Processo Dell'Utri

29 Giugno 2010

Condannato!

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Da "ilFattoQuotidiano.it"
Guai, a non considerare Mangano "un eroe"

Fra le tante analisi circa la condanna di Marcello Dell'Utri, voglio segnalarvi quella di Gioacchino Genchi pubblicata da Il Fatto Quotidiano. Potete leggerla cliccando qui.

"C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali". (Guarda il video)
Voglio ricordare le parole di Paolo Borsellino, oggi che la Corte d'Appello di Palermo ha condannato Marcello Dell'Utri a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.
Perché, a prescindere dalle analisi, dai numeri e dalle ipotesi, da questa storia emergono alcuni punti incontrovertibili.
Il primo: questo processo riguarda i rapporti tra Cosa Nostra e Forza Italia, e non va confuso col filone d'inchiesta su quelli tra Mafia e Stato, che abbraccia le stragi del '92.
Il secondo: Marcello Dell'Utri, senatore della Repubblica Italiana, è stato condannato a sette anni con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. E' un fatto.
Il terzo punto: lo stesso Dell'Utri è il co-fondatore di Forza Italia (oggi Pdl), partito di maggioranza che governa il Paese. Co-fondatore perché lo fondò insieme a Silvio Berlusconi, oggi Presidente del Consiglio dei Ministri e coinvolto nei fatti per cui Dell'Utri è stato condannato in Appello. Anche questo è un fatto.
A prescindere dagli anni di condanna - nove, sette, dieci non importa - questa sentenza offre una conclusione amara su cui gli italiani devono meditare: l'Italia è governata da due persone che hanno avuto rapporti stretti e confidenziali con Cosa Nostra. Tutto il resto passa in secondo piano.

Di seguito il testo del video-servizio

Dopo cinque giorni di camera di consiglio arriva l'atto finale del processo d'appello al senatore Marcello Dell'Utri.
Non c'è stato l'inasprimento della pena auspicato dal Procuratore Generale, Nino Gatto, che aveva chiesto una condanna a 11 anni di reclusione.
C'è stata invece una riforma del dispositivo del primo grado e una riduzione della pena. Sette anni con l'obbligo di risarcire le parti civili, Provincia e Comune di Palermo.
Assolto, perché il fatto non sussiste, per tutte le vicende contestate a Dell'Utri dal 1992 in poi. Crollano tutte le ricostruzioni dei pentiti che riguardavano il filone politico. Giuffré, in particolare, che aveva raccontato ai magistrati le tappe della nascita di Forza Italia. Secondo la ricostruzione del pentito assecondata dai padrini di Cosa Nostra.
La Corte presieduta da Claudio Dall'Acqua, in questi giorni investita da violente polemiche, non ha creduto - o non ha ritenuto sufficienti i riscontri presentati, alle parole del pentito Gaspare Spatuzza.
Ma la decisione della Corte d'Appello conferma tutti i fatti avvenuti prima degli anni '90.
Sembra ormai certo che l'incontro tra Berlusconi, Dell'Utri e i vertici della mafia siciliana (Di Carlo, Teresi, Bontade e Cinà) avvenuto alla Edilnord di Milano nel 1974.
Si doveva concertare un sistema per assicurare la protezione personale di Berlusconi e Vittorio Mangano fu assunto così come fattore nella villa di Arcore. E poi le estorsioni alla STANDA e per le antenne Fininvest all'alba del successo economico del gruppo che fa capo al cavaliere.
Non soddisfatto il Procuratore Generale che ritiene comunque di portata storica la sentenza ma invita ad attendere il deposito delle motivazioni.
Dal punto di vista giudiziario smacchiata, in prima battuta, la nascita di Forza Italia e l'ascesa al Governo del paese. Per i legali del senatore cadono le accuse più gravi.
Due processi e un'indagine durati 16 anni. Il processo in Tribunale si era aperto il 5 novembre 1997 e si era concluso nel 2004 con una condanna a nove anni emessa dopo 13 giorni di camera di consiglio. L'appello, cominciato esattamente 4 anni fa, si è concluso oggi con la condanna a 7 anni di reclusione per i fatti commessi fino al 1992.
Le motivazioni, entro i canonici 90 giorni, che scadono il 29 settembre. In quella data Berlusconi compie gli anni. E potrebbe festeggiare ancora.

Ecco il dispositivo della sentenza emessa dalla Corte di Appello di Palermo: (Guarda la lettura della sentenza)

"Visti gli articoli 150 Cp, 530, 531 e 605 Cpp, in riforma della sentenza del Tribunale di Palermo dell'11 dicembre 2004 appellata da Cina' Gaetano e Dell'Utri Marcello ed incidentalmente dal procuratore della Repubblica di Palermo, dichiara non doversi procedere nei confronti di Cina' Gaetano in ordine ai reati ascrittigli perche' estinti per morte del reo; assorbita l'imputazione ascritta al capo A della rubrica in quella di cui al capo B, assolve Dell'Utri Marcello dal reato ascrittogli, limitatamente alle condotte contestate come commesse in epoca successiva al 1992, perche' il fatto non sussiste e per l'effetto riduce la pena inflitta ad anni 7 di reclusione". E prosegue: "Conferma nel resto l'appellata sentenza. Condanna Dell'Utri Marcello alla refusione delle spese sostenute dalle parti civili costituite Provincia regionale di Palermo e Comune di Palermo che si liquidano per ciascuna di essere in complessivi euro 7.000 oltre spese generali, Iva e Cpa come per legge. Indica in giorni 90 il termine per il deposito della motivazione".

LA STORIA DEL PROCESSO NELLE PUNTATE DEL BLOG

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- 22 maggio 2010: Processo Dell'Utri: "Coi mafiosi solo rapporti occasionali" - Il video
- 30 maggio 2010: Processo Dell'Utri: frequentare mafiosi è forse reato? - Il video
- 13 giugno 2010: Processo Dell'Utri: Mangano da eroe a profittatore - Il video
- 20 giugno 2010: Processo Dell'Utri, si va verso la sentenza - Il video
- 27 giugno 2010: Processo Dell'Utri: a breve la sentenza - Il video
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27 Giugno 2010

Processo Dell'Utri: a breve la sentenza

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Nelle prossime ore è attesa la sentenza d'Appello per Marcello Dell'Utri, senatore Pdl accusato di concorso esterno in associazione mafiosa per il quale l'accusa ha chiesto 11 anni di carcere, dopo i nove inflitti in Primo grado. Un processo che abbiamo seguito udienza dopo udienza, dando spazio a quell'informazione che i telegiornali del Premier non offrono più. Pubblico, di seguito e in video, il resoconto dell'ultima udienza celebrata a Palermo venerdì scorso. Attendendo la sentenza, ovviamente.

"Io non vorrei essere nei vostri panni. Però voi dovrete prendere una decisione che è veramente storica per il nostro Paese. Potete costruire un gradino che porterà a scalarne tanti altri, o potere distruggerlo. Questa è una responsabilità che non vi invidio. Ma è un dovere per la nostra categoria. Un dovere anche quando è il potere ad essere giudicato. Un potere che aveva cercato di sottrarsi al giudizio. Vi chiedo di affermare la responsabilità dell'imputato".
Queste che avete sentito sono le parole che il Procuratore Generale di Palermo, Nino Gatto, ha rivolto ai Giudici della II sezione penale della Corte d'Appello di Palermo a conclusione della sua replica finale nell'ultima udienza del processo contro il senatore Pdl Marcello Dell'Utri.
Nell'aula bunker B2 all'interno del carcere Pagliarelli è andato in scena l'atto finale prima della decisione conclusiva. Storica, secondo l'accusa.
Nino Gatto ha sfruttato l'ultima occasione di parola per confutare alcuni degli argomenti che nel corso delle ultime cinque udienze i difensori di Dell'Utri hanno usato per scagionare il senatore. Per ridurre il numero degli eventi accertati e sminuirne l'importanza.
Uno dei più importanti per l'accusa è l'incontro alla Edilnord di Milano. Secondo i difensori mai avvenuto.
Secondo Gatto è sbagliato considerare l'intero impianto accusatorio limitato alle sole alle dichiarazioni dei pentiti, seppur determinanti.
Quanto al contesto globale del concorso esterno l'accusa ha spiegato come le frequentazioni, costanti nel tempo con i mafiosi, sono la dimostrazione che - quello di Cosa Nostra - è il mondo di Dell'Utri.
Vittorio Mangano non era un fattore, ha ribatito Gatto, ma garantiva la protezione a Silvio Berlusconi in un periodo, i primi anni '70 in cui erano frequenti i sequestri di persona. E i rapporti di Mangano con Dell'Utri si è dimostrato essere stati costanti nel tempo anche grazie agli appunti contenuti nella sua agenda.
Marcello Dell'Utri, al contrario delle previsioni, non si è presentato in aula rinunciando alla facoltà di rendere dichiarazioni spontanee alla Corte. Un suggerimento, forse, dei suoi stessi avvocati per evitare ogni possibile passo falso nel momento più delicato del processo.
Gli avvocati Sammarco e Mormino hanno replicato duramente all'esortazione del PG Gatto rivolta ai Giudici a proposito della valenza storica della loro decisione.
Nino Mormino ha concentrato buona parte del proprio intervento a cambiare la prospettiva dell'interessamento di Marcello Dell'Utri per lo svoglimento, nel 1994, di un provino al Milan per il giovane calciatore D'Agostino.
La prova, secondo l'accusa, della vicinanza di Dell'Utri ai boss di Brancaccio Giuseppe e Filippo Graviano. In un periodo, il 1994, nel quale sarebbe poi decollato il progetto politico di Forza Italia che, proprio in Sicilia, poteva contare su un forte consenso ai vertici di Cosa Nostra.
E proprio ai fratelli Graviano è legato il pentito Gaspare Spatuzza. Le sue rivelazioni, di altissimo valore secondo l'accusa, dimostrano il coinvolgimento dell'imputato nella seconda - e ultima - fase stragista di Cosa Nostra.
Considerare le sue dichiarazioni smentite dalla parola di un boss non pentito, Filippo Graviano, il quale peraltro non rispondeva dell'incontro al Bar Doney di Via Veneto, ma di un colloquio avvenuto in carcere, è un errore che l'accusa si augura la Corte non commetterà.
Claudio Dall'Acqua, Sergio La Commare e Salvatore Barresi sono da oggi chiusi in una lunga e certamente tesissima camera di consiglio dalla quale, ovviamente, non dipende solo il destino di un imputato e del suo sistema di potere.
Ma anche un equilibrio político fondato su patti inconfessabili e su un'opinione pubblica tenuta lontana da pericolose verità.
Nove anni e sei mesi di reclusione inflitti a Dell'Utri dal Tribunale. Undici anni, invece, la richiesta della Procura Generale nel processo d'Appello.
Incertezza sui tempi della sentenza. Per cronisti ed avvocati, dunque, sosta forzata a Palermo in attesa che la Corte sciolga gli intricatissimi nodi di questa storia processuale.

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20 Giugno 2010

Processo Dell'Utri, si va verso la sentenza

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Il Processo d'Appello a Marcello Dell'Utri volge alla conclusione. Il senatore del Pdl, in primo grado è stato condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. In Appello l'accusa ha chiesto un inasprimento della pena a 11 anni di carcere. La sentenza arriverà nei prossimi giorni.

Di seguito riporto il servizio dell'ultima udienza di venerdì 18 giugno

Marcello Dell'Utri tenta di smarcarsi dalla polemica sulla mancata applicazione definitiva di Gaspare Spatuzza al programma di protezione speciale per i collaboratori di Giustizia decisa proprio nei giorni scorsi dalla commissione presieduta da Alfredo Mantovano, suo compagno di partito.
"Dice cose interessanti sulle stragi - afferma Dell'Utri - ma su di me ha preso un granchio o si è inventato tutto".

La verità, purtroppo, è che Gaspare Spatuzza proprio affrontando il tema stragi e ribaltando la prospettiva delle dichiarazioni del collaboratore Vincenzo Scarantino, che oggi crollano pezzo dopo pezzo, tira in ballo proprio Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi.
Gli stessi indagati dalla Procura di Firenze e di Caltanissetta negli anni '90 identificati, nelle carte di allora, in "Autore 1 e Autore 2". L'inchiesta fu archiviata perché le prove non furono sufficienti, ma gli elementi fino a quel punto raccolti lasciavano intravedere un'oscura prospettiva.
La stessa sulla quale, quasi vent'anni dopo, si cerca ora di fare maggiore luce.

Un'altra polemica, molto più rovente, ha investito il Collegio giudicante, presieduto da Claudio Dall'Acqua. Il Fatto Quotidiano ha ricordato, martedì scorso, che il figlio del presidente della seconda sezione penale della Corte d'Appello, Riccardo, ingegnere, era dipendente della società di Vincenzo Rizzacasa, arrestato per riciclaggio agli inizi del mese di giugno. E che l'altro figlio, Fabrizio, è stato chiamato dal sindaco azzurro di Palermo, Diego Cammarata, come segretario generale del Comune di Palermo. Ma non è qui.
Sergio La Commare, sarebbe stato sanzionato nel 1996 dal Csm per avere confessato ad un PM, quando era GIP, di volere evitare una noiosa camera di consiglio. Peccato di pigrizia. Dalla quale non sembra tuttora guarito.

L'altro Giudice a latere, Salvatore Barresi, prima ancora di entrare in magistratura avrebbe frequentato il tavolo da poker di casa Ciancimino. Con la conseguenza di alimentare, per i più maliziosi, dubbi relativi ai motivi della mancata ammissione, come testimone in questo processo, proprio del figlio di Don Vito così come chiesto dall'accusa.
Ed oggi la risposta, tanto breve quanto secca, con la quale la Corte ha affermato di essere "indifferente alle pressioni mediatiche", sostenendo di "rispondere solo di fronte alla legge ed alla loro coscienza".
Nell'ultima udienza riservata agli avvocati della difesa l'ultimo colpo di scena è stato la richiesta difensiva di acquisire agli atti una lettera che Carlo Marchese, detenuto del carcere di Spoleto, condannato all'ergastolo in regime di 41bis, compagno di detenzione di Spatuzza avrebbe inoltrato contestualmente al Premier Berlusconi ed al Procuratore di Firenze Quattrocchi.

Nel 1997 Spatuzza gli avrebbe annunciato l'intenzione di tirare in ballo politici del centro-destra, come Berlusconi e Dell'Utri o del centro-sinistra come Massimo D'Alema. Una strategia della tensione con lo scopo di fare "scompiglio" nella scena politica e tutelare di conseguenza gli interessi di Cosa Nostra.
La vaghezza, anzi, la surrealità delle affermazioni hanno dato ai giudici l'impressione di un vaneggiamento anziché di un racconto genuino. Di qui il rigetto dell'istanza.
Poi Sammarco e Mormino hanno, per l'ultima volta, riproposto la testi dell'inattendibilità di Spatuzza e l'inesistenza di rapporti duraturi con Vittorio Mangano. Diversamente da quanto riportato proprio sulle agende del senatore.
Un'udienza fiume durata fino al pomeriggio. La conclusione, ovvia, della difesa nelle parole di Nino Mormino.
La sentenza è prevista entro lunedì 28 giugno. Prossima udienza, nell'aula bunker del carcere Pagliarelli, per le conclusioni finali. Possibile che l'imputato Dell'Utri chieda di rendere dichiarazioni spontanee.

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13 Giugno 2010

Processo Dell'Utri: Mangano da eroe a profittatore

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La manifestazione di ieri a Roma ha rafforzato le nostre certezze. C'è un'Italia sempre più stanca di questo Governo. Stanca degli abusi che questa classe dirigente piduista continua a perpetrare ai danni del Paese.
L'Italia dei Valori sarà di nuovo al fianco dei lavoratori e della Cgil, il prossimo 25 giugno. Saremo presenti nelle varie piazze italiane per dire ancora una volta "no" a questa manovra finanziaria che, di fatto, colpisce i redditi più fragili.

Intanto, di seguito pubblico il resoconto dell'ultima udienza del processo Dell'Utri. Un processo d'Appello che si avvia alla conclusione. Per il senatore del Pdl, amico di lunga data del premier Berlusconi, la pubblica accusa ha chiesto una condanna ad 11 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. In primo grado gliene avevano inflitto nove.

Testo del video intervento

Penultima udienza del processo Dell'Utri. Ancora spazio, dunque, ai legali del senatore del Pdl accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e già condannato a nove anni di reclusione.
Udienza scandita dal ritmo sostenuto imposto dal Presidente della seconda sezione della Corte d'Appello di Palermo, Claudio Dall'Acqua, che ha chiesto ai due legali del senatore, Nino Mormino e Alessandro Sammarco, di ridurre all'essenziale i contenuti degli argomenti difensivi, riducendo inoltre al minimo le pause.

Marcello Dell'Utri, presente in aula, ha ascoltato in silenzio l'avvocato Mormino che anche stavolta, dopo i richiami alla vicenda di Calogero Mannino - accusato ed assolto dopo 17 anni dall'accusa di concorso esterno - si è richiamato alla vicenda giudiziaria di Enzo Tortora e di Giulio Andreotti.

Questo perché secondo la difesa di Dell'Utri in questo processo un ruolo chiave, per la condanna di primo grado inflitta al senatore, è stato giocato dai collaboratori di giustizia.

In particolare la difesa punta tutto sulla dimostrazione che nessun incontro vi fu alla Edilnord di Milano tra Dell'Utri, Berlusconi, Teresi, Cinà, Bontate e Di Carlo nonostante le conferme proprio del Di Carlo.

Infatti lo spostamento della data presunta - dalla primavera del '74 all'autunno del '75 - è dimostrazione per la difesa di un'approssimazione letale per la formazione della prova.

E poi c'è la presenza di Mangano ad Arcore. Una circostanza impossibile da negare. Per questo gli sforzi oratori puntano a screditarne la valenza.
Se per l'accusa Vittorio Mangano ad Arcore era il testimone vivente di un accordo tra Berlusconi e Cosa Nostra per la sua protezione personale, raggiunto grazie alla mediazione di Dell'Utri, per la difesa Mangano era solo un profittatore che voleva arricchirsi nel periodo in cui fu alle dipendenze di Berlusconi.
Alla faccia dell'eroe.

L'udienza si è conclusa con un passaggio, affrontato dall'avvocato Sammarco, sulla vicenda definita "Chiofalo-Cirfeta".
Il presunto piano messo in atto da Dell'Utri per screditare i pentiti Di Carlo, Onorato e Guglielmini attraverso il supporto di un altro pentito, Cosimo Cirfeta che raccontava di un fantomatico accordo, risalente al 1997, tra i pentiti per incastrare il senatore.
Per agganciare Cirfeta, Dell'Utri ebbe un'imbeccata da Giuseppe Chiofalo.
Un mafioso già condannato all'ergastolo che Dell'Utri incontrò durante un permesso premio il 31 dicembre del 1998.

Secondo Sammarco gli incontri con Cirfeta e Chiofalo sono da spiegare nel legittimo tentativo di raccogliere quanti più elementi difensivi possibili da riversare nel processo che lo vedeva imputato. Per la difesa Dell'Utri stava solo svolgendo delle indagini difensive, come fosse un avvocato.
Ultimi fotogrammi di un processo che si avvia alla conclusione dal quale l'opinione pubblica attende una ulteriore risposta sulle vicende oscure che coinvolgono il fondatore del principale partito politico italiano. Quello che oggi esprime la maggioranza parlamentare e il governo del Paese.

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30 Maggio 2010

Processo Dell'Utri: frequentare mafiosi è forse reato?

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Riporto il servizio girato dell'ultima udienza del processo d'Appello a Marcello Dell'Utri di venerdi 28 maggio.

Testo dell'intervento

Battute finali al processo d'appello contro il senatore PdL Marcello Dell'Utri. Si è svolta a Palermo, davanti ai Giudici della seconda sezione penale, la terza udienza riservata agli avvocati difensori dell'imputato Dell'Utri, che oggi non si è presentato in aula.

La parola è toccata anche oggi all'avvocato Sammarco che ha attaccato le tesi accusatorie della sentenza di primo grado soffermandosi in particolare su tre argomenti.

Gli incontri, o presunti tali, avvenuti tra Dell'Utri e Vittorio Mangano nel 1993 per cominciare.

Sulle agende del senatore, in seguito ad una perquisizione, furono notati due diversi appunti che facevano riferimento a Mangano.

Vittorio Mangano, avrebbe incontrato a Milano il senatore per parlargli di problemi personali. E Dell'Utri confermò la circostanza ai magistrati che lo interrogarono.

Oggi però, l'avvocato Alessandro Sammarco, ribalta il tavolo e accusa i pm del primo grado di avere "tratto in inganno" Dell'Utri. Gli appunti sull'agenda non proverebbero alcun incontro.

Ma nulla smentisce la circostanza che Vittorio Mangano fin dopo le stragi di Capaci e Via D'Amelio fosse ancora in grado di avvicinare Dell'Utri senza aspettarsi un rifiuto, tanto appare stretto e datato il loro rapporto.

E' scritto nella sentenza di primo grado che: "Nonostante la crescita del suo prestigio personale anche in campo politico, aveva continuato ad intrattenere rapporti di frequentazione con un mafioso conclamato ed importante come era Mangano nonostante tutto quello che era successo in passato".

Si ritorna poi a parlare dell'incontro Edilnord a cui avrebbero preso parte i capi della mafia degli anni '70, tra i quali il "Principe di Villagrazia" titolo con cui si soprannominava Stefano Bontate. Un incontro a seguito del quale si decise l'ingresso di Vittorio Mangano a casa Berlusconi, a Villa Macherio, per assicurarsi protezione in un'epoca dove erano frequenti i sequestri di persona.

La testimonianza del boss Di Carlo non basterebbe. E poi la difesa punta l'indice contro la ricostruzione temporale operata dal Tribunale e dal Procuratore Generale.

Il capitolo del "pizzo" pagato da Fininvest per le antenne da installare in Sicilia viene liquidato con la circostanza che - all'epoca dei fatti - Dell'Utri si fosse lavorativamente allontanato da Berlusconi entrando nel gruppo Rapisarda.

Mentre per quanto riguarda gli attentati alla Standa di Catania, un modo col quale i Santapaola volevano - secondo l'accusa - agganciare Dell'Utri e sfruttarne le entrature sul gruppo imprenditoriale di Berlusconi l'avvocato Sammarco parla di "Omeopatia Mafiosa".

Perché usare i mafiosi di Palermo per difendersi da quelli di Catania. La risposta, si potrebbe dire viene da sé.

Altro focus sulla vicenda che riguardava la presenza di Dell'Utri a Londra al matrimonio del mafioso Jimmy Fauci. Una circostanza accertata e confermata dall'imputato che - secondo la versione della difesa - si trovava nel Regno Unito e lì venne accompagnato da Gaetano Cinà. Alla cerimonia prese parte anche Francesco Di Carlo, mafioso oggi collaboratore di giustiza.
Solo che all'epoca Di Carlo era latitante. Ma Dell'Utri non fece una piega.

Annotano i giudici nella sentenza di primo grado: "La notoria pluriennale amicizia del Cinà con Marcello Dell'Utri ed i rapporti tra i due, tranquillizzavano Di Carlo sul fatto che la sua latitanza non sarebbe mai stata segnalata da Marcello Dell'Utri che sapeva vicino ad esponenti prestigiosi e potenti di Cosa Nostra".

Secondo la difesa, invece, non sarebbe provata né la completa partecipazione né la circostanza che Dell'Utri conoscesse tutti gli invitati. Lo stesso Fauci dichiarò di non avere né invitato né conosciuto Dell'Utri. Ma la testimonianza del Di Carlo incastra il senatore.

Per la difesa non rimane che ripiegare. "Frequentare mafiosi è forse reato?"

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22 Maggio 2010

Parlamento al tappeto

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Il Governo continua a ricattare il Parlamento. Gli emendamenti vengono approvati a suon di voti di fiducia. Una tecnica che sfibra il vero senso della politica, mettendo nell'angolo l'autonomia parlamentare.
Quello del "dl incentivi" è solo l'ultimo caso di una lunga serie. E condivido il monito del Presidente della Repubblica che parla di "Parlamento compresso".
Un utilizzo così frequente del voto di fiducia non lo si riscontra neanche nelle maggioranze più risicate del storia Repubblicana. Ma questa è l'era berlusconiana, un'era che fa storia a sé. Un'era che ha calpestato la dignità del Parlamento e la fiducia dei cittadini.

Di seguito pubblico il resoconto dell'ultima udienza del processo Dell'Utri, che di Berlusconi è amico di vecchia data, oltre che fedele senatore.

Testo del video servizio

"Nessun apporto concreto da parte di Marcello Dell'Utri all'organizzazione mafiosa di Cosa Nostra". Nell'aula della seconda sezione penale della Corte d'Appello di Palermo si è svolta la seconda delle udienze dedicate alla arringhe difensive.

L'avvocato di Dell'Utri, Nino Mormino, ha dedicato l'udienza a confutare gli argomenti della sentenza di primo grado che addebitano al senatore il ruolo di cerniera tra Cosa Nostra e le imprese di Berlusconi prima e Cosa Nostra e Forza Italia dopo.

Quel quadro che i Giudici del Tribunale hanno sintetizzato in queste parole.

La pluralità dell'attività posta in essere da Dell'Utri, per la rilevanza causale espressa, ha costituito un concreto, volontario, consapevole, specifico e prezioso contributo al mantenimento, consolidamento e rafforzamento di Cosa nostra, alla quale è stata, tra l'altro offerta l'opportunità, sempre con la mediazione di Dell'Utri, di entrare in contatto con importanti ambienti dell'economia e della finanza, così agevolandola nel perseguimento dei suoi fini illeciti, sia meramente economici che politici.

Secondo l'avvocato Mormino le fasi più significative dei contatti tra Cosa Nostra e Dell'Utri, gli attentati alla Standa di Catania, il pizzo pagato da Berlusconi per i ripetitori in Sicilia, e gli accordi per la protezione personale di Berlusconi da parte di Cosa Nostra dimostrata dalla presenza di Vittorio Mangano ad Arcore sono - almeno per i primi due casi - fatti di natura estorsiva di cui Berlusconi era vittima ai quali Dell'Utri non avrebbe preso parte se non a tutela ed in difesa di un suo amico storico.

Più volte l'avvocato Mormino ha citato passi della recente sentenza della Corte di Cassazione che ha assolto definitivamente Calogero Mannino dall'accusa di concorso esterno, invocando per il suo assistito Dell'Utri, una valutazione strettamente connessa alle singole condotte contestate

«Il tribunale parla del senatore come di un 'concorrente esternò, ma il reato di concorso esterno è un reato di condotta individuale e definita, non ha un carattere permanente. Va accertata la sussistenza delle condotta finalizzata a conseguire il consolidamento dell'organizzazione mafiosa».

Nessuna dichiarazione da parte di Dell'Utri, presente in aula anche a questa udienza, che si è limitato ad un accenno sulla possibilità di rendere dichiarazioni spontanee nell'udienza già fissata per le repliche finali.

Nel corso della sua appassionata arringa l'avvocato Mormino ha ripercorso le tappe che, dalla nascita del movimento Sicilia Libera, avrebbero poi portato Cosa Nostra a sostenere politicamente Forza Italia, sempre grazie a Dell'Utri.

Secondo Mormino il progetto del movimento indipendentista siciliano si arenò non solo perché il cognato di Riina, Leoluca Bagarella, non voleva investire altro denaro nell'operazione, ma perché con l'uscita di scena democristiana e l'avvento di una forza politica fortemente garantista, gli interessi di Cosa Nostra si spostarono su quello che ritennero, a ragione, un cavallo vincente.

Ma senza l'intervento di Dell'Utri né di Berlusconi. Nessuno, insomma, secondo la difesa del senatore pdl, già condannato a nove anni di reclusione, ha strizzato l'occhio alla mafia.

Nemmeno la presenza al matrimonio di Jimmy Fauci, mafioso siciliano a Londra, ed al compleanno di Antonino Calderone, boss catanese, dimostrebbero alcunché. Si tratta - ha ripetuto più volte - di eventi occasionali non concordati.

Ancora tre udienze dedicate alle arringhe difensive prima delle conclusioni finali e la sentenza, dopo una lunga camera di consiglio, prevista entro giugno.

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15 Maggio 2010

Processo Dell'Utri: le arringhe difensive

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A Palermo, in Corte d'Appello, prosegue il processo a Marcello Dell'Utri, senatore del Pdl e amico storico del premier Berlusconi, condannato in primo grado a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Di seguito, e in video, il servizio di ieri, venerdì 14 maggio, relativo all'ultima udienza.


Con le arringhe difensive degli avvocati Nino Mormino e Alessandro Sammarco si è conclusa la prima delle udienze riservate alle argomentazioni che contrastano quelle accusatorie nei confronti del senatore Pdl Marcello Dell'Utri che risponde di concorso esterno in associazione mafiosa e già condannato in primo grado a nove anni di reclusione.

Davanti alla seconda sezione penale della Corte d'Appello di Palermo, presieduta da Claudio Dall'Acqua, La Commare e Barresi a latere, Nino Mormino ha introdotto quello che secondo lui è il contesto all'interno del quale proprio la Corte è chiamata a sviluppare il suo giudizio.

"Si metta da parte ogni valutazione su fatti storici o sociologici, ma si tenga conto, attentamente, delle sole circostanze penalmente rilevanti addebitabili all'imputato" - ha detto.

Senza risparmiarsi nel commentare l'attenzione mediatica rivolta a questo processo ha ricordato l'esistenza di "udienze esterne" riferendosi agli approfondimenti televisivi, Annozero di Michele Santoro su tutti, che avrebbero creato una sorta di pressione indebita su questo processo.

Per quel che riguarda, invece, il merito delle circostanze addebitate a Dell'Utri e contenute nella sentenza del Tribunale, Mormino ha cominciato da quelli che ritiene punti a favore dell'imputato.

Si è parlato delle telefonate tra Vittorio Mangano e Dell'Utri a proposito di quei "cavalli" intesi, secondo una prima interpretazione, come partite di droga e che invece di cavalli effettivamente - sottolinea Mormino - si trattava.

Poi del distato tra Berlusconi e Dell'Utri ai tempi in cui quest'ultimo lavorò per Rapisarda per poi rientrare alle dipendenze di Berlusconi.

"Si dice che il rientro di Dell'Utri sia legato alla mediazione svolta su Cosa Nostra a cominciare da investimenti immobiliari in Sardegna, ma - fa notare Mormino - la nascita di Publitalia '80 ed il suo successo sono il segno evidente delle doti manageriali dell'imputato".

Ad Alessandro Sammarco è toccato invece riassumere la posizione della difesa sull'ammissione del teste Gaspare Spatuzza che ha raccontato dell'incontro al Bar Doney tra lui e il boss Giuseppe Graviano che gli avrebbe detto "che Berlusconi e Dell'Utri gli avevano messo il paese nelle mani".

''La corte sarà chiamata a dire - ha detto Sammarco - come e' possibile dare credito a questa pattuglia di soggetti venuti fuori dopo l'avvio della stagione politica di Berlusconi e dopo le notizie sulle indagini.

"In questo processo le presunte prove spesso - ha aggiunto il legale del Senatore -si sono formate sulla stampa o in trasmissioni televisive."

Il Procuratore Generale, Nino Gatto, che ha chiesto alla Corte di inasprire la condanna di primo grado, da 9 a 11 anni, ha ascoltato in silenzio le arringhe della difesa. Mentre il Senatore Dell'Utri a margine dell'udienza si è detto fiducioso. "Ma a Palermo - ha detto - il clima è quello che è".

Dalla prossima udienza il difficile compito per la difesa di sminuire la portata dell'incontro milanese alla Edilnord con boss del calibro di Bontate, Teresi e Di Carlo. Del pizzo pagato da Fininvest per le antenne in Sicilia, degli attentati, a scopo estorsivo alla Standa di Catania e dei legami che proprio il Marcello Dell'Utri avrebbe creato con Costa Nostra per agevolare l'ascesa elettorale di Forza Italia e del suo leader, Silvio Berlusconi.

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Leggi l'articolo sul portale Italia dei Valori

LEGGI L'APPELLO(espandi | comprimi)
Onorevole Ministro Alfano,
dal giorno 6 maggio al carcere di Regina Coeli, a Roma, sono rinchiusi sette innocenti, la cui unica colpa è di essersi trovati fuori dallo stadio Olimpico la sera della partita di Coppa Italia Roma-Inter.
I loro nomi sono Antonello Cori , Emiliano Giacomobono, Alessio Amicone, Emanuele Pecorone, Emanuele De Gregorio, Stefano Carnesale, Luca Danieli.

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30 Aprile 2010

Processo Dell'Utri: l'invenzione del complotto

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La richiesta di inasprimento della pena (da 9 a11 anni) al loro assistito, ha giocato un brutto scherzo alla difesa del senatore Marcello Dell'Utri. Nel becero quanto inutile tentativo di cambiare linea difensiva, gli avvocati del senatore amico di Berlusconi cercano di diffamare chi e' stato e continuera' ad essere un avversario intransigente di personaggi come Dell'Utri, da sempre collante fra politica e interessi oscuri.
Dopo le dichiarazioni odierne, non solo il senatore ma anche i suoi legali dovranno rispondere davanti ai giudici penali.

Nonostante questi maldestri tentativi la linea dell'Italia dei Valori rispetto all'utilità dei pentiti nei processi non cambia: abbiamo sostenuto, sosteniamo e sosterremo sempre il fondamentale apporto dei collaboratori di giustizia nella lotta contro la mafia. Senza le loro acquisizioni che doverosamente devono essere vagliate dalla magistratura, saremmo ancora ai tempi, che qualcuno rimpiange, in cui si sosteneva che la mafia non esiste.
E invece grazie al lavoro di magistrati coraggiosi, la potenza della mafia è venuta a galla in tutta la sua interezza. Ed è giusto ricordarlo oggi, 28esimo anniversario dell'omicidio del parlamentare Pio La Torre e del suo collaboratore Rosario Di Salvo.

"Con la mafia non si può trattare e nemmeno scendere a patti”. E’ la frase che riassume il senso della vita e del coraggio dimostrato da La Torre, un uomo che, come Falcone, Borsellino e altri servitori dello Stato, non è mai sceso a patti con la criminalità organizzata.

Il modo migliore per ricordarne ed onorarne il sacrificio è proseguire, senza se e senza ma, nella lotta a tutte le mafie affinché sia assicurata e garantita la legalità dentro e fuori le istituzioni. Questa è una condizione imprescindibile, un punto di partenza fondamentale per fare in modo che, in un futuro non troppo lontano, la nostra società possa cambiare e cessino definitivamente le commistioni fra la criminalità organizzata e la politica. Occorre che il governo porti avanti una seria azione di contrasto alle mafie, presentando in Parlamento proposte legislative adeguate.

Al momento, purtroppo, il panorama è sconfortante: tagli drastici al comparto giustizia e provvedimenti, come il ddl intercettazioni, che vanno in senso opposto, ostacolando la lotta alla criminalità. L’Italia dei Valori continuerà a battersi per la difesa dei principi della trasparenza, del rispetto delle regole e per promuovere la cultura della legalità nel nostro Paese.

Pubblico il video ed il testo dell'intervento del nostro inviato al processo.

Testo del video intervento

Conclusa la requisitoria del Procuratore Generale durante l'ultima udienza, al Processo Dell'Utri la parola doveva passare alla difesa del Senatore, condannato in primo grado a 9 anni di reclusione, per le arringhe difensive.

Invece gli avvocati Nino Mormino e Sandro Sammarco a sorpresa chiedono invece una riapertura dell'istruzione dibattimentale per acquisire dichiarazioni e testimonianza di Antonio Cutolo un ex camorrista, oggi in veste di collaborante, che nel corso di un colloquio proprio con l'avvocato Sammarco avrebbe parlato di una specie di "complotto" dei collaboratori di giustizia per colpire il centro-destra, che aveva inasprito il 41bis favorendo perciò il centro-sinistra per via di posizioni politiche garantiste".

Cutolo riferisce parole di Nino Spadaro, ribaditegli da Antonino Ganci nel 2007 secondo il quale i mafiosi avrebbero avuto un aggancio nel centro-sinistra con Leoluca Orlando e Antonio Di Pietro.

Affermazioni che hanno dell'incredibile e sulle quali nemmeno la difesa dice di poterci mettere la mani sul fuoco.

Altrettanto incredibile sostenere che Forza Italia non fosse un partito garantista. L'opposto della realtà.

Le dichiarazioni di Cutolo, quando si trattò del tentativo di screditare Spatuzza, non furono ritenute rilevanti dalla Corte che decise di scartarle. Questa volta invece la decisione arriverà all'udienza del 7 maggio prossimo.

Sorprende però che a poche settimane dalla conclusione di questo processo emerga un racconto che sembra speculare proprio a vicende che riguardano da vicino il senatore.

Si tratta del caso Chiofalo-Cirfeta.

Due ex pentiti che tra il '96 ed il '98 ebbero numerosi contatti telefonici con Dell'Utri sono sotto processo a Palermo per calunnia.

Secondo l'accusa originaria Dell'Utri avrebbe organizzato lui un complotto con dei falsi pentiti per screditare quelli veri (Di Carlo, Guglielmino e Onorato) che lo accusavano.

Il senatore, assolto con la formula dell'articolo 530 secondo comma (che ha sostituito la vecchia insufficienza di prove), secondo l'accusa di questo processo avrebbe mantenuto forti contatti con la famiglia Cirfeta. "Il Senatore - secondo Nino Gatto - si sarebbe messo a disposizione per qualunque cosa Cirfeta avesse bisogno" e poi che "l'avvocato De Filippis anticipò a Cirfeta somme di denaro da parte di Dell'Utri".

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17 Aprile 2010

Processo Dell'Utri: uno sfincione lungo 11 anni

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Riporto il servizio girato dell'ultima udienza del processo d'Appello a Marcello Dell'Utri di venerdi 16 aprile.

Testo dell'intervento

La Procura Generale di Palermo ha chiesto di inasprire (da 9 a 11 anni) la condanna inflitta in primo grado al Senatore del Popolo della Liberta', Marcello Dell'Utri, per concorso esterno in associazione mafiosa.
Due anni in più perché - ha spiegato il procuratore generale Nino Gatto - «se la giustizia è proporzione, la corte d'Appello di Palermo ha inflitto, per concorso esterno in associazione mafiosa, 10 anni a infedeltà compiute da soggetti istituzionali appartenenti a forze delle ordine. Infedeltà commesse con modalità meno devastanti di quelle compiute dall'imputato in esame, che è stato vicino a Cosa Nostra, favorendola per ben un trentennio».
Il pg non lo ha nominato direttamente, ma il riferimento è a Bruno Contrada. L'ex numero tre del Sisde, con un passato in Polizia, condannato per avere favorito alcuni mafiosi tra i quali Riccobono.
Condotte, quelle di Contrada, meno devastanti - secondo il Pg - rispetto a quelle imputabili a Dell'Utri che ha favorito Cosa Nostra per un trentennio.
In quattro udienze il Procuratore Generale ha ripercorso davanti ai Giudici della Seconda sezione penale della Corte d'Appello di Palermo, presieduta da Claudio Dall'Acqua, proprio le tappe salienti di questo trentennio giocato nel ruolo di cerniera tra l'organizzazione mafiosa siciliana e il gruppo - prima imprenditoriale, poi politico - che fa capo a Silvio Berlusconi.
Marcello Dell'Utri si è presentato in aula a metà della discussione, ma non ha assistito alla parte conclusiva della requisitoria. Inverosimile, però, che non abbia appreso i contenuti della stessa. Per questo coi cronisti, a margine della richiesta di inasprimento della condanna a suo carico, ha dissimulato con la consueta serenità: «La richiesta di condanna? Non l'ho sentita. Sono uscito a mangiare uno sfincione. E devo dire che erano anni che non mangiavo uno sfincione così buono. Mi spiace molto ma sono arrivato in ritardo. Altrimenti l'avrei ascoltata senz'altro. Però, ascolterò la sentenza. Il pg ha detto che per un trentennio ho favorito Cosa Nostra? Può dire ciò che vuole. Qui si è fatto un processo su una cosa che non esiste».
Mangiare uno sfincione non è reato. Ma sono gravissime le parole pronunciate dal Senatore in ordine alla sua entrata in politica: «Ho già detto che faccio l'imputato e non il deputato. Per cui, sono vestito della carica di deputato per difendermi dai processi. L'ho già detto e lo confermo. Che cosa farò dopo? Non lo so. Se non ci fossero questi miei problemi con la giustizia non farei il deputato. Questo posso assicurarlo: il giorno in cui chiuderanno tutto, dico basta. Lascio tutte le cariche purché mi lascino campare. Lo ripeto: faccio il deputato per difendermi da questo processo, che è un processo politico. I cittadini lo sanno bene che cosa mi succede».
Ma l'unico interesse, secondo l'accusa, non è solo quello di difendersi. Sembra che Marcello Dell'Utri si sia prodigato in favore di qualcuno. Non dei cittadini. Ma degli amici degli amici. «La rielaborazione compiuta, rispetto alle dichiarazioni rese da Salvatore Cucuzza, mette in luce l'attività svolta dall'imputato in ordine all'approvazione di due provvedimenti legislativi idonei a favorire Cosa Nostra e le organizzazioni criminali in generale. Tutto ciò, secondo il parere del requirente, è meritevole di un aggravamento di pena». Che per uno che è fraterno amico di quel Presidente del Consiglio dei Ministri che parla di lotta alla mafia e cattura di latitanti, non è per niente male.

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8 Marzo 2010

Processo Dell'Utri: Massimo Ciancimino non ammesso

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Riporto il servizio girato dell'ultima udienza del processo d'Appello a Marcello Dell'Utri di venerdì 5 marzo.

Testo del video intervento

La Corte d'Appello di Palermo chiude la porta in faccia a Massimo Ciancimino.

Il figlio di Don Vito, ex Sindaco mafioso di Palermo, non sarà ascoltato in qualità di testimone nell'ambito del Processo d'Appello contro il Senatore Marcello Dell'Utri che, in primo grado, ha subito una condanna a 9 anni e 6 mesi di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.

Secondo i Giudici della II sezione penale, presieduta da Claudio Dall'Acqua, Massimo Ciancimino, le sue dichiarazioni, sarebbero caratterizzate da una "contraddittorietà non ancora risolta".

Inoltre i verbali depositati dal Procuratore Generale, Nino Gatto, conterrebbero troppi omissis opposti dalla Procura della Repubblica di Palermo a tutela di esigenze investigative che ne rendono problematica l'assunzione al dibattimento.

Ma il motivo principale che ha fatto ritenere la testimonianza di Ciancimino "non necessaria" è la circostanza che, quest'ultimo, non ha mai assistito né ad incontri tra Dell'Utri e suo padre Vito, né tra Bernardo Provenzano e il senatore. Ma - hanno spiegato i Giudici - avrebbe dovuto rendere una testimonianza de relato. Addirittura di secondo grado.

Sempre nell'ordinanza di rigetto dell'istanza del PG è scritto che Massimo Ciancimino, "troppo tardivamente" fa cenno al Senatore Dell'Utri nell'ambito della sua collaborazione con le Procure di Palermo e Caltanissetta.

"Termini assai generici" - inoltre - sono usati da Ciancimino quando parla dei presunti investimenti del padre, Provenzano e altri mafiosi, nell'affare edilizio di Milano 2.

Di contraddittorietà e non di "inaffidabilità" hanno parlato i Giudici nell'ordinanza che, nelle motivazioni ricalca - in alcune parti - quella emessa nel settembre scorso, su analoga richiesta.

La decisione, che riguardato anche l'ammissione, non concessa, di ascoltare due investigatori a riscontro di alcune parti delle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, è giunta al termine di più di due ore di camera di consiglio, precedute dall'intervento della difesa del Senatore che aveva sostenuto di "non temere" la testimonianza e di non opporsi a questa eventualità.

Adesso il nuovo calendario delle udienze prevede che ne vengano concesse almeno due al Procuratore Generale, che si aggiungono alle tre già svolte, per la sua requisitoria finale. E cinque per la difesa.

Il processo, a questo punto, potrebbe andare a sentenza entro la prima settimana di giugno.

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27 Febbraio 2010

Processo Dell'Utri: basta la sentenza di primo grado

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Riporto il servizio girato dell'ultima udienza del processo d'Appello a Marcello Dell'Utri di venerdì 26 febbraio.

Testo dell'intervento

Ogni giorno abbiamo l'impressione di essere giunti al punto di non ritorno. All'apice di una rottura degli equilibri istituzionali provocata da un uomo i cui scheletri nell'armadio sono talmente ingombranti da costringerlo ad usare tutta la sua forza mediatica perché i cittadini possano capire meno cose possibile.
Al processo contro Marcello Dell'Utri c'è stato un altro rinvio perché le difese vogliono studiare attentamente le dichiarazioni del figlio dell'ex sindaco di Palermo, Massimo Ciancimino. Se i Giudici di appello dovessero decidere di ammettere questa testimonianza, una volta riscontrata, non ci sarebbe da meravigliarsi più di tanto. Basta la sentenza di primo grado a capire il livello di collusione mafiosa. Il ruolo di mediatore svolto da Marcello Dell'Utri tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi. Dall'incontro di Milano tra i boss e l'attuale Premier fino alla nascita di Forza Italia. Partito preferito dalla mafia al posto dell'idea del movimento "Sicilia Libera".
In Italia anziché occuparsi delle dichiarazioni di un personaggio bene informato, si tenta di delegittimarlo. O gli si attribuiscono dichiarazioni non formulate, al posto di discutere e riflettere sulle cose veramente dette.
Il nostro inviato ha raggiunto telefonicamente Massimo Ciancimino: guarda il video

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16 Gennaio 2010

Processo Dell'Utri: ci hanno provato

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Riporto il servizio girato dell'ultima udienza del processo d'Appello a Marcello Dell'Utri di venerdì 15 gennaio.

Testo del video intervento

Cambio di velocita' al Processo d'Appello contro il senatore del Popolo della Liberta', Marcello Dell'Utri, che si celebra a Palermo davanti ai Giudici della Seconda sezione penale.
Respinte, infatti, le ultime richieste formulate da parte dell'accusa, rappresentata dal Procuratore Generale, Nino Gatto, contestualmente a quelle sottoposte dalla difesa del Senatore.
La Corte, infatti, doveva decidere sull'acquisizione degli interrogatori dibattimentali del pentito Antonio Scarano, deceduto, che si trovava con Gaspare Spatuzza il giorno in cui quest'ultimo dice di avere avuto il famoso colloquio con Giuseppe Graviano in cui gli avrebbe detto che "Berlusconi e Dell'Utri gli avevano messo il paese nelle mani".
Secondo il collegio presieduto da Claudio Dall'Acqua quei verbali, come le sentenze definitive pronunciate dall'autorità giudiziaria di Firenze, non fornirebbero alcun riscontro ulteriore perché Scarano, comunque, non ha assistito all'incontro.
A tenere col fiato sospeso il pubblico presente, però, sono state le richieste rappresentate dall'avvocato Alessandro Sammarco per conto di Dell'Utri.
Depositando l'intervista integrale a Paolo Borsellino, in edicola assieme al quotidiano "Il Fatto", questi ha evidenziato come dalle parole del giudice assassinato in Via D'Amelio due mesi dopo quell'intervista, emergeva come il magistrato Guarnotta avesse aperto un fascicolo, col vecchio rito processuale, a carico di Mangano, Dell'Utri e Berlusconi
Se ciò fosse stato provato tutto il processo attuale sarebbe crollato. Sia in virtù del principio del "ne bis in idem" così come interpretato dalla Cassazione, sia perché un giudice che abbia svolto indagini a carico di un imputato non può, in un secondo momento, giudicarlo.
Leonardo Guarnotta, infatti, ha presieduto il collegio che, in primo grado ha condannato Dell'Utri a nove anni e sei mesi di reclusione.
La difesa quindi ha chiesto alla Corte di compiere le verifiche su carichi pendenti riguardanti il senatore, per ottenere, in caso positivo una immediata pronuncia di "non procedibilità".
Un'idea che al Senatore sarebbe molto piaciuta.
La Corte, invece, ha ritenuto le eccezioni difensive non sufficienti a svolgere un accertamento di cui si sarebbe potuta occupare la difesa molto tempo prima. "Nel nostro codice - ha detto il PG Gatto - non esiste ancora il procedimento invisibile e se Dell'Utri avesse avuto un carico pendente già da prima ne sarebbe rimasta traccia.
Adesso si è conclusa definitivamente l'istruzione dibattimentale, dopo l'interruzione di novembre, e toccherà al Procuratore Generale - nel corso delle prossime due udienze - terminare la sua requisitoria e lasciare spazio alla difesa che, in cinque udienze, dovrà dimostrare l'innocenza di Marcello Dell'Utri.
Ma rimangono ancora i dubbi su una possibile riapparizione sulla scena di Massimo Ciancimino. Il contenuto dei verbali più recenti e quello delle dichiarazioni che sarà chiamato a rendere al processo contro Mario Mori e Mauro Obinu sulla mancata cattura di Provenzano, potrebbero aggiungere le ultime novità a questo processo.

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10 Gennaio 2010

Processo Dell'Utri: stop alle testimonianze

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Riporto il servizio girato dell'ultima udienza del processo d'Appello a Marcello Dell'Utri di venerdì 8 gennaio.

Testo del video intervento

Visibilmente dimagrito, il Senatore Marcello Dell'Utri si presenta in aula alla ripresa, dopo la pausa natalizia, del processo che lo vede imputato dall'accusa di avere intessuto, e mantenuto nel tempo, rapporti con Cosa Nostra a scopo politico ed economico.

Nessuna novità di rilievo prevista, anche se i difensori sapevano che il Procuratore Generale, Nino Gatto, nei primi giorni dell'anno aveva provveduto a depositare oltre duemila pagine di interrogatori dibattimentali del pentito, deceduto, Antonio Scarano.

Una grande quantità di materiale che la difesa ha detto di non avere potuto studiare a fondo. Gatto ha invece tranquillizzato gli avvocati Sammarco e Mormino. "A noi interessano delle parti ben specifiche" - ha detto assicurando che il deposito integrale è avvenuto per completezza.

L'asso dalla manica lo tira fuori la difesa di Dell'Utri. Una lettera recapitata allo studio legale dell'avvocato Alessandro Sammarco scritta da un presunto pentito della "nuova camorra organizzata" in cui questi afferma di essere in grado di "dimostrare come Spatuzza sia un falso". Una persona che vuole danneggiare una "persona per bene" come il Senatore Dell'Utri.

La lettera porta la firma di un certo Antonio Cutolo che a sostegno della sua tesi tirerebbe in ballo un altro presunto collaborante, Luigi D'Andrizza. L'avvocato Sammarco ha ritardato la decisione di depositare alla scorsa udienza lo scritto per consentire all'intero collegio difensivo una scelta condivisa. Così la richiesta di ascoltare i due personaggi, detenuti nel carcere di Ivrea.

Ma dopo quasi due ore di Camera di Consiglio la seconda sezione penale della Corte d'Appello, presieduta da Claudio Dall'Acqua ha respinto la richiesta a causa del contenuto della missiva ritenuto "troppo generico".

Bocciate anche le richieste avanzate in precedenza dall'accusa. Non saranno ascoltati né il vescovo dell'Aquila né i cappellani delle carceri del capoluogo abruzzese e di Ascoli Piceno che avrebbero dovuto dimostrare l'attendibilità "intrinseca" di Gaspare Spatuzza. Disco rosso anche per l'escussione di Pietro Romeo e Giuseppe Ciaramitaro. "Nei loro verbali - è scritto nei motivi del rifiuto dell'istanza - il nome del Senatore Dell'Utri non è neppure menzionato".

La decisione è il segnale che la Corte ha deciso di spingere verso una definizione in tempi brevi di questo giudizio d'appello verosimilmente per via di un quadro accusatorio corposo quanto quello di primo grado. La condanna a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa a carico del fondatore di Forza Italia ed amico fraterno del premier Berlusconi, infatti, non è fondata né sui racconti di Spatuzza, né su quelli di Romeo e Ciaramitaro.

Dal 15 gennaio, data della prossima udienza, sciolta ogni riserva sui verbali di Scarano potrebbe riprendere la discussione finale, interrotta a novembre, con la richiesta di condanna della procura generale e le arringhe difensive.

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20 Dicembre 2009

Processo Dell'Utri: un politico milanese che garantiva..

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Sul processo Dell'Utri i riflettori dello show mediatico si sono spenti dopo l'apparizione alle udienze in cui hanno testimoniato il pentito Spatuzza ed i boss Graviano, ma Italia dei Valori continua a tenere accesi i suoi per informarvi. E' di venerdì 18 dicembre l'ultima udienza del 2009 al processo d'appello a Marcello Dell'Utri che riporto in video e testo.


Testo del servizio:

Vuole dimostrare l'attendibilità intrinseca del pentito Gaspare Spatuzza. La genuinità della sua collaborazione evidenziando che il percorso di conversione religiosa e lo spirito con cui ha deciso di collaborare non è viziato. Per questo il Procuratore Generale di Palermo, Nino Gatto, ha chiesto al Presidente della II sezione Penale della Corte d'Appello di ammettere la testimonianza del Vescovo dell'Aquila Giuseppe Molinari assieme ai cappellani del carcere del capoluogo abruzzese, Massimiliano De Simone e di Ascoli Piceno, Pietro Capoccia.

Al processo d'Appello a carico del Senatore Marcello Dell'Utri il PG ha chiesto anche che intervengano a deporre due ispettori della DIA di Caltanissetta e due ufficiali dei Carabinieri, già in forza alla DIA di Roma chiamati a fornire riscontro in merito alle indagini seguenti al furto delle autovetture che sarebbero state imbottite di esplosivo e tondini di ferro per l'attentato, poi fallito, allo Stadio Olimpico.

Come ha raccontato Spatuzza Cosa Nostra, per dare un'accelerata nella presunta trattative per un'alleanza di tipo politico-mafiso, della quale Dell'Utri - sempre secondo il pentito - sarebbe stato promotore, decide di compiere una strage colpendo i Carabinieri in servizio d'ordine presso lo Stadio Olimpico di Roma nel 1994. In questo modo - secondo l'accusa - potrebbe facilmente datarsi anche l'incontro al Bar Doney di Via Veneto che Gaspare Spatuzza avrebbe avuto con Giuseppe Graviano. Una circostanza che quest'ultimo, nel corso della precedente udienza, non ha chiarito poiché si è avvalso della facoltà di non rispondere.

Ancora il PG ha chiesto anche l'ammissione della testimonianza del pentito Pietro Romeo a proposito delle "confidenze ricevute da Francesco Giuliano, condannato per le stragi del 92, attorno all'esistenza di un politico, a Milano, che diceva ai Graviano di mettere le bombe" e rivelare informazioni sulla dimora di alcuni pentiti.

Giuseppe Ciaramitaro secondo Nino Gatto va ascoltato perché anch'egli avrebbe ricevuto delle confidenze da Giuliano: "c'era un politico che proteggeva gli stragisti e che dietro queste c'erano Berlusconi e altri politici". Sempre Ciaramitaro sarebbe in grado di ricostruire alcune fasi del dibattito parlamentare durante le quali furono approntati dei provvedimenti legislativi in favore dei detenuti, poi non approvati, contestualmente alla prima vittoria elettorale di Berlusconi.

Paolino Dalfone, anche lui nella lista dei testimoni che l'accusa vorrebbe portare in aula, testimonierà sulla vicenda dei cartelloni pubblicitari. Episodio in cui si dimostrerebbe la vicinanza di Marcello Dell'Utri, all'epoca dei fatti numero uno di Publitalia, ad ambienti mafiosi.

Su queste richieste la Corte - che ha sottolineato al Procuratore Generale che la fase attuale del processo non consente un'istruttoria a tutto campo, ma gli elementi nuovi devono necessariamente avere un'estrema rilevanza, si è riservata di decidere, dopo le deduzioni della difesa, all'udienza dell'8 gennaio. Dopo due ore di camera di consiglio, all'udienza odierna è stata respinta, la richiesta di ascoltare Salvatore Grigoli. Nei colloqui a Firenze con i magistrati che lo hanno interrogato avrebbe risposto in termini molto generici. E, cosa non meno importante rilevata dalla Corte, il killer di Don Pino Puglisi avrebbe fatto il nome di Marcello Dell'Utri a distanza di 12 anni dall'inizio della sua collaborazione.

Mercoledì 23 dicembre-Roma-Piazza del Popolo: SIT-IN

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Mercoledì 23 dicembre, a Roma in Piazza del Popolo lato Pincio, dalle 17.00 alle 19.00 Italia dei Valori aderisce al sit-in di protesta LIBERA RETE IN LIBERO STATO (gruppo Facebook), organizzato da blogger e movimenti, contro le leggi che sono allo studio del governo per limitare la libertà di espressione in Internet.

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12 Dicembre 2009

Processo Dell'Utri: Graviano smentisce Spatuzza

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Riporto il servizio girato dell'ultima udienza del processo d'Appello a Marcello Dell'Utri di venerdì 11 dicembre.

Testo del video intervento

Appare sul monitor col suo pullover verde e l'espressione tranquilla. Qualche giro di parole, mezze frasi qualche allusione ma alla prova del nove Filippo Graviano mantiene la compostezza del capo. Del boss.
Entra nel processo d'appello a carico di Marcello Dell'Utri, già condannato a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa, perché tirato in ballo dal pentito Gaspare Spatuzza che ha riferito il contenuto di una conversazione che si sarebbe svolta nel carcere di Tolmezzo. Tempi di una comune detenzione.
"Se non viene niente da dove deve arrivare è meglio che anche noi cominciamo a parlare coi magistrati" è una frase che dice di non avere mai pronunciato.
Così Filippo Graviano, che non vuole essere ripreso né fotografato, fa saltare il riscontro alle parole di Gaspare Spatuzza, il suo killer di fiducia, un fedelissimo della famiglia del quartiere Brancaccio di Palermo alleati di primo piano dei cortonesi di Riina.
L'interrogatorio prosegue. Sarà la Corte a formulare la domanda che per la difesa di Dell'Utri è un colpo vincente.
Il collegamento in video conferenza passa, da Parma, al carcere milanese di Opera dove è detenuto Giuseppe Graviano, l'altro fratello, il quale si rifiuta di rispondere. Pur esortato dal presidente della II sezione Penale Claudio Dall'Acqua di dire se si avvaleva oppure no della "facoltà di non rispondere" non lo dice esplicitamente.
La sua sarebbe stata una testimonianza chiave per un motivo ben preciso.
E' lui che incontra Spatuzza al Bar Doney di Via Veneto. Secondo il pentito in quell'occasione Graviano gli avrebbe detto che "Berlusconi e Dell'Utri gli avevano messo il paese nelle mani".
Ma il régime di 41 bis, come spiega il suo avvocato, lo pone in una condizione umana che non gli consente di ricordare bene.
E' poi la volta di Cosimo Lo Nigro. Breve audizione anche la sua. Doveva riscontrare la sua partecipazione ad un incontro che secondo Spatuzza, era avvenuto in località Campofelice di Roccella. Ma l'aver negato addirittura di conoscere la località in cui si sarebbe svolto l'incontro esaurisce presto le domande del Procuratore Generale Nino Gatto.
Soddisfatto Marcello Dell'Utri che si sarà sentito sollevato. Nonostante i fatti accertati in primo grado il senatore sa di avere incassato un successo per via dell'esposizione mediatica della testimonianza di Spatuzza. Per lui Graviano è una persona seria.
A chi provoca il Procuratore Generale Nino Gatto, rappresentante della pubblica accusa, di non avere riscontrato prima le dichiarazioni di Spatuzza, lui risponde così: guarda il video.
La Corte si è riservata di decidere sull'ammissione, come teste, del killer di don Pino Puglisi, Salvatore Gricoli, all'udienza del 18 dicembre prossimo.
Da ora in poi il processo potrebbe rapidamente volgere alla conclusione. A meno che non accada un fatto nuovo.

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5 Dicembre 2009

Processo Dell'Utri: parla Spatuzza

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Testo del video intervento

Gaspare Spatuzza fa il suo ingresso nella maxiaula 1 del Palazzo di Giustizia di Torino mentre pubblico e giornalisti, numerosi, attendono in silenzio che il Presidente della II sezione penale della Corte d'Appello di Palermo, Claudio Dall'Acqua, lo inviti a rispondere alle domande del Procuratore Generale.

Spatuzza, che collabora con le procure di Caltanissetta, Firenze e Palermo nelle indagini sui mandanti occulti delle stragi del 92-93, viene ascoltato nel processo a carico di Marcello Dell'Utri in qualità di persona imputata di reato connesso.

Conferma quanto messo a verbale dai magistrati che lo hanno interrogato negli ultimi 18 mesi. E dopo avere ricordato parte del suo impressionante curriculum criminale descrive il clima di quel periodo.

Poi arriva l'incontro al Bar Doney di Via Veneto. Ecco cosa accadde secondo il Spatuzza: guarda il video.

"Il paese in mano". Erano così forti le garanzie di quella che sarebbe divenuta la nuova classe di governo italiana per Cosa Nostra da far ritenere all'organizzazione di poter avviare la conclusione dell'escalation stragista. Persone serie diverse da quei "crasti" dei socialisti.

Spatuzza spiega anche i motivi che lo hanno spinto a raccontare tardivamente il contenuto dei colloqui con Graviano che tiravano in ballo Berlusconi e Dell'Utri. E' grazie a Piero Grasso che si convince a collaborare, dice, nonostante le "molte paure".

Spavaldo Marcello Dell'Utri che ha deciso di presenziare a questa udienza e rispondendo alle domande dei tanti giornalisti presenti ha ostentato una certa dose di sicurezza, respingendo le accuse e ribadendo che per lui sono tutte fesserie. Sicurezza che però, di fronte ad alcune domande, tradisce un po' di nervosismo.

Ma è con la cronista del Fatto Quotidiano che Dell'Utri dà il meglio di sé (guarda il video).

Niccolò Ghedini, avvocato di Silvio Berlusconi, sostiene che le parole di Spatuzza "appaiono di totale ed assoluta inconsistenza", ma allo stesso tempo annuncia "che nei confronti dello Spatuzza dovranno essere esperite tutte le opportune azioni giudiziarie che il caso impone". Dell'Utri ha fatto sapere che presenterà una querela per calunnia nei confronti del collaborante.

Un po' di colore per raccontare la comparsa del legista Borghezio, prima dell'inizio dell'udienza, giornalisti e pubblico in fila, che ha distribuito un volantino di protesta: il processo per la presunta aggressione subita a bordo di un treno non è ancora cominciato.

Il processo a Marcello Dell'Utri, il co-fondatore del partito accusato di rapporti con la mafia, non gli interessa.

Nel corso della prossima udienza, allo scopo di riscontrare le dichiarazioni di Spatuzza ed accogliendo una esplicita richiesta della Procura Generale, la Corte ha disposto l'audizione in video-conferenza dei fratelli Filippo e Giuseppe Graviano e di Cosimo Lo Nigro.

L'appuntamento è a Palermo il prossimo 11 dicembre.

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20 Novembre 2009

Processo Dell'Utri: le preoccupazioni del Premier

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Le recenti rivelazioni di importanti pentiti di mafia sulle stragi del '92-'93 probabilmente aiuteranno i magistrati delle Procure di Caltanissetta, Firenze e Palermo a fare luce sui mille punti oscuri di quegli anni. Sulla trattativa tra lo Stato e cosa nostra, sui referenti politici, il riciclaggio del denaro sporco.

La logica conseguenza di questi fatti, anche secondo L'Espresso, sarebbe l'iscrizione di Silvio Berlusconi per "concorso esterno in associazione mafiosa". La stessa accusa per la quale lui e il suo amico Marcello Dell'Utri furono prosciolti nel 1998 per insufficienza di prove.

Al processo d'appello contro Marcello Dell'Utri la Corte ha disposto l'audizione di Gaspare Spatuzza al Tribunale di Torino. Saremo presenti con il nostro inviato anche in quell'occasione per informarvi su un processo del quale si parla sempre di meno. Il TG1 di oggi concentra tutta l'attenzione su altre aule giudiziarie.

Riporto il servizio girato dell'ultima udienza del processo d'Appello a Marcello Dell'Utri di oggi venerdì 20 novembre.

Testo del video servizio

Il neo collaborante delle Procure di Firenze, Palermo e Caltanissetta, Gaspare Spatuzza, sarà ascoltato il prossimo 4 dicembre a Torino dai Giudici della seconda sezione penale della Corte d'Appello di Palermo nell'ambito del processo per concorso esterno in associazione mafiosa a carico del senatore PDL Marcello Dell'Utri.
Con l'ordinanza del 30 ottobre scorso il Presidente Claudio Dall'Acqua aveva accolto la richiesta del Procuratore Generale di Palermo Nino Gatto che aveva depositato alcuni stralci delle dichiarazioni rese da Spatuzza ai PM della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo il 6 ottobre.
Le rivelazioni sono state giudicate rilevanti ai fini dell'accertamento della verità sui rapporti, già emersi nel processo di primo grado - costati la pesante condanna a 9 anni di reclusione, ma ancora presunti, tra Cosa Nostra e l'ideatore di Forza Italia ed amico intimo del Primo Ministro Berlusconi, Marcello Dell'Utri.
Spatuzza ha raccontato che i boss Filippo e Giuseppe Graviano avevano trovato nella nascente Forza Italia un'ampia disponibilità ad ammorbidire alcune condanne in cambio voti. Una trattativa cominciata dopo le stragi e durata, pare, fino al 2004.
La Procura Generale ha chiesto inoltre l'acquisizione dei verbali di interrogatorio resi da altri protagonisti dell'inchiesta, archiviata nel 1998, sui mandanti occulti delle stragi.
Oltre a Spatuzza si aggiungono i verbali dei mafiosi, oggi collaboranti, Cosimo Lo Nigro, Giovanni Ciaramitano, Pietro Romeo e Salvatore Grigoli.
Per quest'ultimo il PG Gatto ha anche formalizzato la richiesta di ascoltrarlo, così come disposto per Spatuzza,
Marcello Dell'Utri è stato condannato in primo grado perché ritenuto l'anello di congiunzione tra boss di Cosa Nostra ed il primo partito italiano che non avrebbe rinunciato ai voti della mafia per il proprio successo elettorale.
Nel 2001 in Sicilia in tutti i collegi uninominali fu Forza Italia a vincere.
Ma il quadro che 10 anni fa presentava molti lati oscuri si sta ricomponendo grazie al lavoro dei magistrati di Firenze, Caltanissetta e Palermo. Molti fatti, molti nomi, molte circostanze si intrecciano con la storia politica di Dell'Utri, l'ascesa di Forza Italia e di Silvio Berlusconi.
Proprio per il Presidente del Consiglio, secondo alcune indiscrezioni, potrebbe addirittura verificarsi, come 11 anni fa, l'iscrizione nel registro degli indagati per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa.
In questo caso, affidarsi alla prescrizione, sarebbe inutile.

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6 Novembre 2009

Processo Dell'Utri: slitta il calendario Spatuzza

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Riporto il servizio girato dell'ultima udienza del processo d'Appello a Marcello Dell'Utri di oggi venerdì 6 novembre.

Testo del video servizio

Mancano le trascrizioni integrali delle dichiarazioni rese dal neo collaborante Gaspare Spatuzza ai magistrati della Procura di Caltanissetta e l'udienza odierna del Processo a carico del senatore Marcello Dell'Utri si conclude con un nulla di fatto.

Quando il 30 ottobre scorso la Corte ha ordinato la riapertura del dibattimento per l'assunzione della testimonianza di Spatuzza, così come richiesto dal Procuratore Generale che aveva depositato i verbali delle dichiarazioni rese a Palermo il 6 ottobre, era stata anche accolta l'istanza dei difensori di Dell'Utri volta ad ottenere anche la copia integrale delle deposizioni che, sempre Spatuzza, nell'ambito delle nuove indagini sui mandanti occulti delle stragi del 92-93, aveva reso a Caltanissetta.

Invece oggi il Procuratore Generale Nino Gatto è riuscito a depositare solo quanto materialmente era nella sua possibilità recuperare ovvero le carte presenti in Procura a Palermo. Dei verbali di Caltanissetta vi era solo una copia riassuntiva che, ad avviso della Corte, presieduta da Claudio Dall'Acqua, non era sufficiente.

E così slitta la stesura del calendario delle audizioni di Spatuzza. Che con ogni probabilità la difesa di Dell'Utri chiederà che si svolgano con la presenza in aula del collaborante e non in video-conferenza.

Spatuzza entra in gioco nel Processo d'Appello contro il Senatore del PdL Marcello Dell'Utri, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, perché avrebbe rivelato il contenuto di alcune conversazioni con i boss Giuseppe e Filippo Graviano che tra il 93 ed il 94 gli avrebbero confidato l'interesse di Cosa Nostra a spostare i propri consensi elettorali su Forza Italia attraverso la mediazione di Marcello Dell'Utri.

Prossimo appuntamento venerdì 20 novembre.

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30 Ottobre 2009

Processo Dell'Utri: Spatuzza deporra' in aula

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Secondo il pentito Gaspare Spatuzza i referenti politici della mafia dopo le stragi del '92 sarebbero stati Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri. Queste sono "parole nuove", ma di elementi per arrivare a questa conclusione ve ne sono a bizzeffe, basta leggersi, uno per tutti, la sentenza di primo grado di condanna di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa (leggi la sentenza).

Caro senatore Dell’Utri, fondatore di Forza Italia ora Pdl, la sua speranza di un’assoluzione auspicata nella scorsa udienza, come vede, è oggi ancor più una Neverland di ieri. Chissà se una leggina “alla Ghedini”, o un lodo “alla Alfano” potranno qualcosa in più delle sue speranze che si vanno dissolvendo nella realtà dei fatti e della storia.


Testo del video servizio.

Il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza sarà invitato a deporre nel Processo d’Appello a carico del Senatore del Popolo della Libertà, Marcello Dell’Utri che si svolge a Palermo.

Lo ha deciso la Corte seconda sezione penale, presieduta da Claudio Dall’Acqua, dopo tre ore di camera di consiglio, accogliendo la richiesta formulata dal Procuratore Generale Nino Gatto.
All’udienza del 23 ottobre, infatti, il PG aveva chiesto la sospensione della sua requisitoria – giunta quasi alla formulazione della richiesta di condanna – e depositato i verbali delle dichiarazioni rese da Spatuzza ai pubblici ministeri della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo il 6 ottobre scorso.

Nell’ordinanza i Giudici hanno parlato della “assoluta necessità” di procedere all’audizione del collaborante facendo un esplicito riferimento al capitolo della sentenza di primo grado riguardante i risvolti politici provocati dalle presunte collusioni con Cosa Nostra dell’inventore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri, riconosciuto, in primo grado, colpevole di concorso esterno in associazione mafiosa e condannato a 9 anni e 6 mesi di reclusione.

La decisione, seppur limitatamente, riapre di fatto il dibattimento con delle nuove prove che aggravano il quadro – già inquietante – cristallizzato dal Tribunale.

Ai PM di Palermo Spatuzza ha raccontato che il boss Graviano tra il 93 ed il 94 lo aveva rassicurato sulla possibilità di accordi di tipo politico per ottenere benefici perché sarebbero nati dei buoni contatti tali tra il “paesano” Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, che proprio in quel periodo cominciava a fare il pieno di consensi in Sicilia.

Gaspare Spatuzza sta collaborando con le Procure di Caltanissetta e Firenze proprio per l’individuazione dei mandanti occulti delle stragi in cui persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che un numero sempre maggiore di testimonianze riconducono alla trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra. Un’inchiesta già condotta dalla Procura di Caltanissetta in cui furono indagati lo stesso Dell’Utri e Berlusconi, archiviata nel 1998 e che grazie alle nuove rivelazioni è stata riaperta. Oggi le piste investigative appaiono meno incerte e più concrete.

E’ anche grazie al pentito Spatuzza che si è potuta dimostrare la falsità della testimonianza di un altro pentito, Scarantino, che si era autoaccusato della partecipazione al delitto Borsellino riducendone la portata e le implicazioni istituzionali.

La Corte ha disposto l’acquisizione di tutti i verbali delle dichiarazioni di Spatuzza, comprese quelle rese ai magistrati di Firenze e di Caltanissetta.

Unica decisione, sostanzialmente, in linea con le richieste della difesa che si era opposta all’ipotesi formulata dal Procuratore Generale ed accolta oggi dalla Corte d’Appello.

Bocciata anche l’ipotesi di sollevare una questione di legittimità costituzionale dell’articolo 430 del codice di procedura penale relativo alle attività integrative di indagine. Secondo gli avvocati di Dell’Utri la Procura starebbe turbando il giudizio d’Appello. Secondo la Corte, invece, si tratta di una rigorosa applicazione dell’articolo 603 che invece disciplina l’acquisizione di nuove fonti di prova sopravvenute.

Nella prossima udienza saranno stabilite le modalità con cui il pentito Spatuzza sarà esaminato ed il calendario delle audizioni.

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23 Ottobre 2009

Processo Dell'Utri: la Neverland della giurisprudenza

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Il senatore Dell'Utri si è presentato in aula oggi per dare dei venduti a tutti gli altri. Ha affermato, infatti, che i magistrati devono concentrarsi sugli esecutori delle stragi piuttosto che perdere tempo a cercare i mandanti, negandone quindi l’esistenza, e attribuendo tutta la responsabilità delle stragi degli anni ’90 a chi è già dietro le sbarre. Una versione dei fatti ferma, per l’appunto, agli anni ’90. Ma siamo nel 2009.

Senatore Dell’Utri, non so se lo ha capito, ma il Paese sì: la giustizia ed i cittadini stanno cercando i mandanti politici di quelle stragi perché nessuno crede che Brusca sia stata la mente di Capaci, né Provenzano e Riina quelle degli altri attentati. I mandanti “occulti” stanno venendo a galla perché proprio loro non hanno evitato la galera a chi aveva dato loro fiducia e ai quali avevano promesso copertura. Così prima gli avvertimenti, qualche dichiarazione mai rilasciata prima, papelli che riaffiorano, personaggi che ritrovano la memoria, altri che la perdono. Dichiarazioni sempre più vicine alla verità per minacciare la sua completa rivelazione e spingere così quei mandanti occulti, ancora liberi e ancora influenti, a muoversi per pareggiare il debito.

Lei è il principale indiziato, senatore e fondatore di Forza Italia, non so se se ne è accorto perché, mentre lei nega perfino l’esistenza di Cosa Nostra, tutta Cosa Nostra la sta indicando come il principale referente e portavoce. Il problema è che anche lei è un tramite, una pedina. La giustizia si muove su terreni fatti di prove e concretezza, poggia i piedi sulla roccia e non sulla sabbia e, quindi, scovare il resto della filiera richiede pazienza. Ma io son certo che arriveranno anche i riscontri e la pazienza sarà premiata.

Nel frattempo, la invito a rileggersi la sentenza di primo grado, quella che la condanna a nove anni e altro. Beh, se la rilegge, ne deduciamo che: o i giudici hanno una gran fantasia, ricca di dettagli, nomi e circostanze, o l’assoluzione, a cui lei sta pensando, è una neverland della giurisprudenza.


Testo del video servizio:

Marcello Dell’Utri si è presentato in aula ed ha bollato come "cazzate" le rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza rese ai PM della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo il cui verbale, oggi, il Procuratore Generale ha depositato in aula perché venga acquisito agli atti assieme alla richiesta di ascoltare lo Stesso Spatuzza i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano e Cosimo Lo Nigro, ex reggente del mandamento di Brancaccio.

Secondo la breve introduzione fatta dal Procuratore Generale Nino Gatto il pentito Spatuzza avrebbe rivelato l’esistenza di un accordo di tipo politico-elettorale tra Cosa Nostra e Forza Italia in cambio di garanzie.

''Graviano era esultante: mi disse 'abbiamo avuto quello che volevamo, abbiamo il Paese in mano perche' abbiamo persone serie, come Berlusconi e il nostro 'paesano', non come quei 'crastazzi' dei socialisti''' – ha detto Spatuzza ai PM di Palermo che indagano sulla presunta trattativa tra “Stato e mafia” a cavallo delle stragi.

Il paesano non sarebbe altri che Marcello Dell’Utri, il collante - secondo l’accusa – degli interessi mafiosi sul versante politico concretizzatosi con il grande consenso riscosso da Forza Italia in Sicilia fin dalla sua nascita.

Se fossero provate le affermazioni di Spatuzza verrebbe dimostrata l’esistenza di un altro tipo di trattativa intavolata non con lo Stato, ma con quel nuovo estabilishment politico che al termine della stagione stragista avrebbe governato l’Italia. Complicando ulteriormente la posizione del senatore PdL condannato in primo grado a nove anni e sei mesi di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.

Secondo il Procuratore Gatto gli elementi contenuti nelle dichiarazioni di Spatuzza sono tali da possedere quel requisito di eccezionalità richiesto dalla legge per la riapertura del dibattimento con l’acquisizione di nuove prove.

Una possibilità che la difesa di Dell’Utri ha respinto con veemenza fino ad un vero e proprio alterco tra il Procuratore Generale e l’avvocato Mormino che ha parlato di “inquinamento” del processo d’Appello.

E’ la pubblicazione anticipata di alcuni stralci di quel verbale fatta oggi da L’Espresso ad avere spinto gli avvocati di Dell’Utri a chiedere al Presidente della seconda sezione penale della Corte d’Appello di Palermo di “proteggere il processo” da presunte incursioni mediatiche.

I Giudici della Corte d’Appello hanno concesso alla difesa una settimana di tempo per studiare il verbale depositato oggi e rinviato la decisione sull’ammissibilità della richiesta di riaprire il dibattimento al 30 ottobre prossimo.

Marcello Dell’Utri si difende senza entrare nel merito delle dichiarazioni di Spatuzza bollando tutto come “favole”. Afferma di non avere mai conosciuto né i pentiti che fanno il suo nome né i mafiosi che con lui avrebbero, negli anni, mantenuto rapporti di conoscenza diretta. Dice di non conoscere nemmeno Stefano Bontate il boss che, con lui, avrebbe incontrato più volte Silvio Berlusconi a Milano.

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Cuffaro querela 4.609 internauti per "Offese e minacce su YouTube".

Il 22 ottobre Cuffaro querela i primi 4609 commenti del video di You Tube "Totò Cuffaro aggredisce Giovanni Falcone" (video di You Tube del 14 gennaio del 2007). Solo ed esclusivamente se sei un utente di uno dei commenti oggetto della querela compila in tutti i suoi campi il form sotto riportato per ricevere assistenza legale a carico di Italia dei Valori.

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17 Ottobre 2009

Processo Dell'Utri: votate Forza Italia

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Riporto il servizio girato dell'ultima udienza del processo d'appello a Marcello Dell'Utri di venerdi 16 ottobre.

Ritengo ci sia poco da aggiungere alle parole pronunciate in aula dagli avvocati dell'accusa, parole pesantissime che riporto di seguito.

Vincenzo Garraffa presumibilmente nei primi mesi del ’92 e comunque prima della sua elezione al Senato in forza al Partito Repubblicano, ricevette la visita dei mafiosi Michele Buffa e Vincenzo Virga, capo mandamento di Trapani, i quali lo sollecitarono a risolvere la controversia sorta con PUBLITALIA. Quando Garraffa chiese loro per conto di chi si fossero presentati in ospedale a trovarlo questi risposero “degli amici”. Garraffa insistette per sapere quali fossero questi “amici” e fu fatto il nome di Marcello Dell’Utri. Al suo ennesimo rifiuto Virga andò via lasciando Garraffa con un “riferirò e se ci sono novità la verrò a trovare”. In altra occasione, invece, è stato proprio Marcello Dell’Utri a rivolgersi al Garraffa in questi termini: “Abbiamo uomini e mezzi per convincerla a pagare”."
“Fu Bernardo Provenzano a dirci di votare Forza Italia con queste parole: Ci possiamo fidare, siamo in buone mani, ho avuto garanzie” – ha detto Giuffré.


Riporto di seguito il testo del video servizio.

"Nel giorno in cui alcuni tra i più importanti quotidiani italiani pubblicano il contenuto del “papello”, con il quale la mafia a cavallo tra il 92 ed il 93 chiede allo Stato una contropartita in cambio di una tregua alle stragi che insanguinavano il Paese, si è svolta a Palermo un’altra udienza del Processo d’Appello a carico del Senatore del Popolo della Libertà Marcello Dell’Utri che si difende dalla condanna in primo grado a nove anni e sei mesi di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.

Il Procuratore Generale Nino Gatto davanti ai Giudici della seconda sezione penale ha proseguito la propria requisitoria trattando un’altra serie di vicende che dimostrerebbero la chiara collusione di Dell’Utri con l’organizzazione mafiosa.

E’ stata ripercorsa, in aula, la vicenda del tentativo di estorsione consumato ai danni del titolare della Pallacanestro Trapani, Vincenzo Garraffa, e commesso da Marcello Dell’Utri attraverso la pretesa restituzione della metà di una somma di denaro frutto di una sponsorizzazione da parte di Birra Messina, un marchio all’epoca di proprietà del gruppo Heineken-Dreher, a beneficio della squadra di pallacanestro di Trapani che nella stagione 1990-91 militava nel campionato di A2 Maschile.

Fu grazie alla mediazione di Publitalia – evidenzia il PG – che Birra Messina sponsorizza la squadra che in quell’anno guadagnerà la promozione alla categoria superiore.

Un miliardo e cinquecento milioni di lire complessivi la cui metà, l’imputato Marcello Dell’Utri, pretendeva di avere restituita in nero.

Garraffa si oppose chiedendo, come condizione necessaria per la restituzione di qualunque somma, la produzione di una pezza giustificativa.

La vicenda, giudiziariamente accertata dal Tribunale di Milano la cui condanna a carico di Dell’Utri ha superato il vaglio della Cassazione divenendo definitiva, è utile per dimostrare gli stretti legami tra Dell’Utri ed alcuni mafiosi.

Vincenzo Garraffa presumibilmente nei primi mesi del ’92 e comunque prima della sua elezione al Senato in forza al Partito Repubblicano, ricevette la visita dei mafiosi Michele Buffa e Vincenzo Virga, capo mandamento di Trapani, i quali lo sollecitarono a risolvere la controversia sorta con PUBLITALIA. Quando Garraffa chiese loro per conto di chi si fossero presentati in ospedale a trovarlo questi risposero “degli amici”. Garraffa insistette per sapere quali fossero questi “amici” e fu fatto il nome di Marcello Dell’Utri. Al suo ennesimo rifiuto Virga andò via lasciando Garraffa con un “riferirò e se ci sono novità la verrò a trovare”.

In altra occasione, invece, è stato proprio Marcello Dell’Utri a rivolgersi al Garraffa in questi termini: “Abbiamo uomini e mezzi per convincerla a pagare”.

Il secondo, e più importante capitolo dell’odierna parte di requisitoria svolta dal Procuratore Gatto davanti alla Corte presieduta da Claudio dall’Acqua, riguarda il rilievo delle implicazioni politiche alla luce dei rapporti tra Marcello Dell’Utri e soggetti organici a Cosa Nostra rispetto alla nascita di Forza Italia.

Dopo le stragi Cosa Nostra cambia strategìa. Falliti – forse solo in parte stando alle notizie di queste settimane – i tentativi di disporre ad esclusivo uso e consumo di personaggi politici di rilievo comincia a fermentare l’idea di costituire un movimento, un partito politico, diretta espressione della borghesia mafiosa siciliana.

Nasce da qui l’idea di “Sicilia Libera” movimento di ispirazione conservatrice e separatista promossa in origine da Leoluca Bagarella, con aspirazioni da leader, che poi vi avrebbe rinunciato sostanzialmente per due motivi. Da un lato la scarsa disponibilità di Bagarella ad investire grosse somme di denaro e dall’altra la creazione delle premesse perché Cosa Nostra spostasse voti su un soggetto politico di respiro nazionale.

Entrano in gioco le dichiarazioni del pentito Giuffrè.

“Fu Bernardo Provenzano a dirci di votare Forza Italia con queste parole: Ci possiamo fidare, siamo in buone mani, ho avuto garanzie” – ha detto Giuffré.

E Dell’Utri entra nella vicenda perché indicato, da più testimonianze, come uno dei canali privilegiati da Cosa Nostra per intavolare accordi di natura elettorale. Direttamente o tramite Vittorio Mangano.

E’ vero – ha detto il Procuratore Generale – che Cosa Nostra è un’organizzazione opportunista che tende sempre a saltare sul carro del vincitore, avallando, in questo senso, una delle argomentazioni della difesa. Ma – si domanda retoricamente Gatto – si tratta solo di opportunismo oppure c’era un interesse diretto e concreto?

In serata proprio Marcello Dell’Utri, che non era presente in aula, ha affidato alle agenzie il suo disappunto rispetto al tenore della requisitoria del Procuratore Generale:"Stupefacente" – ha detto – "che il Procuratore sostenga che Garraffa abbia detto la verità sulla vicenda della Pallacanestro Trapani. Una ricostruzione "sganciata dalla realtà".

Sull’apprezzamento di Bernardo Provenzano per Forza Italia, invece, nessun commento.

Questo sì che è davvero stupefacente."

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9 Ottobre 2009

Processo Dell'Utri: l'emissario di Cosa Nostra

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Riporto il servizio girato dell'ultima udienza del processo a Marcello Dell'Utri di oggi venerdì 9 ottobre.

Testo dell'intervento

E' proseguita anche oggi davanti alla seconda sezione penale della Corte d’Appello di Palermo la requisitoria del Procuratore Generale, Nino Gatto, nel processo di secondo grado a carico del senatore del PDL Marcello Dell’Utri.

Nel corso della scorsa udienza il PG si era soffermato sul ruolo svolto dal mafioso Vittorio Mangano presso la residenza di Silvio Berlusconi. Mangano è stato descritto come “il simbolo della protezione accordata da Cosa Nostra a Berlusconi”.
Grazie all’intermediazione dell’imputato Marcello Dell’Utri, infatti, Berlusconi conobbe – secondo la testimonianza del pentito Galliano – rimanendone affascinato, il capo mafia Stefano Bontate. Così, stringendo una mano dopo l’altra, quel giovane imprenditore, che poi sarebbe diventato l’uomo più potente d’Italia, poté dormire sonni tranquilli.

Oggi il Procuratore Generale si è soffermato sull’analisi delle eccezioni della difesa sull’attendibilità di alcuni collaboratori che hanno permesso nel processo di primo grado di dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, il ruolo di cerniera svolto da Marcello Dell’Utri tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi. Da qui la condanna in primo grado a 9 anni e sei mesi di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.

Gli avvocati della difesa hanno messo in discussione l’attendibilità delle testimonianze alcuni collaboratori. In particolare contro Francesco Di Carlo il collegio difensivo, composto dagli avvocati Di Peri, Federico, Mormino e Sammarco, produceva una sentenza della Cassazione che – secondo il loro parere – sancendo la mancanza di pentimento del Di Carlo per i reati commessi ne avrebbe compromesso la credibilità in ordine alle dichiarazioni rese alla Corte. Ma il PG Nino Gatto, leggendo la stessa sentenza avrebbe riscontrato che l’affermazione secondo la quale Di Carlo non avrebbe mostrato segni di pentimento in realtà era diversa: la Cassazione non era in grado di rilevare, né poteva farlo, se Di Carlo fosse o meno pentito per i reati commessi.

La discussione si è poi spostata su ulteriori episodi che dimostrerebbero l’ampio ventaglio di amicizie mafiose di Dell’Utri e di come chi lo conoscesse utilizzasse i suoi buoni uffici per ottenere favori o posti di lavoro.

E’ il caso, ad esempio, del provino al Milan ottenuto per l’allora giovanissimo, ma già promettente, calciatore Gaetano D’Agostino oggi in forza all’Udinese e con qualche presenza in Nazionale.

Tra il 1992 ed il 1994 il padre Giuseppe D’Agostino, che all’epoca faceva l’allenatore dilettante, si rivolge a tale Carmelo Barone che gli parla della possibilità di un provino al Milan per il giovane figlioletto.

Provino che avvenne senza il concretizzarsi dell’ingaggio a causa dell’età del piccolo Gaetano e del regolamento federale che imponeva ai familiari il trasferimento a Milano della famiglia. Una condizione che non rientrava nelle possibilità economiche dei D’Agostino ma che Dell’Utri avrebbe potuto favorire offrendo un posto di lavoro.

Ma Carmelo Barone, del quale Dell’Utri nega la conoscenza nonostante il suo nome comparisse nelle sue agende, avrebbe perso la vita poco tempo dopo ridimensionando le aspirazioni di Giuseppe D’Agostino.

Tempo dopo però questi favorì la latitanza dei fratelli Graviano. Saranno loro ad intercedere nuovamente presso Marcello Dell’Utri facendo ottenere, nel 1994, un nuovo provino al giovane Gaetano.

La ricostruzione dei fatti del Procuratore Generale è stata contestata da Marcello Dell’Utri con una nota nella quale afferma di non conoscere i fratelli Graviano.

Ma secondo il PG ed i Giudici di primo grado la morte di Carmelo Barone lascia al D’Agostino, come unico canale verso la dirigenza del Milano, quindi di Dell’Utri, quello dei fratelli Graviano.

Marcello Dell’Utri segnalò il calciatore e la circostanza è stata già confermata dal teste Francesco Zagatti all’epoca capo degli osservatori del Milan.

La requisitoria è poi proseguita con la ricostruzione degli attentati incendiari subiti dai magazzini Standa di Catania. Una vicenda che comproverà ulteriormente la commissione, da parte dell’imputato Dell’Utri, di un’ennesima condotta di mediazione tra gli interessi di “Cosa Nostra” e quelli del gruppo imprenditoriale nel quale egli era (e continua ad essere) inserito.

Prossima udienza, forse l’ultima dedicata alla requisitoria, venerdì16 ottobre.

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29 Settembre 2009

Processo Dell'Utri: la protezione di Cosa Nostra

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Riporto il servizio girato dell'ultima udienza del processo a Marcello Dell'Utri di venerdì 25 settembre. Le riflessioni del Procuratore Generale Gatto fanno accapponare la pelle al solo pensiero che uomini con tali relazioni mafiose siano oggi lo scheletro delle nostre istituzioni e addirittura in carica alla Presidenza del Consiglio. Se solo nei Tg nazionali avessimo fatto passare il nostro servizio, piuttosto che quelle quattro riprese mal commentate di cronisti al soldo del re, oggi gli italiani saprebbero qualcosa di più su chi sceglie per loro il futuro.

Testo dell'intervento

"La presenza del mafioso Vittorio Mangano ad Arcore rappresentava il simbolo della protezione accordata da Cosa Nostra a Silvio Berlusconi".

Sono le parole del Procuratore Generale di Palermo, Antonino Gatto, che ha proseguito davanti ai Giudici della seconda sezione penale della Corte d’Appello di Palermo, la sua requisitoria nel processo che vede imputato il senatore del Popolo della Libertà, Marcello dell’Utri, per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa per il quale ha già subito la condanna in primo grado a nove anni e sei mesi di reclusione.

"Perché – si domanda il Procuratore Generale – per trovare un uomo adatto alla gestione del parco di Villa Casati Stampa o dei cavalli del maneggio si deve andare dell’estremo nord della Brianza all’estremo sud della Sicilia? Non è credibile che in tutta la Pianura Padana non si trovasse uno stalliere”.

E meno che mai, ha proseguito il Procuratore Generale, è credibile che Mangano fosse “esperto di cavalli” considerato che negli anni ’70 “coltivava ben altri interessi”.

Nel corso dell’udienza a cui, a differenza di quella precedente, l’imputato Dell’Utri non ha assistito, il Procuratore Generale ha spiegato la genesi dei rapporti tra Marcello Dell’Utri ed i mafiosi Vittorio Mangano e Gaetano Cinà risalenti ai tempi della squadra di calcio dilettantistica Bagicalupo che Mangano seguiva perché, già allora, garantiva protezione ai figli delle famiglie bene di Palermo.

E di come, successivamente, Dell’Utri, stretto collaboratore di Silvio Berlusconi, abbia presentato a quest’ultimo mafiosi del calibro di Stefano Bontate e Francesco di Carlo.

Un elemento di novità che il Procuratore Generale introduce rispetto alla sentenza di primo grado riguarda l’individuazione del periodo storico in cui collocare il famoso incontro di Milano, avvenuto presso la sede della Edilnord in via Foro Bonaparte a Milano.
Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri ed i mafiosi Nino Grado, Stefano Bontate, Mimmo Teresi e Gaetano Cinà parlarono di edilizia, della costruzione di Milano2. Ma non solo.

Negli anni ’70 a Milano la mafia si dedicava ai sequestri di persona e Berlusconi temeva per sé ed i propri figli così grazie al suo amico Marcello Dell’Utri poté ottenere la protezione di “Cosa Nostra”.

Il 26 maggio del 1975 a Milano viene fatto esplodere un ordigno che danneggia i muri perimetrali e parte del primo piano di una villa in fase di ristrutturazione. Si tratta di una Villa di Silvio Berlusconi, che al telefono con Dell’Utri, in un primo momento, riconduce il gesto intimidatorio a Vittorio Mangano secondo loro in stato di libertà. Ma successivamente sarà Dell’Utri a comunicare all’amico Berlusconi di avere parlato con “Tanino” che gli ha assicurato che Mangano, a differenza di quanto all’epoca a conoscenza dei Carabinieri e della DIGOS di Milano, era in carcere.

Berlusconi sapeva benissimo chi fosse Tanino, ovvero Gaetano Cinà, eppure negherà la circostanza ai Giudici che lo interrogarono all’epoca come persona informata sui fatti.

La requisitoria è proseguita ripercorrendo la continuità dei rapporti tra Marcello Dell’Utri e mafiosi di notevole spessore. Perfino la partecipazione al matrimonio di Jimmy Fauci, a Londra, dove a fare da testimone dello sposo vi era un mafioso, Francesco Di Carlo, per giunta latitante.

Poi il Procuratore Generale ha ricordato il pizzo pagato da Fininvest per i ripetitori in Sicilia. Versamenti regolari di ingenti somme di denaro versate sui conti di Cosa Nostra.

Una serie di fatti inquietanti già cristallizzati nella sentenza di primo grado che il Procuratore Generale ha ripercorso evidenziando davanti alla Corte la loro valenza accusatoria a carico dell’imputato Dell’Utri che non poteva non conoscere la caratura criminale dei suoi amici con i quali continuava a mantenere stabili rapporti.

Lo ha detto a chiare lettere il Procuratore Nino Gatto nella sua requisitoria: Marcello Dell’Utri si è comportato come un mafioso.

Contrariati gli avvocati della difesa di Marcello Dell’Utri che in una nota hanno bollato come “mera riproposizione degli elementi d'accusa del giudizio di primo grado” le argomentazioni del Procuratore Generale il quale – secondo loro – non avrebbe tenuto conto di “rilevanti emergenze probatorie emerse in appello a favore dell'imputato”.

Dopo circa quattro ore il Presidente Carlo Dall’Acqua ha sospeso l’udienza.

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22 Settembre 2009

Processo Dell'Utri: l'imputato scomodato

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Giovedi 17 settembre e' ripreso, dopo la pausa estiva, il processo d'appello a Marcello Dell'Utri. E' il quinto appuntamento di questa vicenda che pubblico sul blog e che vede coinvolto il fondatore di Forza Italia e senatore del Pdl. Ironicamente ho pensato che ci sono state due novità rispetto le altre udienze d'appello oltre la decisione di non ammettere al processo la testimonianza di Ciancimino jr: la prima è che insieme al nostro inviato c'era anche una troupe della Rai (regionale), la seconda è che l'imputato ha degnato i giudici della sua presenza in aula. Riporto di seguito il testo del video.

Testo dell'intervento

Il figlio dell’ex Sindaco di Palermo, Massimo Ciancimino, non sarà ascoltato nell’ambito del processo d’Appello a carico del Senatore del Popolo della Libertà, Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado a nove anni e 6 mesi di reclusione per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa.

Il processo è ripreso a Palermo, dopo la pausa estiva.

Nella scorsa udienza del 10 luglio 2009 era previsto che il Procuratore Generale Antonino Gatto cominciasse la sua requisitoria, ma il giorno prima aveva depositato la richiesta di ascoltare, in qualità di persona imputata di reato connesso Massimo Ciancimino. Il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito.

Il PG Gatto aveva chiesto alla seconda sezione penale della Corte d’Appello di Palermo, presieduta da Carlo Dall’Acqua, di ascoltare Massimo Ciancimino perché i Carabinieri di Palermo, nel corso di una perquisizione risalente al 17 febbraio del 2005, all’interno di un garage nella sua disponibilità, in via Margherito Brindisi, avevano trovato un “pizzino”, scritto con il quale Bernardo Provenzano chiedeva ad un tale “onorevole” di “mettere a disposizione le proprie reti televisive” per scongiurare “un luttuoso evento”.

Il “tale onorevole” sarebbe stato, secondo Ciancimino Junior, Silvio Berlusconi. E Provenzano avrebbe dovuto fare avere questo messaggio tramite Vito Ciancimino al suo più stretto collaboratore: Marcello Dell’Utri.

La cui difesa, composta dagli avvocati Di Peri, Mormino, Federico e Sammarco, nell’udienza che si è svolta nella mattina di giovedì 17 settembre, si è opposta alla richiesta del PG di interrogare Ciancimino in questo processo.

E la Corte ha respinto la richiesta di ascoltare Ciancimino Jr. perché – si legge nell’ordinanza (leggi) – firmata da Claudio Dall’Acqua, Salvatore Barresi e Sergio La Commare, - "dalle dichiarazioni esibite finora rese da Massimo Ciancimino non emergono condotte e fatti riconducibili a Dell'Utri che siano suscettibili di utile rilievo e apprezzamento processuale"- e perché le dichiarazioni di Ciancimino sarebbero "confuse e contraddittorie" in merito alle sue “conoscenze in ordine ai fatti ed alle circostanze” relative al contenuto del “pizzino”.

La corte ha oltretutto ravvisato che il periodo temporale in cui la richiesta sarebbe stata redatta contrastasse con l’appellativo “onorevole” rivolto a Berlusconi poiché, nel 1992, questi non era ancora stato eletto al Parlamento.

I Giudici hanno sostanzialmente riproposto, ancora una volta, accogliendo le istanze dei difensori di Dell’Utri, il “principio di presunzione di completezza dell’indagine probatoria del giudizio di primo grado”, vale a dire il principio secondo il quale viene considerata completata la raccolta delle prove a carico dell’imputato già nel precedente processo. Che ha comunque visto l’imputato Marcello Dell’Utri condannato a 9 anni e 6 mesi di reclusione, lo ricordiamo, per concorso esterno in associazione mafiosa.

Sempre per questo motivo, in precedenza, la corte ha rigettato la richiesta del Procuratore Generale Nino Gatto di ascoltare l’ex capomafia di Altofonte, Francesco di Carlo, al quale voleva chiedere il nome di una persona presente con lui e Dell’Utri ad un incontro avvenuto avvenuto a Milano.
Rifiutata anche la richiesta di acquisire le conversazioni tra Dell’Utri ed alcuni soggetti vicini al clan della ‘ndrangheta di Gioia Tauro, Piromalli.

Terminata la lettura dell’ordinanza il Presidente Dall’Acqua ha chiesto al Procuratore Generale di cominciare la sua requisitoria nonostante la richiesta di Gatto di rinviarla. Prossima udienza venerdì 25 settembre.

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18 Luglio 2009

Processo Dell'Utri: la lettera Ciancimino

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Domani 19 luglio del 1992 e' la data tristemente nota per la strage di via D'Amelio in cui persero la vita Paolo Borsellino, gli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L'unico sopravvissuto è Antonino Vullo.
Ora le indagini per le stragi di Palermo, dei giudici Falcone e Borsellino, ma anche per gli attentati di Milano e Firenze, sono state riaperte. In questi giorni è spuntato un documento di Massimo Ciancimino, figlio del boss Vito Ciancimino morto nel 2002 che dovrebbe confermare l’ipotesi di una «trattativa» che vedeva sul piatto da una parte la consegna del boss mafioso Totò Riina allo Stato, cosa effettivamente avvenuta, in cambio dell'abolizione del carcere duro. Oggi la mafia non ha bisogno di stragi eclatanti, né di omicidi eccellenti, si limita a qualche assassinio nelle amministrazioni locali. Le stragi di Stato non ne vediamo da quegli anni ’90 e costarono l'arresto ed il carcere ai vertici del clan dei Corleonesi.
Il motivo ritengo sia semplice, non penso ad accordi tra Stato e criminalità oggi, né ad armistizi prolungati per una ragione: un accordo o una tregua si stipulano tra entità completamente distinte. Nel nuovo millennio queste due entità non sono “distinte” si sono anzi mescolate inestricabilmente in un gioco di potere ed infiltrazioni che hanno reso le stragi un mezzo superato e non più necessario e per cui si paga un prezzo troppo alto: Corleonesi docent..

Pubblico l’udienza del processo d’appello a Marcello Dell’Utri che oggi rappresenta l’esempio di come la mafia e le relazioni mafiose siano fortemente compenetrate con i poteri delle istituzioni.

Di seguito il testo del servizio del nostro inviato:

"Venerdì 10 luglio 2009, un cordiale saluto dal tribunale di Palermo, udienza del processo d'appello per il senatore berlusconiano Marcello Dell'Utri, imputato di concorso esterno in associazione mafiosa, già condannato a 9 anni in primo grado, oggi era attesa la requisitoria del procuratore generale Antonino Gatto, ma una lettera ritrovata qualche giorno fa tra le carte dimenticate relativa al processo contro Massimo Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco di Palermo Vito, ha ha indotto lo stesso procuratore a chiederne l'acquisizione agli atti....


Nel testo scritto a mano, incompleto perché redatto su un foglio in parte strappato, Gatto ha detto che "si dimostra la continuità dei rapporti intercorsi fra l’imputato Dell’Utri e Cosa Nostra siciliana”. Perciò ha chiesto alla corte presieduta da Claudio Dall’Acqua, la possibilità di sentire lo stesso Massimo Ciancimino.
Negli interrogatori del 30 giugn o e del 1° luglio scorsi, Ciancimino ha dichiarato che la lettera fu ritirata da lui personalmente da Pino Lipari nel villino di San Vito Lo Capo alla presenza di Bernardo Provenzano dicendo che era indirizzata a Marcello Dell’Utri.
Quella lettera Ciancimino l'avrebbe consegnata al padre in carcere affinché gli fornisse “il proprio parere per farla avere ad una terza persona che non nomina” dice Gatto in aula.
Nel documento, definito dallo stesso Massimo Ciancimino "più grande di me" c'era scritto di uccidere un figlio di Berlusconi. Fra le righe si legge che “… quanto alla posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi. Sono convinto che questo evento onorevole Berlusconi vorrà mettere a disposizione le sue reti televisive”.
La Corte in merito all’acquisizione di questa lettera si esprimerà il 17 settembre prossimo, data della prima udienza dopo la pausa estiva, e allo stesso tempo, giornata dedicata alla requisitoria.
"

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29 Giugno 2009

Processo Dell'Utri: intercettazioni irrilevanti

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Terza udienza del processo d’appello a Marcello Dell’Utri. Di questo processo non troverete traccia nei Tg e nella stampa. Non ne sentirete parlare per bocca dei politicanti. C’è un codice d’onore, oramai condiviso, tra i partiti: non accusarsi a vicenda di malaffare, ognuno si tiene il suo senza denunciare l’altro. Inutile attaccarsi a vicenda, quando non puoi avere alcun vincitore!

La terza via, tra la denuncia ed il silenzio, è la “questione etica” a cui i partiti hanno rinunciato poichè non fa parte dei cromosomi della politica. Io non ci rinuncio.

La gravità dei reati, per cui è stato condannato in primo grado il senatore del Pdl, allora Forza Italia, avrebbe squassato qualsiasi partito. Come è possibile che ciò non sia avvenuto nel caso Dell'Utri? Perchè l’informazione istituzionale non ne ha parlato?

L’opposizione governativa tace mentre Italia dei Valori è stata oscurata, e la Rete rimane l’unica alternativa per continuare ad informarsi su trame di Stato. Svegliatevi.

[da pagina 782-783 del testo della sentenza primo grado]

Il P.M. ha ricordato che sulla vicenda sono state espletate indagini

nell’ambito del procedimento penale 6031/94 R.G.N.R. in cui

Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi sono stati indagati in ordine al

reato di concorso in riciclaggio continuato con Bontate Stefano, Teresi

Girolamo ed ignoti, commesso in Palermo, Milano ed altrove dal

1980-1981 in poi.

L’input alle indagini era stato fornito da alcune dichiarazioni rese

da Rapisarda Filippo Alberto, il 5 maggio 1987, al giudice istruttore

del Tribunale di Milano, aventi ad oggetto il reinvestimento di

notevoli flussi di denaro di origine illecita nelle società del gruppo

facente capo a Silvio Berlusconi.

In quella occasione, il Rapisarda aveva riferito di avere

incontrato, nel 1978 in Piazza Castello a Milano, il Bontate ed il

Teresi e di avere appreso da quest’ultimo che stava per entrare in

società con Silvio Berlusconi in una azienda televisiva per la quale

occorrevano 10 miliardi.

Al riguardo, gli aveva chiesto, tra il serio ed il faceto, il suo

parere sulla “bontà” dell’affare.

Lo stesso Rapisarda era tornato sull’argomento, il 7 novembre ed

il 12 dicembre 1997, nel corso di spontanee dichiarazioni rese alla

Procura della Repubblica presso il locale Tribunale, riferendo che, nel

1980-1981, Marcello dell’Utri aveva chiesto ed ottenuto dal Bontate e

dal Teresi un finanziamento di 20 miliardi da utilizzare per l’acquisto

di “pacchetti-film”.

Nel corso delle indagini erano state, anche, acquisite le

dichiarazioni, aventi ad oggetto avvenuti contatti tra Dell’Utri,

Bontate e Teresi in relazione alla nascita delle televisioni del gruppo

FININVEST, rese dai collaboratori di giustizia Pennino Gioacchino.

Tuo nome:Tua mail:
A: Francesco Amirante, Presidente Corte Costituzionale
CC: Repubblica.it, Corriere.it
Oggetto: Cena vergognosa: si dimettano
Testo:
"La invito a chiedere le dimissioni dalla Consulta dei giudici Paolo Maria Napolitano e Luigi Mazzella per salvaguardare la credibilita' dell'istituzione che rappresentano, ed il giudizio che la Corte e' chiamata ad esprimere il 6 ottobre sulla costituzionalita' del Lodo Alfano."

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22 Giugno 2009

Processo Dell'Utri: Sicilia in ostaggio

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Venerdi 19 giugno si e' svolta la terza udienza del processo d’appello a Marcello Dell'Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. Il processo di primo grado, lo ricordo, si e' concluso con la sentenza dell'11 dicembre 2004 e la condanna del senatore a nove anni di reclusione e a due anni di libertà vigilata, oltre all'interdizione perpetua dai pubblici uffici e il risarcimento dei danni alle parti civili.

Marcello Dell’Utri è il fondatore di Forza Italia, partito nato nel 1994 per colmare il vuoto lasciato dalla Democrazia Cristiana, e divenuta la prima forza politica dell’isola grazie agli accordi con gli uomini di Cosa Nostra.

Nel testo della sentenza di condanna del signor Dell’Utri si legge:

"Vi è la prova che Dell’Utri aveva promesso alla mafia precisi vantaggi in campo politico e, di contro, vi è la prova che la mafia, in esecuzione di quella promessa, si era vieppiù orientata a votare per Forza Italia nella prima competizione elettorale utile e, ancora dopo, si era impegnata a sostenere elettoralmente l’imputato in occasione della sua candidatura al Parlamento Europeo nelle fila dello stesso partito, mentre aveva grossi problemi da risolvere con la giustizia perchè era in corso il dibattimento di questo processo penale."

L’accordo tra uomini d’onore viene rispettato: dal 1994 il primo partito in Sicilia, senza rivali, sarà Forza Italia. I risultati delle elezioni regionali in Sicilia, del 1996, 2001, 2006 e 2008, dove Forza Italia è stata sempre il primo partito, ne sono una prova:

- anno 1996, 456.127 voti, 17,1%, 17 seggi,
- anno 2001, 628.028, 25,1%, 20 seggi,
- anno 2006, 471.634 voti, 19,2% con 17 seggi,
- anno 2008, il serpente cambia pelle, ma non veleno, si chiama Popolo delle libertà e fagocita Alleanza Nazionale, raggiungendo i 900.149 voti, 33,42% dei votanti e 34 seggi.

Un patto col diavolo onorato dal Presidente del Consiglio da ben tredici anni, un patto di sangue che tiene la Sicilia in ostaggio da quel 16 giugno 1996.

Testo dell'intervento

Venerdì 19 giugno 2009, un cordiale saluto dal tribunale di Palermo, udienza del processo d'appello per il senatore berlusconiano Marcello Dell'Utri, imputato di concorso esterno in associazione mafiosa, oggi doveva essere la giornata dell'acquisizione di 2 intercettazioni in cui Dell'Utri viene nominato da alcuni indagati per mafia come figura delle istituzioni, da non nominare da un lato, e come assegnatore di appalti dall'altro, il pm Antonino Gatto, come richiesto dai giudici, ha depositato i verbali con le trascrizioni dei colloqui telefonici oggetto del capo di imputazione, mentre ci vorrà ancora qualche giorno per l'acquisizione delle bobine con le conversazioni.
Le difese hanno chiesto il rinvio dell'udienza per poter esaminare i verbali ed eventualmente chiedere ai giudici di respingere l'acquisizione con le loro motivazioni sulla loro eventuale inutilità. Saranno poi i giudici, con ordinanza attesa presumibilmente per venerdì prossimo, a stabilire se quelle intercettazioni sono necessarie ai fini del processo.
Ora un'intervista al difensore di Marcello Dell'Utri.

Avv. G.Di Peri: Bè oggi è stata un'udienza di routine perché il procuratore generale ha reiterato una richiesta che aveva già formulato all'udienza scorsa e che gli era già stata rigettata. L'ha integrata con del materiale cartaceo noi abbiamo chiesto termine per poter esaminare questo materiale.

Inviato Idv: si trattava di due colloqui no?
Avv. G.Di Peri: si tratta di due conversazioni telefoniche intercettate nell'ambito di due diversi procedimenti che riguarderebbero,secondo la prospettazione dell'accusa, anche il senatore Dell'Utri. Le dirò che noi riteniamo assolutamente insufficienti e anche un po' insignificanti queste conversazioni, però esprimeremo le nostre valutazioni quando compiutamente avremo potuto vedere gli atti.

Inviato Idv: prossima udienza?
Avv. G.Di Peri: prossima udienza è fra una settimana. Il presidente dà una forte accelerazione, com'è giusto che sia, a questo processo.

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15 Giugno 2009

Processo d'appello Dell'Utri

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Ho voluto avviare l'iniziativa "Li seguiamo per te" per poter informare e tenere aggiornati i cittadini riguardo a tutti quei processi sui quali altrimenti sarebbe calata la spessa cortina del silenzio mediatico. Ho iniziato con il processo al governatore della Campania, Antonio Bassolino, al quale si è aggiunto quello al corrotto David Mills e al suo - in assenza di lodo - corruttore Silvio Berlusconi. Ora ne aggiungo un terzo: il processo d'appello a Marcello Dell'Utri ripreso il 15 maggio 2009. Quello a Dell'Utri e' un processo capace di spiegare, se non ha gia' spiegato con la condanna in primo grado, larga parte della genesi di Forza Italia, oggi Pdl, e dell'ascesa nel panorama nazionale di un corruttore oggi Presidente del Consiglio.

Processi come questi non ne vedremo più: la legge sulle intercettazioni ed il bavaglio all’informazione, che questa legge comporta, hanno messo la parola fine alla possibilità di risalire a qualsiasi reato, se non per circostanze fortuite. I media non ne parlavano già prima, ora avranno persino un buon motivo per continuare a non farlo. In aula a Palermo venerdì scorso, durante la seconda udienza d’appello, tolti i giudici, c’erano solo tre cittadini in aula, uno di questi era il nostro inviato. Da oggi con questo video qualche migliaia di cittadini in più verrà a conoscenza di questo processo, che già entro l’estate potrebbe portare ad una sentenza d'appello.

Riporto di seguito il testo del video e la parte finale della sentenza (consulta il testo integrale) a carico del senatore Marcello Dell’Utri così come la si legge nelle 1771 pagine di documenti ufficiali del processo di primo grado risalente all’11 dicembre 2004. Una condanna che lascia ben pochi dubbi sulla gravità dei reati di cui quest’uomo è accusato e della complicità prestata, oltre che della consapevolezza riguardo ai fatti, da parte dell’ambiente che lo circondava.


[da pagina 1761 secondo capoverso]

Gli elementi probatori emersi dall’indagine dibattimentale espletata

hanno consentito di fare luce: 

sulla posizione assunta da Marcello Dell’Utri nei confronti di esponenti

di “cosa nostra”, sui contatti diretti e personali con alcuni di essi (Bontate,

Teresi, oltre a Mangano e Cinà),  

sul ruolo ricoperto dallo stesso

nell’attività di costante mediazione, con il coordinamento di Cinà Gaetano,

tra quel sodalizio criminoso, il più pericoloso e sanguinario nel panorama

delle organizzazioni criminali operanti al mondo, e gli ambienti

imprenditoriali e finanziari milanesi con particolare riguardo al gruppo

FININVEST; 

sulla funzione di “garanzia” svolta nei confronti di Silvio Berlusconi, il

quale temeva che i suoi familiari fossero oggetto di sequestri di persona,

adoperandosi per l’assunzione di Vittorio Mangano presso la villa di

Arcore dello stesso Berlusconi, quale “responsabile” (o “fattore” o

“soprastante” che dir si voglia) e non come mero “stalliere”, pur

conoscendo lo spessore delinquenziale dello stesso Mangano sin dai tempi

di Palermo (ed, anzi, proprio per tale sua “qualità”), ottenendo l’avallo

compiaciuto di Stefano Bontate e Teresi Girolamo, all’epoca due degli

“uomini d’onore” più importanti di “cosa nostra” a Palermo; 

sugli ulteriori rapporti dell’imputato con “cosa nostra”, favoriti, in alcuni

casi, dalla fattiva opera di intermediazione di Cinà Gaetano, protrattisi per

circa un trentennio nel corso del quale Marcello Dell’Utri ha continuato

l’amichevole relazione sia con il Cinà che con il Mangano, nel frattempo

assurto alla guida dell’importante mandamento palermitano di Porta

Nuova, palesando allo stesso una disponibilità non meramente fittizia,

incontrandolo ripetutamente nel corso del tempo, consentendo, anche

grazie a Cinà, che “cosa nostra” percepisse lauti guadagni a titolo estorsivo

dall’azienda milanese facente capo a Silvio Berlusconi, intervenendo nei

momenti di crisi tra l’organizzazione mafiosa ed il gruppo FININVEST

(come nella vicenda relativa agli attentati ai magazzini della Standa di

Catania e dintorni), chiedendo al Mangano ed ottenendo favori dallo stesso

(come nella “vicenda Garraffa”) e promettendo appoggio in campo politico

e giudiziario. 

Queste condotte sono rimaste pienamente ed inconfutabilmente provate

da fatti, episodi, testimonianze, intercettazioni telefoniche ed ambientali di

conversazioni tra lo stesso Dell’Utri e Silvio Berlusconi, Vittorio

Mangano, Gaetano Cinà ed anche da dichiarazioni di collaboratori di

giustizia; la pluralità dell’attività posta in essere, per la rilevanza causale

espressa, ha costituito un concreto, volontario, consapevole, specifico e

prezioso contributo al mantenimento, consolidamento e rafforzamento di

“cosa nostra” alla quale è stata, tra l’altro, offerta l’opportunità, sempre con

la mediazione di Marcello Dell’Utri, di entrare in contatto con importanti

ambienti dell’economia e della finanza, così agevolandola nel

perseguimento dei suoi fini illeciti, sia meramente economici che, lato

sensu, politici. 

Non c’è dubbio alcuno, alla luce delle considerazioni che precedono e di

tutto quanto oggetto di analisi nei singoli capitoli ai quali si rinvia, che le

condotte tenute dai prevenuti si sussumono nelle fattispecie previste e

sanzionate dagli artt. 416 e 416 bis c.p. delle quali ricorrono tutti gli

elementi costitutivi.

Ma ricorrono, anche, le contestate aggravanti di cui ai commi 4° e 6°

dell’art. 416 bis c.p.

Ed invero, la sussistenza di tali aggravanti va ritenuta qualora il reato de

quo sia contestato agli appartenenti ad una “famiglia” aderente a “cosa

nostra” od al concorrente esterno, in quanto l’esperienza storica e

giudiziaria consentono di ritenere il carattere armato di detta

organizzazione criminale (Cass. 14.12.99, D’Ambrogio, CP 01,845) e la

sua prerogativa di operare nel campo economico utilizzando ed investendo

i profitti di delitti che tipicamente pone in essere in esecuzione del divisato

programma criminoso (Cass. 28.1.00, Oliveti, CED 215908, CP 01, 844). 

TRATTAMENTO SANZIONATORIO 

Per quanto attiene alla determinazione della pena, tenuti presenti i

parametri ed i criteri direttivi di cui all’art. 133 c.p., le condotte di Gaetano

Cinà, consapevoli e reiterate nel tempo, devono essere sanzionate con una

pena che il Collegio ritiene congruo quantificare in anni sette di reclusione,

in considerazione della continuità del suo apporto a “cosa nostra”, alla

quale è stato organico nei termini sopra evidenziati, dell’importante

risultato, economico e non, conseguito dall’organizzazione, grazie alla sua

costante disponibilità, consistita nel coltivare il suo rapporto di amicizia

con Marcello Dell’Utri anche in una dimensione illecita e funzionale alle

richieste ed esigenze degli uomini d’onore della “famiglia” di riferimento e

dei capi del sodalizio.

(pena così determinata:, anni sei, mesi sei di reclusione per il reato di cui

all’art. 416 bis c.p. aggravato, aumentata di mesi sei di reclusione ex art. 81

c.p.

Per quanto attiene a Marcello Dell’Utri, la pena deve essere ancora più

severa e deve essere determinata in anni nove di reclusione, dovendosi

negativamente apprezzare la circostanza che l’imputato ha voluto

mantenere vivo per circa trent’anni il suo rapporto con l’organizzazione

mafiosa (sopravvissuto anche alle stragi del 1992 e 1993, quando i

tradizionali referenti, non più affidabili, venivano raggiunti dalla

“vendetta” di “cosa nostra”) e ciò nonostante il mutare della coscienza

sociale di fronte al fenomeno mafioso nel suo complesso e pur avendo, a

motivo delle sue condizioni personali, sociali, culturali ed economiche,

tutte le possibilità concrete per distaccarsene e per rifiutare ogni

qualsivoglia richiesta da parte dei soggetti intranei o vicini a “cosa nostra”.

Si ricordi, sotto questo profilo, anche l’indubitabile vantaggio di essersi

allontanato dalla Sicilia fin dagli anni giovanili e di avere impiantato

altrove tutta la sua attività professionale.

Ancora, deve essere negativamente apprezzata la già sottolineata

importanza del suo consapevole contributo a “cosa nostra”, reiteratamente

prestato con diverse modalità, a seconda delle esigenze del momento ed in

relazione ai singoli episodi esaminati nei precedenti capitoli.

Inoltre, il Collegio ritiene assai grave la condotta tenuta dall’imputato nel

corso del processo, avuto riguardo al tentativo di inquinamento delle prove

a suo carico, così come risulta dimostrato dalla disamina della vicenda

“Cirfeta-Chiofalo”, come pure la circostanza che egli, contando sulla sua

amicizia con Vittorio Mangano, gli abbia chiesto favori in relazione alla

sua attività imprenditoriale, come emerge dall’analisi della vicenda

“Garraffa”.

Infine, si connota negativamente la sua disponibilità verso

l’organizzazione mafiosa attinente al campo della politica, in un periodo

storico in cui “cosa nostra” aveva dimostrato la sua efferatezza criminale

attraverso la commissione di stragi gravissime, espressioni di un disegno

eversivo contro lo Stato, e, inoltre, quando la sua figura di uomo pubblico

e le responsabilità connesse agli incarichi istituzionali assunti, avrebbero

dovuto imporgli ancora maggiore accortezza e rigore morale, inducendolo

ad evitare ogni contaminazione con quell’ambiente mafioso le cui

dinamiche egli conosceva assai bene per tutta la storia pregressa legata

all’esercizio delle sue attività manageriali di alto livello.

(pena così determinata: anni otto e mesi sei di reclusione per il reato

aggravato di cui all’art. 416 bis c.p., elevata di mesi sei di reclusione per

art. 81 c.p.).

I due imputati vanno condannati, altresì, al pagamento in solido delle

spese processuali ed il Cinà Gaetano anche a quelle del suo

mantenimento in carcere durante la custodia cautelare, nonchè entrambi

vanno dichiarati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici ed in stato di

interdizione legale durante l’esecuzione della pena.

Alla condanna consegue per legge e, in ogni caso, anche in relazione

all’intrinseca pericolosità desunta dalle considerazioni che precedono,

l’applicazione a ciascuno degli imputati della misura di sicurezza della

libertà vigilata per la durata di anni due (tenuta presente la gravità dei reati

contestati), da eseguirsi dopo che la pena è stata scontata o è altrimenti

estinta.

Infine, entrambi gli imputati vanno condannati in solido:

al risarcimento dei danni, da liquidarsi in separata sede, in favore delle

costituite parti civili, Provincia Regionale di Palermo e Comune di

Palermo, rigettando le richieste di pagamento di provvisionali

immediatamente esecutive;

al pagamento delle spese processuali sostenute dalle medesime parti

civili che si liquidano in complessivi euro ventimila per il Comune di

Palermo ed euro cinquantamila per la Provincia di Palermo, somme

comprensive di onorari e spese.

In considerazione della particolare complessità della stesura della

motivazione, dovuta alla gravità delle imputazioni ed alla notevolissima

mole degli atti processuali acquisiti, si indica in novanta giorni il termine

per il deposito della sentenza. 

DICHIARA

DELL’UTRI MARCELLO e CINA’ GAETANO colpevoli dei reati loro

rispettivamente contestati e, ritenuta la continuazione tra gli stessi, 

CONDANNA 

DELL’UTRI MARCELLO alla pena di anni nove di reclusione e CINA’

GAETANO alla pena di anni sette di reclusione ed entrambi, in solido, al

pagamento delle spese processuali, nonché il CINA’ anche a quelle del

proprio mantenimento in carcere durante la custodia cautelare.

Visti gli artt. 28, 29,32 e 417 c.p., 

DICHIARA

Entrambi gli imputati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici, nonché in

stato di interdizione legale durante l’esecuzione della pena. 

APPLICA

A ciascuno degli imputati la misura di sicurezza della libertà vigilata per

la durata di anni due, da eseguirsi a pena espiata.

Visti gli artt. 539 e 541 c.p.p., 

CONDANNA

Entrambi gli imputati in solido al risarcimento dei danni in favore delle

costituite parti civili, Provincia Regionale di Palermo e Comune di

Palermo, da liquidarsi in separato giudizio, rigettando le richieste di

pagamento di provvisionali immediatamente esecutive.

Condanna, infine, gli imputati in solido al pagamento delle spese

sostenute dalle medesime parti civili che liquida in complessivi euro

ventimila per il Comune di Palermo ed euro cinquantamila per la Provincia

Regionale di Palermo, somme comprensive di onorari e spese. 

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