16 Maggio 2008
11 - Padania ladrona

Riporto un brano tratto da "Mani Sporche", libro pubblicato da Chiarelettere e scritto da Barbacetto, Gomez e Travaglio, dal titolo "Padania ladrona'" (pag.289).
"I seguaci di Bossi hanno un problema: la Popolare Credieuronord, una piccola banca creata nel dicembre 2000 per "ritrovare i valori tipici della credibilità e della collaborazione del Nord". A finanziarla, dopo una campagna a tappeto nelle sezioni del partito, è stato il popolo leghista. Ma già nel 2003 la banca del Carroccio è a un passo dal fallimento. Il bilancio si chiude con 8 milioni di euro di perdite e 12 di sofferenze su 47 impieghi. Un brutto guaio, soprattutto perchè l'azienda è nata e cresciuta come una tasca della politica. Nel consiglio di amministrazione siedono i sottosegretari leghisti Maurizio Balocchi (Interno), Alberto Brambilla (Welfare), Stefano Stefani (Attività produttive), ma anche il deputato varesino Giancarlo Giorgietti, pupillo di Bossi e presidente della commissione Bilancio alla Camera. Insomma, se scattasse la bancarotta, sarebbe un duro colpo per il Carroccio. E se poi partono le inchieste giudiziarie, la situazione potrebbe ancor più aggravarsi. Attraverso la Credieuronord sono stati infatti riciclati 13 milioni di euro provenienti da una gigantesca truffa organizzata dai proprietari della - un tempo mitica - Radio 101 e da una commercialista, Carmen Gocini, ai danni di alcune procedure fallimentari del Tribunale milanese. Miliardi rubati e poi, come sosterrà la Procura di Milano, ripuliti grazie alla complicità dei vertici operativi della banca. Operazioni analoghe sono state condotte da vari personaggi legati ai "Cobas del latte", gli allevatori vicinissimi alla Lega che non volevano pagare le multe dell'Unione Europea per aver prodotto latte in eccedenza. Se esplode il bubbone Credieuronord, si fanno male in tanti. Meglio coprire tutto e tentare di metterci una pezza. Il salvatore, per i leghisti, si chiama Fiorani.
Con lui il Carroccio ha legami antichi: la scuola leghista di Varese e il prato di Pontida, quello che ogni anno si riempie di bandiere verdi per i comizi del Senatùr, sono stati acquistati con soldi della Popolare di Lodi: per un totale, tra i fidi e finanziamenti, di 10 milioni di euro, più un altro milione proveniente dalla Popolare di Crema (controllata dalla Lodi). tutti soldi ottenuti offrendo in pegno la storica sede milanese del partito di via Bellerio. Operazioni regolari, ma sintomatiche di un rapporto preferenziale, che ora viene sfruttato a fondo per evitare il crac di Credieuronord. Fiorani riesce a tenere in piedi la banchetta con una complicata operazione finanziaria. In cambio, ottiene la retromarcia della Lega sul governatore. Il 3 febbraio 2005 Maroni comunica ufficialmente che la Lega non mette più in discussione il mandato a vita di Fazio. E' la tomba della legge sul risparmio.
Sarà Fiorani, davanti ai pm milanesi, a raccontare anche questo patto con la Lega: salvataggio della banca in cambio del salvataggio del governatore."
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1 Maggio 2008
10 - Silvio “privato corruttore”

Riporto un brano tratto da "Mani Sporche", libro pubblicato da Chiarelettere e scritto da Barbacetto, Gomez e Travaglio, dal titolo "Silvio 'privato corruttore'" (pag.769).
"Anche i giudici d’appello chiamano Berlusconi il “privato corruttore”. Ma diversamente da quel che avevano stabilito i loro colleghi nel rinvio a giudizio, scrivono nero su bianco che Previti, Pacifico e Acampora non concorrono nel reato del giudice Metta, bensì in quello del “privato corruttore”, cioè del Cavaliere:
‘ l’attività degli extranei nella consegna del compenso illecito si sostituisce a una condotta, che, altrimenti, sarebbe giocoforza posta in essere, in via diretta, dal privato interessato […]. La retribuzione del giudice corrotto è fatta nell’interesse e su incarico del corruttore. ‘
In pratica i tre avvocati Fininvest agirono come intermediari di Berlusconi, che li incaricò di pagare Metta e, in seguito alla sentenza comprata, alla fine intascò il primo gruppo editoriale italiano. E, diversamente da lui, non meritano le attenuanti generiche, “non ravvisandosi alcun elemento positivo per attenuare il trattamento sanzionatorio”. E questo per:
‘ l’enorme gravità del reato [e per] la gravità del danno arrecato non solo alla giustizia, ma all’intera comunità, minando i principi posti alla base della convivenza civile secondo i quali la giurisdizione è valore a presidio e tutela di tutti i cittadini con conseguente ulteriore profilo di gravità per l’enorme nocumento cagionato alla controparte nella causa civile e per le ricadute nel sistema editoriale italiano, trattandosi di controversia (la cosiddetta guerra di Segrate) finalizzata al controllo dei mezzi di informazione; [per] la spiccata intensità del dolo; [per] i motivi a delinquere determinati solo dal fine di lucro e, più esattamente, dal fine di raggiungere una ricchezza mai ritenuta sufficiente; [per] i comportamenti processuali tenuti [con continue e spudorate “menzogne”, nda]; [per] il precedente penale specifico [Imi-Sir, nda]. ‘
Quanto alle parti civili, i giudici riconoscono alla Presidenza del Consiglio un danno di 129 mila euro:
‘ l’episodio delittuoso si svolse all’interno della cosiddetta “guerra di Segrate”, combattuta per il controllo di noti e influenti mezzi di informazione; e si deve tener conto dei conseguenti interessi in gioco, rilevanti non solo sotto un profilo meramente economico, comunque ingente, ma anche sotto quello prettamente sociale della proprietà e dell’acquisizione di mezzi di informazione di tale diffusione. ‘
La parte civile Cir, cioè De Benedetti, ha diritto al rimborso dei danni morali e patrimoniali, ma da quantificare in separata sede civile: i giudici avrebbero concesso un anticipo in sede penale, cioè una “provvisionale”, ma i legali Cir non ne hanno fatto richiesta. Spetterà dunque ai giudici civili stabilire e liquidare:
‘ tanto il danno emergente quanto il lucro cessante, sotto una molteplicità di profili relativi non solo ai costi effettivi di cessione della Mondadori, ma anche ai riflessi della vicenda sul mercato dei titoli azionari. ‘
Il 13 luglio 2007 la II sezione penale della Cassazione mette il timbro finale al caso Mondadori, confermando in toto la sentenza d’appello-bis. La vicenda – scrivono i giudici – “coinvolgente la Fininvest, fonte della corruzione e pagatrice del pretium sceleris”, cioè del “mercimonio” della sentenza Metta, non può ammettere le attenuanti generiche: per “l’elevata gravità del reato e del relativo danno, l’intensità del dolo, i motivi a delinquere e i comportamenti processuali” caratterizzati da “mendacio”. Quanto alle prove, ce ne sono a bizzeffe: rappresentano un “corredo di emergenze, nomi e collegamenti ben diverso dalla definizione di “schizzo di fango”, usata dai difensori dell’ex giudice Metta. Ora è ufficiale: il Cavaliere possiede da sedici anni una casa editrice grazie a una sentenza comprata. Ma, naturalmente, nessuno gliene chiederà conto.”
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27 Marzo 2008
9 - Serginho e i suoi amici

Riporto un brano tratto da "Mani Sporche", libro pubblicato da Chiarelettere e scritto da Barbacetto, Gomez e Travaglio, dal titolo "Serginho e i suoi amici" (pag.227).
"Il padrone della Cirio, responsabile numero uno dei disastro, si chiama Sergio Cragnotti. A1 posto degli occhi, due fessure da husky siberiano incorniciate in un profilo rapace. E un passato tutto da raccontare. Romano, classe 1940, diploma di ragioniere, laurea in Economia e commercio, Sergio detto «Serginho» si fa le ossa come contabile in una ditta di Colleferro. Poi va in Brasile, dove diventa un uomo di Serafino Ferruzzi, imperatore della più grande multinazionale agroalimentare italiana degli anni Settanta. Grazie a lui il settore cemento dei Ferruzzi in Sud America cresce da 60 a 200 milioni di dollari. Serginho combina affari d'oro col discusso finanziere brasiliano Mario Garnero, in combutta con i dittatori militari. Con Raul Gardini, il genero di Ferruzzi che guida il gruppo dagli anni Ottanta, è amore a prima vista. Il Corsaro della finanza italiana, che morirà suicida nel 1993 alla vigilia dell'interrogatorio sulla maxitangente Enimont, capisce che il giovanotto con i cruzeiros ci sa fare: «Sergio sarebbe capace di vendere frigoriferi agli esquimesi». Così lo manda a Parigi a discutere con Vrenes l'acquisto della maggioranza della Beghin Say. Anni memorabili. Poi Cragnotti torna in Italia. Nel 1986 amministratore delegato della Ferruzzi Agricola Finanziaria, nell’88 vicepresidente di Montedison. È lui che tiene a battesimo la vendita all'Eni della quota Enimont per 2800 miliardi, approdando alla poltrona di amministratore delegato della società. «È l'uomo che sa moltiplicare i soldi delle banche», commentano entusiasti a Ravenna, evitando di raccontare che i bilanci Ferruzzi sono falsi. Davanti al miracolo, dimenticano persino il suo eloquio romanesco, il suo look da playboy del litorale condito da una perenne abbronzatura. Quando Serginho si dimette dal vertice Enimont, è il manager italiano più pagato al mondo: un miliardo e mezzo di lire all'anno, uno stipendio da favola, più una liquidazione di 20 miliardi. Nel 1991, col sostegno di Gardini, fonda la Cragnotti & Partners, una banca d'affari che raccoglie un patrimonio di 500 miliardi. Mica soldi suoi: tutto, o quasi, denaro di altre banche. Fin dall'inizio, tra i soci della C&P siedono Banca di Roma, Banco di Napoli, Centrofinaziaria-Montepaschi e Popolare di Milano, oltre all'olandese Rabobank, al francese Credit Lyonnais e all'elvetica Swiss Bank. I problemi arrivano con Mani Pulite. Cragnotti finisce sotto inchiesta per lo scandalo Enimont: i giudici lo vogliono arrestare. Nel novembre '93 rientra dal Brasile, si consegna e tre giorni dopo è già fuori dal carcere dopo aver ammesso il proprio ruolo nella creazione della provvista della maxitangente. In una ventina di verbali-fiume, spiega anche di aver saputo che la Ferruzzi aveva versato una decina di miliardi ai partiti, nel tentativo di ottenere una legge che le regalasse sgravi fiscali per circa 500 miliardi. Per i fondi neri Montedison, patteggerà un anno e cinque mesi di reclusione per reati che vanno dal falso in bilancio all'appropriazione indebita al finanziamento illecito ai partiti. Tutto sommato Cragnotti sopravvive bene a Tangentopoli. Anzi ne esce più forte di prima. I suoi legami con la Banca di Roma - dove suo fratello Giovanni, poi scomparso, era capo dell'ufficio Borsa - sono fortissimi. Come l'amicizia con Geronzi. I due sono inseparabili. Cerimonie, ricevimenti, foto ufficiali e, dopo qual anno, persino una società di procuratori di calcio, la Gea World, in cui siedono i figli di Cesare, di Sergio, di Calisto Tanzi, di Luciano Moggi e di qualche altro vip."
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17 Marzo 2008
8 - Banche & bancarotte

Riporto un brano tratto da "Mani Sporche", libro pubblicato da Chiarelettere e scritto da Barbacetto, Gomez e Travaglio, dal titolo "Banche & bancarotte" (pag.218).
"La guerra politica alla giustizia e all'informazione, a suon di censure e falsi scandali, non riesce a nascondere l'illegalità sempre più diffusa tra le classi dirigenti. Tra il 2001 e il 2006 i cittadini se ne accorgono loro malgrado e a loro spese con l'esplosione di una serie di disastri finanziari che mandano in fumo i risparmi di centinaia di migliaia di famiglie. E, una volta tanto, le colpe peggiori non sono della politica, ma delle banche. È una svolta epocale. L'inchiesta Mani Pulite si era dovuta fermare sulla soglia degli istituti di credito. Nel luglio del 1994 il decreto Biondi, approvato dal governo Berlusconi, aveva portato fra l'altro alla scarcerazione di Oliviero Prunas, numero due della Banca di Roma. All'epoca i pm milanesi avevano solo intuito che i giochi più lucrosi, quelli da decine di miliardi di lire, si facevano nel mondo dell'alta finanza. Del resto tutti, o quasi, i vertici delle maggiori banche italiane erano di nomina politica. In cambio i partiti ottenevano linee di credito per sé o per le imprese «amiche». Nerio Nesi, negli anni Ottanta numero uno della Bnl, racconta di aver perso la poltrona quando disse no a Craxi, che gli aveva intimato di concedere un finanziamento da 300 miliardi a Salvatore Ligresti.
Lo scenario cambia, e molto, quando gli istituti di credito passano dal controllo pubblico a quello privato. Ai loro vertici resistono spesso gli stessi personaggi del decennio precedente, anche se ora sono più svincolati dal controllo diretto della politica. Anzi, visto che le riforme legislative consentono alle banche di possedere partecipazioni in campo editoriale, industriale e finanziario, la loro sfera d'influenza aumenta a dismisura. E il rapporto fra banchieri e politici si ribalta, rispetto agli anni Ottanta. A tutto vantaggio dei primi. I partiti sono deboli. E, soprattutto, indebitati fino al collo. Quelli sopravvisuti al biennio 1992-94 dipendono sempre di più dagli istituti di credito. Esemplare il caso dei Ds, che nel 1996 si ritrovano esposti verso il sistema bancario per oltre 500 miliardi di lire, di cui 203 nei confronti della Banca di Roma (poi divenuta Capitalia) di Cesare Geronzi. Una cifra enorme, destinata a gonfiarsi ulteriormente in coincidenza della crisi e della chiusura (provvisoria) dell’«Unità». A quel punto (2001) l'indebitamento totale tocca la cifra record di 580 milioni. E, per far quadrare i conti, viene nominato tesoriere un uomo pratico come Ugo Sposetti. Così gran parte del patrimonio immobiliare del partito, dal palazzo di Botteghe Oscure ad altre 145 sedi di federazioni in tutta Italia, viene dismesso. L'operazione, studiata dall’Unipol - la compagnia di assicurazioni di proprietà delle cooperative rosse, presieduta dal manager abruzzese Giovanni Consorte - è realizzata grazie a una cordata di banche guidata dalla Carisbo (Sanpaolo-Imi) e composta anche da Montepaschi, Banca di Roma (Capitalia) e Intesa (ex Ambroveneto): i crediti vantati nei confronti della Quercia vengono cartolarizzati e gli immobili liberati dalle ipoteche vengono venduti. Si tratta delle stesse banche che nel 2000 avevano accettato di «riscadenzare» fino al 2018 un mutuo di 118 milioni a tassi agevolati. Tra i creditori, oltre alla Cassa di risparmio di Bologna, ci sono il Mediocredito centrale (Capitalia), la Bnl e l’Efibanca, la merchant della Popolare di Lodi."
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15 Marzo 2008
7 - Epurazioni senza diktat

Riporto un brano tratto da "Mani Sporche", libro pubblicato da Chiarelettere e scritto da Barbacetto, Gomez e Travaglio, dal titolo "Epurazioni senza diktat" (pag.149).
"Nell'autunno-inverno del 2003, mentre si combatte la battaglia dei processi toghe sporche, la Rai provvede ad altre violente epurazioni contro giornalisti e attori satirici invisi al premier e alla sua maggioranza. La prima vittima è Massimo Fini, che a settembre si vede cancellare un programma notturno di costume già pronto, Cyrano, su Rai2. Il 16 novembre va in onda su Rai3 la prima puntata di RaiOt, trasmissione satirica di Sabina Guzzanti, dedicata alla censura e alla nascente legge Gasparri sul sistema televisivo: col pretesto di una denuncia di Mediaset, firmata dallo studio Previti, la Rai presieduta da Lucia Annunziata sospende subito il programma, per poi sopprimerlo. La seconda puntata - dedicata alla giustizia, alle leggi-vergogna e alle imminenti sentenze a carico di Previti nel processo Imi-Sir/Mondadori e di Marcello Dell'Utri nel processo di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa - non andrà mai in onda. E contro l'ennesima epurazione tornano in piazza i girotondi, con una serie di grandi manifestazioni di protesta.
Negli stessi giorni il Parlamento viene sequestrato da Berlusconi per approvare a tappe forzate la legge Gasparri, nella speranza che il capo dello Stato la firmi entro fine anno: in caso contrario, dal 1 ° gennaio 2004 Rete4 - il canale che trasmette i siparietti del devotissimo Emilio Fede - verrebbe spedita sul satellite in virtù della sentenza del 2002 della Consulta. Il 2 dicembre, appena il Senato approva definitivamente la Gasparri, il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri comunica esultante la notizia ai discepoli riuniti a Montecarlo: «Abbiamo salvato un'altra volta Rete4!». Poi aggiunge: «Chi dice che noi nasciamo da protezioni politiche o da connivenze mafiose, va in tribunale». Insomma, la Guzzanti & C. sono «criminali mediatici, banditi». Colpevoli, secondo Berlusconi, di «odio e vilipendio delle istituzioni».
Frattanto un altro attore satirico è stato censurato dalla Rai, stavolta dalla prima rete: Paolo Rossi. Invitato da Paolo Bonolis a partecipare a Domenica In, con la massima garanzia di libertà, viene
subito stoppato non appena annuncia di voler recitare il discorso tenuto da Pericle agli ateniesi nel 461 sulla democrazia, tratto da La guerra del Peloponneso di Tucidide. Un classico che si ritrova in tutte le antologie scolastiche e che pare scritto apposta per l’talia berlusconiana:
Qui ad Atene, noi facciamo così. Il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi, per questo è detto democrazia. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private. Ma in nessun caso si avvale delle pubbliche cariche per risolvere le sue questioni private. Qui ad Atene noi facciamo così. Ci è stato insegnato a rispettare i magistrati e ci è stato insegnato a rispettare le leggi, anche quelle non scritte la cui sanzione risiede soltanto nell'universale sentimento di ciò che è giusto e di buon senso. La nostra città è aperta ed è per questo che noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Il 15 dicembre Ciampi respinge al mittente la Gasparri in quanto incostituzionale. Ma, alla vigilia di Natale, il governo vara in tutta fretta un decreto salva-Rete4 (firmato da Berlusconi e controfirmato dal capo dello Stato) per neutralizzare la sentenza della Consulta, che impone il passaggio di Rete4 su satellite entro fine anno. Al resto penserà la legge Gasparri-2, pressoché identica alla Gasparri-1, salvo il fatto che stavolta il presidente della Repubblica la promulgherà nell'aprile 2004 senza batter ciglio."
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13 Marzo 2008
6 - Ora processano i magistrati

Riporto un brano tratto da "Mani Sporche", libro pubblicato da Chiarelettere e scritto da Barbacetto, Gomez e Travaglio, dal titolo "Ora processano i magistrati" (pag. 140).
"Il 1 giugno riparte all'attacco il ministro Castelli, che invia al procuratore generale di Milano Mario Blandini la relazione degli ispettori sul fascicolo 9520/95. E lo sollecita ad avocare il fascicolo e la relativa indagine, sottraendoli alla Procura. Una gravissima interferenza, protesta l'Anm, che accusa il Guardasigilli di aver "adottato una iniziativa impropria, in quanto incide sull'esercizio di una facoltà processuale che deve essere esercitata in piena indipendenza e a riparo di ogni intervento o sollecitazione dell'esecutivo. Castelli, per tutta risposta, annuncia che "Bossi presenterà un ddl costituzionale per la separazione delle carriere, l'elezione diretta dei pm e, probabilmente, la loro regionalizzazione". Il 12 luglio filtra dal ministero la relazione ispettiva ordinaria al Palazzo di Giustizia di Milano: gli ispettori di Castelli parlano di "disfunzioni e irregolarità particolarmente gravi nell'espletamento dei servizi di cancelleria" e di "alcune rilevanti anomalie organizzative" che richiedono "un urgente intervento". Replica l'ex procuratore D'Ambrosio: "I risultati confermano le responsabilità gravissime del ministero della Giustizia. Per due anni Castelli non ha mai risposto alle mie segnalazioni sui problemi amministrativi e di personale". Quattro giorni, ed ecco l'altra relazione ispettiva, quella di Arcimboldo Miller e Ciro Monsurrò sul fascicolo 9520: i pm Boccassini e Colombo "sono venuti meno al dovere di correttezza e di leale collaborazione con organi istituzionali e hanno compromesso il prestigio dell'ordine giudiziario" opponendo il segreto investigativo "in modo illegittimo" e "irrituale". L'Anm torna a parlare di "inammissibile interferenza su un atto giurisdizionale". E questa volta interviene anche il Csm, affermando che i pm milanesi hanno rispettato "l'obbligo di leale collaborazione" fra istituzioni dello Stato.
Ma la persecuzione disciplinare non basta: Previti & C. vogliono trascinare i loro pm in tribunale. Ecco cosi scattare una denuncia penale per abuso d'ufficio contro Colombo e Boccassini presso la Procura di Brescia da parte di un fantomatico "Movimento per la giustizia" presieduto dall'avvocato civilista perugino Giacomo Borrione, responsabile giustizia di Forza Italia per l'Umbria, e da trentatrè anni, per sua stessa ammissione, iscritto alla massoneria. Del comitato fanno parte alcuni amici di Previti, il quale, insieme a Berlusconi, si affretta a costituirsi parte offesa nel procedimento. Nessuno, naturalmente, obbliga la Procura di Brescia ad aprire un'inchiesta, vista l'assoluta infondatezza dell'esposto. Ma a Brescia, si sa, le denunce contro i pm milanesi trovano sempre ottima accoglienza. E cosi anche stavolta parte un'indagine tanto rapida quanto clamorosa, con annessa fuga di notizie - il 12 luglio - sull'iscrizione dei due pm milanesi sul registro degli indagati (si saprà poi che i pm bresciani hanno pensato bene di indagare anche i sei giudici dei processi "toghe sporche": Carfì, Consolandi, Balzarotti, Ponti, Brambilla e D'Elia, salvo chiederne quasi subito l'archiviazione). L' "abuso d'ufficio" ipotizzato per tutti è quello di non aver esibito un fascicolo segreto a Previti, a Berlusconi e poi agli ispettori ministeriali."
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12 Marzo 2008
5 - Nessuno lo puo' giudicare

Riporto un brano tratto da "Mani Sporche", libro pubblicato da Chiarelettere e scritto da Barbacetto, Gomez e Travaglio, dal titolo "Nessuno lo puo' giudicare" (pag. 106).
"Il 2003 è forse l'anno più nero della politica italiana in tutta la storia della Repubblica. Mai si era assistito a tali e tante lesioni delle libertà fondamentali e dei principi costituzionali. Con il pretesto della sua imminente promozione a presidente di turno dell'Unione Europea, Silvio Berlusconi manomette la Carta fondamentale e i Codici penale e procedurale, oltre a piegare continuamente il Parlamento alle sue personali esigenze processuali e affaristiche e a produrre una catena interminabile di censure ed epurazioni nel mondo dell'informazione.
L'anno si apre con dodici condoni fiscali (per gli evasori dell’Irpef, dell'Ici e così via) varati dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti nella finanziaria appena approvata, per «fare cassa» e tentare di mantenere la promessa di non aumentare le tasse. «Le mie aziende non si avvarranno del condono», giura il premier. Bugia. Per mettersi in regola con il fisco, che reclama da lei 197 miliardi di lire, la Fininvest approfitta del condono e ne paga solo 35. Un affarone. Anche perché il vantaggio resta tutto in famiglia. La Fininvest infatti appartiene al 100 per cento ai Berlusconi e si era impegnata, al momento della quotazione di Mediaset, a pagare tutte le tasse dovute dalla nuova holding televisiva (che, essendo quotata, ha anche altri soci) per i fatti precedenti all'entrata in Borsa. La stessa strada del condono viene poi battuta da altre società personali del Cavaliere, come, l'Immobiliare Idra che controlla le sue ville sparse per l'Italia. Non contento, il premier usa il condono per cancellare le sue ulteriori pendenze col fisco, versando appena 1850 euro in due comode rate per evitare ogni accertamento sulle sue presunte evasioni (contestate dalla Procura di Milano nel processo sui bilanci di Mediaset) relative al periodo 1997-2002. Nel 2005 arriverà addirittura il condono erariale, per consentire ai politici e ai pubblici amministratori condannati in primo grado dalla Corte dei conti di sistemare le loro pendenze pagando dal 10 a1 20 per cento del danno quantificato dalla sentenza. Un danno, per le casse dello Stato, da centinaia di milioni di euro.
Ma il 2003 è soprattutto fanno del lodo Maccanico-Schifani, che immunizza le alte cariche dello Stato dai processi e rende invulnerabili i parlamentari, grazie all'annessa legge Boato, anche dalle intercettazioni indirette. È l’anno della legge Gasparri e del decreto salva-Rete4, che perpetuano il monopolio di Mediaset sulla tv commerciale e il suo oligopolio sul mercato pubblicitario. È l’anno della controriforma della seconda parte della Costituzione, pilata in estate da quattro «saggi» (il forzista Andrea Pastore, Francesco D'Onofrio, il leghista Roberto Calderoli e Domenico Nania di An) in una baita di Lorenzago del Cadore (Belluno), per rompere l'unità nazionale in nome di un federalismo in salsa padana e dotare il premier di poteri di vita o di morte sul Parlamento (la riforma sarà sonoramente bocciata dai cittadini italiani referendum confermativo dell'estate 2006).
Sempre nel 2003 il creativo Tremonti vara una riforma fiscale che detassa le plusvalenze da partecipazione, subito utilizzata da Berlusconi quando, nel 2005, cederà il 16,88 per cento di Mediaset detenuto da Fininvest per 2,2 miliardi di euro, risparmiando milioni di tasse. E un'altra legge à la carte del 2003 è il decreto «salva calcio», che è anche «salva-Milan»: i club indebitati potranno ammortizzare sui bilanci 2002 e «spalmare» nei dieci anni successivi la «svalutazione» del cartellino dei calciatori conseguente al generale stato di crisi in cui versano quasi tutte le società (tra serie serie B, il deficit sfiora i 4 mila miliardi di lire). Il risultato è ottenuto grazie a un doppio conflitto d'interessi: quello tra il Berlusconi presidente del Consiglio e il Berlusconi presidente del Milan; e quello tra il Galliani vicepresidente del Milan e il Galliani presite della Lega Calcio. Il decreto del presidente del Consiglio fa risparmiare al presidente del Milan 242 milioni di euro."
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6 Marzo 2008
4 - Riciclaggio di Stato

Riporto un brano tratto da "Mani Sporche", libro pubblicato da Chiarelettere e scritto da Barbacetto, Gomez e Travaglio, dal titolo "Riciclaggio di Stato" (pag. 58).
'Il 25 settembre 2001 il governo Berlusconi vara il decreto del ministro dell'Economia Giulio Tremonti numero 350 sul rientro dei capitali detenuti all'estero: quelli illegalmente esportati, ma spesso anche illegalmente accumulati. Dietro la definizione di "scudo fiscale" si cela una realtà preoccupante. Chiunque vorrà rimpatriare i capitali parcheggiati oltre frontiera potrà farlo, depositandoli presso una banca italiana, che funge anche da "mediatore": cioè trattiene, per conto dello Stato, una modica cassa del 2,5 per cento e rilascia al cliente una "dichiarazione riservata" di ricevuta. Ma la novità più ghiotta è l'assoluto anonimato garantito a chi compie l'operazione: un regalo che non ha precedenti nella storia delle decine di provvedimenti di condono e amnistia che costellano la storia d'Italia del dopoguerra. Questo "monumento all'evasore ignoto", come lo definisce il senatore Zancan, preoccupa non poco la magistratura, che vede spalancarsi praterie incontrastate per il lavaggio - ormai legalizzato - del denaro sporco. Il procuratore aggiunto di Torino, Bruno Tinti, parla esplicitamente di "riciclaggio di Stato" e di "ricettazione istituzionalizzata":
'Chiunque abbia accumulato denaro attraverso non solo l'evasione fiscale, ma anche il traffico di droga, di armi, di esseri umani, il sequestro di persona e cosi via, e fino a ieri lo teneva nascosto non potendo giustificarne il possesso, potrà ora riportarlo alla luce, pagando appena il 2,5 per cento, e spenderlo o investirlo come meglio crede. Lo Stato gli garantisce un riciclaggio a prezzi modici e in forma anonima. Il riciclatore ottiene anche una dichiarazione riservata, da esibire in caso di controlli della Guardia di finanza. Ma la nuova legge è anche un formidabile condono fiscale mascherato, e a prezzi stracciati: non vedo cosa potrà impedire a qualsiasi evasore italiano di portarsi all'estero il nero, depositarlo su un conto qualsiasi, e farlo rientrare il giorno dopo con tanto di dichiarazione riservata e pagando il suo bravo 2,5 per cento, anzichè le aliquote previste per i comuni cittadini, che per certe cifre arrivano anche al 50 per cento. Qualsiasi delinquente potrà trasferire all'estero il suo bottino e poi farlo virtuosamente rientrare, pagando una modica somma e liceizzandolo ipso facto. Ma la cosa più grave è che si rischia di innescare un circuito criminogeno. Evasori e altri delinquenti approfitteranno dell'occasione per rifarsi una verginità fiscale e sociale; e subito dopo cominceranno a darsi da fare per evadere e delinquere con rinnovato entusiasmo. In attesa di un nuovo scudo.'
Il governo e la maggioranza giustificano lo "scudo fiscale" con la necessità di "far riemergere il sommerso" e al contempo "riportare denaro fresco in Italia" con notevoli benefici anche per l'erario. Ma alcuni osservatori fanno notare la coincidenza fra il provvedimento e uno dei processi che vedono imputato il presidente del Consiglio, accusato di aver nascosto all'estero oltre 1500 miliardi di lire. Nulla di più che una coincidenza.'
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5 Marzo 2008
3 - Falso in bilancio, addio

La controriforma del falso in bilancio riscrive in dieci giorni l'articolo 2621 del Codice civile. Ed è agevolata anche da un provvidenziale «infortunio» del capogruppo Ds alla Camera, Luciano Violante, che chiede addirittura la «procedura d'urgenza» per il dibattito in aula. Così viene approvata fulmineamente come legge-delega il 28 settembre 2001. La sinistra verrà ringraziata per la morbidissima opposizione con un addolcimento del nuovo regime fiscale previsto per le cooperative. Nel febbraio 2002, a tempo di record, il governo eserciterà la delega e approverà il decreto delegato attuativo della riforma, firmato personalmente dal premier Berlusconi, cioè dal principale beneficiario. Di fatto la Casa delle libertà ha ripescato il progetto Mirone, rimasto in mezzo al guado nel quinquennio dell'Ulivo, e l'ha trasformato in una legge che ha per relatori Giorgio La Malfa (condannato definitivo per Enimont) e Gaetano Pecorella (l'avvocato del premier). L'altro difensore di Berlusconi, Ghedini, ha collaborato con preziosi emendamenti. In pratica, i legali del presidente del Consiglio si trasferiscono in Parlamento e collaborano attivamente a mandare in fumo i suoi processi. L'«Economist» parla di «una legge di cui si vergognerebbero persino gli elettori di una repubblica delle banane». Cinque, sostanzialmente, le novità.
1) Il falso in bilancio, da reato «di pericolo» (per i soci, ma soprattutto per il mercato, i creditori, i fornitori, gli investitori e i concorrenti), diventa un reato «di danno» (se non danneggia i soci, non è più reato: ma chi falsifica i bilanci per pagare tangenti lo fa proprio per avvantaggiare i soci, conquistando illegalmente nuove fette di mercato).
2) Le pene massime, già lievi, scendono ancora. Per le società quotate, scivolano da cinque a quattro anni, e per le non quotate addirittura a tre. Con la conseguenza di impedire le intercettazioni e la custodia cautelare in carcere anche nelle ipotesi aggravate, e di avvicinare ancor di più la prescrizione: il termine massimo passa da quindici a sette anni e mezzo (anche senza le attenuanti generiche) per le società quotate e addirittura a quattro e mezzo per le non quotate.
3) Per le società non quotate, il falso in bilancio sarà perseguibile solo a querela di parte (azionisti o creditori). Per le quotate, invece, anche d'ufficio. Così, paradossalmente, se il falso in bilancio danneggia i soci (ipotesi più grave), sarà perseguibile soltanto a querela di parte, e non più d'ufficio dalla magistratura. Se invece non cagiona danni (ipotesi meno grave), rimane perseguibile d'ufficio, sia pur con una pena irrisoria e una prescrizione fulminea. In ogni caso, fra attenuanti e sconti vari, ogni pena detentiva sarà convertibile in una piccola multa. Il commento del giudice Davigo è impietoso:
Non esistono, che io sappia, processi per falso in bilancio scaturiti dalla denuncia del socio di maggioranza, che di solito è il mandante e il beneficiario del reato. È semplicemente assurdo pensare che l'azionista di maggioranza sporga denuncia contro i suoi amministratori, che hanno eseguito i suoi ordini. Anche perché, volendo, può cacciarli via. Quanto al socio di minoranza, se anche sporge denuncia, è facile fargliela ritirare risarcendogli il danno subito, o anche di più. Stabilire la perseguibilità del falso in bilancio a querela dell'azionista è come stabilire la perseguibilità del furto a querela del ladro.
4) Vengono totalmente depenalizzate alcune fattispecie di reato, come il falso nel bilancio presentato alle banche (magari per ottenere crediti indebiti in situazioni di pre-fallimento).
5) Quel che resta del falso in bilancio non è più punibile al di sotto di alcune «soglie quantitative» di contabilità occulta. Chi tace a bilancio fino al 5 per cento del risultato d'esercizio (calcolato sull’utile prima delle imposte), o fino al 10 per cento delle valutazioni, o fino all’ 1 per cento del patrimonio netto della società (che comprende beni immobili e immateriali, partecipazioni e ammortamenti, utili, partecipazioni e magazzini) non rischia nulla. «È la famosa modica quantità - scherza amaro il pm Francesco Greco - magari per uso personale, come per la droga...».
Postato da Antonio Di Pietro in Mani Sporche
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1 Marzo 2008
2 - Il Parlamento degli inquisiti

Proseguo la pubblicazione di alcuni brani tratti da "Mani Sporche", libro pubblicato da Chiarelettere e scritto da Barbacetto, Gomez e Travaglio.
"Il 13 maggio la Casa delle libertà - la nuova alleanza fra il Polo e la Lega - si aggiudica 368 deputati (l'Ulivo 247, Rifondazione 11, altri 4) e 176 senatori (l'Ulivo128, Rifondazione 4, Democrazia europea 4, L'Italia dei Valori dipietrista 1, altri 4). Nel maggioritario alla Camera, il divario fra Casa delle libertà e Ulivo è piuttosto esiguo: 16.948.194 voti (45,5 per cento) contro 16.335.807 (43,8 per cento). Ma sul proporzionale, sempre per la Camera, il distacco aumenta sensibilmente: 18.417.844 (49,6 per cento) alla Casa delle libertà, 12.922.287 (35 per cento) all'Ulivo, 1.868.659 (5 per cento) a Rifondazione comunista e 1.443.271 (3,98) ai dipietristi. Questi ultimi mancano di un soffio il quorum che garantirebbe loro una significativa rappresentanza in Parlamento. Per circa quarantamila voti l'ex pm di Mani Pulite rimane fuori dal Parlamento (anche perchè il suo unico eletto, il neosenatore Valerio Carrara, passa subito con la maggioranza). L'ex magistrato paga a caro prezzo la rottura consumata con l'Ulivo nel maggio 2000 quando, caduto il governo D'Alema, il centrosinistra ripescò Giuliano Amato. E Di Pietro rifiutò prima di diventare suo ministro, poi di votargli la fiducia ("Non potevo perdonargli - spiega oggi - la partecipazione alla direzione socialista "del poker d'assi", nel 1992, quando Craxi tirò fuori i dossier dei servizi per bloccare Mani Pulite e Amato, lì presente, non disse una parola, salvo poi raccontare che era andato al bagno.. "). Per quel "no" Di Pietro è stato espulso dai Democratici, il nuovo partito che ha appena fondato insieme a Prodi, Rutelli e Cacciari, e alle elezioni ha dovuto correre da solo, anche in polemica con lo scarso impegno dell'Ulivo sul tema della legalità e con la presenza di "troppi candidati riciclati e inquisiti".
Mai come questa volta, infatti, le liste elettorali sono state infarcite di personaggi nei guai (provvisori o definitivi) con la giustizia. Quasi tutti candidati in collegi sicuri, e quindi eletti con ampio margine. Oltre alle scontate conferme di Berlusconi, Cesare Previti, Marcello Dell'Utri, Umberto Bossi, Giorgio La Malfa, Massimo Maria Berruti, Gaspare Giudice, Giuseppe Firrarello e Vittorio Sgarbi, spiccano le new entry di noti protagonisti di Tangentopoli come Aldo Brancher (poi promosso viceministro delle Riforme istituzionali), Giampiero Cantoni, Romano Comincioli; e i ritorni di pregiudicati come Antonio Del Pennino, Egidio Sterpa, Alfredo Vito e Gianstefano Frigerio. Quest'ultimo, dirottato in Puglia e ribattezzato "Carlo" per renderlo meno riconoscibile, viene regolarmente eletto nel proporzionale con Forza Italia, ma non riuscirà nemmeno a metter piede alla Camera: il primo giorno della nuova legislatura verrà raggiunto da un ordine di carcerazione in ospedale, lì piantonato dai Carabinieri e poi tradotto agli arresti domiciliari, dovendo scontare tre condanne definitive a un totale di sei anni e otto mesi per concussione, corruzione, ricettazione e finanziamento illecito."
Postato da Antonio Di Pietro in Mani Sporche
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28 Febbraio 2008
1-Mani Sporche

Inizio da oggi la pubblicazione di alcuni brani tratti da "Mani Sporche", libro pubblicato da Chiarelettere e scritto da Barbacetto, Gomez e Travaglio.
"Il 13 maggio 2001 Silvio Berlusconi vince le elezioni e torna a Palazzo Chigi. Molte cose sono cambiate rispetto al 1994, l'anno della sua «discesa in campo».
Al Quirinale non siede più Oscar Luigi Scalfaro, ma - dal 1999 - Carlo Azeglio Ciampi, eletto anche con i voti del centrodestra (contrarie soltanto la Lega e Rifondazione comunista) in seguito a uno dei tanti accordi bipartisan che hanno costellato il quinquennio dell'Ulivo.
Nel 1994 il Cavaliere era, almeno personalmente, intonso da accuse giudiziarie.
Nel maggio 2001 è un pluri-imputato con un cumulo impressionante di carichi pendenti: la prescrizione in Cassazione per la tangente di All Iberian a Craxi; la prescrizione in appello per le mazzette alla Guardia di finanza; l'indagine non ancora archiviata a Caltanissetta per le stragi di Capaci e via d'Amelio; l'inchiesta aperta in Spagna per Telecinco; cinque processi in corso: tre per falso in bilancio (Lentini, All Iberian-2, consolidato Fininvest) e due per corruzione in atti giudiziari (Sme-Ariosto e Lodo Mondadori).
Mai, nella storia dell'Occidente industrializzato, un personaggio in queste condizioni ha potuto soltanto pensare di candidarsi alla guida del governo del suo Paese. Un personaggio al quale la Corte d'assise d'appello di Caltanissetta dedica un intero capitolo della sentenza - depositata il 23 giugno 2001 - che condanna 39 boss di Cosa nostra (di cui 29 all'ergastolo) per la strage di via d'Amelio.
Un capitolo intitolato «I contatti fra Salvatore Riina e gli on.li Dell’Utri e Berlusconi», nella sezione dedicata a «I moventi» dell'eccidio che costò la vita a Paolo Borsellino. Un capitolo in cui si scrive, fra l'altro, che Cosa nostra intrecciò con Berlusconi e Dell’Utri «un rapporto fruttuoso, quanto meno sotto il profilo economico»; che per anni il gruppo Berlusconi versò alla mafia «regalìe» sotto forma di «consistenti somme di denaro»; che all'incasso provvedeva inizialmente Vittorio Mangano, il fattore della villa di Arcore, finché dagli anni Novanta Totò Riina decise di gestire il rapporto in prima persona: infatti, «nell'ottica di Cosa nostra, questo rapporto era certamente da coltivare, e ciò spiega il diretto interessamento di Riina e l'estromissione di Mangano dal ruolo assegnatogli». Dunque - concludono i giudici nisseni - anche in questa direzione bisognerà «indagare per individuare i convergenti interessi di chi all'epoca era in rapporto di reciproco scambio con i vertici di Cosa nostra» e per dare un volto ai «non improbabili mandanti occulti delle stragi» del 1992-93.
Ma dei temi della legalità, nella lunga campagna elettorale iniziata sul finire del 2000, si parla poco o nulla. La questione morale pare definitivamente accantonata dalle principali forze politiche. Il centrosinistra - che candida a Palazzo Chigi come premier Francesco Rutelli e come vice Piero Fassino - evita di insistere sull'argomento. Anzi, il 2 febbraio 2001 alcuni suoi leader organizzano una cerimonia di riabilitazione di Craxi, scomparso in latitanza un anno prima: a Palazzo San Macuto, sede distaccata della Camera, il presidente Luciano Violante invoca una «pacificazione» con Tangentopoli e rilancia l'idea craxiana della commissione parlamentare d'inchiesta.
L'ex ministro socialista e ora giudice costituzionale Giuliano Vassalli sostiene che «Craxi è morto in doloroso esilio». Il tutto alla presenza dei familiari di Craxi, ma anche di Berlusconi, Giuliano Amato, Francesco Cossiga, Massimo D'Alema e vari ex socialisti, molti dei quali condannati.
Al termine Stefania Craxi consegna a Violante «le carte dell'archivio privato di Craxi». Nessuno ricorda che, nell'archivio sequestrato nel 1995 in via Boezio a Roma, c'era anche un dossier dedicato a Violante."
Postato da Antonio Di Pietro in Mani Sporche
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