice ancora, la motivazione, che “non ci sono elementi a sostegno della prospettazione accusatoria, con riferimento ai reati configurabili, risultando del tutto ininfluente l'asserita distinzione di soggetti giuridici”. Cioè non c'è un'influenza di soggetti giuridici diversi, associazione e partito.
E ancora: “Quanto alla asserita irregolarità nella gestione dei rimborsi elettorali, con adombrata illecita destinazione a fini personali, la gestione delle somme elargite dagli organi parlamentari risulta corretta e rispettosa delle prescrizioni di legge, non emergendo che i rendiconti presentati alla Camera siano stati oggetto di osservazione e tanto nonostante il controllo dei revisori all'uopo previsto. [...] Per queste ragioni archivio il procedimento nei confronti sia di Antonio Di Pietro sia di tutti gli altri membri dell'esecutivo nazionale del partito."
L'atto nella sua interezza lo troverete allegato e vi prego di leggerlo. Vale la pena di leggerlo. Vi renderete conto di quante calunnie e diffamazioni abbiamo ricevuto in questi anni. E fatelo girare questo decreto di archiviazione sulle rete, per tacitare colo che hanno utilizzato strumentalmente certe accuse per limitare la credibilità dell'Italia dei valori.
In soldoni e in riassunto:il partito Italia dei Valori è un partito che c'è, che sta facendo opposizione vera e concreta al governo Berlusconi, che si sta proponendo per un'alternativa al governo Berlusconi, che sta chiamando a raccolta gli altri partiti che vogliono assumersi la responsabilità di creare una coalizione, un programma, una leadership, perché per il dopo Berlusconi bisogna offrire qualcosa al Paese. In questo senso abbiamo lanciato un appello al Pd e a Sel, ma lo lanciamo anche da qui ai movimenti e alle associazioni. Diciamo a tutti costoro: potete stare tranquilli perché, come vedete, l'Italia dei Valori se trova qualche mela marcia per strada la allontana.
Anche per i famosi Razzi e Scilipoti, che si sono comportati in modo indegno dopo dieci anni che stavano con noi: io sono andato alla Procura della Repubblica, non ho fatto finta di niente, mi sono assunto le mie responsabilità politiche e ho chiesto alla Procura della Repubblica di valutare le responsabilità giudiziarie.
Infine, quanto alla corretta gestione del partito, noi non siamo sfuggiti al nostro giudice. Siamo corsi dal nostro giudice chiedendo giustizia, chiedendo di accertare la verità. E la verità sta qui. Carta canta.
Buon Natale.

Leggi il Decreto di Archiviazione GIP di Roma

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16 Settembre 2008

La mia storia attraverso Tangentopoli

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Il 7 settembre la trasmissione Blu Notte del giornalista Lucarelli trasmette un’intera puntata dedicata a Tangentopoli. Il quadro narrativo impeccabile traccia con sorprendente chiarezza la storia di quegli anni, gli intrighi, gli attentati, i suicidi e gli intrecci di un sistema economico malato e piegato ad una classe politica corrotta. In questo scorcio rivedo parte della mia vita con l’indagine di Mani Pulite. La trasmissione è durata circa 2 ore, ed invito chi non l’avesse seguita a ritagliarsi il tempo per farlo.

Tangentopoli non è mai terminata, è anzi divenuta uno stile di vita con cui gli italiani hanno imparato a convivere grazie a modelli distorti imposti dalla classe politica e celebrati da un’informazione sempre meno indipendente. Questa evoluzione del malcostume ha una sostanziale differenza oggi rispetto ad allora, negli anni ’90 la popolazione era al fianco della giustizia, oggi pochi distinguono la differenza tra etica e corruzione. Le coscienze sono assopite, distratte, alcune anche rassegnate.

Su You Tube la trasmissione è stata divisa in sei capitoli che sopra vedete riportati.
Ringrazio la Rai per aver pubblicato la trasmissione in Rete prendendo le distanze dal vergognoso comportamento di Mediaset che a luglio dichiarò di voler querelare la società statunitense, accusandola di essere la causa di una contrazione dei guadagni derivanti dalla pubblicità e per violazione del copyright.

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2 Settembre 2008

La mia storia attraverso le sentenze

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In questi anni, molti si sono divertiti e molti hanno avuto interesse a criminalizzarmi a seguito di un’inchiesta svolta nei miei confronti nel 1995 dai magistrati di Brescia (specie il dr. Salamone di cui ho parlato nel primo capitolo) e riguardante i miei rapporti con il dr. Gorrini, avvenuti oramai oltre 20 anni addietro. Secondo l’accusa, io avrei preteso da Gorrini:

-un prestito di 100 milioni, senza interessi;
-la cessione gratuita di una autovettura Mercedes;
-l’affidamento a mia moglie (che fa l’avvocato) di cause della Maa Assicurazione riguardante sinistri stradali;
-il ripianamento dei debiti contratti alle corse dei cavalli da Eleuterio Rea, persona che avrei pure favorito all’epoca in cui egli divenne Capo dei Vigili di Milano.

In tutti questi anni, le suddette accuse mi sono state rinfacciate in ogni occasione, come se avessi davvero commesso i reati in questione. Anzi tutti oramai le danno per acquisite.

Ebbene, pubblico la sentenza di primo grado n. 189 del 29.03.96 del GIP di Brescia (allego il documento integrale diviso in pagine: indice - 1-20 - 21-41 - 42-62 - 63-83 - 84-104 - 105-134), in cui - dopo una meticolosa ricostruzione di tutti gli avvenimenti in ben 132 pagine fitte fitte di motivazione - il giudice così conclude : “dichiaro non luogo a procedere nei confronti di Di Pietro Antonio in ordine ai reati ascritti perché i fatti non sussistono”. Per intenderci, le accuse sopra menzionate – e di cui giornalisti prezzolati e politici interessati si sono riempiti la bocca in tutti questi anni per denigrarmi – semplicemente “non sussistono”. Come a dire che – se fossi stato accusato di omicidio – il morto sarebbe in realtà vivo.

Non basta. Anche la Corte di Appello di Brescia, investita della questione dalla Procura, ha confermato senza riserve la sentenza del GIP. Pubblico la sentenza d’Appello n. 829/97 del 9 luglio 1997 della Corte di Appello di Brescia (allego il documento integrale diviso in pagine: indice - 1-20 - 21-31 - 32-42 - 43-53 - 54-64 - 65-75 - 76-86 - 87-97 - 98-107), anch’essa preceduta da una motivazione di oltre 100 pagine.
Per una più comoda lettura, invito a seguire gli appositi indici, sia della sentenza di primo grado che della sentenza d’appello dei rispettivi quel documenti.

A questo punto, vi chiederete: ma perché allora Gorrini ha accusato ingiustamente Di Pietro? Se lo è chiesto anche il Giudice ed al riguardo ha scritto l’apposito capitolo 9°, significativamente intitolato “le reticenze, gli interessi, i legami di Gorrini”. Sono ben 29 pagine di “cruda verità” (da pag. 71 a pag. 99 della prima sentenza), finora sostanzialmente inedite, che da sole dovrebbero bastare per far capire (a chi ne ha voglia ed è scevro da preconcetti di qualsiasi natura) che cosa all’epoca è stato messo in piedi – e chi lo ha fatto e perché – per fermare Mani Pulite.

Sull’analisi di queste 29 pagine di motivazione giudiziaria tornerò a parlare in uno dei prossimi capitoli di questa storia a puntate. Per ora mi basta segnalare il seguente passo della sentenza del GIP: “…scaturisce il fondato sospetto che lo stesso (Gorrini) abbia volutamente alterato i contenuti reali dei rapporti con Di Pietro, strumentalizzandoli per interessi propri e di altri personaggi inquisiti dall’ex magistrato che finalmente potevano vedere nella vesta di accusato il loro acerrimo accusatore…” (vedi pag. 84 sentenza primo grado).

Già, ma chi sarebbero questi altri personaggi? Si legge a pag. 72 della stessa sentenza: “…Gorrini…si era presentato dopo essersi rivolto nel settembre 94 a Berlusconi Paolo, imputato in vari procedimenti della c.d. Tangentopoli promossi da Di Pietro e dal Pool Mani Pulite, al Berlusconi avendo fornito copia di un promemoria datato 4.10.1994, contenente le accuse…(a Di Pietro)”.

Si legge, inoltre, a pag. 89 sempre della stessa sentenza: “…Il Gorrini ha narrato che aveva contattato Berlusconi e Cusani (quello del processo Enimont) indicati come "i due marpioni là" onde "far loro presente in quale situazione loro mi avevano coinvolto…".

Insomma, risulta per tabulas che Gorrini, prima di recarsi dagli inquirenti a raccontare una vicenda non vera, aveva in qualche modo concordato la storia con Paolo Berlusconi. Allora è forse il caso di ritornare al tipo di indagini di cui mi stavo occupando nella rovente estate del ‘94. Avevo da poco chiesto l’arresto di Paolo Berlusconi per la vicenda delle tangenti alla Guardia di Finanza…il fratello Silvio (che poi sarà inquisito pure lui per gli stessi fatti) era Capo del Governo e promulgò il decreto Biondi con cui venivano fermate le nostre indagini…io e gli altri del Pool ci appellammo al paese…nel frattempo dalla Svizzera stavano arrivando rogatorie compromettenti… proprio il giorno in cui Gorrini datava il suo promemoria accusatorio per Paolo Berlusconi, io presentavo all’udienza del processo Enimont le carte che mi erano arrivate dai colleghi Svizzeri sul conto All Iberian (che, per chi non lo ricorda, era il conto estero su cui transitò il denaro dal Gruppo Berlusconi a Craxi, anche in relazione alla vicenda per cui poi furono condannati Previti e Squillante).

Ma per oggi fermiamoci qui. La storia è troppo lunga per raccontarla in una sola volta.

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29 Agosto 2008

La mia storia attraverso le sentenze

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"Fai il tuo dovere e pagane le conseguenze", mi disse mia sorella Concettina il giorno dopo l’omicidio di Paolo Borsellino, allorché io – preoccupato per quel che stava succedendo – trasferii a lei la mia angoscia. Era il 19 luglio 1992 ed ero nel pieno dell’attività di "Mani Pulite". Poco dopo arrivò in Procura una segnalazione dei R.O.S (Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri) che segnalava – come destinatario di possibili attentati mafiosi – anche la mia persona. Giovanni Falcone era stato ammazzato il mese prima. Ora è solo un ricordo ma all’epoca c’era realmente di che preoccuparsi in quanto stavano venendo fuori collegamenti a iosa fra la "migliore imprenditoria del Nord", la più "blasonata politica romana" e "incalliti mafiosi" di Cosa Nostra.
Mi aggrappai alla saggezza di mia sorella e andai avanti.

Con l’andare del tempo e con l’avanzamento dell’inchiesta, mi resi conto, invece, che avevo poco da temere sul piano fisico in quanto l’inchiesta Mani Pulite aveva una sua specificità rispetto ai reati mafiosi: i magistrati palermitani dovevano partire necessariamente dal “fatto criminale” per risalire al “mandante” o al “movente politico”. “Mani Pulite”, invece interveniva direttamente sui politici. Nell’uno e nell’altro caso, entrambi – i politici e i mafiosi – avevano interesse a fermare le indagini e ad evitare qualsiasi travaso di investigazioni dall’uno all’altro campo, ma mentre i mafiosi usarono l’esplosivo per fermare i giudici, i politici ricorsero ad una soluzione grazie a Dio meno dolorosa: la delegittimazione e la denigrazione.

L’obiettivo mi apparve subito evidente: rendere poco credibile l’inchiesta Mani Pulite, dapprima criminalizzando l’attività giudiziaria che stavo svolgendo (con accuse ingiuste come arrestare innocenti, costringere al suicidio le persone, svolgere indagini in modo parziale al fine di favorire alcuni e danneggiare altri), poi con una vasta indagine retrospettiva sulla mia persona, alla ricerca di qualche neo (e chi non ne ha?) per farlo diventare un “bubbone immondo” da additare al pubblico disprezzo, infine costruendo a tavolino – scientemente e con dispendio di mezzi e di energie – veri e propri falsi dossier con storie inventate di sana pianta o comunque malevolmente ricostruite e raccontate in modo così suadente e sapientemente pubblicizzate da renderle apparentemente credibili.

Il 6 dicembre 1994 mi toccò togliere la toga di dosso e dedicare tutte le energie per difendere il mio onore nell’unico modo che sapevo fare: nelle aule giudiziarie, che frequentai per anni sia per dimostrare la mia correttezza professionale che la mia innocenza personale.
Nel frattempo, e per dare un nuovo scopo alla mia vita, ho cominciato a fare politica, convinto come ero e come sono che i “mali della politica” potevano essere curati solo con l’impegno civile, in quanto il magistrato arriva solo quando la “frittata è fatta” e solo per scoprire il colpevole.
Ho pensato – e ci credo ancora – che bisognava impegnarsi per un ricambio generazionale della classe dirigente, unico modo per ottenere un modello comportamentale diverso e più dignitoso del modo di fare politica.
Per questo ho costituito l’Italia dei Valori, cercando da una parte di aprire il partito a tutti coloro che vi mostravano interesse e dall’altra di preservarlo dagli arrembaggi di ciurme e profittatori.
Con sommo dispiacere dei miei detrattori, sono riuscito a costruire un partito che c’è e che – nel Paese e nel Parlamento – sta facendo il suo dovere e fa sentire la sua voce, tanto che la fiducia ed il consenso cresce giorno per giorno.

La conseguenza, sul piano personale, è purtroppo che la stagione della denigrazione e delle contumelie continua ed anzi è ripresa con maggiore veemenza e peggiore virulenza di prima.
Ogni giorno mi sento piovere addosso accuse di ogni tipo. Sembra quasi che tutti i guai d’Italia siano avvenuti o avvengano per colpa mia, tanto che quasi tutti i partiti, i politici e i “commentatori professionisti” fanno a gara nel dirsi fra di loro: “sto con te a patto che non stai con Di Pietro”.

Ho deciso allora che dedicherò una parte di questo Blog per raccontare “la mia verità”. Non la verità, secondo le mie parole però, per evitare che qualcuno possa pensare che siano parole di comodo. Ma la “verità processuale”, secondo le sentenze e gli altri provvedimenti che i giudici – di volta in volta – hanno emesso in relazione ai tanti fatti ed ai tanti eventi che – nel bene e nel male – mi hanno visto protagonista. Trattasi di centinaia di atti e quindi è necessario un “racconto a puntate”.
Ad intervalli regolari, perciò, pubblicherò ad uno ad uno questi provvedimenti giudiziari, con un mio personale commento e con la possibilità – da parte di chi avrà la voglia o la pazienza di leggerli – di commentarli a sua volta.

Comincerò dalla vicenda di Fabio Salamone, di cui pubblico la “Sentenza della Sezione Disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura” n. 2/98 del 16 gennaio 1998 in cui si “dichiara il dr. Fabio Salamone responsabile della incolpazione ascrittogli al capo A - vale a dire responsabile del fatto che non si fosse astenuto dallo svolgere indagini su di me- e gli infligge la sanzione disciplinare dell’ammonimento-” (così testualmente il dispositivo).

Comincio da questo provvedimento perché riguarda proprio il magistrato della Procura della Repubblica di Brescia che indagò a ripetizione su di me formulando a mio carico una miriade di accuse, poi tutte smontate dai giudici “perché il fatto non sussiste”. Certo, alla fine ho avuto giustizia ma quelle accuse furono prese e rilanciate da altri che avevano interesse a costruirmi addosso una montagna di nefandezze che non avevo commesso, con lo scopo di non rendere credibile il lavoro che avevo fatto come magistrato e quindi – per una insana proprietà transitiva – irrilevanti le porcherie che avevo scoperto nei loro confronti.

Ebbene, credo proprio che poche persone abbiano mai saputo che il Dr. Fabio Salamone doveva astenersi dall’indagare su di me in quanto io in precedenza avevo effettuato rilevante attività di indagine a carico di suo fratello Filippo Salamone, successivamente incriminato ed arrestato in altra sede per gravi delitti. Per saperne di più sulle vicende di Filippo Salamone, basta cercare in Rete (leggi "Mafia e appalti, condanna definitiva per Filippo Salamone"). Trattasi di un imprenditore siciliano che venne individuato – anche nell’ambito dell’inchiesta Mani pulite – come uno dei terminali tra le imprese mafiose del Nord e la mafia. Infatti egli è stato alla fine condannato in via definitiva a 6 anni di carcere per concorso in associazione mafiosa (insieme a Lorenzo Panzavolta della Calcestruzzi Spa, figura di spicco nell’inchiesta Mani Pulite).

In questa sede, mi interessa però far rilevare il fatto che io ho denunciato al CSM il dr. Fabio Salamone dopo – e solo dopo – che le indagini sul mio conto si erano concluse. Non volevo che si pensasse che me la prendessi con lui per non volermi sottoporre alla Giustizia né che io volessi confondere e mischiare la sua storia personale di magistrato con quella di imprenditore cosìcosì di suo fratello Filippo. Queste cose le fa chi sa di non essere innocente.
Della storia che ho appena raccontato ne ho parlato una volta con un giornalista, Piero Colaprico, cosa che il dott. Fabio Salamone non ha gradito citandoci in giudizio entrambi per diffamazione.

Allego la sentenza numero 33125 del Tribunale di Roma che invece “rigetta la domanda” del dott Fabio Salamone in quanto “deve ritenersi, nel caso di specie, l’insussistenza di una responsabilità civile non ravvisandosi un contenuto diffamatorio punibile nelle affermazioni dell’intervistato”. Carta canta!

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