4 Febbraio 2012
Giù le mani dall'art. 18

I professori che stanno al governo hanno imparato subito la lezione dei guitti che ci stavano prima. Per giustificare eventuali scelte che non hanno nessunissima scusa occupano militarmente le televisioni e i mezzi d'informazione e, senza praticamente nessun contraddittorio, bombardano i telespettatori di bugie convinti che a forza di ripeterle saranno prese per oro colato.
Siccome per giustificare l'attacco all'art. 18 Monti non può citare il caso di neppure una sola azienda italiana che sia entrata in crisi per colpa di quell'articolo, adesso si attacca agli investimenti stranieri che non arrivano perché qui non c'è la possibilità di cacciare dal lavoro qualcuno solo perché ti sta antipatico o perché sta in un sindacato invece che in un altro.
E' una balla anche questa. E' vero che l'assenza di investimenti stranieri in Italia è uno dei grandi problemi che impediscono la crescita. Ma gli stranieri non investono in Italia prima di tutto perché non vogliono finire nella palude della burocrazia, che soffoca e ammazza qualsiasi iniziativa.
L'Italia dei Valori ha già riconosciuto al governo il merito di aver fatto un piccolo passo sulla strada delle liberalizzazioni e delle sburocratizzazioni. Ma è anche vero che su quella strada il governo Prodi, con due voti di maggioranza al Senato, aveva fatto più di quel che ha fatto Monti con una maggioranza parlamentare come non s'era mai vista, e con tutti i mezzi di informazione pronti a dargli ragione qualunque cosa dica o faccia.
In secondo luogo, gli stranieri non investono in Italia perché dovrebbero fare i conti con il potere immenso della criminalità organizzata, che si estende da nord a sud, e con il cancro della corruzione. Un voto come quello dell'altroieri, che rende ricattabili i magistrati e fa così un favore ai mafiosi e ai corrotti, vale a impedire gli investimenti delle aziende estere come 5000 articoli 18.
La verità è che la possibilità di licenziamento facile non c'azzecca niente né con la crisi italiana, né con gli investimenti esteri. La verità, caro presidente Monti, è che lei l'art.18, che è l'ultimo diritto di civiltà rimasto ai lavoratori italiani, non lo deve toccare come non lo doveva toccare Berlusconi.
Se ci proverà, noi faremo tutto il possibile per impedirglielo.
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2 Febbraio 2012
Monti fa il furbo, la precarietà è schiavismo

Il presidente del consiglio Monti, quando dice ai giovani che loro il posto fisso non ce l’avranno mai ma tanto era monotono, prova a fare il furbo ai danni di milioni di ragazzi. E’ come dire a uno che non mangia da giorni che la dieta fa bene.
Dico francamente che è molto sgradevole sentire un professore, appena nominato senatore a vita con lauto stipendio, dire una enormità di questo genere. Non la dice mica a professionisti che possono scegliere tra un lavoro ben pagato e un altro. Lo dice a ragazzi e disoccupati che ogni giorno devono fare i conti con offerte di lavoro come questa, segnalata da Stefano Corradino sul suo blog: “Call center offre lavoro. Si richiede: buona conoscenza lingua inglese e spagnola. Diploma o laurea, buona conoscenza del web e pacchetto Office, spiccate doti relazionali, spirito di gruppo, forte motivazione. Contratto di 3 mesi, 400 euro mensili”.
Quando questo giovane laureato che conosce due lingue, si muove bene nella Rete e ha spiccate doti relazionali avrà finito di lavorare per tre mesi a 400 euro mensili, nessuno gli coprirà i buchi pensionistici e così, in virtù del metodo contributivo, alla fine resterà pure senza pensione. Questo, caro presidente Monti, non è un modo di lavorare meno monotono, questo è schiavismo.
Il suo governo, presidente, ha cancellato dalla sera alla mattina centinaia di migliaia di posti fissi. Negli ultimi tre anni è andato in pensione un milione di persone. E' presumibile che altrettante avrebbero lasciato il posto alle giovani generazioni, nel prossimo triennio, senza la sua riforma. Rinviare di cinque anni il il pensionamento, soprattutto per la popolazione femminile, vuol dire aver dunque tolto la possibilità di subentrare a circa un milione di giovani. Tra l’altro con l’Inps che da anni dichiara utili di bilancio ed un sistema in equilibrio fino al 2050. E’ una responsabilità molto pesante, ma cercare di camuffarla con la storiella per cui il lavoro fisso è monotono significa appunto fare il furbo. Anzi fare il Berlusconi.
Proprio come chiamare in causa l’art. 18, che con la creazione di nuovi posti di lavoro, glielo dico in dipietrese, non c’azzecca proprio niente. Tra le tantissime aziende che in questi ultimi anni hanno lasciato a spasso i loro dipendenti, la sfido a citarne una, anche una sola, che abbia dovuto chiudere per colpa dell’art. 18.
Io da parte mia potrei citarne un centinaio che hanno chiuso per mancanza di credito e burocrazia soffocante.
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24 Novembre 2011
Oggi è un giorno di lutto per l'imprenditoria italiana
Oggi è un giorno di lutto per la storia della Fiat che, con l'avventura di Marchionne in Chrysler, negli Stati uniti, ha trasformato una grande realtà imprenditoriale italiana che dava lavoro, occupazione e lustro al nostro Paese, in una macchina mangiasoldi a scopo prettamente finanziario che chiude gli stabilimenti in Italia per riaprirli in un altro posto.
La questione di Termini Imerese è ancora più vergognosa perché solo tre anni fa Marchionne aveva promesso cento milioni di euro di investimenti per lanciare la nuova Ypsilon in Termini Imerese. Con questa promessa ha ottenuto anche finanziamenti e contributi dallo Stato e adesso ha chiuso e si sta portando la fabbrica altrove rovinando posti di lavoro.
L'Italia dei valori contrasta totalmente questa assenza della politica governativa che negli ultimi anni ha lasciato fare alla Fiat ciò che Sarkozy non ha lasciato fare alla Renault e la Merkel non ha lasciato fare alle fabbriche di automobili tedesche.
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29 Settembre 2011
Aderiamo e promuoviamo il referendum contro l'art. 8 della Manovra
Oggi ho aderito all’appello per il referendum abrogativo dell’articolo 8 della manovra. Da sempre abbiamo denunciato questa norma considerandola un atto improprio, incongruente e inaccettabile. Di fatto, il governo ha espropriato i lavoratori dei diritti fondamentali inserendo sotto banco una misura che non c’entra nulla con l’equilibrio dei conti dello Stato. L’esecutivo ha fatto l’ennesima porcata: approfittando di un decreto che andava approvato nel più breve tempo possibile, ha sferrato un attacco decisivo allo Statuto dei lavoratori, ai contratti nazionali e all’autonomia delle organizzazioni sindacali. È stata una vera e propria ritorsione. Per questo, abbiamo presentato alla Camera una pregiudiziale di incostituzionalità alla manovra: volevamo e vogliamo ancora cancellare questa norma repressiva.
L’Italia dei Valori si è sempre schierata al fianco dei lavoratori nelle piazze, nelle fabbriche e in Parlamento. Siamo promotori di una proposta di legge sulla democrazia nei luoghi di lavoro, in cui i titolari del diritto di decisione sugli accordi rimangono i lavoratori, i giovani precari, coloro che sono coinvolti nelle intese raggiunte tra le parti sociali.
Insomma, sono proprio d’accordo quando i firmatari del referendum sostengono che è in gioco il nostro futuro: in una società democratica e liberale la forza non può sostituire la democrazia e il valore fondante della nostra Costituzione. Per queste ragioni, non solo aderisco convintamente all’appello, ma annuncio che l’Italia dei Valori parteciperà attivamente a tutte le iniziative necessarie a raggiungere l’obiettivo finale, cioè l’abrogazione dell’articolo 8. Nel frattempo, nel confronto avviato con le altre forze di opposizione, Pd e Sel, proporremo sul capitolo lavoro e democrazia di mettere al primo punto per l’azione di un governo alternativo l’abrogazione dell’articolo 8.
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6 Settembre 2011
In piazza con la CGIL: "Questa manovra non deve passare"
Questa mattina ho partecipato alla manifestazione della Cgil a Roma.
Stamattina nelle piazze di tutta Italia non c’era “solo” la Cgil. C’erano anche moltissimi cittadini, qualcuno con una tessera in tasca e qualcuno senza nessuna tessera, venuti a protestare contro una manovra che tutti dicono essere ingiusta, iniqua e pure inutile. Oltretutto la cancellazione dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori, cioè il diritto di licenziare senza reintegro, con la manovra non c’azzecca proprio niente. E’ solo la vendetta postuma di un padronato di antico stampo contro i lavoratori, la loro libertà e i loro diritti.
Per questo noi dell’Italia dei Valori abbiamo fatto sin dal primo momento una scelta di campo precisa e limpida, quella di stare dalla parte dei lavoratori e non di oscillare un po’ da una parte e un po’ dall’altra come hanno fatto tanti altri. Era già successo con il referendum: quando raccoglievamo le firme tutti ci dicevano che facevamo un favore a Berlusconi. Poi quando abbiamo vinto sono arrivati tutti a farsi belli.
Quelli che dicono che la manovra fa schifo però deve passare comunque sono come quelli che hanno l’influenza ma sostengono che curarsi è inutile. Se la manovra è sbagliata deve cambiare. Se resta com’è e continua a colpire solo la povera gente, è meglio se non passa. Quindi l’Italia dei Valori continuerà a fare opposizione strenua con tutti i mezzi, anche con l’ostruzionismo.
Il Presidente della Repubblica fa bene a dire che la manovra non va bene, che è tutta sbagliata. Ma allora noi gli chiediamo di essere coerente e di non firmarla. La manovra è iniqua, ingiusta e inutile. Il governo che continua a riscriverla ogni volta peggio di quella prima è inesistente, rimbambito e imbambolato, incapace di intendere e di volere, non più in grado di dare fiducia alle istituzioni e ai mercati. In qualsiasi altro Paese si sarebbe già dimesso e se non lo avesse fatto da solo sarebbe stato costretto a farlo.
Cosa aspetta il capo dello Stato? E’ ora che prenda atto della situazione e si decida a sciogliere il parlamento e convocare nuove elezioni, perché solo così ci sarà un governo in grado di fronteggiare la crisi facendo pagare quelli che non hanno mai pagato e di ridare fiducia ai cittadini, ai lavoratori, alle istituzioni e ai mercati.
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5 Settembre 2011
Noi allo sciopero in difesa dell'articolo 18
Domani l’Italia dei Valori parteciperà in maniera convinta allo sciopero generale indetto dalla Cgil. Anche in questa occasione abbiamo constatato che questo governo sa fare una cosa sola: mortificare il lavoro e criminalizzare i lavoratori.
Il tentativo di modificare con l’art. 8 del decreto l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori introducendo di fatto la libertà di licenziare “in deroga” alla legge, cioè la libertà di fregarsene della legge, è un’umiliazione dei lavoratori e un passo indietro enorme nella strada dei diritti e delle libertà fondamentali. Esistono infatti diritti acquisiti fondamentali e i rapporti di lavoro devono articolarsi intorno ad essi, non alle loro spalle.
Questo sfregio al lavoro e ai diritti dei lavoratori non ha nulla a che vedere con la necessità sacrosanta di risanare i conti pubblici. Con la manovra non c’azzecca niente. E’ un colpo di mano inserito nel decreto approfittando vigliaccamente, per colpire i lavoratori, dell’emergenza provocata tra l’altro sempre da questo governo di incapaci.
La sola cosa che questo governo poteva fare di buono era andarsene al mare e lasciar fare la manovra a noi, che avremmo fatto pagare chi non lo aveva mai fatto. A cominciare dalla casta e dagli evasori che il governo e la maggioranza fingono di voler colpire mentre invece, come si è visto ieri al Senato, intendono come sempre difenderli e permettergli di continuare a derubare il Paese.
Ma del Paese non gli è mai importato niente e dunque sono rimasti a occupare il governo e a fare danni che sarà sempre più difficile riparare. Per questo noi oggi ci appelliamo al Capo dello Stato perché mandi a casa questa classe politica squalificata, questo governo e prima di tutti questo presidente del consiglio. Prima ce ne liberiamo, meglio è.
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17 Giugno 2011
Cara Fiom, tanti auguri per il tuoi 110 anni

A Bologna, si stanno celebrando i 110 anni della Fiom. L’Italia dei valori è stata presente sin dall’apertura della manifestazione e continuerà a esserlo per tutti i tre giorni della festa fino al dibattito di domani sera sul tema “Politica e rappresentanza del lavoro” a cui parteciperò io stesso.
La Fiom è passata per un secolo e un decennio di sconvolgimenti storici e trasformazioni sociali ed economiche: due guerre mondiali, il fascismo, la ricostruzione, gli anni del boom e poi quelli della crisi, la prima repubblica e quello che è venuto dopo. Se con i decenni la Fiom fosse diventata un glorioso monumento sarebbe degna di rispetto ma ben poco interessante per chi, come noi, lavora per cambiare e rinnovare profondamente il nostro Paese.
Ma non è affatto così. Uno può pensare quello che vuole delle sue battaglie, ma nessuno può negare che la Fiom continui a svolgere un ruolo centralissimo nel mondo del lavoro, nei conflitti sociali e nelle relazioni industriali. Dopo un secolo e un decennio dalla sua fondazione continua a tenere insieme fasce di lavoratori molto diverse tra loro: gli ingegneri informatici e gli operai di linea, i giovani precari che non solo pagano da anni il prezzo più caro nella crisi ma devono anche sentirsi insultare indecentemente da uno come il ministro Brunetta e gli immigrati che nelle fabbriche costituiscono ormai il 35% della forza lavoro.
Il segreto di questa capacità di restare al passo con la modernità nonostante i cambiamenti immensi che ci sono stati negli ultimi decenni secondo noi ha un nome preciso. Una parola che stava molto a cuore a Claudio Sabattini, ex segretario della Fiom scomparso nel 2003: indipendenza.
La Fiom non ha mai fatto l’interesse di nessun partito, non ha mai obbedito a nessun partito, non ha mai considerato le esigenze di qualsiasi partito più urgenti di quelle dei suoi rappresentati. Per questo nell’Italia di oggi è una rarità e per quella di domani che presto dovremo costruire noi un esempio e un modello.
Questo non significa che noi dell’Idv dobbiamo essere sempre e per forza d’accordo con la Fiom. Proprio la sua orgogliosa indipendenza dalla politica permette anche a noi, che siamo un partito politico, una uguale indipendenza. Come nel passato anche nel futuro crediamo che su alcune cose saremo d’accordo e su altre avremo da discutere.
Vogliamo fare un esempio chiaro: noi crediamo che sia arrivata l’ora di applicare anche quei dettati della Costituzione che sinora sono rimasti lettera morta, fra cui anche quell’art. 46 che parla della partecipazione dei lavoratori al controllo delle imprese. Storicamente non è un tema facile per la cultura della Fiom, molto più segnato dall’aspetto conflittuale delle relazioni industriali. Discuteremo. Ci confronteremo. Forse troveremo un’intesa.
Su un punto però il nostro accordo è e resterà sempre totale: sulla convinzione comune che non si deve più permettere che a sancire accordi di lavoro che riguardano la vita dei lavoratori siano solo le organizzazioni sindacali senza dover rispondere a nessuno delle loro scelte. Quegli accordi devono entrare in vigore davvero solo dopo che i lavoratori hanno deciso, con un voto libero e democratico, se accettarli o no. Per questo abbiamo proposto una legge sulla democrazia e sulla rappresentanza nei luoghi di lavoro.
Indipendenza e democrazia: è in nome di questi due princìpi che della Fiom siamo e resteremo profondamente amici.
Auguri.
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1 Maggio 2011
Buon primo maggio a tutte e a tutti
Buon primo maggio a tutti i lavoratori e a tutte le lavoratrici. Spero che festeggino davvero, anche se so che ci vuole molta forza d’animo per festeggiare dopo anni come quelli che abbiamo passato. La crisi sarebbe stata comunque durissima, ma lo è diventata ancora di più, molto di più, dovendola affrontare ascoltando le prese per i fondelli di un governo che negava che esistesse e non muoveva un dito per aiutare a uscirne. Ma i lavoratori italiani quella forza d’animo ce l’hanno e lo hanno dimostrato proprio in questa crisi che hanno dovuto fronteggiare tutta da soli, mentre il governo era occupato a salvare non i loro posti di lavoro e il loro salario ma il presidente del consiglio dai processi e dalle sentenze.
Molti esponenti del Pdl hanno cercato nei giorni scorsi di sabotare il primo maggio. Qualcuno ha detto che i negozi dovevano restare aperti, qualcun altro, come il ministro della Disoccupazione Sacconi, ha inveito contro i lavoratori che secondo lui sono troppo conflittuali.

Ma che faccia tosta! I salari italiani sono tra i più bassi d’Europa, e non è stato sempre così perché qualche decennio fa erano i più alti. C’è un tasso di disoccupazione alto ovunque e altissimo tra i giovani. Il lavoro, quando c’è, è precario e non permette di programmare neppure una vacanza, figurarsi un matrimonio o un progetto di vita. La più grande industria italiana, la Fiat, ha appena imposto, col ricatto, un accordo che toglie ai lavoratori ogni diritto. E in tutto questo Sacconi ha il coraggio di dire che la colpa è dei lavoratori che sono troppo conflittuali!
La verità è che questo governo è convinto che i lavoratori debbano produrre molto, guadagnare poco, tenere la testa china e farsi sentire il meno possibile. E’ la loro idea di modernità e somiglia come una goccia d’acqua alla situazione di duecento anni fa. Per questo il prossimo primo maggio spero che potremo festeggiarlo senza più il peso di questo governo a gettare ombre scure sulla festa dei lavoratori.
Auguri a tutte e a tutti.
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15 Aprile 2011
Morti bianche: l'illegalità colpisce ancora

Stamattina a San Giorgio in Bosco, provincia di Padova, un altro operaio è morto sul lavoro. Si chiamava Michele Zaccarato, aveva 55 anni, lavorava all'Acquavera. E' stato ucciso da una pressa che non era stata fissata a dovere e gli è crollata addosso. Dall'inizio dell'anno è la centoquindicesima vittima degli incidenti sul lavoro.
Sono passati meno di quattro mesi dall'inizio di quest'anno e i morti sul lavoro sono già il 25% in più di quanti non fossero nell'aprile del 2010. Per una volta non si può accusare il Sud di rispettare le regole di sicurezza meno del nord. Le regioni col maggior numero di incidenti mortali sono state infatti la Lombardia, l'Emilia-Romagna e il Piemonte, seguite da Sicilia, Campania e Veneto. La strage non si ferma neppure la domenica, visto che addirittura il 30% degli incidenti mortali si verifica durante il week end.
Ogni anno siamo costretti a fare questo conto tragico delle morti bianche, fino al 2010 però almeno una buona notizia sembrava esserci. I morti erano sempre un po' meno dell'anno precedente, si poteva almeno dire che la strage stava diminuendo. In realtà non era proprio così. Se l'anno scorso gli incidenti mortali erano stati il 6,9% in meno rispetto al 2009 era perché moltissimi lavoratori erano in cassa integrazione, e almeno una cosa sembrava certa: che se la gente non lavora anche gli incidenti sul lavoro diminuiscono.
Ma nemmeno questo è più vero, perché nei primi mesi di quest'anno l'uso della cassa integrazione è rimasto lo stesso, però gli incidenti mortali sono aumentati lo stesso. Le cose sono cambiate davvero, però in peggio, e non ci vuole molto a spiegarsi perché le morti sul lavoro invece di diminuire aumentano.
I mascalzoni che non rispettano le regole di sicurezza si sentono più sicuri. Le leggi ci sono, ma nessuno le fa rispettare e siccome al governo di queste faccende non gli importa niente gli imprenditori delinquenti sanno di poter continuare a violare quelle leggi senza pagare nessun dazio. E così invece di rendere il lavoro più sicuro fanno il contrario, per spendere di meno e guadagnare di più.u
Anche quelli che rischiano di venire beccati, poi, pensano che tanto alla fine arriverà qualche amnistia travestita, qualche legge come quella sul processo breve che è fatta apposta per salvare il premier ma di cui si potranno avvantaggiare anche molti altri colpevoli. Stasera è attesa la sentenza per il processo contro i dirigenti e lo stesso amministratore delegato della ThyssenKrupp per il rogo in cui il 6 dicembre 2007 persero la vita a Torino sette lavoratori. Ma anche se saranno condannati hanno ottime probabilità di cavarsela lo stesso grazie alla legge sul prescrizione breve di Berlusconi.
E' semplice: gli incidenti sul lavoro aumentano perché gli imprenditori disonesti sono più sicuri di restare impuniti.
L'aspetto paradossale è che questo far west senza legge che ha creato il governo, non solo non punisce i mascalzoni, ma li premia. Quando si fanno le gare d'appalto, infatti, gli imprenditori onesti partono sempre svantaggiati perché devono mettere nei loro preventivi il costo della sicurezza, mentre quelli che se ne fregano della legge possono saltarli e presentare costi minori. Così loro si prendono gli appalti e quelli onesti o diventano mascalzoni pure loro o restano fregati.
Questa è l'Italia di Silvio Berlusconi, della illegalità al potere e delle leggi come quella sul processo breve. Altro che modernità, riformismo e processo europeo. E' il contrario, è un ritorno al medio evo, alla legge del più forte e al dominio dei furbi, sapendo di operare in uno Stato privo di regole e controlli.
Antonio Di Pietro - Maurizio Zipponi
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8 Aprile 2011
Stiamo tornando allo schiavismo
E’ ora di dire basta con il caporalato. Basta con la violenza, con la spada di Damocle, con il ricatto, con la scusa che il precariato è l’unico modo per avere lavoro.
Noi dell’Italia dei Valori abbiamo dimostrato di voler contrastare strenuamente il precariato partecipando a tutte le mobilitazioni e a tutte le trattative. Abbiamo preparato un libro bianco e l'abbiamo presentato al ministero competente e a tutte le organizzazioni sociali.
Nessuno mette in dubbio che in alcuni casi la flessibilità possa andare bene. Ma se serve come opportunità per il lavoratore oltre che per l’azienda. Tutt’altra cosa è il concetto che oggi prendo il lavoratore e domani lo lascio, quindi non si può sposare, non può avere futuro, non sa quando avrà uno stipendio e quando non ce l’avrà. Non si può mettere nelle mani delle aziende questo potere, e ancora meno lo si può mettere nelle mani delle aziende pubbliche, cioè dello Stato.
Questa vita sempre all’insegna dell’angoscia, sempre col nodo scorsoio al collo, è una non vita. E’ una vita da schiavi.
La degenerazione verso il feudalesimo dei concetti di flessibilità, di mercato e di libertà imprenditoriale, non è la manifestazione di uno Stato moderno, anche se tanti cercano di farla passare per modernizzazione. E’ la manifestazione di un nuovo padronato che sfrutta il mercato degli schiavi, il sintomo di un “nuovo” sistema di relazioni industriali che di nuovo non ha proprio niente, ed è invece un ritorno al passato peggiore, ai tempi in cui i lavoratori non avevano nessun diritto. E’ un ritorno allo schiavismo.
Fermiamo questo ritorno a un lavoro senza diritti. Fermiamo la tratta dei moderni schiavi.
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Domani, sabato 9 aprile, la manifestazione contro il precariato a cui anche Italia dei Valori aderisce.
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1 Marzo 2011
Il momento dello sciopero generale

L’Italia dei valori parteciperà allo sciopero generale indetto dalla Cgil. Eravamo già convinti da tempo che lo sciopero generale e la mobilitazione sociale fossero indispensabili per mandare a casa un governo che impedisce al Paese di uscire dalla crisi. Lo siamo ancora di più dopo aver visto i dati usciti oggi e dopo aver ascoltato il grido di dolore del governatore di Bankitalia.
Quando bisognerebbe dichiarare uno sciopero generale se non nel momento in cui la disoccupazione raggiunge l’8,6%, e solo in un mese, il dicembre 2010, vengono persi 83mila posti di lavoro? Ma la situazione tra i giovani è molto più nera di così. Sotto i 24 anni il tasso di disoccupazione è arrivato al 24,9% e l’80% delle assunzioni sono precarie. Ma nel Mezzogiorno persino questo dato è illusorio. Nel Sud la disoccupazione giovanile sta al 50%.
Un drammatico record negativo. Uno dei tanti che il governo Berlusconi continua a collezionare e che peggioreranno ancora di più se non ci spicceremo a cacciarlo via.
Questi dati confermano la tremenda analisi del governatore Draghi sullo stato comatoso in cui si trova la nostra economia. L’azione di questo governo non solo non ha aiutato il Paese a fronteggiare la crisi se non sul piano delle bugie e della propaganda: al contrario ha reso molto più difficile la ripresa perché ha tagliato il ramo sui eravamo seduti, ha cacciato i giovani nella disoccupazione, nella precarietà e in una condizione di permanente povertà e insicurezza.
Questo governo mentitore continua a parlare di liberalismo ma non ha mosso un dito per rendere meno oppressiva la burocrazia, non ha messo in cantiere nessun intervento per abbassare la tassazione sul lavoro. A contrario, col decreto Milleproroghe ha ridotto ancora i salari e le pensioni senza intaccare nessuno dei privilegi delle burocrazie. Quello stesso decreto ha regalato un mare di soldi a poche grandi imprese, che in cambio delocalizzano e lasciano l'Italia, mentre la piccola e media impresa viene soffocata dalla burocrazia e dall’impossibilità di accedere al credito.
Lo sciopero generale e poi i referendum che si terranno entro la metà di giugno sono oggi la sola via per far saltare il tappo che questo governo rappresenta per l’economia.
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6 Febbraio 2011
Come fidarsi di un manager simile?

Dopo l’affondo di ieri, oggi Sergio Marchionne finge una mezza marcia indietro. Non è vero che pensa di spostare la direzione Fiat da Torino a Detroit, sostiene, perché “in Italia si fa troppa politica”. Tutt’alpiù si potrebbero moltiplicare le direzioni: una a Torino, una a Detroit, una in Brasile, un’altra chissà dove…
Se non è zuppa è pan bagnato: Marchionne più che smentire conferma che in futuro la Fiat sarà sempre meno italiana. Però non è nemmeno detto che basti questo, perché della parola dell’amministratore delegato della Fiat è meglio fidarsi poco. La fiducia nasce dall’esperienza, e l’esperienza di chi si è fidato di Marchionne è sempre stata quella di scottarsi.
Assicurava che non avrebbe mai toccato il costo del lavoro, dal momento che incideva pochissimo sui costi della produzione dell’automobile, e gli operai di Pomigliano e Mirafiori sanno benissimo com’è andata a finire. Prima del referendum sull’accordo di Pomigliano aveva giurato che lui a riproporre quello stesso accordo negli altri centri di produzione Fiat non ci pensava nemmeno. Infatti pochi mesi dopo ha imposto quello stesso accordo anche a Mirafiori. Solo se i lavoratori avessero ingoiato quell’accordo, ripeteva a tutti prima del referendum a Torino, la Fiat sarebbe rimasta in Italia. I lavoratori hanno firmato e lui non ha aspettato neanche un mese per iniziare a dire che sta per andarsene. Un uomo di parola.
Però non sono solo questi i motivi che consigliano di non fidarsi mai di Sergio Marchionne né come cittadino né come manager.
Sul “Corriere della Sera”, poco tempo fa, Massimo Mucchetti ha fatto un esperimento interessante. Ha applicato all’amministratore delegato della Fiat i criteri con i quali, dopo la riforma voluta dal presidente Obama, vengono valutati gli stipendi dei manager negli Usa. In America la valutazione si fa tenendo conto anche delle stock options e della azioni gratuite, e giustamente: sono soldi pure quelli, e tanti, tantissimi.
E’ venuto fuori che il dottor Marchionne non guadagna “solo” 400 volte più di un suo operaio, ma addirittura 1.037 volte di più. Sommando lo stipendio e tutte le altre forme di reddito, da quando guida la Fiat Marchionne ha guadagnato 38,8 milioni di euro all’anno.
Personalmente io trovo scandaloso che un dirigente guadagni oltre mille volte più di un suo operaio, e dovevano trovarlo un po’ strano anche i vecchi proprietari dell’azienda, dal momento che lo stipendio di Vittorio Valletta, il più importante tra i manager dell’azienda torinese, era circa 40 volte più alto di quello dei suoi operai, e tra 40 e 1037 c’è una bella differenza.
Ma lasciamo perdere questo aspetto. Il fatto ancora più grave è che su quei soldi Marchionne paga molte meno tasse dei suoi operai! Infatti anche se ha in tasca il passaporto italiano e canadese, l’amministratore delegato Fiat la cittadinanza ce l’ha in Svizzera. Così mentre i suoi operai tra una cosa e l’altra pagano al fisco circa il 30% dei loro stipendi, lui ne deve sborsare meno del 15%. Alla faccia dell’etica pubblica.
Io però non mi fiderei tanto di Marchionne nemmeno come manager dell’automobile. In una puntata di “AnnoZero”, Corrado Formigli paragonò il suo percorso con quello degli altri principali manager dell’auto. Quelli venivano tutti da studi di ingegneria o di fisica e da una carriera conquistata progettando automobili. Marchionne ha studiato Economia e Filosofia, ha fatto carriera come finanziere e di automobili non ne capisce un tubo.
Non è mica un caso che gli azionisti, cioè gli Agnelli, abbiano scelto un manager schiappa nella progettazione delle auto ma bravissimo nei conti. Era l’uomo giusto per una riconversione industriale dell’azienda, che sull’automobile vuole investire e scommettere sempre di meno, e per trovare il modo di traslocare dall’Italia negli Usa pagando il minor prezzo possibile e addossando i costi allo Stato italiano.
Dal suo punto di vista si capisce che faccia così. Lo hanno assunto per questo e per questo lo pagano fior di milioni, nemmeno tassati come quelli di un operaio di linea. Ma noi perché dovremmo fidarci di un manager simile?
E anzi vorrei porre una domanda precisa a tutti, a partire dal governo ancora in carica: che senso ha ridisegnare le relazioni industriali in Italia, terremotarle con la spaccatura del sindacato e della stessa Confindustria, sulla base di un’azienda che l’Italia la sta lasciando. Anche noi dell’Italia dei valori siamo favorevoli a un rinnovamento del sistema di relazioni industriali in Italia. Però, per favore, partendo dal modello e dalle esigenze delle aziende che in Italia vogliono restare. Non su quello dei predoni che spogliano i territori conquistati e poi se ne vanno lasciandosi terra bruciata alle spalle.
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5 Febbraio 2011
Prende i soldi, e scappa

Adesso che col ricatto è riuscito a imporre agli operai di Mirafiori un accordo che calpesta tutti i loro diritti, Sergio Marchionne non ha più bisogno di mentire. Può cominciare a dire apertamente quello che finora aveva sempre negato, mentre tutti, tranne noi dell'Italia dei Valori, gli credevano o facevano finta di credergli. Solo noi avevamo denunciato che l'intenzione della Fiat era quella di abbandonare l'Italia e di spostare la testa dell'azienda negli Usa e il grosso della produzione in Brasile e nell'est europeo. Altro che rilancio dell'Italia!
Per costringere i lavoratori a ingoiare il suo accordo, che è uguale a quello imposto nel 1925 sotto regime fascista, Marchionne ha detto che in caso contrario se ne sarebbe andato dal paese. Però aveva promesso che, se invece gli operai si fossero piegati, la Fiat sarebbe rimasta in Italia e avrebbe fatto nuovi investimenti. Pur di non restare senza lavoro, molti operai hanno scelto di subire il ricatto, anche se la metà almeno ha invece resistito e votato no all'accordo.
Era una bugia e adesso è proprio Marchionne a confermarlo. Quando dice che la Fiat e la Chrysler potrebbero unificarsi e che l'azienda torinese si potrebbe spostare a Detroit, conferma tutto quello che avevamo denunciato noi dell'Italia dei valori insieme alla Fiom. La Fiat non ha alcuna intenzione di rimanere in Italia, e neppure di continuare a fare dell'auto il proprio settore portante. Però vuole che il costo della sua riconversione e della sua ridislocazione lo paghino i suoi lavoratori e lo Stato italiano, cioè i cittadini. Tutti noi.
La Fiat continua a vivere di denaro pubblico e risorse finanziarie italiane. Ha superato le sue molte crisi, ultima quella quasi terminale del 2004, grazie alle continue trasfusioni del governo italiano, senza mai dare niente in cambio. Stavolta però le cose sono molto peggiori che nel passato. Stavolta la Fiat utilizza quelle risorse per lasciare l'Italia, provocando così un immenso danno al sistema industriale del nostro Paese, e questo attentato al sistema industriale italiano se lo fa anche finanziare dallo Stato.
Il suo lavoro Marchionne lo fa davvero bene. Peccato che il suo lavoro non sia vendere macchine, cosa che infatti alla Fiat non riesce più da un po', ma fare gli interessi degli azionisti, cioè della famiglia Agnelli, a spese dei lavoratori e dell'intera Italia.
Per spiegare lo spostamento negli Usa, Marchionne dice che in Italia si fa troppa politica. Ma se è proprio lui quello che fa politica, di quella con la “p” minuscola, più di tutti! Da due anni fa propaganda sbandierando 20 miliardi di investimenti. Ma dove stanno? La Fiat ha annunciato che investirà un miliardo a Mirafiori e 700 milioni a Pomigliano. Mancano all'appello 18 miliardi e 300 milioni, e intanto lo stabilimento di Termini Imerese sta per chiudere, a Pomigliano i lavoratori sono in cassa integrazione, quello di Melfi lavora solo al 60%. Non bisogna essere Sherlock Holmes per capire che qualcuno sta facendo il furbo.
Però tutti fanno finta di non capirlo e il governo italiano, invece di far valere i diritti maturati sostentando per decenni la Fiat, si comporta come lo zerbino di Marchionne e pur di compiacere un'azienda che sta accoltellando alle spalle l'Italia ha sfasciato Confindustria, spaccato i sindacati, demolito il sistema di relazioni industriali in Italia.
In qualsiasi paese del mondo, in questo momento il governo starebbe già intervenendo per impedire questo disastro. Lo hanno fatto in passato, la Francia e la Germania. Lo farebbe qualunque governo serio. Ma non lo farà questo governo di pagliacci, di corrotti e di corruttori, che usa la corruzione per restare al potere, e poi usa il potere per curare i fatti propri. E intanto guarda da un'altra parte mentre Marchionne, dopo aver incassato il malloppo, prende i soldi e scappa.
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28 Gennaio 2011
Con i lavoratori per i diritti
Oggi l’Italia dei valori è in piazza a fianco degli operai che si battono per difendere i loro diritti. Tutti noi dell’Idv, militanti, rappresentanti istituzionali, parlamentari e dirigenti siamo con i lavoratori senza se e senza ma. A differenza di troppi altri, noi non cerchiamo di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Non diciamo che hanno ragione i lavoratori ma ce l’ha anche Marchionne, che stiamo un po’ con la Fiom e un po’ con la Fiat.
Noi diciamo forte e chiaro che Marchionne non ha ragione, che l’accordo che è stato imposto a Mirafiori lede gravemente i diritti dei lavoratori, che non possiamo accettare la brutale logica del ricatto con cui quell’accordo è stato imposto e che in questo paese orami da due anni il peso della crisi viene scaricato cinicamente tutto sulle spalle di chi lavora e mai di chi moltiplica i profitti.
Lo diciamo oggi nelle piazze di ogni città, di fronte a ogni fabbrica, a Mirafiori, a Pomigliano d’Arco, a Termini Imerese, io e Maurizio Zipponi a Cassino, che dobbiamo difendere ad ogni costo dalla minaccia di chiusura. Lo diciamo nei soli luoghi dove in questo momento possiamo ritrovare l’Italia vera, quella che fa i conti con la realtà e che non vive nel paese del sogni di Silvio Berlusconi. Quella che per cui i sogni e le bugie di Berlusconi sono invece incubi vissuti giorno per giorno.
Berlusconi vuole un paese di belle addormentate che non si accorgono di quello che sta succedendo. Noi non lo siamo mai stati. Non ci siamo accorti all’improvviso di quello che stava accadendo. Abbiamo visto montare giorno dopo giorno questo attacco ai diritti e alle libertà dei lavoratori, che è un attacco ai diritti e alle libertà di tutti i cittadini, con la complicità di un governo che dall’inizio alla fine si è sempre preoccupato solo di difendere i profitti delle aziende e mai delle condizioni di vita di chi col suo lavoro permette quei profitti.
Già qualche mese fa avevamo presentato, d’accordo con la Fiom, un progetto di legge per garantire il pieno diritto alla rappresentanza e alla democrazia nelle fabbriche, cioè quello che la nostra Costituzione afferma. Capivamo che quella rappresentanza democratica, già insufficiente, era sotto assedio, che invece di allargarla le aziende spalleggiate dal governo volevano provare a restringerla. E infatti lo hanno fatto. E’ proprio quello che provano a fare. E per impedirglielo bisogna stare per le strade, con chi si batte per impedire questo golpe contro al democrazia nel lavoro, e bisogna stare in Parlamento, per far sì che quella legge che abbiamo proposto passi.
Non sarà possibile finché al governo restano quelli che ci stanno oggi. Dall’inizio della crisi questo governo, invece di fare gli interessi dei cittadini e dei lavoratori, si è occupato occupava solo degli affari suoi e l’unica idea che aveva per affrontare la crisi era fare finta di niente e continuare a nascondere la polvere sotto i tappeti. Per questo oggi non c’è nessuna differenza fra impegnarsi per difendere i lavoratori e battersi per mandare a casa un governo che è il loro nemico. E’ la stessa partita, ed è arrivato il momento di provare a vincerla.
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26 Gennaio 2011
A Mirafiori dalla parte della ragione
Questa sera a Torino, al Palasport di parco Ruffini, ci sarà “Grazie Mirafiori”. Un evento organizzato dalla Fiom per ringraziare i lavoratori che si sono opposti alle imposizioni di Marchionne. Serve un nuovo tavolo di trattative, garantito dal governo, che rispetti i diritti dei lavoratori e assicuri all'azienda di poter operare. Non posso essere a Torino ma ho lasciato questo video messaggio per chi ci sarà, perchè il sostegno di Italia dei Valori ai lavoratori e ai loro diritti è totale.
Vorrei essere lì con voi, dovrei essere lì con voi, però oggi è bene che io sia in Parlamento per contribuire a dare un’altra spallata al governo Berlusconi. Prima lo mandiamo a casa e meglio è per tutti. Oggi si vota la sfiducia al ministro Bondi e non so ancora se ce la faremo a togliergli l’incarico. I miei dubbi derivano dal fatto che in Parlamento la maggioranza regge ancora su una manciata di voti. Da un po’ di tempo, infatti, contano soltanto i numeri di voti che si riescono ad acquisire di mattina in mattina, attraverso la compravendita che si svolge nella notte. Si parla soltanto di numeri piuttosto che di valori.
Noi, però, dobbiamo rimanere qui perché, a forza di battere il chiodo, riusciremo prima o poi a mandarlo a casa. Lo dobbiamo fare perché vogliamo bene al nostro Paese e vogliamo più democrazia. E soprattutto per quel che riguarda direttamente voi lavoratori della Fiat, per fare in modo che ci sia un governo che garantisca il rispetto dei diritti nei luoghi di lavoro, la rappresentanza sindacale, lo sciopero e protegga i principi fondamentali della Costituzione. È successo quel che è successo proprio perché chi sta al governo si occupa soltanto degli affari suoi e lascia che i padroni delle fabbriche pensino alle stock option piuttosto che ad assicurare pari dignità a tutti i lavoratori.
Io come voi vorrei una grande Fiat, che produce automobili di qualità e che dà lavoro e occupazione. Ma se il mercato della Fiat diminuisce non è certo colpa dei lavoratori. La responsabilità è di una ricerca insufficiente, di investimenti mancati, di un prodotto che non tira. Allora l’idea che per far quadrare i conti bisogna prendersela con i lavoratori è un’idea semplicistica e medioevale. Questa è la ragione per cui, mentre sono qui in Parlamento per cercare di riaffermare il diritto di uguaglianza e la democrazia, e per tentare di mandare a casa il governo Berlusconi, sono comunque lì con voi con il cuore perché sono convinto che la ragione è dalla vostra parte.
Noi porteremo avanti in Parlamento quella proposta di legge sulla rappresentanza interna nelle fabbriche che già abbiamo depositato, nata da una vostra idea della quale ci siamo fatti portavoce. Se andiamo avanti così, ce la faremo!
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31 Dicembre 2010
Buon Anno Nuovo, a fianco dei lavoratori in lotta
Amici, buon fine anno e, soprattutto, buon Anno nuovo.
Davvero, un anno nuovo in cui tutti, soprattutto noi che siamo all’interno delle istituzioni, dobbiamo mettere al primo posto l’impegno per creare prospettive di occupazione e lavoro, per i giovani, per coloro che hanno il lavoro precario, per coloro che non ce l’hanno per niente, per coloro che rischiano di perderlo. E’ per questa ragione che in queste ultime settimane, abbiamo voluto dettare un diario della crisi, ogni giorno, affrontando un tema concreto, di alcune delle tante aziende in difficoltà, spiegando le ragioni della crisi, il come poteva essere risolta, le responsabilità di chi non l’ha voluta risolvere, una prospettiva per la risoluzione.
E allora Buon Anno ai lavoratori della Eaton di Massa, della Vinyls di Porto Torres e di Porto Marghera, della Federal Mogul di Desenzano, della Omsa di Faenza, della Agile ex Eutelia; ai lavoratori della Itr… del mio Molise per altro, ai precari Ilva di Taranto, ai lavoratori della Selfin della Campania, a quelli della Fiat di Termini Imerese e non solo, a quelli di Porto Marghera, a quelli del Call Center della Calabria, ai ricercatori universitari… ai lavoratori di Cinecittà e a tutti gli addetti dello spettacolo.
Ma queste sono solo alcune tappe di un percorso senza fine, sterminato, di lavoratori, di aziende in crisi e che, nel 2011, rischiano di scoppiare se non si prende subito a cuore la situazione e non si mette come priorità l’impegno per il mantenimento del posto di lavoro, per il superamento del precariato, per gli incentivi alle imprese affinché possano creare nuovi posti di lavoro.
Nell’albero delle priorità noi dell’Italia del Valori intendiamo mettere proprio questo per il 2011. Per questa ragione auguro a voi Buon Anno e vi assicuro l’impegno dell’Idv proprio in una prospettiva di rilancio dell’economia del Paese.

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30 Dicembre 2010
Gli accordi della FIAT violano la Costituzione repubblicana

L'ho già detto, lo ripeto e non mi stancherò mai di farlo. Le trattative e gli accordi sindacali possono mettere in discussione tutto ma non la Costituzione repubblicana. Quello è un confine che non si può oltrepassare. Lo si deve rispettare sempre, senza se e senza ma, senza provare ad aggirarlo da furbetti.
Gli accordi che la Fiat sta facendo passare in questi giorni, a Mirafiori ma anche a Pomigliano, violano la Costituzione repubblicana e per questo sono inaccettabili e irricevibili.
L’art. 40 della Costituzione afferma che lo sciopero è “un diritto individuale ad esercizio collettivo”. Significa che la decisione di scioperare o meno è una decisione individuale che ogni lavoratore deve poter prendere in piena e assoluta libertà. L’intesa di Mirafiori, che obbliga ogni dipendente a firmare un accordo in cui si impegna a non scioperare contro l’accordo stesso o contro qualche sua parte, viola la Costituzione.
L’art. 39 della Costituzione assicura sia la libertà sindacale che la rappresentatività delle varie organizzazioni sindacali “in proporzione dei loro iscritti”. A Mirafiori, invece, d’ora in poi non ci saranno più rappresentanze sindacali liberamente elette dai lavoratori ma “nominate” dai sindacati che firmano gli accordi. Siccome da che mondo è mondo gli accordi si firmano in due, sarà l’azienda a decidere chi può avere rappresentanza sindacale e poco male se si arriva al paradosso per cui il sindacato con la rappresentanza più numerosa finisce fuori dalla porta.
Così, oltretutto, si sostituirà alla elezione diretta e democratica una burocrazia sindacale nominata dall’esterno che nel medio e lungo periodo finirà per avere costi costi sull’azienda e ne indebolirà anche l’autonomia, perché sarà vincolata agli apparati sindacali. Sarà un bel danno per tutti, anche per la democrazia italiana di cui l’autonomia del sindacato è stata un pilastro. Questa geniale trovata di Marchionne e della Fiat non solo fa a pugni con la Costituzione: è solo dannosa e paradossale.
Oltre alla Costituzione, peraltro, l’accordo viola anche il codice civile e le normative europee consolidate. L’art. 2112 stabilisce che, in caso di cessione d’azienda, il passaggio dei lavoratori da un’azienda all’altra deve essere diretto. A Mirafiori invece, i lavoratori dovranno essere riassunti uno per uno e lo saranno solo se firmeranno l’accordo. A casa mia questo vuol dire violare la legge.
Ma se io dico queste cose, se difendo la legge e la Costituzione repubblicana, salta subito fuori qualcuno ad accusare me e quelli che la pensano come me di essere comunisti, legati alle vecchie idee della sinistra del Novecento e di non capire niente di modernità e società globale. Lo ha fatto proprio oggi anche Dario Di Vico sul “Corriere della Sera”.
Ma scusate tanto, che c’azzeccano in questo caso il comunismo e la sinistra del ‘900? Io non entro nel merito degli accordi sindacali, difendo il confine invalicabile e sacro della Costituzione repubblicana. Casomai dovrebbero accusarmi di essere settecentesco, perché i princìpi a cui mi rifaccio sono quelli della Rivoluzione francese, “Libertà, fraternità, uguaglianza”, e la mia bussola è la convinzione secondo cui la libertà non può essere messa a disposizione del mercato. Questo principio non è né comunista né di sinistra: è il presupposto delle Costituzioni repubblicane. Di tutte e anche della nostra.
Invece la società globale con questo discorso c’azzecca eccome. Di Vico dice che un operaio libero e con dei diritti che l’azienda deve rispettare costa più di uno schiavo senza diritti. Ma questo che significa? Che in nome della società globale dobbiamo entrare in competizione con la Cina e adottare il modello cinese, dove c’è un partito unico, un sindacato unico e lo sciopero è vietato? E’ questo che vuole? E’ questo che vogliono Fassino e D’Alema? Benissimo, basta cambiare la Costituzione e decidere che d’ora in poi siamo anche noi un regime a partito unico, sindacato unico e senza diritto di sciopero.
Caro Di Vico, scusa tanto ma la strada è un’altra. La modernità di cui tanti cianciano dalla mattina alla sera non vuol dire tornare al passato, a quando le Costituzioni ancora non c’erano e i diritti non esistevano. Vuol dire inventarsi un modello costituzionale che sia pure competitivo con quello schiavistico dei regimi. E chi l’ha detto che non si può fare? La Germania lo sta facendo, e non è mica un paese all’antica o comunista.
Dire che c’è uno scontro fra una sinistra che è ferma al ‘900 e una destra moderna significa raccontare una favoletta buona per incantare la gente e fare accettare quello che è inaccettabile. Lo scontro è fra un’imprenditoria che non è più capace di costruire macchine, e quindi di venderle, e tutte le forze democratiche che dicono a quegli imprenditori: “Se non siete capaci di costruire e vendere macchine non ve la potete cavare invocando il regime. Dovete saper fare voi il vostro lavoro. Dovete trovare una soluzione passando per la via maestra della ricerca, dell’innovazione e degli investimenti”.
La Fiom è una di queste forze, una delle principali e quella oggi presa più direttamente di mira. Ma quello che accade alla Fiom non è un caso isolato o estremo. E’ la punta di un iceberg che riguarda l’intero assetto democratico in questo paese. Oggi Maurizio Landini e la Fiom combattono contro l’instaurazione di un regime e noi dell’Idv combatteremo questa battaglia con loro. Al Senato abbiamo già presentato una legge sulla rappresentanza sindacale e sulla democrazia che chiede la piena applicazione dell’art. 39 della Costituzione, proprio uno di quelli che l’accordo di Mirafiori vorrebbe stracciare una volta per tutte.
Nei prossimi giorni incontrerò Landini per concordare la costruzione di un fronte di resistenza che duri nel tempo e per far prevalere le proposte dell’Idv sulla revisione democratica della rappresentanza nel mondo del lavoro.
Ma per costruire insieme questa resistenza dobbiamo anche sbugiardare la grande menzogna che la Fiat sta raccontando. Il film che ha per regista Marchionne e per comparse il governo e persino una parte importante del Pd non ha niente a che vedere con la realtà. Non è vero che in cambio del fare a pezzi la Costituzione e i diritti dei lavoratori la Fiat si prepara a restare e investire in Italia. Al contrario, tutto dimostra che il progetto è quello di spostare la testa tecnologica e innovativa negli Usa e il corpo produttivo nelle aree dove il lavoro costa pochissimo e gli Stati sovvenzionano con denari pubblico, come il Brasile, la Polonia o la Serbia. L’Italia verrà usata come grande mercato per la vendita delle auto e come fonte di reperimento di quattrini, per poi salpare verso altre spiagge lasciando questo paese cornuto e mazziato.
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28 Dicembre 2010
Accordo FIAT: una lesione alla Costituzione

In questi giorni molti hanno applaudito l'accordo firmato dalla Fiat e da alcune organizzazioni sindacali per lo stabilimento di Mirafiori, che è il più grande d'Italia. Altri, fra cui la Fiom che è la più grande organizzazione sindacale dei metalmeccanici, hanno invece rivolto molte critiche a quell'accordo.
Noi dell'Italia del Valori pensiamo che quell'accordo ponga prima di tutto un enorme problema di legittimità costituzionale. Sui singoli punti si può discutere, si può essere o non essere d'accordo. Ma sulla Costituzione repubblicana non si può discutere. Va rispettata senza se e senza ma.
Invece è proprio la Costituzione repubblicana che viene negata e cancellata quando si dice che d'ora in poi non varrà più la reale rappresentanza dei sindacati ma solo il loro aver firmato o meno un accordo. Così l'Italia diventa un Paese dove le aziende possono scegliere quali sindacati hanno o no il diritto di trattare, ignorando l'elemento fondamentale in una democrazia che è la reale rappresentanza dei lavoratori.
Io sto ai fatti, non alle ideologie. La Fiat, per uscire dalla sua crisi, ha deciso di scommettere sull'aumento dell'orario di lavoro oltre le 40 ore settimanali e sulla riduzione delle pause e del salario. Il più grande sindacato industriale, la Fiom, pensa che questa prospettiva sia sbagliata e che invece per rilanciarsi la Fiat dovebbe puntare su altro, a cominciare dalla creazione di modelli di auto innovativi.
La Fiom può avere torto o ragione. Io qui non entro nel merito. Dico però che se, sulla base di questo dissenso del più grande sindacato del settore, l'azienda decide che d'ora in poi tratterà solo con sindacati che per sua stessa ammissione sono assolutamente minoritari ma che sono d'accordo con lei, l'Italia torna a una situazione molto simile a quella del ventennio fascista, quando c'erano i sindacati corporativi. Allora si diceva che per lavorare dovevi avere la tessera del sindacato corporativo in tasca, ed era così proprio perché quel sindacato garantiva l'azienda e non certo i lavoratori.
Però non è questa la funzione che la Costituzione repubblicana assegna alle organizzazioni dei lavoratori. La Costituzione nata dall'antifascismo garantisce la libertà di associazione dei lavoratori e l'indipendenza delle associazioni dei lavoratori dall'azienda. Questi non sono particolari che se ci sono o non ci sono cambia pochissimo. Sono i pilastri costituzionali della libertà sindacale e della democrazia nei posti di lavoro, e noi dell'Italia dei valori non possiamo accettare in silenzio il fatto che siano stati spazzati via con la firma di un solo accordo.
L'ho detto e lo ripeto: è questo il problema principale. Riguarda la legalità costituzionale e la Libertà di pensiero e di critica nel nostro Paese. Però non voglio fare l'ipocrita e negare che anche nel merito quell'accordo crea fortissimi dubbi, per una questione non di parte ma di dati di fatto.
Un dato di fatto dice che nel costo complessivo della costruzione di un'automobile il valore del lavoro incide tra il 7 e il 9%. Le operazioni di Marchionne servono a ridurre proprio il costo del lavoro. Però, bene che gli vada, il massimo che potrà risparmiare sarà più o meno dell'1%. Significa che alla fine della fiera, una macchina che costava 10mila euro ne costerà ora 9.900.
Ma si può davvero pensare che un'azienda con un calo di vendite che in questi ultimi due anni è stato doppio rispetto alle aziende concorrenti in Europa possa tirarsi fuori dai guai con un risparmio simile, che costa moltissimo ai lavoratori e garantisce pochissimi vantaggi all'azienda? Non dovrebbe invece, per vendere di più, puntare sulla creazione di modelli nuovi, che consumino di meno, più sicuri e anche più belli?
La giustificazione di Marchionne e anche di molti economisti per spiegare l'aumento dei ritmi lavorativi è che gli operai italiani producono la metà di quelli delle fabbriche delocalizzate in Brasile e in Polonia. Però nemmeno questi dati sono tanto convincenti. Marchionne non aggiunge, infatti, che mentre le fabbriche brasiliane e polacche, negli ultimi due anni e nei programmi del prossimo, hanno funzionato a tempo quasi pieno, gli impianti italiani sono rimasti fermi per il 50% del tempo, non per l'assenteismo dei lavoratori ma per lo scarso numero di auto vendute.
Bisogna pure dire un'altra verità. E cioè che in Brasile e in Polonia, a differenza dell'Italia, solo gli operai che lavorano alle catene di montaggio sono ufficialmente dipendenti Fiat, mentre tutti gli altri compaiono come lavoratori del circuito indotto e dunque nelle comparazioni non si vedono. E' ovvio che così sembra che per costruire una macchina in Brasile e in Polonia ci vogliano molti meno lavoratori che in Italia!
C'è un solo modo scientifico per valutare la produttività dei lavoratori, ed è la rapidità con cui le auto passano sulla catena di montaggio perché gli operai aggiungano dei pezzi. In Italia passa sulla catena un'automobile al minuto. In Polonia pure, e in Brasile anche. E allora di cosa stiamo parlando? Il problema vero della Fiat è che non sa fare macchine che si vendono!
Anche senza tenere conto di quello che è e rimane il problema principale, la lesione gravissima alla Costituzione, questo accordo conferma secondo me quanto siano giuste le domande che io e il responsabile del lavoro dell'Italia dei valori Maurizio Zipponi abbiamo già più volte rivolto a Marchionne senza mai ottenere risposte in merito alle operazioni finanziarie e alla strategia della famiglia Agnelli.
1. La Fiat, da azienda unica che era, dal 2011 sarà divisa in due aziende distinte, una per la produzione di automobili, l'altra per quella di camion e trattori (IVECO e CNH). Ad accumulare debiti è stato sinora il comparto auto, però al momento della divisione quei debiti sono stati caricati per la maggior parte tutti sull'altro, che era invece sano. Si capisce che la Fiat ha preferito fare così. La borsa non avrebbe certo gradito molto l'arrivo di una Fiat auto carica di debiti che non può pagare.
Solo che adesso IVECO e CNH, le aziende che producono camion e trattori, dovranno pagare gli interessi del debito, non potranno più fare investimenti e smetteranno presto di essere aziende sane. Dal punto di vista finanziario è stata certamente un'ottima mossa che porterà agli azionisti un sacco di dividendi, ma dal punto di vista industriale è una strada molto pericolosa, che secondo noi nel medio periodo potrebbe portare alla cessione di queste aziende oggi sane. Per questo chiediamo a Marchionne se la sua strategia non stia mettendo a rischio la proprietà italiana anche di IVECO e CNH.
2.Per avere il 51% della Chrysler, la Fiat dovrà partecipare alla restituzione del prestito di almeno 7 miliardi, che il governo USA ha dato per evitarne il fallimento. La nostra domanda è semplice: dove li va a prendere questi soldi, che al momento non ha? Non è che Marchionne pensa di farseli dare dal sistema bancario italiano a spese dell'intero paese, come la Fiat ha già fatto pochi anni fa per evitare il fallimento?
Quando dice che la Fiat non prende un soldo dallo Stato italiano, Marchionne racconta una favoletta. Quei soldi, in passato, la Fiat li ha presi dalle banche italiane, le quali hanno recuperato la perdita col sistema produttivo italiano e cioè sulla piccola e media impresa, sugli artigiani e i risparmiatori. Alla fine di questi giri di valzer, la Fiat ha quindi drenato una quantità di finanziamenti dal sistema italiano che sono poi venuti a mancare al sistema italiano stesso. Cioè a tutti noi.
3.Noi siamo convinti che la Fiat debba restare italiana tenendo aperti gli attuali 5 stabilimenti presenti sul nostro territorio. Vediamo che oggi tutti i nuovi modelli vengono prodotti all'estero e quello più innovativo di tutti, la 500 elettrica, la si produce direttamente negli Usa. Nel 2011 lo stabilimento di Termini Imerese verrà chiuso, in tutti gli altri ci sarà la cassa integrazione. Allora io chiedo agli italiani se il governo e i mass media, non stanno applaudendo l'uscita della Fiat dall'Italia.
Ma ci pensate cosa farebbero i francesi o i tedeschi se la loro azienda più importante si preparasse a lasciare quei paesi? Non farebbero le barricate alle frontiere? I governi non userebbero qualsiasi mezzo di pressione per impedirlo? Da noi invece tutti applaudono a quello che sarà un disastro per l'intera economia italiana, e il governo invece di impedirla la facilita.
Io capisco che Marchionne, da bravo manager, sta facendo gli interessi degli azionisti Fiat, cioè della famiglia Agnelli. Però mi chiedo e chiedo a tutti a partire da quelli che stanno al governo: non è che oggi la realtà è l'opposto di quello che diceva Gianni Agnelli quando affermava che il bene della Fiat era il bene dell'Italia e viceversa? Non sarà che oggi il bene degli azionisti della Fiat equivalga al male dell'Italia?
l'italia dei Valori è un partito che con tutte le proprie forze vuole affermare ciò che è praticato in tutta Europa e cioè che si può mantenere nel proprio Paese l'industria dell'auto vendendo macchine ad alto valore aggiunto senza distruggere i principi fondamentali della libertà e della democrazia, mentre la strada imboccata, purtroppo, con il consenso di questo sciagurato governo, ci farà perdere il settore dell'auto in quanto la testa tecnologico-finanziaria sarà negli USA e il corpo produttivo nell'Europa dell'est, in Turchia e in Brasile.
E' per questa ragione che alziamo la voce, facendo quello che fa la Merkel in Germania, Sarkozy in Francia e Obama negli Usa.
Noi invece abbiamo Berlusconi.
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25 Dicembre 2010
Auguri, soprattutto agli operai della Federal Mogul

Buon Natale a tutti.
Buon Natale in particolare agli operai della Federal Mogul di Desenzano, in provincia di Brescia, che per la seconda volta consecutiva lo festeggeranno di fronte ai cancelli della loro fabbrica, per impedire di essere buttati per strada senza alcuna vera ragione, per difendere la vita loro e delle loro quasi duecento famiglie.
In tutta Italia e in tutta Europa ce ne stanno tanti di presidi simili al loro: lavoratori a cui da un giorno all'altro hanno detto che, per colpa della crisi, la fabbrica doveva chiudere e loro dovevano restare senza lavoro. Ce ne sono tanti, ma nessuno dura da più tempo di quello di Desenzano. E' il più lungo di tutto il continente. Sono 13 mesi che i lavoratori stanno là tutti i giorni, per impedire che i camion dell'azienda portino via tutti i macchinari per trasferirli in Polonia.
La Federal Mogul è una multinazionale americana che produce componenti per i motori. In Italia ha sette stabilimenti, e circa il 30% dei suoi 1224 operai sono in cassa integrazione. Lo stabilimento di Desenzano è aperto da 60 anni. Dava lavoro a 196 operai, moltissimi dei quali erano in quella fabbrica da vent'anni e anche di più. Non erano giovani neoassunti, che anche nella disperazione possono immaginare di trovare un'altra occupazione e di ricominciare faticosamente da capo. Su quel lavoro avevano fondato tutta la loro sicurezza, tutti i loro progetti, tutto il loro presente e tutto il loro futuro.
A novembre del 2009 li hanno mandati in cassa integrazione straordinaria, poi hanno annunciato che il 31 dicembre la fabbrica avrebbe chiuso. Colpa della crisi, gli hanno detto. Colpa degli ordini che, secondo l'azienda erano “diminuiti del 70%”. Era una bugia, proprio come quelle che racconta Marchionne e di cui abbiamo parlato ieri, proprio come quelle che tutti i giorni racconta Berlusconi. Mentre si lamentava per aver perso il 70% degli ordini, la Federal Mogul aumentava del 7% le sue quotazioni in borsa. E com'è possibile? Delle due l'una: o quelle quotazioni in borsa sono una truffa, oppure l'azienda mente quando dice che deve cacciare i lavoratori e ridurli sul lastrico per colpa della crisi.
La Federal Mogul non è mica una fabbrichetta a conduzione familiare come tante ce ne sono in Italia, e quasi tutte messe nei guai dalla crisi e dell'immobilismo del governo! Ha 36 fabbriche sparse per il mondo. I suoi operai sono quasi 40mila. Ha un giro di affari pari a 7 miliardi di dollari. Se ha deciso di chiudere Desenzano non è perché sta alla frutta come racconta, ma perché da anni sta spostando i suoi impianti produttivi in Brasile e in Polonia, per moltiplicare i suoi profitti. E' solo per questo che i lavoratori di Desenzano devono finire nella povertà e nella disperazione: perché la Federal Mogul possa guadagnare di più.
Non c'è nessun altro motivo per spostare la produzione da Desenzano in Polonia, tant' è che gli stabilimenti in Germania e in Svezia dove il lavoro certo non costa meno che in Italia sono rimasti aperti.
Noi dell'Italia dei valori siamo stati dall'inizio con i lavoratori di Desenzano. Chiediamo che l'azienda si sieda attorno ad un tavolo per fare una seria trattativa al fine di offrire a tutti i lavoratori un posto di lavoro certo e dignitoso, anche attraverso un processo di reindustrializzazione, che può essere favorito da un ruolo positivo del governo attraverso l’Ente che fa capo al Ministero dello Sviluppo Economico adibito proprio ad intervenire in situazioni come queste.
A loro, in questo Natale, auguriamo che sia l'ultima volta che debbano passare questa giornata presidiando il loro posto di lavoro e con l'angoscia di non sapere che ne sarà delle loro vite nei prossimi mesi. A tutti i lavoratori, a tutto il Paese, a tutti noi auguriamo che a governare i rapporti di lavoro non sia più quella logica che è feroce ma anche miope per cui conta solo aumentare subito il profitto. E' questo il nostro impegno.
Buon Natale e un abbraccio ad uno ad uno ai lavoratori della Federal Mogul.
Antonio Di Pietro, Maurizio Zipponi
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18 Dicembre 2010
Eaton di Massa, catastrofe sociale

La Eaton di Massa è una di quelle fabbriche in cui le barzellette del governo, sulla crisi che in Italia sarebbe finita o affrontata molto meglio che altrove, non suonano solo come bugie ma come sinistre prese in giro. Qui la catastrofe sociale che si è abbattuta non solo sulla fabbrica e su centinaia di operai ma sull’intera città rischia di degenerare in tragedia se nelle prossime ore non sarà trovata una soluzione e se il governo non inizierà a fare il proprio dovere occupandosi seriamente della vicenda, invece di guardare da un’altra parte.
Mercoledì scorso, dopo il licenziamento di tutti i 304 operai della fabbrica, dieci di loro avevano dichiarato lo sciopero della fame a oltranza. Si erano chiusi nella fabbrica occupata, sfidando il gelo, e avevano annunciato la scelta estrema di protrarre lo sciopero della fame sino a quando il governo non avesse convocato un tavolo con tutte le parti sociali per cercare una soluzione tale da restituir loro speranza. Un primo risultato lo hanno ottenuto: un incontro è stato fissato per lunedì mattina. Però c’è poco ottimismo e senza una presa di posizione forte, chiara e decisa del governo è molto difficile che possa essere trovata una soluzione.
La Eaton è una fabbrica di proprietà statunitense che produce componentistica per auto. Nel 2008, all’inizio della crisi economica, è stata chiusa e i lavoratori sono stati messi tutti in cassa integrazione. Da allora il governo non ha mosso un dito per impedire che alla Cig seguissero i licenziamenti, che la Eaton aveva annunciato per il 15 dicembre di quest’anno.
La Regione Toscana si è mossa di più e, anche grazie al suo intervento, alcune industrie toscane, Fidi Toscana, Sici e Invitalia, a settembre hanno presentato un piano di reindustrializzazione che avrebbe permesso di evitare i licenziamenti. Ma la Eaton si è rifiutata di trattare. Prima ha negato la cassa integrazione in deroga per altri quattro mesi, che pure sarebbe costata all’azienda soltanto 800mila euro. Poi ha cercato di ricattare gli operai scommettendo cinicamente sulla loro disperazione e ha detto che in cambio della cassa integrazione in deroga dovevano firmare un’intesa preventiva che sanciva il “nulla a pretendere” in futuro. In cambio di quei quattro mesi di cassa integrazione dovevano rinunciare alla tutela di qualsiasi diritto.
Quando gli operai hanno rifiutato di mettere la loro testa in questo capestro, l’azienda ha rotto le trattative e, lo scorso 15 dicembre, ha iniziato a inviare le lettere di licenziamento in ordine alfabetico. Gli operai, subito dopo la rottura, all’inizio di ottobre, avevano riaperto i cancelli della fabbrica chiusi da due anni e l’avevano occupata. La loro situazione è particolarmente drammatica anche perché oltre un terzo dei licenziati ha meno di 40 anni. Così non esiste alcuna possibilità di “accompagnarli” senza traumi definitivi verso la pensione. Quello che aspetta loro e le loro famiglie è la disoccupazione, con esiti devastanti su tutto il tessuto sociale di Massa.
Noi dell’Italia dei Valori siamo stati fin dall’inizio dalla parte degli operai e della loro lotta. Il nostro responsabile provinciale, Galeano Fruzzetti, ha passato buona parte degli ultimi giorni negli stabilimenti occupati insieme a loro. Il nostro segretario regionale, Fabio Evangelisti, si è fatto promotore di numerose interrogazioni parlamentari rivolte al governo ed è stato uno degli organizzatori delle iniziative, nella speranza di convincere il governo ad uscire dal suo sonno e convocare d’urgenza un nuovo tavolo delle trattative.
Lunedì il tavolo si riunirà davvero presso il ministero dello Sviluppo economico, ma senza una posizione decisa del governo questa riunione sarà solo l’ultima beffa, un contentino concesso per fare finta di interessarsi alla sorte di questi cittadini, senza ottenere alcun risultato. Il governo deve invece mettere sul tavolo tutto il suo peso per costringere la Eaton ad accettare le alternative industriali e occupazionali che sono state individuate nei mesi scorsi. Deve esigere l’immediato ritiro dei licenziamenti e, di fronte all’eventuale irrigidimento della Eaton, deve intervenire direttamente sugli interessi di quell’azienda in Italia.
Noi dell’Idv riteniamo che il governo possa e debba, anche in termini di legge, intervenire sui beni aziendali della Eaton in Italia. L’azienda si è, infatti, avvalsa di agevolazioni di ogni tipo, ha sfruttato senza pietà il territorio circostante per i suoi profitti e oggi sta creando un danno che a nostro parere è prevalente anche rispetto alle prerogative della libertà d’impresa. Non è possibile e non è giusto che a pagare i costi della crisi siano sempre e soltanto i lavoratori.
Sinora il governo si è fatto bello in televisione parlando di una crisi affrontata con successo, senza aver mai ottenuto risultati e facendo ben poco per contrastarla nella realtà. Ha detto molte belle favole e ha ordinato alla sua disinformazione di raccontare il meno possibile qual è la situazione reale dei lavoratori in Italia. Per questo, d’ora in poi, la racconteremo noi dell’Italia dei valori. Da oggi io e Maurizio Zipponi, responsabile del Dipartimento Lavoro dell’Idv, apriremo sul mio blog un “Diario della crisi”. Ci occuperemo ogni giorno di una situazione diversa, racconteremo cosa succede, cosa devono affrontare i lavoratori, cosa fa e cosa non fa il governo. Soprattutto, ogni volta che sarà possibile, cercheremo di individuare noi quelle soluzioni che il governo di Berlusconi, Tremonti e Sacconi non vede o finge di non vedere.
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21 Novembre 2010
Una sanatoria contro i precari
Prima di andarsene, come sarà costretto a fare se i parlamentari della Repubblica non venderanno la loro coerenza in cambio di qualche regalino, Berlusconi ha voluto lasciare un dono avvelenato ai giovani e ai lavoratori italiani. Ha approvato una legge, preparata dal ministro della disoccupazione Sacconi, che elimina la sola arma che avevano i precari per far valere almeno in parte i loro diritti.
La legge 183 impone a tutti i precari che vogliano avanzare una causa di lavoro di farlo entro 60 giorni dalla scadenza del contratto. Per i rapporti già scaduti, il termine decorre a partire dalla data dell'entrata in vigore della legge, il prossimo 24 novembre.
In apparenza può sembrare una modifica piccola, ma si sa che il diavolo si nasconde nei particolari. Il risultato di questa “leggina” è una sanatoria che cancella migliaia di cause di lavoro e renderà praticamente impossibile in futuro ai precari intentarle.
In Italia esistono una quarantina di forme di lavoro precario e servono tutte allo stesso scopo: pagare i lavoratori molto meno di quanto sarebbe giusto e togliere loro tutti i diritti. Ci sono contratti che fanno apparire il lavoratore come un finto professionista, con tanto di partita Iva. Questi precari, soprattutto giovani, lavorano sempre per la stessa azienda e quindi sono a tutti gli effetti lavoratori dipendenti, però compaiono come professionisti autonomi, così non bisogna pagargli tredicesime, malattie, ferie e li si può licenziare quando non servono più.
Poi ci sono i finti “lavoratori a tempo determinato”. I loro contratti durano qualche mese e poi vengono rinnovati. Così anche se fanno lo stesso lavoro di quelli regolarmente assunti e con la stessa continuità li si può far passare per lavoratori “a contratto”, negargli ogni diritto, pagarli molto meno del dovuto e tanto per cambiare cacciarli senza sforzo quando si vuole.
I precari, e soprattutto i giovani, accettano queste condizioni perché vivono sempre sotto ricatto. Quella minestra la devono mangiare, altrimenti vengono cacciati e perdono anche quel poco che hanno.
Finora gli restava uno strumento: se venivano cacciati potevano intentare causa di lavoro. Ora non lo potranno più fare, perché il datore di lavoro rinvierà il rinnovo del contratto sino a quando non sarà sicurissimo che non sia stata intentata la causa. Il ricatto diventa permanente, eterno.
Per i contratti già scaduti, il termine dei 60 giorni a partire dal 24 novembre equivale a una sanatoria. I giovani che pensavano di avere un tempo illimitato per impugnare il contratto scaduto dovranno ora farlo di corsa e senza avere neppure le informazioni necessarie, oltretutto con il Natale di mezzo. E' facile prevedere che moltissime di quelle cause finiranno nella pattumiera.
Tra tutte le pessime leggi dei governi Berlusconi questa è una delle più indecenti, perché colpisce soprattutto i giovani e perché vuole freddamente togliergli la speranza di poter mai far valere i loro diritti e di costruirsi una vita migliore. E' una legge ispirata dall'odio e dal cinismo.
L'Italia dei valori non intende accettare questa legge che calpesta il diritto. Il 10 dicembre, nel corso della grande manifestazione che stiamo preparando a Bologna, presenteremo la nostra campagna di resistenza e illustreremo gli strumenti che la nostra Consulta giuridica sta mettendo a punto per reagire a questo sopruso.
Io credo che resistere sia non solo possibile ma doveroso. Lo dobbiamo ai nostri giovani, ai lavoratori e al nostro senso della giustizia.
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19 Novembre 2010
Fuori dal palazzo con gli operai
Stamattina, insieme al responsabile del Lavoro dell’Italia dei ValoriMaurizio Zipponi, sono andato di fronte alla porta 20 della Fiat Mirafiori a Torino perché, mentre nelle sale della politica si tessono trame e si acquistano parlamentari come al mercato, è qui che bisogna stare: con l’Italia reale, con la gente che lavora e che paga i costi di questo governo ogni giorno sulla propria pelle.
Agli operai della Fiat abbiamo illustrato la legge che abbiamo appena presentato sulla democrazia nei posti di lavoro: una legge che vuole restituire ai lavoratori il diritto di scelta e di voto su tutti gli accordi che li riguardano e che invece molto spesso passano sulla loro testa.
Abbiamo denunciato l’irresponsabilità della Fiat e del governo, che continuano a ciurlare nel manico senza dire chiaramente cosa vogliono fare della più importante industria italiana, che secondo noi italiana deve assolutamente restare. Non è accettabile il ricatto per cui o gli operai fanno come vuole Marchionne oppure gli stabilimenti verranno trasferiti all’estero. E’ una posizione inaccettabile sul piano della democrazia e della difesa dei diritti dei lavoratori, e secondo noi ha anche aspetti di illecito penale.
Il governo ha responsabilità altrettanto gravi. Invece di fare il suo dovere e convocare immediatamente un tavolo di trattativa, fa finta di niente e ignora anche le proposte di legge che noi dell’Idv abbiamo presentato per alleviare il peso della crisi sui lavoratori: la detassazione delle tredicesime e il raddoppio della cassa integrazione ordinaria, che andrebbe portata a 104 settimane.
Infine abbiamo riproposto agli operai di Torino le stesse domande che avevamo già rivolto a Marchionne in una lettera aperta. Perché in Germania, grazie a un accordo con i sindacati, l’industria dell’auto sta investendo in produzione qualificata e in Italia ciò non è considerato possibile? Perché in Francia il governo Sarkozy ha impedito alla Renault di trasferire gli stabilimenti in Turchia e in Italia il governo è cieco e muto? Perché negli Usa Obama ha vincolato gli aiuti alla Chrysler alla costruzione di auto a basso impatto ambientale e in Italia condizioni del genere non vengono mai poste?
Perché un operaio italiano deve prendere solo 1200 euro netti al mese per 40 ore di lavoro alla settimana mentre quelli tedeschi ne ricevono 3000 per 35 ore? Perché, nonostante gli immensi aiuti pubblici, la Fiat può decidere di chiudere lo stabilimento di Termini Imerese, licenziando 2000 lavoratori senza che il governo faccia niente? Perché a Melfi e nella stessa Mirafiori vengono licenziati operai e delegati sindacali solo per aver esercitato il legittimo diritto di critica e di sciopero?
Sono domande che non hanno mai ricevuto risposte. Né da Marchionne né da questo governo. Come sempre, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.
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26 Ottobre 2010
Marchionne non ricatti gli italiani

Marchionne non ricatti gli italiani e non scarichi le responsabilità del fallimento dell'azienda sui lavoratori. L'Italia dei Valori ritiene che l'industria dell'auto con il suo enorme indotto abbia un futuro solo se è capace di innovare i prodotti legandoli alle nuove necessità ambientali e di mobilità delle persone e delle merci. In Italia si producono 650 mila autovetture all'anno e il mercato nazionale ne assorbe oltre due milioni, mentre in Francia e in Germania la produzione nazionale è superiore al proprio fabbisogno, cioè si produce di più di quanto si riesca a vendere. Questi dati mostrano che, per un'industria come la Fiat, capace di investire ben più di quello che è stato dichiarato in ricerca e innovazione e, quindi, in prodotti ad alto valore aggiunto, esistono spazi importanti nel nostro Paese. Oggi la Fiat, percentualmente, sta perdendo sul mercato più di quanto sia il calo medio dello stesso e, da due anni, gli impianti italiani stanno funzionando al di sotto del 50%. Ciò che dichiara Marchionne, quindi, rischia di diventare semplicemente una foglia di fico. Infatti, per coprire l'enorme debito del gruppo, l'assenza di nuovi modelli ad alto valore aggiunto e la perdita progressiva di quote di mercato, l'amministratore delegato della Fiat scarica le responsabilità sui lavoratori.
Marchionne ha affermato che vuole adeguare i salari degli operai a quelli dei concorrenti europei: è cosa buona e giusta. Noi ci auguriamo che sia così anche per gli stipendi dei manager italiani. Ricordiamo, infatti, che l'amministratore delegato della Fiat percepisce 430 volte lo stipendio di un suo operaio e, sulle stock options, paga il 12,5% di fisco mentre un dipendente Fiat paga mediamente il 27%, pur percependo al netto 1200 euro mensili. Queste sono le ragioni che ci inducono a dire che la Fiat non può permettersi un tono ricattatorio nei confronti dell'Italia. è utile che riparta un dialogo con le parti sociali al fine di creare migliori condizioni per gli investimenti e un lavoro che non sia privato dei diritti fondamentali.
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15 Ottobre 2010
L'Italia che non si rassegna

Domani saremo in piazza con la Fiom al fianco dei lavoratori metalmeccanici, degli studenti, dei lavoratori e delle lavoratrici precarie, delle associazioni democratiche e dei tanti cittadini che, come noi, sono preoccupati del crescente attacco ai diritti costituzionali da parte del governo Berlusconi. Un esecutivo che, anche ieri, ha creato allarmismi attraverso le parole del ministro Maroni e che invece dovrebbe garantire la piena sicurezza di una protesta legittima e democratica. Un governo che alimenta il conflitto per nascondere le ragioni del suo fallimento e che è stato incapace di fronteggiare la crisi.
Il sistema di relazioni sociali, infatti, è stato ridotto a un cumulo di macerie: accordi separati inefficaci, ridicoli e talvolta illegali, divisioni astiose tra le maggiori organizzazioni sindacali, la presidenza di Confindustria che non ha rapporto con gran parte delle imprese, piccoli e medi imprenditori lasciati soli a fronteggiare gli alti costi burocratici e le difficoltà di accesso al credito, migliaia di partite Iva e di artigiani costretti a chiudere le loro attività. A tutto questo si aggiunge un'intera generazione che è stata privata del proprio futuro dalla precarizzazione selvaggia, incoraggiata dalle scelte del ministro della disoccupazione e della precarietà Maurizio Sacconi. La verità è una: il governo Pdl-Lega ha fallito e i numeri lo dimostrano. Berlusconi, infatti, aveva promesso un milione di posti di lavoro ma, dall'inizio della crisi al secondo trimestre del 2010, ne abbiamo persi molti di più mentre il tasso di disoccupazione reale è arrivato all'11% se aggiungiamo gli inoccupati. Inoltre, presso il ministero dello Sviluppo Economico, lasciato irresponsabilmente per mesi senza titolare, sono aperti circa 200 tavoli di crisi; molte grandi imprese sono in amministrazione straordinaria o controllata e oltre 200.000 lavoratori non hanno prospettive certe per il futuro. Intanto, sono arrivati a 700.000 i lavoratori in cassa integrazione a zero ore e sta per scadere la cassa integrazione in deroga, in assenza di qualsiasi copertura prevista per il prossimo anno. Insomma, le promesse del centrodestra si sono rovesciate: la produzione ha subito un crollo del 25-30% e il fatturato si è ridotto mediamente del 40%.
L’Italia dei Valori conosce bene questa realtà perché in questi mesi ha attraversato in lungo e in largo il Paese incontrando chi ha perso il posto di lavoro, le tante donne licenziate perché precarie e le migliaia di giovani privi di sostegno e condannati ad un futuro incerto, causato da due decenni di politiche iperliberiste. Per questi motivi, domani, l'Italia dei Valori sarà ancora una volta in piazza: per difendere i diritti di chi non si rassegna, dalle partite Iva che non hanno voce a chi ha un lavoro mal pagato, precario e in molti casi pericoloso, come dimostrano i mille morti sul lavoro ogni anno. Una parola riassume le ragioni della nostra presenza in piazza, sia in questa occasione che in tutte quelle che ci saranno: Libertà. Libertà di lavorare in sicurezza, libertà di fare impresa fuori dall’illegalità, libertà di espressione, libertà di critica e di sciopero.
Antonio Di Pietro
Maurizio Zipponi
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1 Ottobre 2010
Disagi sociali frutto di politiche fallimentari
Guardate! Queste non sono teste matte, non sono terroristi come adesso vogliono far credere quelli che approfittano di quel disperato criminale che ha tentato di aggredire Belpietro per scaricare su chi protesta e su di me quel che è accaduto.
Qui ci sono operai, dipendenti della Fincantieri, appartenenti a tutti gli stabilimenti d’Italia. La Fincantieri non è di un padroncino qualsiasi, ma è dello Stato. Lo Stato è proprietario di fabbriche che fanno lavori di eccellenza e qualità in tutto il mondo. Per tutta risposta li stanno licenziando.
C’è una questione sociale grossa come una casa, c’è una disperazione sociale che sta facendo ribellare il popolo e allora la colpa è di chi denuncia questi fatti? È la mia che nell’Aula del Parlamento ho detto che Berlusconi è la causa di questo male d’Italia? O è del presidente del Consiglio che pensa solo agli affari propri e alle sue società off-shore? E non si cura dell’unica società italiana che è ancora dello Stato, la Fincantieri, che come altre aziende, sta andando in malora per colpa sua?
Si vergognino coloro che vogliono criminalizzare la protesta. Questo governo dovrebbe riflettere sulle sue politiche fallimentari che non portano alla pacificazione sociale.
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29 Agosto 2010
La cacciata del Re Sola
L'Italia va a rotoli, la situazione della scuola pubblica è disperata, i cittadini dell'Aquila sono sul piede di guerra è Berlusconi che fa? Tramite il suo prestanome Alfano, ripropone la legge che gli assicurerà la prescrizione nei suoi processi.
Mandiamoli via con un calcio nel sedere!
I nostri eroi sono i cittadini aquilani che hanno fischiato il rappresentante del Governo che voleva fare passerella accanto alle macerie del terremoto. Macerie che stanno lì a dimostrare le bugie della ricostruzione.
I nostri eroi sono precari della scuola che in questi giorni a Palermo, finiscono in ospedale a causa del loro sciopero della fame. Perchè contestano la distruzione della scuola pubblica. A settembre vivremo sulla pelle dei nostri figli che vanno a scuola la truffa del “fare” berlusconiano. Tremonti e il suo braccio armato, il ministro Gelmini hanno tagliato 8 miliardi di euro. Ma sapete cosa sono 8 miliardi di tagli? Significa tagliare sul personale, 64mila precari che non solo non verranno normalizzati, ma perderanno anni di graduatorie e professionalità. Ma a farne le spese non saranno soltanto i lavoratori della scuola. Infatti questo governo ha cancellato anche tantissime classi della scuola dell’infanzia, in tutti gli asili nido. Lo ha fatto velocemente e impunemente, senza preoccuparsi di rendere la vita impossibile alle famiglie con bambini piccoli. E leveranno il tempo pieno: davanti alle scuole ci sono le file di genitori disperati che cercano di ottenere i pochi posti disponibili. Infine, hanno ridotto le ore delle superiori. Con una ciliegina marcia e indigesta sulla torta: ci saranno aule con 35 alunni, mentre il numero legale è di 26. Così il governo di centrodestra infrangerà sistematicamente le norme di sicurezza, anti incendio e sanitarie. Preparano il più grande licenziamento in massa della storia della Repubblica.
Per questo non staremo con le mani in mano: saremo al fianco dei lavoratori allargando a tutta Italia la protesta contro i tagli alla scuola pubblica già partita in Sicilia, saremo vicini ai cittadini aquilani, appoggiando le loro vertenze e chiedendo in Parlamento che la ricostruzione parti immediatamente, e – a costo di occuparlo, il Parlamento - impediremo l'ultimo colpo di coda del Caimano che presenterà l'ennesima legge ad personam, sul cosiddetto processo breve, che di breve ha soltanto il raggiungimento dell'impunità e non certo della verità processuale.
Sarà la nostra rivoluzione d'autunno per la cacciata del Re Sola.
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2 Luglio 2010
Lo Stato c'è, soprattutto per Mediaset

Quando uno Stato arriva a tagliare 256 euro al mese per la pensione di un disabile e 450 euro per l’accompagno, così come sancito da un emendamento governativo alla manovra, allora lo Stato, inteso come organo che tutela la comunità, cessa di esistere.
Quando uno Stato taglia la cultura e l’istruzione al punto tale che le scuole pubbliche devono ricorrere a collette private per imbiancare un muro, allora lo Stato cessa di esistere.
Quando uno Stato lascia in mezzo ad una strada un terzo dei giovani in età lavorativa, e intanto vuole approvare una vergognosa legge sulle intercettazioni, ha già approvato quella sul legittimo impedimento e vuole estendere il lodo d’impunità anche ai ministri, come già fatto per il Presidente del Consiglio, allora lo Stato cessa di esistere.
Quando uno Stato non incentiva le imprese italiane a produrre nel nostro Paese ma con una pressione fiscale insopportabile del 43,2% (più una serie di dazi, oboli, ive e gabelle che non rientrano in questo computo), le costringe a delocalizzarsi, allora lo Stato cessa di esistere.
Quando potere politico ed economico si saldano per interessi che esulano dal bene dello Stato e dei suoi cittadini, allora lo Stato cessa di esistere.
Quando un’azienda privata come Mediaset, di proprietà del Presidente del Consiglio, dichiara un’esplosione di utili nel primo semestre 2010, grazie all’affossamento del concorrente pubblico, cioè la televisione di Stato, e grazie al conseguente travaso di investimenti pubblicitari che ne deriva, allora lo Stato cessa di esistere.
Quando l’informazione e gli organi di controllo (Antitrust, Consob, Agcom) non garantiscono più gli equilibri democratici e di mercato all’interno dello Stato, allora lo Stato cessa di esistere.
In Italia non c’è più la concezione di Stato e dell’ordinamento giuridico politico che esercita il potere sovrano su un determinato territorio e sui soggetti a esso appartenenti. Siamo in mano ad un governo che si è organizzato in cricche al fine di operare a scopo di lucro personale; che ha snaturato il sistema dell’informazione italiana ridotta a produrre esclusivamente propaganda per mano di burattini privi di professionalità catapultati nei punti nevralgici dell’informazione pubblica e privata.
Ma quando lo Stato cessa di esistere, quando lo Stato non tutela più i propri cittadini, allora ognuno è libero di interpretare le regole come meglio crede, di pagare le tasse nella misura che ritiene equa in relazione ai servizi che riceve, di andare in edicola e agguantare una copia di un quotidiano che già paga tramite i finanziamenti pubblici, di non pagare il canone Rai finché c’è Minzolini. Ma questa non è la strada da prendere.
L’Italia dei Valori vuole costruire un’alternativa che possa salvare il nostro Paese. Nel frattempo, chiunque voglia tutelare il futuro dei propri figli, eviti di investire in pubblicità o di fare affari con le aziende del Presidente del Consiglio, almeno finché questi non avrà affrontato tutti i processi che riguardano lui e le sue aziende.
Berlusconi decida cosa vuol fare da grande, se il Presidente del Consiglio o il faccendiere di famiglia. Ora sta facendo l’imprenditore e utilizza il suo ruolo istituzionale per fini personali.
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25 Giugno 2010
Siamo tutti operai di Pomigliano
L'Italia dei Valori ha aderito allo sciopero generale dei lavoratori e sarà presente in tutte le piazze, insieme alla Cgil, per esprimere il forte malcontento verso la manovra ‘lacrime e sangue’ proposta da questo Governo. Io parteciperò al corteo di Napoli dietro allo striscione “Siamo tutti operai di Pomigliano”. E sarà un modo per esprimere la nostra solidarietà ai dipendenti dell’azienda Fiat, ma anche per ribadire che a Pomigliano si è giocata e si continua a giocare una partita fondamentale per i diritti dei lavoratori. Diritti messi a rischio anche dalla manovra presentata dal Governo che noi abbiamo più volte bollato come iniqua, inutile e dannosa.
Berlusconi e Tremonti hanno promosso, infatti, un meccanismo finanziario che penalizza gli italiani onesti, blocca gli stipendi di chi vive con angoscia la quarta settimana del mese e spreme settori già prosciugati dalle precedenti manovre come quello dell'istruzione e della ricerca. Inoltre, è un provvedimento che toglie fondi alla giustizia, già in ginocchio a causa di altre leggi vergogna, quali ad esempio legittimo impedimento. Allo stesso tempo, lascia invariati tutti gli sprechi, non combatte l'evasione fiscale e deprime i consumi e l'economia.
In queste settimane delicate, rese ancora più difficili dalle pesanti ripercussioni della crisi economica sulla vita quotidiana dei cittadini, il ministro dell'Economia ha trovato il tempo di lasciarsi andare in considerazioni sconclusionate. Alla Berlusconi, per capirci. Tremonti, trattando la manovra con i sindacati, si è chiesto cosa avrebbe pensato Karl Marx delle gesta che il Governo sta compiendo. E la risposta è quella odierna: le piazze d'Italia in protesta.
L'IdV ha già presentato la sua "contromanovra". Abbiamo dato prova a questo Esecutivo che è possibile recuperare, in due anni, molto più di 24 miliardi di euro. Ed è possibile farlo senza vessare ulteriormente i cittadini comuni, gli impiegati da 1000/1200 euro al mese, gli insegnanti, i precari, i cassintegrati. E' possibile recuperare fondi, chiedendo il conto agli evasori, qualche sacrificio a chi ha redditi medio-alti, e soprattutto eliminando gli sprechi. E' possibile farlo subito, ma questo Governo non può. Non può, perché sta al potere grazie al sostegno delle lobby e delle cricche. Perché la forza elettorale del centrodestra nasce e cresce nelle stanze buie degli affaristi. E non certo dalla voglia di cambiare e di affrontare i problemi reali del Paese. Aspetto che emerge oggi proprio dalle piazze italiane.
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9 Giugno 2010
Un candidato premier entro l'autunno
Intercettazioni: Idv occupa l'aula del Senato
Davanti all’ennesimo atto di forza tipico del regime in cui ormai viviamo, i senatori dell’Italia dei Valori risponderanno con l’occupazione dell’Aula di Palazzo Madama sin da stasera. E’ un atto di resistenza in difesa della democrazia e per la dignità delle istituzioni. Protestiamo contro un provvedimento vergognoso che calpesta il diritto di informare ed essere informati, ostacola seriamente la lotta alla criminalità e a tutte le mafie, imbavaglia la stampa, abolendo di fatto l’articolo 21 della Costituzione e nega ai cittadini la possibilità di avere giustizia. E’ la nostra resistenza al dittatore Berlusconi.
Oggi pomeriggio l'Italia dei Valori ha presentato il nuovo portale sul lavoro. Lo abbiamo fatto per rendere credibili le nostre proposte, avvicinandoci al tema del lavoro e del welfare con un approccio inedito: la costruzione di una rete di relazioni dirette tra persone competenti e chi alla politica si avvicina per la prima volta.
Durante la conferenza stampa, alla quale ho preso parte insieme all'onorevole Leoluca Orlando e al responsabile welfare e lavoro del partito Maurizio Zipponi, ho risposto alle domande dei giornalisti presenti circa la situazione attuale del centrosinistra. Di seguito riporto il testo del mio intervento.
La misura è colma. E' giunto il momento di stringere i tempi per la costruzione dell'alternativa di governo. Supplico le forze politiche che con noi vogliono costruire un'alleanza di sbrigarsi, perché arrivare al 2013 non è scontato. Il disagio può da un momento all'altro sfociare in rivolta sociale. Nel territorio ci sono milioni di cittadini sulla soglia della povertà e sulla soglia dell'esasperazione. Il disastro reale arriverà in autunno. A Vasto, in occasione della conferenza programmatica del partito, ci presenteremo con il nostro candidato leader, perché non è più possibile fare come nel Lazio dove alla fine si è detto: chi si vuole candidare? Dai, buttiamo la monetina...
Per definizione noi stiamo dalla parte di Davide, dei più deboli. E ci saremmo anche se non ci fosse quel "Golione" lì, Berlusconi...
Al nostro congresso nazionale abbiamo detto che si deve passare dall'opposizione all'alternativa e per preparare l'alternativa c'è necessità di individuare una coalizione, un programma, un candidato leader. Tuttavia, fino a oggi non siamo riusciti e non riusciamo ad avviare un dialogo costruttivo con le altre forze politiche per costruire insieme la coalizione e la piattaforma programmatica. Per questo pensiamo di dovere lanciare delle proposte concrete, ad esempio sulla manovra e sul lavoro, nella speranza che si possa trovare un punto d'incontro tra diverse realtà politiche in area riformista.
Naturalmente, noi vogliamo costruire una la coalizione, ma, in assenza di vagiti da parte di altri partiti, andremo avanti per la nostra strada. Con l'Udc? E' tutto chiaro: loro vanno dalla parte opposta rispetto a noi e ci auguriamo che il Pd possa rendersene conto e liberarsi di questo fardello. Ma, ancora ieri, ho sentito uno dei leader del Pd dire: "senza l'Udc non andiamo da nessuna parte". Allora, ripetiamo: c'è da fare una scelta di campo, poiché se ci sono due posizioni chiare sono quelle dell'Idv e dell'Udc, uno sta di qua e uno sta di là. Devono scegliere. Magari in fretta.
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3 Febbraio 2010
A sostegno dei lavoratori Alcoa
Mentre il Parlamento e' paralizzato da giorni dalla sterile discussione di leggi sull’impunità da concedere al premier, le piazze si riempiono di lavoratori e disoccupati. Ieri è toccato a quelli dell'Alcoa. In piazza a fianco a loro c'era Italia dei Valori invece del ministro Sacconi o di un rappresentante del governo, come al solito (sempre che possano permettersi di scendere tra i manifestanti...).
Testo dell'intervento
Italia dei Valori vuole essere per una volta vicino al governo se oggi si decidesse, invece di impegnare il Parlamento per le leggi ad personam, di prendere un provvedimento a favore dell'Alcoa, e noi voteremo a favore. Se invece, ancora una volta, pensano di occupare il Parlamento per il legittimo impedimento questi lavoratori moriranno di fame.
Siamo qui per dire che mai come in questo momento c'è la necessità di una coesione sociale, di prendere provvedimenti per i lavoratori che domani non avranno più da mangiare. Mai come in questo momento il governo si deve occupare di questo problema.
E' assurdo che si debba perdere il posto di lavoro perché il governo sta ad aspettare la manna dal cielo. C'è la necessità di prendere dei provvedimenti, adesso e subito.
Oggi, in Parlamento, potevamo votare un provvedimento tutti insieme, maggioranza e opposizione, per dare loro la possibilità di sopravvivere. Oggi, invece, il Parlamento è stato occupato per fare una legge a favore di una persona sola.
Questa è ingiustizia sociale, perché le istituzioni non si occupano del lavoro che non c'è più, delle famiglie che non arrivano a fine mese, degli operai dell'Alcoa, di Termini Imerese e di centinaia di migliaia di persone in difficoltà. Chiediamo al governo che si decida a farlo, prima che scoppi la rivoluzione sociale.
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31 Dicembre 2009
Per un 2010 fondato sul lavoro
Il 2009 tra poche ore sarà alle spalle. In quest'anno oltre un milione di cittadini hanno perso l'impiego ma, se si pensa anche a coloro che lavorano con la partita iva, agli artigiani e a chi è in cerca del primo impiego, la cifra raddoppia.
La disoccupazione in Italia è ad un livello spaventoso e, spesso taciuto, che si aggira intorno al 15%. Questa percentuale equivarrebbe ad un numero ancor più grande di nuclei familiari scaraventati dalla crisi tra la povertà e gravi ristrettezze economiche, il tutto senza che questo governo abbia mosso più di un sopracciglio.
Il nostro augurio di un buon 2010 va a più di duecento aziende che abbiamo tentato di ricordare tralasciandone, sulla carta ma non nel cuore, sicuramente qualcuna.
Dietro questi nomi, e quelli che mancano alla lista, c’è la vera economia italiana, quella di chi si sveglia la mattina presto ed esce per guadagnarsi il pane quotidiano mentre ha in mente l’affitto, il mutuo, l’assicurazione da pagare e non ha il tempo per pensare ad una via o ad un giardinetto da dedicare ad un latitante o alle escort del Premier.
In questi duecento nomi c’è un anno di incontri, di sit-in, di megafoni, di trattative, di tante battaglie che l’Italia dei Valori ha condotto, spesso oscurata da gran parte dei media, cancello per cancello sotto l’afa estiva, la pioggia autunnale, ad ogni ora, nei giorni festivi così come nei feriali.
Il nostro augurio va a tutti i lavoratori onesti, a quelli che un lavoro l’hanno salvato nel 2009, a coloro che invece lo hanno perso, a chi poi lo ha ritrovato, a chi non ha mai avuto nemmeno il primo e a quelli che sono dovuti scappare dall’Italia per averne uno, agli imprenditori che non hanno approfittato della crisi per tagli selvaggi, a quelli che hanno diminuito gli utili pur di non lasciare a casa nessuno.
Un augurio di buon anno all’Italia vera, quella della Repubblica fondata sul lavoro.
Di seguito acune delle oltre 200 aziende che abbiamo incontrato nel 2009. Un augurio ai loro dipendenti e a tutte quelle che non sono in questa lista:
Yamaha di Lesmo - Fiat Mirafiori - Fiat Pomigliano - Fiat Termini Imerese - Fincantieri Castellammare -Fincantieri Palermo - Fincantieri Ancona - Fincantieri Muggiano -Fincantieri Sestri Ponente - Fincantieri Monfalcone - Agile/ex Eutelia di Roma, Napoli, Pregnana Milanese - Sirti istallazioni telefoniche di Torino, Milano, Treviso, Bologna, Roma, Napoli, Palermo - Trafilati Martin di Cuneo - Alcoa Fusina - Alcoa Portovesme - Antonio Merloni di Fabriano e Nocera Umbra - Tenaris di Dalmine e Piombino Rothe Erde di Brescia - Alfa di Arese - Mahle di Volvera - CNH di Ancona - Sevel di Lanciano - Alupex Alupieve di Pieve Emanuele - Answers di Pistoia - Radificil di Pistoia Phonemedia di Novara - Ansaldo Breda di Pistoia e Napoli - Piaggio di Pontedera - Honegger di Bergamo - Schneider di Bergamo - Donora di Bergamo - Sabil di Bergamo - Texfer ex Legler di Bergamo - Tessival di Bergamo - Filatrice di Capriate - Promatech di Bergamo - Linificio e Canapificio Nazionale di Villa D’Almè - Radici tessuti di Bergamo - Brandt Italia ex Ocean di Verolanuova - Ideal Standard di Brescia - Federal Mogul di Desenzano - Cometal di Brescia - Mac-Iveco di Brescia - Tessival di Ghedi - Marzoli di Palazzolo sull’Oglio - Glaston di Bregnano - Giardina di Como - Ratti di Como - CLM di Como - Eridania di Casalmaggiore - Saco di Lecco - Guzzi di Lecco - Ghilardoni cilindri di Lecco - Rompani di Lecco - Grembo di Lecco -MDG di Lecco - Ferretti di Forlì - Stylepack di Olginate -Johnson control di Lodi - Riello caldaie di Lodi - Akzo nobel di Lodi - Paganelli Cinisello Balsamo - Lares e Metalli preziosi di Paderno Dugnano - Ercole Marelli Power di Sesto San Giovanni - Bayer Milano - Roche Milano - Bracco Milano - Nokia Siemens network Milano - Nortel Italia Milano - Electa spa Milano - Italiana alimentari Milano - Ex-Celestica di Vimercate - Cartostrong di Monza - Interfila di Limbiate- Borghi trasporti di Vimercate e Cavenago - Mivar di Abbiategrasso - Cromos tintoria di Cerro Maggiore - Pulisystem di Legnano - Biztiles Bondeno di Gonzaga - Pompea spa di Mendole - Cartiera di Torremenapace - Cartiera della Valtellina di Tirano - Sea Handling di Malpensa - Carlo Colombo di Agrate - Polynt di San Giovanni Valdarno - ENI Livorno - Alfa di Arese - Mecom S.R.L. di Pagani (SA) - Alcar di Lecce - Nuova Tecnoferro di Putignano - SOL.GE. S.P.A. di Rovereto - Mollificio centro Italia di Frosinone -A.M.T. di Moncalieri (TO) - Alenia Aeronavali di Napoli e Pomezia - Alstom Ferroviaria di Savigliano (CN) - Hp di Bari - Imesi di Carini (PA) - Keller di Palermo - ST-microelectronics di Catania - Selfin Caserta - Ixfin di Marcianise - Delphi di Livorno - Severstal di Piombino - Richard Ginori di Firenze - Sabo di Vicchio - Seves di Firenze - Malo S.p.a (FI) - Ma-Mecc di Fucecchio Safilo stabilimenti friulani - Manuli Rubber Ascoli Piceno - ILVA di Taranto Petrolchimico di Porto Torres - Eurallumina di Porto Torres - Ideal standard di Belluno e Pordenone - Carraro di Campodarsego - Marzotto di Portogruaro - Myair di Vicenza - Cablelettra Sud di Benevento - Roccatura di Russotto - Meltem di Arzano Gruppo Ipm - Birra Peroni di Miano - Icmi di San Giovanni a Teduccio - Cablauto di Mariglianella - Bitron di Morra de Santis - Scai Sud di Oliveto Citra - Eds-Hp di Bari -Itierre di Isernia - Finmek di Santa Maria Capua vetere e l'Aquila - Oerlikon di Porretta Terme - Montefibre di Venezia - Alpi Eagles di Venezia - Safilo di Venezia - Ispra Roma - Videocon di Anagni - gruppo Malavolta di Ascoli Piceno - Transcom di L’Aquila - Atr di Colonnella Natuzzi di Matera, Bari e taranto - LASME di Melfi - Fiat-Sata di Melfi -Lames di Chiavari - MCT (Porto Gioia Tauro) - Adapto di Chiavari -Frigomar di Marasco - Fpl trade di Sestri Levante - Italflex di Marasco - Cartello di Marasco - Versari & Delmonte di Rapallo - Industria di Leivi di Marasco - Filmec di Sori - VASI srl di Teramo - ASSEMBLY srl di Chieti - Leomar srl di Poggiofiorito - LTA Meccanica di Chieti - Silver Car di Avezzano - Supermercati PAM de L'Aquila - Teknolamiere di Chieti - bentley security (AQ) - Sitindustrie- ex Tonolli di Sulmona de L'Aquila - Technolabs de L'Aquila - SAT – Catania - Ave Industries di Spinea (Venezia) - Vinyls di Porto Torres - Glastom di Bregnano - Lanificio Veneto di Treviso - Nuova Pansac di Venezia - Aprilia di Venezia - San Benedetto di venezia - Speedlene di Venezia - Visibilia di Venezia - Nuova Sirma di Porto Marghera - Montefibre di porto Marghera - Solvay di Rosignano e Bussi sul Tirino - Officine Beltrame di Porto Marghera - SPX Parma - Berco di Ferrara - Vm Motori di Ferrara - LyondellBasell di Ferrara - Sielte di Cagliari - Arconotrics Sasso Marconi - pastificio Russo di Napoli - MGM di Crevalcore
Antonio Di Pietro e Maurizio Zipponi
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11 Dicembre 2009
O li ascoltano o si va alla rivolta
Pubblico il video ed il testo del mio intervento durante la manifestazione della Cgil e dei lavoratori che si è svolta oggi a Roma. Berlusconi è come un caudillo sudamericano che pensa che le istituzioni siano sue proprietà. Se il governo continua ad essere sordo ai bisogni dei cittadini, si rischia di andare allo scontro di piazza.
Testo dell'intervento
E' l'ultimo appello che la società civile, il mondo del lavoro e della disoccupazione lancia alla Presidenza del Consiglio perché si occupi del Paese. Siamo molto preoccupati, la gente è esasperata, ogni giorno Roma è piena di manifestanti, ancora oggi siamo in tantissimi, per dire basta. Con l'ottimismo della speranza ci auguriamo che Berlusconi lasci il governo al più presto, prima che le manifestazioni si trasformino in rivolta.
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27 Novembre 2009
Eutelia: l'unica strada e' il commissariamento
Pubblico il video e il testo del mio intervento durante la manifestazione di ieri, 26 novembre a Roma, dei lavoratori Agile ex Eutelia.
Il risultato dell’incontro di ieri e la posizione espressa dal sottosegretario Letta e dal ministro Tremonti, quest’ultima presentata nel corso della puntata di Annozero e in risposta ad una proposta avanzata dall’Italia dei Valori, confermano che l’unica strada possibile per il gruppo Omega è quella del commissariamento.
Il commissariamento permetterebbe di salvaguardare un settore strategico come l’information technology, di conservare le commesse, di bloccare le procedure di licenziamento e, attraverso commissari seri e competenti, cercare interessi industriali, che in Italia ci sono, per poter condurre fuori dal tunnel i lavoratori, ai quali devono essere nel frattempo garantiti gli ammortizzatori sociali.
Quello di ieri è solo un primo passo compiuto verso l’obiettivo di garantire i lavoratori del gruppo Omega, perciò l’Italia dei Valori continuerà a sostenerli e già lunedì, a Milano e Novara, sarà a loro fianco. I tribunali coinvolti dalle procedure previste dalla legge per arrivare al commissariamento devono infatti comprendere che si tratta di una emergenza nazionale.
Testo dell'intervento
Siamo qui per costringere questo governo ad assumersi le sue responsabilità. Abbiamo protestato per ore davanti Palazzo Grazioli, dove Berlusconi si era riunito con i suoi per decidere di portare urgentemente in Parlamento le nuove proposte di legge sulla giustizia che gli servono per risolvere i suoi problemi.
Abbiamo bisogno di giustizia sociale, di lavoro e di occupazione. Qui ci sono migliaia di persone che non hanno più da mangiare, il lavoro potrebbe esserci ma non c'è perché questo governo ha preso fantomatici piani industriali di signori che non hanno alcun piano industriale credibile, e di cui dovrebbero essere sequestrati, in via cautelativa, tutti i beni prima che li facciano sparire. Al contrario, si dovrebbe attuare immediatamente una procedura di commissariamento, affinché il nuovo commissario, nominato dal tribunale o dal ministero, stabilisca un piano industriale che riapra da subito gli stabilimenti, che garantisca gli stipendi, che possono essere garantiti grazie agli ammortizzatori sociali. Bisogna far tornare a lavorare una realtà fatta di professionalità. Se perdiamo queste professionalità ci vorranno quaranta anni per rimetterle in piedi.
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26 Novembre 2009
Alcoa: mazzate di governo
Sul caso Alcoa, il Governo sposta il tema del confronto da quello della politica industriale a quello della cassa integrazione. L'obiettivo che invece dovrebbe perseguire e' mantenere in vita la produzione degli stabilimenti che, in caso di arresto, non riprenderebbero piu' la loro attività.
Il Governo deve garantire, davanti all’Europa, che all’Alcoa siano riconosciute le stesse condizioni di partenza che spettano agli altri produttori europei per quanto riguarda i costi energetici.
L’Italia dei Valori rivolge inoltre all’azienda una richiesta precisa: una volta ottenute pari condizioni di costo energetico, l’Alcoa deve impegnarsi ad investire nel rinnovamento degli impianti in modo da arrivare ad una autosufficienza energetica che sia anche di basso impatto ambientale.
Governo e amministrazioni locali devono infine ricostruire e sostenere tutta la filiera della produzione di alluminio, duramente colpita dalla cassa integrazione. Per questo l’Italia dei Valori continuerà a sostenere la causa dei lavoratori.
Pubblico di seguito il video ed il resoconto stenografico del mio intervento in Aula durante l'interpellanza parlamentare presentata dall'Italia dei Valori sul caso Alcoa.
Testo dell'intervento
Antonio Di Pietro: Signor Presidente, ringrazio il sottosegretario per le indicazioni che ci ha dato e vogliamo ribadire, innanzitutto, al Governo che l'Italia dei Valori, forza di opposizione determinata all'azione politica di questo Governo, non lo è a prescindere, come in questa occasione vuole ribadire. L'Italia dei Valori sa bene che la problematica relativa a questa particolare materia, la produzione di metallurgia non ferrosa, coinvolge il sistema imprenditoriale non solo in Italia, ma in Europa e, in generale, nel mondo. L'Italia dei Valori, inoltre, sa bene che la soluzione deve essere presa all'interno dell'Unione europea innanzitutto, proprio per fronteggiare una sleale concorrenza che proviene da altre parti del mondo dove non ci sono i costi aggiuntivi che i diritti civili impongono alle imprese.
L'Italia dei Valori sa bene anche che quel che è successo oggi non può essere addebitato solo a questo Governo, o, meglio ancora, non è un problema di mala gestione di un Governo.
È un problema che attiene all'evoluzione di questo mercato, per quanto riguarda le fusioni delle grandi società a livello internazionale e, quindi, le ragioni per cui esse vanno altrove, dove la produzione costa meno.
Però, proprio per questa ragione, la prego, signor sottosegretario, di riferire al Governo la nostra parziale soddisfazione, non perché vogliamo criticare, ma perché vorremmo partecipare anche noi e dare il nostro contributo per trovare la soluzione. Infatti, la soluzione, come abbiamo sentito da lei oggi stesso, non ci è stata data. Ci è stato detto che dobbiamo trovare una soluzione, ma non quale essa sia. Oggi ai lavoratori di Alcoa che sono qui fuori non riusciamo a dare una soluzione. Non riusciamo a darla perché l'Unione europea ci ha detto che non bastano i VPP, ma è necessario trovare un sistema di autoproduzione di energia - così ha detto lei - su cui io concordo.
Credo sia l'unico strumento possibile, ma ciò che noi chiediamo a questo Governo - non me ne voglia, non è una critica distruttiva, ma costruttiva - è di non inserire misure all'interno di questa finanziaria, che stiamo discutendo in questi giorni, che sia il maxiemendamento in Commissione o in Aula non interessa sotto questo aspetto, ma di approvare dei provvedimenti che mettano in condizione il sistema dell'impresa di trovare conveniente investire attraverso il sistema della rottamazione, un sistema di diversi incentivi, un sistema di produzione di energia in sede locale, che metta in condizione l'impresa di trovare nuova energia e ai lavoratori di mantenere il loro posto di lavoro.
Ciò che noi chiediamo - non vogliamo essere noi coloro che mettono il bastone tra le ruote - è che il Governo a questo punto ci dia una proposta di soluzione insieme alla società.
Infatti, dire che l'Unione europea ha ritenuto non sufficienti i VPP, dire che è necessario lavorare nei confronti dell'Unione europea per convincerla ad agire diversamente e di fare anche in questo settore quel che ha fatto per le auto, piuttosto che per le banche e quant'altro, non basta se non diciamo poi in concreto cosa facciamo, come fanno a campare da domani mattina i lavoratori di Alcoa e qual è il piano industriale per potersi mantenere e per poter mantenere l'attività imprenditoriale qui in Italia.
Ciò che manca in questa risposta e che probabilmente mancherà anche nella risposta ai lavoratori di Alcoa è come finisce questa partita. Infatti, al morto ammazzato non importa molto se è morto perché gli è caduta una tegola in testa o perché è stato investito da qualcuno. Al lavoratore che è rimasto senza lavoro non interessa poi tanto se la colpa è dell'Unione europea, del Governo italiano, del passato Governo o dei passati Governi, il suo problema è che da domani non ha più un lavoro.
Ecco perché quello su cui ci permettiamo di dissentire è la mancanza di una proposta di soluzione da parte del Governo sia in questa finanziaria, sia in concreto nella proposta che si intende fare ai lavoratori di Alcoa. Si ha come un sentimento di resa, non si può fare nulla perché l'ha detto l'Unione europea. Su questo forse dobbiamo rivedere un po' tante cose nei confronti dell'Unione europea, per quanto riguarda i due pesi e due misure. Si chiede ai Paesi dell'Unione europea di aprire al mercato globale, senza che l'Unione europea faccia squadra comune nei confronti del resto del mondo per il mantenimento dei livelli minimi di sicurezza nel lavoro, di paghe per i lavoratori, di garanzia per il tempo di lavoro, cioè di quei diritti fondamentali minimi che lo statuto dei lavoratori in Italia e negli altri Paesi d'Europa ha assicurato.
Come vedete, quindi, non è una critica al Governo italiano, semmai è una critica che dobbiamo fare tutti quanti noi, cittadini europei, rispetto a questo modello d'Europa, che vediamo sempre più essere un modello passivo.
Subiamo rispetto alla concorrenza mondiale senza riuscire a fare squadra comune rispetto alla concorrenza mondiale stessa e all'imprenditoria mondiale, e rispetto, soprattutto, alla globalizzazione mondiale che si è tradotta in un sistema di monopoli e oligopoli privati per cui grandi industrie che controllano alcuni specifici mercati a livello mondiale fanno il brutto e il cattivo tempo e stabiliscono loro come si deve vivere e come si deve morire, anche di lavoro.
Per questo vorremmo - e chiediamo - che il Governo faccia sentire la propria voce a livello europeo specialmente nella nuova Commissione europea, che non possiamo più vedere sempre e solo come un'Unione europea dei doveri e non dei diritti.
Ribadiamo il nostro punto di vista per quanto riguarda lo specifico della Alcoa, cioè che quelle che il Governo ha fatto sono promesse generiche; e credo che generiche siano state anche le promesse fatte dai Governi precedenti (di destra, di sinistra o di quant'altro) perché è ovvio che, fino a quando non si formula una proposta concreta ma si dice soltanto che dobbiamo risolvere il problema, ci si muore aspettando.
Mi permetta poi di aggiungere una considerazione, sottosegretario, che riguarda più in generale il problema della situazione imprenditoriale italiana (e non è solo il caso Alcoa, di questo me ne vorrà dare atto): oggi, solo oggi, a Roma sono previste almeno dieci manifestazioni di altrettante imprese italiane, da Eutelia a Omega fino addirittura ai vigili del fuoco.
Oggi abbiamo cioè il sistema della piccola e media impresa che si aspettava una riduzione dell'IRAP e il sistema dei lavoratori che si aspettavano una riduzione dell'IRPEF, una detassazione della tredicesima almeno ed un intervento concreto in questo disegno di legge finanziaria; ma mentre stiamo discutendo in questo Parlamento vuoto, stiamo decidendo sulla legge finanziaria per l'anno prossimo che non stanzia un euro per rilanciare il sistema imprenditoriale italiano!
In queste ore, mentre noi stiamo parlando, ci sono persone disperate sui tetti che non sono individui senza un lavoro specifico, ma sono addirittura ingegneri e dirigenti dell'ISPRA; vi sono cioè in Italia tanti e tanti lavoratori, tante e tante imprese che stanno andando alla malora perché in questo disegno di legge finanziaria manca un'azione governativa nel campo imprenditoriale e del lavoro per rilanciare e risolvere non solo i problemi di Alcoa ma, in generale, quelli dell'imprenditoria, dell'occupazione e del lavoro in Italia.
Per tali motivi - e concludo - l'Italia dei Valori prende atto del fatto che questo Governo ha capito il problema di Alcoa ma che non ha una soluzione per venire incontro ad Alcoa, aspetta che questa soluzione venga al più presto e, fino a quando non verrà, sosterrà le ragioni di Alcoa, di Eutelia e di tutte le altre società e di tutti gli altri lavoratori che in queste ore e in questi giorni sono in mezzo ad una strada per colpa dell'assenza di una politica governativa in materia di occupazione e lavoro (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).
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15 Novembre 2009
Dalla parte dei lavoratori
Sabato una delegazione di Italia dei Valori ha partecipato a Roma alla manifestazione organizzata dalla CGIL a difesa del diritto dei lavoratori di ottenere risposte in questo clima di incertezza economica. Purtroppo questa larga fascia sociale dell'Italia, ossatura di ogni sistema economico, è rimasta orfana di interlocutori politici che sono, nolenti o volenti, cooptati nelle istituzione per discutere di problemi secondari o di leggi per salvare la persona e le aziende del Presidente del Consiglio.
Noi vogliamo che il governo e il Parlamento cominci ad occuparsi dei problemi veri del Paese che sono: l'occupazione; il lavoro; le ditte che chiudono; le persone che non arrivano a fine mese; la cassa integrazione che è finita; la tredicesima che doveva essere detassata e non è stata detassata. Di questo si deve occupare. Non occupare il Parlamento, come è avvenuto fino ad oggi, per la "lunghezza della coda del gatto". E da domani, ancora una volta, per un'ennesima legge ad personam che il governo Berlusconi si sta facendo.
Domanda giornalista: la Finanziaria?
Di Pietro: Non c'è nessuna finanziaria al Senato. C'è stata una legge in cui sono state semplicemente spostate alcune somme da una parte all'altra, ma nessuna somma e nessun intervento è stato fatto per rilanciare l'economia reale; per venire incontro alle centinaia di migliaia di lavoratori che stanno perdendo il posto; alle piccole e medie imprese che chiudono ogni giorno.
L'unica cosa che è stata fatta in questi giorni è quella di occupare il Parlamento per delle leggi in materia di Giustizia che servono soltanto a Berlusconi. E, badate bene, non è vero che servono per abbreviare i processi, ma solo alcuni tipi di processi. Quelli che riguardano gli evasori fiscali, il falso in bilancio e quelli contro la Pubblica Amministrazione: cioè quelli dei "colletti bianchi". Per i colletti bianchi non si devono più fare i processi, per tutti gli altri poveri cristi si facciano anche in 20 anni che tanto non serve a niente.
E' la dimostrazione che questa legge serve soltanto per gli evasori fiscali e a coloro che non vogliono lavorare per un'economia del Paese, ma per un'economia degli affari propri.
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12 Novembre 2009
Il caso Eutelia Agile in Parlamento
Pubblico il video e il resoconto stenografico del mio intervento di oggi in Aula sul caso Eutelia-Agile.
La domanda
Antonio Di Pietro: Signor Presidente, signor Ministro, prima di parlare del caso Mahle e del caso che chiamerei Omega, più che Eutelia e Agile, vorrei partire da una domanda che la prego di rivolgere al Presidente del Consiglio. Egli ha dedicato tutto questo tempo a due prese di posizione: fino a ieri ha detto che non c'era crisi, oggi afferma che la crisi è già risolta. Vorremmo sapere quando e se c'è stata la crisi, secondo il Presidente del Consiglio.
Lo chiedo perché alle dichiarazioni di Berlusconi si frappone una realtà del tutto diversa, una realtà che oggi portiamo all'attenzione del Governo, con riferimento a due casi emblematici di insufficiente azione politica di Governo rispetto a come affrontare la crisi o come affrontare coloro che approfittano della crisi per farsi gli affari loro.
Certo, oggi dobbiamo parlare del caso Mahle e del caso Agile, ex Eutelia. Vorrei ricordare che stiamo parlando di una situazione in cui, su duemila dipendenti, 1.192 sono stati avviati in procedura di licenziamento. Tale è la questione Agile, ex Eutelia, che vorrei ricordare non con parole mie, ma con le parole che una signora del call center di una delle tante ditte controllate, la signora Letizia, mi ha pregato di rivolgere al Presidente del Consiglio. La signora dice: Faccio parte di un gruppo, Phonemedia, con 6.500 dipendenti in tutti Italia. All'improvviso qualcuno ci ha comunicato che siamo passati sotto il controllo di Omega e, dalla sera alla mattina, abbiamo appreso che sono state comprate altre società, per un totale di circa quindicimila dipendenti.
Tutte queste persone stanno andando a casa, tutti si trovano dalla sera alla mattina a dover prendere atto che, a monte delle varie società controllate, è esplosa un'azienda killer, la Omega Spa. L'abbiamo definita killer perché, in realtà, a questa azienda fanno capo due persone molto ben conosciute dagli uffici giudiziari. La prima è il dottor Claudio Marcello Massa, 62 anni, ligure, amministratore unico delle società Agile, Omega e Libeccio. Massa è stato coinvolto in altre vicende simili a quelle di Agile e Omega, di cui ha dato ampio conto alla stampa: nel 2001 quella per il crack della cartiera Arbatax e nel 2008 quella dello scandalo del parco marino Sea Park, in cui centinaia di lavoratori ex Ideal Standard hanno perso improvvisamente il posto. È stato anche amministratore unico di sei società, tutte dichiarate fallite, e ne ha liquidate dieci.
Il 18 settembre 2009, dopo aver acquistato la società, annuncia 1.300 esuberi, perché i lavoratori sono improduttivi.
Quando il Governo ha rapporti con queste persone non gli viene il dubbio che ha a che fare con persone che strumentalmente usano il nome di imprenditore ma, in realtà, sono dei malfattori? Perché poi nella dirigenza del gruppo Omega vi è anche un tale Sebastiano Liori, amministratore unico di quattro società, tutte quattro in fallimento. Anche egli è stato coinvolto nel crack Arbatax. Insieme a loro lavora un tale Giancarlo Tammi, consigliere di Omega, amministratore delegato di Omega Net e di altre due società nonché consigliere di UVT, ovviamente fallita.
Vorremmo anche sapere se vi siete accorti che nei giorni scorsi il deus (diciamo così) di questa congrega, un signore strano strano, Samuele Landi, con un coltello in bocca, con il berretto da marines e con 15 vigilantes ha fatto irruzione in una fabbrica del gruppo Agile e ha letteralmente malmenato gli occupanti, cercando di far sgombrare lo stabilimento. Abbiamo a che fare, cioè, con persone che nulla hanno a che fare con l'imprenditoria ma molto spesso hanno a che fare con la criminalità economica, che è pur sempre criminalità.
Ho voluto fare questa premessa perché, a differenza di quanto pensa il Presidente del Consiglio, credo che la crisi economica ci sia, ma che molti ci marciano sopra. Vorremmo ricordare, che a differenza di quanto ritiene il Presidente del Consiglio, la situazione è molto grave. Infatti, sono stati spesi 716 milioni di euro per la cassa integrazione guadagni dall'inizio dell'anno fino ad ottobre, con un importo che è più che quadruplicato rispetto al 2008. Il dato di crescita della cassa integrazione guadagni, rispetto all'anno precedente, è del 322 per cento, addirittura del 419 per cento per la sola cassa integrazione guadagni ordinaria. Infine, le domande di disoccupazione, nell'anno in corso, superano il milione per la prima volta in Italia. C'è un milione di persone senza lavoro!
Innumerevoli sono le aziende in crisi e innumerevoli sono i licenziamenti che da mesi e mesi attanagliano migliaia di lavoratori. Vi sono, poi, migliaia di lavoratori che si trovano in una situazione precaria e disperata, migliaia di famiglie che si ritrovano, in brevissimo tempo, senza lavoro, senza ammortizzatori sociali e, soprattutto, senza un valido motivo cui attribuire il nuovo stato di disoccupazione. A volte dipende dalla crisi ma a volte, come avete visto, dipende da atti criminali che si svolgono alle loro spalle. A volte, addirittura, per incredibili scelte aziendali come nel caso della Mahle. La Mahle non è un'azienda che sta male. La Mahle sta bene (scusate il gioco di parole). È una multinazionale che ha cinque stabilimenti in Italia. Sono andato a visitare alcuni di questi stabilimenti. Quello di Volvera produce valvole e ne fabbrica di ottime. Aveva delle commesse ottime. È stato fatto solo il gioco delle scatole cinesi e del comprare e vendere. Infatti, dovete tenere presente che la Mahle è una società che produce valvole per il gruppo FIAT che, a sua volta, riceve soldi dallo Stato per poter fare investimenti e per mandare avanti le proprie aziende. Questa società, semplicemente perché ad un certo punto viene acquistata da un tedesco, tratta gli operai come se fossero scarpe da magazzino. Decide di trasferire la produzione in un'altra realtà, pur avendo lo stabilimento, pur essendo in attivo, pur avendo commesse a non finire e pur avendo una produzione funzionante. Semplicemente, decide di andare in Polonia perché sta meglio lì e, come se gli operai fossero merce da magazzino, si mette in liquidazione la società che, come ho già detto, intanto ha potuto funzionare con la FIAT in quanto, tutti insieme nel gruppo hanno preso anche i nostri soldi, quelli dei cittadini italiani.
Cosa intendo chiedere? Intendo chiedere al Governo cosa intenda fare con riferimento a realtà in cui si interviene per finanziarle, agevolarle, introducendo incentivi per la rottamazione e quant'altro. Rispetto a tutto questo, fino a quando possiamo permettere solo la logica del profitto, dell'aprire e del chiudere attività imprenditoriali e lo Stato si fa carico di venire incontro e poi, per ragioni di protagonismo imprenditoriale, semplicemente cessano l'attività, trattando le persone come se fossero delle cose?
Non è la prima multinazionale che abbandona Torino, anche la Dormer di Givoletto lo ha fatto nel 2009, a dimostrazione di come in realtà manchi una politica governativa di tutela, a nostro avviso, e chiediamo invece in questo senso cosa voglia fare il Governo in termini di tutela del posto di lavoro e non soltanto dell'aspetto finanziario e aziendale.
Infatti, a noi che l'azienda FIAT compri una grande casa alla Chrysler in America ci interessa poco se poi il lavoro viene svolto in America ed in Italia, anzi, i posti di lavoro diminuiscono perché la filiera di produzione si trasferisce in America. Non mi pare che facciamo i grandi interessi italiani.
Così avviene anche nel caso di Eutelia. In merito le devo dire una cosa, signor Ministro: io personalmente (e che per farlo io non è cosa da poco) ho telefonato e ho avuto rapporti diretti con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Letta - che devo ringraziare e ringrazio pubblicamente in questa sede per essersi messo a disposizione di un'opposizione che, insomma, non gliela manda a dire a questo Governo - per chiedere formalmente la costituzione di un tavolo per la vicenda Eutelia-Agile.
Qui non possiamo farci prendere in giro da un gruppo di persone che alla fine non sappiamo nemmeno più chi sono, perché tra una cessione d'azienda e l'altra, tra un trasferimento d'azienda e l'altro, cambiando 3 mila nomi, adesso vi è solo una cosa certa: che da luglio tutto va a finire a due fondi immobiliari inglesi, ossia Anglo Corporate Management e Rest Form Ltd.
Chi sono? Ho parlato con il sottosegretario Letta ed egli mi ha detto che ho ragione, ma che neanche loro riescono a capire chi sono. Ma allora mandiamo i carabinieri, perché il problema non è più soltanto di persone che stanno andando incontro alla disoccupazione. Sono spariti e non si sa più che fine abbiano fatto i TFR di anni e anni di lavoro; stiamo parlando di milioni e milioni di euro che gli operai hanno già pagato.
Quando facevo il pubblico ministero mi ricordo di tanti pseudo-imprenditori che compravano aziende in crisi (facevano di mestiere proprio questo), compravano attività e passività; le attività se le mangiavano e andavano a finire in un trust all'inglese, mentre le passività rimanevano tutte lì, sulle spalle dei lavoratori, sulle spalle del Governo e sulle spalle dell'erario pubblico.
Allora, la domanda che facciamo è molto chiara ed interviene su due fronti: il primo, in particolare fa riferimento specifico a queste vicende Eutelia-Agile. Chiediamo formalmente che il Governo domani mattina convochi le parti sociali e per la prima volta riceva i lavoratori di Agile ed i lavoratori di ex Eutelia. Li riceva (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)!
Per la prima volta prenda queste persone e le assicuri alla giustizia se non si presentano perché si dovevano presentare lunedì. Non si sono presentati, hanno assicurato - non solo a me, ma al Governo stesso - che entro lunedì avrebbero pagato gli stipendi e invece gli stipendi non li pagano ancora.
Soprattutto il Governo risponda alla domanda su dove sono i fondi del TFR: li sequestri! Io ho fatto un esposto alla procura della Repubblica per questo, perché ritengo che ci siano gli estremi per la procura della Repubblica di intervenire. Certo, è il Governo che deve intervenire prima, per salvaguardare le maestranze, perché non si deve buttare via il bambino con l'acqua sporca attraverso soltanto un'indagine penale che chiude un'azienda che invece può produrre bene.
Vorrei ricordare a me stesso e a tutti che stiamo parlando di aziende di altissima professionalità, di aziende che producono software, che producono in ingegneria, di persone che hanno una tale professionalità, un tale avviamento e un tale know-how che a perderli non ci rimettono soltanto quei 10 mila lavoratori che adesso sono andati a finire sotto il cappello di Omega e che invece provengono da Bull, da Olivetti, da Phonemedia, ma è tutta l'economia italiana che ne risente. Infatti, come le ricostruisci 15 mila professionalità, 15 mila persone che sanno lavorare e sanno fare di tutto e di più?
Io mi ricordo - concludo, signor Presidente - quando ero magistrato si avviava l'informatica nei Ministeri, parlavamo con i tecnici di Bull, di Olivetti. Oggi immaginiamo tutti questi che vengono diretti e guidati da persone che di mestiere fanno i «fallimentatori» di società, inventiamoci questo nome! Ecco, mi pare poco. Chiedo al Governo che cosa vuole fare a riguardo (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).
La risposta
Paolo Romani (Viceministro dello sviluppo economico): Signor Presidente, rispondiamo alle interpellanze congiuntamente in quanto le stesse vertono sostanzialmente sul medesimo argomento.
Il Ministero dello sviluppo economico è a conoscenza e ha seguito con grande attenzione le vicende della società in questione che attualmente sta affrontando un periodo di grave criticità. La società Eutelia è stata costituita nel 1999 e ha come oggetto sociale la fornitura di servizi per lo sviluppo, la realizzazione, la prestazione e la distribuzione di servizi via Internet ed altri mezzi informatici e di telecomunicazione.
Il presidente del consiglio di amministrazione della società Eutelia ha rappresentato le difficoltà produttive e gestionali, con particolare riferimento al settore IT (information technology) nell'ambito di interlocuzioni con il Ministero dello sviluppo Economico.
L'Azienda, dopo aver dichiarato la volontà di dismissione del ramo IT, nonostante l'invito del nostro Ministero a ricercare soluzioni alternative, contestualmente ha dato luogo al passaggio di proprietà del ramo denominato Agile. Peraltro, la citata cessione con la quale veniva previsto il trasferimento dei lavoratori da Eutelia ad Agile, fu valutata positivamente anche dalle organizzazioni sindacali di categoria.
Tale operazione, pertanto, è avvenuta al di fuori delle sedi governative e senza che fosse data alcuna comunicazione alle istituzioni.
Le conseguenze di queste azioni sono evidenti: non sono stati pagati gli stipendi dei lavoratori, le commesse stanno scemando e vi è una notevole tensione sociale in tutto il territorio nazionale, che in alcuni punti è sfociato in fatti gravi.
Il Ministero dello sviluppo economico ha, in più occasioni, esercitato il tentativo di avviare un confronto sulle prospettive industriali, purtroppo con scarsi risultati, sia per il continuo mutamento degli interlocutori imprenditoriali, sia per la tensione generata dal mancato pagamento delle retribuzioni. Il nostro Ministero condivide, pertanto, le preoccupazioni degli onorevoli interpellanti e sta facendo e farà il possibile per sviluppare tutte le iniziative più adeguate, finalizzate a risolvere positivamente la vicenda, pur nella consapevolezza di non avere adeguati mezzi per poter incidere su politiche che rientrano nelle scelte di autonomia aziendale.
Si fa presente, inoltre, che gli uffici competenti del Ministero dello sviluppo economico sono pronti ad attivare con la massima rapidità, ove ne ricorrano i requisiti, la procedura di amministrazione straordinaria. In queste ultime ore, il Governo si sta attivando per riportare il confronto ad un livello accettabile, evitando che le tensioni, oggettivamente generate da comportamenti gravi della direzione aziendale, creino situazioni non più controllabili.
Relativamente, invece, alla situazione dell'azienda Mahle, si comunica che il management ha avviato lo scorso 24 settembre la procedura di mobilità per tutti i dipendenti del sito di Volvera. In tale impianto si producevano valvole per la Aftermarket. La capacità produttiva era di due milioni di pezzi all'anno, ma nell'ultimo anno si è ridotta del 50 per cento.
Il Ministero dello sviluppo economico è a conoscenza degli incontri tenutisi presso l'assessorato al lavoro della regione Piemonte. In tale sede, l'azienda ha confermato la disponibilità a ricorrere a strumenti di ammortizzazione sociale alternativi alla mobilità e a valutare la possibilità di ricollocare i lavoratori presso altre unità produttive del gruppo in Italia. Il Ministero dello sviluppo economico conferma la propria disponibilità a convocare un tavolo qualora le parti lo richiedano.
La replica
Antonio Di Pietro: Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, quando lei ha finito di parlare mi è venuto spontaneo di dire: «Tutto qui? E la Madonna!».
Non so se lei, onorevole Romani, sa bene di cosa stiamo parlando, perché ci ha letto una letterina che non ci azzecca proprio niente con il problema reale (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)! Stiamo parlando di migliaia di posti di lavoro e di migliaia di persone che attendono una risposta dal Governo e dal Presidente del Consiglio! La prima cosa che noi chiediamo in realtà lei ce l'ha detta e gli e ne diamo atto: Noi non sappiamo niente, non c'azzecchiamo niente e non sappiamo fare niente. Allora, questa è una patata bollente che deve gestire la Presidenza del Consiglio, perché voi non avete né la conoscenza, né la competenza, né la capacità (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)!
Non so se vi rendete conto: abbiamo a che fare - lo ripeto per l'ennesima volta - con migliaia di persone, che in anni e anni di lavoro hanno acquisito una capacità incredibile in materia di tecnologia e di informatica. Sono persone che gestiscono il software, l'informatica, della Camera dei deputati, del Ministero dell'interno, dei servizi segreti, della giustizia, di tutte le istituzioni italiane, che, tra passacarte e trasferimenti di aziende, stiamo dando tutto questo in mano a dei delinquenti (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori), che di mestiere, come già altre volte è stato dimostrato, fanno una sola cosa: comprano delle società in difficoltà, si fregano il TFR dei lavoratori, si fregano la proprietà immobiliare, si fregano i soldi, se li portano all'estero e poi lasciano con un cerino in mano - non è un cerino questo - i lavoratori italiani!
Non è possibile una cosa del genere, non è possibile che il Governo stia lì a guardare. Come ha detto lei, sottosegretario, se i lavoratori della Mahle lo chiedono, facciamo un tavolo. Ma come lo chiedono? Stanno lì in mezzo all'acqua a fare sciopero, sono lì disperati. Che devono fare? Come lo devono chiedere? In ginocchio? Ci sono lavoratori che chiedono aiuto a questo Governo.
Allora, gliene dico un'altra: mentre voi non sapete cosa fare, il Parlamento - lo diciamo all'opinione pubblica che ci ascolta - nelle prossime settimane è impegnato nella prescrizione per i reati di Berlusconi. Il Parlamento non può occuparsi di fare leggi e provvedimenti in materia finanziaria, imprenditoriale e di rilancio dell'attività produttiva. Siamo impegnati, dobbiamo occuparci della prescrizione e dei procedimenti di Berlusconi! Allora, sappia che, mentre voi state bruciando Roma, Sagunto viene espugnata. Sappia che non vi è solo l'Agile, ex Eutelia, non solo la Mahle, ma anche: la FIAT di Termini Imerese, dove 2 mila lavoratori se ne stanno andando a casa; la FIAT di Pomigliano, che occupa almeno 8 mila lavoratori; la Dalmine di Livorno e di Bergamo, che vuole ridurre gli organici di 1.300 lavoratori; i cantieri navali di Castellammare di Stabia e di Palermo, dove sono 4 mila i lavoratori che vanno a casa; il settore chimico di Porto Marghera e di Porto Torres in Sardegna, con altre migliaia di lavoratori; la Bacchi-Iveco di Brescia, che intende chiudere produzioni tuttora competitive; la Merloni di Fabriano, con importanti insediamenti anche in altre regioni, che occupano attualmente 3 mila e indirettamente 5 mila dipendenti, e li vuole chiudere; i quattrocento lavoratori della Manuli di Ascoli Piceno, e così via. Abbiamo a che fare con centinaia di migliaia di lavoratori che non arrivano a fine mese!
Vogliamo sapere da voi qual è il piano lavoro, il piano impresa, che cosa intende fare il Governo in materia di economia. Una delle cose di cui più accusano noi dell'Italia dei Valori è che ci occupiamo troppo di giustizia. Ebbene, lo dico al Presidente Berlusconi: non vorrei più parlare di giustizia. Non vorrei parlarne più, vorrei parlare un po' di lavoro, di occupazione, di sviluppo economico (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)! Non è possibile che ci dobbiamo occupare sempre di giustizia, perché voi solo questi provvedimenti portate in Parlamento. Ma se risolveste i problemi della giustizia saremmo pure contenti. Addirittura, l'unica cosa che cominciava a funzionare in materia giudiziaria era l'informatica della Bull e della Olivetti, quella degli operai della ex Eutelia, e adesso li mandiamo a casa! Così fate i processi più brevi, togliendo l'informatizzazione ai tribunali? Ma come funziona questa cosa? Viene da piangere, è ridicolo, se non fosse drammatico.
Vi rendete conto che non è tanto il lavoratore in sé, ma si perdono commesse. Se stiamo fermi, aspettando che intervenga la mano di Dio, intanto le commesse sono vinte da altri. Chissà dove vanno a finire e si deve ricominciare tutto daccapo. Non solo: si perdono professionalità. Intendo dire che, ad esempio, il lavoro di mio padre lo poteva fare qualche altra persona, perché zappava la terra, ma questi lavoratori hanno una professionalità e devono essere competitivi in ogni momento.
Il software si aggiorna di giorno in giorno, e dopo tre mesi è già vecchio!
Sottolineo il rapporto fiduciario che ci dev'essere tra chi fa questo lavoro e la pubblica amministrazione: ma voi immaginate, dare in appalto la gestione informatica dei servizi segreti del Ministero dell'interno ad aziende che vengono comprate non si sa da chi? Anzi, si sa: con dei casellari giudiziari e dei procedimenti penali a carico che Dio ce la manda! Ma come si fa ad aspettare che ci chiamino? Ma come aspettare che ci chiamino?
Ecco perché dico che c'è da porre un problema enorme di compatibilità di questo Governo con la crisi economica italiana: la crisi economica c'è a livello mondiale, ma che cosa fa questo Governo?
Mi faccia allora un favore, signor Ministro, dica al Presidente del Consiglio, appena si fa vedere qualche volta, glielo dica, tra un ritorno dalla dacia e l'altro: abbiamo bisogno di concentrare le poche risorse disponibili non sul ponte sullo Stretto di Messina, non per fare l'autostrada in Libia (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori), non per sistemare un po' di lobby finanziarie; abbiamo bisogno che quei soldi, in un piano vero di rilancio del Paese, un piano economico, fiscale e finanziario, servano innanzitutto per raddoppiare la cassa integrazione da 52 a 104 settimane, perché fra poco anche quelli in cassa integrazione dovranno andare a casa, perché non hanno più niente! Per alleggerire il carico IRPEF sui redditi bassi e medi, perché non c'è niente da fare: se non togliamo almeno l'imposta sulle tredicesime, come pensate che si rilancino i consumi?
Per allentare il Patto di stabilità sulla spesa delle province e dei comuni, quelli che almeno sono in regola! Per pensare alle piccole imprese e all'artigianato, che almeno pagano l'IVA, quando riscuotono la fattura! Questa si chiama estorsione statale, prendersi l'IVA senza prendere la fattura! Che almeno per le piccole e medie imprese vi sia la deduzione del costo dei lavori dall'imponibile IRAP! Che almeno i lavori a tempo indeterminato siano più convenienti per l'impresa, perché si pagano meno tasse e quindi l'imprenditore è in qualche modo portato al lavoro a tempo indeterminato invece che al lavoro precario!
Insomma, c'è bisogno di intervenire per fare in modo che l'impresa sana, l'impresa pulita possa essere competitiva e possa svolgere il proprio lavoro, e che il lavoratore si possa sentire protetto, tutelato da questo Stato: che non è una merce di magazzino «usa e getta», come vogliono fare quelli della Mahle. Che c'è bisogno in definitiva - e concludo, signor Presidente - di un Governo che metta al primo posto coloro che vogliono portare avanti questo Paese, non gli speculatori, non gli evasori fiscali, non quelli beneficiati da questa nuova invenzione, che chiamano processo breve ed è invece prescrizione assicurata, per cui l'Italia va in mano ai malfattori; ma capisco che così facendo dovremmo cominciare da qui dentro, dal Governo, a toglierne tanti e mandarli a casa (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori - Congratulazioni).
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21 Settembre 2009
L'appello disperato di Giovanna
Quella operata nella scuola dal ministro dell'Istruzione Mariasella Gelmini, dicastero che rinominerei della distruzione, è una sorta di pulizia etnica della razza del precariato. Una razza debole, quella del precario che, dopo essere stata vessata dal mondo del lavoro, pubblico e privato indifferentemente, ora riceve il colpo finale dallo Stato che dovrebbe proteggerla.
Il governo per distribuire milioni di euro alle imprese amiche è costretto ad adottare espedienti da illusionista e, dove non può giocare con gli stessi soldi spostandoli da una parte all'altra per ingannare i cittadini (come è avvenuto per gli aerei di legno di Dudley Wrangel Clarke nella seconda guerra mondiale, utilizzati per ingannare i tedeschi), è costretto a tagliare i rami più deboli: i precari.
Nel settore scolastico nei prossimi due anni ne saranno falcidiati più di 130 mila, tra corpo docente e Ata, ed i numeri sono cautelativi. Gli effetti di questo "sterminio", oltre l'impossibilità a sostentarsi per intere famiglie, saranno devastanti: dall'impoverimento didattico ed educativo allo spopolamento di piccole frazioni e comuni, abbandonati o ridotti ad agglomerati fantasma poichè privati delle strutture d'istruzione della prima infanzia e adolescenza.
Questa riforma la chiamerei con il nome del ministro: la mattanza Gelmini.
Riporto la lettera di Giovanna Nastasi affidatami dalla stessa affinchè la leggessi oggi in Aula alla Camera, così come poi ho fatto (video sopra). Le sue poche righe sono l'appello di uno dei tanti precari nel mondo della scuola e suonano come l'ultima chiamata prima della disperazione. Un appello che non può lasciarci indifferenti.
RESOCONTO STENOGRAFICO:
Signor Presidente, ho chiesto la parola non per dire ciò che pensa e chiede l'Italia dei Valori (l'ha detto prima di me l'onorevole Orlando) ma per leggere un accorato appello che una precaria, la professoressa Giovanna Nastasi di Catania, mi ha pregato di rivolgere al Governo. Mi ha pregato di rivolgerlo a lei, signor Ministro (Gelmini) che non c'è, a lei che dovrebbe venire qui ad ascoltare, ma che sicuramente riceverà tante lettere accorate come quella di questa professoressa precaria di Catania, che scrive:
LA LETTERA
Io sono un'insegnante di lettere e so per esperienza che quello che attualmente sta capitando nella scuola per moltissime persone, per noi insegnanti, per il personale amministrativo e tecnico, per le famiglie, e per la società è una catastrofe; questa è la realtà, una catastrofe, un massacro che è cominciato e continuerà nel prossimo triennio per arrivare alla decurtazione di 87 mila docenti e 44 mila unità del personale amministrativo, oltre ad altro personale che la scuola perderà (20 mila insegnanti e 15 mila addetti al personale amministrativo).
Signor Ministro - insiste e scrive la signora Giovanna - si tratta del più grande licenziamento di massa operato dallo Stato, molto di più di quanto non sia successo con Alitalia e con la FIAT, e questo voi lo volete far passare come una riforma di rigore e di merito; ma lei sa, signor Ministro, che dietro ogni posto in meno c'è una famiglia, magari monoreddito, una donna separata, una donna disperata, una vedova, un mutuo da pagare, figli da mantenere e da far crescere? C'è chi è invecchiato da precario arrivando a 56 anni nell'attesa di una stabilizzazione che non c'è e non potrà avere perché a noi - dice la professoressa Nastasi - non ci riciclano certo in consigli di amministrazione o in poltroncine ad hoc riservate solamente a politici «trombati».
Sono parole che vengono dal cuore, signor Ministro che non c'è, e mi lasci allora continuare questo accorato appello. Scrive la professoressa Nastasi e con lei le 87 mila professoresse Nastasi:
vi rendete conto che certe decisioni vanno a sconvolgere l'esistenza delle persone? In un Paese civile e democratico ogni giorno non ci può essere chi si incatena, chi minaccia di darsi fuoco, chi si barrica, chi si arrampica sui tetti, chi fa lo sciopero della fame, chi va in terapia, chi va in follia. Temo, signor Ministro, che questo sia solo l'inizio.
Giusto per essere concreti, è questo il dramma umano che noi insegnanti e noi mamme - scrive la professoressa Nastasi - sentiamo di farle sapere: trovarsi improvvisamente senza quello che stavi cercando di costruire per anni e anni e non sapere all'improvviso come provvedere alla tua sopravvivenza, a quella dei tuoi figli, alla tua famiglia.
È un terremoto, signor Ministro, una catastrofe.
Certo so - scrive ancora nella sua lettera - quali sono le posizioni del Governo e del Ministro su noi precari: è una piaga ereditata dai precedenti Governi; la scuola non può essere un ammortizzatore sociale; non si può spendere il 97 per cento di risorse in stipendi. Ma, signor Ministro, noi non abbiamo ricevuto né stiamo ricevendo stipendi gratis. Noi abbiamo lavorato e stiamo lavorando spesso in luoghi disagiati. Abbiamo contribuito e contribuiamo a mandare avanti la scuola. Se la scuola deve produrre conoscenza, cultura, i soldi in cosa devono essere spesi se non per pagare chi fa questo lavoro? Non vi accorgete che l'ostilità che notiamo nei nostri confronti e nei confronti del personale non docente è frutto di una campagna di demolizione sul valore del lavoro intellettuale che non può essere misurato in una catena di montaggio comune? Dietro all'attività intellettuale c'è una persona che fa quello in cui crede, c'è la sua paura, la sua fragilità e la sua passione, la sua storia. Insomma, chi insegna porta progresso all'umanità. Non può essere considerato un fannullone, uno che non fa niente, uno che non lavora, non si può trattare la scuola come una catena di montaggio in cui per ragioni tecniche si taglia la cultura come dire si taglia la salute, come dire si taglia la vita.
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12 Settembre 2009
L'alternativa di governo: il lavoro

Alcuni giornali scrivono che l'Italia sta trainando la ripresa economica in Europa. Non so a quali indici matematici o statistici stiano facendo riferimento. La realta', di fronte cui mi trovo ogni giorno girando sul territorio per dare la solidarietà e l'appoggio dell'Italia dei Valori alle centinaia di situazioni critiche delle piccole medie imprese, dimostra che la nostra economia ha bisogno di proposte e soluzioni di effetto immediato.
L'Italia dei Valori, il 18, 19 e 20 settembre, presenterà a Vasto una proposta di programma in 10 punti. Al primo posto il lavoro, come priorità per restituire ai cittadini dignità e capacità di spesa, al fine di rilanciare dal basso i consumi e trainare, quindi, la produzione industriale.
Riporto di seguito gli obiettivi dell’Italia dei Valori in tema di lavoro.
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6 Settembre 2009
Crisi: assenza di una exit strategy

«Ci stiamo giocando il sistema produttivo ed economico». Queste sono le parole del Presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, parole condivisibili che andrebbero pronunciate durante un Consiglio dei Ministri quando si propongono specchi per allodole come le gabbie salariali o la compartecipazione degli utili.
La proposta di compartecipazione ai risultati dell’azienda da parte dei lavoratori, ritengo sia giunta da persone che non hanno lavorato un sol giorno della loro vita. Infatti, chi ha le leve per ottenere i risultati aziendali ha già una parte della propria retribuzione, il variabile, legata alle performance. Inoltre ritengo che l’imprenditorialità sia un elemento che non si può monetizzare su dipendenti ed operai che partecipano alla realizzazione di un risultato la cui paternità ed il cui rischio rimane sulle spalle dell’imprenditore.
Per far ripartire il sistema economico ritengo che, da una parte occorrano paracadute d’emergenza sociale ed imprenditoriale, e dall’altra investimenti strategici, di cui questo governo dovrebbe farsi promotore, e che non contemplano il ponte sullo Stretto di Messina o autostrade nel deserto libico.
Per paracadute sociali intendo, ad esempio, il blocco dei licenziamenti e l’utilizzo dei contratti di solidarietà, il raddoppio della cassa integrazione ordinaria da 52 a 104 settimane, l’estensione degli ammortizzatori sociali a tutti coloro che ne sono privi.
Per le aziende sarebbero invece una vera e concreta boccata d’ossigeno la diminuzione del carico fiscale di qualche punto percentuale, l’eliminazione dell’anticipo imposte, il versamento dell’Iva a 60 gg data fattura, questi ed altri ancora, sono i provvedimenti che l’Italia dei Valori intende lanciare nella sua proposta di alternativa di governo che presenterà a Vasto il 18, 19 e 20 settembre prossimi.
“Non siamo alla catastrofe. Ad oggi i posti di lavoro persi sono pochi, 200-300mila. Può darsi che nei prossimi mesi ci sia la perdita di altri posti, ma niente panico» su questa affermazione della signora Marcegaglia, invece, non sono affatto d’accordo: 300 mila posti di lavoro persi significano più di mezzo milione di persone raggruppate in nuclei familiari senza un reddito, circa un decimo della popolazione.
I disoccupati attuali e quelli che verranno, non si conforteranno con un “no panic” mentre vedono l’aereo su cui son seduti schiantarsi al suolo.
La situazione è grave, dobbiamo prenderne atto, senza minimizzare, per affrontarla seriamente, perchè ciò che crea preoccupazione nei lavoratori e il disagio sociale è la mancanza di risposte tangibili del governo alla crisi.
L’esecutivo, nel contesto critico della crisi, si sta occupando a tempo pieno di contenere la deriva psicologica del proprio leader in una situazione in cui gli operai, per farsi ascoltare, sono costretti a gesta eclatanti che prima o poi sfoceranno in tragedia.
In un Paese civile una crisi economica profonda si risolve convocando le parti sociali e concentrando le istituzioni nella ricerca di una exit strategy, che non contemplerebbe, ovviamente, solo gli affari di famiglia del proprio Presidente del Consiglio...
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22 Agosto 2009
E vissero licenziati e sfrattati

Un interessante articolo del 12 agosto de L’espresso, intitolato "Cacciati dal lavoro. Sfrattati da casa" traccia un profilo aberrante di questa crisi economica iniziata da tempo, ignorata dal governo e che ha colpito soprattutto il ceto medio, ossatura dei consumi di un Paese occidentale, schiacciandolo verso la povertà.
L’articolo descrive il vertiginoso aumento degli sfratti coatti eseguiti da ufficiali giudiziari che ha colpito le famiglie italiane, perché quelle straniere si comprimono in monolocali pur di non perdere la dimora e mantenere il permesso di soggiorno. L’insolvenza negli affitti e nei mutui è cresciuta vertiginosamente, raddoppiata, triplicata, decuplicata, a Modena, Reggio Emilia, Firenze, Bolzano e altre ricche province soprattutto del Centro-Nord dove le piccole e medie industrie hanno seminato migliaia di licenziamenti.
Dopo il lavoro si perde la casa, ma dov’è il governo in questa beffa? Dov’è l’opposizione filogovernativa? Dov’è l’Udc della pietas cristiana?
Il governo Berlusconi ha pensato a tutelare la sacralità della proprietà, di chi possiede ed affitta, ma non ha destinato un cent né per il post-cassa integrazione, durata una manciata di mesi, né per le case dei cassa integrati.
Non ha protetto le famiglie italiane dalla disoccupazione ed ora le getta in mezzo ad una strada invocando l’ottimismo per combattere la crisi. Ma l’ottimismo non riempie il piatto né ti regala quattro mura ed un tetto.
Basterebbe erogare un sussidio d’affitto per un anno o meno, giusto il tempo di recuperare una nuova busta paga per chi dimostra di aver perso il proprio lavoro. Oppure si potrebbe contribuire, anche in parte, all’affitto. O ancora coprire gli interessi dei mutui per un lasso di tempo necessario per reintegrarsi nel mondo del lavoro. Insomma, da una parte si corre in soccorso ai conti comunali del compare Cammarata o si erogano miliardi di euro "a prescindere" per neutralizzare la scissione del Partito del Sud, dall’altra si lascia a secco il motore economico del Paese e coloro che lo tengono in funzione.
Di cosa si sta occupando il partito dei fucili scarichi, la Lega: dell’Inno di Mameli? Dei dialetti a scuola? Delle ronde? Del gioco innocente per bimbo deficiente dal titolo "rimbalza il clandestino"?
Inutile porsi gli stessi interrogativi per il Pdl, perché di cosa si sta occupando questo comitato d'affari lo sappiamo: degli interessi loro, dei loro affiliati ed inquisiti, e di quelli di Silvio Berlusconi.
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14 Agosto 2009
INNSE: la politica del fare
Maurizio Zipponi, ex sindacalista Fiom e responsabile Lavoro e Welfare dell’Italia dei Valori, è stata una delle figure chiave per la soluzione della vicenda INNSE e per quei 49 operai che, seppur una goccia nell’oceano, non andranno ad ingrossare le fila della disoccupazione. La vicenda INNSE rappresenta un esempio di come l’imprenditoria, quella vera, ha vinto sugli interessi speculativi e gli egoismi locali.
Zipponi ha in ogni modo evitato protagonismi politici durante l’intera trattativa per non comprometterla. La sola possibilità che l’Italia dei Valori avesse potuto contribuire al successo dei lavoratori della INNSE, seppur limitato ad una piccola realtà, in ambito sociale ed economico, avrebbe sicuramente destato un interesse partitico che, essendo invece mancato, ha determinato il successo della trattativa tra le parti sociali.
La maggioranza di governo, ed i suoi media, sembrano quasi delusi dall’esito INNSE: una vittoria degli imprenditori, dei lavoratori, dei sindacati ed ora posso dichiararlo, del lavoro umile e determinato di un uomo che oggi porta il suo prezioso contributo all’interno dell’Italia dei Valori: Maurizio Zipponi.
Non voglio mettere il cappello politico sulla vicenda, tutt’altro. Sono semplicemente felice per quelle 49 famiglie. Ma voglio far sapere ai cittadini che la INNSE è un piccolo segnale, pur sempre positivo, che quando la politica si muove con il dialogo, nel silenzio del fare, senza grandi comunicati e slogan, allora diventa determinante Come è accaduto in questo caso: un uomo dell’Italia dei Valori, che non troverete citato nei giornali nazionali, è stato infatti una delle chiavi di volta di questa vicenda a lieto fine.
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13 Luglio 2009
L'istruzione è per tutti, ed è pubblica

Mercoledì 15 luglio, alle ore 10.30, saremo in piazza Montecitorio al fianco dei lavoratori precari della scuola e parteciperemo al sit in di protesta da loro indetto, per unire la nostra voce a quella dei docenti e difendere l'occupazione e la qualità del sistema d'istruzione pubblico.
Un momento imprescindibile, quello della difesa dell’occupazione, che deve essere sostenuto e tutelato così come il diritto al lavoro è difeso dalla Costituzione.
La scuola è una risorsa fondamentale del Paese ed è nostro dovere difenderla.
I tagli e le riduzioni di organico non possono essere l’esclusivo elemento di una riforma che investe il processo educativo delle nuove generazioni.
Il Governo toglie risorse al settore e si proclama a favore della selezione, ma i problemi antichi restano e le riduzioni degli organici violano le stesse leggi della Stato. In tre anni si storneranno 6 miliardi di euro agli investimenti per la scuola pubblica.
In pratica: 145.000 posti in meno.
Diminuire il tempo prolungato, aumentare il numero degli alunni per classe a 33, in aperto contrasto con le norme sulla sicurezza degli edifici scolastici, far regredire il sistema pedagogico di oltre vent’anni attraverso il reimpianto del maestro unico e l’abolizione della compresenza, significa marginalizzare e dequalificare la scuola pubblica.
I ministri Gelmini, Tremonti e Brunetta stanno perpetrando un disegno criminale da cui il sistema d’istruzione uscirà annientato.
E’ ora che il Governo si assuma le proprie responsabilità e ci spieghi il motivo per il quale vuole trasformare la scuola pubblica in fondazioni, creando un sistema aziendale e verticistico del personale docente, perché taglia il numero di migliaia di insegnanti e personale Ata, perché priva l’istruzione di fondi per le supplenze e per il sostegno ai diversamente abili.
La scuola pubblica è un bene comune che va tutelato e su cui è necessario investire.
Difendiamo il diritto allo studio, all’educazione plurale, alla libertà d’insegnamento, per una scuola che sia finalmente inclusiva, competitiva e soprattutto di qualità.
La scuola italiana deve essere efficiente nel rispetto della nostra Costituzione, la quale garantisce un trattamento uguale a tutti gli studenti, e deve essere contro una riforma che invece favorisce i “paganti”.
Un sistema scolastico ispirato alla qualità, alla libertà, alla laicità e al pluralismo è il più saldo presupposto di uno Stato moderno, ma sembra che l’importanza di una scuola pubblica statale non sia stata compresa dall’attuale governo, che non si accorge di quanto potenziale stia soffocando, con atteggiamento tanto disinvolto quanto pericoloso.
Bisogna promuovere una scuola pluralista, fruibile da tutti: come possono le classi ponte per gli stranieri favorirne l’integrazione e promuovere il rispetto per la multiculturalità?
Non sono forse i giovani i primi e i più pronti al confronto senza pregiudizi e al dialogo costruttivo, in un mondo sempre più simile ad un immenso network?
Se l’accesso alla professione sospenderà il ciclo di specializzazione per gli insegnanti, cosa ne sarà della loro preparazione, a cosa si ridurrà la loro offerta didattica?
Attualmente, in Italia, a maestri e professori non sono garantiti gli strumenti e i mezzi per migliorarsi, né quelli per tutelarsi. E’ inaccettabile questo tentativo di gettare la classe docente verso un futuro di precarietà stagnante. I criteri di adeguamento del numero di insegnanti sono davvero spregiudicati, perché sono ispirati a una logica di bilancio e non agli obiettivi della qualità e del merito.
In questo modo, il problema dei tagli alla scuola pubblica non colpirebbe solo il personale, ma anche le strutture: il 42% degli edifici scolastici non è agibile. Come si può razionalmente prevedere di affollare palazzi pericolanti? E com’è possibile non destinare risorse perlomeno sufficienti per garantirne la messa in sicurezza? Il Governo ha stanziato solo 300 milioni, a fronte dei 14 miliardi richiesti dal responsabile della Protezione civile.
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4 Giugno 2009
Lo share del Clown
L'Italia è stremata, la disoccupazione è in continua crescita, tanto che al Sud è difficile da calcolare, l'Istat parla di un tasso al 30%, con una famiglia su tre che non arriva alla fine del mese.
Il video della protesta degli operatori sanitari in Campania è solo uno dei tanti che potrebbero essere girati ogni giorno in Italia, ma ormai li potete vedere solo su Internet, in Tv domina lo share. E lo share lo alzano i clown, coloro che dipingono un mondo di fantasia, in Tv si evade perché la realtà è troppo dura.
Ogni giorno mi ripropongo di non parlare del corruttore Silvio Berlusconi, ma le sue dichiarazioni quotidiane mi offendono come cittadino e come uomo delle istituzioni.
Gli italiani vorrebbero un Presidente del Consiglio degno di rappresentarli, un Aldo Moro, ed invece ci ritroviamo un fan di Mangano, un pallonaro, un clown, un corruttore, un uomo privo di buon gusto, con il quale Tony Blair non volle neanche farsi scattare una foto, vedendolo in bandana.
Nel solito ‘Porta a Porta’, il suo Parlamento di Stato senza contraddittorio, ha offeso l’intelligenza degli italiani, ribadendo di non temere l’iscrizione nel registro degli indagati per aver trasportato menestrelli e ballerine con aerei di Stato, di essere a conoscenza di complotti orchestrati da Rupert Murdoch, per l’occasione trasformatosi in un manipolatore della stampa internazionale. Berlusconi ha affermato che, per i ricevimenti in Sardegna con uomini di Stato, spende i suoi soldi e non quelli dei contribuenti.
Un mondo inesistente, quello che ci dipinge Berlusconi, frutto di una fervida immaginazione distante mille miglia dal mondo reale. Un mondo che, presentato di fronte a milioni di telespettatori, avvelena l’etica, la dignità, l’onore, l’onestà di un popolo e ne plagia le coscienze.
La realtà è diversa, signor Berlusconi.
Lei non teme l’iscrizione al registro degli indagati, non perché estraneo al reato di peculato ma perché ha il Lodo Alfano che la ‘autorizza’ ad essere un fuorilegge.
Lei vede complotti perché non ammette contraddittorio, urlando ora al nemico comunista, ora al fantasma di Murdoch, contro il quale ha utilizzato la sua posizione nelle istituzioni per avvantaggiare Mediaset.
In Sardegna, a Villa Certosa, magari qualche ambiguo conto l’ha pagato lei per Topolanek, ma con tutti i soldi che deve agli italiani per le concessioni televisive, in comodato praticamente gratuito, direi che sono le briciole di un conto politico che prima o poi salderà per intero.
![]() Stampa e porta con te all'urna l'elenco dei candidati IdV della tua circoscrizione. | ||||
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1 Maggio 2009
Primo maggio
Questa mattina ho partecipato alla manifestazione del Primo maggio a Torino, tra le sigle dei sindacati e le maestranze, in una città simbolo dello sviluppo industriale del nostro Paese.
Oggi più che una festa è un'occasione per ricordare allo Stato, e a chi lo rappresenta, che il lavoro è un diritto inalienabile dei cittadini.
Dedico questa giornata ai 344 lavoratori che da inizio anno hanno perso la vita nell'affermazione di questo diritto. Di questi, ci ricorda Marco Bazzoni, solo 147 sono stati citati dalla stampa nazionale e locale.
Testo dell'intervista a Torino
Antonio Di Pietro: Per noi dell'Italia dei Valori, in questo anno, c'è stato un impegno prioritario in difesa di chi non ha più il lavoro, di chi non lo ha mai avuto e di chi deve mantenerlo. Per questa ragione abbiamo contrastato questo governo che toglie ai poveri e da ai ricchi, che toglie a chi paga le tasse e da agli evasori fiscali, che toglie agli onesti e da ai furbi. Questo Primo maggio deve affermare che il lavoro non è un fatto concesso, ma un diritto costituzionale di ogni cittadino. Ecco perché tra le nostre proposte abbiamo messo al primo posto la tutela del lavoro e l'aumento dei posti di lavoro per chi non ce l'ha.
Giornalista: Che giudizio da all'accordo tra Fiat e Chrysler?
Antonio Di Pietro: Di per se l'accordo è ottimo perché permette ad un marchio italiano di espandersi nel mondo. Vogliamo capire se in termini di posti di lavoro ce li tolgono o ce li mettono. Non vorrei che sia soltanto un accordo che privilegia il capitale e manda a casa gli operai. Noi dell'Italia dei Valori partecipiamo alla festa del Primo maggio perché da sempre siamo in difesa delle fasce sociali più deboli. Per questa ragione vogliamo che la politica economica del governo dia un'attenzione maggiore a queste fasce sociali e non agli speculatori.
UN'AZIONE PER LE EUROPEE

Stampa e diffondi i 12 punti dell'Italia dei Valori.
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27 Marzo 2009
Sicurezza sul lavoro, licenza di uccidere

Il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legislativo che modifica il testo unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, una vera e propria licenza di uccidere che dobbiamo respingere con tutte le nostre forze.
Questo Esecutivo non guarda in faccia a nessuno, nemmeno ai morti sul lavoro. Dopo essersi riempito la bocca di condoglianze, per apparire in TV ai funerali, Sacconi ha pensato bene di indebolire le, purtroppo ancora labili, responsabilità delle imprese sulla sicurezza del lavoro. Già le norme approvate dal governo sulla denuncia ritardata delle assunzioni favoriscono sfacciatamente il lavoro nero e il camuffamento degli incidenti sul lavoro.
Ora con queste norme, varate oggi, si restringe ancora di più l'intervento degli ispettori del lavoro e si indeboliscono e riducono notevolmente le sanzioni per gli imprenditori che non applicano la disciplina sulla prevenzione degli infortuni. E' un vero e proprio colpo di spugna che, nella sostanza, depenalizza il reato di omessa applicazione delle norme sulla sicurezza del lavoro e cancella l'aggravante di questi comportamenti sulla sanzione del reato.
Dopo i fatti della Thyssen Krupp di Torino era evidente che la via maestra da perseguire era quella dell'intensificazione dei controlli, della pulizia degli ispettori corrotti e della introduzione del dolo eventuale nel perseguimento dei comportamenti omissivi delle imprese che sono alla base dell'incremento e dell'aggravamento degli infortuni sul lavoro.
Il governo, per bocca di Sacconi, aveva detto che avrebbe dichiarato guerra agli infortuni sul lavoro. Non aveva detto però da quale parte l'avrebbe combattuta. Ora sappiamo che sta dalla parte degli omicidi.
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14 Marzo 2009
Grandi opere, grandi bluff

Riporto una mia intervista, rilasciata ieri al quotidiano L'Unità, dove spiego l'origine, i percorsi e la destinazione dei 18 miliardi annunciati dal governo per avviare i cantieri delle grandi opere.
L'Unità: Cos’è il piano infrastrutture?
Antonio Di Pietro: «Il governo Berlusconi 2001-2006 fece la Legge Obiettivo, procedure semplificate per grandi opere necessarie».
L'Unità: Che lei ha condiviso?
Antonio Di Pietro: «Che in linea di principio l’Ulivo, tranne qualche resistenza, ha condiviso. Criticammo pero’ il piano perchè il governo aveva individuato una serie di opere inutili e non realizzabili. Servivano 130 miliardi subito, per cominciarle. Altri 200 per completarle. Un libro dei sogni in cui ognuno aveva cercato di metterci il ponte di casa sua».
L'Unità: Nel 2006 vince l’Unione e conferma la legge Obiettivo.
Antonio Di Pietro: «Cercando però di riempirla di contenuti possibili. Come ministro delle Infrastrutture, andando regione per regione dopo aver discusso con tutti i governatori, individuammo 30 miliardi da spendere in cinque anni per una lista di opere scelte dalle stesse regioni perché necessarie ai rispettivi territori».
L'Unità: L’Unità ha pubblicato mercoledì l’elenco di opere prioritarie per la Calabria, soprattutto strade. Nel piano attuale non ne è rimasta mezza.
Antonio Di Pietro: «Appunto. Questo per dire che noi non siamo quelli del “No”, sempre, a prescindere. Ma quelli del fare quello che serve ed è possibile».
L'Unità: Priorità e urgenze invece che sogni grandiosi. Ad esempio?
Antonio Di Pietro: «Il nodo ferroviario di Palermo, ce lo aveva chiesto Cuffaro perché lo considerava fondamentale. Idem per la circumetnea a Catania. Il governo Prodi trovo’ subito, ad esempio, 2 miliardi e mezzo per il MOSE, l’alta velocità Bologna-Milano, il passante di Mestre. Tutte opere consegnate in questi mesi dal premier Berlusconi. Ma le avevamo sbloccate noi, con la legge Obiettivo, con soldi veri, erano priorità e le abbiamo realizzate.
L'Unità: E il ponte sullo Stretto? Berlusconi ha stanziato un miliardo e 300 milioni.
Antonio Di Pietro: «Soldi vecchi, tolti da altre opere necessarie per la Sicilia e la Calabria e riciclati nel ponte. Ecco perchè si lamenta così tanto Lombardo (il segretario Mpa). Quella del Ponte è una storia emblematica. Serve un po’ di pazienza...».
L'Unità: Prego.
Antonio Di Pietro: «Nel 2006, quando andiamo al governo, Sinistra e Verdi sono contrari all’opera e chiedono la rescissione del contratto con la società del Ponte. Chiediamo all’Avvocatura quanto costa la rescissione e ci dicono 388 milioni di euro che Impregilo e il consorzio di imprese avrebbero incassato netti, senza tasse».
L'Unità: Uno spreco.
Antonio Di Pietro: «Totale. Leggo il contratto e trovo il cavillo: manca il progetto esecutivo, Impregilo non lo ha ancora presentato, solo quello costa 60 milioni. Impregilo capisce e fa un passo indietro. Senza il progetto io posso, con un giro di competenze dal ministero dell’Economia all’Anas, stornare il miliardo e 300 milioni già presenti nelle casse della Società dello Stretto su altri progetti viari per Sicilia e Calabria e non pagare alcuna penale».
L'Unità: Un giro di valzer di milioni?
Antonio Di Pietro: «Togliamo soldi a un capitolo come il Ponte sullo Stretto per darne a un altro utile. A cosa servirà il Ponte se la Calabria non ha le vie d’accesso al Ponte?>>.
L'Unità: Berlusconi dice che il Ponte - inizio lavori 2010, fine nel 2016 - porterà cantieri, lavoro, un antidoto alla crisi.
Antonio Di Pietro: «Falso. Primo perchè chissà mai quando sarà cantierato il primo lotto del Ponte: ancora oggi non esiste il progetto esecutivo, sappiamo che ci saranno due piloni davanti a Reggio Calabria ma non esistono calcoli sul cemento necessario. Secondo perchè non ci sono altri soldi. Per gli altri lavori, invece, quelli del nostro piano regionale, i cantieri potevano essere già aperti. I soldi erano già assegnati».
L'Unità: Altri esempi?
Antonio Di Pietro: «Il terzo valico, quel tunnel di 42 km che dovrà collegare il sistema portuale di Genova con la Torino-Lione».
L'Unità: Bello, Genova come Marsiglia e i grandi nodi portuali.
Antonio Di Pietro: «Un altro bluff. Utile al ministro Scajola (che è di Imperia, ndr). Il problema è: dove passerà la Torino-Lione? Ancora non conosciamo il tracciato. E, come ci arrivi a Genova? In motorino? La viabilità è pessima, come puoi pensare di caricarla con altre merci?».
L'Unità: Di Pietro, ci sarà qualcosa di vero nel progetto del governo?
Antonio Di Pietro: «Quattro miliardi, su 18 annunciati, a partire dal 2010. Gli altri 14 li aveva trovati il governo Prodi destinandoli a opere assai più utili».
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7 Marzo 2009
Inadeguato a gestire la crisi
Ieri ero a Napoli per incontrare le maestranze della Fiat, Tirrenia, Atitech, Selfim Ibm, Telecom, ed altre voci della crisi occupazionale che da mesi investe l’Italia. Nessuno di loro è contento di essere in cassa integrazione, si sentono umiliati. Ricevere soldi, anche solo per qualche mese, senza lavorare, per gente che si è alzata negli ultimi trent’anni alle quattro della mattina per l’azienda in cui hanno creduto non basta.
Ieri il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, appariva giustamente preoccupato per la crisi. JPMorgan, in una classifica apparsa su ‘Repubblica’ ci indica come il prossimo Paese in odore di default, di fallimento. Nonostante tutto Silvio Berlusconi oggi tappa la bocca a Tremonti tacciandolo di “catastrofista” e commissariandolo nella gestione del fondo per la ripresa.
Dalla sua tenuta di Arcore il presidente del Consiglio aggiunge che la crisi c’è, ma non è tragica. Siamo un passo avanti, fino a ieri non esisteva neppure. Difatti il governo si è occupato per mesi delle vicende personali del Presidente del Consiglio e dei dirigenti di partito, tra Lodo Alfano e le intercettazioni salva politici.
Silvio Berlusconi è inadeguato a gestire la crisi perché non ne ha preso coscienza, si è troppo arricchito, è troppo distante dalla gente, il massimo aiuto che può dare agli italiani è regalare pacchi di pasta in piazza San Babila trattando i cittadini come pezzenti.
Lo dimostra l’ultimo assalto alla diligenza: il finanziamento del ponte di Messina sarà annoverato tra i favori agli amici di Impregilo se il Paese fallirà. Sorvolo sulla tratta TAV Genova-Alessandria, che è pura menzogna.
Servono opere immediatamente cantierabili che portino reali posti di lavoro subito. Parlare di opere faraoniche, avviabili non prima di quattro o cinque anni, accelera solo le previsioni di JPMorgan, anche se sblocca i finanziamenti per gli amici del quartierino.
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3 Marzo 2009
Le voci della disoccupazione
Per uscire dalla crisi serve prima prendere coscienza della situazione poi applicare un piano di contenimento della disoccupazione e di rilancio della produzione. Il governo deve detassare le imprese ed il lavoro dipendente, fare in modo che le banche siano nella condizione di finanziare la ripresa, istituire ammortizzatori sociali concreti per il 2009, snellire la spesa e l’amministrazione pubblica.
Venerdì 6 marzo dalle ore 15:00 sarò a Napoli in Piazza dei Martiri al fianco dei cittadini. Ci troveremo in una manifestazione pubblica per illustrare le proposte dell’Italia dei Valori per uscire dalla crisi e rilanciare l’occupazione. Lo faremo incontrando le delegazioni dei lavoratori della Atitech di Capodichino, della Selfin (IBM) di Marcianise e della Fiat di Pomigliano d’Arco di cui riportiamo la testimonianza di alcuni dipendenti. Dietro le parole di ciascuna testimonianza si coglie la richiesta di aiuto di cittadini onesti, che hanno dedicato la propria vita professionale alla propria azienda, e che ora, coscienti della forte crisi, chiedono semplicemente di non essere lasciati soli.
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11 Gennaio 2009
Alitalia: cornuti e mazziati
La vicenda Alitalia si avvicina a conclusione. La conclusione è una e una sola: cornuti e mazziati, gli italiani, i lavoratori di Alitalia, i lavoratori degli aeroporti di Milano e di Roma, e tutte le persone che ci rimettono un sacco di soldi e di servizi. Ma non ci rimettono tutti: quindici persone, amiche del nostro presidente del Consiglio, ci guadagnano tantissimo.
Si ripropone il problema di sempre. Alitalia è fallita, eppure su tutte le televisioni vi dicono che è stata salvata. No, è fallita: i debiti di Alitalia, tre-quattro miliardi di euro, sono stati messi a carico del contribuente italiano; i beni e i crediti di Alitalia sono stati ceduti a quattro soldi ai soliti furbetti del quartierino, ben conosciuti all'ufficio anche per problemi giudiziari, persone che in un Paese normale non dovrebbero neanche più fare attività imprenditoriale, e invece vengono nominati Cavalieri nel merito.
Ora che il dramma si è concluso, abbiamo oltre 10 mila persone, che lavoravano in Alitalia, che stanno a terra, e non è colpa loro se Alitalia è fallita. E' fallita perché c'erano degli amministratori che hanno sbagliato la politica di governo di Alitalia, e c'erano i politici che hanno sbagliato a farsi la politica degli affari loro. Ve lo ricordate? Alcuni ministri in carica, che si son fatti fare una linea apposta per loro, magari Roma-Albenga, soltanto perché abitavano da quelle parti. E' chiaro che poi si va in debito. Vi ricordate? Alcuni amministratori vengono buttati fuori, perché incapaci e incompetenti, con ben otto milioni di euro di buona uscita.
Ora che la frittata è fatta, che cosa si può fare? Bisogna innanzitutto modificare la legge che è stata fatta apposta per prevedere l'irresponsabilità di chi ne sta approfittando, cioè: per tutto quello che accade in questo periodo non si è responsabili ne penalmente, ne civilmente ne amministrativamente. Quella norma bisogna toglierla, cosi almeno ognuno può rispondere davanti alla legge.
In secondo luogo, piaccia o non piaccia, bisogna mettere in condizione Cai di mettere in gara l'individuazione del partner per vedere chi offre più e meglio, non per i suoi interessi, ma per gli interessi degli italiani.
In terzo luogo bisogna che colui che ha una concessione la paghi davvero. Questo è un altro problema italiano: si prendono una concessione italiana a quattro soldi, come quelle delle slot e dei servizi a terra, e poi si specula molto sopra.
Credo che in questo momento dobbiamo stare vicini ai lavoratori, che devono avere garantiti i loro posto di lavoro, cosi come ce l'avevano prima, e che non debba passare sulle loro teste quelle che sono le speculazioni di un gruppo di cosiddetti “finanziatori”.
Credo che dobbiamo mettere al primo posto il diritto di ogni italiano al trasporto, anche al trasporto aereo, e in questo senso dobbiamo sapere bene e da subito se Cai terrà in piedi soltanto quelle rotte e quelle linee dove ci stra-guadagna o anche gli altri servizi che comunque servono per far funzionare i servizi di trasporto. Un trasporto che deve garantire tutti i cittadini, e non soltanto una certa fascia, una certa area, e chi può permettersi di pagare certi importi.
Noi dell'Italia dei Valori siamo stati e continueremo a stare vicino ai lavoratori di Alitalia, ai lavoratori a terra sia di Fiumicino e di Malpensa, perché in questa guerra tra poveri preferiamo stare dalla parte dei poveri piuttosto che vederli in guerra tra di loro.
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26 Marzo 2008
La lettera di Giovanna

Ricevo e pubblico la lettera di Portosi Giovanna, cittadina italiana disoccupata da diversi mesi. La situazione di Giovanna merita una particolare attenzione, poiché sta incontrando particolari difficoltà a reinserirsi nel mondo del lavoro.
L'Italia dei Valori ha posto al primo punto della sua proposta di governo il tema del lavoro, attraverso il miglioramento della Legge 30, garantendo reddito e riqualificazione nei periodi di non occupazione e prevedendo agevolazioni fiscali per i lavoratori precari.
"Buongiorno Dott. Di Pietro
non so se questa mia sarà filtrata ho la leggerà personalmente, spero comunque che venga letta e sia fonte di riflessione.
Sabato 22 marzo ho compiuto 52 anni, no, non è la preoccupazione dell’età anagrafica a farmi rabbrividire ma ben cose più pesanti. Da settembre 2007 non ho più percepito il mio salario, il 20 dicembre 07 la ditta per cui lavoravo ha chiuso i battenti ed il 20 febbraio c.a. è stata dichiarata fallita.
Mi sono iscritta all’ufficio di collocamento ma mi hanno fatto capire che se mi cercavo un lavoro da sola era meglio; passo giornate intere a consultare offerte di lavoro ma l’angoscia più grossa che provo è leggere max 45 enne,
se va bene, gli over 50 sono tagliati fuori anche dai corsi per i disoccupati.
Raramente dopo aver inoltrato un c.v. qualcuno si degna di rispondere, non parliamo poi delle agenzie interinali che ormai nascono come funghi, ti attirano con ripetitive inserzioni su vari siti, mi sono chiesta seguendo vari annunci sempre ripetuti da mesi, se non sia uno specchio per allodole, la domanda nasce spontanea, ma hanno una sovvenzione per ogni candidato che annoverano sul loro database? Tipo canili che percepiscono un tot per ogni
animale ospitato?
Porte chiuse per gli ultra 50 enni per il mondo del lavoro, troppo giovani per la legge pensionistica, no, non è che io voglia rimanermene con le mani in mano, sono una donna molto dinamica e il fermo forzato mi sta dando molto fastidio. Sto solo chiedendo di lavorare ma per noi neo vecchi non c’è posto e nessuno che ci tuteli.
Non sono più giovane ne bella, quindi non posso sperare di trovare un ricco nababbo che mi possa mantenere e poi sinceramente mi sentirei un verme a ricoprire questa sottomissione.
Un ulteriore fatto voglio sottoporLe, non ho mai chiesto in 30 anni di lavoro qualcosa all’INPS, il collocamento mi ha suggerito nel frattempo di fare domanda per la disoccupazione, anche li mai nessuno che ti guidi e ti dica cosa occorra a corredo della domanda, con flemma ti scrivono che manca un documento, lo porti e passano i giorni, ti riscrivono dicendoti che manca un altro foglio, per ben 4 volte ho dovuto fare su e giù e siamo arrivati quasi a fine marzo senza sapere se ti concederanno la sovvenzione o no.
Non è giusto! Tanto loro hanno lo stipendio e non comprendono i disagi di chi oltre ad aver perso il posto di lavoro, le mensilità che chissà se riuscirà ad ottenere avendo fatto istanza a mezzo sindacati. Offensivo per chi come me sta passando questa incresciosa difficoltà.
Questo malessere burocratico, il precariato, la mancanza di tutele dei lavoratori, questi dovrebbero essere la leva di una buona politica. Urlo il mio dolore perché non so cosa fare in questi 8 anni che mi mancano per andare in pensione, ho solo bisogno di trovare lavoro per non sentirmi un parassita della società, non chiedo ne la luna ne il sole, solo un mero lavoro, ho 30 anni di bagaglio come impiegata amministrativa, ma la mia esperienza non viene presa in considerazione.
Perché Le ho scritto? Semplicemente perché sono anni che la seguo e la stimo e credo nelle sue parole e nelle Sue lotte.
Colgo l'occasione per augurarle buon lavoro.
Portosi Giovanna."
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18 Febbraio 2008
Michele e Claudio non voteranno il 13 aprile

Michele Truocchio e Claudio Ingoglia non voteranno il 13 aprile 2008.
Nessun telegiornale li ha nominati nelle notizie di apertura, eppure avrebbero dovuto farlo: sono morti anche per noi, sono caduti sul lavoro.
Michele, 44 anni, a Sant’Agata dei Goti in provincia di Benevento, Claudio, 22 anni, a Campobello di Mazara vicino a Trapani, entrambi il 16 febbraio.
Ogni giorno pubblico i nomi di chi è scomparso sul lavoro in questo sito.
Ogni giorno muore qualcuno e quasi sempre di tratta di morti evitabili.
Chi muore lascia dietro di sé famiglie che ricevono un assegno, se lo ricevono, e poi vengono dimenticate. Al centro del dibattito elettorale questa vergogna nazionale deve trovare il massimo spazio. I morti sul lavoro non sono una fatalità.
L’Italia dei Valori ha messo al primo posto della sua proposta di programma il LAVORO con questi tre punti:
- Miglioramento della legge 30 (percentuale massima di precari presenti in azienda al 10%, diminuzione del carico fiscale a carico dell’azienda e del dipendente con contratto a tempo determinato)
- Definizione di agevolazioni per l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro
- Inasprimento delle pene per i titolari di aziende che non garantiscono la sicurezza dei lavoratori con la chiusura dell’azienda nei casi più gravi
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26 Dicembre 2007
Prevenzione e sicurezza, subito!

Ricevo e pubblico una lettera di Marco Bazzoni, rappresentante dei lavoratori per la sicurezza sul posto di lavoro.
"La strage sul lavoro alla Thyssenkrupp di Torino e' ancora viva in tutti noi. Dal Governo Prodi mi sarei aspettato degli atti concreti, purtroppo così non e' stato.
Martedì 18 dicembre nel giro di poche ore sono morti 5 lavoratori (un operaio alla Fiat di Melfi, un operaio di 22 anni a Roma, un operaio 50 enne ad Alessandria, un operaio di 55 anni a Venezia, un carpentiere di 37 anni a Modena). Ieri è morto Rosario Rodinò, il sesto operaio rimasto gravemente ustionato alla Thyssenkrupp di Torino. Aveva solo 26 anni!!! Mi domando :cosa deve ancora succedere perchè il Governo Prodi faccia degli atti concreti per fermare le morti sul lavoro?
Dopo la strage alla Thyssenkrupp sia il Ministro del Lavoro Cesare Damiano, che il Presidente del Consiglio Romano Prodi, non hanno fatto altro che ripeterci che le leggi ci sono, e che basta farle rispettare. Sono d'accordissimo su questo, il problema è un altro: manca chi le deve fare rispettare. Perchè se il Governo non se ne è ancora reso conto, i tecnici della prevenzione delle Asl, che sono gli ispettori che controllano la sicurezza negli ambienti di lavoro, sono 1950 in tutta Italia, con 5 milioni di aziende da controllare. Si è stimato che con il personale che hanno, se dovessero controllarle tutte, ogni azienda ne riceverebbe uno ogni 33 anni. Quindi, che paura possono avere le aziende delle sanzioni, se manca il personale per controllarle? Perchè non si sbloccano le assunzioni, in modo da assumere altri tecnici della prevenzione, per aumentare i controlli per la sicurezza sul lavoro?
E' di Lunedì 17 dicembre la notizia che il Presidente della Regione Campania Bassolino e l'assessore alla Sanità Montemarano hanno riferito di aver adottato una delibera di giunta che ha per obiettivo l'arrivo di 200 ispettori sanitari per la sicurezza sul lavoro. La notizia sembrerebbe strepitosa, ma non è così, perché prevede una riconversione di personale sanitario (le modalità sono del tutto ignote) cui attribuire in seguito la funzione di Tecnico della Prevenzione; con buona pace di tutti i ragionamenti sulla competenza, la professionalità, l'appropriatezza e l'efficacia degli interventi e mortificando le aspirazioni di tutti gli studenti dei corsi di laurea per tecnico della prevenzione. Pensare che solo poche ore fa la Camera ed il Governo hanno accolto l'OdG per lo sblocco delle assunzioni dei Tecnici della Prevenzione. Quindi mi associo al richiamo dell'AITeP (Associazione Italiana Tecnici della Prevenzione negli Ambienti di Lavoro): si all'incremento di 200 TdP in Campania, no alle "facili" riconversioni. Vogliamo l'assunzione di veri Tecnici della Prevenzione.
Inoltre vorrei che la si smettesse una volta per tutte che, quando muore o si infortuna un lavoratore, si dica che si assumeranno più ispettori del lavoro. Gli ispettori del lavoro hanno solo una piccola deroga per quanto riguarda la sicurezza sul lavoro nei cantieri (DPCM 1997). Punto e basta. I controlli per la sicurezza sul lavoro li hanno in mano le Asl (legge 833/78). L'abbiamo detto tante di quelle volte che l'hanno capito pure i muri, ma non il Governo Prodi.
Inoltre vorrei che il Governo fosse chiaro: di questi 300 ispettori del lavoro, solo 75, ripeto, solo 75 sono ispettori tecnici del lavoro che controlleranno la sicurezza sul lavoro nei cantieri, gli altri 225 si occuperanno di regolarità contributiva, cioè alla primaria funzione delle Direzioni Regionali e Provinciali del lavoro. Ovviamente non è solo con i controlli che si risolveranno i problemi della sicurezza sul lavoro, ci vorrà ben altro, però intanto iniziamo con quelli.
Infine, mi appello ai giornalisti perchè questa cosa si dica e perchè si faccia chiarezza una volta per tutte su chi fa i controlli per la sicurezza sul lavoro. E per favore non spegnete i riflettori sul tema della sicurezza sul lavoro. Ora più che mai c'è un grande bisogno di tenere viva l'attenzione.
Marco Bazzoni - Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza."
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18 Dicembre 2007
Stragi senza fine

Si sono spenti i riflettori sui cinque morti alla ThyssenKrupp di Torino, ma i caduti sul lavoro si susseguono in modo impressionante. Solo nella giornata di oggi sono morte altre cinque persone: in una fornace in provincia di Alessandria, in un capannone a Venezia e nella realizzazione di un impianto fognario a Roma e a Vignola e a Melfi.
Questa tragedia quotidiana che nasce da una cultura del lavoro finalizzata prevalentemente, o solo, al profitto e da pene troppo esigue a carico dei responsabili ha bisogno di informazione continua e efficace.
Tra breve nel mio blog e in quello dell’Italia dei Valori saranno pubblicate giornalmente tutte le cosiddette morti bianche: numero, nomi, aziende, motivi. Voglio aprire al più presto una discussione nel governo per discutere la relazione (che esiste) tra precariato e morti in fabbrica e eventuali immediate soluzioni legislative.
Non si può negare infatti che un operaio precario sia ricattabile e costretto ad assumersi rischi per la sua vita per non perdere il posto di lavoro. Inoltre chi è precario e opera per brevi periodi in una fabbrica o in un’azienda non ha spesso né il tempo, né la formazione adeguata per evitare rischi anche mortali.
Articoli precedenti:
Le false emergenze - 9 dicembre 2007
La piaga sociale delle morti bianche - 19 novembre 2007
Sicurezza sul lavoro, il silenzio dei media - 19 settembre 2006
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9 Dicembre 2007
Le false emergenze

Le morti sul lavoro sono definite un'emergenza nazionale. Chi mi legge da tempo su questo blog sa che tutto sono tranne che un'emergenza. Si muore sul lavoro ogni giorno senza interruzione da anni. Il termine emergenza e' l'ultima scusa di chi non ha affrontato un problema. L’emergenza dei rom e' stata un’emergenza ampiamente annunciata prima della morte della signora Reggiani. L'emergenza precari, l’emergenza della malasanità, l’emergenza di una informazione semilibera, l’emergenza del conflitto di interessi, l’emergenza di una giustizia in panne, senza mezzi e bersagliata da continue ingerenze politiche, l’emergenza della attuale legge elettorale, che, lo ricordo, non consente ai cittadini di scegliere il proprio candidato: sembra che il Paese viva di emergenze.
Il termine emergenza è utilizzato come foglia di fico per nascondere responsabilità politiche. Io non mi tiro certamente fuori, anch’io ho le mie responsabilità per non essere riuscito a convincere gli alleati di Governo. In Consiglio dei Ministri ho più volte affrontato le cosiddette “emergenze”, come è testimoniato dai video settimanali che pubblico in questo spazio. Non sempre, purtroppo, ho avuto l’attenzione dei miei alleati. Ho fatto e sto facendo il possibile, ma credo che la soluzione di far cadere il Governo, che spesso leggo nei commenti ai miei post, sia il peggiore dei mali perchè consegnerebbe il Paese nelle mani di chi ha quasi distrutto lo Stato sociale e la libertà di informazione, nelle mani di chi, ne sono certo, completerebbe l’opera.
Continuerò a denunciare lo stato di malessere profondo che tocca molti e diversi aspetti del Paese e a intervenire ogni volta che posso. Il termine emergenza, comunque, mi dà l’orticaria: è insieme un’ammissione di fallimento e di ipocrisia. Sulle morti sul lavoro non c’è nessuna emergenza, ma una volontà politica, anche di questo governo, fino ad ora, di non intervenire.
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19 Novembre 2007
La piaga sociale delle morti bianche

Ogni giorno muoiono nell’indifferenza generale una o più persone durante il loro lavoro, le cosiddette morti bianche.
La dimensione di questa piaga sociale è tale da poter essere considerata una vera emergenza per il nostro Paese, nel solo 2007 si stimano in 1400 i caduti sul lavoro e in decine di migliaia i feriti, spesso con invalidità permanenti.
E’ evidente che quanto fatto finora sia sul piano legislativo che su quello di una maggiore efficacia sui controlli da questo Governo, pur essendo un passo avanti, non basta. E’ necessario avviare al più presto ulteriori misure, tra queste l’aumento del numero di ispettori, oggi ancora insufficiente, molte imprese infatti non subiscono mai una visita, e una diversa gestione degli appalti da parte della Pubblica amministrazione. Le attività sono spesso assegnate dalla PA e dalle società con partecipazione pubblica in appalto ad aziende che, a loro volta, le appaltano ad altre e così via senza nessun controllo reale.
L’ultima azienda della catena è la meno costosa, ma anche la meno attrezzata, ha di frequente lavoratori sottopagati, talvolta in nero, ed è la più esposta a incidenti mortali come purtroppo avviene.
La PA non risponde di questi incidenti, ma di fatto ne è responsabile.
Proporrò di limitare questa catena di appalti e subappalti da parte della PA e, inoltre, che la responsabilità civile degli incidenti rimanga in capo alla PA che potrà eventualmente rivalersi sugli appaltatori.
PS: nasce oggi la nuova newsletter del partito, per chi volesse iscriversi e leggere l'articolo allego il link al sito dell'Italia dei Valori. Il box in prima pagina in alto a destra permette di registrarsi ai prossimi numeri della newsletter.
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12 Ottobre 2007
Lavoro, precarietà, futuro.

Altro tema affrontato a Vasto è quello del lavoro.
"I precari sono circa cinque milioni e mezzo, in prevalenza giovani che non possono pianificare il loro futuro, farsi una famiglia, aprire un mutuo.
Il numero sta crescendo insieme alla fuga all’estero di molti laureati. Le protezioni sociali per queste persone sono inesistenti, la pensione, se l’avranno, sarà a livello di sopravvivenza.
La legge 30 va rivista a favore dei lavoratori, non è possibile che alcune aziende siano fatte quasi completamente da precari con il solo obiettivo di godere di sgravi fiscali. Né che i precari guadagnino molto meno di un lavoratore dipendente.
Il lavoro giovanile è un problema nazionale, una vera urgenza sociale. A questo si aggiunge la piaga delle morti sul lavoro, ogni giorno ci sono dei nuovi caduti per la mancanza di norme di sicurezza, è una vera e propria guerra.
Lo Stato deve intervenire con l’inasprimento delle sanzioni, con un servizio di ispezioni reale ed efficace e non sulla carta come avviene spesso oggi. Chi causa la morte di un lavoratore, di frequente un capofamiglia, per incuria o mancanza di investimenti in sicurezza deve pagarne il prezzo anche con la chiusura dell’azienda.
Un punto qualificante per lo sviluppo del Paese è la creazione di una reale integrazione tra imprese e università, come avviene ad esempio negli Stati Uniti. Innovazione, ricerca e mondo del lavoro devono entrare in sinergia sotto l’impulso di precisi indirizzi e di incentivi dello Stato e delle Regioni per creare nuovi distretti industriali.
Inoltre, la diffusione della banda larga, la liberalizzazione del Wi-Max sono la base per lo sviluppo del Paese, ogni giorno che passa ci allontaniamo dall’Europa che conta.
Se un bambino delle elementari danese o inglese studia collegato a Internet, da noi ci vuole uno zaino con dieci chili di libri e il ritorno alle tabelline invece dell’insegnmento obbligatorio della lingua inglese."
PS: un estratto del mio discorso a Vasto è pubblicato nel portale dell' Italia dei Valori.
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18 Agosto 2007
I precari e la legge 30

Questo autunno ci saranno manifestazioni pro e contro la legge 30 sul lavoro. Le leggi sul lavoro in vigore sono state proposte da governi, approvate dal Parlamento, discusse con i sindacati. Riferirsi ad esse con il nome di una persona lo ritengo profondamente scorretto e strumentale. Le leggi sul lavoro le hanno volute tutti, o quasi tutti. Il problema da porsi non è se demonizzare o meno la legge 30 o chi la vuole abrogare o discutere delle Brigate Rosse. Il problema è se le leggi sul lavoro funzionano o meno e se possono essere migliorate. Ci sono in Italia cinque milioni e mezzo di precari, che futuro possono avere? Quanto sono pagati? Quanti giorni lavorano in un anno? Che tutele hanno? Per quanto tempo vivono nella precarietà? Hanno la possibilità di farsi una famiglia? Possono ottenere un mutuo per la casa?
Queste sono le domande a cui dobbiamo dare una risposta.
La maggior parte dei precari sono giovani, rappresentano quindi il futuro dell’Italia. La tesi della raggiunta piena occupazione utilizzata per non discutere le leggi attuali mi ricorda le statistiche sugli italiani che mangiavano tutti mezzo pollo. In realtà qualcuno ne mangiava uno, altri nessuno. Oggi molti hanno una piena occupazione, altri lavorano per pochi mesi all’anno, spesso sottopagati. Si deve ricominciare a discutere, e presto, di qualità del lavoro e di garanzie dei lavoratori. Non si possono lasciare cinque milioni e mezzo di precari con poche tutele senza una rappresentanza politica e consegnarli così all’estrema sinistra o all’anti politica.
Bisogna andare oltre la legge 30 senza demonizzarla.
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1 Maggio 2007
Il primo maggio

Oggi ricorre la festa dei lavoratori. Questo appuntamento, più che a festeggiare, serve a riflettere sulle condizioni in cui si trova il mondo del lavoro in Italia. Ci sono almeno due problemi da affrontare: i caduti sul lavoro e il precariato. Il governo si è impegnato per diminuire gli incidenti sul lavoro con maggiori risorse, una prevenzione più efficace e con leggi più severe. Gli imprenditori devono però fare la loro parte.
Il precariato diffuso, dovuto a una disinvolta applicazione da parte di molte aziende della legge Biagi, non ha, per ora, avuto la stessa attenzione con proposte legislative adeguate. Una legge, la Biagi, nata per facilitare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro è stata utilizzata spesso per aumentare i profitti delle aziende e diminuire i costi e i rischi legati alle assunzioni a tempo indeterminato.
Come è possibile, infatti, che ci siano aziende con il 90% del personale precario o con lavori a progetto completamente inventati? Una situazione che sfrutta ed emargina le persone e influisce sull’economia. Infatti chi farebbe credito a un precario? E un precario con che spirito può investire nel suo futuro? Le famiglie non possono formarsi senza un minimo di sicurezza sociale.
L’Italia dei Valori, come promesso a suo tempo, farà il possibile per indurre il Governo a migliorare la legge Biagi, rendendola più equilibrata a favore dei lavoratori. Inoltre in Parlamento, entro il mese di maggio, presenterà una proposta di modifica della legge. Il precariato è entrato nel mondo del lavoro come una malattia, va fermato prima che diventi endemico.
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5 Novembre 2006
I precari a Roma

foto da repubblica.it
La manifestazione dei precari a Roma non mi ha sorpreso. Mi sono espresso su questo blog più volte a favore di cambiamenti alla legge Biagi che non tutela in modo sufficiente i lavoratori, in particolare i più giovani. La partecipazione di alcuni esponenti della maggioranza mi è apparsa deludente e riduttiva, così come la posizione del governo nel tirarsi fuori dalle sue responsabilità.
Il responsabile della pessima attuazione della legge Biagi è, oggi, solo questo governo. La legge va modificata al più presto, l’Italia dei Valori si è già espressa, per l’introduzione di tre modifiche:
- un’azienda può utilizzare la legge solo per una percentuale del 10% della forza lavoro;
- la legge va applicata solo in presenza di un reale progetto con obiettivi e tempi definiti;
- il lavoratore co.co.pro deve usufruire di forti sgravi fiscali rispetto al lavoratore a tempo indeterminato per la evidente precarietà del suo stato.
Se vogliamo dare una risposta ai precari, invece di partecipare ai cortei e di fuggire le nostre responsabilità, dobbiamo intervenire sulla legge. Farò una proposta in tal senso al prossimo Consiglio dei ministri e darò informazione sul suo esito.
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26 Settembre 2006
La legge Biagi

Nell’Incontro dei Valori di Vasto si è discusso di lavoro e di legge Biagi. Una legge controversa che, partendo da principi legati alla liberalizzazione del lavoro e alla facilitazione dell’ingresso dei giovani nelle aziende, si è poi trasformata spesso in abuso da parte delle stesse aziende e, indirettamente (e talvolta direttamente) delle amministrazioni pubbliche. Il cosiddetto lavoro a progetto, o co.co.pro. è stato utilizzato per giustificare attività continuative che con il concetto di progetto non hanno nulla a che fare, come ad esempio i call center. La legge Biagi ha istituzionalizzato di fatto il precariato con le conseguenze immaginabili: nuova povertà e instabilità sociale, in particolare nelle fasce meno protette e tra i giovani.
La legge Biagi ha bisogno di correttivi per poter funzionare:
- non può essere applicata in modo indiscriminato dalle aziende e deve quindi essere contenuta in una percentuale della forza lavoro, ad esempio del 10%;
- non può essere applicata in assenza di un reale progetto con obiettivi chiari e tempi definiti;
- il lavoratore co.co.pro deve usufruire di forti sgravi fiscali rispetto al lavoratore a tempo indeterminato per la precarietà del suo stato.
La riforma della legge Biagi è nell’agenda dell’Italia dei Valori.
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19 Settembre 2006
Sicurezza sul lavoro, il silenzio dei media

Pubblico la lettera ricevuta da un rappresentante dei lavoratori per la sicurezza sul posto di lavoro.
" Ho deciso di scriverle, per porre alla sua attenzione un problema comune alla maggior parte dei media: si parla poco di sicurezza nei luoghi di lavoro.
Non capisco assolutamente come mai nei quotidiani si releghino le morti sul lavoro in articoli piccolissimi - che se uno non sta attento gli sfuggono - o, peggio ancora, non se ne parli neanche. Perché è questa la realtà della maggior parte quotidiani italiani quando si tratta di parlare di queste disgrazie, che non sono quasi mai fatalità, ma per lo più inosservanza delle minime norme di sicurezza. “L’Osservatore Romano” l’ha definita «la strage nell’indifferenza».
Mai parole furono più vere.
Se poi andiamo a guardare le tv ancora peggio, l’unico che ne parla è “Primo Piano”. Secondo chi dirige le tv è meglio fare trasmissioni (se così possono essere definite) come “L’isola dei famosi”, “Grande Fratello”, “la talpa”, “la fattoria”, eccetera. Ma la vità reale è un’altra: è fatta di operai, muratori, impiegati, agricoltori, eccetera, che la mattina partono per andare a lavorare (per guadagnarsi uno stipendio onesto) e non sanno se la sera torneranno a casa.
Questo non deve più succedere. Prima di fare il Testo Unico per la sicurezza sul lavoro, il ministro del Lavoro Cesare Damiano e la ministra della Salute Livia Turco dovrebbero assumere più personale negli ispettorati del lavoro e nelle Asl per fare più controlli, debellando e sanzionando abitudini imprenditoriali che portano a evadere le normative.
Abbiamo buone leggi per quanto riguarda la sicurezza sul lavoro, ma se non c’è chi controlla è inutile, perché la maggior parte degli imprenditori sono restii ad applicare tali normative, perché le consideranno dei costi. Ecco perché i media devono fare la loro parte, iniziando a mettere la sicurezza sul lavoro e il lavoro nero (o grigio che sia) nelle prime pagine dei quotidiani (con ampi articoli). I media hanno il dovere morale di sensibilizzare l’opinione pubblica su queste tematiche, perché aumenti la cultura della sicurezza sul lavoro tra i lavoratori e gli imprenditori".
Marco Bazzoni
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25 Giugno 2006
La tragedia della Catania-Siracusa

foto ansa.it
Sulla tragedia legata al crollo di un ponte sull'autostrada Catania-Siracusa ho rilasciato un'intervista a Umberto Rosso di Repubblica.
UR:Ministro Di Pietro, nel giorno dell'annuncio della chiusura dei cantieri Anas un drammatico incidente del lavoro.
ADP:E' il sistema del general contractor che non va. La corsa contro il tempo per consegnare l'opera finisce per trascurare la sicurezza sul lavoro. E piangiamo poi i morti. Quanto alla chiusura, è troppo facile dire che siano finiti i soldi.
UR:Che vuol dire?
ADP:Che voglio sapere perchè e come sono finiti i soldi.
UR:E lo ha saputo?
ADP:Avevo lanciato io stesso l'allarme, qualche settimana fa, sulle casse dell'Anas a secco, dopo di che non sono certo rimasto con le mani in mano. Questa prima fase da ministro delle Infrastrutture l'ho passata perciò a studiare quel che mi hanno lasciato, ancora prima che a fare.
UR:Ha scoperto allora perchè non sono rimasti più quattrini?
ADP:Per molteplici fattori. Ivi compresi utilizzi impropri di denaro, per ragioni diverse da quelle per cui era stato concesso.
UR:Accuse gravi, se per giunta vengono da un ministro che si chiama Antonio Di Pietro.
ADP:Io riscontro risvolti e profili di responsabilità di vario tipo. Penali, civili, amministrativi e contabili.
UR:Ha già informato chi di dovere?
ADP:Ne parlerò martedì nella riunione della commissione Lavori pubblici già convocata, prima alla Camera e poi al Senato. Chiederò ai presidenti di segretare eventualmente questa parte della mia audizione. Decidano loro, se è il caso.
UR:E' avvenuto sotto la gestione del governo Berlusconi questo "utilizzo improprio" di denaro Anas che lei denuncia?
ADP:Non posso dire di più. Si tratta certamente di fatti molto gravi, ne parlerò compiutamente davanti alle commissioni parlamentari. Sembra quasi che il centrosinistra non voglia più completare i lavori nei cantieri, ma quegli altri lì si sono mangiati pure il Colosseo...
UR:In Parlamento riferirà anche dell'incidente sulla Catania-Siracusa?
ADP:Ho subito disposto un'ispezione ministeriale. Attendo entro oggi il dossier sulle cause. Più in generale, secondo me è questo nuovo modello di appalti che non funziona, basato com'è solo sulla logica della deregulation selvaggia.
UR:General contractor uguale sicurezza sul lavoro a rischio?
ADP:Il sistema prevede di affidare ad un unico soggetto tutti i passaggi per la realizzazione di un'opera, comprese le somme per la sicurezza e per la viglilanza sull'applicazione delle norme sugli infortuni. Ma il general contractor si ritrova, quasi sempre, in pieno conflitto di interessi.
UR:Vale a dire?
ADP:La corsa sfrenata a far presto, a consegnare l'opera. Si lascia colpevolmente in secondo piano la sicurezza dei lavoratori.
UR:Come pensa di cambiare, ministro?
ADP:Affidando a una figura diversa, diciamo un terzo soggetto tra l'ente appaltante e il general contractor, la gestione dei finanziamenti e della vigilanza sulla sicurezza. Oggi è come nelle società per azioni, dove è il socio di maggioranza che sceglie i revisori dei conti. I quali naturalmente non vanno contro i bilanci dei "padroni" della spa. E nei cantieri, purtroppo, contano solo gli interessi di chi vince l'appalto. Chiavi in mano.
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17 Marzo 2006
I nostri ragazzi

I giovani francesi stanno manifestando contro l’approvazione della legge per il primo impiego “Cpe”, Contract première embauche.
La legge dovrebbe, secondo le intenzioni del governo francese, diminuire la disoccupazione.
La valutazione dei giovani è del tutto opposta, per loro l’occupazione diverrebbe precaria senza prospettive di sviluppo.
La Cpe permette infatti il licenziamento dei giovani fino a 26 anni senza alcuna motivazione.
Le manifestazioni stanno purtroppo degenerando in scontri con le forze dell’ordine e in disordini generalizzati. I primi commenti parlano di “Vento francese” che potrebbe arrivare in Italia.
L’occupazione giovanile in Italia ha raggiunto uno dei suoi livelli peggiori. I dati Ocse rilevano il 24% di disoccupazione ed un 60,9% dei giovani fino a 25 anni con retribuzioni da fame, pari a meno di due terzi dello stipendio medio di un lavoratore a tempo pieno.
La stessa Banca d’Italia ha stimato nel suo Bollettino statistico che il 49,8% degli italiani nella fascia di età tra i 15 e i 29 anni ha trovato lavoro nel 2005 solo grazie a “contratti a termine”.
Un altro dato della Ires Cigl riporta che il 22,3% di chi ha un lavoro e un’età compresa tra i 25 e i 32 anni guadagna meno di 800 euro al mese.
Insomma, una Caporetto sulla pelle dei giovani, altro che crescita del lavoro.
Qui se qualcosa è cresciuto sono i debiti di questo Paese e la spudoratezza dell’attuale Ministro dell’Economia che mette in dubbio i dati Istat e della Banca d’Italia.
E’ una situazione grave a cui il prossimo Governo dovrà subito mettere mano rivedendo la Legge Biagi che, purtroppo, è stata spesso applicata solo per aumentare gli utili di impresa a discapito del futuro del Paese, l’unico che abbiamo: i nostri giovani.
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24 Febbraio 2006
Lavoro e dignità

Due parole su cui insisto durante questa campagna elettorale sono Lavoro e Dignità.
Le due parole sono inscindibili in quanto non ci può essere lavoro senza dignità. Non è possibile lavorare con salari simili ad elemosine, come avviene ad esempio in molti Call Center, o con la paura di non veder rinnovato il proprio lavoro ogni tre mesi.
La deregolamentazione del lavoro ha portato le ultime generazioni dopo il conseguimento del titolo di studi ad arrangiarsi con lavori temporanei spesso privi di ogni contenuto professionale. L’unica scelta per molti ragazzi è stato il trasferimento all’estero.
Stiamo arrivando all’autolesionismo di formare con il contributo dello Stato Italiano ingegneri e ricercatori e vederli partire per affermarsi in aziende straniere.
Questo Governo cita sempre l’occupazione come un obiettivo raggiunto.
Il Governo parla di posti di lavoro immaginari.
Nella mia campagna elettorale sono ogni giorno in due o tre posti diversi e vedo solo fabbriche che chiudono, operai in cassa integrazione, aziende straniere che disinvestono.
Lo conferma un’analisi della Cisl sul settore dell’industria, di cui cito solo due dati: i lavoratori in cassa integrazione sono arrivati a 251.175 (+6,2%) e i lavoratori licenziati o in mobilità hanno raggiunto il numero di 103.962 (+8,8%).
Una situazione desolante. Per ripartire ci vorranno anni di investimenti mirati sulle attività produttive, in particolare su quelle a più alto tasso di innovazione.
E, comunque, andrà rivista al più presto l’applicazione della legge Biagi per restituire ai lavoratori, in particolare ai giovani, sicurezza e dignità.
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22 Febbraio 2006
Una famiglia italiana

Ho deciso di pubblicare una lettera ricevuta nel post: “Le nuove povertà”.
Leggerla fa star male.
Care amiche, cari amici, bisogna cambiare il Governo e poi rimboccarsi le maniche per costruire insieme un vero futuro.
“45 anni, una famiglia, un mutuo e la macchina ancora da pagare, ho lavorato per dodici anni da dipendente, poi hanno deciso che potevano fare a meno di me, lavoro come agente di commercio per una mega azienda che, nell'ultimo mese, mi ha liquidato 500 euro lordi di provvigioni e, fra poco, probabilmente mi manderà a casa per scarso rendimento. Dimenticavo, ho una laurea, vari corsi di specializzazione e un libro pubblicato alle spalle. Ho pensato seriamente alla stipula di una assicurazione sulla vita e ad un salto da un viadotto autostradale, almeno potrò garantire un minimo di futuro a mio figlio. Quel futuro che in cambio del mio lavoro, nessuno dei moderni schiavisti è disposto ad offrirmi.”
Franco B.
Le parole di Franco valgono più di un programma elettorale.
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30 Gennaio 2006
Lavoro flessibile non significa precariato

Chi governa deve permettere ai cittadini, in particolare ai giovani, di entrare nel mercato del lavoro.
E di sviluppare le loro capacità tutelando la loro libertà e dignità.
In questi cinque anni questo non è avvenuto, ed hanno prevalso gli interessi del mondo degli affari.
Questo governo ha permesso che strumenti, di per sé leciti e in qualche caso opportuni, per rendere il lavoro flessibile (contratti a termine, lavoro interinale, part-time, job sharing) venissero utilizzati per mantenere il lavoratore in uno stato di precarietà permanente.
Come i giovani hanno sperimentato sulla loro pelle in questi anni.
Ne è esempio il decreto che recepisce la direttiva europea sulla discriminazione sul lavoro che non ha incluso l'importante principio dell’ inversione dell’onere della prova, imposto al datore di lavoro dalla direttiva Ue.
In pratica, secondo il Governo, spetta al datore di lavoro provare che non vi sia stata violazione del principio di parità di trattamento e non alla parte discriminata, generalmente la più debole!
Per questo il 19 gennaio scorso ho depositato un’interrogazione alla Commissione europea su questo problema.
Il lavoro flessibile non può trasformarsi, come è avvenuto, in lavoro precario.
E’ uno stato di cose che genera incertezza, non consente ai giovani di investire sul loro futuro, di crearsi una famiglia.
Il lavoro non deve essere un’elemosina.
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