26 Marzo 2008
La lettera di Giovanna

Ricevo e pubblico la lettera di Portosi Giovanna, cittadina italiana disoccupata da diversi mesi. La situazione di Giovanna merita una particolare attenzione, poiché sta incontrando particolari difficoltà a reinserirsi nel mondo del lavoro.
L'Italia dei Valori ha posto al primo punto della sua proposta di governo il tema del lavoro, attraverso il miglioramento della Legge 30, garantendo reddito e riqualificazione nei periodi di non occupazione e prevedendo agevolazioni fiscali per i lavoratori precari.
"Buongiorno Dott. Di Pietro
non so se questa mia sarà filtrata ho la leggerà personalmente, spero comunque che venga letta e sia fonte di riflessione.
Sabato 22 marzo ho compiuto 52 anni, no, non è la preoccupazione dell’età anagrafica a farmi rabbrividire ma ben cose più pesanti. Da settembre 2007 non ho più percepito il mio salario, il 20 dicembre 07 la ditta per cui lavoravo ha chiuso i battenti ed il 20 febbraio c.a. è stata dichiarata fallita.
Mi sono iscritta all’ufficio di collocamento ma mi hanno fatto capire che se mi cercavo un lavoro da sola era meglio; passo giornate intere a consultare offerte di lavoro ma l’angoscia più grossa che provo è leggere max 45 enne,
se va bene, gli over 50 sono tagliati fuori anche dai corsi per i disoccupati.
Raramente dopo aver inoltrato un c.v. qualcuno si degna di rispondere, non parliamo poi delle agenzie interinali che ormai nascono come funghi, ti attirano con ripetitive inserzioni su vari siti, mi sono chiesta seguendo vari annunci sempre ripetuti da mesi, se non sia uno specchio per allodole, la domanda nasce spontanea, ma hanno una sovvenzione per ogni candidato che annoverano sul loro database? Tipo canili che percepiscono un tot per ogni
animale ospitato?
Porte chiuse per gli ultra 50 enni per il mondo del lavoro, troppo giovani per la legge pensionistica, no, non è che io voglia rimanermene con le mani in mano, sono una donna molto dinamica e il fermo forzato mi sta dando molto fastidio. Sto solo chiedendo di lavorare ma per noi neo vecchi non c’è posto e nessuno che ci tuteli.
Non sono più giovane ne bella, quindi non posso sperare di trovare un ricco nababbo che mi possa mantenere e poi sinceramente mi sentirei un verme a ricoprire questa sottomissione.
Un ulteriore fatto voglio sottoporLe, non ho mai chiesto in 30 anni di lavoro qualcosa all’INPS, il collocamento mi ha suggerito nel frattempo di fare domanda per la disoccupazione, anche li mai nessuno che ti guidi e ti dica cosa occorra a corredo della domanda, con flemma ti scrivono che manca un documento, lo porti e passano i giorni, ti riscrivono dicendoti che manca un altro foglio, per ben 4 volte ho dovuto fare su e giù e siamo arrivati quasi a fine marzo senza sapere se ti concederanno la sovvenzione o no.
Non è giusto! Tanto loro hanno lo stipendio e non comprendono i disagi di chi oltre ad aver perso il posto di lavoro, le mensilità che chissà se riuscirà ad ottenere avendo fatto istanza a mezzo sindacati. Offensivo per chi come me sta passando questa incresciosa difficoltà.
Questo malessere burocratico, il precariato, la mancanza di tutele dei lavoratori, questi dovrebbero essere la leva di una buona politica. Urlo il mio dolore perché non so cosa fare in questi 8 anni che mi mancano per andare in pensione, ho solo bisogno di trovare lavoro per non sentirmi un parassita della società, non chiedo ne la luna ne il sole, solo un mero lavoro, ho 30 anni di bagaglio come impiegata amministrativa, ma la mia esperienza non viene presa in considerazione.
Perché Le ho scritto? Semplicemente perché sono anni che la seguo e la stimo e credo nelle sue parole e nelle Sue lotte.
Colgo l'occasione per augurarle buon lavoro.
Portosi Giovanna."
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18 Febbraio 2008
Michele e Claudio non voteranno il 13 aprile

Michele Truocchio e Claudio Ingoglia non voteranno il 13 aprile 2008.
Nessun telegiornale li ha nominati nelle notizie di apertura, eppure avrebbero dovuto farlo: sono morti anche per noi, sono caduti sul lavoro.
Michele, 44 anni, a Sant’Agata dei Goti in provincia di Benevento, Claudio, 22 anni, a Campobello di Mazara vicino a Trapani, entrambi il 16 febbraio.
Ogni giorno pubblico i nomi di chi è scomparso sul lavoro in questo sito.
Ogni giorno muore qualcuno e quasi sempre di tratta di morti evitabili.
Chi muore lascia dietro di sé famiglie che ricevono un assegno, se lo ricevono, e poi vengono dimenticate. Al centro del dibattito elettorale questa vergogna nazionale deve trovare il massimo spazio. I morti sul lavoro non sono una fatalità.
L’Italia dei Valori ha messo al primo posto della sua proposta di programma il LAVORO con questi tre punti:
- Miglioramento della legge 30 (percentuale massima di precari presenti in azienda al 10%, diminuzione del carico fiscale a carico dell’azienda e del dipendente con contratto a tempo determinato)
- Definizione di agevolazioni per l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro
- Inasprimento delle pene per i titolari di aziende che non garantiscono la sicurezza dei lavoratori con la chiusura dell’azienda nei casi più gravi
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26 Dicembre 2007
Prevenzione e sicurezza, subito!

Ricevo e pubblico una lettera di Marco Bazzoni, rappresentante dei lavoratori per la sicurezza sul posto di lavoro.
"La strage sul lavoro alla Thyssenkrupp di Torino e' ancora viva in tutti noi. Dal Governo Prodi mi sarei aspettato degli atti concreti, purtroppo così non e' stato.
Martedì 18 dicembre nel giro di poche ore sono morti 5 lavoratori (un operaio alla Fiat di Melfi, un operaio di 22 anni a Roma, un operaio 50 enne ad Alessandria, un operaio di 55 anni a Venezia, un carpentiere di 37 anni a Modena). Ieri è morto Rosario Rodinò, il sesto operaio rimasto gravemente ustionato alla Thyssenkrupp di Torino. Aveva solo 26 anni!!! Mi domando :cosa deve ancora succedere perchè il Governo Prodi faccia degli atti concreti per fermare le morti sul lavoro?
Dopo la strage alla Thyssenkrupp sia il Ministro del Lavoro Cesare Damiano, che il Presidente del Consiglio Romano Prodi, non hanno fatto altro che ripeterci che le leggi ci sono, e che basta farle rispettare. Sono d'accordissimo su questo, il problema è un altro: manca chi le deve fare rispettare. Perchè se il Governo non se ne è ancora reso conto, i tecnici della prevenzione delle Asl, che sono gli ispettori che controllano la sicurezza negli ambienti di lavoro, sono 1950 in tutta Italia, con 5 milioni di aziende da controllare. Si è stimato che con il personale che hanno, se dovessero controllarle tutte, ogni azienda ne riceverebbe uno ogni 33 anni. Quindi, che paura possono avere le aziende delle sanzioni, se manca il personale per controllarle? Perchè non si sbloccano le assunzioni, in modo da assumere altri tecnici della prevenzione, per aumentare i controlli per la sicurezza sul lavoro?
E' di Lunedì 17 dicembre la notizia che il Presidente della Regione Campania Bassolino e l'assessore alla Sanità Montemarano hanno riferito di aver adottato una delibera di giunta che ha per obiettivo l'arrivo di 200 ispettori sanitari per la sicurezza sul lavoro. La notizia sembrerebbe strepitosa, ma non è così, perché prevede una riconversione di personale sanitario (le modalità sono del tutto ignote) cui attribuire in seguito la funzione di Tecnico della Prevenzione; con buona pace di tutti i ragionamenti sulla competenza, la professionalità, l'appropriatezza e l'efficacia degli interventi e mortificando le aspirazioni di tutti gli studenti dei corsi di laurea per tecnico della prevenzione. Pensare che solo poche ore fa la Camera ed il Governo hanno accolto l'OdG per lo sblocco delle assunzioni dei Tecnici della Prevenzione. Quindi mi associo al richiamo dell'AITeP (Associazione Italiana Tecnici della Prevenzione negli Ambienti di Lavoro): si all'incremento di 200 TdP in Campania, no alle "facili" riconversioni. Vogliamo l'assunzione di veri Tecnici della Prevenzione.
Inoltre vorrei che la si smettesse una volta per tutte che, quando muore o si infortuna un lavoratore, si dica che si assumeranno più ispettori del lavoro. Gli ispettori del lavoro hanno solo una piccola deroga per quanto riguarda la sicurezza sul lavoro nei cantieri (DPCM 1997). Punto e basta. I controlli per la sicurezza sul lavoro li hanno in mano le Asl (legge 833/78). L'abbiamo detto tante di quelle volte che l'hanno capito pure i muri, ma non il Governo Prodi.
Inoltre vorrei che il Governo fosse chiaro: di questi 300 ispettori del lavoro, solo 75, ripeto, solo 75 sono ispettori tecnici del lavoro che controlleranno la sicurezza sul lavoro nei cantieri, gli altri 225 si occuperanno di regolarità contributiva, cioè alla primaria funzione delle Direzioni Regionali e Provinciali del lavoro. Ovviamente non è solo con i controlli che si risolveranno i problemi della sicurezza sul lavoro, ci vorrà ben altro, però intanto iniziamo con quelli.
Infine, mi appello ai giornalisti perchè questa cosa si dica e perchè si faccia chiarezza una volta per tutte su chi fa i controlli per la sicurezza sul lavoro. E per favore non spegnete i riflettori sul tema della sicurezza sul lavoro. Ora più che mai c'è un grande bisogno di tenere viva l'attenzione.
Marco Bazzoni - Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza."
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18 Dicembre 2007
Stragi senza fine

Si sono spenti i riflettori sui cinque morti alla ThyssenKrupp di Torino, ma i caduti sul lavoro si susseguono in modo impressionante. Solo nella giornata di oggi sono morte altre cinque persone: in una fornace in provincia di Alessandria, in un capannone a Venezia e nella realizzazione di un impianto fognario a Roma e a Vignola e a Melfi.
Questa tragedia quotidiana che nasce da una cultura del lavoro finalizzata prevalentemente, o solo, al profitto e da pene troppo esigue a carico dei responsabili ha bisogno di informazione continua e efficace.
Tra breve nel mio blog e in quello dell’Italia dei Valori saranno pubblicate giornalmente tutte le cosiddette morti bianche: numero, nomi, aziende, motivi. Voglio aprire al più presto una discussione nel governo per discutere la relazione (che esiste) tra precariato e morti in fabbrica e eventuali immediate soluzioni legislative.
Non si può negare infatti che un operaio precario sia ricattabile e costretto ad assumersi rischi per la sua vita per non perdere il posto di lavoro. Inoltre chi è precario e opera per brevi periodi in una fabbrica o in un’azienda non ha spesso né il tempo, né la formazione adeguata per evitare rischi anche mortali.
Articoli precedenti:
Le false emergenze - 9 dicembre 2007
La piaga sociale delle morti bianche - 19 novembre 2007
Sicurezza sul lavoro, il silenzio dei media - 19 settembre 2006
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9 Dicembre 2007
Le false emergenze

Le morti sul lavoro sono definite un'emergenza nazionale. Chi mi legge da tempo su questo blog sa che tutto sono tranne che un'emergenza. Si muore sul lavoro ogni giorno senza interruzione da anni. Il termine emergenza e' l'ultima scusa di chi non ha affrontato un problema. L’emergenza dei rom e' stata un’emergenza ampiamente annunciata prima della morte della signora Reggiani. L'emergenza precari, l’emergenza della malasanità, l’emergenza di una informazione semilibera, l’emergenza del conflitto di interessi, l’emergenza di una giustizia in panne, senza mezzi e bersagliata da continue ingerenze politiche, l’emergenza della attuale legge elettorale, che, lo ricordo, non consente ai cittadini di scegliere il proprio candidato: sembra che il Paese viva di emergenze.
Il termine emergenza è utilizzato come foglia di fico per nascondere responsabilità politiche. Io non mi tiro certamente fuori, anch’io ho le mie responsabilità per non essere riuscito a convincere gli alleati di Governo. In Consiglio dei Ministri ho più volte affrontato le cosiddette “emergenze”, come è testimoniato dai video settimanali che pubblico in questo spazio. Non sempre, purtroppo, ho avuto l’attenzione dei miei alleati. Ho fatto e sto facendo il possibile, ma credo che la soluzione di far cadere il Governo, che spesso leggo nei commenti ai miei post, sia il peggiore dei mali perchè consegnerebbe il Paese nelle mani di chi ha quasi distrutto lo Stato sociale e la libertà di informazione, nelle mani di chi, ne sono certo, completerebbe l’opera.
Continuerò a denunciare lo stato di malessere profondo che tocca molti e diversi aspetti del Paese e a intervenire ogni volta che posso. Il termine emergenza, comunque, mi dà l’orticaria: è insieme un’ammissione di fallimento e di ipocrisia. Sulle morti sul lavoro non c’è nessuna emergenza, ma una volontà politica, anche di questo governo, fino ad ora, di non intervenire.
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19 Novembre 2007
La piaga sociale delle morti bianche

Ogni giorno muoiono nell’indifferenza generale una o più persone durante il loro lavoro, le cosiddette morti bianche.
La dimensione di questa piaga sociale è tale da poter essere considerata una vera emergenza per il nostro Paese, nel solo 2007 si stimano in 1400 i caduti sul lavoro e in decine di migliaia i feriti, spesso con invalidità permanenti.
E’ evidente che quanto fatto finora sia sul piano legislativo che su quello di una maggiore efficacia sui controlli da questo Governo, pur essendo un passo avanti, non basta. E’ necessario avviare al più presto ulteriori misure, tra queste l’aumento del numero di ispettori, oggi ancora insufficiente, molte imprese infatti non subiscono mai una visita, e una diversa gestione degli appalti da parte della Pubblica amministrazione. Le attività sono spesso assegnate dalla PA e dalle società con partecipazione pubblica in appalto ad aziende che, a loro volta, le appaltano ad altre e così via senza nessun controllo reale.
L’ultima azienda della catena è la meno costosa, ma anche la meno attrezzata, ha di frequente lavoratori sottopagati, talvolta in nero, ed è la più esposta a incidenti mortali come purtroppo avviene.
La PA non risponde di questi incidenti, ma di fatto ne è responsabile.
Proporrò di limitare questa catena di appalti e subappalti da parte della PA e, inoltre, che la responsabilità civile degli incidenti rimanga in capo alla PA che potrà eventualmente rivalersi sugli appaltatori.
PS: nasce oggi la nuova newsletter del partito, per chi volesse iscriversi e leggere l'articolo allego il link al sito dell'Italia dei Valori. Il box in prima pagina in alto a destra permette di registrarsi ai prossimi numeri della newsletter.
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12 Ottobre 2007
Lavoro, precarietà, futuro.

Altro tema affrontato a Vasto è quello del lavoro.
"I precari sono circa cinque milioni e mezzo, in prevalenza giovani che non possono pianificare il loro futuro, farsi una famiglia, aprire un mutuo.
Il numero sta crescendo insieme alla fuga all’estero di molti laureati. Le protezioni sociali per queste persone sono inesistenti, la pensione, se l’avranno, sarà a livello di sopravvivenza.
La legge 30 va rivista a favore dei lavoratori, non è possibile che alcune aziende siano fatte quasi completamente da precari con il solo obiettivo di godere di sgravi fiscali. Né che i precari guadagnino molto meno di un lavoratore dipendente.
Il lavoro giovanile è un problema nazionale, una vera urgenza sociale. A questo si aggiunge la piaga delle morti sul lavoro, ogni giorno ci sono dei nuovi caduti per la mancanza di norme di sicurezza, è una vera e propria guerra.
Lo Stato deve intervenire con l’inasprimento delle sanzioni, con un servizio di ispezioni reale ed efficace e non sulla carta come avviene spesso oggi. Chi causa la morte di un lavoratore, di frequente un capofamiglia, per incuria o mancanza di investimenti in sicurezza deve pagarne il prezzo anche con la chiusura dell’azienda.
Un punto qualificante per lo sviluppo del Paese è la creazione di una reale integrazione tra imprese e università, come avviene ad esempio negli Stati Uniti. Innovazione, ricerca e mondo del lavoro devono entrare in sinergia sotto l’impulso di precisi indirizzi e di incentivi dello Stato e delle Regioni per creare nuovi distretti industriali.
Inoltre, la diffusione della banda larga, la liberalizzazione del Wi-Max sono la base per lo sviluppo del Paese, ogni giorno che passa ci allontaniamo dall’Europa che conta.
Se un bambino delle elementari danese o inglese studia collegato a Internet, da noi ci vuole uno zaino con dieci chili di libri e il ritorno alle tabelline invece dell’insegnmento obbligatorio della lingua inglese."
PS: un estratto del mio discorso a Vasto è pubblicato nel portale dell' Italia dei Valori.
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18 Agosto 2007
I precari e la legge 30

Questo autunno ci saranno manifestazioni pro e contro la legge 30 sul lavoro. Le leggi sul lavoro in vigore sono state proposte da governi, approvate dal Parlamento, discusse con i sindacati. Riferirsi ad esse con il nome di una persona lo ritengo profondamente scorretto e strumentale. Le leggi sul lavoro le hanno volute tutti, o quasi tutti. Il problema da porsi non è se demonizzare o meno la legge 30 o chi la vuole abrogare o discutere delle Brigate Rosse. Il problema è se le leggi sul lavoro funzionano o meno e se possono essere migliorate. Ci sono in Italia cinque milioni e mezzo di precari, che futuro possono avere? Quanto sono pagati? Quanti giorni lavorano in un anno? Che tutele hanno? Per quanto tempo vivono nella precarietà? Hanno la possibilità di farsi una famiglia? Possono ottenere un mutuo per la casa?
Queste sono le domande a cui dobbiamo dare una risposta.
La maggior parte dei precari sono giovani, rappresentano quindi il futuro dell’Italia. La tesi della raggiunta piena occupazione utilizzata per non discutere le leggi attuali mi ricorda le statistiche sugli italiani che mangiavano tutti mezzo pollo. In realtà qualcuno ne mangiava uno, altri nessuno. Oggi molti hanno una piena occupazione, altri lavorano per pochi mesi all’anno, spesso sottopagati. Si deve ricominciare a discutere, e presto, di qualità del lavoro e di garanzie dei lavoratori. Non si possono lasciare cinque milioni e mezzo di precari con poche tutele senza una rappresentanza politica e consegnarli così all’estrema sinistra o all’anti politica.
Bisogna andare oltre la legge 30 senza demonizzarla.
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1 Maggio 2007
Il primo maggio

Oggi ricorre la festa dei lavoratori. Questo appuntamento, più che a festeggiare, serve a riflettere sulle condizioni in cui si trova il mondo del lavoro in Italia. Ci sono almeno due problemi da affrontare: i caduti sul lavoro e il precariato. Il governo si è impegnato per diminuire gli incidenti sul lavoro con maggiori risorse, una prevenzione più efficace e con leggi più severe. Gli imprenditori devono però fare la loro parte.
Il precariato diffuso, dovuto a una disinvolta applicazione da parte di molte aziende della legge Biagi, non ha, per ora, avuto la stessa attenzione con proposte legislative adeguate. Una legge, la Biagi, nata per facilitare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro è stata utilizzata spesso per aumentare i profitti delle aziende e diminuire i costi e i rischi legati alle assunzioni a tempo indeterminato.
Come è possibile, infatti, che ci siano aziende con il 90% del personale precario o con lavori a progetto completamente inventati? Una situazione che sfrutta ed emargina le persone e influisce sull’economia. Infatti chi farebbe credito a un precario? E un precario con che spirito può investire nel suo futuro? Le famiglie non possono formarsi senza un minimo di sicurezza sociale.
L’Italia dei Valori, come promesso a suo tempo, farà il possibile per indurre il Governo a migliorare la legge Biagi, rendendola più equilibrata a favore dei lavoratori. Inoltre in Parlamento, entro il mese di maggio, presenterà una proposta di modifica della legge. Il precariato è entrato nel mondo del lavoro come una malattia, va fermato prima che diventi endemico.
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5 Novembre 2006
I precari a Roma

foto da repubblica.it
La manifestazione dei precari a Roma non mi ha sorpreso. Mi sono espresso su questo blog più volte a favore di cambiamenti alla legge Biagi che non tutela in modo sufficiente i lavoratori, in particolare i più giovani. La partecipazione di alcuni esponenti della maggioranza mi è apparsa deludente e riduttiva, così come la posizione del governo nel tirarsi fuori dalle sue responsabilità.
Il responsabile della pessima attuazione della legge Biagi è, oggi, solo questo governo. La legge va modificata al più presto, l’Italia dei Valori si è già espressa, per l’introduzione di tre modifiche:
- un’azienda può utilizzare la legge solo per una percentuale del 10% della forza lavoro;
- la legge va applicata solo in presenza di un reale progetto con obiettivi e tempi definiti;
- il lavoratore co.co.pro deve usufruire di forti sgravi fiscali rispetto al lavoratore a tempo indeterminato per la evidente precarietà del suo stato.
Se vogliamo dare una risposta ai precari, invece di partecipare ai cortei e di fuggire le nostre responsabilità, dobbiamo intervenire sulla legge. Farò una proposta in tal senso al prossimo Consiglio dei ministri e darò informazione sul suo esito.
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26 Settembre 2006
La legge Biagi

Nell’Incontro dei Valori di Vasto si è discusso di lavoro e di legge Biagi. Una legge controversa che, partendo da principi legati alla liberalizzazione del lavoro e alla facilitazione dell’ingresso dei giovani nelle aziende, si è poi trasformata spesso in abuso da parte delle stesse aziende e, indirettamente (e talvolta direttamente) delle amministrazioni pubbliche. Il cosiddetto lavoro a progetto, o co.co.pro. è stato utilizzato per giustificare attività continuative che con il concetto di progetto non hanno nulla a che fare, come ad esempio i call center. La legge Biagi ha istituzionalizzato di fatto il precariato con le conseguenze immaginabili: nuova povertà e instabilità sociale, in particolare nelle fasce meno protette e tra i giovani.
La legge Biagi ha bisogno di correttivi per poter funzionare:
- non può essere applicata in modo indiscriminato dalle aziende e deve quindi essere contenuta in una percentuale della forza lavoro, ad esempio del 10%;
- non può essere applicata in assenza di un reale progetto con obiettivi chiari e tempi definiti;
- il lavoratore co.co.pro deve usufruire di forti sgravi fiscali rispetto al lavoratore a tempo indeterminato per la precarietà del suo stato.
La riforma della legge Biagi è nell’agenda dell’Italia dei Valori.
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19 Settembre 2006
Sicurezza sul lavoro, il silenzio dei media

Pubblico la lettera ricevuta da un rappresentante dei lavoratori per la sicurezza sul posto di lavoro.
" Ho deciso di scriverle, per porre alla sua attenzione un problema comune alla maggior parte dei media: si parla poco di sicurezza nei luoghi di lavoro.
Non capisco assolutamente come mai nei quotidiani si releghino le morti sul lavoro in articoli piccolissimi - che se uno non sta attento gli sfuggono - o, peggio ancora, non se ne parli neanche. Perché è questa la realtà della maggior parte quotidiani italiani quando si tratta di parlare di queste disgrazie, che non sono quasi mai fatalità, ma per lo più inosservanza delle minime norme di sicurezza. “L’Osservatore Romano” l’ha definita «la strage nell’indifferenza».
Mai parole furono più vere.
Se poi andiamo a guardare le tv ancora peggio, l’unico che ne parla è “Primo Piano”. Secondo chi dirige le tv è meglio fare trasmissioni (se così possono essere definite) come “L’isola dei famosi”, “Grande Fratello”, “la talpa”, “la fattoria”, eccetera. Ma la vità reale è un’altra: è fatta di operai, muratori, impiegati, agricoltori, eccetera, che la mattina partono per andare a lavorare (per guadagnarsi uno stipendio onesto) e non sanno se la sera torneranno a casa.
Questo non deve più succedere. Prima di fare il Testo Unico per la sicurezza sul lavoro, il ministro del Lavoro Cesare Damiano e la ministra della Salute Livia Turco dovrebbero assumere più personale negli ispettorati del lavoro e nelle Asl per fare più controlli, debellando e sanzionando abitudini imprenditoriali che portano a evadere le normative.
Abbiamo buone leggi per quanto riguarda la sicurezza sul lavoro, ma se non c’è chi controlla è inutile, perché la maggior parte degli imprenditori sono restii ad applicare tali normative, perché le consideranno dei costi. Ecco perché i media devono fare la loro parte, iniziando a mettere la sicurezza sul lavoro e il lavoro nero (o grigio che sia) nelle prime pagine dei quotidiani (con ampi articoli). I media hanno il dovere morale di sensibilizzare l’opinione pubblica su queste tematiche, perché aumenti la cultura della sicurezza sul lavoro tra i lavoratori e gli imprenditori".
Marco Bazzoni
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25 Giugno 2006
La tragedia della Catania-Siracusa

foto ansa.it
Sulla tragedia legata al crollo di un ponte sull'autostrada Catania-Siracusa ho rilasciato un'intervista a Umberto Rosso di Repubblica.
UR:Ministro Di Pietro, nel giorno dell'annuncio della chiusura dei cantieri Anas un drammatico incidente del lavoro.
ADP:E' il sistema del general contractor che non va. La corsa contro il tempo per consegnare l'opera finisce per trascurare la sicurezza sul lavoro. E piangiamo poi i morti. Quanto alla chiusura, è troppo facile dire che siano finiti i soldi.
UR:Che vuol dire?
ADP:Che voglio sapere perchè e come sono finiti i soldi.
UR:E lo ha saputo?
ADP:Avevo lanciato io stesso l'allarme, qualche settimana fa, sulle casse dell'Anas a secco, dopo di che non sono certo rimasto con le mani in mano. Questa prima fase da ministro delle Infrastrutture l'ho passata perciò a studiare quel che mi hanno lasciato, ancora prima che a fare.
UR:Ha scoperto allora perchè non sono rimasti più quattrini?
ADP:Per molteplici fattori. Ivi compresi utilizzi impropri di denaro, per ragioni diverse da quelle per cui era stato concesso.
UR:Accuse gravi, se per giunta vengono da un ministro che si chiama Antonio Di Pietro.
ADP:Io riscontro risvolti e profili di responsabilità di vario tipo. Penali, civili, amministrativi e contabili.
UR:Ha già informato chi di dovere?
ADP:Ne parlerò martedì nella riunione della commissione Lavori pubblici già convocata, prima alla Camera e poi al Senato. Chiederò ai presidenti di segretare eventualmente questa parte della mia audizione. Decidano loro, se è il caso.
UR:E' avvenuto sotto la gestione del governo Berlusconi questo "utilizzo improprio" di denaro Anas che lei denuncia?
ADP:Non posso dire di più. Si tratta certamente di fatti molto gravi, ne parlerò compiutamente davanti alle commissioni parlamentari. Sembra quasi che il centrosinistra non voglia più completare i lavori nei cantieri, ma quegli altri lì si sono mangiati pure il Colosseo...
UR:In Parlamento riferirà anche dell'incidente sulla Catania-Siracusa?
ADP:Ho subito disposto un'ispezione ministeriale. Attendo entro oggi il dossier sulle cause. Più in generale, secondo me è questo nuovo modello di appalti che non funziona, basato com'è solo sulla logica della deregulation selvaggia.
UR:General contractor uguale sicurezza sul lavoro a rischio?
ADP:Il sistema prevede di affidare ad un unico soggetto tutti i passaggi per la realizzazione di un'opera, comprese le somme per la sicurezza e per la viglilanza sull'applicazione delle norme sugli infortuni. Ma il general contractor si ritrova, quasi sempre, in pieno conflitto di interessi.
UR:Vale a dire?
ADP:La corsa sfrenata a far presto, a consegnare l'opera. Si lascia colpevolmente in secondo piano la sicurezza dei lavoratori.
UR:Come pensa di cambiare, ministro?
ADP:Affidando a una figura diversa, diciamo un terzo soggetto tra l'ente appaltante e il general contractor, la gestione dei finanziamenti e della vigilanza sulla sicurezza. Oggi è come nelle società per azioni, dove è il socio di maggioranza che sceglie i revisori dei conti. I quali naturalmente non vanno contro i bilanci dei "padroni" della spa. E nei cantieri, purtroppo, contano solo gli interessi di chi vince l'appalto. Chiavi in mano.
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17 Marzo 2006
I nostri ragazzi

I giovani francesi stanno manifestando contro l’approvazione della legge per il primo impiego “Cpe”, Contract première embauche.
La legge dovrebbe, secondo le intenzioni del governo francese, diminuire la disoccupazione.
La valutazione dei giovani è del tutto opposta, per loro l’occupazione diverrebbe precaria senza prospettive di sviluppo.
La Cpe permette infatti il licenziamento dei giovani fino a 26 anni senza alcuna motivazione.
Le manifestazioni stanno purtroppo degenerando in scontri con le forze dell’ordine e in disordini generalizzati. I primi commenti parlano di “Vento francese” che potrebbe arrivare in Italia.
L’occupazione giovanile in Italia ha raggiunto uno dei suoi livelli peggiori. I dati Ocse rilevano il 24% di disoccupazione ed un 60,9% dei giovani fino a 25 anni con retribuzioni da fame, pari a meno di due terzi dello stipendio medio di un lavoratore a tempo pieno.
La stessa Banca d’Italia ha stimato nel suo Bollettino statistico che il 49,8% degli italiani nella fascia di età tra i 15 e i 29 anni ha trovato lavoro nel 2005 solo grazie a “contratti a termine”.
Un altro dato della Ires Cigl riporta che il 22,3% di chi ha un lavoro e un’età compresa tra i 25 e i 32 anni guadagna meno di 800 euro al mese.
Insomma, una Caporetto sulla pelle dei giovani, altro che crescita del lavoro.
Qui se qualcosa è cresciuto sono i debiti di questo Paese e la spudoratezza dell’attuale Ministro dell’Economia che mette in dubbio i dati Istat e della Banca d’Italia.
E’ una situazione grave a cui il prossimo Governo dovrà subito mettere mano rivedendo la Legge Biagi che, purtroppo, è stata spesso applicata solo per aumentare gli utili di impresa a discapito del futuro del Paese, l’unico che abbiamo: i nostri giovani.
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24 Febbraio 2006
Lavoro e dignità

Due parole su cui insisto durante questa campagna elettorale sono Lavoro e Dignità.
Le due parole sono inscindibili in quanto non ci può essere lavoro senza dignità. Non è possibile lavorare con salari simili ad elemosine, come avviene ad esempio in molti Call Center, o con la paura di non veder rinnovato il proprio lavoro ogni tre mesi.
La deregolamentazione del lavoro ha portato le ultime generazioni dopo il conseguimento del titolo di studi ad arrangiarsi con lavori temporanei spesso privi di ogni contenuto professionale. L’unica scelta per molti ragazzi è stato il trasferimento all’estero.
Stiamo arrivando all’autolesionismo di formare con il contributo dello Stato Italiano ingegneri e ricercatori e vederli partire per affermarsi in aziende straniere.
Questo Governo cita sempre l’occupazione come un obiettivo raggiunto.
Il Governo parla di posti di lavoro immaginari.
Nella mia campagna elettorale sono ogni giorno in due o tre posti diversi e vedo solo fabbriche che chiudono, operai in cassa integrazione, aziende straniere che disinvestono.
Lo conferma un’analisi della Cisl sul settore dell’industria, di cui cito solo due dati: i lavoratori in cassa integrazione sono arrivati a 251.175 (+6,2%) e i lavoratori licenziati o in mobilità hanno raggiunto il numero di 103.962 (+8,8%).
Una situazione desolante. Per ripartire ci vorranno anni di investimenti mirati sulle attività produttive, in particolare su quelle a più alto tasso di innovazione.
E, comunque, andrà rivista al più presto l’applicazione della legge Biagi per restituire ai lavoratori, in particolare ai giovani, sicurezza e dignità.
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22 Febbraio 2006
Una famiglia italiana

Ho deciso di pubblicare una lettera ricevuta nel post: “Le nuove povertà”.
Leggerla fa star male.
Care amiche, cari amici, bisogna cambiare il Governo e poi rimboccarsi le maniche per costruire insieme un vero futuro.
“45 anni, una famiglia, un mutuo e la macchina ancora da pagare, ho lavorato per dodici anni da dipendente, poi hanno deciso che potevano fare a meno di me, lavoro come agente di commercio per una mega azienda che, nell'ultimo mese, mi ha liquidato 500 euro lordi di provvigioni e, fra poco, probabilmente mi manderà a casa per scarso rendimento. Dimenticavo, ho una laurea, vari corsi di specializzazione e un libro pubblicato alle spalle. Ho pensato seriamente alla stipula di una assicurazione sulla vita e ad un salto da un viadotto autostradale, almeno potrò garantire un minimo di futuro a mio figlio. Quel futuro che in cambio del mio lavoro, nessuno dei moderni schiavisti è disposto ad offrirmi.”
Franco B.
Le parole di Franco valgono più di un programma elettorale.
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30 Gennaio 2006
Lavoro flessibile non significa precariato

Chi governa deve permettere ai cittadini, in particolare ai giovani, di entrare nel mercato del lavoro.
E di sviluppare le loro capacità tutelando la loro libertà e dignità.
In questi cinque anni questo non è avvenuto, ed hanno prevalso gli interessi del mondo degli affari.
Questo governo ha permesso che strumenti, di per sé leciti e in qualche caso opportuni, per rendere il lavoro flessibile (contratti a termine, lavoro interinale, part-time, job sharing) venissero utilizzati per mantenere il lavoratore in uno stato di precarietà permanente.
Come i giovani hanno sperimentato sulla loro pelle in questi anni.
Ne è esempio il decreto che recepisce la direttiva europea sulla discriminazione sul lavoro che non ha incluso l'importante principio dell’ inversione dell’onere della prova, imposto al datore di lavoro dalla direttiva Ue.
In pratica, secondo il Governo, spetta al datore di lavoro provare che non vi sia stata violazione del principio di parità di trattamento e non alla parte discriminata, generalmente la più debole!
Per questo il 19 gennaio scorso ho depositato un’interrogazione alla Commissione europea su questo problema.
Il lavoro flessibile non può trasformarsi, come è avvenuto, in lavoro precario.
E’ uno stato di cose che genera incertezza, non consente ai giovani di investire sul loro futuro, di crearsi una famiglia.
Il lavoro non deve essere un’elemosina.
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